Forze armate mondiali dal secondo dopoguerra al XXI secolo/Etiopia

Indice del libro

Pur essendo una terra isolata e povera, l'Etiopia vanta delle tradizioni militari di tutto rispetto. A dire il vero, il suo vanto appare essere niente di meno che la culla del genere umano, quantomeno dei suoi lontani antenati dalla postura bipede. L'Etiopia è anche stata titolare di una monarchia che vantava 3.000 anni di vita, discendente da Salomone. E sempre l'Etiopia è stata anche la prima nazione africana indipendente riconosciuta come tale dall'Occidente. Non mancò nemmeno di accreditarsi la responsabilità della maggiore sconfitta di una potenza colonialista, al cui confronto persino Iswandara era una passeggiata: la vittoria di Adua, ottenuta contro gli Italiani.

la bandiera del 1897

Gli inizi

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L'Etiopia, già citata dalla tradizione biblica, è stata chiamata così in forma antica dai Greci per indicare chi viveva a Sud dell'Egitto; in seguito prevalse il termine 'Abissinia'.

Così isolata nel suo altopiano centrale in mezzo al deserto, questa terra ha avuto l'introduzione del cristianesimo attorno al 330, per poi essere stata soggetto di tentativi di invasione da parte dei musulmani. Le antiche province dell'era medioevale erano soprattutto rappresentate dal Tigray a Nord, Amhara al centro e Shewa al Sud; il regno centrale era in genere ad Amhara, ma non mancarono epoche in cui ognuna di queste province elesse un re. L'Etiopia subì un'invasione musulmana dopo il 1528 e il re (negus) chiese aiuto al Portogallo, che mandò un contingente nel 1541, riuscendo a sconfiggere gli invasori del generael al-Ghazi. In seguito l'isolamento continuò ma anche i conflitti interni, tra cui si inserirono anche i Gesuiti. Solo nel 1855 LiJ Kassa si proclamò Negus negusti (Re dei Re) e riunificò con la forza il regno; seguì l'apertura all'estero, così come fece all'epoca anche il Giappone. Il Negus, ora noto come Teodoro II, era tuttavia poco amato, e il suo regno terminò nel 1897, con un suicidio. Era stato sconfitto a Magdala contro i Britannici.

Questi erano arrivati in una zona strategica dato che era stato aperto il Canale di Suez. Subito le Potenze colonialiste cominciarono a dividersi le coste vicine: lo Yemen per i britannici, Gibuti per i Francesi, mentre gli Egiziani volevano conquistare le fonti del Nilo e così invasero il Sudan. Tutte terre senza valore fino a poco tempo prima.

 

C'erano anche gli Italiani, fin dal 1870 ad Assab, comprato dal sultano locale tramite una compagnia d'affari e ceduto nel 1882 al Governo italiano. Passò poco tempo e nel 1888 vi fu un confronto tra l'Italia e l'Etiopia. Ma questa doveva già combattere l'infiltrazione da N dell'Egitto e l'invasione dei Dervisci dal Sudan, così si negoziò piuttosto che combattere un forte esercito europeo. Questo lasciò come risultato la presenza di circa 5.000 soldati italiani in Eritrea, il nome della nuova colonia. Anche l'imperatore Yohannes ebbe a combattere i Dervisci, ma li sconfisse; trovò un accordo con i britannici e gli Egiziani, e poi sconfisse gli Italiani a Matema, marzo 1889, tuttavia rimase ucciso nella battaglia. I Britannici diedero Massaua agli Italiani rompendo l'accordo, ma il nuovo imperatore Menelik II e nel 1886 andò a scegliere come capitale Addis Abeba (così nota dopo di allora). Ad Adwa (Adua per gli Italiani) sconfisse gli Italiani il 1 marzo 1896 e questi dovettero ammettere l'indipendenza etiope (la prima nazione riconosciuta come tale in Africa), tenendosi però l'Eritrea. Era questa una situazione foriera di guai futuri, ma gli Etiopi non potevano sperare molto di più rispetto a quanto già ottenuto. In seguito vi furono importanti investimenti, come l'arrivo della linea di ferrovie per Gibuti, servizi telefonici, ospedali e scuole. Menelik II morì il dicembre del 1913 e venne succeduto dal primogenito Lej Isayu, che però non era popolare data la sua simpatia per tedeschi, turchi e musulmani, ma forse soprattutto per la volontà di abbandonare la schiavitù, una risorsa molto importante per l'Etiopia. Così governò solo per 4 anni e poi venne rimiazzato da Zauditu e Ras Mekonen, il figlio del vincitore di Adua e supportato dalle potenze occidentali, con tanto di aiuti finanziari svizzeri e ufficiali belgi. Venne rifondato l'esercito e combattute varie rivolte locali, e nel 1930 Mekonen divenne l'Imperatore Hailé Selassié.

 
L'imperatore Selassie

L'aviazione militare arrivò solo il 18 agosto 1929 (ma si parla anche del 1924, forse come data di costituzione 'teorica') con una piccola sezione dell'Esercito a Bishoftu, che era vicino alla capitale e che aveva sei Potez 25 e vari altri aerei, sotto il controllo dell'ufficiale francese Maillet. In seguito arrivarono altri aerei europei, ma solo in piccole quantità. Tra i piloti, però, vi erano solo 2 pienament abili al volo, Babichef (un russo-etiope) e Ali, mentre non esistevano tecnici etiopi per mantenerli in volo. Così il 3 ottobre 1935 gli Italiani invasero l'Etiopia dalla Somalia Italiana e incontrarono davvero poca resistenza. Solo 3 aerei erano operativi ma disarmati e quindi usati solo come trasporti leggeri. Tra i pochi piloti, il col.Julian, comandante dell'aviazione e di origini americani, come anche Robinson, il 'Black Condor', autore (ma la cosa è dibattuta) di parecchie missioni di trasporto e collegamento. La zona di operazioni principali era Dessa, dove anche l'Imperatore dovette imparare ad usre un cannone contraereo. Adua però venne catturata già il 6 ottobre e si continuò a marciare verso il Tigray, dove peraltro diversi capi-tribù locali non offrirono resistenza o si unirono ai militari fascisti. Visto che l'avanzata era lenta, de Bono venne rimpiazzato in dicembre da Badoglio. Vi furono bombardamenti spietati con l'uso di gas asfissianti e la città di Harer, ben prima di Guernica, venne bombardata con ordigni incendiari il 29 marzo 1936, ma come tanti altri crimini di quella guerra, che rimase nella propaganda di regime come quella 'fascista' per eccellenza (per costruirsi un immaginario paragonabile alla narrazione americana del west), vi furono ben poche informazioni su questo. Perciò è rimasta famosa Guernica e non Harer come vittime di tali azioni. Ma in Spagna c'erano truppe internazionali e la cosa era più pubblicizzata, inoltre la resistenza era ben maggiore con l'intervento dei Sovietici. In Etiopia Addis Abeba cadde il 5 maggio e il 9 venne ufficialmente annessa l'Etiopia. Selassie venne costretto all'Esilio prima in GB e poi in Sudan. La Lega delle Nazioni fece un embargo incerto verso l'Italia che ne approfittò per rilanciare con l'autarchia. Nel frattempo c'era da combattere gli italiani e la guerra ufficiale, benché finita, venen continuata ben oltre quella data, con azioni di guerriglia. Gli Italiani costruirono molte infrastrutture, ma depredarono opere d'arte (Obelisco di Axum) e repressero in maniera spietata i rivoltosi. Curiosamente, dopo il 1941, quando i Britannici occuparono l'Etiopia, vi furono anche azioni di resistenza anti-britanniche. Gli Italiani avevano aereo obsoleti, come del resto i Britannici. Lanciarono un'offensiva contro il Somaliland britannico e il Sudan, conquistando il primo, ma non il secondo. Nel '41 erano sconfitti e a luglio tornò il Negus e il figlio Amha Selassie I. Robinson ritornò nel '44 aiutando come colonnello USAAF a costruire l'aviazione etiope, che nel '45 era equipaggiata solo con due DH-60 Tigher Moth. Ma già il 1946 la scuola di volo aveva 75 studenti.

Nel dopoguerra venne fatta una federazione con l'Eritrea, ma questa era a maggioranza islamica e non accettava gli etiopi, anzi voleva ritornare sotto controllo italiano, cosa che però venne impedita dai Britannici che la lasciarono sotto amministrazione militare. Vi furono dispiegamenti di Mosquito e Tempest contro i guerriglieri Shifta provenienti dalla Somalia. Nel 1950 venne discusso all'ONU il futuro del territorio mentre i britannici dispiegavano altre forze, tra cui Spitfire del No.208, poi rimpiazzati dai Meteor Mk 8. Nel '52 venne deciso che l'Eritrea doveva federarsi con l'Etiopia dopo l'uscita britannica dal territorio, fatta entro giugno del '52. Nel '55 Selassie diede una nuova costituzione nazionale con l'Etiopia fatta di 9 province e il distretto di Addis Abeba, e molte riforme promesse. Ma accontentare 40 etnie diverse era davvero difficile e così la situazione divenne difficile, e governata solo grazie alla tradizionale tendenza di chi ha il potere al 'divide et impera', mettendo gli uni contro gli altri e indebolendoli a vantaggio del potere centrale.

Il dopoguerra e lo scontro con l'Eritrea[1]

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L'aviazione Imperiale Etiope nacque nel 1924, appena un anno dopo la nascita della sua futura nemesi, la Regia Aeronautica. Non ci restano molti dati di quell'epoca pionieristica, quello che se ne sa è che vi fu ben poco da contrapporre agli aerei italiani, che agirono indisturbati nel 1935-36. Gli Etiopi supportarono la riconquista britannica nel 1940-41, del resto dopo i massacri fatti dai fascisti era inevitabile che vi fosse un largo risentimento contro di loro. Dopo la guerra l'Aviazione venne rifondata e riorganizzata, grazie ad un attore insospettabile: la Svezia, che grazie anche al famoso Conte von Rosen, vennero comprati 46 Saab B17 da bombardamento in picchiata e 48 Safir 91 da addestramento. Fu un ufficiale svedese che comandò l'Aviazione fino al 1962. Von Rosen ritornerà ancora in Etiopia nel '77, pilotando aerei MFI-15 per lanciare rifornimenti in funzione umanitaria. La spietatezza della guerra in corso, nonostante la crisi umanitaria (con una gravissima carestia) fece sì che egli venisse ugualmente ucciso dalla guerriglia durante un attacco a terra. I primi bombardieri svedesi vennero comprati nel '46, ma si dilazionò la loro consegna fino al '66, quando erano oramai obsoleti. Alcuni erano ancora operativi ad Asmara nel 1970, e circa 30 anni dopo due vennero recuperati e mandati in Sud Africa, per essere restaurati come preziosi cimeli storici. Uno addirittura pare, che sarà in condizioni di volo. Gli Sn arrivavano tra 301 e 346. I Safir 91 erano invece caratterizzati dai numeri 101-147.

L'aviazione imperiale intervenne in Congo, contro i separatisti del Katanga. Là aveva un gruppo di F-86 in azione, e si ritrovarono assieme, ancora una volta, a degli aerei svedesi: i J-29 Tunnan, più i Camberra indiani. Fu con questa piccola forza comprendente i 4 F-86F del No.3 e 4 sqn da caccia erano basati a Kamina. L'attività comportò anche la distruzione di gran parte della forza aerea della guerriglia del Katanga, a Jadotville e Kolwesi. In tutto gli F-86F etiopi vennero consegnati nel 1958-59 con un addestramento curato dagli american. Non si sa bene quanti ne vennero consegnati, ma a quanto pare equipaggiarono in tutto 5 squadroni da caccia (1,2,3,4) e uno cacciabombardieri (5°), con alcuni aerei giunti poi dall'Iran. Uno venne abbattuto o perso in Congo nell'ottobre del '62. Gli altri rientrarono entro la fine del mese, in grande segreto, il 25 ottobre, dopo circa un anno di operazioni.

L'Etiopia continuava ad avere buoni rapporti con gli USA e questi erano ben contenti, tra le altre cose, di avere un centro delle comunicazioni a Kagnew, una località vicino all'Asmara. Negli anni '70 vennero comprati 13 F-5A e 2 B, che equipaggiarono uno squadrone, più altri 4 con i Sabre, uno con 4 Camberra B.52, uno di T-28D e uno di T-33A. Erano in ordine 17 F-5E e F, 12 A-37B e 15 Cessna 310, con molti piloti in addestramento negli USA, ma solo una parte venne consegnata. Il resto degli F-5 divenne parte di un reparto di aggressors dell'USAF. In seguito nel '77 il 4° ebbe i MiG-17. Quanto ai Camberra, erano indicati sia come B.2 che come B.52; la ragione è che questi aerei, comprati nel '68, erano B.2 ex-RAF ricondizionati. Non è chiarissimo il loro destino: pare che uno sia stato distrutto per un incidente e un altro gravemente danneggiato, uno volato via con un disertore nel '74 e l'ultimo distrutto dagli attacchi aerei somali nel '77. Ma vi sono diverse versioni sulla sorte di questa minoscola forza di bombardieri.

