Storia della letteratura italiana/Cesare Pavese

Indice del libro
Storia della letteratura italiana
  1. Dalle origini al XIV secolo
  2. Umanesimo e Rinascimento
  3. Controriforma e Barocco
  4. Arcadia e Illuminismo
  5. Età napoleonica e Romanticismo
  6. L'Italia post-unitaria
  7. Prima metà del Novecento
  8. Dal secondo dopoguerra a oggi
Bibliografia

Figura centrale nella cultura italiana del secondo dopoguerra, Cesare Pavese è stato autore di opere strettamente legate alla sua sofferta esperienza autobiografica. Fin dagli esordi ha ricercato, per la sua poesia, una strada originale, prendendo le distanze dall'ermetismo alla ricerca di modalità espressive che rispondessero alle sue sollecitazioni interiori. In questa ricerca hanno avuto grande influenza il suo interesse per il mito e la passione per gli scrittori statunitensi.[1]

La vita

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Cesare Pavese

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo (Cuneo) da Eugenio e Consolina Mestruini. Il padre muore nel 1914 per un tumore al cervello, ed è la madre a farsi carico da sola dell'educazione dei figli.[2] Nel 1926, conclusi gli studi al liceo classico Massimo D'Azeglio di Torino, si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, dove si appassiona alle letterature classiche e a quella inglese, in particolare americana. Qui stringe amicizia con futuri intellettuali come Norberto Bobbio, Massimo Mila, Leone Ginzburg, Giulio Carlo Argan, Ludovico Geymonat, Giulio Einaudi. Al liceo aveva avuto inoltre come docente di italiano e latino lo scrittore Augusto Monti, crociano, amico di Piero Gobetti e ammiratore di Gramsci, attorno a cui si era formato un gruppo di studenti che comprendeva lo stesso Pavese.[3]

Nel 1930, dopo la laurea con una tesi sull'Interpretazione della poesia di Walt Whitman, inizia a insegnare nelle scuole e a collaborare con alcune case editrici in qualità di traduttore dall'inglese Per Bemporad traduce Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis (premio Nobel per la letteratura nel 1930). Nello stesso anno muore la madre.[4] L'anno successivo Federico Gentile gli commissiona la traduzione di Moby Dick di Herman Melville per la Treves-Treccani-Tumminelli, che però una volta ultimata nel 1932 sarà pubblicata dal torinese Carlo Frassinelli. Tra il 1931 e il 1932 scrive i racconti che confluiranno in Ciau Masino. Nel 1933, su pressione della famiglia, si iscrive al Partito Nazionale Fascista (PNF), riuscendo così a ottenere una supplenza al liceo D'Azeglio; nello stesso anno legge Il Ramo d'oro di James G. Frazer, che influenzerà la sua riflessione sul mito.[5] Negli anni trenta prosegue la sua attività di saggista e traduttore: pubblica saggi su Whitman, John Dos Passos, Dreiser, e le traduzioni del Dedalus di James Joyce e del 49º parallelo di Dos Passos. Sempre nel 1933 Giulio Einaudi fonda la sua casa editrice, di cui Pavese sarà una delle colonne portanti.[6]

Nel maggio 1934 diventa direttore di Cultura al posto di Leone Ginzburg, arrestato per attività sovversive insieme a Monti, Carlo Levi e Sion Segre, tutti membri della formazione antifascista Giustizia e Libertà.[7] Il 15 maggio 1935 tutta la redazione della rivista è arrestata per lo stesso motivo: condotto alle Carceri Nuove di Torino, è poi tradotto a Regina Coeli a Roma e infine condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, dove giunge in agosto.[8] A settembre è espulso dal PNF. Il 6 ottobre inizia a scrivere uno zibaldone che proseguirà fino alla morte, Il mestiere di vivere.[9] Intanto, nel 1936 per le edizioni di Solaria viene pubblicata la raccolta di poesie Lavorare stanca. Nel marzo 1936 ottiene un condono del confino ma al ritorno a casa scopre che Battistina Pizzardo (Tina), la ragazza con cui aveva iniziato una relazione, sta per sposarsi con un altro. La notizia genera in Pavese una violenta crisi.[10]

Nel 1937 riprende la collaborazione con Einaudi, a cui si affianca il lavoro di traduttore per Mondadori (Un mucchio di quattrini di Dos Passos) e Bompiani (Uomini e topi di John Steinbeck).[11] Dal 1938 è assunto come traduttore e redattore per Einaudi. Escono le sue versioni di Fortune e sfortune della famosa Moll Franders di Daniel Defoe, Autobiografia di Alice Toklas e Tre esistenze di Getrude Stein, David Copperfield di Charles Dickens, Benito Cereno di Melville. Si dedica inoltre alla narrativa, concludendo alcuni romanzi che saranno però pubblicati in un secondo momento: Memorie di due stagioni (pubblicato solo nel 1948 con il titolo Il carcere), Paesi tuoi (1942), La tenda (1949), La bella estate (1950).[12]

