Carmina (Catullo)/Il Liber

Indice del libro


Il Liber di Catullo (o Carmina) è una raccolta di poesie del poeta romano Gaio Valerio Catullo.


Raccolta dei carmi di Catullo in un'edizione del 1889. Anche Giacomo Leopardi e Ugo Foscolo furono grandi estimatori del poeta.

Suddivisione

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Il Liber consta di 116 carmi divisi in tre sezioni:

  1. La prima parte (1-60) detta nugae, termine che verrà poi ripreso da Francesco Petrarca, raccoglie carmi brevi scritti in metro vario, soprattutto endecasillabi faleci, ma anche trimetri giambici, scazonti e saffiche.
  2. La seconda parte (61-68), detta carmina docta, contiene elegie, epitalami e poemetti più lunghi ed impegnativi in esametri e in distici elegiaci. In questi carmi si avverte un interesse ed una partecipazione poetica più accentuata.
  3. La terza parte (69-116), gli epigrammata, è composta appunto da epigrammi in distici elegiaci.

All'inizio della raccolta vi è una dedica scritta rivolta a Cornelio Nepote (carme 1), che però non sembra riferibile all'opera nella sua totalità infatti in questa prefazione dedicata, Catullo definisce i suoi carmi come nugae, ovvero cosucce di poco conto, termine ben riferibile alla prima parte anziché alla seconda dei Carmina Docta.

Nelle nugae e negli epigrammata il tema dominante é dato dall'amore per Lesbia, rappresentata come una donna d'eccezionale fascino e cultura, che fa presa perennemente sul poeta. Catullo fu in gran misura influenzato da Saffo ma dalle poesie si evince comunque una passione autentica ed un'impronta d'originalità.

Nei carmina docta invece, c'è un Catullo più composto e classico, in cui il mito rappresenta un modello etico, o comunque un mezzo per affermare l'assolutezza e la sacralità di quei valori che Catullo sente minacciati nella vita del suo tempo ma anche nella sua vita privata. Il primo ed il secondo carme sono rispettivamente un epitalamo ed un contrasto corale. L'Attis, il carme successivo, narra la vicenda del giovane omonimo, giunto in Frigia, che si evira in preda ad una furia religiosa così da poter divenire sacerdote della dea Cibele. Rinsavito, Attis si rende conto del suo gesto e si abbandona ad un lamento in riva al mare, creando un acceso lirismo narrativo. Il quarto carme, comunemente intitolato Le nozze di Peleo e Teti fin dall'Umanesimo, è un epitalamio che racconta appunto le vicende delle nozze fra i due. La peculiarità principale dell'epitalamo però è data dalla tecnica artistica, l'ekphrasis giunta dagli Alessandrini, con cui il poeta introduce con un pretesto poetico mutuato dall'argomento focale, un altro episodio in contrasto: l'abbandono di Arianna da parte di Teseo: i due nuclei narrativi devono contrapporre la fides e linfidelitas. I successivi componimenti (65-66) sono in stretta relazione: il primo è la dedica indirizzata all'oratore Ortensio Ortalo, la quale non è altro che la traduzione latina della callimachea Chioma di Berenice. Il carme 67 tratta dell'argomento della 'porta chiusa', ovvero una nuova deformazione del παρακλαυσίθυρον (paraklausìthyron), cioè del lamento dell'amante di fronte alla porta chiusa dell'amato: in questo componimento infatti, una porta racconta le vicende che riguardano la moglie del padrone e delle sue relazioni adulterine. L'ultimo componimento racconta della vicenda mitica riguardante Protesilao e Laodamia, il quale riassume bene i due temi principali della poesia catulliana di questo periodo, ovvero la morte di un congiunto (la scomparsa del fratello) e l'amore disperato e carnale (la passione per Lesbia).

La strutturazione del libro così come ci è pervenuto, probabilmente non ha origine dallo stesso Catullo ma è stato ordinato in seguito da qualche editore che ne ha curato la pubblicazione postuma.