 

Ma la prova peggiore che l'Etiopia dovette affrontare era un altro lascito del colonialismo. Gli Italiani avevano occupato l'Eritrea fin dal 1882, dandogli così una storia diversa rispetto alla gente degli altopiani. I britannici occuparono il territorio nel '41, e già dopo la guerra vi furono delle rivolte contro il loro controllo. Così nel 1950-52, nonostante la coeva emergenza malese e quella coreana, c'erano 5 squadroni della RAF a cercare di fermare la guerriglia, sempre più aggressiva. Nel '52 l'ONU decise la federazione tra Etiopia e Eritrea, i britannici se ne andarono senza particolari rimpianti da quella terra arida e inospitale. Ma le cose non finirono bene. L'Etiopia era una federazione con 9 province e il distretto di Addis Abeba, ma di fatto era governata in maniera brutale e medioevale dall'imperatore Selassie. Nel '62 venne fatto un passo ulteriore, annettendo l'Eritrea. Il timore era che se questa diventava indipendente, l'Etiopia avrebbe perso l'accesso al Mar Rosso. Ma gli Eritrei in reazione organizzarono l'ELF, il Fronte di Liberazione Eritreo, costituito al Cairo e con sentimenti socialisti; questi ultimi causarono ulteriori divisioni, formando le Forze di liberazione eritree, o EPLF (nelle dizioni inglesi e quindi internazionali), supportata da Irak, Libia, Siria e al-Fatha, l'organizzazione della liberazione per la Palestina. Già alla fine degli anni '60 c'erano 22.000 guerriglieri di entrambe le organizzazioni in Eritrea, specie nelle zone di Tessenei, Bara e Keren, supportati dai Sauditi, Sudanesi e Kuwaitiani. Questi guerriglieri erano decisamente efficienti, causando agli sfortunati soldati di Selassie perdite già pesanti. Nel 1970 la guerriglia era diventata unificata nell'EPLF e forte a sufficienza per organizzare grosse operazioni di terra. I soldati etiopi subirono perdite terribili, con circa 1.000 vittime. Era una guerra vera, che causò la dichiarazione dello Stato d'Emergenza in Eritrea, spiegando lo squadrone di F-5A, quello di T-28D e almeno due Camberra ad Asmara. Iniziarono i bombardamenti sulle basi della guerriglia, con largo uso delle micidiali armi al napalm. A suo tempo, assieme agli F-86F, vennero forniti anche 6 T-28D Trojan per addestramento, ma presto impiegati dal 16° squadrone in azioni COIN fino a quando cessarono le operazioni nel 1980, all'epoca accompagnati anche da 2 F-5B e alcuni Cessna 301. In seguito l'unità ebbe L-39ZO e MiG-21. Naturalmente l'EPLF non rimase inerte di fronte a questi attacchi. Al 1974 dichiarava 7 aerei abbattuti dalla contraerea, più quelli distrutti per incidenti o per attacchi al suolo. Le poche forze aeree non servirono molto, se l'Asmara, 250.000 abitanti all'epoca e la seconda città etiope, quasi cadde in mano alla guerriglia nel gennaio 1975. Il 13 settembre venne attaccata anche la base americana di Kagnew, uccidendo 9 tra americani e soldati etiopi.

 
Mengistu, il nuovo 'uomo forte', al comando dell'Etiopia per quasi 20 anni, costantemente in guerra

Così non poteva andare avanti a lungo, e già il 12 settembre 1974 Selassie era stato deposto e imprigionato dai militari, tra i quali emerse Mengistu e la sua Dergue (comitato), retto da lui e da Atnafu Abate, resistendo ad un nuovo colpo di stato il 23 novembre successivo. Ma la situazione in Eritrea non era cambiata e il supporto popolare scemava già nel '76; mentre Selassie venne fucilato nel '75, per risolvere l'impasse gli Etiopi, rimasti praticamente soli di fronte alla virulenza dei guerriglieri eritrei e alla povertà del Paese, scelsero a quel punto (tramite l'organo direttivo, la Dergue appunto) la via del Marxismo, con la nazionalizzazione delle terre e la creazione del Partito Rivoluzionario Popolare e la Repubblica Democratica del Congo. VI furono però molte resistenze di fronte a questo cambiamento verso sinistra della rivoluzione, resistenze con battaglie metropolitane e supporto esterno da parte del Sudan, uno dei vecchi problemi dell'Etiopia. Ma la Dergue con i suoi 140 membri decise di supportare Mengistu. Vi fu un altro colpo di stato che vide quest'ultimo diventare il solo leader, deponendo il presidente nominale Bante. Castro approvò questa mossa del 3 febbraio, Mengistu diventù anche il leader dell'EPRP dovendo però lottare contro un gruppo Marxista chiamato MEISON, fino alla vittoria definitiva di Mengistu nel '77. Nel maggio Mengistu siglò 13 accordi di cooperazione con i Sovietici.

Ma mentre tornava via Tripoli, ricevette una brutta notizia: la Somalia di Siad Barre aveva invaso l'Eritrea. Gli Etiopi avevano chiesto aiuto agli americani, ma senza grossi risultati, anzi Carter accusò il regime militare etiope di violazioni dei diritti umani. Anche per questo l'Etiopia divenne poco alla volta filo-sovietica. Nel frattempo, nel '75 l'EPLF arrivava ad oltre 30.000 guerriglieri, capaci di operare anche oltre il confine con l'Etiopia. Anche perché nel frattempo vi era stata un'ulteriore sollevazione popolare nel Tigrai contro il governo centrale, guidata dal Fronte Rivoluzionario democratico popolare o EPDRF.

I successi dei guerriglieri continuavano: il 31 gennaio l'EPLF catturò Om Hajer, sul confine eritreo con il Sudan; poi Tessenej (12 aprile), Agordat e Barentu entro l'agosto. Oramai c'era un vero e proprio stato nel nord dell'Eritrea difeso da armi pesanti, 12.000 soldati grossomodo regolari e 28.000 guerriglieri. Fu a quel punto che i Somali conquistarono la provincia dell'Ogaden. E siccome Mengistu non riusciva a sconfiggere i guerriglieri con 80.000 soldati in Eritrea, figurarsi se avrebbe potuto combattere anche contro i Somali, all'epoca uno stato agguerrito. Così chiedere l'aiuto sovietico e cubano fu più che necessario, vitale. L'Etiopia non poteva permettersi altre armi perché sull'orlo della bancarotta se non oltre. Con Castro venne studiato un piano per mandare soldati cubani in Etiopia mentre i sovietici si occupavano della fornitura di armi. I Sovietici furono molto interessati a fornirle, se gli Etiopi gli facevano usare le basi, specie quele navali. Così si verificò il caso piuttosto raro anche se non del tutto fuori dalla logica della politica, che i Sovietici continuarono per un certo periodo a fornire di armi sia la Somalia che l'Etiopia, fino al 13 novembre, quando i 6.000 istruttori sovietici della Somalia vennero avvisati di fare le valigie, anche dal loro prezioso uso del porto di Berbera. I Sovietici intervennero in molti modi. Tra questi, 16 Mi-24A che debuttarono contro i Somali, 48 MiG-21, MiG-23, 200 e passa corazzati. I Cubani aggiunsero 2.000 istruttori, di fatto impersonando il ruolo della forza aerea Etiope. La meno nota di queste azioni fu però la presenza sovietica al largo delle coste eritree; le navi sovietiche aprirono il fuoco contro i guerriglieri che cercavano di conquistarle, approfittando dell'impegno maggiore contro i Somali e la guerriglia filo-somala presente a Sud. Così, la battaglia convenzionale rese possibile distruggere l'avanzata somala e i guerriglieri correlati, con una schiacciante vittoria convenzionale. Nel mentre, l'aviazione iniziò anche a colpire le cittadine eritree con bombe, per lo più al napalm.

La Somalia e la guerra dell'Ogaden[2]

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L'Etiopia è terra povera e poco conosciuta, eppure la sua storia millenaria è molto lunga e interessante. Anche nel settore militare, come si vedrà. Ma prima, deviamo nella vicina Somalia, perché la sua storia si è incrociata pesantemente con la vicina.

La storia prese una diversa piega allorché il 15 ottobre 1969 a Mogadiscio si ebbe un colpo di stato che seguì l'assassinio del presidente in carica. Sciolto il parlamento (l'Assemblea nazionale) venne formato un Consiglio supremo rivoluzionario e i partiti e la costituzione messi a tacere, con l'arresto anche del primo ministro.

Al potere giunse, grossomodo in contemporanea con Gheddafi, tale Siad Barre, che come i leader libico si proclamò un anti-imperialista e colonialista. Qui la situazione era però più grave, perché c'erano oltre 1 milione di somali che vivevano in altre nazioni contigue, tra cui Djibuti (non ancora noto con quel nome, all'epoca era il Territorio francese degli Afar e Issa), Kenya ed Etiopia. La Somalia divenne una nazione non allineata, ma di fatto anti-occidentale e filo-comunista. Questo non gli impedirà di avere anche riguardi per la vecchia nazione colonizzatrice, l'Italia, che tra l'altro gli fornì parecchie armi, sia usate che nuove. Tra queste, qualche G.222 e parecchi carri M47 e blindo. In ogni caso, Barre aveva dichiarato il suo regime come democratico e repubblicano, ma la realtà era diversa: un'altra dittatura di stile stalinista. L'appoggio sovietico venne chiesto subito e in cambio venne concesso l'uso dei porti somali come basi navali.

La Somalia aveva avuto un'aviazione nata con l'aiuto italiano nei primi anni '60, quando il territorio era ancora in amministrazione italiana. I primi aerei erano 8 P-51, tenuti in servizio fino al '68 nel Corpo di Sicurezza della Somalia. Di questi caccia non resta praticamente nessuna testimonianza. Con l'aiuto dei sovietici e un prestito di 35 milioni di dollari venne creato un esercito di 20.000 soldati e presto arrivarono 40 MiG-17 e 15 UTI, 3 trasporti leggeri An-24 e tre piccoli An-2, mentre la difesa aerea era affidata alle armi automatiche e anche ad alcuni missili SA-2. Vari campi d'aviazione vennero costruiti o ricostrutiti come Mogadiscio, Hargeisa, Baidoa. Inoltre vennero forniti 150 corazzati, più cannoni di vario tipo. Ad un certo punto l'esercito era di 13.000 uomini in 9 battaglioni meccanizzati con 700 uomini l'uno e vari BTR-40, 50 e 152; 4 battaglioni carri con i T-34, 2 artiglieria (armi da 76 e 122 mm) e uno cmmando. La difesa era costituita da due battaglioni di flak pesante con armi da 100 mm radar-guidate, e 3 con armi leggere da 14,5 e 37 mm. Non era poco, ma non c'era molta manutenzione per i mezzi più sofisticati e così l'efficienza era ridotta. Questo accadeva ancora nel '67, prima del colpo di stato, quindi la Somalia era già pesantemente 'sovietica' quanto ad armamenti. Nel '74, quando oramai c'erano molti consiglieri sovietici, cominciarono a giungere una forza di circa 40 MiG-21MF e UM e fino a 10 Il-28, nonché vari Mi-8. Eppure, tutto quello che l'aviazione riusciva a mantenere in efficienza era, attorno al '77, circa 30 MiG-21, una decina di MiG-17 e qualche Mi-8, perlopiù attorno a Mogadiscio e Hargheisa. C'erano anche dei Mi-4, ma rimasero in servizio per poco tempo. Del resto con appena 1.750 uomini il SAC (Corpo aereo somalo) non poteva davvero fare di più. C'erano anche 3 C-47, un C-45 e 3 P-148 italiani. Fu più facile superare i limiti dell'esercito, con i 4 battaglioni corazzati rinforzati come anche 4 unità meccanizzate. In questo modo vennero create 4 brigate meccanizzate, tra l'altro equipaggiate anche con alcuni Centurion britannici, come anche i nuovi BTR-60. Oltre ad un battaglione carri e uno meccanizzato, c'erano anche un battaglione artiglieria da 122 mm (artiglieria) e lanciarazzi BM-21.

