Ridere per ridere/Definizione

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Due uomini che ridono (Doppio autoritratto), di Hans von Aachen (1574)

Cos'è l'umorismo?

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  Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Umorismo.

La Treccani definisce così l'umorismo:"La facoltà, la capacità e il fatto stesso di percepire, esprimere e rappresentare gli aspetti più curiosi, incongruenti e comunque divertenti della realtà che possono suscitare il riso e il sorriso, con umana partecipazione, comprensione e simpatia (e non per solo divertimento e piacere intellettuale o per aspro risentimento morale, che sono i caratteri specifici, rispettivamente, della comicità, dell’arguzia e della satira)". Procede poi, nella sua parte enciclopedica, come segue:

« Fondamentale nell’umorismo è il senso della coesistenza più o meno pacifica dei contrari in tutte le cose umane, per cui si viene a scoprire il comico nel tragico e nel solenne, e il tragico e il solenne nel comico, la saggezza nella follia e viceversa. Di qui la sua natura eminentemente sociale, la vasta simpatia umana, l’affettuosa indulgenza; l’u. esclude la beffa, divertimento antisociale, nonché la satira, che implica una posizione nettamente ostile, e rifugge dall’oscenità. Molière crea Tartuffe, figura satirica di commedia intellettuale, per nulla umoristica; C. Dickens crea Pickwick, tipico personaggio umoristico, figura in parte grottesca, in parte aureolata dalla simpatia del suo creatore, e che rispecchia in sé una borghesia proba e pedestre. Sebbene motivi umoristici e temperamenti dotati di u. si trovino fin dall’antichità classica (si pensi a Luciano e a Orazio), e capolavori di u. siano le figure di Don Chisciotte e di Falstaff, nonché molte pagine di L. Ariosto, storicamente, come atteggiamento letterario e sociale, l’u. trovò il clima ideale nella civiltà borghese, con i suoi ideali antieroici di quieto vivere, di affettuosa intimità, di gaia e civile compagnia. E infatti il periodico inglese che segna l’avvento della coscienza borghese, lo Spectator di J. Addison, si può dire che inauguri l’u. con il personaggio di sir Roger de Coverley, la cui bizzarria è dipinta con i colori della simpatia. La tenerezza di cuore e la volubilità del sentimento, con i continui passaggi dalle lacrime al sorriso, sono tratti caratteristici di L. Sterne, umorista nel senso più pieno della parola. E l’u. è la nota principale di eclettici come C. Lamb (i cui Essays of Elia sono uno dei più grandi classici dell’u.), T. de Quincey, T.L. Peacock. La sentimentalità e il riserbo dell’età vittoriana dovevano fare del humour una delle forme preferite nella vita e nella letteratura: si pensi a Dickens, ad A. Trollope, a L. Carroll e al suo Alice’s adventures in Wonderland, al re dei giornali umoristici, il Punch (fondato nel 1841). Ma anche in seguito, sia pure in forme diverse, l’u. ha continuato a essere un tratto caratteristico della letteratura inglese (G.B. Shaw, G.K. Chesterton, E. Waugh, P.G. Wodehouse). La sentimentalità è anche la nota dominante del capolavoro dell’u. americano, Huckleberry Finn di M. Twain. Al di fuori del mondo anglosassone l’u. assume manifestazioni differenti: per l’Italia, si ricordano il Manzoni di Don Abbondio e di tante umane riflessioni, il Giusti di Sant’Ambrogio, L. Pirandello, A. Campanile, C. Zavattini, I. Calvino. All’u. si possono ricondurre anche opere di autori contemporanei come B. Hrabal o T. Pynchon. Un posto a parte occupa la tradizione dell’u. yiddish, indagato da M. Ovadia, e a cui hanno attinto i Fratelli Marx e W. Allen nel cinema. Questo (con C. Chaplin, R. Clair, W. Disney, J. Tati ecc.) rappresenta uno dei due generi nei quali l’u. ha colto alcuni dei suoi risultati più notevoli nel 20° sec.; l’altro è il fumetto (con Yellow Kid, Li’l Abner, Charlie Brown ecc.). »

È evidente da queste definizioni che l'umorismo è un termine ampio che si riferisce a tutto ciò che le persone dicono o fanno che venga percepito come divertente e tende a far ridere gli altri, come anche i processi mentali che contribuiscono sia alla creazione che alla percezione di uno stimolo così divertente, e anche la risposta affettiva coinvolta nel goderne.

