Torah per sempre/Confrontarsi col cambiamento

Indice del libro
Eruzione del Vesuvio, di Joseph Wright, 1774 (Derby Museum)
Eruzione del Vesuvio, di Joseph Wright, 1774 (Derby Museum)
« Nel primo giorno di settembre 1730, le verdi pianure e i bianchi villaggi al sudovest di Lanzarote furono improvvisamente sommersi dalla più spettacolare eruzione mai vista, sia per durata del fenomeno — sei anni — sia per l'immensità del fiume di lava che ricoprì dieci villaggi e sopraffasse un quarto dell'isola con un manto di magma incandescente. »
(Albert Vasquez Figuera, "Océano", sull'eruzione di Lanzarote del 1730)

Modernità

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Appena il Timanfaya cessò di eruttare nel 1736, la natura iniziò a ristabilirsi. I licheni (ora sull'isola ce ne sono circa 200 specie) furono i primi a diffondersi, disgregando la lava in terreno fertile per la colonizzazione di piante superiori; gli invertebrati prepararono la strada a uccelli e mammiferi; la popolazione umana si riprese, ricominciò a coltivare i campi e persino af avvantaggiarsi delle speciali opportunità offerte dal nuovo scenario. La normalità ritornò sull'isola, sebbene non fosse la normalità che era esistita precedentemente. Per le nuove generazioni questa era la normalità definitiva, da accettarsi come se fossde sempre stata così e da difendersi contro il nemico inveterato, il cambiamento.

Lo stesso succede alla cultura e alla religione. Sebbene su scala mondiale la turbolenza provocata dalla modernità continui a creare scompiglio culturale, nell'Occidente la nuova prospettiva è diventata normale. A parte gli antiquari e le persone religiose, la gente si è dimenticata la visione del mondo dell'epoca precedente e si è adattata alla nuova normalità, centrata sulla dottrina politica dell'uguaglianza e del diritto alla libertà personale dell'individuo, indipendentemente da età, sesso o credo, e sull'assetto scientifico del dubbio, dell'esperimento e dell'osservazione piuttosto che sulla fiducia nell'autorità.

Non possiamo più leggere i testi antichi come li scrissero gli antichi, o come li lessero i nostri antenati medievali, perché la nostra normalità non è la loro normalità. Quando leggiamo i loro testi, facciamo adattamenti, volontariamente o involontariamente.

Facciamo adattamenti filosofici. Interpretiamo l'antropomorfismo ("la mano di Dio") come metafore o simboli, o perlomeno come se possedesse un "significato profondo" oltre il letterale. Tale modo di leggere ha un ampio precedente nella tradizione rabbinica, particolarmente nei Targumim aramaici e nella tradizione filosofica medievale, mentre Talmud, midrash e Kabbalah sono meno schifiltosi o consistenti e spesso apertamente antropomorfici.

Facciamo adattamenti scientifici. Quando leggiamo il primo capitolo di Genesi, o cerchiamo di armonizzare il testo con la cosmologia corrente, o respingiamo la cosmologia antica semplicemente come parte del linguaggio dell'epoca e ci concentriamo invece sul "messaggio sottostante" alle storie della creazione. Quando leggiamo, nella storia di Noè, che "le cateratte del cielo si aprirono" (Gen. 7,11), la prendiamo come metafora, sebbene non c'è dubbio che fosse intesa letteralmente — fino al talmud i rabbini discutono con tutta serietà dei sette cieli, il cui sesto (contando dall'alto), chiamato makon, contiene depositi di neve, grandine e proprietà meteorologiche assortite che Dio o i suoi agenti occasionalmente riversano su noi poveri mortali.[1]

Facciamo adattamenti morali. Il genocidio dei Cananei viene completamente condannato (della cui condanna non esiste precedente nelle prime fonti), oppure "spiegato/scusato" secondo il precedente rabbinico quale atto comandato da Dio a causa delle speciali necessità del tempo, ma non applicabile al "nostro tempo". Argomentiamo (come fa il Talmud) che il permesso concesso nel Deuteronomio 21,10-14 di prendere prigioniera una donna durante una guerra, o (a differenza del Talmud) di condonare la schiavitù, furono concessioni alla debolezza umana, scoraggiate ma non proibita dalla Torah.[2]

Ci adattiamo a metafore superate. Se la Bibbia, o i rabbini, o la liturgia, rappresentano Dio come un monarca autocratico che deve essere propiziato, ci sentiamo a disagio; l'immagine per noi non funziona, poiché non rispettiamo più gli autocrati. Non ci appropinquiamo ai nostri leader con autoumiliazione, propiziandoli con doni e raccomandandoci tramite intercessori influenti, comportamenti che associamo con la vita cortigiana di sovrani corrotti; i nostri capi probabilmente (forse) ci disprezzerebbero se lo facessimo, allora perché tali comportamenti dovrebbero essere graditi a Dio? Come spieghiamo ai nostri figli democratici che Dio è ancor più grande di un "re dei re", potente metafora a suo tempo ma oggigiorno senza significato e inetta? Purtuttavia spieghiamo, adattando cautamente la nostra immagine dei re.