Queste unità divennero l'orgoglio dell'Esercito, ma non mancarono anche 12 motosiluranti dall'Egitto, il Sudan provvide un addestramento con i suoi consiglieri militari; l'addestramento veniva curato dall'URSS, Cina, Egitto, Italia e vari altri Paesi arabi. L'assistenza militare occidentale continuò fino al 1970, anche da parte di USA, Italia e Germania. Ma l'importanza della Somalia, terra povera e bruciata dal sole, non era particolarmente apprezzata, malgrado la sua posizione strategica, fino a che nel 1968 vennero scoperti dei depositi di uranio da parte di geologi americani. Questi depositi erano niente di meno che i più grandi del mondo. Chi si ricorda attualmente, che fu proprio quella scoperta che contribuì ad aumentare la richiesta di combustibile nucleare.

L'Etiopia era la più antica delle nazioni africane indipendenti, nonostante l'occupazione italiana per alcuni anni. All'epoca si chiamava Yaityopya Nigusa Nagast Manguist (Empire of Ethiopia), ed era erede di una tradizione di oltre 1.000 anni di regno, nonostante la minaccia continua degli arabi; anche in tempi moderni, con l'Egitto che negli anni '60 era un serio contendente per le acque del 'Nilo blu'. L'Etiopia aveva sofferto di prima persona il fallimento della Lega delle Nazioni nel bloccare l'aggressione fascista, e se ne ricordava bene nel sostenere il principio della Sicurezza collettiva caro alle Nazioni Unite, tanto da partecipare alla guerra di Corea nel 1951-53 e poi nel 1960-64 per il Congo. Lo stesso QG dell'Organizzazione dell'Unità Africana era ad Addis Abeba. L'Etiopia aveva potuto sopravvivere con la sua cultura cristiana arcaica (copta) tra nazioni animiste e soprattutto, musulmane. In tempi moderni arrivarono 300 soldati americani come istrutturi ed esperti di intelligence (qui vicino ad Asmara), giunti già nel 1942 costruendo lì la più grande stazione radio-ricevente in HF del mondo. Negli anni successivi l'assistenza americana continuò tanto che nel 1970 c'erano già stati 25.000 uomini addestrati direttamente negli USA e dopo l'ottobre di quell'anno si rinforzò ancora di più la collaborazione per addestrare totalmente l'esercito da 40.000 uomini delle forze militari etiopi. Ma governare l'Etiopia non era facile, con circa 40 gruppi tribali di cui gli Amhara e Tigreani erano il 40% della popolazione. Ma le persone che vivevano nelle coste erano oramai prevalentemente islamiche o islamizzate. Alla fine l'evidente sbilanciamento di ricchezze e di potere nelle mani degli Amhara causò rivolte e problemi, e l'Imperatore reagì accentrando il potere nelle sue mani. Nel 1960 vi fu un tentato golpe e in generale la situazione, con una terra immensa e arretrata sottoposta a differenti livelli di modernizzazione e di attrito con le proprie millennarie tradizioni. Per giunta ci si mise l'appoggio esterno egiziano ai musulmani d'Etiopia

Quindi i problemi erano oramai addensati attorno al Corno d'Africa. Due nazioni di opposti 'schieramenti', povere e influenzate dall'attività estera. Quanto agli Etiopi, la loro Forza aerea imperiale era costituita da soli 3.000 effettivi, con uno squadrone di Camberra B.Mk 52, 4 comprati nel 1968 e due superstiti nel 1977 ai tempi dell'Ogaden, solo per essere distrutti al suolo dai primi attacchi somali. Per il resto c'erano uno squadrone con 10 F-5A e 2 B, consegnati da USA (dal '66) e anche dall'Iran (dal '72); 12 F-86 erano stati consegnati inizialmente più altri provenienti dall'Iran dal 1970, uno squadrone COIN con 8 T-28A e 8 Saab 17, uno da attacco leggero e addestramento con 8-12 T-33A. Molto consistenti, come ci si poteva attendere dalla conformazione del territorio, circa 50 trasporti in due squadroni con 22 C-47 e 54, C-119, più 15 Saab 91 con uno squadrone e almeno 3 SA.316 Alouette di un uno squadrone di elicotteri. Le basi: Debre Zeit, Bishoftu, Jijiga, e Harar, più altre minori come Agordat e Gondar. In seguito vi sarebbero stati sviluppi interessanti: per esempio, nel 1985 alcuni F-5A vennero restituiti all'Iran. Nel frattempo c'erano 8 F-5E consegnati nel '75, più altri 9 e 3 F-5F sottoposti ad embargo. Questi sarebbero diventati poi famosi perché ebbero come destino d'essere impiegati in un'unità Aggressor dell'USN. Forse li abbiamo visti sullo schermo nella parte dei temibili MiG-28 nella pellicola 'Top Gun'.

A tutti gli effetti, l'Etiopia precedette per tanti aspetti l'Iran nelle sue vicissitudini. Selassie I era un imperatore sempre più impopolare e dopo la difficoltà di organizzare la repressione dei guerriglieri in Eritrea, avvenne un colpo di stato il 12 settembre 1974. Superstite di mille disavventure e dell'invasione degli italiani (in quella che è considerata largamente come la più 'fascista' delle guerre di Mussolini), Selassie finì i suoi giorni circa un anno dopo, giustiziato dal nuovo regime assieme ad alcuni dei suoi supporter. La confusione fu grande sotto il cielo d'Etiopia, povera e grande terra in un angolo di mondo dimenticato. Era una terra non solo povera, ma anche con una grande percentuale di persone analfabete. Non un buon inizio da cui sviluppare una nazione moderna. Per cercare di darsi un'idea su come procedere (abbattuto il tiranno, non si sapeva cosa fare, in buona sostanza), si formarono varie fazioni, ma soprattutto venne formato la Dergue o Derg, il Comitato, retto da due maggiori, Mengistu Haile Mariam e Atnafu Abate. Era questa coppia di diarchi che organizzò anche al colpo di stato del 23 novembre 1974 che costò il potere e la vita del gen. Amdom.

I problemi potevano però continuavano con l'insurrezione in Eritrea, oramai dai primi anni '60 richiedente il dispiegamento di unità dell'esercito. C'erano mezzo milione di musulmani che vivevano nella Provincia dell'Ogaden, che era pretesa dalla Somalia e questo causò parecchi scontri di confine, accentuati dai movimenti dei pastori nomadi. I Somali appoggiarono gli irredentisti, come anche quelli di Djibuti nel '69 e nei primi anni '70 vi fu, nonostante un trattato di definizione dei confini, il finanziamento del WSLF, il movimento di rivolta nell'Ogaden su base etnica, della minoranza somala. Nella primavera del '77, Barre volle dare un colpo in pieno a regime etiope, cercando di occupare l'Ogaden fino ad appena 160 km da Addis Abeba: circa un terzo dell'Etiopia tutta.

Questa era davvero malmessa in quel periodo, con una rivoluzione che oramai non era più popolare. Tanto erano disperati, i Dergue abbracciarono il Marxismo a loro volta, con la nazionalizzazione della terra e commissari politici per sensibilizzare le masse, mentre veniva stabilito un Partito dei Lavoratori, l'EPRP così come la Repubblica Democratica Popolare. Questo provocò altre lotte, specie nel nord del Paese, dove c'era l'appoggio sudanese. Dopo che il gruppo dei Dergue appoggiò Mengistu, alla fine, il 3 febbraio 1977 Bante venne deposto dopo un altro sanguinoso colpo di stato e a quel punto, come è naturale nella dinamica delle dittature, 'ne rimase uno solo', il signore dell'Etiopia. O di quel che ne restava, tra carestia e lotte interne. Castro si congratulò con il nuovo dittatore assoluto già il giorno dopo. Non senza contrasto, da parte del MEISON, dei marxisti di educazione francese, che tuttavia venne sconfitto nella guerriglia urbana per le strade di Addis Abeba nella metà del '77. Poi Mengistu visitò Mosca e siglò 13 accordi di cooperazione. Ma prima che il primo carico di armi venisse consegnato da parte sovietica la situazione precipitò. Il WSLF invase nel maggio il territorio con 3.000-6.000 uomini partendo dalla Somalia, in una pianificata operazione di assalto al territorio etiope. Obiettivo, schiantare l'economia etiope con il blocco della sola ferrovia, che collegava la capitale con Djibuti, attaccando treni e distruggendo ponti, guarnigioni. Specialmente la 5a Brigata della 4a divisione.

Poi un'escalation: il 13 luglio le brigate corazzate somale attaccarono direttamente, e supportate dall'aviazione tattica con i MiG-21MF volati da piloti soprattutto Siriani e Irakeni. Questi attaccarono anche l'EtAF nei suoi aeroporti, abbattendo anche un DC-3. Il 17 luglio cadde Gode e i Somali distrussero 8 aerei al suolo. Non è chiaro se i Mi-8, pochi disponibili, siano stati usati anche oltre il confine, mentre erano certamente utilizzati dentro i confini somali nelle retrovie.


Sebbene la situazione dell'aviazione etiope fosse piuttosto critica, non pare sia vero che vi siano state forti purghe nei suoi ranghi durante il periodo 1974-77, a parte alcuni alti ufficiali. Sembra anche qui la riproduzione in piccolo, oltre che l'anticipazione, di quello che sarebbe successo tra Irak e Iran. Anche i rapporti con gli USA non andarono totalmente a cessare dopo il colpo del '74. E nel '75 vi furono altri accordi con il Pentagono per la fornitura di 15 F-5E e 3 F, più 12 A-37B e velivoli minori. Solo 8 F-5E vennero consegnati prima dell'azione di forza finale di Mengistu che venne interrotto ogni rapporto. Gli ultimi 6 F-5E vennero invece mandati al 3th TFW per gli 'aggressors' di Clark AFB, nelle Filippine.

Ora l'aviazione era da sola, e dovette arrangiarsi in tutti i modi. In particolare si misero sotto contratto dei piloti israeliani e si rimisero in servizio i vecchi F-5A. E così il 16 luglio due F-5 erano ufficialmente 'in addestramento di pattuglia' vicino ad Harer, quando videro 4 MiG-21MF somali. Li attaccarono subito e a sorpresa, ne abbatterono due, mentre gli altri due aerei si scontrarono tra di loro per evitare un missile AIM-9B. Comunque, ufficialmente, non vennero coinvolti piloti israeliani. Gli Etiopi cercarono di mettere in efficienza tutti gli F-5A, E e F-86 disponibili, con tanto di DACT tra di loro, per simulare MiG-17 e 21.

Successivamente i caccia F-5A vennero usati soprattutto per attacchi d'interdizione, mentre gli F-86 per l'appoggio aerotattico e gli F-5E, gli unici armati con missili per il combattimento aereo. Non sarebbe stato facile con circa 50 MiG somali dall'altra parte della frontiera. E i Somali continuavano l'avanzata con tanto di offensive aeree, colpendo aeroporti e forze di terra e supportando le WSLF con una brigata corazzata armata di Centurion, carri che dall'altra parte dovevano confrontarsi con i piccoli M-24. Il 9 agosto Mengistu dovette ammettere di aver perso il controllo dell'Ogaden. Ma questo non era la fine, solo l'inizio. Mentre il 13 settembre cadeva Jijiga, con gli ultimi carri M-24 efficienti, gli Etiopi dichiaravano di avere abbattuto 23 aerei di cui 10 in combattimento aria-aria. Tra gli aerei abbattuti figuravano altri due persi contro gli F-5, ma soprattutto due colpiti da missili SAM l'11 agosto. Erano stati dei nuovi arrivi, i missili sovietici SA-3. Mentre la SAC somala era ridotta a circa 10 caccia efficienti tra MiG-17 e 21, Cubani e Sovietici erano in movimento. Anche perché ce n'era bisogno, dato che anche gli Etiopi, che si dimostrarono meglio addestrati e con tattiche migliori rispetto ai Somali, persero almeno due F-5A solo considerando le azioni d'attacco sui centri logistici somali, un DC-3 abbattuto da un SA-7 e i due Camberra danneggiati dalla contraerea e poi, pare (ma le informazioni non sono ben chiare) distrutti dai caccia somali al suolo. Ancora successi per i Somali con la cattura il 29 settembre del passo di Gara Marda e l'assedio di Harer con tanto della sua 3a Divisione.

