La religione greca/Le religioni dei misteri/Pitagora e il Pitagorismo

La figura del "saggio" di Samo, Pitagora, è una delle più controverse della storia del pensiero, non solo religioso, della Grecia antica. La ragione di questa problematicità risiede sostanzialmente nella scarsa "decifrabilità" quando non "attendibilità" delle testimonianze che lo riguardano[1][2]. Nonostante ciò lo studioso svizzero Christoph Riedweg, filologo classico e specialista di questa figura, ha tentato, in Pythagoras: Leben–Lehre–Nachwirkung (Monaco 2002)[3], di ricostruirne i lineamenti storici.

  • La tradizione che vuole gli insegnamenti di Pitagora esclusivamente orali risale al Neopitagorismo e quindi non possiede evidenze antiche[4]; ma, anche nel caso di una esclusiva tradizione orale, possediamo gli akousmata (ἄκουσμα, "cose ascoltate; anche symbola, "parole di riconoscimento") che contengono gli insegnamenti tradizionali pitagorici che possono risalire al "saggio" di Samo.
  • Pitagora, vissuto nel VI secolo a.C., fu originario di Samo, un'isola ionica in Asia minore, ovvero in quella regione del mondo greco ove per prima apparve la riflessione filosofica sulle origini del cosmo, e che darà i natali anche a Erodoto; Pitagora fu anche contemporaneo di Ecateo, discepolo, secondo la tradizione e come Pitagora, di Anassimandro e autore di opere di carattere etnografico e storico culturale.
  • Sono noti i rapporti tra le colonie ioniche in Asia minore e la Magna Grecia, come è abbastanza ricostruibile il trasferimento di Pitagora da Samo a Crotone all'incirca verso il 530 a.C.; nello stesso periodo altri abitanti di Samo fonderanno Dicearchia (oggi Pozzuoli) vicino a Napoli.
  • La più antica testimonianza su Pitagora risale a un detto canzonatorio di Senofane (VI secolo a.C.; Pitagora si sarebbe lamentato con un tale perché picchiava un cane dove egli aveva riconosciuto l'anima di un suo amico[5]). Nel IV secolo lo scettico Timone di Fliunte accusa Pitagora di essere stato un ciarlatano; altrettanto Cratino, poeta comico ateniese, accusa i pitagorici di usare la retorica per ingannare i loro uditori. Ciò non dovrebbe stupire in quanto la tradizione di Senofane vuole costui assertore che sugli dèi nulla si può sostenere se non pure congetture.
  • Anche Eraclito (VI-V sec. a.C.) ha sostenuto che Pitagora, figlio di Menarco, fosse un erudito (πολυμᾰθία), ma di "artificiosa astuzia" (κᾰκοτεχνία)[6] e incapace di comprendere ciò che caratterizzava la sua erudizione[7].
  • Sembra accertato il rapporto tra Pitagora e le conoscenze misteriche orfico-dionisiache, rapporto testimoniato da numerose coincidenze tra le regole pitagoriche e il bios proprio dei misteri.
  • Ione di Chio (V sec. a.C.) testimonierebbe la vicinanza di Pitagora agli orfici [8], e collegherebbe il saggio di Samo a Ferecide. successivamente indicato come suo allievo.
  • Empedocle (V sec. a.C.), autore influenzato dall'Orfismo[9], non cita espressamente Pitagora, ma c'è da ritenere che nel frammento di cui al D-K 31 B 129, si riferisca precisamente a lui:

Approfondimento

Il bíos pythagorikós
Le 39 regole pitagoriche riportate da Giamblico nel Protrettico (XXI)
Traduzione di Maria Timpanaro Cardini in Pitagorici antichi, Milano, Bompiani, 2010, pp.919 e sgg.
1. avviandoti al tempio inchinati, né t'occupare, con parole e con atti, d'altra faccenda lungo il cammino.
2. non devi entrare nel tempio e nemmeno solo inchinarti occasionalmente nel tuo cammino, neppure se ti trovi a passare proprio davanti alle sue porte.
3. sacrifica e inchinati scalzo.
4. evita le vie maestre, cammina per i sentieri.
5. astieniti dal melanuro: è sacro agli dèi sotterranei.
6. frena la lingua davanti agli altri, per deferenza verso gli dèi.
7. quando i venti spirano, venera Eco.
8. non attizzare il fuoco col coltello.
9. allontana da te ogni ampolla d'aceto.
10. aiuta l'uomo che si carica un fardello, non aiutare chi lo depone.
11. per calzarti avanza prima il piede destro, per il pediluvio il sinistro.
12. non parlare di cose pitagoriche al buio.
13. non squilibrare la bilancia.
14. partendo dalla patria non voltarti indietro, perché le Erinni ti seguono.
15. non orinare rivolto al sole.
16. non nettare la latrina con la fiaccola.
17. alleva il gallo, ma non ucciderlo; perché è sacro al Mese e al sole.
18. non sedere sul moggio.
19 non allevare animali con artigli ricurvi.
20. per strada, non dividere.
21. non accogliere rondini in casa.
22. non portare anello.
23. non incidere l'immagine di un dio in un anello.
24. non specchiarti a lume di lucerna.
25. non negar fede a cosa anche strana riguardo agli dèi e alle divine sentenze.
26. non abbandonarti a riso incontenibile.
27. durante un sacrificio non tagliarti le unghie.
28. non porgere con facilità la destra a chiunque.
29. quando ti alzi arrotola le coperte e riordina il luogo.
30. non masticar cuore.
31. non mangiare cervello.
32. sui tuoi capelli e unghie tagliate, sputa.
33. non cibarti di eritino.
34. cancella l'impronta della pentola dalla cenere.
35. per aver figli non unirti a donna ricca.
36. preferisci il motto: "una figura e un passo" al motto: "una figura e un triobolo".
37. astieniti dalle fave.
38. coltiva la malva, ma non mangiarne.
39. astieniti dal cibarti di esseri animati.
La figura "storica" di Pitagora
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(IT)
« Il primo che fece uso del termine "filosofia" e che chiamò se stesso "filosofo" è stato Pitagora, discutendo a Sicione con Leonte, tiranno di Sicione o di Fliunte, secondo quanto afferma Eraclide Pontico nell'opera Sull'inanimata: nessuno infatti è sapiente tranne Dio. »