Facciamo adattamenti storici, modificando il nostro resoconto della storia biblica e rabbinica in luce delle testimonianze archeologiche e letterarie da fonti esterne.

Facciamo adattamenti pratici. L'Halakhah, anche nelle mani dei rabbini, era alquanto distante dagli standard biblici; per esempio, il prozbul attribuito a Hillel riconosceva l'accresciuto bisogno di credito commerciale e in effetti eludeva la cancellazione dei debiti durante l'anno sabbatico.[3] Abbiamo commentato, in PARTE V.3, sulla modifica dell'Halakhah in luce dei cambiamenti sociali, economici e storici e notato che la differenza tra Ortodossi, Conservatori e Rifarmati era di grado piuttosto che di principio.

Alcuni di noi usano precedenti midrashici e tecniche "postmoderne" per leggere il testo omileticamente, abbandonando ogni pretesa di recuperare il significato semplice o originale, negando persino la legittimità di un concetto come "significato semplice o originale". In ciò i Conservatori, come quelli che adottano l'opinione di Malbim (PARTE III.4) che "l'esegesi dei saggi è il peshat, il significato semplice e diretto del testo scritturale", sembrano andar d'accordo coi postmodernisti nel rifiutare la nozione che un testo abbia un significato a sé stante, indipendentemente dal lettore; ma mntre i tradizionalisti concedono solo ed esclusivamente ai saggi l'autorità di leggere, i postmodernisti concedono tale privilegio ad ogni singolo lettore.

Poiché la nostra visione del mondo si è trasformata e abbiamo accesso ad una base di conoscenza molto più vasta, ci è impossibile leggere alla maniera dei nostri predecessori. Impossibile, non soltanto indesiderabile. Potremmo pensare di star leggendo alla stessa maniera, ma non è così. Anche se usiamo precisamente le stesse parole di coloro che ci hanno preceduto, il loro significato è cambiato. Rashi, parafrasando commenti rabbinici su Esodo 14,6, scrive che Faraone inviò ufficiali ad accompagnare gli Israeliti; quando gli ufficiali fecero rapporto dopo quattro giorni che gli Israeliti non sarebbero ritornati, Faraone inviò il suo esercito all'inseguimento degli Israeliti; la settima notte gli Egizi annegarono in mare; gli Israeliti cantarono un Inno di Lode (Es. 15) al mattino ed è per questo che lo leggiamo il settimo giorno di Pesach. Senza dubbio Rashi significò esattamente ciò che scrisse, in modo del tutto letterale; al suo tempo, l'undicesimo secolo, non c'era ragione di pensare che non fosse una ragionevole ricostruzione degli eventi. Potremmo fare lo stesso commento oggi, ma il nostro tono sarebbe differente; non ci impegneremmo in un discorso storico, ma costruiremmo una scena immaginaria per collegare la pratica liturgica contemporanea col testo biblico. Non dovremmo nemmeno impegnarci a credere che un Esodo avvenne veramen te. Se insistessimo sullo stesso significato letterale dato da Rashi, le nostre parole non trasmetterebbero lo stesso messaggio a chi ci ascolterebbe; Rashi formulava un'asserzione storica perfettamente ragionevole, date le informazioni a lui disponibili, ma noi adotteremmo una posizione conflittuale, implicando che le testimonianze letterarie antiche e l'archeologia dovrebbero essere ignorate e che la storia dovrebbe basarsi esclusivamente sull'omelia rabbinica.

Questo conferma il detto di Eraclito che non puoi immergerti nello stesso fiume due volte. L'acqua scorre. Il mondo cambia. Puoi ripetere le parole, ma il messaggio si è alterato; la forma del fiume è costante, ma l'acqua è nuova.

Violenza intellettuale

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In luce delle testimonianze raccolte in questo libro, testimonianze prontamente disponibili a chiunque le cerchi e facili da comprendere, ci si potrebbe chiedere perché gran parte del mondo ebreo ortodosso sia tuttora impegnato in un'interpretazione rigorosa, tradizionale di "Torah dal Cielo". Non che siano gli unici a farlo: simili credenze nell`assoluta verità della Scrittura sono usuali tra le comunità maggiormente conservatrici di cristiani, mussulmani e persone di altre fedi, e anche gruppi laici – per esempio, gruppi politici come i Marxisti e Trotskysti – sono parimenti resistenti a evidenza che metta in dubbio le loro convinzioni. Non trattiamo qui di una qualche debolezza particolare dell'ebraismo, ma di una riluttanza umana universale di abbandonare un'apparente garanzia di certezza.