Da un punto di vista psicologico, il processo dell'umorismo può essere suddiviso in quattro componenti essenziali: (1) un contesto sociale, (2) un processo cognitivo-percettivo, (3) una reazione emotiva e (4) l'espressione vocale-comportamentale della risata.

Il contesto sociale dell'umorismo

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L'umorismo è fondamentalmente un fenomeno sociale. Ridiamo e scherziamo molto più frequentemente quando siamo con altre persone che quando siamo da soli (R. A. Martin & Kuiper, 1999; Provine & Fischer, 1989). Le persone occasionalmente ridono quando sono sole, ad esempio mentre guardano uno spettacolo comico in televisione, leggono un libro divertente o ricordano un'esperienza personale spassosa. Tuttavia, questi casi di risata possono solitamente essere visti come di natura "pseudo-sociale", perché si sta ancora rispondendo ai personaggi del programma televisivo o all'autore del libro, o rivivendo nella memoria un evento che ha coinvolto altre persone.

L'umorismo può (e spesso accade di) verificarsi praticamente in qualsiasi situazione sociale. Può verificarsi tra coniugi che convivono da cinquant'anni o tra sconosciuti in attesa alla fermata dell'autobus. Può aver luogo nella conversazione di un gruppo di amici intimi seduti casualmente attorno al tavolo di un bar, o nelle interazioni di un gruppo di uomini d'affari che partecipano a trattative formali. Può essere utilizzato da oratori pubblici, come politici o leader religiosi, che si rivolgono a un vasto pubblico sia di persona che tramite i media.

Il contesto sociale dell'umorismo è quello del gioco. In effetti, l'umorismo è essenzialmente un modo con cui le persone interagiscono con fare giocoso. Come ho già notato, la ricerca sul riso negli scimpanzé e in altre scimmie indica che la risata ha origine nel gioco sociale (van Hooff & Preuschoft, 2003). Negli esseri umani, la nostra capacità di creare umorismo per divertirci a vicenda e suscitare risate sembra essersi evoluta come mezzo per fornirci ampie opportunità di gioco. Il gioco sembra svolgere importanti funzioni sociali, emotive e cognitive (Bateson, 2005). In effetti, tutti i mammiferi si dedicano al gioco da giovani, ma, a differenza della maggior parte degli altri animali, gli esseri umani continuano a giocare per tutta la vita, in particolare attraverso l'umorismo.

Quando si dedicano al gioco, le persone assumono un atteggiamento non serio nei confronti delle cose che dicono o fanno, e svolgono queste attività per il proprio interesse, per il gusto di farlo, piuttosto che aver in mente un obiettivo più importante. Lo psicologo Michael Apter (1991) ha definito lo stato d'animo giocoso associato all'umorismo "paratelic mode", che distingue dalla modalità telica (dal greco telos, τέλος = obiettivo) più seria e finalizzata. Secondo Apter, nel corso di una giornata tipo passiamo spesso dallo stato d'animo serio a quello giocoso e viceversa. La modalità di funzionamento umoristica e giocosa può verificarsi per brevi momenti o per lunghi periodi di tempo. In un incontro di lavoro, ad esempio, qualcuno può fare una battuta umoristica che fa ridere il gruppo e fa entrare per un breve momento lo stato d'animo giocoso paratelico, prima di riprendere la modalità telica più seria del discorso. In contesti più informali, quando le persone si sentono rilassate e disinibite, possono impegnarsi in narrazioni giocose e divertenti e scambiarsi battute per diverse ore alla volta.