I Carmina docta

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I Carmina docta sono otto componimenti poetici contenuti nel Liber, che si distinguono dal resto dell'opera per il tipo di argomentazione erudita e per il richiamo al modello ellenistico. Vanno dal 61° carmen al 68° carmen dei 116 carmi totali, secondo la catalogazione effettuata da Cornelio Nepote dopo la morte del poeta cisalpino, databile intorno al 54-53 a.C.

Tra questi otto, due erano epitalami, di cui uno per le nozze di Manlio Torquato e Vibia Aurunculeia. V'è poi un poemetto, chiamato l'Attis, che tratta di un innamoramento della dea Cibele per un giovinotto; un'elegia epistolare, un carme su un dialogo scherzoso tra il poeta e una porta contenente segreti e pettegolezzi di provincia; una traduzione in distici elegiaci della Chioma di Berenice di Callimaco, dedicata a Quinto Ortensio Ortalo; un epillio per le nozze di Peleo e Teti, contenente la storia di Arianna e Teseo.

Temi principali del Liber

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Una parte importante del Liber catulliano è costituita dai componimenti a sfondo amoroso dedicati a Lesbia, dai quali si evince che la relazione ebbe un principio felice ma che nel protrarsi del tempo, fu oscurata dai numerosi tradimenti della donna, alternando momenti di gioia a momenti di infelicità per il poeta. La visione catulliana dell'amore è una concezione totalmente nuova per la società romana tradizionalista, che considerava ufficiale soltanto il legame consacrato, ovvero il matrimonio e considerando inferiori i rapporti extraconiugali. Per Catullo, il rapporto con Lesbia, anche se vissuto con estrema trasgressività contro i moralisti (carme 5), è comunque fondato su un "patto" che comporta lealtà, stima, rispetto reciproco e fedeltà incondizionata, e perciò non ha meno valore rispetto ad un matrimonio. Amare e bene velle, il desiderio carnale e l'affetto, sono aspetti complementari ed indivisibili del rapporto: l'infedeltà annienta l'inviolabilità del bene velle ed acuisce il desiderio, però divenuto sofferenza. Odio e amore vengono così a convivere, in una coincidentia oppositorum che genera disorientamento, follia e disperazione. Catullo portò la poesia ad un nuovo livello, fondendo i caratteri greco-ellenistici con la profondità psicologica dell'avventura amorosa, intessendo il proprio lavoro di momenti di vita privata, volti a raccontare la sua vicenda: ai dialoghi con l'amante, ricchi di vezzeggiativi e locuzioni familiari, si alternano ombrosi soliloqui.

Un'altra forma d'amore descritta da Catullo è, non meno intensa, quella fraterna, che sfocia nel suo carme 101 (epigramma), dedicato appunto al fratello prematuramente scomparso e che termina con un accorato addio, in cui viene esplicata l'impossibilità del poeta di intervenire, poiché le parole sono vane davanti ad una tale sofferenza.

Oltre all'amore, vi sono numerosi altri temi affrontati in questa raccolta di carmi. Molti di essi sono dedicati ad amici scrittori e lasciano intravedere uno spicchio di vita quotidiana che il poeta conduceva a Roma, e soprattutto i rapporti con la cerchia dei neoterici. Venustas, lepos, iocunditas ovvero eleganza, grazia, piacevolezza sono i princìpi letterari e comportamentali ai quali un poeta neoterico doveva attenersi: in contrapposizione alla morale comune tradizionale, secondo la quale l'unico vero interesse del cives doveva essere il negotium (ossia l'adempimento ai doveri pubblici e politici), questo gruppo di poeti avanguardisti prediligeva l' otium (la vita privata e tutto ciò che la concerneva: l'amore, gli scherzi, le polemiche letterarie, le frequentazioni, ecc..). Li univa il gusto per la raffinatezza e per l'anticonformismo, perciò anche la derisione della grossolanità, del cattivo gusto e dell'effimera presunzione.