(GRC)
« Φιλοσοφίαν δὲ πρῶτος ὠνόμασε Πυθαγόρας καὶ ἑαυτὸν φιλόσοφον, ἐν Σικυῶνι διαλεγόμενος Λέοντι τῷ Σικυωνίων τυράννῳ ἢ Φλιασίων, καθά φησιν Ἡρακλείδης ὁ Ποντικὸς ἐν τῇ Περὶ τῆς ἄπνου• μηδένα γὰρ εἶναι σοφὸν [ἄνθρωπον] ἀλλ' ἢ θεόν. »
(Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei più celebri filosofi, I, 12; traduzione a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006, pp.16-17)

(IT)
« Vi era tra quelli un umano di sapienza sovrumana
che acquisì immensa ricchezza di senno,
eccellente in opere sagge di ogni genere:
quando tendeva tutte le forze dei suoi precordi
vedeva agevolmente ciascuna delle cose che sono
anche per dieci o venti generazioni di uomini. »

(GRC)
« ἦν δέ τις ἐν κείνοισιν ἀνὴρ περιώσια εἰδώς
ὃς δὴ μήκιστον πραπίδων ἐκτήσατο πλοῦτον,
παντοίων τε μάλιστα σοφῶν 〈τ'〉 ἐπιήρανος ἔργων
ὁππότε γὰρ πάσηισιν ὀρέξαιτο πραπίδεσσιν,
ῥεῖ' ὅ γε τῶν ὄντων πάντων λεύσσεσκεν ἕκαστον
καί τε δέκ' ἀνθρώπων καί τ' εἴκοσιν αἰώνεσσιν »
(Empedocle 31 B 129 D-K. Traduzione di Ilaria Ramelli e Angelo Tonelli, in I presocratici (a cura di Giovanni Reale), Milano, Bompiani, 2006, p.737)

il che unitamente al vegetarismo, al rifiuto di cibarsi di fave e al presentarsi come uomo "divino" rende il filosofo agrigentino se non un seguace del saggio di Samo quantomeno ad esso vicino.
  • Erodoto (V secolo a.C.), si richiama esplicitamente a Pitagora in un passo celebre, quando, riferendosi al costume egiziano di indossare abiti di lana su gonne di lino, proibendo però l'ingresso della lana nei santuari o nelle sepolture, ne evidenzia l'influenza anche pitagorica:

(IT)
« Coincide quest'uso con le prescrizioni dette orfiche e bacchiche -ma in realtà egiziane e importate da Pitagora-: anche agli iniziati a questi misteri è interdetto farsi seppellire in vesti di lana. E c'è a questo proposito un racconto sacro. »

(GRC)
« ὁμολογέουσι δὲ ταῦτα τοῖσι Ὀρφικοῖσι καλεομένοισι καὶ Βακχικοῖσι, ἐοῦσι δὲ Αἰγυπτίοισι καὶ Πυθαγορείοισι: οὐδὲ γὰρ τούτων τῶν ὀργίων μετέχοντα ὅσιον ἐστὶ ἐν εἰρινέοισι εἵμασι θαφθῆναι. ἔστι δὲ περὶ αὐτῶν ἱρὸς λόγος λεγόμενος. »
(Erodoto. Historìai, II, 81, 2 traduzione di Piero Sgroj, in Erodoto Storie, Roma, Newton Compton, versione Mobi)

Al contempo Erodoto cita la dottrina della μετενσωμᾰτωσις (metensōmátōsis) ovvero il trasferimento della psiché da un corpo a un altro, attribuendola agli Egizi, e diffusa da innominati Greci che la presentarono però come propria. È evidente in questo passo il riferimento alle dottrine orfiche, pitagoriche e alla "filosofia" di Empedocle. Tuttavia il riferimento agli Egizi è errato, allo stato delle conoscenze attuali si può eslcudere che tale cultura fosse in possesso di nozioni inerenti o equivalenti alla metensōmátōsis greca[10].

(IT)
« Dicono gli Egiziani che sovrani degl'Inferi sono Demetra e Dioniso. Gli Egiziani sono anche stati i primi a enunciare la dottrina per cui l'anima dell'uomo sarebbe immortale; entrerebbe quando il corpo perisce in un altro animale di volta in volta nascente, e, fatto il giro di tutti gli animali terrestri, marini ed alati, rientrerebbe in un uomo che nasce, compiendo il suo giro in tremila anni. Chi prima chi dopo, alcuni Elleni hanno professato questa dottrina, come fosse loro propria,. Io ne conosco il nome ma non lo scrivo. »