Processi cognitivo-percettivi nell'umorismo

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Oltre a manifestarsi in un contesto sociale, l'umorismo è caratterizzato da particolari tipi di cognizioni. Per produrre umorismo, un individuo ha bisogno di elaborare mentalmente le informazioni provenienti dall'ambiente o dalla memoria, giocando con idee, parole o azioni in modo creativo, e generando così un'espressione verbale spiritosa o un'azione nonverbale comica che viene percepita dagli altri come divertente. Nella ricezione dell'umorismo, assorbiamo informazioni (qualcosa che qualcuno dice o fa, o qualcosa che leggiamo) attraverso i nostri occhi e le nostre orecchie, elaboriamo il significato di queste informazioni e le valutiamo come non serie, giocose e divertenti.

Quali sono le caratteristiche di uno stimolo che ce lo fanno percepire come divertente? Come vedremo nei prossimi due Capitoli, questa questione è stata per secoli oggetto di numerosi dibattiti e ricerche tra gli studiosi (cfr. anche Roeckelein, 2002). La maggior parte dei ricercatori concorderebbe, tuttavia, sul fatto che l'umorismo implica un'idea, un'immagine, un testo o un evento che è in un certo senso incongruo, strano, insolito, inaspettato, sorprendente o fuori dall’ordinario. Inoltre, deve esserci qualche aspetto che ci induca a valutare lo stimolo come non serio o non importante, mettendoci almeno temporaneamente in uno stato d'animo giocoso. Pertanto, l'essenza dell'umorismo sembra essere l'incongruenza, l'imprevisto e la giocosità, che i teorici dell'evoluzione Matthew Gervais e David Wilson (2005) chiamavano “nonserious social incongruity”. Questa costellazione di elementi cognitivi sembra caratterizzare tutte le forme di umorismo, comprese le barzellette, le prese in giro e le battute spiritose, tipi di umorismo non intenzionali come i lapsus divertenti o la proverbiale persona che scivola sulla buccia di banana, i giochi di cucù che provocano risate e i giochi con capriole dei bambini, e persino l'umorismo degli scimpanzé e dei gorilla (Wyer e Collins, 1992).

Arthur Koestler (1964) coniò il termine bisociation per riferirsi al processo mentale coinvolto nella percezione dell'incongruenza umoristica. Secondo Koestler, la bisociazione si verifica quando una situazione, un evento o un'idea vengono percepiti simultaneamente dalla prospettiva di due quadri di riferimento autocoerenti ma normalmente non correlati e persino incompatibili. Così, un unico evento "is made to vibrate simultaneously on two different wavelengths, as it were" (p. 35). Un semplice esempio è un gioco di parole, in cui due diversi significati di una parola o frase vengono riuniti simultaneamente (ad esempio: Two cannibals are eating a clown. One says to the other, "Does this taste funny to you?"). Secondo Koestler, questo stesso processo è alla base di tutti i tipi di umorismo.

Michael Apter (1982) ha utilizzato il concetto di synergy per descrivere questo processo cognitivo, in cui due immagini o concezioni contraddittorie dello stesso oggetto vengono mantenute contemporaneamente nella mente. Nello stato paratelico ludico, secondo Apter, le sinergie sono piacevoli ed emotivamente stimolanti, producendo la piacevole sensazione di far oscillare i propri pensieri avanti e indietro tra due interpretazioni incompatibili di un concetto. Pertanto, nell'umorismo, manipoliamo giocosamente idee e attività in modo che siano simultaneamente percepite in modi opposti, come reali e non reali, importanti e banali, minacciose e sicure. Come vedremo nei Capitoli successivi, gran parte della discussione teorica e della ricerca nella psicologia dell'umorismo si è concentrata sull'esplorazione più dettagliata dei processi cognitivi alla base della percezione e dell'apprezzamento dell'umorismo.

