La filosofia greca/Le categorie

Devo rimandare ulteriormente la risposta al quesito più volte avanzato. La logica aristotelica ha molti aspetti che devono ancora essere esposti. Nella costruzione dell’albero logico precedentemente proposta ho detto che alla sinistra vanno collocati i termini (sia generi che specie) che indicano “ciò che una cosa è”, ovvero il “che cos’è” di qualcosa. Ho poi affermato che il suo “non essere” va scartato. Ma non è proprio così. In realtà il “non essere” è sempre qualcos’altro: uomo” è “animale” e non “vegetale”, ma entrambi questi ultimi termini sono “(esseri) viventi”, sono cioè generi che appartengono a due rami diversi dell’albero logico. Facciamo uno schema:

Schema semplificato di "albero logico" aristotelico.jpg

La definizione di “uomo” è dunque (come più volte detto): (ogni) uomo è un animale e (ogni) animale è un (essere) vivente. Tre sostantivi appartenenti alla stessa categoria dell’albero logico. Ovviamente questo è uno schema iper-semplificato. Sul primo ramo, quello dei “viventi”, non possiamo aggiungere altro, e lo stesso vale per il secondo; sul terzo ramo potremmo proseguire, aggiungendo il “gatto”, la “colomba” ecc… Lo stesso per ogni predicato del lato destro. La casella vuota iniziale invece indica la categoria a cui tutti i termini dell’albero appartengono, sia a sinistra che a destra. Che cos’è allora la categoria (dal greco: katà agoreuo, chiamo a testimoniare)? Le categorie (dieci secondo Aristotele) sono i generi sommi a cui possono essere ricondotti i vari tipi di predicati o generi. Ciascuna di esse fa capo a un albero ma non è il risultato di una divisione (non c’è nulla di più generale che la comprenda, se non il concetto stesso di categoria… se ciò appare contraddittorio più avanti spiegherò perché non lo è). Esse sono: sostanza (“animale”, “uomo”), quantità (“di tre metri”, “di un chilo”), qualità (“buono”, “bianco”), relazione (“maggiore di”, “doppio di”), dove (“in casa”, “in piazza”), quando (“oggi”, “ieri”), giacere (“è seduto”, “è sdraiato”), avere (“ha le scarpe”, “ha una pistola”), agire (“mangiare”, “camminare”), patire (“essere tagliato”, “essere guardato”). L’elenco non è convincente e ha fatto discutere per secoli; lo stesso Aristotele lo considerava un abbozzo ma non ha mai fornito una sua revisione. Le prime tre o quattro sono certamente le più usate nei trattati e le più solide dal punto di vista linguistico.

Un altro chiarimento dovuto è quello relativo alla differenza tra generi e specie. Finora non ho dato particolare rilevanza alla loro differenza logica, per una semplice ragione: generi e specie si distinguono non in sé (qualcosa può essere sia genere che specie), ma in base alla posizione che hanno nella frase (enunciato). Nella frase A) “l’italiano è un uomo” (essere umano, naturalmente), “uomo” è predicato (genere) di “italiano” (specie). In B) “l’uomo è un animale”, “animale” è predicato (genere) di “uomo” (specie). È l’ordine sintattico che attribuisce ad ogni termine la sua funzione. E con questo, l’ordine sintattico si fa struttura e modello dell’ordine logico-dimostrativo del discorso (logos). Adesso possiamo riempire anche la prima casella, indicando a quale categoria appartengono i termini (predicati) del nostro albero: essa è la SOSTANZA, la prima e la più importante delle dieci.

Abbiamo visto che il termine “categoria” indica i dieci generi sommi in cui è divisibile il discorso. Essi tuttavia non fanno parte di nessun genere “ultrasommo”. Il concetto di categoria non è una “super categoria”. È una pura funzione logica inerente al linguaggio che non corrisponde ad alcun ente. Ed è così che, piano piano e con fatica, ci stiamo avvicinando alla nostra ricerca sul criterio di verità degli enunciati. Domandiamoci allora: qual è la posizione appropriata della categoria di sostanza in un enunciato (attenzione: non in tutte le lingue vale la stessa risposta, poiché ogni lingua ha una sintassi propria; qui ovviamente ci limitiamo al caso delle lingue “romanze” ovvero derivate dal latino, come l’italiano, il francese e lo spagnolo)? In una frase italiana sintatticamente corretta la sostanza occupa il primo posto, quello del SOGGETTO. Nella logica aristotelica i termini di Sostanza e Soggetto coincidono. Procediamo. La seconda (e ultima!) categoria che prenderemo in esame è la QUALITA’ (“buono”, “bianco”). Si nota subito che ad essa fanno capo gli aggettivi. Il criterio che li differenzia dai termini inerenti alla Sostanza è spiegato da Aristotele in questo modo: la Sostanza indica “ciò che viene detto DI un soggetto” (“l’uomo è un animale”), la Qualità invece “ciò che È in un soggetto” (“un foglio bianco”), ovvero è il suo attributo. Infatti, mentre “animale” distingue l’uomo da altri “viventi”, “bianco” non distingue il foglio da altri “non viventi”, ma caratterizza questo singolo foglio. Ancora: essere “pelato” non distingue un uomo da un cavallo ma da altri uomini, cioè indica un singolo uomo.

La coincidenza tra Sostanza e Soggetto attribuisce alla logica aristotelica un carattere del tutto speciale, che permette alla sintassi di funzionare sia come modello logico (formale) che come modello scientifico (sostanziale). Per il nostro filosofo, infatti, la Sostanza indica tutto ciò che è, che ESISTE, che è presente nella realtà. Gli enti di cui si parla – i Soggetti - SONO gli enti del mondo, le sue sostanze. Detto filosoficamente: la logica aristotelica è una logica ontologica, ovvero è una rappresentazione della realtà. Essa serve a costruire delle dimostrazioni, ma ogni dimostrazione corrisponde a ciò che veramente è. Come sosterrà un filosofo inglese del Novecento, “di ciò che è si deve poter parlare”. Ed eccoci al punto. Per Aristotele ciò che dico è vero perché esiste, o meglio, perché è evidente. Lo vediamo, quindi è. Il giovane “lettore” dell’Accademia non “specula” ma “osserva” (come il medico naturalista suo padre), non “intuisce” ma “classifica” sulla base di ciò che è dato vedere davanti ai nostri occhi. La Verità non è un’idea trascendente, ma è la qualità di un enunciato; l’albero di per sé non è vero o falso, ma è “vero o falso” ciò che dico di esso.