(GRC)
« πρῶτοι δὲ καὶ τόνδε τὸν λόγον Αἰγύπτιοι εἰσὶ οἱ εἰπόντες, ὡς ἀνθρώπου ψυχὴ ἀθάνατος ἐστί, τοῦ σώματος δὲ καταφθίνοντος ἐς ἄλλο ζῷον αἰεὶ γινόμενον ἐσδύεται, ἐπεὰν δὲ πάντα περιέλθῃ τὰ χερσαῖα καὶ τὰ θαλάσσια καὶ τὰ πετεινά, αὖτις ἐς ἀνθρώπου σῶμα γινόμενον ἐσδύνει: τὴν περιήλυσιν δὲ αὐτῇ γίνεσθαι ἐν τρισχιλίοισι ἔτεσι. τούτῳ τῷ λόγῳ εἰσὶ οἳ Ἑλλήνων ἐχρήσαντο, οἳ μὲν πρότερον οἳ δὲ ὕστερον, ὡς ἰδίῳ ἑωυτῶν ἐόντι: τῶν ἐγὼ εἰδὼς τὰ οὐνόματα οὐ γράφω. »
(Erodoto. Historìai, II, 123, 2-3 traduzione di Piero Sgroj, in Erodoto Storie, Roma, Newton Compton, versione Mobi)

Sempre Erodoto[11] riferisce dei costumi dei Geti, un popolo tracio, che adorando il dio di nome Σάλμοξις (Sálmoxis) crede nell'immortalità, in quanto chi muore andrebbe a vivere con lui. Erodoto prosegue il racconto riferendo di alcune dicerie dei Greci dell'Ellesponto e del Ponto, secondo i quali tale Sálmoxis altri non sarebbe che un ex schiavo tracio di Pitagora che una volta reso libero e tornato alle sue terre, lì avrebbe trasferito usi e credenze greche, per poi costruirsi una stanza sotterranea, dichiarare di essere morto e ripresentarsi dopo tre anni come un redivivo. Ma Erodoto precisa anche di non credere a tale racconto e che probabilmente tale Sálmoxis è vissuto ben prima del saggio di Samo. Tuttavia è da evidenziare come Erodoto tratti in questo caso di una κατάβασις (discesa negli Inferi) come di una ciarlataneria; d'altronde Sofocle (Elettra, 62) cita il fatto di alcuni "saggi" che scompaiono, e che voci vane davano per morti, per poi riapparire ottenendo in tal modo onori, qui lo scoliaste (scholia ad 62) lo riferisce espressamente a Pitagora.
  • Con Democrito (V secolo a.C.), che titola una delle sue opere Pitagora (opera non giunta a noi), e che un contemporaneo, Glauco di Reggio, indica come discepolo di un pitagorico, terminiamo le testimonianze antiche sulla figura del "saggio" di Samo; agli inizi IV secolo le testimonianze su Pitagora si fanno viepiù positive (cfr. ad esempio Antistene, Aristippo e Androne di Efeso) fino alla progressiva "monopolizzazione" della figura all'interno dell'Accademia platonica.
  • Per Platone[12], Pitagora è un esempio di maestro che insegna uno stile di vita; mentre Isocrate nella sua orazione su Busiride (XI) sostiene anche che «Pitagora di Samo, andato in Egitto e fattosi loro discepolo, portò in Grecia per primo lo studio di ogni genere di filosofia», ma Isocrate continua sostenendo che così Pitagora ottenne l'ammirazione dei suoi contemporanei.

In sintesi Riedweg evedenzia[13], come anche Bruno Centrone[14], partendo proprio dalle testimonianze più antiche, come la figura di Pitagora abbia esercitato una forte influenza polarizzatrice: da una parte i suoi estimatori (ad esempio Empedocle) dall'altra i suoi critici (ad esempio Senofane o Eraclito). La polarizzazione di tali giudizi ci suggerisce che senza dubbio Pitagora appartiene alla figura del "carismatico" nell'accezione di Max Weber, suscitando ammirazione per le sue facoltà "fuori dall'ordinario" da parte di chi si considerava suo seguace, generando invece sentimenti del tutto opposti da parte di chi non era seguace delle sue dottrine. Viste le testimonianze, è probabile che l'erudito Pitagora, giunto a Crotone da Samo intorno al 530 a.C., abbia impressionate le élite locali e, guadagnando presto la loro fiducia, le abbia infine spinte ad adottare costumi più sobri e a cercare l'armonia all'interno della propria comunità. Tuttavia il "saggio" di Samo entrò presto in conflitto con alcuni importanti notabili locali, condizione che lo indusse, forse verso la fine del secolo, a trasferirsi a Metaponto dove morì.

Le dottrine proprie di Pitagora e il bíos pythagorikós (βίος Πῡθᾰγορικός)
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File:Areaspitagoras01.svg|200px|thumb|right|Rappresentazione del famoso "teorema" detto di Pitagora. Tale "teorema" è inserito alla proposizione 47 del I libro degli Στοιχεῖα (Elementi) di Euclide (IV-III sec. a.C.), l'attribuzione a Pitagora di detto "teorema" la si deve tuttavia esclusivamente al "commento" che Proclo (V secolo d.C.) compose per questa opera; a sua volta tale attribuzione riposerebbe sulla testimonianza di un oscuro Apollodoro il quale avrebbe sostenuto che Pitagora, dopo la scoperta del "teorema" avrebbe sacrificato un bue. Anche se è probabile che il "saggio" di Samo si sia interessato ad argomenti matematici e di filosofia della natura occorre ricordare Carl Huffman quando sostiene che «fino a Platone e Aristotele inclusi, non esiste ombra di prova diretta che permetta di qualificare Pitagora come filosofo della natura o come matematico».[15]. Intorno alla figura di Pitagora si è presto costituita una scuola che seguiva le indicazioni di vita proprie del maestro. A tal proposito si possono ricostruire alcuni fondamentali insegnamenti:

