Pensare Maimonide/Filosofia ebraica

Indice del libro
Mosaico di intellettuali ebrei

Spirito collettivo e filosofia ebraicaModifica

L'approccio alla filosofia ebraica da parte di coloro che hanno scritto la sua storia è stato dall'esterno piuttosto che dall'interno: la filosofia ebraica viene esaminata come attraverso una macchina fotografica sfocata. Alcuni hanno sopravvalutato i suoi contributi; altri hanno enfatizzato le sue assimilazioni dall'esterno; peggio di tutto, molti anche oggi vogliono modellarla nell'immagine di ciò che vorrebbero che fosse invece di ciò che è intrinsecamente. Le molte interpretazioni errate hanno oscurato una prospettiva adeguata e portato alla convinzione che non esiste una filosofia ebraica in quanto tale, poiché la relazione organica che lega il pensiero ebraico alla vita ebraica è stata recisa.

Nel presente capitolo il mio scopo è semplicemente quello di penetrare nella filosofia ebraica, per quanto possibile, senza presupposti personali. Vorrei prendere come mio testo lo "Spirito ebraico collettivo", che definirò in seguito, ed essere guidato da colui che considero il suo stesso riflesso: Yehudah Halevi, il grande rabbino, filosofo e poeta medievale spagnolo. Il mio punto di vista è che il processo storico interno potrebbe far luce su ciò che costituisce una vera filosofia ebraica, alla quale verrebbe quindi assegnato il suo posto e il meritato titolo di cui è stata privata dai suoi stessi storici. Maimonide, momentaneamente, deve con discrezione tirarsi da parte per motivi cronologici...[1]

Non esiste un filosofo le cui impalcature non siano state distrutte, senza che ne siano rimasti altro che detriti. Nell'antica Grecia, l'allievo di Platone, Aristotele, trasformò il sistema del suo insegnante in cenere, e sia Aristotele che Platone furono annegati nelle estasi dell'Uno di Plotino. Quest'ultimo si prefiggeva di preservare la loro memoria, ma fondendo i due sistemi nel suo proprio, ognuno perdendo la propria identità. Il sistema di Kant fu sostituito da quello del suo discepolo Fichte; quello di Fichte da Schelling e Schelling a sua volta da Hegel. E il travolgente Hegel fu detronizzato da Schopenhauer, Nietzsche, John Dewey e altri. "Kill the beast Intellectualism" proclamava la santa crociata di William James. Bergson, il maestro del pensiero dei primi del Novecento, è ormai sprofondato nell'oblio. Poiché la psicologia oggigiorno è stata in qualche modo ridotta alla biologia e alla biochimica, anche il reame della filosofia non può che ridursi. I problemi dello spazio e del tempo, che occupavano i pensatori da Platone a Bergson, possono essere risolti molto meglio da fisici e astronomi. Che i pianeti siano intelligibili e fornitori di conoscenza umana, come credevano gli scolastici; che la conoscenza e gli ideali siano attinti da schemi fiati in cielo, come affermato da Platone; che l'anima e il corpo si uniscano nella ghiandola pineale, come sostenuto dal padre della filosofia moderna, Cartesio; che l'esistenza del mondo dipenda dalla percezione – Esse Est Percipi di Berkely – questi e altri concetti sono stati da tempo gettati nell'oblio.[2]

Tuttavia, l'anima della filosofia rimane viva nel flusso della storia. Da queste speculazioni emerge una visione. Criticare il loro metodo non implica minimizzare il significato profondo e i contributi di questi geni creativi. Senza il loro faro all'orizonte umano, l'uomo brancolerebbe nell'oscurità con ben poco su cui appoggiarsi. Ma ciò non viene dai sistemi chiusi diligentemente, che gravano piuttosto che produrre creatività. È andando oltre le speculazioni del filosofo, che afferriamo il vero uomo e viviamo secondo la sua visione. Il nucleo della filosofia è nella visione. E la visione non può essere fusa in uno stampo meccanico universale. Nella sua natura reale è un prisma ricco, con tanti colori quanti sono le varietà delle storie umane. Yehudah Halevi è stato il pugno che ce lo indica, in modo leggermente diverso. Il corso del pensiero umano ha confermato la sua opinione. Abbiamo filosofie americane, britanniche, francesi, tedesche, italiane, ebraiche, buddiste e di altro tipo. Fu solo la Germania, con l'obiettivo di prussianizzare il mondo con Berlino come centro, a rivendicare l'unico pensiero universale — ovviamente, quello tedesco.

