Pensare Maimonide/Luce Creata

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Pagina della Guida dei perplessi
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Maimonide e la Luce Creata nella Guida dei perplessi

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Possiamo ora passare alla nozione di "luce creata". Il termine sembra essere stato introdotto nei testi ebraici da Saadya Gaon e ripreso poi da Ha-Levi. Anche Maimonide lo usa, come abbiamo già visto, e che ora vedremo in modo più sistematico. La nostra discussione qui sarà breve, dato che quasi tutti i testi rilevanti sono già stati citati.

In Guida i.5 (p. 29), Maimonide fa riferimento ad una luce che si manifesta e che Mosè aveva timore di vedere ("Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio"; Esodo 3:6). Sta attento ad evidenziare che questo è il significato esterno del versetto. Il punto importante, Maimonide sottolinea, è che nessuno deve pensare che Mosè considerasse visibile la luce in questione. Da questo capitolo abbiamo già citato la dichiarazione di Maimonide: "Se, tuttavia, un individuo di capacità insufficiente non desidera raggiungere il rango al quale desideriamo che ascenda e considerasse che tutte le parole [presenti nella Torah] riguardanti questo soggetto sono indicative di percezione sensoriale di luci create – che siano angeli o altro – allora lo faccia pure, non c'è danno a pensarlo." Ciò rende certamente chiaro cosa egli pensi della nozione di luce o luci create.

In Guida i.10 una luce creata si disse fosse vista in cima al Monte Sinai, almeno secondo il significato esterno del testo biblico. In i.19 apprendiamo che i termini kavod e "luce creata" denotano la stessa cosa (che, come abbiamo visto sopra, non è niente di visibile). Come la shekhinah, Maimonide ci dice in i.21, la luce vien vista dai profeti in visioni profetiche. In i.25, i termini shekhinah e luce creata sono presentati con lo stesso significato (così anche in i.76); in i.28 questi due termini vengono a significare la stessa cosa di kavod. In i.64 kavod è di nuovo identificato con luce creata, perlomeno in certi contesti.

Prima di tentare di sintetizzare il nostro esame di kavod, shekhinah e luce creata nella Guida, è importante notare qualcosa che Maimonide insegna riguardo alla natura della profezia. La profezia, dice in Guida ii.36, coinvolge sempre l'azione della facoltà immaginativa. Basandosi su tale affermazione, glossa il versetto "Se ci sarà un vostro profeta, io, il Signore, in visione a lui mi rivelerò, in sogno parlerò con lui" (Numeri 12:6) come segue:

« la profezia... è una perfezione che viene in sogno o in una visione... Questo significa che la facoltà immaginativa ottiene una perfezione d'azione così grande che vede la cosa come se fosse esterna, e la cosa la cui origine è dovuta ad essa appare come fosse venuta per via di sensazione esterna. In questi due gruppi, intendo visione e sogno, sono inclusi tutti i gradi di profezia. (p. 370) »

Ciò che vede il profeta, egli o ella lo vede da solo/a, non perché gli altri siano ciechi, ma perché l'esperienza profetica è interna al profeta. Semplicemente non c'è nulla di esterno alla consapevolezza del profeta che gli altri possano vedere. Presumibilmente, secondo Maimonide, se ci fossero state delle persone con Ezechiele quando ebbe la visione del carro, tutto ciò che tali persone avrebbero visto sarebbe stato Ezechiele in trance o, forse, Ezechiele che si comportava stranamente. Ciò che sicuramente non videro fu il carro celeste descritto in Ezechiele 1. Bisogna tenere in mente questa questione ogniqualvolta leggiamo testi in cui Maimonide dice che kavod, shekhinah, o luce creata fu vista in una visione di profezia.