  • La dottrina della sopravvivenza della psiché alla morte e il suo trasferimento in altro corpo fisico [16] espressa con i termini di "metempsicosi" o, meglio, "metensomatosi", è attribuibile anche a Pitagora che probabilmente si rifaceva a dottrine orfiche, o anche a Ferecide[17][18], fatto dimostrato già dalla prima testimonianza su di lui, quella di Senofane. ->(Porfirio, VdP, XIX). Altrettanto riporta Ione di Chio riferendolo a Ferecide, dove tratta degli insegnamenti di Pitagora su un al di là felice se si conduce una vita moralmente adeguata[19]. In tal senso è evidente la connessione con la mistica eleusina e orfica, laddove, tuttavia e nel caso di Pitagora, la condotta morale è essenziale per ottenere quel genere di risultato dopo la morte, le iniziazioni non sono sufficienti.
  • La condotta di vita pitagorica contiene numerose regole, molte delle quali risultano nelle loro motivazioni a noi incomprensibili, già in antichità si era tentato di fornirne una spiegazione [20]. Di fatto, sappiamo solamente che la vita di Pitagora e dei pitagorici era contrassegnata da numerose regole di condotta nei più disparati campi per lo più centrate sulla condizione di "purezza", tra queste:
    • libare agli dèi (quindi versare il contenuto da una coppa) dal lato dei manici (G.VP 84), questo perché non si può bere dalla stessa porzione dell'orlo delle divinità;
    • non indossare un anello che riporti l'immagine di un dio, questo perché tale immagine sacra deve essere custodita nella propria abitazione;
    • non raccogliere ciò che cade dalla mensa, perché è destinato a un morto o aun eroe;
    • entrare nel tempio a piedi nudi e a piedi nudi sacrificare agli dèi (l'altare dei sacrifici e posto di regola fuori dal tempio);
    • all'interno del santuario incedere verso i propri compiti religiosi senza deviare verso quelli "mondani";
    • non percorrere strade eccessivamente frequentate.

A queste regole verranno affiancate, in epoca tarda, spiegazioni simboliche. A parte le regole di "purezza", fondamentali per il bíos pythagorikós risultano le regole alimentari:

  • la più nota consiste nella proibizione di cibarsi di essere animati (ἔμψύχον ἀπέχου), nel contempo tuttavia vi sono delle prescrizioni che consentono sia i sacrifici sia la consumazione di carne (solo alcuni tagli e solo di alcuni animali) il che fa sostenere a Riedweg[21] che«il vegetarismo più rigoroso rimase probabilmente limitato alla cerchia più interna della comunità pitagorica, in cui non erano più in vigore i "criteri di socialità" normale, tra l'altro anche a motivo della comunione dei beni.».
  • altra regola fondamentale per i pitagorici riguardava l'astensione del consumo delle fave:
« Dice Aristotele nel libro Sui Pitagorici che Pitagora ordinava: "astenersi dalle fave", o perché sono simili a pudende, o perché assomigliano alle porte dell'Ade; <***> perché è la sola pianta senza articolazioni; o perché nociva; o perché è simile alla natura dell'universo; o perché ha significato oligarchico; e infatti con le fave designano i magistrati. »
(Acusmi e simboli, 3; in Pitagorici antichi. Traduzione di Maria Timpanaro Cardini, Milano, Bompiani, 2010, pp.903-5)

Nel bíos pythagorikós compare per la prima volta anche il divieto di avere relazioni extraconiugali[22].

Ma l'importanza fondamentale della figura di Pitagora per la storia religiosa e filosofica dell'umanità è legata a queste regole proprie della vita, del bíos pythagorikós:

« Come ha sottolineato Burkert, la vera importanza di Pitagora è dovuta al fatto che egli fu il primo a stabilire un insieme di regole applicabili non solo a certe occasioni particolari, stabilite dal rituale religioso, ma al comportamento umano in tutto il complesso della vita quotidiana; egli indicò così come vivere ogni giorno della nostra vita su questa terra mostrandone al contempo i legami con la vita dell'aldilà. Sotto questo aspetto Pitagora fu un grande maestro di morale e un vero precursore di Socrate e di Cristo, per quanto strane possano apparire a una sensibilità moderna le prescrizioni di certi akousmata. Bisognerà attendere "quelli che son detti Pitagorici" del V secolo, e in particolare Filolao di Crotone, per vedere il pitagorismo apportare importanti contributi alla filosofia della natura. »
(Carl Huffman, Pitagorismo in Il sapere greco- dizionario critico, vol. II p. 487)
La dottrina pitagorica dei "numeri" (ἀριθμός)
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(IT)
« Qual è la cosa più sapiente? Il numero »

(GRC)
« τί τὸ σοφώτατον; ἀριθμός »
(Giamblico, Vita pitagorica, 82, traduzione di Maurizio Giangiulio, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 220-1)

Nella dottrina pitagorica, la base della realtà e di ogni cosa in essa contenuta è composta dai numeri. Così, non solo gli elementi corporei sono composti da numeri, ma anche il cosmo e i suoi astri, gli dèi, i concetti, la musica con la sua harmonia.

(IT)
« Nella stessa epoca di costoro, anzi ancora prima di loro, i cosiddetti Pitagorici si dedicarono per primi alle scienze matematiche, facendole progredire; e poiché trovarono in esse il proprio nutrimento, furono del parere che i principi di queste si identificassero con i principi di tutte le cose. I numeri occupano naturalmente il primo posto tra tali principi, e i Pitagorici credevano di scorgere in quelli, più che nel fuoco o nella terra o nell'acqua, un gran numero di somiglianza con le cose che esistono e sono generate, e asserivano che una determinata proprietà dei numeri si identifica con la giustizia, un'altra con l'anima e con l'intelletto, un'altra ancora col tempo critico, e che lo stesso vale, presso a poco, per ciascuna delle altre proprietà numeriche, e individuavano, inoltre, nei numeri le proprietà e i rapporti delle armonie musicali e, insomma, pareva loro evidente che tutte le altre cose modellassero sui numeri la loro intera natura e che i numeri fossero l'essenza primordiale di tutto l'universo fisico; e per tutte queste ragioni essi concepirono gli elementi dei numeri come elementi di tutta la realtà, e l'intero cielo come armonia e numero; e quante concordanza con le proprietà e le parti del cielo e con l'intero ordine universale essi riscontravano nei numeri e nelle armonie, le raccoglievano e le adattavano al loro sistema. »