Ovviamente, non serve valutare l'estensione della fede popolare ascoltando le dichiarazioni dei maggiorenti religiosi ortodossi, né sono di gran valore i numerosi studi delle credenze religiose condotte da sociologi, poiché la fede religiosa è troppo nebulosa per essere assoggettata ad analisi statistiche del tipo commerciale (che sapone preferisci?). Indubbiamente molta gente che si considera ortodossa reagisce come fosse scioccata o disturbata quando si sollevano dubbi sul valore storico dei dati biblici o la saggezza dei grandi rabbini, essendoci sempre una pronta disponibilità di libri che "provano" che la Bibbia è verità e la tradizione autentica.

Molte delle credenze popolari si originano da ricordi di lezioni parzialmente comprese da bambini. Gli ebrei ortodossi comuni, incapaci o restii ad insegnare da soli alla propria prole, la mandano a frequentare classi insegnate da gruppi fondamentalisti, come i chassidici Lubavitch (Chabad), che si impegnano in attività educative e sociali come forum per promuovere il loro modo di pensare. Non viene in mente ai genitori che, affidando i propri figli immaturi alle cure di estremisti religiosi, li assoggettano ad una forma di violenza intellettuale forse più dannosa nel tempo che non il maltrattamento fisico; o se sono fiduciosi di poter contrastare ciò che reputano insegnamento erroneo, li espongono ad una situazione che renderà l'ebraismo, o perlomeno l'ebraismo ortodosso, ridicolo ai loro occhi.

Giovani uomini e donne, pieni di buone intenzioni, si iscrivono per un anno o più in numerose yeashivah e seminari in cui testi religiosi vengono intensamente studiati; il crescente numero di studenti in tali istituzioni di questi tempi garantisce una familiarità pubblica e un impegno con testi primari che sarebbero stati l'invidia di generazioni precedenti. Molti degli insegnanti sono eruditi, di mente aperta ed accessibili, ma vengono posti limiti severi su credenze e comportamenti accettabili e c'è una considerevole pressione dei pari a conformarsi. I docenti stessi sono solitamente sotto l'influenza di uno o più gerarchie invisibili di decani di yeshivah conservatrici, halakhisti dominanti, o rebbe chassidici, che sono di vedute molto conservatrici. Questi gedolei hatorah, "grandi della Torah", sono meno avvicinabili e devono essere trattati con una deferenza che non rende facile conversare con loro. È generalmente impossibile intrattenere una discussione costruttiva con loro su materie quali l'importanza di manoscritti biblici varianti, o gran parte di altri argomenti trattati in questo libro, poiché fanno virtù di ignorare qualsiasi cosa sospettata di essere non-ebraica o eretica, cioè di qualcosa di diverso dalle fonti rabbiniche tradizionalmente accettate. Può darsi che la situazione cambi, ma per il momento in questi circoli ci si aspetta conformità, con convinzioni rigide adombrate in risposta alle sfide dell'Illuminismo. Nelle yeshivah tradizionali Illuminismo e "decadenza occidentale" sono considerati nemici tanto quanto i seminari fondamentalisti cristiani e le madrase islamiche.

Chi decide?

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La realtà della società ortodossa è che la gerarchia invisibile, non una qualsiasi autorità rabbinica ufficiale, definisce le credenze accettabili e la pratica. Tuttavia ciò semplifica una complessa interazione sociale dove l'umore pubblico, l'atteggiamento difensivo, le pressioni sociali e famigliari, nonché la mancanza di una direttiva chiaramente definita, hanno tutti una parte da giocare.

Nessuno, in verità, viene spinto apertamente ad accettare i dettati della gerarchia invisibile; questa non forma un governo né viene sostenuta da un governo. In linea di principio, in Israele e anche altrove nel mondo libero, la coscienza autonoma dell'individuo regna suprema in materia di religione. Ma le pressioni sociali sono forti; famiglia, società, nazione e ethos globali modellano, quando non determinano interamente, la coscienza individuale.

Queste pressioni non agiscono tutte nella stessa direzione; società, nazione e mondo in generale potrebbero non combaciare con la famiglia, oppure potrebbe esserci una qualche altra linea di divisione. A volte un individuo potrebbe rompere la matrice; più comunemente, potrebbe vivere a livelli differenti, rispettando la tradizione a casa e in sinagoga, approvando ferventemente un sistema di credenze che poi ignorerebbe allegramente al lavoro o durante lezioni universitarie. Solo pochi hanno la motivazione e perseveranza di risolvere le cose in un modo o nell'altro; la maggioranza barcolla a casaccio tra due mondi, spinta in una direzione da santi esempi modello o in un'altra da valori illuministici. Come si può scegliere tra santità e verità? (Ciò che è falso non può essere santo; d'altra parte, quello che è vero non è necessariamente santo.)

  1. TB Ḥag. 12b. Commentatori successivi interpretano l'intero passo in modo mistico, comprovando la mia affermazione sull'inevitabilità degli "adattamenti".
  2. TB Kid. 21b.
  3. Mishnah Git. 4:3.