Il trattamento della filosofia da parte di Yehudah Halevi come prodotto e allo stesso tempo come luce guida delle persone da cui si è evoluta, è altamente rilevante anche al giorno d'oggi. William James, John Dewey, Rousseau e Tolstoj sarebbero stati d'accordo con lui, se fosse stato da loro conosciuto. Penetrare nelle profondità stesse di un popolo e dare direzione e concretezza alle sue potenzialità per il bene è per Yehudah Halevi il massimo raggiungimento filosofico. Il fatto che troviamo nella filosofia ebraica scopi morali, ampi orizzonti, visioni mondiali e nozioni pronunciate di universalità, non implica che la filosofia debba diventare sinonimo di scienza dell'etica — che dovrebbe ed è sempre stata parte sua integrante. La visione è l'energia da cui l'etica trae la sua forza e la filosofia la sua ispirazione.

Sarebbe inutile per noi tentare di definire la visione in termini fissi. Dovremmo piuttosto dire che, a giudicare da coloro che hanno arricchito l'esistenza umana, essa sta nella speranza e nello sforzo di creare un mondo umano più elevato; nella fiducia nelle possibilità dell'uomo di essere simile all'immagine di Dio; e nella speranza che il mondo e l'uomo non sono stati creati invano. Sebbene tutta l'umanità possa lottare per lo stesso fine, i mezzi, l'organizzazione e il metodo di approccio non possono che variare da nazione a nazione. Per parafrasare Yehudah Halevi, diverse condizioni e serie di eventi generano diversi modi di pensare, sentire e sperare.

La visione di Yehudah Halevi era tra le più alte. Abbracciò in un tutto indivisibile, Dio, la Torah, il popolo, la terra, l'esodo dall'Egitto, i patriarchi ancestrali, i profeti e i giusti di tutte le nazioni. Portò sulle sue ali i sentimenti profondi di tutto il popolo di cui è ancora musa ispiratrice.

Una tale visione, il cuore stesso del popolo, sarebbe potuta andar persa per Saadya, che combattè amaramente i Karaiti per la loro mancanza di comprensione biblica? Per Bachya, profondamente preoccupato per lo stile di vita ebraico? Per Maimonide, che ci ha dato la Mishneh Torah? Per Gersonide, che trasse le sue lezioni etiche dai racconti della Bibbia — senza averne una copia davanti a sé nel momento in cui le scrisse? Questa lunga catena storica di pensiero, con la quale vivevano essi stessi, doveva essere posta sulla bilancia quando soppesavano così attentamente i pro e i contro di ogni idea.

Eppure il solito tableau è stato una visione stereotipata di come Saadya si opponga ai semi-sconosciuti principi platonici e aristotelici, come Maimonide li accetti e come Gersonide li esalti. Ma andiamo!

Che non esista una filosofia ebraica è diventato un assioma accettato. La Jewish Encyclopedia non ne fa una rubrica speciale: è elencata sotto "Arabic Jewish Philosophy".[3] la sostanza del libro in lingua inglese, A History of Medieval Jewish Philosophy del Dr. Isaac Husik (1916, ripubblicato nel 1950), si basa su questo presupposto enciclopedico. È un'esposizione eccellente, accademica, coscienziosa e completamente dettagliata di ogni scolastico. Ma purtroppo è nella stessa vena degli altri, come se il compito principale fosse quello di raccogliere e organizzare le loro discussioni neoplatoniche e aristoteliche. La sua introduzione è, credo, una delle migliori per la comprensione dell'aristotelismo trapiantato. Per una valutazione esterna tale introduzione è davvero basilare.[2]

Ma siamo totalmente fuori strada, con una visione alterata dei significati. A dire il vero, ancor oggi i nostri filosofi ebrei preentati nei rendiconti storici storici mi sembrano dei robot perfetti, costruiti meccanicamente, con un mutakalimun, un neoplatonico o un aristotelico dietro che li spinge; robot meravigliosi che riflettono i movimenti esterni nei minimi dettagli, ma mancano del respiro di vita, la vita ebraica. Anche per Yehudah Halevi, che si ribellò alle influenze straniere, un prototipo è stato scoperto nell'autore arabo Al-Ghazali. Mi viene da piangere...

Una classificazione che emerga dalla vita interiore non sarebbe uno strumento migliore per la ricostruzione della storia rispetto a una basata sul processo di assimilazione intellettuale? Se il panorama fosse stato visto dal centro ebraico, la vita fluente della gente non sarebbe stata stereotipata in uno stampo preconcetto, in un'effigie di pseudo-Aristotele o di pseudo-Platone. L'immagine vituale sarebbe stata quella della vera espressione ebraica; dell'agitazione interiore della mente di un popolo in lotta; della preoccupazione di un Saadya che credenze profondamente radicate non venisseroo invase da alcune idee superficialmente attraenti e che respinse sinceramente dopo un'attenta analisi; dell'apprensione di un Bachya affinché la vita esteriore non oscuri quella interiore e il cuore dei precetti vada perso quando eseguito meccanicamente; delle lotte di un Ibn Ezra tra le interpretazioni accettate della tradizione e le sue proprie innovazioni interpretative. Avremmo visto il tentativo di un Yehudah Halevi di fondere insieme la vita nazionale e quella religiosa; l'impegno di Maimonide a mettere in evidenza il razionalismo degli insegnamenti ebraici; le innovazioni di Gersonide nella giustapposizione di tradizione e scienza e la ricerca della verità interiore nella Torah con il sostegno della scienza.[2]