(GRC)
« ἐν δὲ τούτοις καὶ πρὸ τούτων οἱ καλούμενοι Πυθαγόρειοι τῶν μαθημάτων ἁψάμενοι πρῶτοι ταῦτά τε προήγαγον, καὶ [25] ἐντραφέντες ἐν αὐτοῖς τὰς τούτων ἀρχὰς τῶν ὄντων ἀρχὰς ᾠήθησαν εἶναι πάντων. ἐπεὶ δὲ τούτων οἱ ἀριθμοὶ φύσει πρῶτοι, ἐν δὲ τούτοις ἐδόκουν θεωρεῖν ὁμοιώματα πολλὰ τοῖς οὖσι καὶ γιγνομένοις, μᾶλλον ἢ ἐν πυρὶ καὶ γῇ καὶ ὕδατι, ὅτι τὸ μὲν τοιονδὶ τῶν ἀριθμῶν πάθος δικαιοσύνη [30] τὸ δὲ τοιονδὶ ψυχή τε καὶ νοῦς ἕτερον δὲ καιρὸς καὶ τῶν ἄλλων ὡς εἰπεῖν ἕκαστον ὁμοίως, ἔτι δὲ τῶν ἁρμονιῶν ἐν ἀριθμοῖς ὁρῶντες τὰ πάθη καὶ τοὺς λόγους, ἐπεὶ δὴ τὰ μὲν ἄλλα τοῖς ἀριθμοῖς ἐφαίνοντο τὴν φύσιν ἀφωμοιῶσθαι πᾶσαν, οἱ δ᾽ ἀριθμοὶ πάσης τῆς φύσεως πρῶτοι, τὰ τῶν ἀριθμῶν στοιχεῖα τῶν ὄντων στοιχεῖα πάντων ὑπέλαβον εἶναι, καὶ τὸν ὅλον οὐρανὸν ἁρμονίαν εἶναι καὶ ἀριθμόν: καὶ ὅσα εἶχον ὁμολογούμενα ἔν τε τοῖς ἀριθμοῖς καὶ ταῖς ἁρμονίαις πρὸς [5] τὰ τοῦ οὐρανοῦ πάθη καὶ μέρη καὶ πρὸς τὴν ὅλην διακόσμησιν, ταῦτα συνάγοντες ἐφήρμοττον. κἂν εἴ τί που διέλειπε, προσεγλίχοντο τοῦ συνειρομένην πᾶσαν αὐτοῖς εἶναι τὴν πραγματείαν »
(Aristotele, Metafisica, A 5 985 b; Traduzione di Antonio Russo, in Aristotele Opere vol.1 a cura di Gabriele Giannantoni, Milano, Mondadori, 2008, p. 676-7)

Così, e ad esempio, il numero 7 è il "momento opportuno" (καιρός) in quanto corrisponde alla pubertà (14= 2x 7) o alla crescita dei denti a sette mesi dalla nascita; come nel cosmo, il Sole, astro della prosperità, occupa il settimo posto; anche la dea Atena è il numero 7 perché come questo numero non genera e non è generato dai primi dieci numeri (per addizione o moltiplicazione di sé stesso), la dea nata dalla testa di Zeus è priva di madre. La "giustizia", che consiste nel retribuire con una punizione proporzionata il danno inferto, corrisponde al numero 4 (2 x 2) o al numero 9 (3 x 3). Il matrimonio corrisponde al numero 5 in quanto unione tra il maschio (dispari=3) e la femmina (pari=2). Il numero 1 è il noûs (νοῦς), l'intelletto, in quanto "essenza", "uguaglianza", e unità (μονάς, monade); mentre il due è indicato come "opinione" o "movimento". L'"intero" è invece il 3 perché comprende "inizio", "medio" e "fine". Dieci è il numero "perfetto" perché contiene tutta la natura dei numeri.

Particolare riguardo i pitagorici riservavano per la serie dei primi quattro numeri, indicati con il termine di τετρακτύς (tetraktýs, tetrade) su cui giuravano e che consideravano la chiave per comprendere l'intero cosmo.

Approfondimento

Il modello pitagorico dell'universo

La concezione pitagorica dell'universo mette al centro di questo non la Terra, come in altre cosmografie antiche[23], ma il Fuoco: il nostro pianeta è solo uno dei corpi celesti che girano intorno al Fuoco. Gli altri astri erranti sono: l'Anti-terra, che precede la Terra nella sua vicinanza al Fuoco e, dopo il nostro pianeta, seguono la Luna, il Sole e i cinque pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno), tutti astri che unitamente al Fuoco sono contenuti all'interno dell'universo sferico delle Stelle fisse. Secondo Aristotele[24], questa concezione pitagorica, decisamente non geocentrica, non è frutto di loro osservazioni empiriche quanto piuttosto si basa sulla loro valutazione della rilevanza degli enti: il Fuoco è il più importante anche rispetto alla Terra quindi il luogo che gli spetta è al centro del Cosmo[25][26][27] per questa ragione lo indicano anche come la "custodia di Zeus"[28]. Contando dal cerchio delle Stelle fisse, l'Anti-terra si pone al decimo posto subito prima del Fuoco, il suo nome lo deve al fatto che essa si pone all'esatto opposto della Terra e noi non la vediamo perché la massa terrestre ci oppone alla sua vista. Secondo Filolao [29] il Sole è di natura vitrea e quindi questo astro si limita a riflettere luce e calore che sono propri del Fuoco.
Questa concezione non geocentrica dell'universo fu spunto, secoli dopo, per Copernico nel promuovere una teoria dell'universo altrettanto non geocentrica.