Aspetti emotivi dell'umorismo

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La nostra risposta all'umorismo non è solo intellettuale. La percezione dell'umorismo evoca invariabilmente anche una piacevole reazione emotiva, almeno in una certa misura. Studi psicologici hanno dimostrato che l'esposizione a stimoli umoristici produce un aumento dell'affetto e dell'umore positivi (Szabo, 2003). La natura emotiva dell'umorismo è chiaramente dimostrata anche da recenti ricerche di imaging cerebrale che dimostrano che l'esposizione a cartoni animati umoristici attiva la ben nota rete di ricompensa nel sistema limbico del cervello (Mobbs et al., 2003). Quanto più divertente viene valutato un determinato cartone animato (o fumetto) da un partecipante, tanto più fortemente vengono attivate queste parti del cervello. Da altre ricerche, sappiamo che questi stessi circuiti cerebrali sono alla base di stati emotivi piacevoli associati a una varietà di attività piacevoli tra cui mangiare, ascoltare musica rilassante, attività sessuale e persino l'ingestione di farmaci che alterano l'umore. Questo spiega perché l'umorismo è così piacevole e perché le persone fanno di tutto per sperimentarlo il più spesso possibile: ogni volta che ridiamo di qualcosa di divertente, stiamo sperimentando uno sballo emotivo che è radicato nella biochimica del nostro cervello.

Si può quindi sostenere che l'umorismo è essenzialmente un'emozione suscitata dai particolari tipi di processi cognitivi discussi nella Sezione precedente. Proprio come altre emozioni tipo la gioia, la gelosia o la paura, si verificano in risposta a tipi specifici di valutazioni dell'ambiente fisico e sociale (Lazarus, 1991), così l'umorismo comprende una risposta emotiva suscitata da un particolare insieme di valutazioni, vale a dire la percezione che un evento o una situazione sono incongruamente divertenti o esilaranti. L'emozione piacevole associata all'umorismo, che è familiare a tutti noi, è una sensazione unica di benessere che viene descritta con termini come divertimento, allegria, ilarità, gaiezza e buonumore (appunto). È strettamente correlato alla gioia e contiene un elemento di esultanza e un sentimento di invincibilità, un senso di espansione del sé che il filosofo inglese del diciassettesimo secolo Thomas Hobbes chiamava "sudden glory".

Sorprendentemente, sebbene sia un sentimento familiare a tutti, gli studiosi non hanno ancora trovato un termine tecnico concordato per denotare questa particolare emozione. I ricercatori hanno termini specifici per denotare emozioni come gioia, amore, paura, ansia, depressione e così via, ma non esiste un nome comune per l'emozione suscitata dall'umorismo. Ciò perché è così strettamente allineato con la risata che, fino a poco tempo fa, teorici e ricercatori tendevano a concentrarsi sul comportamento più ovvio del riso invece che sull'emozione che ne è alla base. Alcuni ricercatori hanno utilizzato le espressioni “humor appreciation” (ad esempio, Weisfeld, 1993) o “amusement” (ad esempio, Shiota et al., 2004) per denotare questa emozione, ma questi termini sembrano essere troppo cognitivi e non ne catturano pienamente la sua natura emotiva. Lo psicologo Willibald Ruch (1993) ha proposto la parola "exhilaration" (legata ilarità, dal latino hilaris = allegro) come termine tecnico per questa emozione. Sebbene exhilaration, nel suo significato inglese comune, contenga un senso di eccitazione oltre all'allegria, Ruch ha suggerito che questo uso del termine de-enfatizzerebbe la componente di eccitazione, sottolineando invece la qualità emotiva dell'allegria, del divertimento e della comicità. Tuttavia, questo termine non sembra aver preso piede tra i ricercatori, che probabilmente hanno difficoltà a eliminare la connotazione di eccitazione.

