La filosofia greca/La matematica, il bene, la Polis

Indice del libro

Il dialogo La Repubblica, nella sua interezza, è la vera sintesi finale del pensiero platonico. In esso trovano unità i molteplici livelli della sua evoluzione: dall’insegnamento etico e civile di Socrate alla “scoperta” della matematica. Se si vuol parlare di “sistema”, allora esso appare in qualche modo delineato proprio in quest’opera.

Tradizionalmente, la storia della filosofia assegna alla Repubblica il ruolo di prima grande utopia politica. E indubbiamente essa appare come l’immagine dello Stato ideale, nel senso letterale del termine [vedi appendice]. Ma ancora una volta questa lettura dell’opera è simile a un fascio di luce troppo diretto, che illumina qua e là gli aspetti particolari lasciando inevitabilmente in ombra una visione d’insieme più completa. Certamente Platone immagina uno Stato nell’ottica della giustizia, che è conoscenza del Bene, ma nello stesso tempo fonda le basi dell’etica, una teoria della conoscenza e il ruolo della filosofia tra le discipline formative (e non pratiche); l’utopia è una cornice in cui trovano posto oggetti ben più concreti, un paradigma atto ad ospitare teoremi logicamente ben fondati. Forse è necessario capovolgere l’interpretazione corrente: non è lo Stato ideale che promuove il Bene, ma è la conoscenza filosofica del Bene che permette uno Stato ideale. Come a dire: non è la buona politica che garantisce la verità, ma la verità che garantisce la buona politica.

La ricerca incessante di una via razionale al Bene conduce Platone a conclusioni molteplici che interagiscono tra loro in modo estremamente coerente. Quello che troviamo nel dialogo è un insieme di ipotesi, più che una dottrina, ciascuna delle quali necessita di essere sviluppata, messa alla prova del Logos, si costituisce come spunto per ulteriori ricerche. A cominciare dal ruolo della matematica nel sistema educativo. Da quanto abbiamo visto precedentemente, può sembrare che solo i matematici possano essere veri filosofi. No: lo scopo della matematica non è formare i matematici ma i filosofi, veri sapienti. Questo messaggio fu ben recepito nella scuola del secolo scorso: lo studio del latino nelle medie inferiori non aveva lo scopo di formare dei latinisti. Una visione distorta della pedagogia (in greco: paideia) porta a credere che lo studio di una disciplina serva necessariamente a creare una competenza specifica. Ma questa è una generalizzazione assai perniciosa. Esistono infatti, come Platone insegna, due diversi tipi di discipline: quelle pratiche e quelle formative. Quelle volte al saper fare e quelle rivolte, diciamo, al saper conoscere.

Il secondo “teorema” della Repubblica si presenta come una teoria della conoscenza (gnoseologia). L’ipotesi di Platone è che la conoscenza non può essere immediata, ma è sempre MEDIATA dalla ragione (Logos). Certamente i suoi argomenti non sono “attuali”, ma si può affermare che la storia della filosofia tutta – con una sola eccezione sicuramente consistente – non ha fatto altro che cercare di dimostrare questo teorema, confluito poi nelle scienze neuro-cognitive. Oggi è assodato che non vediamo mai il mondo “così com’è”, ma filtrato dalle nostre strutture cerebrali e mentali. Pare che la gnoseologia platonica sia un seme che non ha cessato di proliferare per ben due millenni.

Terzo, e più spinoso problema, è quello del ruolo della filosofia nella Polis, potremmo dire nella convivenza civile. Per gradi: la conoscenza è un cammino progressivo che educa all’uso della ragione (Logos); la matematica è lo strumento per educare i filosofi a concepire l’Essere come ideale e immutabile; la filosofia dimostra perché il Bene è l’Essere. Leggiamo.