A quel punto successe che la marxista Somalia si ritrovò non solo contro la marxista Etiopia, ma anche Cuba e URSS. Cuba voleva supportare la rivoluzione della gente Etiope; i sovietici erano stati cacciati (circa 6.000) dalla Somalia quando si seppe che erano intenzionati a supportare la difesa etiope, e si limitarono a fornire armi in cambio dell'uso delle basi e porti etiopi.

In poche settimane era tutto cambiato, ma gli effetti erano ancora di là da venire. Se non vi fosse stata una certa stanchezza da entrambe le parti, l'Etiopia non avrebbe avuto scampo. Anzi, di fatto era già sconfitta, senza controllo sull'Ogaden. Il 25 novembre gli aerei da trasporto sovietici iniziarono un ponte aereo con non meno di 225 velivoli facenti la spola tra Tashkent, Baghdad, Aden, Masawa e infine Addis Abeba. Erano An-12, 22, Il-18 e 76; trasportavano BM-21, BRDM, cannoni fino al 180 mm, rifornimenti di ogni genere e persino carri T-55 e 62.

Ma soprattutto si dimostrarono micidiali i BM-21, che con la loro potenza di fuoco tennero lontano i somali dall'ottenere altri successi prima della stagione delle piogge. Non fu un caso che furono proprio questi sistemi d'artiglieria che vennero portati per primi in scena, cambiando le cose come avrebbero fatto anche in Angola, nella difesa di Luanda dai guerriglieri e dalle truppe dello Zaire. I sovietici fecero un tale capolavoro di efficienza, che per due settimane atterrò un aereo in media ogni 20 minuti ad Addis Abeba, 24 ore su 24. Questo significa oltre 1.000 missioni di trasporto per un totale di diverse migliaia di tonnellate di materiale. Del resto non c'erano altri modi: le coste erano tagliate fuori, in Egitto i sovietici non c'erano più e così restava solo il costoso, ma efficace ponte aereo. In tutta questa dimostrazione di forza vennero anche scaricati 48 MiG-21 bis e MiG-23BN e vari elicotteri: 10 Mi-6, vari Mi-8 e per la prima volta, 6 Mi-24A. Arrivarono anche 120 T-55 e 100 BTR-50, praticamente una divisione meccanizzata 'volante', 6.000 fanti meccanizzati cubani e 300 istruttori del Patto di Varsavia.

I MiG-21, ora apparsi, e nel tipo più moderno, anche in Etiopia ebbero poi servizio nel 1 e secondo squadrone, rispettivamente con aerei ex-cubani e ex-sovietici, ma inizialmente queste unità vennero controllate da personale cubano. I piloti etiopi continuarono a preferire gli F-5, più agili a bassa quota per via delle loro ali, anche se certo meno prestanti come caccia d'alta quota.

A quel punto i Somali avrebbero dovuto capire che non era più tempo di indugiare, ma piuttosto che ritirarsi dopo una onorevole vittoria e contro un avversario troppo forte, preferirono avanzare più velocemente per approfittare delle cattive condizioni meteo che costringevano l'aviazione etiope al suolo, attaccando Harer e anche Alem Maya; ma proprio nell'occasione se la videro con diverse batterie di BM-21 manovrati dai cubani, che spazzarono via gli sventurati fanti e guerriglieri somali. Dopo che entrambe le parti si trincerarono, la situazione si stabilizzò. Ma nonostante che i Somali avessero un certo aiuto da parte americana e egiziana, a quel punto l'unica cosa che avrebbero dovuto fare era ritirarsi. Non lo fecero e all'inizio del 1978 ricominciarono le azioni dell'EtAF e dei suoi alleati. Era l'8 gennaio, quando F-5A, MiG-21 e 23 attaccarono le postazioni somale e la base di Hargeisa; poi sopraggiunse una divisione etiope rinforzata da unità cubane e comandata dal generale sovietico Petrov. Le postazioni somale vennero colpite da aerei, artiglieria e poi sommerse da 120 carri T-T-55 e T-62, così che una delle brigate dell'esercito venne travolta e purtroppo le perdite arrivarono a qualcosa come 3.000 soldati uccisi.

I Somali si ritirarono a Jijiga e Dible per evitare l'accerchiamento e la presa da parte nemica del nodo stradale che altrimenti li avrebbe tagliati fuori dalla logistica di Hargheisa. La ritirata divenne una rotta con Etiopi e Cubani che li inseguivano fino al confine somalo. Le tre brigate di Barre, o quello che ne restava, erano adesso in un pericolo mortale. I Francesi dislocarono la portaerei Clemenceau davanti a Djibouti per evitare che la situazione coinvolgesse anche la loro colonia.


Le cose si evolvevano con una certa lentezza, ma per l'inizio di febbraio gli attacchi aerei etiopici avevano colpito gran parte delle armi pesanti e le forze di terra cubane e di Mengistu avevano colpito quanto restava. Con 11.000 cubani presenti, di cui 8.000 in due brigate meccanizzate (e 500 come istruttori), la situazione per Addis Abeba era molto più confortevole di qualche mese prima, anche se Castro voleva trattenerle da eventuali avventure d'invasione in Somalia, ma solo per liberare l'Ogaden. Il 9 febbraio la Somalia continuò ad insistere nell'impresa oramai improbabile di tenere l'Ogaden, o forse di impedire invasioni, proclamando lo stato d'Emergenza. C'erano bombardamenti su Hargheisa, sia pure svolti da parte dei pochi F-5A piuttosto che MiG, e molti rifugiati della minoranza somala provenienti dall'Ogaden.

La resa dei conti definitiva avvenne il 5 marzo, con l'offensiva di Petrov contro i resti di due brigate somale e i guerriglieri del WSLF, tutti concentrati a Jijiga. I cubani stupirono il mondo, almeno quello che era al corrente dei fatti che stavano avvenendo in Etiopia: in poche ore, lanciarono almeno 140 sortite offensive con MiG-21, Mig-23 e Mi-24, con effetti anche peggiori che in passato. Le truppe etiopi avanzavano con la copertura di artiglieria e carri cubani verso uno scontro frontale con i Somali, ma era una finta. A quel punto Petrov lanciò un'ondata di elicotteri Mi-6 e 8 con paracadutisti e ben 70 ASU-57 e BRDM, il tutto atterrato dietro le linee nemiche. Dopo questo esempio di aeromobilità, i cubani attaccarono con un'altra brigata meccanizzata sui fianchi dello schieramento nemico. I Somali, nonostante tutto, combatterono fieramente, ma erano privi di supporto aereo, munizioni, quasi anche di corazzati. A quel punto, dopo la disfatta, Barre si arrese all'evidenza e annunciò il ritiro di tutti i Somali dall'Ogaden (oramai poca cosa). I Somali non se lo fecero ripetere: abbandonarono in disordine le posizioni e le armi, inseguiti dai carri cubani e dietro, da due divisioni etiopi. Entro una settimana l'Ogaden era stato ripreso in toto e le operazioni vennero concluse entro il 14 marzo.

Le operazioni del SAC somalo erano state aiutate anche da piloti pakistani, in particolare da uno squadrone di MiG-17 ad Hargheisa, ma l'unità soffrì di parecchie perdite e pochi risultati. In verità non è chiaro nemmeno se i pakistani fossero davvero presenti. In tutto il SAC, che sostenne gli ultimi combattimenti entro il mese di marzo, se non addirittura d'aprile, avrebbe abbattuto 3 MiG-21 etiopi, mentre gli Etiopi negarono che vi fossero israeliani ai comandi degli F-5 e si attribuirono l'abbattimento di 24 aerei.

Ma erano soprattutto le perdite a terra che causarono problemi definitivi ai Somali: finché si era trattato di perdere aerei tanto valeva, se le truppe al suolo continuavano ad avanzare (un po' come i Nordcoreani e gli Irakeni). Entro il 7 aprile, dopo la fine dell'inseguimento fino al confine, oltre 6.000 uomini erano stati perduti (non è chiaro se era il solo numero di uccisi, o c'erano anche i prigionieri). La guerra era finita, anche se vi fu un momento in cui si pensò anche ad entrare in Somalia. Ma non era per questo che si era mobilitato il mondo comunista. Nonostante vi fossero scontri di frontiera almeno fino al 1980, con guerriglieri del WSLF e soldati somali (spesso gli stessi guerriglieri erano soldati ed ufficiali somali di rincalzo). Tecnicamente, la dimenticata campagna dell'Ogaden fu spettacolare per la potenza della logistica che i Sovietici misero in campo, anticipando le operazioni in Afghanistan del '79; del resto l'URSS aveva 7 divisioni più varie unità minori aeroportate, quindi poteva e doveva dimostrare di avere capacità di trasporto aereo. Fu il primo eliassalto con tanto di corazzati. La NATO si preoccupò parecchio, credendo di avere l'esclusiva dell'aeromobilità. Anche il debutto dei Mi-24A fu positivo, anche se l'elicottero, nei climi caldi e ad alta quota, era piuttosto in debito di potenza. I combattimenti aerei furono nondimeno interessanti, soprattutto perché vennero preferiti gli F-5 ai MiG-21, ma del resto se le battaglie aeree si fossero portate a quote e prestazioni più elevate il giudizio sarebbe stato ben difficilmente lo stesso, specie con i MiG-21 bis. Quando si trattava di inseguire i Phantom americani (e anche iraniani) le prestazioni contavano. Tra gli strascichi di questa classica guerra tra poveri (anche se non erano soli), vi furono gli attacchi aerei sulle cittadine di confine tra Somalia e Etiopia, con l'abbattimento di un aereo etiope, che stavolta era un MiG-21, colpito vicino ad Hargheisa.


Ethiopian Air Force (EtAF), con i termini 'internazionali' delle sue unità di volo:

- No.1 FIS a Debre Zeit, prima con gli F-86F, poi MiG-21MF

- No.2 FIS a Debre Zeit, prima con gli F-86F, poi MiG-21MF

- No.3 FIS, Debre Zeit, F-86F, poi MiG-17

- No.4 FIS, Debre Zeit, F-86F poi 20 MiG-17F

- No.5 FBS, Debre Zeit, F-5A/E

- No.12 AS, Jijiga, 20 Mi-24A e Mi-35

- No.14 A&THS, Debre Zeit, 20 Mi-8

- No.16 TS, Debre Zeit, 1 one T-28, 3 Cessna 301, 2 F-5B

- No.?? TS/COIN Squadron Asmara IAP, 9 T-33A

- No.18 TS, Addis Ababa/Boti IAP, C-47, DC-4, DC-6, Saab 91C, C-119G/K


Ethiopian Army Aviation (EtAA) - Support Squadron, Addis Ababa Army Airfield, 3 DHC-6 (serials EA.61-EA.63), U-17B

- Helicopter Squadron, Addis Ababa Army Airfield,almeno UH-1Bs (serials EA.40 -EA.45)

La campagna d'Eritrea, 1978-91[3]

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Era il momento, o almeno lo sembrava, di regolare tutti i conti. Nella primavera del '78 Mengistu chiese una vittoria decisiva e Cubani e Etiopi si concentrarono in Eritrea, con qualcosa come 4 divisioni da 12.000 uomini l'una e oltre 300 carri. Sembrava facile, dopo il successo contro i Somali e in effetti gli Eritrei vennero parzialmente sbaragliati perdendo le conquiste fatte nel '77, causa la potenza di fuoco e l'aviazione nemica, mentre Massaua veniva liberata dall'assedio che durava da mesi, grazie alla conquista di Keren pochi giorni prima, il 27 novembre. Keren era già stata teatro di una lunga resistenza italiana contro i britannici nella primavera del '41 e si difendeva abbastanza bene data la geologia del posto, ma non resse alla pressione di un esercito forte, motivato, ben guidato dai cubani e rifornito dai sovietici.

Sembrava fatta, senonché l'azione offensiva guadagnò all'EPLF maggiore popolarità; come in Afghanistan, di fatto la resistenza popolare aumentò all'aumentare della pressione, causando un irrigidimento della difesa e un aumento delle forze dell'EPLF fino a 45.000 alla fine del '78. Così, quando gli Etiopi attaccarono nell'aeroa di Naqfa, a metà del '79, nonostante avessero schierato 40.000 soldati, le perdite salirono alle stelle. In un modo o in un altro fu possibile causare loro 6.000 perdite e l'operazione per la prima volta fu un fallimento, dopo quasi due anni di successi.