« Poi trovai anche presso Plutarco che alcuni altri avevano avuto la stessa opinione; e trascrivo qui le sue parole perché siano note a tutti : "è opinione comune che la terra stia ferma; ma Filolao Pitagorico dice che gira intorno al fuoco secondo un circolo obliquo così come il sole e la luna. Eraclide Pontico ed Ecfanto Pitagorico fanno muovere la terra, non però di moto traslato, ma rotatorio, infilata in un asse a guida di ruota e girante intorno al proprio centro da occidente ad oriente". Prendendo spunto da qui cominciai anch'io a meditare intorno alla possibilità di un movimento della terra. »
(Copernico, La rivoluzione delle fere celesti, traduzione di Francesco Barone in Copernico Opere, Milano, Mondadori, 2008, p.174)

La comunità pitagorica e il pitagorismo dopo Pitagora
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Se scansiamo il significato peggiorativo del termine "setta" (termine derivato dal latino sěcta, lett. "linea di comportamento", dal participio passato, *sectus, del verbo sěqui, "seguire"), limitandoci a quello proprio della sociologia della religione, dove tale lemma indica una a) "minoranza religiosa", b) fondata, di regola, da una personalità carismatica, c) organizzata in modo riconoscibile e dotata di una forte cooperazione economica interna, d) ai cui membri si promette la "salvezza", i quali sono ritenuti gli unici a comprendere le problematiche proprie dell'esistenza umana, e) membri che poi si distinguono in qualche forma di vita regolata (alimentazione, vestiario, etc.) dal resto della comunità umana e che si considerano, per tutte queste ragioni, in ua condizione "migliore" rispetto agli altri uomini, il termine setta è certamente applicabile alla scuola pitagorica [30].

La setta pitagorica si distingueva in due rami più tardi indicati come "pitagorici" e "pitagoristi". I primi rappresentavano il nucleo più vicino all'insegnamento del maestro Pitagora, mentre i secondi consistevano in coloro che si limitavano a seguirne gli insegnamenti essenziali: è probabile che la maggioranza degli abitanti di Crotone del VI secolo a.C. abbia appartenuto a questa seconda categoria.

L'ingresso nella "setta" pitagorica era rigidamente regolato, innanzitutto su una preselezione di tipo fisiognomico, rigardante sia l'aspetto che il portamento, poi

« Coloro che avevano superato tale esame, egli lasciava che per tre anni fossero lasciati in nessun conto, allo scopo di valutare quale fermezza essi avessero e quanto amore sincero del sapere e di vedere se fossero sufficientemente premuniti contro la gloria al punto da restare indifferenti agli onori. A questo punto imponeva agli aspiranti cinque anni di silenzio, per mettere alla prova la loro padronanza di sé. Perché fra tutte le prove di autocontrollo controllo, tenere e freno la lingua era la più dura, com'è dimostrato dai fondatori dei riti misterici. In questo periodo i beni di ciascuno - le sostanze personali, vale a dire - venivano messi in comune, e affidati ai sodali a ciò preposti, che prendevano il nome di “politici” [politikoi] ed erano in parte "amministratori" (oikonomikoi) e in parte "legislatori" (nomothetikoi). Quanto agli aspiranti, se sulla base della condotta di vita e in generale della buona qualità della loro indole si mostravano degni di essere messi a parte delle dottrine, dopo il quinquennio di silenzio diventavano per sempre "esoterici" (esoterikoi) e avevano la facoltà di ascoltare Pitagora all’interno della tenda. Prima, invece, dovevano limitarsi a fruire del suo insegnamento ascoltando da fuori la tenda, senza avere alcuna possibilità di vederlo. Così davano prova, in un ampio arco di tempo, della loro indole. Se poi venivano rifiutati, recuperavano, raddoppiati, i loro averi, mentre gli "uditori in comune" (homakooi), come venivano chiamati tutti i seguaci di Pitagora, innalzavano loro un monumento funebre, quasi fossero defunti. E se poi i discepoli incontravano i respinti, li trattavano come se non fossero più loro e proclamavano defunti quelli che essi avevano tentato di plasmare [...] »
(Giamblico, Vita pitagorica, 72-3, traduzione di Maurizio Giangiulio, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 205-6))

Tale selettività unito a un sentimento manifesto della propria superiorità e al fatto che i pitagorici detenessoro la guida politica di molte città dell'Italia meridionale, alla lunga non poteva che generare conflitti con la circostante comunità cittadina. Una prima rivolta contro i pitagorici fu guidata da un aristocratico crotonese, Cilone, escluso per ragioni fisiognomiche dalla cerchia stretta degli "iniziati". Tale ribellione avrebbe costretto Pitagora e i pitagorici ad abbandonare Crotone per Metaponto. Ristabilito il controllo "pitagorico" sulla città, i seguaci di Cilone tornarono all'attacco incendiando l'abitazione di uno di questi in cui si erano riuniti. Nell'incendio sopravvissero solo due pitagorici, Archippo e Liside, che riuscirono a fuggire. Le fonti non sono tuttavia molto chiare, ma sembra emergere che intorno alla prima metà del V secolo a.C. presso alcune colonie della Magna Grecia si sia scatenato un vero e proprio pogrom contro le comunità pitagoriche che per questa ragione si dispersero e, infine, scomparvero:

