Carmina (Catullo)/01

Indice del libro


Cui dono lepidum novum libellum (dal latino: "A chi posso donare un libretto nuovo ed elegante") è l'incipit del primo dei Carmina di Catullo, il proemio della raccolta, contenente la dedica a Cornelio Nepote e l'invocazione alla Musa ispiratrice.

TestoModifica

(LA)
« 

Cui dono lepidum novum libellum[1]
Arida modo pumice[2] expolitum?
Corneli[3], tibi; namque tu solebas
Meas esse aliquid putare nugas,
Iam tum cum ausus es unus Italorum
Omne aevum tribus explicare chartis[4],
Doctis, Iuppiter, et laboriosis!
Quare habe tibi quidquid hoc libelli
Qualecumque, quod, o patrona virgo,[5]
Plus uno maneat perenne saeclo[6]

 »
(IT)
« 

A chi posso regalare il libretto nuovo e raffinato
levigato or ora dall'arida pomice?
A te, o Cornelio, e infatti tu eri solito
ritenere che i miei componimenti avessero
un qualche valore, già allora, quando osasti, unico tra gli Italici,
descrivere la storia universale in tre libri
eruditi, per Giove, e faticosi!
Perciò prendi questo libretto qualunque esso sia,
qualsiasi valore abbia esso, o Musa,
possa vivere in eterno più d'una generazione.

 »
(Fonte: → Wikisource )

Note al testo

  1. "Libellum" è una forma veggezzativa per "liber". Già nel primo verso della sua raccolta Catullo la definisce frivola, senza valore.
  2. La pietra pomice veniva usata per lisciare il bordo del rotolo di papiro.
  3. Cornelio Nepote, a cui Catullo dedica il liber.
  4. Il poeta si riferisce ai "Chronica" di Nepote, un'opera storiografia completamente perduta. Inoltre è presente grecismo "carta", al posto del comune volumen, indice di un lessico ricercato e raffinato.
  5. La Musa, fonte di ispirazione dei poeti, definita "patrona" perché il poeta, traendone ispirazione, ne è servo.
  6. Forma sincopata per "saeculum", indicante il tempo di una generazione.

Analisi stilisticaModifica

La poesia appartiene alla prima parte della raccolta catulliana, le nugae, poesie di argomento vario:

  • La metrica della poesia: Endecasillabi faleci.
  • Le figure foniche della poesia: alliterazione ("m" nel verso 1, "m" ed "s" nel verso 5).
  • Le figure retoriche della poesia: omoteleuto al verso 1, "lepidum novum libellum", anastrofe (nei versi 2, 4, 6).
  • Riferimenti letterari: l'invocazione alle Muse nel proemio della propria opera è ripresa dall'antica tradizione greca ed è una costante nella storia della letteratura.

Sintesi della poesiaModifica

Nei primi due versi Catullo si chiede a chi debba dedicare la sua nuova "piacevole" raccolta, il "libellus", che ha appena finito di levigare con la pietra pomice. Decide di dedicarlo a Cornelio Nepote, storiografo del I secolo a.C., probabilmente grande amico del poeta, che considerava le "nugae", inezie, di Catullo come qualcosa di importante. Nel sesto e settimo verso elogia la sua opera, i Chronica, a noi completamente non pervenuta, che mirava a raccontare tutta la storia in tre libri, definiti dal poeta "eruditi e faticosi". Negli ultimi tre versi continua a sostenere che le sue poesie siano di poco valore ma, invocando la "vergine protettrice", ovvero la Musa, si augura che la sua raccolta si mantenga per almeno più di una generazione.

Il temaModifica

I temi sono la concezione della poesia per Catullo, vista come inezia, componimento di scarso valore e l'elogio a Cornelio Nepote e alla sua attività storiografica.

Il messaggioModifica

Lo stile leggiadro e graziato del componimento anticipa ciò che sarà la raccolta di Catullo: un insieme di poesie scritte per diletto, apparentemente di "poco valore" rispetto alle opere politiche e filosofiche del tempo (I secolo a.C.). Scrivendo questa raccolta, il poeta vuole far comprendere ai lettori che la poesia non è uno "strumento", un veicolo didascalico (come nel De rerum natura di Lucrezio) o narrativo (come nel Bellum Poenicum di Nevio), ma è una forma d'arte a sé stante, per questo definita dallo stesso poeta come cosa di poco conto. Eppure con l'allusione alla "levigatura con la pietra pomice" nel secondo verso Catullo contraddice la sua apparente concezione della poesia: era definito insieme ad altri letterati "poeta novus", poeta nuovo, in senso dispregiativo, perché le loro poesie frivole e amoreggianti erano viste contrarie al i grandi costumi dei Romani, antico popolo di guerrieri diventato potenza suprema militare e politica nonchè grande polo culturale del mondo antico. Perciò anche se in apparenza Catullo sminuisce la sua opera, trovandosi d'accordo con i suoi accusatori, questa non è altro che falsa modestia perché dietro questa cosiddetta operetta si cela un grande lavoro, come dimostrano il linguaggio aulico ricco di greicismi, le forme metriche elevate e gli argomenti ripresi dalla cultura alessandrina.