 

Seguiranno altre grandi operazioni. Nel 1982, ad aprile, venne messa in campo un'offensiva chiamata 'Stella Rossa', colpendo Naqfa e Helhal con una quantità impressionante di armi, incluse bombe incendiarie al napalm e al fosforo. Ma il risultato fu destabilizzante per gli Etiopi: la guerriglia interna all'Etiopia attaccò le basi logistiche mentre l'Ogaden veniva scosso da un'altra rivolta. L'operazione era in effetti enorme, con una forza impiegata di forse 140.000 soldati, ma gli Eritrei stimarono di avere inflitto agli attaccanti 100.000 perdite! A parte dichiarazioni che avrebbero poco senso (sarebbe stata la rotta definitiva dell'Esercito etiope), le perdite cominciarono ad aumentare anche contro gli aerei, grazie alla presenza di missili SA-7. Con questi venne abbattuto tra l'altro un An-26 a L'Asmara già il 14 gennaio 1982.

Questi missili, per quanto di limitata efficacia, erano pur sempre pericolosi. Ma ci vollero anni per colpire duro l'aviazione etiope. Il 15 gennaio 1984 un An-12 venne abbattuto vicino a Tessenei e il 16 aprile toccò ad un MiG-23BN, forse il primo dopo tutti quegli anni di guerra, ad essere distrutto, da parte di cannoni a.a. nella zona di Nafqa. Ma non era così che si sarebbe potuto fermare l'aviazione e allora si programmarono attacchi al suolo. Il rischio era grande, ma i guerriglieri si decisero a correrlo. Si radunarono nella notte tra il 20 e il 21 maggio 1984 vicino alla base de l'Asmara e cominciarono i bombardamenti. Il risultato fu che sulla grande base etiope vennero distrutti ben 16 MIG-21 e 23, 2 An-26, 2 Il-38 sovietici da pattugliamento marittimo, altri 4 aerei non noti e 6 Mi-8 e 24. Questo fu un colpo durissimo e per non cedere di schianto fu necessario comprare altri materiali per rinforzare la propria aviazione. Ma come pagarli, con un'economia in rovina e debiti accumulati con Mosca? Una soluzione parziale fu quella di vendere gli ultimi F-5A ed E all'Iran, che a suo tempo ne aveva dati (modello A) al 'collega' imperatore Selassie. Vennero richiesti molti soldi, circa 95 mln di dollari, ma gli iraniani risultarono inorriditi dallo stato miserevole in cui trovarono questi aerei, tanto che si rifiutarono di comprarli, fino a che, visto che ad entrambi serviva la vendita (chi per riarmarsi, chi per fare cassa e poi riarmarsi) si scese a circa 30 mln di dollari. Così fu possibile per Mosca, a sua volta non certo in floride condizioni economiche, mandare altri MiG-21 e 23BN. Ma non fu sufficiente nemmeno questo: il 14 gennaio 1986 i ribelli eritrei replicarono l'attacco, dichiarando la distruzione di almeno 42 velivoli nella solita base di Asmara. Qualunque sia stato il totale delle perdite reali, resta il fatto che l'Aviazione etiope ebbe bisogno di oltre un anno per recuperarsi dal colpo subito.

L'EtAF aveva ricevuto diversi MiG-23 a partire dal 1983 con gli squadroni 3 e 4 onde rimpiazzare gli obsoleti Sabre e i MiG-17. Come aereo fondamentale (sebbene meno numeroso dei MiG-21) dell'aviazione, il Flogger eseguì migliaia di missioni durante gli anni contro le sfuggenti forze della guerriglia eritrea. Ma sembrava tutto inutile. Le grandi offensive etiopi si concludevano con la cattura di piccole città e magari di una linea di comunicazione per il Mar Rosso, ma, specie durante la stagione delle piogge, la guerriglia era lesta a ritornare e a riprendere il maltolto. A quel punto per Mengistu era davvero un problema andare avanti con la sua campagna, ma come fermarsi? Anche all'interno aveva da affrontare il'EPDRF e altri gruppi di opposizione, per cui non poteva fare molto in nessun caso. L'opposizione interna all'Etiopia cooperava con gli eritrei, questi a loro volta con nazioni estere. Il governo centrale si indeboliva mentre la guerriglia si rafforzava. La cattura di forti quantità di armi nella zona di Naqfa, nel 1988, non fece altro che spostare ancora gli equilibri. Nel 1989 l'Operazione Theodoros' messa in atto dalla resistenza interna e dagli Eritrei portò alla sconfitta di varie unità militari e alla cattura di Mekelle, che era la capitale della provincia del Tigrai. I Cubani c'erano ancora, ma non pare fossero più tanto risoluti nella loro azione. Il 30 settembre 1989, 9 mesi dopo quest'ultimo sviluppo, annuniciarono la loro partenza dal Paese e i sovietici cancellarono ulteriori forniture militari al morente regime di Addis Abeba, il cui esercito, privo dei supporti esteri, andò rapidamente allo sfascio. Così il nemico prevalse. E dire che i vecchi alleati degli Etiopi, gli Israeliani, si rifecero vivi con importanti forniture di armi. Israele era in discreti rapporti con l'Etiopia per varie ragioni, in particolare perché questa aveva acconsentito alla migrazione in Israele della minoranza ebrea del suo Paese, legato dai tempi biblici al popolo israeliano: 30.000 persone, salvate da fame e guerra tramite un ponte aereo. Così vennero forniti molti armamenti nei tardi anni '80, tra cui 100 T-55 ex-arabi, durante l'Operazione Falacha.

La decadenza continuava nonostante l'attività dei MiG-21, 23BN e Mi-25/35. La sconfitta che forse divenne un viaggio senza ritorno per quanto restava del regime, la mise a segno l'EPRDF, catturando il 15 maggio il QG della 3a Armata Etiope.

Mengistu capì che non c'era più niente da fare e il 21 maggio scappò in Zimbawe dopo avere istituito un governo provvisorio per gestire la 'transizione'. La sua presidenza, indubbiamente sanguinaria e poco 'democratica', fu altrettanto indubbiamente funestata da problemi che si ritrovò in eredità senza una sua colpa personale; soprattutto, l'irrisolta questione Eritrea. Il 28 maggio l'EPRDF entrò ad Addis Abeba, 65 anni dopo gli Italiani di Mussolini. Nel frattempo basi aeree importanti, come Debre Zelt, erano già nelle loro mani. Ma non senza difficoltà, perché gli aerei etiopi continuarono ad attaccare i ribelli tentando di sostenere per quanto possibile l'esercito contro i ribelli, più per salvarne le unità che per sconfiggere il nemico; era normale volare anche 3 missioni al giorno con aerei oramai malandati e probabilmente nemmeno in condizioni di volo. Ma alla fine cedettero anche gli aviatori, tanto che almeno 22 aerei scapparono all'estero, per lo più a Djibouti; tra questi 1 L-39ZO, 3 MiG-23BN e un paio di grossi An-12, seguiti da 7 Mi-8, 2 Alouette e 3 Mi-35 Hind. Lo sfascio per un'arma potente ma sofisticata come l'Aviazione è, in queste circostanze, inevitabile. C'erano rimasti ben pochi aerei malamente efficienti tra quelli rimasti in patria, i superstiti di 10 An-12, 36 MiG-23BN, dozzine di MiG-21 e altri tipi minori. In seguito, il ritorno in patria degli altri aerei avrebbe aiutato a ricostituire l'aviazione, ma mai con la stessa efficacia degli anni migliori.


La seconda guerra tra Etiopia ed Eritrea[4]

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Per riprendere la situazione in maniera pacifica, l'ONU indisse un referendum nel 1991 e l'Etiopia dovette ritirarsi dall'Eritrea, che dichiarò l'indipendenza ufficialmente il 24 maggio del 1993. La capitale era Asmara, prima un'importante base aerea etiope. Ma la politica non risolse tutti i problemi lasciati da venti anni di guerra; quel che è peggio, oltre ai profughi, c'era anche la carestia e la fame da combattere, il tutto assai trascurato dalla comunità internazionale, piuttosto preoccupata, invece, della Somalia. Il fatto che in mano eritrea restavano i porti del Mar Rosso aiutò a riprendersi un po', ma l'ostilità con gli Etiopi restava. Ora i due movimenti di resistenza anti-Mengistu erano al governo e non si accordarono sulla questione dei confini. Anche qui c'era di mezzo l'eredità colonialista europea: l'accordo del 1903 tra Italia e Menelik II non venne riconosciuto dagli Etiopi, che avevano il grande problema di dover pagare dazio agli Eritrei per far transitare le loro povere esportazioni e importazioni verso il Mar Rosso. Questo comportava un rischio altissimo di strangolamento per Addis Abeba, che al contempo era, come risorse umane, più forte. Ricominciare a ricostruire le proprie F.A. divenne quasi naturale, nonostante la povertà di entrambi i contendenti. L'Eritrea formò anche la sua ERAF con piloti addestrati sui vecchi aerei etiopici di Debre Zeit, ovvero SF-260TP e L-39ZO, già pronti nel 1993. Per i nuovi aerei vennero comprati i finlandesi Redigo, poi trasporti leggeri Y-12, sempre 4 come gli addestratori; vennero anche recuperati in buone condizionini 8 MiG-21, 9 T-33, 2 Mi-8 ma tutti, eccetto questi ultimi vennero a quanto pare ridati indietro all'Etiopia. Come caccia, vennero comprati nel 1996 6 MB.339FD armati, simili al modello C. Con questi venne formata la prima unità da combattimento dell'ERAF l'anno successivo. Diversi piloti ex-Etiopi presero parte alla nuova aviazione.

Gli Etiopi furono molto più lenti, dati i problemi accumulatisi, iniziando la riorganizzazione solo nel 1995 con la revisione (in Israele) di 15 MiG-21MF. Ma i soldi non bastarono per portarli allo standard Lancer, quello scelto dalla Romania. Nel '96 vennero richiesti anche la revisione di 12 MiG-23BN.

Nessuna delle due nazioni era davvero abile a sostenere una nuova guerra; ma quando il 28 novembre 1997 l'Eritrea introdusse come moneta nazionale il Nakfa, gli etiopi cominciarono a protestare veementemente e a boicottare i porti eritrei. L'inflazione fece un salto in avanti e la fame tornò ad essere un problema anche per l'Eritrea. Poi, il 12 maggio 1998 gli etiopi accusarono i vicini di occupare illegittimamente alcuni loro territori. L'Ethiopian Airlines cancellò la tratta A.Abeba-Asmara. Nuove battaglie iniziarono dal 31 maggio, inizialmente limitate, poi con il coinvolgimento di grosse unità che dal 3 giugno comportarono anche l'uso dell'artiglieria campale. A quel punto la situazione era bell'e compromessa: il 5 giugno, alle 9.45, 2 potenti MiG-23BN arrivarono su Asmara e distrussero o danneggiarono 2 hangar e un Boeing 727, uccidendo una persona e ferendone 5. Tuttavia la contraerea eritrea fu rapida nel reagire e uno dei MiG venne abbattuto con il pilota ucciso, nonostante la corazza protettiva dell'abitacolo. La cosa era grave e gli USA fecero evacuare i cittadini dal Paese (interessante, non con aerei americani ma con i rivali Airbus A300) già qualche ora dopo. Così iniziò un'altra guerra dimenticata, ma non per questo meno feroce. L'opinione pubblica era tuttavia ben poco informata, non essendo presenti truppe occidentali in giro. Gli Eritrei, nonostante avessero un'aviazione del tutto inferiore, attaccarono con due ondate Mekelle, ovvero la capitale della provincia del Tigray, usando bombe a grappolo e uccidendo 44 civili più 135 feriti. Il comandante della ERAF, Zin Hagdu esultò per il rateo di perdite relative, dichiarando 1:100. Il 6 giugno altri due MiG-21 attaccarono Asmara, ma uno vene abbattuto con un esperto pilota dell'aviazione a bordo fatto subito prigioniero, e l'altro venne danneggiato. Poi vi fu una tregua per lasciare che 1.500 stranieri abbandonassero Asmara con un ponte aereo che coinvolse anche un velivolo italiano.

Al confine, invece, l'azione continuava e gli Eritrei respinsero due offensive etiopi anche con l'aiuto degli MB.339, nelle zone di Badme e Tsorona. Uno dei preziosi Macchi venne però abbattuto il 6 giugno, vicino a Mekelle, anche se il pilota venne recuperato da un Mi-8. Seguì l'attacco etiope a Zalambessa, nella zona centrale del confine tra i due stati e ben fortificata. Sembrava fatta già il 9 giugno, ma un contrattacco sostenuto dai rimamenti MB.339 e i BM-21 da 122 mm ricacciò gli Etiopi km indietro. Gli MB-339 colpirono, il 10, anche un ospedale uccidendo 30 persone ad Erde; il 12 giugno vennero usati persino i Mi-8, che colpirono Adigrat volando a bassa quota con 4 bombe e causando gravi danni alla locale base dell'esercito, seguiti anche da attacchi di 4 MB-339 con razzi e CBU.