Lo storico moderno non ha scoperto la filosofia ebraica, perché la Bibbia e la ricca letteratura talmudica – benché stimate – non erano inserite in un sistema fisso. Lo scolasticismo ha combaciato coi suoi standard tecnici, ma ai suoi occhi non ha avuto una propria individualità. La forma, è vero, è modellata sugli scritti neoplatonici, postaristotelici e arabi. Ma sotto la forma aliena che di solito è stata presa per il tutto, c'è una vita interiore irrequieta, che cristallizza il passato nel presente, utilizzando idee contemporanee principalmente per rafforzare il proprio pensiero. L'emozione interiore, la base, il modo di agire, persino la dialettica, sono ebrei. Lo storico ha perso il goniometro con cui misurare i rapporti ebraici, perché ha tagliato il pensiero fuori dalla sua impostazione storica.

Portare i nostri scolastici fuori dall'atmosfera ebraica è come vederli attraverso uno specchio distorto. Non si può assolutamente parlare dello scolasticismo cristiano senza avere davanti agli occhi un panorama dell'architettura della chiesa, dello spirito tra le sue mura e del mondo barbaro con cui ha dovuto lottare. Allo stesso modo, non si può avere un quadro completo di un filosofo ebreo senza ambientarlo nel suo contesto tradizionale, finanche nella Sinagoga in cui pregava tre volte al giorno. Questa stessa impostazione ha creato una propria Anschauung ebraica che si è tradotta in una visione e interpretazione della vita in termini di passato ebraico, e ancora di più nel reintegrare l'intero passato nel presente.

Se ci permettiamo di riaffermare la nostra filosofia in termini diversi dagli storici, non è senza la dovuta riverenza per il loro impresa erculea. Se non fosse per l'insuperabile ricerca accademica, la devozione e il sacrificio dei primi storici, i grandi padri della Jüdische Wíssenschaftslehre, ci sarebbe stato molto nello scolasticismo che ci sarebbe rimasto occultato anche oggi. Non è possibile scrivere sull'argomento senza consultarli. Ma non si può rianimare il corpo e dimenticare l'anima. Senza spogliare i loro contributi giganteschi dalle loro nozioni preconcette, il loro lavoro, fertile in sé, può diventare sterile. La colpa non era, ovviamente, la loro mancanza di erudizione: si collocano tra le autorità più alte. Ma sono stati sviati dalla filosofia di emanicipazione dell'autorealizzazione nazionale e dell'assorbimento nell'ambiente circostante. Non sono stati disturbati da un atteggiamento eclettico nei confronti della vita ebraica. Hanno applicato la propria filosofia in modo retrospettivo, forse inconsapevoli di ciò che stavano facendo. Lo stesso impulso ha fatto sì che negassero l'esistenza nazionale e il suo riflessoe intellettuale nel pensiero astratto. Deve essere stato un conforto intellettuale per loro trovare tendenze di assimilazione tra i più devoti ebrei del Medioevo — come ad esempio nel santo Bachya, nel Gaon Saadya, e in colui che pensava che con la sua Mishneh Torah avesse sigillato la Legge per sempre.[2]

Esaminiamo brevemente due punti pertinenti nella ricerca del significato sotto la superficie del pensiero filosofico ebraico.

Il primo punto è negativo. I filosofi dell'Emancipazione non afferrarono una caratteristica fondamentale della mente ebraica, vale a dire, la totale indivisibilità del suo essere interno, il fatto che perderebbe la sua identità se la particella più minuta ne fosse estratta. È più a maglia sretta di un organismo biologico. Un corpo fisico può prosperare anche con un arto amputato. È una peculiare qualità ebraica che il cuore si trovi in ogni parte e l'organismo possa funzionare solo quando tutti sono uniti in un tutto.