« Si radunarono a Reggio e lì vissero organizzati in comunità. Ma col passare del tempo, poiché l'ordinamento politico entrava sempre più profondamente in crisi... I pitagorici più stimati furono Fantone, Echecrate, Polimnasto e Diocle, nativi di Fliunte, e Senofilo, calcidese di Tracia. Essi preservarono i costumi di vita e gli insegnamenti originari, per quanto la scuola venisse meno via via; infine scomparvero non ingloriosamente. »
(Giamblico, Vita pitagorica, 251, traduzione di Maurizio Giangiulio, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 423-4))

Un ulteriore elemento di conflitto che emerge dalle fonti[31], questa volta interno alla comunità pitagorica, è quello che oppose i cosiddetti "acusmatici" (da "insegnamento orale" ἄκουσμα) dai "matematici" (da "scienza" μάθημα). I secondi consideravano i primi come anch'essi "pitagorici" mentre i primi non riconoscevano tale statuto ai secondi, considerandoli alla stregua di "apostati"[32]. I "matematici", anche se considerati negativamente dagli acusmatici, consideravano loro stessi superiori a costoro, in quanto se gli "acusmatici" rivolgevano la loro attenzione agli aspetti prescrittivi e cultuali della dottrina di Pitagora, finendo per condurre una vita pienamente ascetica, loro, i "matematici", erano invece intenzionati a penetrarne le profondità senza soffermarsi sulle "esteriorità". I pogrom antipitagorici del V secolo marcheranno ulteriormente la distanza tra i due gruppi e, nel IV secolo, tale distinzione risulta decisamente sottolineata. Tra i "matematici" si possono annoverare figure come quella di Archita di Taranto, Filolao ed Eurito, mentre tra i loro oppositori si collocano Diodoro di Aspendo e Licone[33].

  1. Ad esempio nella raccolta Diels-Kranz non vengono previste per Pitagora le sezioni B e C.
  2. Le Vita di Pitagora riferibili rispettivamente a Diogene Laerzio, Porfirio e Giamblico sono tutte del III secolo d.C. anche se attingevano a fonti del IV secolo a.C., oggi perdute, come due libri di Aristotele dedicati ai pitagorici e alle opere dei suoi allievi, Dicearco e Aristosseno, sempre dedicate al pitagorismo, oltre che alle opere del platonico Eraclide Pontico e di Timeo di Tauromenio.
  3. In italiano: Pitagora. Vita, dottrina e influenza, presentazione, traduzione e apparati a cura di Maria Luisa Gatti, Milano, Vita e Pensiero, 2007. L'opera è significativamente dedicata a Walter Burkert.
  4. Diversamente, altri autori come Carl Huffman ritengono che «Pitagora non scrisse nulla.» (Carl Huffman, Pitagorismo in Il sapere greco- dizionario critico, vol. II p. 475.
  5. Cfr. Diogene Laerzio, Vite... VIII, 36; D-K 21 B 7
  6. D-K 22 B 129.
  7. D-K 22 B 40.
  8. Avrebbe attribuito agli orfici poesie composte da lui, cfr. D-K 36 B 2; su eventuali scritti di Pitagora, anche Eraclito in D-K 22 B 129
  9. Cfr. Christoph Riedweg, Orphisches bei Empedocles, Antike und Abendland 41 (1995), p. 34-59.
  10. Cfr. Christoph Riedweg. Pitagora. ..., p.114
  11. Erodoto, IV, 94
  12. Repubblica 600 A B.
  13. Christoph Riedweg Pitagora. ..., p. 119.
  14. « Surely he was an extraordinary personality and a charismatic chief, venerated by his followers and desecrated by his opponents. »
    (Bruno Centrone. Pythagoras in Encyclopedia of religion, vol.11 New York, Macmillan, 2005, pp.7528 e sgg.)
  15. Carl Huffman, Pitagorismo in Il sapere greco- dizionario critico, vol. II p. 483
  16. In genere tale dottrina viene indicata con il termine "metempsicosi", resa del termine greco μετεμψύχωσις (da μετά o ἐμψύχωσις "rianimazione del corpo"), che tuttavia è tardo, risalente al primo secolo della nostra èra (cfr. Alessandro d'Afrodisia, L'anima, XXVII, 18; Porfirio, Sull'astinenza dalle carni degli animali, IV, 16; Proclo Diadoco, Commento alla Repubblica di Platone, II, 340); Olimpiodoro (in Commento al Fedone, LXXXI, 2) ritiene invece più corretto il termine μετενσωμᾰτωσις ("metensomatosi"), peraltro presente in Plotino (Enneadi I, 1, 12; II, 9, 6; IV, 3, 9); il termine più diffuso oggi in lingua, "reincarnazione" (da re incarnazione), è invece certamente recente essendo attestato al XIX secolo; mentre l'espressione "trasmigrazione dell'anima" è un adattamento dal latino tardo trasmigrātĭo-ōnis derivato da trasmigrāre quindi da migrāre
  17. D-K (Ferecide) 7, A,2: «καὶ πρῶτον τὸν περὶ τῆς μετεμψυχώσεως λόγον εἰσηγήσασθαι»
  18. La più antica testimonianza della dottrina della metemsomatosi/metempiscosi è nella II Olimpica (56-80) di Pindaro:

