Torah per sempre/L'influenza di Mendelssohn

Indice del libro

L'influenza di Mendelssohn sui successivi commentari biblici ebraici fu profonda, sia per coloro che cercarono di emulare la sua impresa esegetica sia per coloro che la opposero. Qui considereremo l'opera di alcuni suoi dichiarati seguaci.

Isaac Samuel Reggio (1784-1855)

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Isaac Samuel Reggio

Tra i suoi più ardenti ammiratori ci fu Isaac Samuel Reggio di Gorizia,[1] città del Nord Italia (a quel tempo sotto l'Impero austro-ungarico) al confine con quella che ora è la Slovenia. Reggio è a volte noto come Yashar, l'acronimo ebraico del suo nome e che significa "retto"; la sua opera principale in ebraico, Hatorah vehafilosofiyah ("Torah e Filosofia"), pubblicata a Vienna nel 1827, segue il percorso di Mendelssohn nel riconciliare fede e ragione.

Nel 1818 l'editore Holzinger di Vienna pubblicò un "manifesto" che annunciava la futura traduzione italiana del Pentateuco da parte di Reggio; comprendeva materiale introduttivo ed alcune pagine campione. Il titolo completo, usato quando l'opera completa apparve nel 1821, rivela il suo programma: "La Legge di Dio tradotta in lingua Italiana, illustrata con un nuovo commento tendente a dilucidare il senso litterale del sacro testo e preceduta da una prefazione che dimostra ragionatamente la divinità della Santa Legge di Moise". Nella pagina iniziale Reggio rende omaggio all'esempio di Mendelssohn e nell'introduzione in ebraico sottolinea che l'italiano è una lingua adatta quanto il tedesco ad esprimere la profondità e la bellezza della Scrittura, pertanto è giusto che lettori italiani abbiano la loro propria traduzione.

Reggio mantiene la promessa di "dimostrare ragionatamente la divinità della Santa Legge di Moise" in un lungo saggio che segue, intitolato "Torah min hashamayim"; difende vigorosamente la teoria che ogni lettera, anche le lettere "grandi e piccole",[2] del Pentateuco sia stata rivelata al Sinai. Tale difesa è necessaria, dice Reggio, perché "col passare del tempo la gente si confonde... l'inclinazione al male prevale... la piaga dell'incredulità [apikorsut] si sparge tra tutti gli abitanti della terra." Difende l'autenticità del testo ricevuto con sei argomentazioni, basate su:

  • Il tempo in cui la Torah fu data
  • La lingua in cui fu composta
  • Il suo carattere
  • La catena della tradizione
  • La devozione di coloro che la seguono
  • L'esattezza dei suoi contenuti.

Il primo argomento dà semplicemente per scontato che la Torah fu data nell'anno 2448 della Creazione (approssimativamente 1312 p.e.v.). La scrittura vera e propria non era stata ancora inventata, Reggio afferma, anche se gli Egizi avevano i geroglifici che nella maggior parte "non siamo in grado di decifrare"; anche i cinesi non avevano un alfabeto.

Reggio fu sfortunato nel suo tempismo, poiché Champollion pubblicò la sua decifrazione dei geroglifici egizi negli anni 1820 e divenne chiaro che la lingua egizia includeva segni alfabetici.[3] Ma anche se diamo per scontata la premessa di Reggio, che la Torah fu la prima opera scritta in caratteri alfabetici, uno avrebbe necessitato di un grande atto di fede per concludere che (a) la Torah doveva venire dal Cielo e (b) il testo preciso come attualmente scritto, incluse le lettere "grandi e piccole", era stato trasmesso perfettamente.