Il secondo punto è positivo. Dalla drammatica lotta intellettuale dei filosofi ebrei medievali vediamo che il nostro passato antico non è una semplice entità statica da cui trarre alcune lezioni proficue. Funziona in modo dinamico in ogni fase. Nello scolasticismo ha giocato un ruolo anche nel proprio ragionamento tecnico più astruso. Qualunque nuova idea venisse prodotta doveva essere messa alla prova dalla Torah stessa o da una sua corretta interpretazione. Quindi Maimonide, il logico supremo, fu l'autore dell’ani ma‘amin (io credo.) Questa non era un'incoerenza, come alcuni potrebbero pensare. Gli articoli di fede divennero per lui principi che lo guidavano nelle sue stesse perplessità. Quindi Gersonide, il più radicale tra loro, che era disposto ad accettare la verità da qualunque fonte venisse, si rivolse alla Bibbia come base dell'esperienza umana, come fonte primaria e valida. Dopo lunghe discussioni pro e contro, ringraziò Dio per averlo aiutato a trovare la verità nella Torah. Questa riverenza profondamente radicata per l'osservanza della Legge e l'impulso a rafforzare la recinzione attorno ad essa non si sovrapponevano alla loro filosofia dall'esterno, ma ne costituivano parte integrante.

Intrecciato com'è questo periodo con la continuità del tutto, ne è comunque un suo profilo. È preferibile scattare una foto a figura intera del paesaggio storico ebraico. Ciò che è importante nella storia del pensiero è la genesi delle idee: il modo in cui sono diventate ciò che sono, il modo in cui hanno lottato per l'esistenza, le situazioni che le hanno generate e le persone che le hanno vissute.

Il corso della nostra storia sembra essere stato determinato da due movimenti paralleli, interno ed esterno, uno che tende verso il centro di gravità e l'altro lontano da esso. Entrambi furono ugualmente animati da un serio desiderio di perfezionamento e di arricchimento del sé nazionale. La differenza tra queste linee parallele – tendenze costruttive che sorgono dall'interno e movimenti sovrapposti dall'esterno – consistono nelle rispettive concezioni della natura intrinseca della filosofia ebraica. Attraverso queste divergenze vengono delineate alcune caratteristiche fondamentali: la differenza essenziale tra filosofie ebraiche e cristiane; il destino dell'ellenismo e il karaismo dalla mentalità ristretta; gli errori della filosofia della Riforma; e principalmente il carattere di una filosofia la cui essenza è la conservazione spirituale e l'opposizione non alle idee esteriori in quanto tali, ma alla loro fusione con l'essenza ebraica.

L'ellenismo e il cristianesimo erano basati sul presupposto che il pensiero ebraico, fuso con un sistema esterno, si sarebbe arricchito mediante la fusione. Ma il cristianesimo cessò di essere ebraismo non appena ebbe effetto questa combinazione. Se la fusione fosse stata un autentico concetto ebraico, l'ellenismo sarebbe sopravvissuto e filosofia ebraica e greca si sarebbero fuse in unica sola, e il risultato sarebbe stato più vicino allo spirito ebraico che al cristianesimo. Ma l'anti-fusione è una categoria basilare della mente ebraica, proprio come la fusione è l'essenza del cristianesimo. Per questo motivo il rapporto tra filosofia ebraica e filosofia cristiana, sebbene apparentemente organico e nonostante somiglianze etiche e una fonte comune, è comunque un rapporto esterno. Logicamente la filosofia cristiana è un'obliterazione di quella ebraica e non un suo sviluppo; sono reciprocamente incompatibili. L'una è centripeta, l'altra centrifuga. La fede ebraica è in crescita dall'interno. L'ebraismo non cercava di sovrapporsi al mondo più vasto. L'ideale profetico era che il mondo diventasse gradualmente giudaizzato attraverso il suo proprio processo interiore e che di sua spontanea volontà salisse sulla Montagna del Signore. Il cristianesimo preferiva astrarre l'ebraismo dalla sua impostazione, in modo da portarlo in altre nazioni. Ha trasferito il sé interiore ebraico ad un mondo esterno incompatibile. Ha perso il suo essere ebreo perché la sua filosofia era basata su premesse che violavano le leggi fondamentali del comportamento ebraico. L'ebraismo non può soportare di essere astratto, anche se l'astrazione è fatta con l'intenzione di perpetuare e diffondere i suoi principi fondamentali. Tutti i suoi aspetti sono correlati e funzionano soltanto ebraicamente nell'insieme organico.[2]

L'ellenismo è una tipica illustrazione del comportamento ebraico nei confronti di una cultura esteriore quando raggiunge il punto di fusione. L'incontro con la civiltà greca non è stato il primo incontro dell'ebraismo con il mondo esterno. Molto tempo prima c'era stato uno stretto contatto tra ebrei e babilonesi — ma le due civiltà erano meramente collaterali e non si compenetravano. Qualunque cosa fosse stata acquisita dai babilonesi non aveva alcuna influenza sulla vita ebraica interiore. Il contatto con Babilonia ebbe un effetto piuttosto inverso. Portò al rafforzamento dell'idealismo ebraico e all'abolizione del culto dell'idolo.