(IT)
« Dobbiamo, mia Lesbia, vivere e amare,
e i commenti dei vecchi troppo severi
valutarli tutti come fossero nulla »

(LA)
« Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
Rumoresque senum severiorum
Omnes unius aestimemus assis. »

Catullo compone i suoi carmi con grande consapevolezza artistica, ma ciò nonostante conferisce loro forte spontaneità e immediatezza espressiva.[1]

In ottemperanza al criterio callimacheo della poikilia (varietas in latino, varietà, intesa tanto in senso tematico e metrico quanto linguistico),[1] Catullo fa uso nella sua opera di più registri linguistici diversi, che fonde assieme per creare una lingua letteraria che comprenda tanto forme colte e dotte quanto forme "volgari", proprie del sermo familiaris.[2][3][4] Di conseguenza, anche il lessico appare particolarmente ampio, tanto da accogliere assieme forme oscene e volgari,[5][6] diminutivi,[7] grecismi,[8] interiezioni,[9] onomatopee[10][11] ed espressioni idiomatiche o proverbiali.[12][13] La sintassi è prevalentemente semplice e paratattica, e richiama le strutture della lingua parlata; si segnalano, in particolare, l'uso del partitivo in dipendenza da pronomi o aggettivi neutri singolari o da avverbi; il congiuntivo esortativo alla seconda persona adoperato con valore di imperativo; l'uso dell'indicativo nella proposizione interrogativa indiretta, normalmente costruita con il congiuntivo; il pronome neutro in funzione predicativa retto dal verbo essere.[4]

La costruzione e la scelta del lessico non sono però frutto del caso: Catullo seleziona attentamente, stilizzandoli, gli elementi del linguaggio quotidiano e familiare, e li rielabora, mantenendone intatta l'espressività, alla luce del suo fine gusto letterario. Egli non è, d'altro canto, il primo a fare uso del linguaggio parlato in letteratura: lo stesso procedimento si era verificato in Grecia già a partire dalla lirica arcaica, mentre a Roma le forme del linguaggio quotidiano erano caratteristiche del genere comico, ma erano presenti anche nelle Satire di Gaio Lucilio.[14][15][4]

La forte capacità espressiva ed emotiva dell'opera catulliana è testimoniata da alcuni stilemi ricorrenti, come le forme dialogiche, le allocuzioni, le iterazioni, gli incipit ex abrupto,[16][17] le metafore,[18] i diminutivi,[19][20][21][22][23][24][25] gli aggettivi possessivi uniti ai nomi propri.[26] Con l'intento di creare un effetto di marcato contrasto, Catullo affianca a tali elementi del linguaggio colloquiale alcune forme e usi propri del linguaggio letterario, come le allusioni, tipiche della letteratura alessandrina, gli epiteti di stampo epico, spesso ricalcati dal greco,[27][28][29] gli arcaismi ispirati al linguaggio di Omero ed Ennio.[30][31][4]

Il fine gusto letterario catulliano interviene anche al livello compositivo, e definisce nei carmi una struttura retorica elaborata ed equilibrata, basata su simmetrie, antitesi, parallelismi]], riprese e Ringkomposition. Tale precisa architettura stilistica è però efficacemente dissimulata, in modo tale da conferire ai carmi un senso di grande immediatezza e potenza espressiva.[4]

I componimenti brevi, nugae ed epigrammi, non presentano differenze di grande riliveo, sotto il profilo della lingua e dello stile, rispetto ai carmina docta, anche se in questi lo stile appare più elaborato e dotto, particolarmente ricco di riferimenti allusivi, arcaismi[32] e grecismi. Appaiono infatti in essi particolarmente forti gli influssi della poetica di Ennio, dell'epica e della tragedia arcaica in campo latino, ma soprattutto dei poeti ellenistici in campo greco. Non mancano, tuttavia, elementi afferenti al linguaggio colloquiale, in particolare i diminutivi.[33][34][35] Tale esempio, in cui l'umanizzazione del mito operata in ambito alessandrino arriva alla fusione tra la vicenda biografica personale e quella mitologica, è alla base dell'elegia di età augustea.[36]