La 'marcia su Asmara' non ebbe quindi seguito e gli Etiopi dovettero arrendersi all'evidenza; il 14 giugno si decise di non attaccare altre città da entrambe le parti, e iniziarono trattative per rinegoziare i confini, con un nuovo accordo il 3 agosto successivo. Ma servì poi soprattutto per consentire alle opposte F.A. di rinforzarsi in vista del successivo 'round'.

Gli Etiopi avevano circa 10 volte gli aerei degli eritrei, ma non si poteva dire lo stesso dei piloti, insufficienti per tutti questi apparecchi; l'uso di così pochi aerei per gli attacchi strategici ne era un indicatore. Del resto l'aviazione etiope era rimasta in un limbo durato 4 anni, tra il 1991 e il 1995. Molti piloti vennero imprigionati sia dagli Eritrei che dagli Etiopi del nuovo regime.

I nuovi piloti erano poi di basso livello, con modeste selezioni per scremare gli aspiranti. primi 5 piloti vennero addestrati dai Russi, ma pare che uno disertò e un altro si dimostrò poco interessato al volo, tanto che venne rimosso dall'incarico. Ancora nel 1998 c'erano solo una ventina di piloti considerabili come 'pronti', ma tutte le infrastrutture erano decadenti e poco efficienti. L'EtAF era quindi uno spettro rispetto a quello che era anni prima. Si cominciò anche a cercare dei piloti mercenari e i Russi furono ben interessati a fornirli.

Fu la compagnia Rosvoorouzhenie che subito si interessò dell'argomento, data anche la caduta nel contempo dello Yemen del Sud, nel 1994. Gli Eritrei si preoccuparono tanto, che il presidente Afewerki minacciò di far fucilare qualunque pilota mercenario avessero catturato.

Questo però non impedì ad almeno 80 russi di arrivare in Etiopia con gli Il-76, e gram quantità di armi, ricambi e radar, mentre 10 MiG-23BN erano stati ottenuti dalla Romania aumentando la forza a un numero stimato di 18, più 10 MiG-21 e 30 in riserva per le parti di ricambio; a questo si aggiungevano 2 DH-6, 24 Hind, 22 Mi-8 e 6 An-12, più 4 C-130B forniti dagli USA per un costo di appena 11 milioni. Era già qualcosa, ma non abbastanza. Così si approfittò dei prezzi 'da saldo' russi per comprare 8 Su-27 (di cui 2 biposto UB) ex-VVS, per appena 150 mln di dollari; 4 elicotteri Mi-8T ex-Irakeni vennero comprati dagli unghersei e il tutto fornito con gli An-124. Uno dei Su-27 venne provato in volo si schiantò al suolo e venne prontamente rimpiazzato. Nel frattempo vennero approntate difese aeree, che peraltro abbatterono per sbaglio un L-39 con piloti etiopi e russi a bordo. Tramite il Ministero della Difesa Russo, non meno di 300 istruttori e ufficiali russi erano nel '99 in Etiopia e la stessa EtAF era sotto comando del generale russo Ivanovich.

Gli Eritrei erano incapaci di sostenere questa corsa al riarmo, ma non potevano nemmeno restare totalmente indietro e così nell'estate del '98 comprarono 8 MiG-29A e due UB, sempre in Russia. Ma attenzione, il costo era di 25 milioni l'uno, maggiore di quello dei Su-27. Il primo venne consegnato il 14 dicembre ad Asmara. L'Ucraina appoggiò anche di più Asmara, tanto che durante un ponte aereo uno Il-76MD civile precipitò, il 17 luglio 1998.

C'erano problemi anche dentro la Rosvoorouzhenie, perché questa aveva personale russo e ucraino, con i primi che lavoravano per l'Etiopia e i secondi per l'Eritrea. Gli Eritrei ebbero anche 4 Mi-17 armati e un gruppo di piloti venne mandato in Ucraina per un corso veloce su come usare i nuovi velivoli da caccia e ad ala rotante.

Così, in questo modo rinforzate, le due parti si scontrarono ancora nel febbraio del 1999, ancora con una mancata vittoria a Zalambessa degli etiopi, a cui il 5 del mese risposero un paio di MB.339 attaccando un centro di rifornimento di carburante 48 km dentro il confine. Su Badme gli Etiopi impiegarono gli elicotteri cannoniera, mentre l'8 febbraio iniziarono altre offensive su Alitena e Zalambessa e altre località, ma senza una vittoria etiope decisiva. Il 14 febbraio un Mi-24 venne abbattuto; gli An-12B rispolverarono il loro vecchio ruolo di bombardieri di circostanza con attacchi notturni su Badme, con l'uso della loro rilevante capacità di carico per sganciare bombe. Poi gli Etiopi lanciarono 2 MiG-23BN ad Harsele e altri colpirono Assab; vi furono altre azioni il 21 e il 23, nonostante che vi fossero trattative in corso presiedute dall'Unione Africana.

A quel punto i caccia Eritrei vennero sperimentati in prima linea. Il loro compito era però difficile: abbattere i Su-27. Il 25 febbraio 4 MiG-29 attaccarono due Su-27 a Badme. I Sukhoi erano volati da mercenari russi esperti (malgrado il numero di ore di volo ridotto durante gli anni '90) e non solo si accorsero della minaccia mortale che gli incombeva, ma evitarono l'attacco con missili R-27 a medio raggio. Poi ricambiarono, sparando salve di missili contro i MiG-29, ma anche qui senza successo. I MiG dovettero però scappare e i Sukhoi li inseguirono, abbattendo il MiG volato dal vecchio capo della ERAF, Zion Hagdu, di cui non si sa il destino. Quest'azione, potenzialmente mortale, venne rovinata dalla scarsa efficacia dei missili R-27 o dall'efficienza dei sistemi RWR che li scoprirono in tempo, dando modo ai piloti di intraprendere manovre evasive, forse uscendo dal loro raggio d'azione. Il risultato fu ovviamente molto deludente per gli Eritrei, che persero uno dei loro preziosi MiG. Appena 24 ore dopo, un Su-27 pilotato da una donna, tale cap. Aster Tolossa, scortava diversi MiG-21 impegnati in un attacco. Scoprì un MiG-29UB eritreo e cercò di costringerlo a rientrare assieme,come preda (l'aereo non aveva armi). Quest'aereo era pilotato dal vecchio istruttore della 'pilotessa', ma rifiutò di seguirla a Dabre Zeit. Lei gli sparò almeno due missili, mancandolo, poi lo finì con una raffica da 30 mm. Non è chiaro se il pilota si salvò o meno, ma l'episodio è stato documentato persino da un reportage fotografico. In ogni caso non è certo che davvero vi fosse tale pilota-donna ai comandi, anche se così era stato riferito.

 
L'Asmara

Mentre si stava discutendo in sede diplomatica e al tempo stesso si combatteva ai confini, il 18 marzo 1999 gli Eritrei catturarono un Mi-35 con i due mercenari russi e 8 miliziani del Tigri, dopo che si era perso ed atterrato dietro le linee nemiche per errore (non avendo evidentemente GPS o GLONASS a bordo). Non si sa che ne fu dell'equipaggio, ma l'elicottero rimase nell'ERAF. Un altro scontro avvenne tra Su-27 e MiG-29, ancora con il lancio di diversi AAM (nessuna delle due parti sorprese l'altra, ancora una volta), e pare che un paio di MiG vennero abbattuti. Nel frattempo fino a 8 aerei da caccia etiopi e 3 elicotteri vennero persi per azione nemica o per incidenti. Gli Eritrei dichiararono abbattimenti di MiG-23 e Mi-35 fino al 14 giugno almeno, poi vi fu un notevole cambiamento.

Nel frattempo gli Eritrei tentavano di comprare almeno 4 MiG-29 di rimpiazzo e anche Su-25, sia in Russia che in Georgia e Moldavia. Dopo un'altra tregua, il 4 maggio 2000 i dialoghi di pace vennero dichiarati falliti per ragioni 'tecniche'. Fu allora che gli Etiopi lanciarono un altro attacco, l'ultimo, a Barentu. Vennero usati aerei di tutti i tipi, anche i Su-25 appena arrivati (uno dei quali dichiarato abbattuto il 15 maggio). Un Mi-35 venne abbattuto durante un attacco con 4 bombe da 250 kg, da una postazione ZU-23. La contraerea era in effetti spostata secondo la vecchia tattica di muoverla lungo le usuali rotte degli elicotteri e aerei nemici, cercando di sorprenderli e ottenendo spesso dei successi. I successi degli elicotteri etiopi in questo periodo, anche con il lancio di missili, hanno anche portato a ipotizzare la presenza di due Ka-50, ma pare che si sia trattato di un 'falso allarme'. Il 16 maggio, altra battaglia tra MiG e Sukhoi, anche qui con i secondi vittoriosi; un MiG venne abbattuto e un altro si schiantò all'atterraggio a causa dei danni subiti da un R-27, pare entrambi abbattuti (il primo con uno o due R-73) da un pilota etiope. Il 19 maggio i MIG-23BN colpirono ancora. Questi vecchi combattenti, in effetti i protagonisti del lungo e doloroso conflitto nel Corno d'Africa, stavolta colpirono Sawa, che pure era ben difesa, e nonostante la presenza dei pericolosi SA-6 causarono danni e non subirono perdite, nonostante si pensasse che quell'obiettivo non fosse attaccabile dell'EtAF per le sue forti difese. Il 20 maggio un sito SA-6 venne a sua volta distrutto a Mendefera; ma il 24 gli eritrei dichiararono 4 MiG abbattuti e altri due durante un attacco ad Adi Keyib.

Ma fu a terra che la battaglia risultò decisiva, con l'Operazione Westwind, attaccando e perforando le difese di Setit, poi avanzando a verso Barentu e poi muovendosi verso Areza. L'attacco, su di un fronte molto largo, non rivelò l'esatto obiettivo etiope e così riuscirono a tagliare i collegamenti di Zalambessa. Le operazioni non videro coinvolte le aviazioni, mentre a terra si usava di tutto, dagli assalti alla baionetta ai carri armati e lanciarazzi. Gli aerei etiopi si fecero vedere piuttosto sulla capitale Asmara. Anche la centrale di Hirgigo, vicino a Massaua, costruita con aiuti dell'Est e italiani, venne colpita dal solito paio di MIG-23BN, ma soprattutto e finalmente, gli etiopi catturarono quel giorno, il 28 maggio, Zalambessa. Ma anche peggiore fu la manovra verso Areza e Dekamhare, che minacciava di distruggere quasi tutto il settore difensivo centrale. I MiG-23BN, nel frattempo, attaccarono ancora Asmara e 4 di questi aerei distrussero la torre di controllo dell'aeroporto con i razzi, poi con le bombe cercarono di colpire gli aerei parcheggiati, mancandoli di poco. Un MiG-29 si lanciò all'inseguimento, ma nonostante la sua velocità non riuscì a raggiungerli. Nel frattempo i servizi aerei commerciali erano stati sospesi.

Gli Etiopi subirono una controffensiva eritrea per riprendere Zalambessa, mentre il 3 giugno iniziarono -nonostante le loro intenzioni di ritirarsi dai territori catturati- un'altra azione d'attacco contro Assab, alla fine però, dopo altre battaglie e controffensive, i mediatori internazionali -tra cui la Libia e l'EU- trovarono il modo di far cessare la guerra il 18 giugno. Anche se la tensione resta altissima, con l'intervento dell'ONU con i suoi peacekeepers. Le ostilità si sono spente al prezzo di 100.000 morti (considerando i soli militari, sennò si potrebbe arrivare anche a 150.000) e rendendo profughi circa un terzo degli eritrei. Nell'insieme una vittoria etiope, ma a che prezzo. La definizione dei confini, tra l'altro, vide tra le forze ONU l'uso dei P.166DL dell'AM per il servizio di aerofotogrammetria, in una delle pochissime missioni all'estero di questo tipo.

Tra le tante cose che in termini militari sono accadute in questo dimenticato angolo d'Africa (come del resto tanti altri, dall'Angola al Congo, al Sahara occidentale), c'è la dimostrazione di come nazioni poverissime possano mettere in atto guerre con materiali sofisticati e usare addirittura su entrambi i fronti caccia di ultima generazione. Una cosa che è stata sostanzialmente ignorata dagli occidentali, invece interessati a ingigantire la minaccia posta dallo strumento militare serbo, irakeno e coreano nello stesso tempo. Tant'é che anche la Rai diede notizia della guerra in atto ('con l'uso di armi ad alta tecnologia') solo con un piccolo servizio in un TG nazionale, al momento delle battaglie finali del 2000.