S. D. Luzzatto (vedi sotto), un precoce diciannovenne a quell'epoca, fu più perspicace. Scrisse un a lettera a Reggio il 19 maggio 1819 citando una vasta gamma di autori classici come testimonianza che la scrittura alfabetica esisteva prima del tempo di Mosè e in particolare che gli Egizi possedevano uno scritto alfabetico insieme ai geroglifici. Inoltre afferma che (a) la nostra mancanza di conoscenza non prova che la scrittura non esistesse, (b) le fonti tradizionali ebraiche non sostengono che la scrittura ebbe origine da Mosè, (c) anche se Reggio avesse ragione che la scrittura non esisteva prima di Mosè, sarebbe meglio non insistere in materia, poiché i critici potrebbero prendere ciò come prova che (come aveva affermato Spinoza) la Torah era stata scritta più tardi.[4]

La corrispondenza epistolare si traformò in amicizia e Reggio, che aveva fondato l'accademia rabbinica di Padova, offrì al giovane amico un posto nella stessa.

I "ragionamenti" di Reggio non sono molto convincenti, ma dimostrano comunque di cosa ci si preoccupasse in quel tempo. Il sospetto rimane però che anche dopo aver letto Reggio, la gente continuasse a preoccuparsi. Dopo alcuni anni Reggio stesso si trovò in difficoltà con l'ambiente ortodosso, tra cui suo padre e alla fine accettò la necessità degli emendamenti testuali, se non proprio del Pentateuco, di altri libri biblici.[5]

Samuele Davide Luzzatto (1800-1865)

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Samuele Davide Luzzatto

Samuele Davide Luzzatto è noto col suo acronimo ebraico Shadal che, a differenza di Yashar, non significa niente di particolare. Come il suo mentore Reggio, Luzzatto combattè contro coloro che "negano" la Torah, cioè coloro che negano che il testo esistente del Pentateuco sia esattamente quello ricevuto da Mosè; come Reggio, occasionalmente propose modifiche minori di altri libri biblici.

L'opera innovativa di Luzzatto nell'ambito di grammatica e filologia ebraiche, basata sulle fondamenta gettate da una vasta gamma di grammatici ebrei tra cui Levita, rimane di valore duraturo e le sue osservazioni sulla storia dei sistemi di accentuazione e punteggiatura sono importanti, sebbene a volte sia sviato dalla convinzione che l'ebraico derivi dall'aramaico.[6]

L'opera su cui sembra abbia passato la maggior parte del tempo è il suo commentario di Isaia.[7] Sostiene di averlo completato il 13 Adar I nel 5592 (1832), ma la traduzione completa non fu pubblicata fino al 1867, qualche tempo dopo la sua morte. I requisiti dell'aspirante commentatore biblico sono esposti nell'introduzione, composta nel 1845:

  1. Fede nel Creatore, distinto dal mondo, che creò con un atto di volontà, contrariamente alla falsa filosofia di Spinoza, che travisò le fonti.
  2. Fede in ricompensa e punizione.
  3. Fede nel soprannaturale, per esempio nel miracolo della manna, e che Dio può trasmettere informazioni agli esseri umani. Se unio non crede nel soprannaturale, viene poi portato a concludere che la Torah fu composta molto più tardi degli eventi che registra e che le storie che contiene siano confusi nella trasmissione.
  4. Amore della verità. Il commentatore deve voler sapere cosa significhi veramente la Scrittura, a differenza di coloro che la usano per giustificare la propria filosofia o anche per giustificare le credenze accettate nella Torah; Rashi e Rashbam non esitarono a stabilire il significato corretto anche quando non coincideva con l'Halakhah.
  5. Il commentatore deve essere in grado di distanziarsi dal proprio tempo e immettersi/immaginarsi nel tempo e nei posti della Scrittura.
  6. Si deve immergere nella lingua ebraica poiché, se altre lingue dominano i suoi pensieri, la sua comprensione dell'ebraico sarà confusa.
  7. Deve prestare attenzione ai segni musicali, poiché furono inseriti quale ausilio alla comprensione dai saggi del periodo del Secondo Tempio.
  8. Deve essere sensibile alle sfumature della poesia ebraica, piuttosto che a quelle del greco o del latino. "Mio padre era un falegname e non aveva mai letto Omero o Virgilio, ma leggeva la Bibbia ogni giorno. Comprese il pensiero di nostro padre Giacobbe, che disse " Io aspetto la tua salvezza, o Signore!" (Gen. 49,18). Ma Mendelssohn, che studiò in profondità la poesia delle nazioni, mancò di capire che la poesia ebraica è completamente priva di metrica; venne sviato da Rabbi Azariah, autore di Me`or einayim, e andò anche oltre la sua opinione che le poesie dei nostri avi avessero armonia, sebbene non di quantità metrica come i poemi di Grecia e Roma, ma almeno di numero di parole. Ciò è totalmente sbagliato, come ho dimostrato in Orient nel 1840."
  9. Deve tener conto che i Targumim (traduzioni aramaiche) e le interpretazioni dei rabbini non devono sempre intendersi come traduzione letterale.
  10. Il testo del Pentateuco è stato trasmesso in completa accuratezza. Tuttavia, ci potrebbero essere mancanze occasionali nella trasmissione di altri libri, poiché questi non furono copiati così diligentemente.