Elenco dei carmina

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→ I. Cui dono lepidum nouum libellum
→ II. Passer, deliciae meae puellae
→ III. Lugete, o Veneres Cupidinesque
→ IV. Phasellus ille, quem uidetis, hospites
→ V. Vivamus, mea Lesbia, atque amemus
→ VI. Flaui, delicias tuas Catullo
→ VII. Quaeris, quot mihi basiationes
→ VIII. Miser Catulle, desinas ineptire
→ IX. Verani, omnibus e meis amicis
→ X. Varus me meus ad suos amores
→ XI. Furi et Aureli, comites Catulli
→ XII. Marrucine Asini, manu sinistra
→ XIII. Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
→ XIV. Ni te plus oculis meis amarem
→ 14b. Si qui forte mearum ineptiarum
→ XV. Commendo tibi me ac meos amores
→ XVI. Pedicabo ego vos et irrumabo
→ XVII. O Colonia, quae cupis ponte ludere longo
→ XVIII.
→ XIX.
→ XX.
→ XXI. Aureli, pater esuritionum,
→ XXII. Suffenus iste, Vare, quem probe nostri,
→ XXIII. Furi, cui neque servus est neque arca
→ XXIV. O qui flosculus es Iuuentiorum,
→ XXV. Cinaede Thalle, mollior cuniculi capillo
→ XXVI. Furi, villula vestra non ad Austriflatus
→ XXVII. Minister vetuli puer Falerni,
→ XXVIII. Pisonis comites, cohors inanis
→ XXIX. Quis hoc potest uidere, quis potest pati,
→ XXX. Alfene immemor atque unanimis false sodalibus,
→ XXXI. Paene insularum, Sirmio, insularumque
→ XXXII. Amabo, mea dulcis Ipsitilla,
→ XXXIII. O furum optime balneariorum
→ XXXIV. Dianae sumus in fide
→ XXXV. Poeta tenero, meo sodali.
→ XXXVI. Annales Volusi, cacata carta,
→ XXXVII. Salax taberna vosque contubernales,
→ XXXVIII. Malest, Cornifici, tuo Catullo
→ XXXIX. Egnatius, quod candidos habet dentes,
→ XL. Quaenam te mala mens, miselle Rauide,

→ XLI. Ameana puella defututa
→ XLII. Adeste, hendecasyllabi, quot estis
→ XLIII. Salue, nec minimo puella naso
→ XLIV. O funde noster seu Sabine seu Tiburs
→ XLV. Acmen Septimius suos amores
→ XLVI. Iam uer egelidos refert tepores,
→ XLVII. Porci et Socration, duae sinistrae
→ XLVIII. Mellitos oculos tuos, Iuuenti,
→ XLIX. Disertissime Romuli nepotum,
→ L. Hesterno, Licini, die otiosi
→ LI. Ille mi par esse deo uidetur,
→ LII. Quid est, Catulle? quid moraris emori?
→ LIII. Risi nescio quem modo e corona,
→ LIV. Othonis caput oppido est pusillum,
→ LV. Oramus, si forte non molestum est,
→ LVI. O rem ridiculam, Cato, et iocosam
→ LVII. Pulchre conuenit improbis cinaedis,
→ LVIII. Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
→ 58b. Non custos si fingar ille Cretum,
→ LIX. Bononiensis Rufa Rufulum fellat,
→ LX. Num te leaena montibus Libystinis
→ LXI. Collis o Heliconii
→ LXII. Vesper adest: iuvenes, consurgite: Vesper Olympo
→ LXIII. Super alta vectus Attis celeri rate maria,
→ LXIV. Peliaco quondam prognatae uertice pinus
→ LXV. Etsi me adsiduo defectum cura dolore
→ LXVI. Omnia qui magni dispexit lumina mundi,
→ LXVII. O dulci iucunda viro, iucunda parenti,
→ LXVIII. quod mihi fortuna casuque oppressus acerbo
→ LXIX. Noli admirari, quare tibi femina nulla,
→ LXX. Nulli se dicit mulier mea nubere malle
→ LXXI. Si cui iure bono sacer alarum obstitit hircus,
→ LXXII. Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
→ LXXIII. Desine de quoquam quicquam bene velle mereri
→ LXXIV. Gellius audierat patruum obiurgare solere,
→ LXXV. Huc est mens deducta tua mea, Lesbia, culpa,
→ LXXVI. Si qua recordanti benefacta priora uoluptas
→ LXXVII. Rufe mihi frustra ac nequiquam credite amice
→ LXXVIII. Gallus habet fratres, quorum est lepidissima coniunx