La guerra aerea è più facile da analizzare rispetto a quella terrestre, se non altro perché sono più facili da seguire i singoli atti tattici dei pochi reparti aerei, di una parte e dell'altra. I Su-27 si sono dimostrati superiori rispetto ai MiG-29 eritrei, e non hanno solo fatto pattuglie aeree, ma anche attacchi al suolo con razzi e bombe, e missioni di scorta ai MiG-23. Le vittorie aeree sono state ottenute per lo più in duelli manovrati con gli R-73, mentre i circa 24 R-27 tirati hanno ottenuto, pare, solo il danneggiamento di un MiG, poi fracassatosi in atterraggio. Probabilmente la spiegazione è che entrambe le parti conoscevano le possibilità delle armi nemiche e sono state ben attente ad evitarle, magari manovrando ed uscendo dal loro raggio utile; anche le difficoltà di mantenere efficienti i missili più sofisticati nei primitivi aeroporti disponibili deve avere giocato la sua parte.

Dopo quest'ultima guerra i Russi, che avevano appoggiato massicciamente gli Etiopi, hanno tuttavia abbandonato il Paese dopo circa 12 mesi, e ovviamente questo ha subito inciso massicciamente sull'efficienza dei Su-27, di cui non più della metà erano rimasti operativi, nonostante lo stabilimento israelo-russo Ethiopian Aircraft Industries di Debre Zeit (Costruito nel 1999).

Nel frattempo gli Eritrei hanno comprato, nell'estate del 2001, 4 MiG-29 e li hanno mantenuti anche grazie ad un piccolo numero di assistenti ucraini, rimasti nel Paese. Nel 2003 c'è stata poi una svolta: l'efficacia -malgrado l'alto costo- dei Su-27 hanno spinto nel 2003 ad ordinare 6 Su-27SK e uno o due UBK, basati poi ad Asmara, forse ex-ucraini. Gli Etiopi hanno ordinato altri 7 Su-27 del tipo SK, che si sono aggiunti ai Su-27S, nel 2002.


Ma oramai la situazione si è deteriorata ulteriormente. Anche nel morale, tanto che nel febbraio-marzo 2003 almeno 15 ufficiali etiopi sono scappati per via della repressione politica e sui diritti umani del suo governo. Uno, il tenente Daniel Negussie, era già stato pilota negli anni '80, scappato a Djibuti nel '91, ritornato anni dopo come privato cittadino e poi richiamato nel 1998 con l'aviazione e usato come capo del settore elicotteri da trasporto, tornando ancora in azione contro gli Eritrei. Il 14 febbraio 2003, mentre il mondo era catturato dall'escalation di tensione sull'Irak, partì per la Gran Bretagna per motivi di salute e lì rimase chiedendo asilo politico. Questo e altri casi sconcertarono l'Aviazione etiope e posero chi era rimasto sotto stretta osservazione, e talvolta imprigionati, tra cui l'ufficiale Mekonnen, comandante del 3° squadrone cacciabombardieri e che volò anche una missione in Somalia contro una base di un'organizzazione di Al Queida, usando i suoi MiG-23BN per l'attacco. Altri casi di diserzione vi sono stati in ottobre, mentre il governo del presidente Mile Zenawi ha di fatto ancora una volta azzerato l'EtAF come forza combattente per ragioni politiche. A questo si è aggiunto un caso di spionaggio a favore degli Eritrei del Fronte di Liberazione Oromo (un'organizzazione interna in territorio etiope).


Infine, la recente avventura militare in Somalia, mentre il fronte con l'Eritrea non è stato pacificato, ma solo stabilizzato. Gli Eritrei sono anche più malmessi degli Etiopi. Al fronte vi sono anche unità di donne, che nelle trincee sono costrette per mesi a subire anche le attenzioni poco richieste dei colleghi maschi.

Mentre qui il fronte è fermo, e apparentemente in pace, l'Etiopia si è fatta coinvolgere dalla 'guerra al Terrore'. Dato che la Somalia, dopo essere finita come Stato, è rimasta senza un governo per anni, qualche anno fa i Somali delle Coorti islamiche hanno preso il controllo della regione. Non era certo un governo capace di mettere d'accordo tutti, ma vi erano stati miglioramenti nelle condizioni della popolazione; tuttavia gli etiopi hanno attaccato la Somalia con le loro truppe di terra, mentre gli USA fornivano supporto (anche aereo), nel timore che le Coorti fossero una base importante per A.Q. La situazione inizialmente sembrava un successo completo. Presto sono iniziati gli attacchi della resistenza, che si era ritirata e dispersa, e ad un certo punto gli Etiopi si sono ritirati, lasciando la Somalia forse anche in peggior condizione di come era stata trovata, mentre sulle coste le popolazioni senza risorse si sono inventate la pirateria contro il ricco traffico mercantile del Mar Rosso.

EtAF, 2006

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Dopo il passato di forza era molto efficiente per gli standard africani, almeno fino al 1974, l'EtAF è decaduta in maniera progressiva, specie dopo il 1991.

Attualmente le dotazioni della Ye-Ityopia Ayer Heyl sono considerate (al 2006) le seguenti:

  • 8 (su 16 ordinati) Su-27S
  • 2 (2) Su-27US
  • 18 (56) MiG-23BN e UB
  • 10 (40??) MiG-21MF, R e Bis
  • 4 (5) MiG-21UM
  • ? (10) Su-25T
  • ? (7) F-5E
  • 5 (18) Mi-25
  • 3 (6) Mi-35
  • ? (15) MiG-17F
  • 7 (20) L-29ZO
  • ? (12) SF-260TP
  • ?(1) S.208M
  • ? (12) An-12VR
  • ?(1) An-26
  • ?(1) Yak-40
  • 6 (6) An-32
  • 1 (1) Tu-154
  • ? (2) C-130B
  • ? (1) DHC-5D
  • ? (2) Mi-2
  • ?(20) Mi-8 e 17
  • ? (2) Mi-14
  • ? (1) SA-330 Puma

L'Etiopian Army aveva 2 (3) DHC-6-600 Twin Otter, 1 Cessna 401 e non è chiaro quanti dei 13 UH-1H ordinati

La polizia, invece, aveva 1 (1) Reims F337E e i superstiti di 2 Do.28D-2[5]


Attualmente l'Etiopia ha un'età per il militare di 18 anni, personale teoricamente idoneo a prestare servizio (15-49) 14,568 mln di uomini e 14,482 mln di donne, effettivamente idonei stimati 8,072 mln e 7,902 rispettivamente. Ogni anno arrivano all'età militare 803.777 uomini e 801.798 donne, il personale effettivamente in armi è di 110.000 (44imo posto mondiale), le spese stimate sono 450 mln di dollari al 2007 o il 2,4% del PIL.


Governate dal Ministro della difesa, che presiede anche alle industrie legate a questo settore, attualmente si tratta di Siraj Fergessa. Attualmente le F.A. etiopi non solo sono coinvolte con il confronto contro l'Eritrea, ma si sono anche imbarcate nell'occupazione della Somalia, cacciandone parzialmente le coorti islamiche, e crescendo per l'occasione a circa 200.000 effettivi (nel 2002 erano anche più numerosi, circa 252 mila, come nell'ultima parte del regime Derg). Attualmente (e dai primi anni '90) i principali consiglieri militari comprendono nuovamente anche gli USA, ma solo una parte dell'equipaggiamento è di origine americana.

Le Forze di Sicurezza Nazionali sono costituite da Polizia, Aviazione, Forze di Terra e Milizia. Ora la Marina non esiste più, passata all'Eritrea, le forze navali etiopi nacquero nel 1955 e durarono come tali fino al 1991.


L'esercito, reduce da secoli di tradizione (tra cui la grande vittoria di Adua, che fu anche molto importante per ridurre i pregiudizi razziali della declamata 'superiorità bianca' sulle altre razze, molto in auge nel XIX secolo), a parte la sconfitta con l'Italia nella successiva guerra del '35-36, l'Etiopia ha anche combattuto in Corea, con un contingente che venne assegnato alla 7a IF americana e che nel tempo portò fino a 3.518 uomini in Corea, di cui 121 uccisi e 536 feriti. Tra le loro azioni quelle nella battaglia di Pork Chop Hill.

In seguito, mentre si cominciava la Rivoluzione, Selassie divise i settori militari etiopi in diversi comandi di cui ognuno aveva capacità di addestramento e equipaggiamento da differenti fornitori esteri, mentre vi era la Guardia Imperiale o 1a Divisione di 8.000 uomini, che proteggeva il potere centrale. Per il resto vi erano altre 3 divisioni, unità aerotrasportate, comunicazioni, genio, esercito territoriale (5.000) e la polizia (28.000). Con i Derg le cose cambiarono e gli aiuti arrivarono soprattutto da Cuba e URSS. La crescita dell'esercito fu notevole: 41.000 effettivi nel '74, 50.000 nel '77 (ai tempi della Guerra dell'Ogaden), 65.000 nel '79, e ben 230.000 nel 1991, che tuttavia non riuscirono ad impedire che Mengistu venisse destituito dal potere. I Cubani, a loro volta, erano ben 17.000 ai tempi dell'Ogaden, 12.000 nel '78, 3.000 nel 1984, fino a ritirarsi entro il 1989.

Al 1991 l'OrBAT era il seguente:

  • Prima Armata Rivoluzionaria (HQ ad Harar)
  • Seconda Armata Rivoluzionaria (Asmara)
  • Terza A.R. (Kombolcha)
  • Quarta A.R. (Nekemte)
  • Quinta A.R. (Gondar)

In tutto c'erano qualcosa come 1.200 carri T-54 e 55, 100 T-62 e anche 1.100 APC. Solo che la prontezza media di tali mezzi, a causa del ritiro dell'assistenza estera, era crollata ad appena il 30% del totale. Nondimeno, si trattava di un'armata impressionante per la regione. Le unità erano:

31 Divisioni di fanteria; 32 btg carri, 40 btg artiglieria, 12 btg a.a., 8 brigate commando.


Dopo l'inizio della 'Guerra al terrore' l'Etiopia si è schierata con gli USA e ha partecipato alla TF americana CJTF-HOA, appunto 'Corno d'Africa' di Djibouti e ha permesso la presenza di advisors americani a Camp Hurso, dove sono state anche addestrate unità di un btg etiope specializzato nella lotta antiterrorismo.

Attualmente l'Etiopia continua ad occupare la regione di Badme, per il cui possesso scoppiò contro l'Eritrea una feroce guerra negli ultimi anni '90. Questa causò a due delle nazioni più povere del continente, e non particolarmente popolate, un totale di perdite che si stima sia arrivato tra le decine di migliaia di morti e valori dell'ordine dei 100.000. L'Etiopia e l'Eritrea hanno quindi pagato un prezzo altissimo per quello che sarebbe stato poco più di uno scontro di confine, come ce ne sono molti, senza varie aggravanti, con due Stati nemici e che continuano a prepararsi alla guerra. L'Etiopia non ha rispettato le decisioni prese a livello internazionale e come l'Eritrea mantiene molti soldati ai confini. Di fatto le due nazioni sono ancora in conflitto, con un numero enorme di persone, anche donne, in prima linea, e gravi effetti per le loro già deboli economie.

Le forze di terra etiopi sono ancora per lo più equipaggiate con sistemi sovietici, per i quali vennero fatti debiti verso l'URSS per oltre 3,5 mld di dollari.


Esistono anche capacità industriali indigene, nate soprattutto con il regime Derg, per produrre anche armi e parti di rispetto, o fare manutenzioni.

Queste comprendono un totale di 8 complessi, che in lingua inglese sono noti come: Hibret Machine Tools Engineering Complex (armi leggere), Gafat Armament Engineering Complex , Homicho Ammunition Engineering Complex (armi c.c., granate ecc), Bishoftu Motorization Engineering Complex (revisione corazzati), Dejen Aviation Engineering Complex (revisione MiG-23), Nazareth Canvass and Garment Factory , Zuqualla Steel Rolling Mill , Branna Printing Enterprise.