Luzzatto chiede al lettore di non sorprendersi se cita commentatori non-ebrei, poiché "Circa 80 anni fa l'incredulità si sparse nei circoli protestanti in Germania... il "razionalismo" li spinse a comporre commentari menzogneri e contestatori... Io devo salvare i miei studenti dal commettere i loro errori e dimostrare che le cose buone [che si trovano in questi commentari] sono prese dalle nostre fonti, ma i loro commentari sono ciarpame."

Quest'ultimo paragrafo potrebbe quasi trovar posto nel famoso Syllabus che elenca ottanta "errori principali dei nostri tempi" allegato all'enciclica Quanta Cura promulgata l'8 dicembre 1864 da Papa Pio IX. Gli ebrei reazionari erano tanto impauriti dal liberalismo risorgimentale quanto lo erano i cattolici e gli ebrei ortodossi reagirono alla Riforma Ebraica tedesca come i cattolici romani reagirono ai teologi protestanti.

Nonostante il suo debito verso Mendelssohn, Luzzatto non pensava che l'ebraismo fosse una "religione della ragione"; inveisce infatti contro quello che chiama "atticismo" mendelssohniano. Tuttavia non chiuse gli occhi davanti alla nuova cultura biblica. Fa un uso liberale della Septuaginta, Vulgata e Peshitta e non è affatto indifferente alle innovazioni "protestanti". Su Isaia 40,7 per esempio, cita con approvazione l'osservazione (alquanto discutibile) del vescovo anglicano Lowth che nei tempi antichi alle donne veniva affidato il compito di portare buone notizie, da cui il femminile mevaseret ("araldo", "annunciatore"). Tuttavia, su Isiaia 33,7 respinge la proposta di Lowth di inserire una lettera yod a rendere la parola er`elam un plurale regolare e propone invece che er`el sia un nome collettivo di "eroe", da cui il verbo plurale.[8] Forse preferisce i protestanti inglesi a quelli tedeschi; erano meno apetamente antisemiti. In ogni modo, il suo rifiuto di tali proposte da parte di Lowth e altri non è più forte o meno cortese del suo rifiuto dell'affermazione di Ibn Ezra che i capitoli di Isaia da 40 in poi sono di altra mano, o delle numerose volte che dissente dai commentatori tradizionali.