Finché il rapporto greco rimase esterno, fu considerato favorevolmente. La traduzione delle Scritture in greco fu salutata dai Rabbini come un evento felice. La lingua greca fu studiata nelle scuole e la sua conoscenza divenne persino un requisito per l'ammissione all'adesione al Sinedrio. Non vi era alcuna seria obiezione a prendere in prestito alcune delle leggi, dei costumi, della terminologia, dei nomi propri e persino delle idee escatologiche dai Greci. Ma quando l'influenza ellenistica si diffuse dalle attività esterne alle idee fondamentali, quando furono fatti tentativi per portare la teologia greca a sostegno dell'ebraismo o per spiegare e interpretare la legge ebraica alla luce dell'etica greca, la reazione all'ellenismo assunse una natura del tutto diversa. La creazione dei Settanta, che aveva portato a un più stretto contatto tra la vita greca e quella ebraica, fu paragonata alla creazione del vitello d'oro e fu dichiarata una giornata di digiuno per piangere sul deterioramento nazionale. Lo studio della lingua greca fu vietato e le opere ebraiche con tracce greche furono bandite dalle scuole. Quindi, sebbene le idee greche fossero prevalenti, rimasero all'esterno e non cambiarono la costituzione essenziale del pensiero ebraico. La risposta all'ellenismo fu la scrittura della Mishnah, dove le tradizioni ebraiche vebbero fissate e si cristallizzarono. Il movimento per fondere l'ebraismo con un'altra filosofia creò un disturbo nell'equilibrio ebraico, ma non fu più grave di un'increspatura nell'acqua. Il nostro flusso storico è continuato indisturbato, lasciando indietro i ciottoli.[2]

Non credo che il cristianesimo, come si crede abitualmente, sia una progenie dell'ellenismo, anche se Filone deve aver spianato la strada ai Greci. Il cristianesimo è nato da un tentativo di rivalutare la filosofia interiore da una di antagonismo alla fusione e astrazione a una che li tollerasse. Da movimento interiore divenne quindi un movimento esteriore, poiché andava contro le leggi della natura ebraica.

Un altro elemento della nostra filosofia è l'effettiva esperienza della continuità come flusso dinamico della corrente ebraica. Il Karaismo, che considerava la tradizione come un accumulo statico, violava il senso ebraico di continuità e la sua visione della Legge come un albero vivo e in crescita (Etz Chayyim). Quindi, nonostante la sua stretta osservanza delle leggi pentateucali, il Karaismo perse il contatto con l'organismo ebraico. Rimase stagnante senza alcuna creatività propria e si disintegrò. Nel corso della sua storia, il Karaismo produsse solo un grande uomo, Aaron ben Joseph di Costantinopoli (nel XIII secolo). Ma egli cercò di riportare il Karaismo alla fase originale. Le sue opere autorevoli sono più vicine al Rabbinismo che al Karaismo.[2]

Le vicissitudini dei vari movimenti ci danno così un'idea del significato interiore della filosofia ebraica: l'insistenza che nulla vi si sovrapponga dall'esterno; la connessione organica con la sua impostazione; l'impossibilità di astrarre una fase e stabilirla come entità separata; la conservazione dell'individualità e della continuità; il costante vivere la storia; la Legge come espressione dinamica di comportamento; la combinazione della fede con lo studio della Legge. Questi tratti e molti altri sono aspetti dello "Spirito ebraico collettivo", che traduce i concetti filosofici in realtà viventi.

Possono sorgere tre domande sullo Spirito ebraico collettivo: (1) Esiste? (2) Perché cercare un significato al di fuori dei filosofi stessi? (3) Cos'è lo Spirito ebraico collettivo?

La risposta affermativa alla prima domanda è dimostrata dalla stessa vita ebraica, che senza la sua ebraicità sarebbe rimasta un mero ricordo come tante altre antiche civiltà. Quando la Torah fu data sul Monte Sinai, secondo il noto Midrash, erano presenti non solo quelli che vennero dall'Egitto. Ogni anima ebrea, anche quelle non ancora nate, fu portata giù dal cielo per stare ai piedi del Monte, ad ascoltare la voce di Dio e ricevere la Torah. La sensazione di un'esperienza spirituale congiunta – "Come se io stesso fossi uscito dall'Egitto" – congiunge l'io con il tutto, ciascuno in tutti e tutti in ognuno. Ciò non è simile alla generale preoccupazione medievale per il nominalismo e il realismo, se la realtà sia nella specie o nell'individuo. Con noi è entrambi. Il tutto ebraico è la realtà espressa attraverso l'individuo, che in quanto ebreo ha individualità solo nella misura in cui incarna il tutto.