Ora possiamo riassumere gli insegnamenti di Maimonide riguardo a kavod, shekhinah e luce creata nella Guida. I tre termini risultano essere la stessa cosa, o forse, più precisamente, condividono una base comune di significato. Per Maimonide, a differenza di Onkelos, questi termini non denotano nulla che possa essere veramente collocabile nello spazio o nel tempo, o appreso dai sensi. Mentre è permesso insegnare alla gente debole di mente che i termini denotano creazioni speciali, visibili ai profeti e, in rare occasioni, al popolo di Israele nel suo insieme, questa è una concessione alla loro fragilità mentale, e non vere nella realtà. Che questa sia una concessione non solo vien reso chiaro da affermazioni esplicite di Maimonide a tal fine, ma dal fatto che egli afferma ripetutamente che questi fenomeni sono visti in visioni profetiche. Pertanto, mentre i deboli di mente possono credere che la Torah parli di kavod che riempie veramente il tabernacolo ed il Tempio, di una luce visibile in cima al Monte Sinai, e che i rabbini talmudici parlano di una shekhinah localizzabile, lo studente accorto di Maimonide sa che questi termini sono tutti veramente espressioni figurative.

Kavod, shekhinah e luce creata non devono quindi essere presi come entità nel mondo dell'esperienza condivisa. Nel qual caso, a cosa si riferiscono tali termini? Come abbiamo visto supra, quando Mosè cerca di vedere il kavod di Dio, ciò che egli sta veramente cercando è di comprendere Dio. Ordinariamenteè (per Maimonide, comunque), cercar di comprendere una data nozione significa cercare di capirla nei termini della quattro cause di Aristotele. Ciò è ovviamente impossibile nel caso di Dio. È inoltre impossibile conoscere Dio direttamente. L'unico modo di apprendere qualcosa su Dio (oltre ai fatti essenziali della Sua esistenza, unità e incorporeità, che Maimonide pensava fossero dimostrabili razionalmente) è percepire la Sua saggezza attraverso le funzioni di ciò che Egli ha creato, vale a dire, il cosmo nel suo insieme. Questo è esattamente ciò che Maimonide dice in una quantità dei testi che abbiamo esaminato precedentemente: nella misura in cui kavod (e di conseguenza, shekhinah e luce creata) può essere appreso dagli esseri umani, è soltanto come la saggezza di Dio manifesta a chiunque si preoccupi di esaminare attentamente la natura. Questo risulta essere il modo in cui Maimonide spiega il termine kavod anche in uno dei testi chiave della Mishneh Torah sul nostro argomento, come vedremo nel nostro capitolo successivo. Prima di dedicarci a questo, tuttavia, si deve sottolineare cvhe la discussione qui ci permette di capire un altro punto implicito supra. I nostri tre termini, abbiamo appreso, non sono solo espressioni figurative per la saggezza di Dio manifesta nella natura, ma sono anche espressioni figurative per la natura permanente della provvidenza di Dio.

Quale aspetto della provvidenza divina è permanente? Chiaramenrte non la provvidenza speciale profferita ad individui altamente perfezionati (come descritto in Guida iii.17 e iii.51); questa connessione non è permanente, poiché deve essere ottenuta dall'individuo in questione, può crescere e approfondire e può, apparentemente, esser persa, o almeno molto indebolita, da un momento di disattenzione. No, la provvidenza permanente è provvidenza come viene intesa da Aristotele, che ritiene che Dio "si prende cura delle sfere e di ciò che è in loro e che per tale ragione i loro individui rimangono permanentemente come sono" (Guida iii.17; p. 465). Le entità nel reame sovralunare, sebbene generate, non diventano mai corrotte e sono quindi permanenti e governate dalla provvidenza. Nel mondo inferiore alla sfera della luna, invece, l'emanazione divina "necessita di durabilità e permanenza delle specie, sebbene la durabilità di quest'ultimi individui sia impossibile". Ma anche gli individui nel mondo sublunare non sono del tutto senza protezione della provvidenza, poiché a loro vengono date capacità e facoltà mediante cui possono prosperare. Queste capacità e facoltà sono permanentemente riscontrate nelle specie in questione (tutti i cavalli possono correre, sebbene questo o quel cavallo possa farlo meglio di altri) e in quel senso possono essere chiamate provvidenziali (essendo, la provvidenza, la saggezza di Dio espressa nella natura).