È molto più caustico nella sua condanna della Kabbalah. Nell'introduzione francese del suo vivace Dialogues sur la kabbale pubblicato nel 1852 ma scritto un quarto di secolo prima, Luzzatto scrive degli "effetti pericolosi che il fanatismo cabbalistico, sotto il nome di chassidismo, nemico di tutta la cultura, ancor oggi produce tra i nostri fratelli nordici", e dell'ingiuria fatta dai "testi cabbalistici attribuendo ai Dottori della Mishnah e del talmud dottrine opposte ai loro insegnamenti, sull'identità del Creatore e del creato e sulla pluralità di Dio". Pensa che "gli studiosi ebrei contemporanei più famosi e ortodossi saranno d'accordo con la sua tesi principale, relativa all'età dello Zohar e crede di avere un dovere religioso e scientifico di pubblicare.[9]

La sua ira più forte è riservata a Spinoza, in particolare al Tractatus Theologico-Politicus: "Per Luzzatto, che credeva nella paternità mosaica del Pentateuco, nell'autenticità della Bibbia, nella storicità della rivelazione, nell'realtà dei miracoli e nella veracità dei profeti quali fondamenta della fede ebraica, la posizione di Spinoza in queste materie era assolutamente insostenibile."[10]

Tuttavia è pronto a fare concessioni ai progressi scientifici e, a differenza di Elijah di Vilna, non si aspetta che la Torah fornisca informazioni sulle scienze naturali:

« La cosmogonia di Mosè non è e non deve essere un trattato di fisica, geologia, o scienze naturali dato che sarebbe stata incomprensibile al genere umano per molte generazioni e sarebbe stata più dannosa che benefica per la loro istruzione religiosa e morale. Tuttavia, proprio questa narrazione cosmogonica, descrivendo il sole, la luna e le stelle in cielo che illuminano la terra, ci insegna l'unità della macchina universale.[11] »

Sia Reggio che Luzzatto nei rispettivi commentari fanno libero uso di fonti storiche non-ebree. Sebbene consapevoli degli sviluppi nella critica testuale e storica, rifiutano la critica delle fonti e rimangono riluttanti di effettuare correzioni testuali, specialmente sui cinque libri della Torah; tale cautela permette loro di riscontrarsi nel "campo" ortodosso, anche se il loro utilizzo di fonti estranee e il loro rigetto della Kabbalah si dimostrasse sconcertante per i "fratelli nordici".

Luzzatto era acutamente consapevole delle accuse di carenza morale contro la Bibbia e la tradizione rabbinica,. In un saggio presentato a suo suocero, Raphael Baruch Segre, nel 1842 e pubblicato circa vent'anni dopo, sostiene che la Torah si basa su tre fondamenta: compassione, provvidenza divina (ricompensa e punizione) e l'elezione di Israele.[12] Cita numerosi esempi di leggi della Torah che instillano compassione; alcuni sono ovvi, come "Non metterai la museruola al bue, mentre sta trebbiando" (Deut. 25,4), altri meno, come l'aprire il codice di Esodo (21) con leggi sulla schiavitù, che Luzzatto interpreta come un esempio di compassione, dato che le leggi ebraiche sulla schiavitù mitigano la pratica di questa istituzione dell'antichità di per sé crudele. Poi deve adattare nel suo schema i comandi di sterminare i Cananei e trafugare dagli Egizi, mettendo dubbiosmente i due sullo stesso piano morale. Dopo aver citato Francis Bacon sulla Provvidenza e notato che i terremoti e i flagelli sono certamente camandati da Dio, conclude:

« Non son qui a difendere Dio. È sufficiente che io abbia provato chiaramente che il comando di Dio agli Israeliti, sia in merito al prendere in prestito gli oggetti preziosi degli Egizi, sia in merito allo sterminio degli abitanti di Canaan, non lasciò su di loro una cattiva impressione ma, al contrario, fu utile a rafforzare la loro fede nella Provvidenza e nella ricompensa e punizione.[13] »

Né siamo ora qui a difendere Luzzatto. Ma ci piace la sua prontezza nel riconoscere e affrontare i problemi, già sollevati in tempi antichi, che altri commentatori di Bibbia e tradizione preferiscono nascondere o negare.