Per denotare questa emozione, abbiamo bisogno di un termine che sia chiaramente correlato all'emozione e sia associato all'umorismo e al riso, ma senza essere sinonimo di nessuno dei due, e che possa avere diverse intensità. A mio avviso, la parola "myrth" (allegria) funziona molto bene per questo scopo. L’Oxford English Dictionary definisce l'allegria come "pleasurable feeling, . . . joy, happiness; gaiety of mind, as manifested in jest and laughter; merriment, hilarity" (Simpson e Weiner, 1989, p. 841). Questo sembra essere esattamente il significato richiesto. Alcuni ricercatori hanno usato la parola mirth per riferirsi al sorriso e alla risata, che sono espressioni facciali e vocali dell'emozione piuttosto che l'emozione stessa, e quindi dovrebbero essere mantenute distinte. In questo wikilibro, quindi, mi riferirò a questa emozione come myrth, traducendola in (IT) come "allegria".

L'allegria, quindi, è l'emozione distintiva suscitata dalla percezione dell'umorismo. Come altre emozioni (ad esempio gioia, amore, tristezza, paura), l'allegria può verificarsi con vari gradi di intensità, che vanno da lievi sentimenti di divertimento a livelli molto elevati di ilarità (Ruch, 1993). Inoltre, come le altre emozioni, l'allegria ha componenti fisiologiche oltre che esperienziali. Insieme alle sensazioni soggettive distintive di piacere, divertimento e ilarità, questa emozione è accompagnata da una serie di cambiamenti biochimici nel cervello, nel sistema nervoso autonomo e nel sistema endocrino, che coinvolgono una varietà di molecole, inclusi neurotrasmettitori, ormoni, oppioidi e neuropeptidi (Panksepp, 1993). Questo cocktail neurochimico ha ulteriori effetti su molte parti del corpo, compresi i sistemi cardiovascolare, muscolo-scheletrico, digestivo e immunitario (W. F. Fry, 1994). I concomitanti biologici dell'emozione dell'allegria costituiscono la base delle affermazioni che sono state fatte negli ultimi anni sui potenziali benefici per la salute dell'umorismo e del ridere. Tuttavia, l'esatta natura dei cambiamenti fisiologici che accompagnano l'allegria non è ancora ben compresa, e sono necessarie ulteriori ricerche prima di poter dire con sicurezza se questi effetti hanno benefici significativi per la salute (R. A. Martin, 2001,2002).

La natura essenzialmente emotiva dell'umorismo è qualcosa che molti studiosi non sono riusciti a riconoscere fino a poco tempo fa. In passato, la maggior parte dei teorici e dei ricercatori lo consideravano principalmente un processo cognitivo piuttosto che emotivo. Una grande quantità di dibattito filosofico e sforzi di ricerca sono stati spesi per tentare di identificare i precisi elementi cognitivo-percettivi che sono necessari e sufficienti affinché l'umorismo si manifesti, con scarso riconoscimento del fatto che ciò che queste valutazioni cognitive suscitano è un'emozione. Sarebbe come se i ricercatori che studiano la depressione o l'ansia passassero tutto il loro tempo a dibattere sui tipi specifici di eventi e valutazioni cognitive che suscitano questi stati d'animo senza mai notare la loro natura emotiva. Sebbene si sia imparato molto sugli aspetti cognitivi dell'umorismo (e c'è ancora molto lavoro da fare in quest'area), la teoria e la ricerca dirette alla componente emotiva dell'umorismo sono iniziate solo di recente. I recenti sforzi di ricerca che collegano la psicologia sociale e biologica sono particolarmente promettenti per ulteriori entusiasmanti scoperte in questo settore.