Può sembrare stia al di fuori del reame della filosofia collegarlo ai nostri festival. Eppure non sono semplicemente una fase, ma una parte essenziale della struttura ebraica, un'espressione integrale e inseparabile della nostra vita più intima. Hanno la capacità intrinseca di trasformare il concetto di un tutto spirituale in una realtà vivente. Ogni festival è una dinamo storica che rigenera e riproduce il passato in una forma vivente del nostro spirito collettivo. È una rivisitazione di tutta la storia sin dal suo inizio. Il passato, il presente, il popolo, la terra, la memoria e l'esperienza reale, sono fusi insieme in un unico insieme spirituale: il festival, un ramo della nostra filosofia e la sua espressione concreta. Nei festival vediamo, come attraverso una lente d'ingrandimento, che il concetto ebraico di continuità non è semplicemente quello del tempo e dello spazio, ma un'esperienza del passato come se fosse vivo oggi nel presente.

Il concetto di Elezione è un'altra illustrazione dello Spirito ebraico collettivo. Dio non ha scelto alcuni individui particolari per conferir loro "grazia" come loro personale "salvezza". L'alleanza è fatta con tutto il popolo.

Perché cercare un significato al di fuori dei filosofi stessi? Il significato di un contenuto così ricco può essere trovato solo nel contenuto stesso, se compreso nella sua interezza. Dai nostri scolastici possiamo imparare come affrontare la sfida del mondo ebraicamente. Hanno arricchito il passato attraverso le loro erudite interpretazioni e il futuro attraverso la loro illuminazione. Maimonide è tuttora la nostra guida. Saadya e Bachya sono una fonte di ispirazione eterna. Ma la filosofia medievale è il riflesso di un solo periodo paricolare, con un'enfasi eccessiva sulla prospettiva intellettuale. Maimonide sentiva in dovere di fornire motivi razionali per le Leggi, come se non vi fossero altri legami altrettanto forti. Il motivo per cui Saadya, Maimonide e altri nel filosofare era quello di guidare coloro che vacillavano o si sentivano perplessi e attratti dal pensiero arabo e greco. La loro risposta, ebraica sia per finalità che per contenuto interiore, era comunque una risposta a una sfida. Era una selezione di materiale adatto alla situazione dell'epoca, e non un tutto onnicomprensivo. Intendevano rivolgersi a pochi. Maimonide vuole sussurrare al saggio e assilla il lettore affinché non divulghi il significato sotteso che può scoprire da solo. Il fieno è per coloro che sono superiori e la paglia per le masse. Inoltre, questo era un periodo che non aveva ancora afferrato le forze dinamiche della storia. Agostino considerava la storia come "il progresso della Città di Dio dalla terra al cielo". Maimonide è sorpreso dal fatto che la Bibbia riempia molte delle sue pagine con racconti di guerre. Gersonide disse che erano menzionate per scopi pedagogici, per insegnarci a evitare il male e praticare il bene. Filone, il padre dello scolasticismo, spiega che l'Esodo dall'Egitto significa il superamento della materia e l'ingresso nel mondo dell'anima, passando misteriosamente dallo stato somatico a quello pneumatico, cioè dal corpo all'anima.[2]

Trascendere i nostri scolastici alla ricerca del "significato" non significa ignorarli. Sono i geni viventi della nostra storia e hanno continuato il flusso della corrente ebraica. Tuttavia, con la loro mancanza di intuizione storica, sarebbe più fruttuoso al nostro scopo particolare rivolgersi a Yehudah Halevi, l'unico dei suoi tempi che ha afferrato la nostra storia dalle sue stesse radici.[4].

 
Copertina dell'edizione in ebraico del Kuzari (Varsavia, 1880)

Halevi è il poeta del cuore ebraico e il filosofo dell'anima ebraica. In lui troviamo la fusione emotiva e intellettuale. Il suo è lo specchio del genuino pensiero ebraico come è, in fondo, in Bibbia, Halakhah, Midrashim, liturgia e commentari. C'è un lato umano profondo nella filosofia di Halevi, con la sua enfasi su fede, speranza, fiducia e gioia di vivere. Oltre alla profonda filosofia della religione, del nazionalismo e del significato della storia ebraica, il suo Kuzari fa emergere in modo drammatico un principio fondamentale della filosofia ebraica: la connessione organica tra pensiero e azione, mezzi e fini, intenzione e comportamento. Gli storici nel loro resoconto della metafisica di Halevi ne considerano la maggior parte piuttosto irrilevante, come semplici metafore poetiche e discussioni storiche sconclusionate. Ad averne lo spazio, varrebbe la pena dimostrare che il suo legame tra filosofia e storia è veramente ebraico ed è rilevante anche nel pensiero contemporaneo.[5]