Il nuovo allontanamento di Leone Ginzburg, mandato al confino a Pizzoli (L'Aquila) nel 1940, fa sì che Pavese assuma maggiori responsabilità in Einaudi, fino a diventarne di fatto il direttore editoriale; la sua posizione sarà però ufficializzata solo nel dopoguerra. Nell'estate del 1940 inizia un intenso scambio epistolare con Elio Vittorini, insieme al quale traduce le opere dell'antologia Americana. Vittorini diventerà poi collaboratore di Einaudi nel 1943. Negli stessi anni Pavese instaura una forte amicizia con Fernanda Pivano, sua allieva al D'Azeglio, la quale declinerà una sua proposta di matrimonio. Nel 1941 pubblica per la prima volta un romanzo, Paesi tuoi, che ottiene un ampio consenso di pubblico e critica.[13] Nella primavera 1943 si sposta nella sede romana dell'Einaudi, dove lavora con Mario Alicata, Antonio Giolitti e Carlo Muscetta sotto la direzione di Ginzburg, appena tornato dal confino. Dopo l'8 settembre la casa editrice viene commissariata dalla Repubblica Sociale e Pavese si rifugia a Serralunga di Crea, quindi si nasconde sotto il falso nome di Carlo de Ambrogio a Casale Monferrato, dove dà ripetizioni presso il collegio dei padri somaschi di Trevisio.[14]

Dopo la Liberazione torna a lavorare all'Einaudi come direttore editoriale (Ginzburg era morto in carcere durante la guerra). Trasferitosi nella sede romana della casa editrice, dà vita a nuove collane e a nuove iniziative. Avvia in particolare la collaborazione con Santorre Debenedetti per i classici italiani, Franco Venture per le scienze storiche, Ernesto De Martino per l'etnologia. Nell'autunno 1945 si iscrive al Partito Comunista, ma la politica avrà comunque un ruolo marginale nella sua vita interiore. Tornato a Torino, pubblica Feria d'agosto.[15] Seguono i Dialoghi con Leucò e Il compagno, entrambi del 1947. L'anno successivo viene varata la Collezione di studi religiosi, etnologici, e psicologici diretta da Pavese insieme a De Martino, che attirerà importanti studiosi di fama internazionale. Lo scrittore inizia inoltre a manifestare sintomi di disagio nei confronti del PCI.[16]

Nella seconda metà del 1948 scrive il romanzo Il diavolo sulle colline, e negli articoli che pubblica in questo periodo si dedica all'indagine su temi come l'essenza della poesia, il mito, il rapporto tra letteratura e società. Nel 1949 vede la luce la trilogia La bella estate (vincitore del premio Strega nel 1950), che oltre al romanzo omonimo comprende Il diavolo sulle colline e Tra donne sole (da cui Michelangelo Antonioni nel 1955 trarrà il film Le amiche). Nel 1950 pubblica La luna e i falò e in maggio inizia la collaborazione con la rivista Cultura e Realtà, malvista dalla direzione del PCI perché animata da intellettuali che avevano militato nella sinistra cristiana. Negli stessi mesi ha una nuova crisi sentimentale, dovuta al fallimento della relazione con l'attrice statunitense Constance Dowling, alla quale dedica molte poesie e per la quale prepara anche alcuni soggetti cinematografici. La notte del 26 agosto 1950 si suicida nell'albergo Roma di Torino.[17]

Poetica e stile

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Nella prima parte del Mestiere di vivere, intitolata Secretum Professionale (ott.-dic. 1935 e febb. 1936), Pavese annota le sue riflessioni sul modo di fare poesia e in generale di fare arte costruendo quella che si può definire la sua poetica. Precedentemente, nell'Appendice critica anteposta a Lavorare stanca intitolata Il mestiere di poeta, il giovane scrittore riconosce allo studio di Walt Whitman (soggetto della sua tesi di laurea) e alla traduzione del Nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis il merito di averlo liberato dalla schiavitù dei metri tradizionali.