Quando un profeta vede il kavod di Dio, la shekhinah di Dio, la luce creata di Dio, cosa vede? Il profeta non vede niente; il profeta ottiene un qualche livello di comprensione della saggezza manifestata nelle funzioni del mondo naturale.[1]

Dichiaratamente, ci sono alcuni testi nella Guida dei perplessi in cui Maimonide sembra ritirarsi dalla sua concezione di shekhinah come viene analizzata in questo capitolo. In ogni caso un esame più attento dimostra che non è così. Il primo di questi è Guida i.5. L'"intero scopo" di questo capitolo, scrive Maimonide, come abbiamo visto sopra,

« era di mostrare che ogniqualvolta le parole vedere, visione, e guardare appaiono in questo senso,[2] s'intende l'apprensione intellettuale e non la visione dell'occhio, poiché Dio, che sia glorificato, non è un esistente che può essere appreso con gli occhi. Se, tuttavia, un individuo di capacità insufficiente non desidera raggiungere il rango al quale desideriamo che ascenda e considerasse che tutte le parole [presenti nella Torah] riguardanti questo soggetto sono indicative di percezione sensoriale di luci create – che siano angeli o altro – allora lo faccia pure, non c'è danno a pensarlo. (p. 31) »

Portandoci a questa conclusione, Maimonide adduce l'esempio de "Gli eletti dei figli d’Israele" (Esodo 24:11), che "furono affrettati, sforzarono i loro pensieri e ottennero apprensione, ma solo in modo imperfetto" (p. 30). Affrontando frettolosmanete materie metafisiche prima di essere preparati appropriatamente, gli anziani incorsero nell'ira di Dio.[3] "Essendo successo questo a tali uomini", Maimonide ammonisce,

« ci conviene ancor di più, essendo a loro inferiori, e conviene a coloro che sono a noi inferiori, cercar di impegnarci a perfezionare la nostra conoscenza in materie preparatorie e ottenere quelle premesse che purificano l'apprensione dalla sua imperfezione, che è l'errore. Potrà quindi procedere a guardare alla santa presenza divina.[4] »

Dopo aver fatto le dovute preparazioni (cioè, avendo raggiunto un alto livello di perfezione morale che rende possibile ma non garantisce la giusta apprensione di materie fisiche e metafisiche), uno può "procedere a guardare alla santa presenza divina". Dato il contesto, non c'è dubbio che il "guardare" qui citato significhi apprensione intellettuale "e non la vista dell'occhio".

Guida iii.39 (p. 552) sembra anche presentare un problema riguardo alla nostra interpretazione di Maimonide. Nella sua spiegazione del comandamento di leggere certi versetti quando si portano le primizie (bikkurim), Maimonide scrive:

« Per quanto riguarda la lettura in occasione dell'offerta delle primizie,[5] è anche favorevole alla qualità morale dell'umiltà, poiché è svolto da colui che porta il cesto sulle spalle. Contiene un riconoscimento della beneficenza e abbondanza di Dio, cosicché l'uomo sappia che fa parte del culto divino che l'uomo ricordi le condizioni di afflizione in un tempo che egli propspera... Poiché c'era un timore riguardo alle qualità morale che vengono generalmente acquisite da tutti coloro che crescono in prosperità — intendo presunzione, vanità e negligenza della opinioni corrette... È per questa ragione che il comandamento è stato dato di svolgere una lettura ogni anno davanti a Lui, che Egli sia glorificato, e in presenza della Sua shekhinah, in occasione dell'offerta delle primizie. »

Dobbiamo prendere questo letteralmente, che uno legga i versetti del Deuteronomio nella vera presenza spazio-temporale della shekhinah di Dio? Vale a dire, naturalmente, quello che implica il testo; dobbiamo ammettere che questo è ciò che intende Maimonide? Non credo. Il punto del comandamento di leggere Deuteronomio 26:5-10 è di indurre umiltà a quelle persone che potrebbero essere naturalmente di umore autocelebrativo. La raccolta è stata abbondante, Gerusalemme è piena di fattori felici che portano bikkurim al Tempio, e si vede prosperità dappertutto; "Iesurun si è fatto grasso" e potrebbe esser tentato a recalcitrare.[6] Questo è quindi il tempo opportuno di ricordare agli ebrei che i loro antenati erano nomadi e schiavi e che debbono la loro p[rosperità a Dio, e non a se stessi.