La risata come espressione dell'allegria

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Come altre emozioni, anche il piacere allegro che accompagna l'umorismo ha una componente espressiva, vale a dire la risata e il sorriso. A bassi livelli di intensità, questa emozione è espressa da un debole sorriso, che si trasforma in un sorriso più ampio e poi in risatine e risate udibili man mano che l'intensità emotiva aumenta. Ad intensità molto elevate, si esprime con forti risate, spesso accompagnate da un arrossamento del viso e da movimenti del corpo come gettare indietro la testa, dondolare il corpo, schiaffeggiarsi le cosce, ecc. Pertanto, la risata è essenzialmente un modo per esprimere o comunicare agli altri il fatto che si sta provando l'emozione dell'allegria, proprio come accigliarsi, brontolare, urlare e stringere i pugni comunicano l'emozione della rabbia. La risata è quindi fondamentalmente un comportamento sociale: se non ci fossero altre persone con cui comunicare, non avremmo bisogno della risata. Questo è senza dubbio il motivo per cui è così forte, perché comprende un insieme di suoni così distintivo e facilmente riconoscibile e perché raramente si verifica in isolamento sociale.

Come abbiamo già visto, la risata degli scimpanzé e delle altre scimmie è tipicamente accompagnata da una caratteristica espressione facciale chiamata espressione rilassata della bocca aperta, o faccia giocosa, che si osserva anche in altri primati e viene mostrata durante il gioco. Molti teorici hanno suggerito che la funzione principale della risata, negli esseri umani così come nelle scimmie, è quella di segnalare agli altri che si sta giocando, piuttosto che esser seri (ad esempio, van Hooff, 1972). Quando gli scimpanzé combattono scherzosamente e si rincorrono, è importante che siano in grado di far sapere l'un l'altro che si stanno solo divertendo e che non intendono seriamente farsi del male a vicenda. Anche negli esseri umani, la risata può essere un segnale di cordialità e intenzioni giocose, indicando che si è in uno stato d'animo non serio. La risata che accompagna la presa in giro amichevole, ad esempio, segnala che un messaggio apparentemente offensivo non deve essere preso sul serio.

Più recentemente, i ricercatori hanno suggerito che lo scopo della risata non è solo quello di comunicare che si è in uno stato giocoso, ma di indurre effettivamente questo stato anche negli altri (Owren e Bachorowski, 2003; Russell, Bachorowski e Fernandez-Dols, 2003). Secondo questo punto di vista, i suoni peculiari della risata hanno un effetto diretto sull'ascoltatore, inducendo un'eccitazione emotiva positiva che rispecchia lo stato emotivo di chi ride, forse attivando alcuni circuiti cerebrali specializzati (Gervais e Wilson, 2005; Provine, 2000). In questo modo, la risata può svolgere un'importante funzione biosociale di accoppiamento delle emozioni positive dei membri di un gruppo e quindi di coordinamento delle loro attività. Ciò spiegherebbe perché la risata è così contagiosa; quando sentiamo qualcuno ridere è quasi impossibile non provare allegria e mettersi a ridere anche noi. Ancora un'altra potenziale funzione sociale della risata è quella di motivare gli altri a comportarsi in modi particolari (Shiota et al., 2004). Ad esempio, la risata può essere un metodo per rinforzare positivamente gli altri ad un comportamento desiderabile ("ridere con..."), come anche una potente forma di punizione diretta a comportamenti indesiderabili ("ridere di...").

In sintesi, il processo psicologico dell'umorismo coinvolge un contesto sociale, un processo di valutazione cognitiva che comprende la percezione dell'incongruenza giocosa, la risposta emotiva dell'allegria e l'espressione vocale-comportamentale della risata. Studi neurologici indicano che queste diverse componenti del processo umoristico coinvolgono regioni del cervello diverse ma interconnesse (Wild et al., 2003). La parola umorismo è spesso usata in senso stretto per riferirsi specificamente alla componente cognitivo-percettiva, ai processi mentali che portano alla creazione o alla percezione di qualcosa di divertente o ilare. Occasionalmente lo userò anche in questo senso stretto, poiché non sembra esserci un'altra parola per denotare tale processo cognitivo. È importante tenere presente, tuttavia, che in un senso più ampio, l'umorismo si riferisce a tutte e quattro le componenti e che tutte devono essere affrontate in una psicologia integrativa dell'umorismo.

  Per approfondire, vedi Serie delle interpretazioni e Serie dei sentimenti.