« (…) hai sentito dire spesso che oggetto della massima disciplina è l’idea del bene; è da essa che le cose giuste e le altre traggono la loro utilità e il loro vantaggio. (…) Credi che ci sia vantaggio a possedere una qualunque cosa, se non è buona? o a intendere tutto ad eccezione del bene, senza intendere per nulla il bello e il bene? (…) lasciamo stare per il momento che cosa sia mai il bene in sé: mi sembra una cosa troppo alta perché possiamo raggiungere ora, con lo slancio presente, il concetto che ne ho io. Invece voglio dire, se ne siete contenti pure voi, quello che sembra la prole del bene, cui molto somiglia. (…) Puoi dir dunque, feci io, che io chiamo il sole prole [c] del bene, generato dal bene a propria immagine. Ciò che nel mondo intelligibile il bene è rispetto all’intelletto e agli oggetti intelligibili, nel mondo visibile è il sole rispetto alla vista e agli oggetti visibili. (…) Allo stesso modo considera anche il caso dell’anima, cosí come ti dico. Quando essa si fissa saldamente su ciò che è illuminato dalla verità e dall’essere, ecco che lo coglie e lo conosce, ed è evidente la sua intelligenza; quando invece si fissa su ciò che è misto di tenebra e che nasce e perisce, allora essa non ha che opinioni e s’offusca, rivolta in sú e in giú, mutandole, le sue opinioni e rassomiglia a persona senza intelletto. – Le somiglia proprio. – Ora, [e] questo elemento che agli oggetti conosciuti conferisce la verità e a chi conosce dà la facoltà di conoscere, di’ pure che è l’idea del bene; e devi pensarla causa della scienza e della verità, in quanto conosciute» [Platone, Repubblica, VI] »

Ricapitolando: a) la conoscenza dell’idea del bene rende capaci di distinguere ciò che è buono, e quindi utile (nel senso di vantaggioso). b) il “bene in sé” è indicibile ma solo intuibile dianoeticamente (attraverso la ragione), occorre dunque parlarne per metafore. C) Il Bene è COME il sole: esso illumina le altre idee e ne rende possibile e chiara la conoscenza. Conoscere senza sapere a chi e a cosa giova la nostra conoscenza – essere “capaci di” senza conoscere lo scopo di ciò che facciamo – non è auspicabile, anzi (e qui siamo al punto): nella conduzione della politica, agire senza la conoscenza del Bene è essere come un cieco che guida altri ciechi. Il cerchio platonico (e metafisico) si chiude: quella del Bene è l’idea suprema, l’Uno che ordina la conoscenza al fine della buona politica.

Appendice

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La metafora politica delineata da Platone nella Repubblica sostiene che gli unici adatti alla guida dello Stato sono i filosofi. Essi sono selezionati tra i cittadini in base a una precisa tripartizione dell’anima: l’anima concupiscibile, irascibile e razionale. Ciascuna di queste tre funzioni presiede a una parte del corpo specifica: lo stomaco, il cuore e il cervello. Coloro nei quali predomina la parte concupiscibile, portati perciò al godimento della vita nei suoi aspetti più semplici, sono destinati al lavoro manuale o artigiano; gli affetti dalla funzione irascibile, desiderosi di eccessi e di passioni, è bene che si dedichino al mestiere delle armi in difesa della Polis. Infine, coloro che manifestano un carattere razionale devono essere educati alla conoscenza e condotti al governo della città.

Alcune annotazioni.

La selezione dei governanti non ha un carattere classista. Essa è determinata dalla conoscenza delle qualità proprie di ciascun individuo. Ognuna di queste tre categorie dev’essere educata affinché ognuno trovi la propria ragion d’essere e il proprio appagamento in ciò che effettivamente può fare e desiderare. I filosofi sono separati dalla vita sociale e conducono un’esistenza riservata e protetta, volta alla continua ricerca del Bene e del Giusto. I loro atti devono essere disinteressati; per questa ragione convivono in una sorta di comunitarismo in cui tutto è diviso ugualmente, senza ragioni di invidia e di conflitto. È del tutto fuorviante, a questo proposito, parlare di un cosiddetto “comunismo” platonico. Il resto della popolazione, infatti, conduce una vita del tutto normale, regolata da leggi che però garantiscono una giustizia realmente efficace. Lo Stato platonico non è “totalitario”, contrariamente a quanto sostenuto da autorevoli commentatori del Novecento. Il totalitarismo infatti fonda il proprio potere sull’irrazionalità delle passioni, sul razzismo, l’intolleranza, la sottomissione dei più deboli. Nella Repubblica non esiste una divisione di classe ma il riconoscimento delle responsabilità che competono ad ogni cittadino secondo le sue possibilità e la sua volontà. La felicità è concessa a tutti – nel rispetto della legge e dei valori, il più alto dei quali è la superiorità della ragione sull’istinto. È bene anticipare un dato storico rilevante: questa teoria dell’anima diventerà nel Medioevo la base dell’antropologia sociale della Chiesa. Solo allora essa servirà a giustificare una tripartizione “classista” della società, di tipo gerarchico piramidale, fondata sul concetto di superiorità dello spirito (Chiesa) e della forza (impero) rispetto al lavoro materiale.