Recitare questi versetti alla presenza (metaforica) della shekhinah di Dio (che è solo un altro modo di dire "nei recinti del Tempio") certamente induce umiltà, uno dei fini principali del comandamento. Un'altra ragione del comandamento è quella di correggere il "trascurare le opinioni corrette" — e cosa c'è di più scorretto per Maimonide dell'opinione che la shekhinah sia localizzabile nello spazio e nel tempo?

Un terzo esempio, Guida iii.41 (p. 566) rafforza questa interpretazione. In tale passo Maimonide spiega il comandamento (Deut. 23:14-15) di preparare latrine all'esterno dei campi militari nel seguente modo:

« Ha incluso anche un'altra nozione, dicendo: "Perché Egli non veda in mezzo a te qualche indecenza e ti abbandoni" (Deut. 23:15), questo essendo contro ciò che, come ben si sa, è molto diffuso tra soldati in un campo dopo che sono stati a lungo fuori casa. Di conseguenza Egli, che sia lodato, ci ha comandato di svolgere azioni che richiamano alla mente che la shekhinah è discesa tra noi cosicché siamo preservati da quelle azioni. »

Sembra da ciò che Maimonide sostenga che la shekhinah discenda realmente negli accampamenti militari della nazione ebraica. Tuttavia, se esaminiamo le frasi che subito le precedono, ne emerge un altro quadro:

« Questo libro ["Libro dei Giudici" nella Mishneh Torah] include anche il comandamento di preparare un luogo secluso e una pala.[7] Poiché uno degli scopi di questa Legge consiste, come ti ho spiegato, nella pulizia e lo scanso di escrementi e di sporcizia e nell'uomo che non è come le bestie. E questo comandamento fortifica anche, con le azioni che induce, la certezza dei combattenti che la shekhinah è discesa tra loro — come è spiegato nella ragione data: "Perché il Signore tuo Dio passa in mezzo al tuo accampamento" (Deut. 23:15). »

Vediamo quindi che il fine del comandamento è di far credere ai soldati che la shekhinah sta in mezzo a loro e farli comportare di conseguenza. Convincere i soldati che un'igiene meticolosa permette alla presenza divina di stare tra loro serve scopi molto pratici: mantenere puliti gli accampamenti dell'esercito (sicuramente un problema anche per l'esercito israeliano di oggi!) e fortificare il morale dei soldati in tali accampamenti.[8] In questi ultimi due esempi shekhinah è usata come strumento educativo, per istruire sia su una moralità raffinata e sulla dottrina corretta. Non è un'entità creata che si possa dire sia collocata in un qualche luogo specifico e qualche specifico tempo.

Reputo che l'interpretazione di kavod, shekhinah e luce creata che abbiamo estratto dai vari testi nella Guida sia la dottrina stabilita da Maimonide in materia. Ci sono prove di questa interpretazione metaforica dei termini in questione anche nelle sue opere precedenti? Lo vedremo nel prossimo capitolo.

  Per approfondire, vedi Essenza trascendente della santità, Guida maimonidea e Torah per sempre.
  1. Si veda l'ottimo studio di Esti Eisenmann, "The Term 'Created Light'". Eisenmann analizza molti dei testi qui esaminati e conclude che l'insegnamento esoterico di Maimonide in merito a kavod, shekhinah e luce creata è che i termini si riferiscono alle emanazioni intellettuali dell'Intelletto Attivo. Questo è un altro modo di riferirsi ad una comprensione della saggezza manifesta nelle funzioni del mondo naturale.
  2. Cioè quando l'oggetto della vista, sguardo o visione è Dio.
  3. Su questo brano di Maimonide, si veda Regev, "Vision of the Nobles of Israel" e Levene, "Maimonides' Philosophical Exegesis".
  4. Si veda supra, alla nota 1 del Cap. 5.
  5. Deuteronomio 26:1-10: "Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore tuo Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: Io dichiaro oggi al Signore tuo Dio che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci. Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all'altare del Signore tuo Dio e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore tuo Dio: Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che Tu, Signore, mi hai dato."
  6. Deut. 32:15, citato da Maimonide in una delle ellissi supra.
  7. Cfr. Deut. 23:13-14.
  8. Per un'interpretazione simile di questo passo in Deuteronomio si veda il relativo commento di Rabbi Nissim di Marsiglia, Ma’aseh nisim, 470, preparata da Howard Kreisel.