Ebraicità del Cristo incarnato/Conclusione 1

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"Cristo con corona di spine", olio di Carl Heinrich Bloch, ca. 1890

ConclusioneModifica

A un livello molto basilare e da una prospettiva pratica, è necessario spostare la nostra retorica accademica dal concentrarsi sull'antico monoteismo ebraico e verso una discussione su Dio come creatore in opposizione a tutta l'altra realtà, perché questo è il linguaggio che gli antichi ebrei impiegavano quando cercavano di descrivere chi era Dio per loro. A differenza degli studiosi di oggi, gli antichi ebrei non discutevano se la personificazione degli attributi divini o l'apoteosi dei saggi compromettessero la natura del monoteismo. Piuttosto, concepivano la divinità in modo gerarchico, credendo che molti esseri "divini" differenti, anche se creati, potessero partecipare alla divinità del Dio creatore di Israele senza compromettere l'unicità di Dio. Questa osservazione rivela una differenza fondamentale tra le preoccupazioni degli antichi e quella nostra. Gli studiosi oggi chiedono: come poteva Gesù essere considerato divino senza compromettere i principi di base del monoteismo ebraico? Ma gli antichi invece si chiedevano: come possiamo, quali esseri umani, diventare noi stessi simili a Dio? Questa discrepanza rivela come le domande che gli studiosi pongono per interrogare testi antichi spesso riflettono interessi moderni piuttosto che rappresentare la visione del mondo degli antichi stessi. La nostra conoscenza moderna non ci assolve, noi studiosi, dal tentativo di comprendere l'antichità alle sue proprie condizioni e termini. Piuttosto, dovrebbe costringerci ad esumare di nuovo, con nuove intuizioni, ciò che stava accadendo nei tempi antichi. Prestando maggiore attenzione alla lingua che gli antichi ebrei impiegavano effettivamente rispetto a Dio e al regno divino, possono emergere nuove scoperte nello studio dell'antico ebraismo.

Uno dei problemi che vedo con l'attuale attenzione alle domande relative alla natura dell'antico monoteismo ebraico è che nasconde importanti punti di continuità tra i primi seguaci di Gesù e altri ebrei che vivevano in quel momento. Negli ultimi anni, un certo numero di specialisti interessati allo studio della cristologia primitiva si sono preoccupati del seguente problema: dato che i primi seguaci di Gesù erano ebrei, e gli ebrei durante il primo secolo dell'era volgare erano apparentemente monoteisti, come potevano tali ebrei concepire Gesù, accanto a Dio Padre, come divino? Quando gli studiosi iniziano le loro ricerche con un focus anacronistico sulla nozione di antico monoteismo ebraico, e presumono che la divinità fosse la prerogativa esclusiva del Dio supremo di Israele, allora i primi seguaci di Gesù, con la loro fede nella divinità di Gesù, vengono immediatamente individuati e presentati in opposizione a tutti gli altri ebrei in quel momento. Tuttavia, se l'attenzione può spostarsi sulla distinzione tra il Dio increato e tutta l'altra realtà – una distinzione che gli ebrei antichi effettivamente facevano – e possiamo riconoscere che la divinità suprema increata di Israele permetteva ad altre entità minori di partecipare alla sua divinità, allora i primi seguaci di Gesù possono essere visti come parte di questa antica discussione ebraica piuttosto che come una biforcazione distinta da essa. Inoltre, si può dedicare maggiore attenzione a come non tutti gli ebrei erano d'accordo su ciò che poteva o non poteva essere incorporato nell'identità di quel Dio supremo increato. Per dirla semplicemente, l'analisi di questa distinzione tra una divinità suprema increata e tutta l'altra realtà offre una prospettiva migliore su ciò che era in gioco nell'antichità quando gli antichi pensavano, scrivevano e parlavano di Dio.