Ma Yehudah Halevi non è solo. Le fonti profonde e ricche da cui ha attinto restano da esplorare di prima mano. Questa esplorazione intellettuale è la funzione del talmudista, colui che può organizzare i pensieri filosofici più intimi del Talmud, come Maimonide ne ha sistematizzato il materiale legale. Il Talmud non sarebbe stato accusato di legalismo se le sue innumerevoli intuizioni religiose, filosofiche e psicologiche fossero state portate alla luce. In una prospettiva di autentica filosofia, i talmudisti si collocano tra i grandi filosofi della storia per la loro profonda influenza sulle persone e la loro unità con loro. Sanno come estendere la continuità dal passato al presente e consentire la crescita nel futuro. Le loro erano idee le cui stesse radici crescevano nel suolo ebraico. Hanno coltivato il seme, hanno mantenuto la sua crescita in linea con le radici e hanno curato la sua perpetuazione. Per loro un ideale era un ideale e non un sogno, ed era cristallizzato in leggi che ne avrebbero determinato il conseguimento. I numerosi precetti associati alle attività fisiche indicano il loro infondere sacralità nelle attività quotidiane, anziché separarle. La preoccupazione per la sacralità delle leggi porta a una società armoniosa e non necessita di una rigida divisione delle classi come nella Repubblica di Platone. Le loro regole di condotta erano tali da mantenere un flusso ininterrotto dal Monte Sinai ai fiumi di Babilonia e lontano nel futuro. Hanno mostrato una perspicacia storica unica nel comprendere come elevare un popolo al livello della propria filosofia. La loro efficacia nel plasmare la vita del popolo ha superato quella dei filosofi greci. Socrate, Platone e Aristotele influenzarono senza dubbio il corso della loro civiltà. Ma si distinsero dalla propria gente. Socrate fu condannato da tale gente a bere la cicuta all'età di settant'anni. I suoi discepoli volevano aiutarlo a fuggire dalla prigione, ma a corte erano pochi e silenziosi. Platone intendeva la sua Repubblica per Atene, ma rimase utopica. Sia lui che Aristotele furono esiliati. Anche gli stoici e gli epicurei erano separati dal popolo. Il saggio imperatore stoico Marco Aurelio non mise in atto gli insegnamenti stoici sull'autodisciplina e la liberalità nel suo atteggiamento verso i primi cristiani, che invece perseguitò.[2]

Nel Talmud possiamo trovare l'approccio più vicino alla direzione che la filosofia potrebbe prendere in futuro: allontanarsi da regole astratte e imperativi categorici, dettare doveri senza indicare come raggiungerli. Se il filo conduttore dei pensieri filosofici talmudici fosse stato ripreso dagli scolastici, non ci sarebbe stato bisogno di cercare il significato dietro le loro speculazioni. Si troverebbe in superficie, così come è nel loro interno non troppo accessibile.

Per quanto riguarda la Bibbia, è una filosofia onnicomprensiva di Dio, la Torah, il popolo, la Terra e l'intero universo, su una base morale. La Bibbia non ha bisogno delle nostre lodi. Mi ci riferisco semplicemente per contrastare coloro che non la classificano come un classico filosofico. Che lo è — una grande filosofia, imperitura.

Il ricco contenuto, le diverse enfasi e la varietà delle interpretazioni; le vicissitudini storiche degli ebrei, il tempestoso passaggio dal ghetto al mondo esterno e il riconquistare la Terra di Israele; persino i cambiamenti catastrofici di un'era atomica — tutti questi indicano che un significato genuino della filosofia ebraica deve essere ricercato non solo in pensieri ben definiti, ma anche in quelli che scorrono nelle vene dell'organismo ebraico e che formano un flusso continuo da generazione in generazione.

Una definizione dello spirito ebraico sarebbe difficile quanto quella di catturare in parole l'oceano, le montagne, i fiumi e l'aria che respiriamo. I dettagli, i molti tratti specifici, possono formare un mosaico colorato, ma ciò non sarebbe altro che descrivere l'oceano come acqua, onde e pesci e le montagne come rocce e alberi. Per catturarne lo spirito sotteso, bisogna fare il bagno nell'oceano, scalare le montagne e guardare i panorami che ci si aprono davanti. L'ebreo leale lo fa. Sperimenta quotidianamente la sua filosofia, quando pronuncia il Modeh Ani (ebr. מודה אני; "Rendo grazie") al risveglio e be-yadkha afkid ruchi al momento del riposo. Lo shema (ebr. שְׁמַע‎) è un riassunto della sua visione, della sua fede e del suo modo di vivere.[6]

La gioia della libertà, il passaggio attraverso il Mar Rosso, il vagare nel deserto, la rivelazione di Dio che apparve a dare le Sue leggi per una vita migliore — un'avventura così profonda, spirituale, romantica ha lasciato un'impronta indelebile nella mente ebraica. "Romantica" è parola qui usata in senso filosofico, ad indicare ciò che tocca le profondità della vita. Un romance spirituale tessuto da Dio, una terra e un popolo fusi insieme in un tutto organico porta con sé la propria forza rigenerante. L'impeto vitale ha quindi la sua fonte nel romance spirituale del suo stesso essere. Anima il popolo nel suo insieme a perseguire quegli ideali che hanno dato carattere e individualità alla sua formazione.