Sempre nel Mestiere di vivere si infittiscono (soprattutto nel periodo del 1942 e l'inizio del 1945) e con maggiore sicurezza, le note su come devono essere strutturate le immagini, sulla necessità di utilizzare la commozione, sull'importanza del tempo presente e del passato per un valore costruttivo da dare all'opera, come condensare il racconto attraverso il tono, che il tono sia "un ripensare avvenimenti più o meno illuminati"[18] oltre ad analizzare il tempo narrativo e cercare il modo di renderlo più scorrevole accorciandolo e rallentandolo, come costruire un personaggio e come farlo parlare, come passare dalla semplice proposizione alla frase, come ottenere un racconto ben equilibrato, l'importanza del punto di vista e ancora appunti sullo stile, sulla lingua e sulla tecnica.

La tecnica

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Ritratto di Cesare Pavese

Se a quei tempi la parola "tecnica" era, nel clima letterario crociano, una parola disprezzata, essa viene spesso menzionata da Pavese per il quale, grazie all'influenza della cultura statunitense, la tecnica è l'unico strumento in grado di decidere lo stile di un autore

« La prova dell'essenziale composizione a freddo è lo stile, lucido, vitreo, anche se ogni tanto si colora di passionali scatti. Sono calcoli, ragionati, anche questi.[19] »

Pavese parla spesso di arte intesa come "mestiere" e la tecnica gli serve come autodisciplina per sfuggire alle tentazioni del romanticismo, con una scelta che non intende solamente rispondere a canoni estetici ma soprattutto etici e che l'aiutano a evitare di lasciarsi andare a un semplice piacere narrativo.

Pavese evita nelle sue opere tutte le forme romanzesche che si basano su costruzioni tradizionali come gli intrighi e i colpi di scena, e costruisce storie che si basano su una trama narrativa quasi inesistente, tanto è vero che, come scrive Marziano Guglielminetti,[20]

« è stato osservato che il termine "romanzo", riferito alla narrativa pavesiana, viene usato non senza qualche approssimazione e improprietà (lo stesso Pavese preferì del resto ricorrere alla formula di "romanzo breve"). »

Nell'esaminare le opere di Pavese si osserva inoltre che la sua narrativa si rifà alla legge statica della ripetizione: circoscrive il suo ambito tematico intorno a motivi fondamentali che non si cura di ampliare ma che al contrario cerca di ripetere con insistenza volutamente monotona, perché

« Raccontare è sentire nella diversità del reale una cadenza significativa, una cifra irrisolta del mistero, la seduzione di una verità sempre sul punto di rivelarsi e sempre sfuggente. La monotonia è un pegno di sincerità.[21] »

Lo scrittore vuole così dimostrare che, per rappresentare la realtà interiore finalmente trovata, non è necessario cercare cose nuove ma che il più grande sforzo è da rivolgersi a come, tecnicamente, questa realtà verrà rappresentata

« Arte è tecnica e tutti sanno che un prodotto della tecnica è qualcosa di artificiale, di approssimativo, che tende senza posa a perfezioni, a fondarsi su scoperte più esatte e puntuali. Arte è insomma artificio.[22] »

Il simbolo

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Come l'autore stesso scrive nel Mestiere di vivere in data 10 dicembre 1939, si tratta di riuscire a rappresentare la realtà attraverso i simboli perché

« Il simbolo [...] è un legame fantastico che tende una trama sotto il discorso.[23] »

Pertanto ciò che interessa a Pavese veramente (e su questo argomento egli si sofferma più volte nel suo Mestiere di vivere) è quello di riuscire a rappresentare non tanto la realtà oggettiva delle cose ma quella che viene definita la "realtà simbolica"[24], quella cioè che si nasconde al di sotto della esteriorità.

« Ci vuole la ricchezza d'esperienze del realismo e la profondità di sensi del simbolismo. Tutta l'arte è un problema di equilibrio fra due opposti.[25] »

Occorre inoltre specificare che, come ha affermato Guido Davidico Bonino, Pavese unisce il concetto di simbolo con quello di mito. Quest'ultimo, stando alla filosofia pavesiana, si profila come l'obiettivo a cui la poetica deve tendere, il mistero arcano, oscuro da svelare, il lato selvaggio, truculento da domare, riscoprendolo con un secondo apprendimento, quello della memoria. Tutti noi apprendiamo il mito nel periodo dell'adolescenza, facendo esperienze, in quella fase paragonabile a un limbo tra innocenza e maturità, in cui ogni scoperta ha influssi simbolici, appunto, permanenti ed estremamente significativi. Ma la scoperta, lo scioglimento dell'enigma mitico rappresenta la fine dell'arte, un arresto incontrovertibile, in quanto - mediante questo processo - subentra la storia, la realtà, che domina il simbolo e lo chiarifica, estinguendolo, esaurendolo.