Heinrich Graetz (1817-1891)

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Heinrich Graetz

Abraham Geiger, che si identificò totalmente con il movimeto di Riforma Ebraica, fu certo tra quelli influenzati dal circolo di Mendelssohn e forse ancor di più dall'esegete e grammatico Wolf Heidenheim (1757-1832). Illustra come l'approccio mendelssohniano portò, nei circoli riformati ebraici, una disponibilità ad accettare i risultati della ricerca critica storica; nella PARTE II.4 abbiamo citato la sua asserzione che "la Bibbia, quella collezione di libri umani nella maggior parte così bella e glorificata – forse la più glorificata – deve essere... scartata". In contrasto Heinrich Graetz, il "padre della storiografia ebraica", rimase cauto, specialmente in merito alla paternità del Pentateuco, sebbene ciò non lo salvò dall'ira del suo già mentore, S. R. Hirsch.

Graetz scrisse commentari sul Cantico dei cantici (Lipsia, 1871), Ecclesiaste (Vienna, 1871) e Salmi (Breslau, 1881-3), pubblicando inoltre numerosi studi biblici in cui il suo approccio critico-storico, che lo portava spesso lontano dall'esegesi tradizionale, è chiaro; per esempio, argomentava che ci fossero due Osea e tre Zaccaria e interpretava Ecclesiaste come satira politica diretta contro Erode. Le sue opinioni di storia biblica possono essere intuite dai primi due volumi della sua monumentale Storia degli Ebrei, il primo che copre il periodo fino alla morte di Salomone e il secondo fino alla morte di Giuda Maccabeo; furono pubblicati nel 1874-6, diversi anni dopo i volumi 3-10, poiché pensava di non poter produrre una storia di Israele soddisfacente senza visitare la Palestina, cosa che fece nel 1872.[14] La visita gli permise di comprenderne la geografia abbastanza bene ma, come Zacharias Frankel e altri associati alla scuola ebraica "storico-positiva" nella Germania del diciannovesimo secolo, Graetz era troppo tradizionale nel suo approccio al Pentateuco da riscrivere la prima storia di Israele; il punto in cui si separò dagli Ortodossi fu nel suo rifiuto della revisione rabbinica di quella storia, ma in ciò c'erano già vasti precedenti negli scritti di Azariah de' Rossi e altri.[15]

Umberto Cassuto (1883-1951)

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Umberto Cassuto

Umberto (Moses David) Cassuto venne ordinato rabbino a Firenze presso il Collegio Rabbinico Italiano, fondato da Reggio e Luzzatto, e succedette a Samuel Hirsch Margulies quale direttore e rabbino di Firenze nel 1922. Tre anni dopo si dimise per diventare professore di lingua e letteratura ebraica all'Università di Firenze e nel 1933 ricevette una pari posizione all'Università di Roma, dove catalogò i manoscritti ebraici presso la Biblioteca Vaticana. Nel 1939, a seguito delle Leggi razziali fasciste in Italia, accettò un invito di prendere la cattedra di Studi Biblici all'Università Ebraica di Gerusalemme, posto che tenne fino alla morte.

Come David Hoffman, del quale parleremo in seguito, Cassuto apprezzò la base erudita dell'Alta Critica ma respinse l'ipotesi documentale di Graf-Wellhausen.[16] A differenza di Hoffman, propose una teoria critica alternativa, che una tradizione orale di poesia epica, qualcosa come la tradizione omerica, fornisse il materiale grezzo che fu poi intrecciato in testi unitari e artistici del Pentateuco. La sua esposizione, fortemente orientata a rivelare il senso comune nel contesto storico, fa pieno uso di materiale comparativo letterario e linguistico, come anche di studi ugaritici (la biblioteca scribale a Ras Samara fu scoperta solo nel 1929), che utilizzò per far luce sulla struttura letteraria e sul vocabolario della Bibbia.