Armamenti:

Mezzi corazzati: 250 T-54/55, 100 T-62, 50 T-72; 25 BMP-1, 110 M113, 10 BTR-152, 14 BTR-60, 250 BRDM-2

Armi leggere: AK-47, AK-103, G3, PK, DShK

Armi difesa aerea: ZSU-23-4, ZU-23-2, SA-3

Artiglierie: 2S1, M109, 2S19, D-30, M46


L'aviazione ha visto forse i suoi momenti migliori quando combatté contro la Somalia, nonostante lo stretto controllo politico del Derg (con commissari politici ai massimi livelli), e la trasformazione della forza aerea in un tipo 'reggimentale', in stile sovietico, questa combatté bene nella guerra dell'Ogaden. In quell'occasione pare che le perdite furono di 3 F-5, tutti per fuoco da terra, e un C-47 abbattuto da un MiG-17, mentre un Camberra fuggì in Somalia e un altro cadde dentro il proprio territorio, danneggiato dal fuoco somalo. Due piloti e l'equipaggio del C-47 vennero catturati, tra questi anche Legesse Teferra, che era accreditato di ben 6 vittorie contro i Somali, catturato dalla popolazione locale e consegnato al col. Adbullahi Yusuf, che comandava la regione dove cadde, e che poi divenne presidente della Somalia. L'altro pilota etiope, Kinadu, morì invece in prigionia.

Nel 1980 l'accademia locale venne chiusa e tutti i cadetti vennero mandati ad allenarsi in URSS. Tuttavia non ne rimasero molto soddisfatti e riaprirono i battenti dell'Accademia nel 1984 con gli SF260TP turboelica comprati dall'Italia e gli L-39 dalla Cecoslovacchia. Peraltro i Sovietici erano ostili a trasferire capacità tecniche all'Etiopia e volevano che tutte le maggiori riparazioni fossero fatte in URSS, il che ovviamente era più dispendioso per gli Etiopi, che certo non navigavano in floride acque in termini economici, con la guerra ai confini e dentro la loro stessa nazione. Fino a che anche i Sovietici si adeguarono alla situazione e costruirono un centro di manutenzione, peraltro poco attivo a causa del precipitare della situazione. In seguito, nel 1994 o nel '95 il progetto venne riavviato per manutenere soprattutto i MiG-23BN, anche se pare che sia attivo pienamente e formalmente solo dal 2004. L'EtAF fu il maggiore degli ostacoli dei ribelli verso il successo totale, ma alla fine degli anni '80 era oramai anch'essa in decadenza morale e materiale, con la conseguenza che i vertici dell'aviazione parteciparono al fallito Colpo di Stato del 1989. Il che ovviamente comportò che Mengistu decimò i ranghi degli ufficiali. Vi furono casi di piloti disertori nelle vicine nazioni, e a terra la situazione era anche peggiore. Oramai l'EPRDF stava vincendo, cosa ufficializzata nel 1991. Dopo la vittoria dell'EPRDF e la deportazione nei campi di prigionia di tutti i militari, anche quelli dell'aviazione, venne riorganizzato lo strumento militare etiope, cominciando da 50 ufficiali 'riabilitati' per uno stormo trasporti. Così ricominciò l'attività l'EtAF, altrimenti azzerata. Via via, questo servizio essenziale per una nazione moderna ricominciò a funzionare, dato che l'EPRDF sapeva bene l'importanza del 'potere aereo' avendolo sperimentato a sue spese per anni. E lo fece rinascere, cercando di controllarlo fino al livello di Alto Comando. La scuola d'Aviazione venne riaperta nel 1992 e i primi piloti vennero diplomati nel giugno 1995. Tuttavia non c'erano necessariamente buoni rapporti tra i 'vecchi' e i nuovi comandanti. Nel 1995 il governo dichiarò di volere un nuovo piano per la difesa nazionale, più piccola e con meno basi, ma più moderna. Dopo la guerra del 1998, i piani per l'aggiornamento dei vari velivoli in dotazione, come i MiG-23, vennero però riconsiderati, data l'impreparazione per il conflitto mostrata, specie nel coprire il settore Nord del fronte, dove l'esercito era poco presente e c'era più che altro una forza di miliziani. Alla fine, risultò vittoriosa nell'insieme di quella guerra di confine accaduta nel 1998-2000, specie l'implementazione dei Su-27 e Mi-35 fu di successo, così come i Su-25T con armi guidate venero usati efficacemente dentro il territorio eritreo per l'attacco di obiettivi importanti. In seguito vi furono riorganizzazioni e l'apertura del centro di manutenzione DAVEC, ma anche altri problemi con il personale, che causarono un'altra crisi non indifferente per l'efficienza dell'aviazione.


Inventario:

  • 21 MiG-21, 15-18 Su-27
  • 12 MiG-23BN/UM, 4 Su-25
  • vari An-2, 9 An-12, 2 An-26, An-32, 3 C-130, 1 DHC-5, 1 Yak-40
  • 4-5 SF-260TP e 14-17 L-39 Albatros
  • 8-10 Mi-6, 12 Mi-8, 2 Mi-14, 14 Mi-17, 15 Mi-24,3 Mi-35, 3-8 SA-316 Alouette III, 4 SA-330 Puma, 5 AB-204

L'Esercito ha anche 5 Bell 205 e 2 DHC-6.

Altri velivoli recentemente in servizio, ora radiati: 1 Aérospatiale SA 330 Puma 1 Antonov An-32 , 4 Cessna T-41 , 13 Douglas C-47 , 2 Douglas C-54 , 4 English Electric Canberra , 10 Fairchild C-119 , 2 Harbin Y-12 , 1 Ilyushin Il-14 , 2 Kamov Ka-50 , 16 Lockheed T-33 , 20 Mikoyan-Gurevich MiG-17 , 2 Mil Mi-2 , 8 North American F-86 , 30 North American T-28 , 26 Northrop F-5 , 6 Saab 91 Safir , 1 Tupolev Tu-154


Attualmente esistono anche forze ONU etiopi, per esempio in Liberia (UNMIL) dal 2003, che al 2007 aveva coinvolto circa 1.800 effettivi. Anche in Darfur sono presenti gli Etiopi (UNAMID).


Quanto alla Marina, essa esistette fino al 1991, quando l'Eritrea divenne indipendente. Con la fondazione della Marina e la base di Massaua pienamente operativa nel 1960, la Marina, indipendente pienamente dal 1958, seppure con QG ad Addis Abeba. Ebbe un Collegio Navale per 52 mesi di studi onde formare gli ufficiali, era ad Asmara, fondato nel '56. A Massaua nacque nel '57 un'altra scuola per sottufficiali, mentre si formò anche un'unità speciale sommozzatori e commando nella stessa località, verso la fine del decennio. Tra i consulenti, vi fu l'aiuto norvegese, britannico, e italiano.

La Marina non ebbe mai grandi pretese e operava con una flotta di navi d'attacco ex-americane, nonché pattugliatori europei. Venne però fornita anche la vecchia portaidrovolanti americana USS Orca, poi diventata ETHIOPIA A-01, usata come nave addestrativa. Diventata una 'marina comunista' dal '74, venne privata della qualifica di 'Imperiale' mentre l'URSS, a Leningrado, addestrava ufficiali che poi tornavano ad addestrarsi a Massawa per un totale di 7 anni. Vennero fornite varie navi sovietiche, incluse le solite 'Osa' missilistiche, 8 in tutto, ma nel 1991 c'erano anche due fregate, sei pattugliatori, 2 mezzi anfibi, 2 navi addestramento, incluse le vecchie navi occidentali. Le navi etiopi scapparono nel maggio 1991, 10 andarono in Yemen e altre in Arabia, per scappare alla fine del regime di Mengistu. Così finì la Marina Etiope. Per un certo periodo si pensò che si potesse far operare ancora, basata su porti esteri, o in Eritrea (Assab), magari con una doppia proprietà etiope-eritrea, ma l'Eritrea non risultò d'accordo con questa possibilità. La maggior parte delle navi etiopi vennero restituite all'Eritrea o demolite, oppure ancora, nel caso della nave ETHIOPIA, divennero parte della Marina yemenita. Il 16 settembre 1996 vennero messe in vendita le ultime navi a Djibuti, di cui 4 vennero comprate dall'Eritrea, tra cui una OSA II e tre navi pattuglia veloci.

Eritrea

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Nata come nazione dopo l'indipendenza dei primi anni '90, attualmente ha 1,785 mln di uomini tra i 15 e i 49 anni, di cui 1,117 mln adatti al servizio, 202.000 soldati attivi, spese per il 6,3% del PIL. Nel 2001 le spese militari pro-capite erano le più alte del mondo e la nazione, nonostante l'accesso al mare, è molto povera. Il suo porto principale, Massawa o Massaua, era già usato nel XVI secolo dagli Ottomani, l'Eritrea divenne colonia italiana nel 1890 dopo l'apertura del Canale di Suez. Da qui e dalla Somalia passarono all'attacco dell'Etiopia, poi vi furono i crescenti attriti con l'Etiopia e l'indipendenza, che vide il 3% della popolazione (110.000 effettivi) in armi verso la fine della guerra. Per quanto piccola, l'Eritrea ha una forza di circa 45.000 persone e 250.000 di riserva, in aumento. Il servizio militare è esteso a tutti, uomini e donne, per 18 mesi, di cui sei di addestramento base, in base alla Costituzione dell'Eritrea del 1995. Vi sono 9 gruppi etnici con circa metà della popolazione cristiana e il resto musulmana. L'addestramento militare è a Sawa e Kiloma, il primo dei due è responsabile anche dell'ultimo anno della loro istruzione secondaria. Dopo il militare obbligatorio, è possibile fare domanda per diventare professionista. Il salario dei coscritti è basso, 10 dollari a mese, anche se sale a 33 dopo il primo anno di servizio. Al momento l'Eritrea porta molte truppe sono al confine. Pare che vi siano decine di migliaia di soldati, con una spesa in proporzione maggiore rispetto agli etiopi che schierano altrettante forze. Tra le trincee le donne sono per giunta costrette spesso a subire violenze sessuali da parte degli uomini, come riportato da alcune fonti giornalistiche.

Le F.A. Eritree sono divise in aviazione, marina ed esercito, il comandante in capo è il presidente dell'Eritrea.

L'Esercito è la più grande delle tre. Discende dal movimento di Liberazione EPLF, una forza abile a competere contro gli sforzi congiunti etiopi, russi e cubani, e vincere grosse battaglie come ad Afabet nel 1988 Massawa nel 1990. Non era facile che un movimento di guerriglia diventasse capace di affrontare su campo aperto i loro nemici 'istituzionali', ma loro ci riuscirono.

Le forze dell'esercito sono suddivise in : Army Division, almeno 1 divisione; divisione, almeno 4 brigate, brigata almeno 3 btg, battaglione almeno 4 compagnie, compagnia almeno 2 plotoni.

Equipaggiamenti: 280 T-54 e 55, T-62; BMP-1, BTR-60, BRDM-2, artiglierie D-44 da 85 mm, 2S1 (circa 20) da 122 mm, BM-21, D-30, M-46, 2S19; armi AK-47, PK, RPG ecc.

L'Aviazione è attiva dal 1994, attualmente al comando del Magg Gen Teklai Habteselassie, ha QG ad Asmara. Ha ottenuto recentemente parecchi rinforzi, prima gli MB-339C, poi i MiG-29, e recentemente i Su-27, come i rivali etiopi, comprati nel 2003, mentre 8 Su-25 erano stati ordinati nel 2000.

Totale:

  • 4 MiG-29A e 6 UB
  • 2 Mi-8 e 1 Mi-17
  • 6 Mi-24D e 4 Mi-35
  • 4 Su-25
  • 8 Su-27SK e UB
  • 6 M-290 Redigo L-90TP
  • 2 MB-339C
  • 1Harbin Y-12
  • 2 An-12
  • 1 IAI Astra

L'Eritrea ha anche una piccola marina, che sorveglia 1.100 km di costa ed è l'erede della vecchia Marina Etiope. Essa ha attualmente solo alcuni pattugliatori Super Dvora Mk II e 5 motocannoniere missilistiche Osa II. Essa nacque già durante la guerra d'Indipendenza, quando, basata in Sudan e sotto la guida dell'EPLF, attaccava Massawa affondando diverse navi da guerra Etiopi. Attualmente è comandata dal Maggiore Gen. Hummed Ahmed Karikare e QG a Massaua. Ha un rapporto di collaborazione con il Pakistan.


  1. Cooper, Tom: I Ethiopian-Eritrean War, 1952-1991, Acig articles
  2. Cooper, Tom: Ogaden war, Acig articles
  3. Cooper, Tom: I Ethiopian-Eritrean War, 1952-1991, Acig articles
  4. Tom Cooper & Jonathan Kyz, II Ethiopian Eritrean War, 1998 - 2000, Acig Journal
  5. A&D Giu 2006
  6. dati da wiki.en