Ebraicità del Cristo incarnato/Conclusione 5

Indice del libro
Adam de Coster (Attr.) - The poet.Jpeg
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"Giovanni, il Poeta", olio di Jan Cossiers, 1643

ConclusioneModifica

Nel corso di questo capitolo, ho esaminato e messo in contrasto il modo paradossale con cui due autori ebrei del primo secolo, vale a dire Filone e Giovanni, presentarono la figura enigmatica del logos. L'ho fatto per sottolineare come entrambi vedano il logos quale mezzo tramite cui una parte del Dio supremo di Israele potrebbe entrare nella creazione corporea. Tuttavia, nel processo, la mia analisi ha rivelato qualcosa di più: ha dimostrato come l'autore del Vangelo di Giovanni, che scrive dopo il tempo di Filone, possa essere stato a conoscenza del tipo di mosse ideologiche che Filone compie rispetto al logos e cerchi di affermare che Gesù era il mezzo esclusivo con cui il Dio di Israele poteva incarnarsi sulla terra (sia attraverso la persona stessa di Gesù sia attraverso le sue parole).

In effetti, esplorando un particolare momento della storia ebraica, invece di impiegare una lente che guardi indietro nel tempo da un risultato successivamente noto nella teologia cristiana, queste due visioni autoriali possono essere viste per quello che erano: modelli concorrenti di incarnazione divina. Anche se è certamente esagerato suggerire che Giovanni, che scrive circa mezzo secolo dopo Filone, stava rispondendo direttamente alle affermazioni di Filone su come il Dio di Israele potesse incarnarsi attraverso il logos – anzi, non sappiamo nemmeno se Giovanni conoscesse per niente gli scritti di Filone – ​​è possibile che l'attenzione ontologica di Giovanni fosse intesa a superare altri modelli concorrenti dell'incarnazione di Dio che erano già in circolazione. Poiché il Vangelo di Giovanni afferma inequivocabilmente che la parola divina si fece carne nella persona di Gesù (cfr. Giovanni 1:14), e raffigura Gesù come "Uno con Dio Padre" e suggerisce che coloro che riescono a credere in lui possono sperare nella stessa unione (cfr. Giovanni 17:11,21-22: "Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi" ecc.), l'autore – attraverso questo focus ontologico – presenta una visione diversa, più universale, del perché il Dio di Israele abbia assunto una forma corporea, umana. In particolare, per Giovanni, credere in Gesù come incarnazione di Dio[1] è ciò che alla fine porta alla salvezza dei suoi seguaci (Giovanni 1:12; 3:15-16, 18, 36; 5:24; 6:40, 47; 11:25-26).[2] In verità, per Giovanni, la fede in Gesù come il divino Messia di Israele può persino portare alla divinizzazione dei seguaci di Gesù, cosicché anche loro possano diventare parte dell’unicità di Dio (Giovanni 17:11, 21-22).[3]

Nonostante questa differenza, ciò che rivela l'articolazione dell'incarnazione divina attraverso il logos di Filone di Alessandria è che il linguaggio incarnazionale che emerge nel Vangelo di Giovanni, nonostante il suo significato per la successiva teologia cristiana, non è così innovativo come è stato ipotizzato.[4] Piuttosto, le descrizioni del Vangelo di Giovanni sulla parola divina fattasi carne, sebbene concepite diversamente, stanno in continuità con ciò che si trova in Filone. Ciò porta alla luce un punto di comunanza tra i membri del movimento di Gesù e un altro ebreo, cioè Filone, che visse nei primi secoli dell'era volgare. Inoltre, illumina come la nozione di Incarnazione, espressa per prima nel Vangelo di Giovanni, non fosse l'unico modo in cui gli antichi ebrei, nel primo periodo romano, concepivano Dio in forma corporea.

Vangeli di Giovanni e Luca, Manoscritto del XIII secolo
Il "Prologo del Vangelo di Giovanni" o "Inno al Logos" nel Papiro 66 (ca. 200) attualmente conservato a Ginevra

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Biografie cristologiche.
  1. L'enfasi giovannea sulla necessità di "credere" in Gesù è molto forte, poiché vari esempi del verbo πιστεύω ricorrono nel Vangelo, a differenza di undici, quattordici e nove volte rispettivamente nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca.
  2. L'autore giovanneo, per esempio, intima che coloro che credono in Gesù e/o Dio diventano figli di Dio (Giovanni 1:12), hanno la vita eterna (3:15-16, 36; 5:24; 6:40, 47), non ricevano condanna (3:18, 5:24) e non provano mai la morte (5:24, 11:25–26).
  3. Si veda anche Andrew Byer, "The One Lord and One People of the One God: The Fourth Gospel’s Vision of a Divine Messiah and a Divinized Israel" (relazione presentata al sesto Incontro Nangeroni su "John the Jew: Reading the Gospel of John’s Christology as a Form of Jewish Messianism", Camaldoli, Italia, 20 giugno 2016), 1–18.
  4. Dunn, Christology in the Making, xii–xxxix, 213; Boyarin, Borderlines, 105; Casey, Jewish Prophet, partic. 9, 31-32, 35-36. Da notare che Casey, in particolare, reputa che i più ampi sviluppi presenti nel Vangelo di Giovanni, wrispetto alla " divinità e incarnazione di Gesù" sia solo possibile "quando la comunità giovannea... ebbe un'autoidentificazione gentile" (9).