    (IT)
    « se chi la possiede conosce il futuro
    e sa che dei morti le anime inette subito qui
    pagano ammenda, ma che le colpe commesse,
    in questo regno di Zeus una dea sotterra giudica
    additando sentenza con rigore spietato...
    Fruendo del sole per notti,
    per giorni uguali hanno gli onesti
    un vivere ignaro di pene: non turbano il suolo con forza di braccia
    né l'acqua del mare
    per misero vitto, ma fra numi
    venerandi chi serbò fedeltà ai giuramenti illacrimata esistenza
    trascorre. Portano gli altri terribile fardello.
    E quanti, sostando tre volte
    e di qua e di là, sgombra da colpe tennero l'anima
    sempre, percorrono la strada di Zeus fino alla città turrita di Crono,
    ove brezze d'Oceano alitano
    intorno all'Isola dei Beati e fiori d'oro scintillano, quali al suolo da piante rigogliose e quali nutriti dall'acqua,
    onde bracciali si allacciano ai polsi e ghirlande sul capo
    secondo le giuste norme di Radamanti:
    il grande padre – lo sposo di quella Rea che di tutti
    occupa il seggio più elevato – lo ha pronto accanto a sé.
    Peleo e Cadmo sono fra loro.
    Piegato con le preghiere il cuore di Zeus, Teti
    vi portò Achille. »

    (GRC)
    « ἀνδρὶ φέγγος: εἰ δέ νιν ἔχων τις οἶδεν τὸ μέλλον,
    ὅτι θανόντων μὲν ἐνθάδ᾽ αὐτίκ᾽ ἀπάλαμνοι φρένες
    ποινὰς ἔτισαν, τὰ δ᾽ ἐν τᾷδε Διὸς ἀρχᾷ
    ἀλιτρὰ κατὰ γᾶς δικάζει τις ἐχθρᾷ
    λόγον φράσαις ἀνάγκᾳ:
    ἴσαις δὲ νύκτεσσιν αἰεί,
    ἴσαις δ᾽ ἐν ἁμέραις ἅλιον ἔχοντες, ἀπονέστερον
    ἐσλοὶ δέκονται βίοτον, οὐ χθόνα ταράσσοντες ἐν χερὸς ἀκμᾷ
    οὐδὲ πόντιον ὕδωρ
    κεινὰν παρὰ δίαιταν: ἀλλὰ παρὰ μὲν τιμίοις
    θεῶν, οἵτινες ἔχαιρον εὐορκίαις, ἄδακρυν νέμονται
    αἰῶνα: τοὶ δ᾽ ἀπροσόρατον ὀκχέοντι πόνον
    ὅσοι δ᾽ ἐτόλμασαν ἐστρὶς
    ἑκατέρωθι μείναντες ἀπὸ πάμπαν ἀδίκων ἔχειν
    ψυχάν, ἔτειλαν Διὸς ὁδὸν παρὰ Κρόνου τύρσιν: ἔνθα μακάρων
    νᾶσος ὠκεανίδες
    αὖραι περιπνέοισιν, ἄνθεμα δὲ χρυσοῦ φλέγει,
    τὰ μὲν χερσόθεν ἀπ᾽ ἀγλαῶν δενδρέων, ὕδωρ δ᾽ ἄλλα φέρβει,
    ὅρμοισι τῶν χέρας ἀναπλέκοντι καὶ στεφάνοις
    βουλαῖς ἐν ὀρθαῖσι Ῥαδαμάνθυος,
    ὃν πατὴρ ἔχει μέγας ἑτοῖμον αὐτῷ πάρεδρον,
    πόσις ὁ πάντων Ῥέας ὑπέρτατον ἐχοίσας θρόνον.
    Πηλεύς τε καὶ Κάδμος ἐν τοῖσιν ἀλέγονται:
    Ἀχιλλέα τ᾽ ἔνεικ᾽, ἐπεὶ Ζηνὸς ἦτορ
    λιταῖς ἔπεισε, μάτηρ »
    (Pindaro, Olimpica II, 56-80; Traduzione di Franco Ferrari. Milano, Rizzoli, 2008, pp. 92-99)

  19. D-K (Ione di Chio) 36, B, 4 «ὣς ὁ μὲν ἠνορέηι τε κεκασμένος ἠδὲ καὶ αἰδοι καὶ φθίμενος ψυχῆι τερπνὸν ἔχει βίοτον, εἴπερ Πυθαγόρης ἐτύμως ὁ σοφὸς περὶ πάντων ἀνθρώπων γνώμας εἶδε καὶ ἐξέμαθεν.»
  20. Ad esempio Anassimandro il giovane, contemporaneo di Aristotele, nel suo Συμβόλων Πυθαγορείων έζήγεσις.
  21. Riedweg, Op.cit. p.130
  22. Cfr. Giamblico, Vita di Pitagora: al 50 per quanto attiene alle condotte degli uomini ("lasciarono andare le concubine"); mentre al 55 per quanto attiene alle indicazioni alle donne. Anche Walter Burkert, La religione greca.
  23. Cfr. ad esempio Anassimandro.
  24. Cfr. De caelo.
  25. Cfr. Aristotele, De caelo 293 b.
  26. Filolao lo indicava col termine ἑστία, ovvero quello che sul piano del "microcosmo" era il centro della casa.
  27. Da notare che Plutarco (Platonicae quaestiones 8, su testimonianza di Teofrasto, e Vita Numae 11) riporta che Platone da vecchio si sia ricreduto sul geocentrimo riportato nel Timeo, cfr. anche Leggi 822 A C) il tutto a dimostrare come la teoria del Fuoco al centro dell'universo poteva aver avuto accoglimento nell'Accademia platonica.
  28. Cfr. Aristotele, De caelo 293 b.
  29. Cfr. Pitagorici antichi - testimonianza e frammenti a cura di Maria Timpanaro Cardini p. 3 77.
  30. Christoph Riedweg, Pitagora ... pp. 166 e sgg.
  31. Giamblico Vita di Pitagora, 81.
  32. Di discendere non da Pitagora ma da Ippaso, ovvero di colui (cfr. Giamblico, Vita di Pitagora, 247) che fu messo a morte per aver svelato la costruzione del "dodecaedro".
  33. Christoph Riedweg, Pitagora ... pp. 176.