→ LXXIX. Lesbius est pulcher. quid ni? quem Lesbia malit
→ LXXX. Nulli se dicit mulier mea nubere malle
→ LXXXI. Nemone in tanto potuit populo esse, Iuventi,
→ LXXXII. Quinti, si tibi vis oculos debere Catullum
→ LXXXIII. Lesbia mi praesente uiro mala plurima dicit:
→ LXXXIV. Chommoda dicebat, si quando commoda uellet
→ LXXXV. Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.
→ LXXXVI. Quintia formosa est multis, mihi candida, longa,
→ LXXXVII. Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
→ LXXXVIII. Quid facit is, Gelli, qui cum matre atque sorore
→ LXXXIX. Gellius est tenuis: quid ni? cui tam bona mater
→ XC. Nascetur magus ex Gelli matrisque nefando
→ XCI. Non ideo, Gelli, sperabam te mihi fidum
→ XCII. Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam
→ XCIII. Nil nimium studeo, Caesar, tibi uelle placere,
→ XCIV. Mentula moechatur. Moechatur mentula certe.
→ XCV. Zmyrna mei Cinnae nonam post denique messem
→ XCVI. Si quicquam mutis gratum acceptumue sepulcris
→ XCVII. Non (ita me di ament) quicquam referre putavi,
→ XCVIII. In te, si in quemquam, dici pote, putide Victi,
→ XCIX. Surripui tibi, dum ludis, mellite Iuventi,
→ C. Caelius Aufilenum et Quintius Aufilenam
→ CI. Multas per gentes et multa per aequora uectus
→ CII. Si quicquam tacito commissum est fido ab amico
→ CIII. Aut sodes mihi redde decem sestertia, Silo,
→ CIV. Credis me potuisse meae maledicere vitae,
→ CV. Mentula conatur Pipleum scandere montem:
→ CVI. Cum puero bello praeconem qui uidet esse,
→ CVII. Si quicquam cupido optantique obtigit umquam
→ CVIII. Si, Comini, populi arbitrio tua cana senectus
→ CIX. Iucundum, mea uita, mihi proponis amorem
→ CX. Aufilena, bonae semper laudantur amicae:
→ CXI. Aufilena, uiro contentam uiuere solo
→ CXII. Multus homo es, Naso, neque tecum multus homo est quin
→ CXIII. Consule Pompeio primum duo, Cinna, solebant
→ CXIV. Firmanus saltu non falso Mentula diues
→ CXV. Mentula habet iuxta triginta iugera prati,
→ CXVI. Saepe tibi studioso animo venante requirens

  1. 1,0 1,1 Pontiggia; Grandi, p. 45.
  2. III, vv. 14-15.
  3. V, vv. 7, 13.
  4. 4,0 4,1 4,2 4,3 4,4 Pontiggia; Grandi, p. 46.
  5. XXXVI, vv. 1, 20.
  6. LVIII, v. 5.
  7. IV, vv. 4, 17.
  8. XI, v. 17.
  9. I, v. 7.
  10. III, v. 10.
  11. LXI, v. 13
  12. III, v. 5.
  13. XIV, v. 1
  14. III, v. 7.
  15. VIII, v. 14.
  16. I, v. 1.
  17. V, v. 1.
  18. XIII, v. 8.
  19. III, vv. 16-18.
  20. VIII, v. 18.
  21. XXX, v. 2.
  22. XXXI, v. 2.
  23. L, v. 19.
  24. LVII, v. 7.
  25. LXV, v. 6.
  26. XIII, v. 1.
  27. VII, v. 3.
  28. XI, v. 3.
  29. XXXI, v. 13.
  30. XI, v. 14.
  31. XI, vv. 5-6.
  32. LXI, vv. 42, 75.
  33. LXI, v. 193.
  34. LXV, v. 6.
  35. LXVI, v. 16.
  36. Pontiggia; Grandi, p. 47.

Bibliografia

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  • Giancarlo Pontiggia e Maria Cristina Grandi, Letteratura latina. Storia e testi. Vol. 2, Milano, Principato, marzo 1996, ISBN 978-88-416-2188-2.