Ho dedicato specificamente un intero capitolo alle antiche concezioni ebraiche di Dio perché senza una chiara comprensione di come ho affrontato questo contestato argomento, la mia più ampia discussione sull'incarnazione divina nell'antichità ebraica potrebbe essere facilmente fraintesa. Spostare l'attenzione in questo modo mi consente anche di mostrare come certe idee rivoluzionarie fossero, anche ai loro giorni — idee come quelle proposte nel prologo del Vangelo di Giovanni. Poiché gran parte dello studio passato si è concentrata sulla questione del monoteismo ebraico, ne è emersa anche la questione relativa alla divinità di Gesù. La difficoltà con tale questione, tuttavia, come ho dimostrato in questo capitolo e che svilupperò nel corso di questo mio studio, è che c'erano anche molte altre entità nella visione del mondo degli antichi ebrei che erano considerate divine, cosicché la divinità di Gesù, di per sé, non era unica. Sebbene ci siano molti studiosi attuali che vedono come unica l'iniziativa che i primi cristiani hanno preso di incorporare Gesù nell'identità divina, come ha illustrato la mia breve esplorazione della interpretazione da parte di Filone riguardo alle potenze divine di Dio e la mia successiva analisi di questi temi nei Capitoli III, IV, V e VI chiarirà, ideologie simili erano ben radicate nell'ebraismo prima dell'ascesa del primo movimento cristiano. In effetti, come ha osservato Paula Fredriksen: "L'antico monoteismo... affrontò il problema dell'architettura del cielo, non della sua popolazione assoluta. Finché un dio si trovava all'apice assoluto della santità e del potere, i monoteisti pagani, ebrei e infine cristiani potevano e vi facevano accomodare un gran numero di divinità di grado inferiore."[1] Sebbene io non sia d'accordo con l'attenzione di Fredriksen sul termine "monoteismo ebraico", ella sottolinea in modo eccellente il modo in cui molti antichi ebrei concepivano il divino. Non c'era solo una cosa divina nella visione del mondo degli antichi ebrei – finanche nel I secolo e.v. – ma un certo numero di diversi strati di divinità che partecipavano tutti alla divinità del loro unico Dio creatore supremo.

Questo capitolo sulla riconcettualizzazione del monoteismo ebraico antico complica il modo in cui gli ebrei antichi vedevano Dio. Da un lato, come le loro controparti greco-romane, essi immaginavano un mondo con molti gradi di divinità, confondendo le moderne definizioni di monoteismo; la loro visione del mondo comprendeva la convinzione che diverse entità (inclusi alcuni esseri umani eletti) potessero partecipare alla divinità del Dio supremo di Israele e quindi essere considerate esse stesse "divine". D'altra parte, gli antichi ebrei articolarono una chiara separazione tra il Dio creatore e tutta l'altra realtà. Pertanto, sebbene molte entità potessero essere considerate "divine", ciò non le rese sinonimo del Dio più alto e increato di Israele. Questa interpretazione dell'antica divinità ebraica fa da sfondo al resto del mio studio. Nel prossimo capitolo, applico questa comprensione sfumata alla mia stretta lettura dell'opera di Filone di Alessandria. In particolare, dimostro come Filone – parimenti all'autore del Vangelo di Giovanni (cfr. Capitolo VI) – presenti anche un mezzo con cui il Dio di Israele poteva incarnarsi — sebbene per lui il nesso di tale incarnazione non sia la persona di Gesù ma le anime di umani creati. Mostrerò quindi come figure particolarmente giuste secondo il pensiero di Filone, esemplificino questa tendenza, con Mosè come esempio principale. Questa evidenza suggerisce che lo studio sull'incarnazione di Dio è stato limitato dalla conoscenza degli sviluppi successivi della teologia cristiana.[2] Le articolazioni dell'incarnazione divina, come quella presente in Giovanni 1:14 rispetto alla figura di Gesù, non erano l'unico modo in cui gli ebrei nei primi secoli dell'era volgare capirono che Dio poteva incarnarsi in forma umana.

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Biografie cristologiche.
  1. Fredriksen, Sin, 54.
  2. L'idea che Dio si sia incarnato nella figura specifica di Gesù è stata a lungo concepita come l'evento centrale e determinante del cristianesimo. Questa concezione è tipicamente inquadrata relativamente alla successiva dottrina dell'Incarnazione. Si veda, per esempio, Cross, "The Incarnation", 452–476.