Lo Spirito ebraico collettivo non è ciò che si intende per Psicologia popolare delle masse. Non è nemmeno una civiltà, perché la sua storia si è rivelata prima che iniziasse la sua civiltà, nel deserto quando la gente era senza cibo o acqua.

Ogni ebreo, fedele o indifferente al suo retaggio, porta con sé i segni spirituali che costituiscono l'essere ebreo sin dal suo inizio. Alcuni raggiungono l'entelechia ebraica mentre altri portano segni più leggeri o restano indietro, proprio come alcuni sono musicisti, pittori, pensatori dotati, mentre altri semplicemente ascoltano suoni, disegnano linee, pensano in modo rudimentale. Ma il seme di una specie spirituale è comunque presente.

Le varie caratteristiche raccolte dall'indagine di cui sopra non devono essere riassunte, credo, né sarebbe opportuno entrare in ulteriori dettagli. L'esposizione di testi, l'analisi dei dettagli, il riferimento ai problemi perenni dell'Onnipotenza di Dio, il libero arbitrio, la ricompensa e la punizione, l'immortalità – per vitali che siano in se stessi – non riguardano direttamente l'argomento attuale che mira essenzialmente a raggiungere il cuore. L'ebraismo è una filosofia onnicomprensiva con enfasi sullo spirituale. Non è come quella di Thomas à Kempis che porta all'isolamento, alla salvezza personale e alla fuga dal mondo. La nostra è una cosa sola con la vita stessa senza il dualismo di altre filosofie dopo Platone. Qualsiasi sua caratterizzazione unilaterale, come il legalismo, misticismo, soprannaturalismo, materialismo o razionalismo, dimostra una mancanza di penetrazione nella sua essenza. Non è nessuno di questi separatamente, ma tutti formano aspetti inseparabili del suo insieme armonioso.[2]

Ho cercato il più possibile di raggiungere la mente ebraica senza interpolare le mie idee. Molti anche oggi vorrebbero plasmare il nostro albero vivente come i giardinieri francesi fecero con il loro verde scenario a Versailles, in Francia. Mi chiedo quale sia più attraente per l'occhio e per l'anima: foreste dove gli alberi vivono naturalmente, mirando dritti in cielo con i rami che si diffondono nell'aria, o gli alberi tagliuzzati e dall'aspetto pietoso a Versailles, potati in forma rotonda o triangolare per fondersi con l'architettura del suo palazzo risplendente. Per concludere: una visione in cui lo spirituale, il fisico, le montagne, le colline, l'acqua e la terra si uniscono all'unisono per cantare la gloria di Dio — un cantico così epico può far parte della filosofia umana. Ma non può essere racchiuso in un sistema.

  Per approfondire, vedi Essenza trascendente della santità, Guida maimonidea e Torah per sempre.

NoteModifica

  1. Su Halevi si veda soprattutto (EN)"Judah Halevi - Introduction", su thegreatthinkers.org.
  2. 2,0 2,1 2,2 2,3 2,4 2,5 2,6 2,7 2,8 2,9 Gran parte di questo capitolo si basa sugli scritti di Nima Adlerblum, Memoirs of Childhood: An Approach to Jewish Philosophy, cur. Els Bendheim, 1999; "A Perspective for the Study of Jewish Philosophy", Journal of Philosophy 20, no. 17 (1923); A Perspective of Jewish Life Through Its Festivals, 1930; "A Reinterpretation of Jewish Philosophy", Journal of Philosophy 14, no. 7 (1917); "A Study of Gersonides in His Proper Perspective", 1926; "The Elan Vital of the Jewish Woman", in The Jewish Woman, cur. Rabbi Leo Jung, 1934.
  3. Si veda appunto "ARABIC-JEWISH PHILOSOPHY" su jewishencyclopedia.com
  4. Hillel Halkin, Yehuda Halevi, Nextbook, 2010. pp. 4-7, 33-45 e passim.
  5. *Risorse sul Kuzari:
  6. Macy Nulman, The Encyclopedia of Jewish Prayer: The Ashkenazic and Sephardic Rites, Jason Aronson, 1996, p. 125.