Cassuto si basò sia sulla sua tradizione nativa ebraica italiana, tramite Reggio e Luzzatto, sia sulla tradizione degli studi ebraici tedeschi importati da Margulies. Purtuttavia, fu costretto dall'evidenza ad adottare una posizione sulle origini scritturali molto distante dalla tradizione ingenua di un testo letteralmente dettato da Dio con allegato commentario. Se fosse rimasto nel rabbinato, avrebbe avuto pressioni che lo avrebbero costretto ad abbandonare tale posizione, ma come studioso evidentemente si sentì libero di cercare la verità ovunque si trovasse.

  1. Vedi Malkiel, "New Light".
  2. Lettere che la tradizione masoretica vuole scritte più in grande o in piccolo del normale. Vedi supra in merito alle variazioni ortografiche testuali.
  3. G. F. Grotefend aveva vinto una scommessa coi suoi compagni di bevute decifrando alcuni nomi propri scritti nell'alfabeto cuneiforme e ciò venne registrato per la prima volta il 2 settembre 1802; tuttavia, l'alfabeto cuneiforme appartiene al periodo achemenide, molto più tardi di Mosè.
  4. La lettera appare in Igerot shadal, 31-5. La corrispondenza è discussa in Vargon, "Controversy". Il titolo di Vargon è ingannevole; la controversia riguarda l'origine della scrittura, non quando fu scritto il Pentateuco.
  5. Lettera V di Igerot yashar, la sua raccolta di trattati esegetici, filosofici e storici in forma di lettere ad un amico.
  6. Luzzatto, Prolegomena e Grammatica.
  7. Luzzatto, Il profeta Isaia. Una nota introduttiva spiega che lo stesso Luzzatto aveva pubblicato (cioè, aveva diretto la pubblicazione) dell'opera fino a p. 432 ed il resto era stato supervisionato dai suoi figli. Ci sono in tutto 648 pagine; il cap. 38 inizia a p. 432.
  8. La differenza di traduzione è minima; dove Lowth voleva avere "i potenti piangono di fuori", Luzzatto voleva "I loro potenti (eroi) piangono di fuori". La Bibbia Ebraica Kittel-Kahle indica testimonianze manoscritte che sostengono l'interpretazione di Lowth.
  9. Luzzatto, Dialogues sur la kabbale et le Zohar et sur l'antiquité de la ponctuation et de l'accentuation dans la langue hébraique, par S. D. Luzzatto de Trieste, ouvrage dédié a M.r G.I. Ascoli de Gorice, Gorizia, I. B. Seitz, 1852. I dialoghi stessi sono in ebraico. Esiste un'eccellente analisi del dibattito in merito a questa opera in Guetta, "The Last Debate".
  10. Rosenbloom, Luzzatto's Ethico-Psychological Interpretation, 38.
  11. Rosenbloom, Luzzatto's Ethico-Psychological Interpretation, 71, da Discorsi morali agli studenti Israeliti, 103; cfr. il suo commentario su Genesi, p. 2.
  12. Il saggio, Yasodei hatorah ("Fondamenti della Torah") è stato tradotto in ingl. da Rosenbloom, Luzzatto's Ethico-Psychological Interpretation, 147-204.
  13. Rosenbloom, Luzzatto's Ethico-Psychological Interpretation, 175.
  14. La visita ebbe scopi ideologici quanto scientifici (Michael, Heinrich Graetz, 124-9).
  15. Cfr. PARTE II.3 e PARTE III.1.
  16. La sua critica dell'ipotesi documentale su Genesi venne pubblicata per la prima volta nel 1934 in italiano col titolo La questione della Genesi; la traduzione inglse fu fatta dalla versione ebraica del 1944/9. Si veda la Bibliografia per i particolari delle traduzioni inglesi delle sue opere. Fu anche redattore capo dell'enciclopedia biblica ebraica, Entsiklopediyah mikra`it ed ebbe un ruolo attivo nella sua progettazione e preparazione dei primi volumi.