Sono molti gli scrittori del Novecento che adottano, nella propria arte, il mito. Questa è una caratteristica tipica degli scrittori statunitensi, importata in Italia da intellettuali quali, appunto, Pavese, Elio Vittorini, Beppe Fenoglio. In Pavese la giovinezza stessa è un mito, un'ossessione (termine molto caro, invece, a Pier Paolo Pasolini). Leggendo Pavese ci si imbatte in un desiderio, in un costante rimpianto dell'adolescenza (fatto che lo rende accostabile, in un certo senso, a Giovanni Pascoli). Ma mentre per altri questo ritorno è cosa possibile o, comunque, non messa in discussione ma semplicemente attesa e ammirata, Pavese respinge questa possibilità, reputandola irrealizzabile.

È questo il tema centrale del capolavoro pavesiano, La luna e i falò. Il protagonista, Anguilla, si è allontanato dal paese natale, per far fortuna in America. Tornato, si trova di fronte a un senso di spaesamento, tenta di reintegrarsi ma non ci riesce. Tutti i legami che aveva con le proprie origini e con la propria adolescenza si sono scissi, eccetto quello con l'amico Nuto. In conclusione, il senso del ritorno (che riecheggia, in quanto Pavese era un grande appassionato di mitologia classica, il nostos dell'Ulisse omerico) è fallito, le illusioni di recuperare il tempo perduto si dimostrano tali.

La storia (la guerra civile) ha sconfitto il mito, perché alla conclusione del romanzo, prendendo d'esempio il simbolo-chiave del romanzo, cioè il falò, i significati simbolici cedono spazio a quelli reali: i falò, interpretati come uso tradizionale contadino per "risvegliare" la terra, diventano roghi di morte e distruzione, riecheggianti le devastazioni della guerra civile.

Il 17 novembre 1949, Pavese aveva stilato sul suo diario una classificazione delle opere fino a quel momento fatte basandosi su di un criterio storico-contenutistico

« Hai concluso il ciclo storico del suo tempo: Carcere (antifascismo confinario), Compagno (antifascismo clandestino), Casa in collina (resistenza), Luna e i falò (post-resistenza). Fatti laterali: guerra '15-'18, guerra di Spagna, guerra di Libia. La saga è completa. Due giovani (Carcere e Compagno) due quarantenni (Casa in collina e Luna e falò). Due popolani (Compagno e Luna e falò) due intellettuali (Carcere e Casa in collina).[26] »

Il 26 novembre dello stesso anno, evidentemente non soddisfatto dell'abbozzo precedente, dopo alcune righe di riflessione sui ricordi e sull'estasi del ricordo compila uno schema diverso dal quale lascia intendere che la costruzione narrativa si basa su precisi elementi che però da soli non rappresentano la realtà, ma, come scrive Marziano Guglielminetti,[27]

« Dal gioco di rapporti che tra loro si stabilisce deve scaturire una realtà ulteriore, oscura e ancestrale, alla quale i singoli elementi esteriori, immediatamente percepibili, rinviano in forma simbolica. In questa trama di corrispondenze, che strutturano in profondità il tessuto narrativo, consiste la particolare qualità del linguaggio metaforico di Pavese. »
Quadro sinottico dello svolgimento dell'opera pavesiana. [28]
Lavorare stanca 1930 1933 1936 1938 1940 parola e sensazioni
Il carcere - Paesi tuoi - La bella estate - La spiaggia 1938, 1939, 1940, 1941 naturalismo
Feria d'agosto 1941, 1942, 1943, 1944 poesia in prosa e consapevolezza dei miti
La terra e la morte, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi 1945, 1947
Dialoghi con Leucò 1945
Il compagno 1946 gli estremi: naturalismo e simbolo staccati
La casa in collina, Il diavolo sulle colline, Tra donne sole, La luna e i falò 1947 - 1948 - 1949 - 1949 realtà simbolica

Lo stile

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Nell'opera di Pavese lo stile si fonde con le situazioni attraverso la disposizione delle parole che seguono lo stesso ritmo delle emozioni vissute nella realtà interiore. Il ritmo diventa pertanto il protagonista delle sue opere dove i personaggi e gli episodi non sono altro che un pretesto per raccontare. Un raccontare che rifugge dalle costruzioni complesse e che si basa su una sintassi essenziale fatta di cadenze prese dal linguaggio dialettale, da cesure del periodo e dall'uso della paratassi. La scrittura di Pavese può dunque sembrare povera, ma è una povertà apparente perché essa corrisponde a un programma teorico ben delineato che si basa su un severo esercizio di stile e non è una scrittura naturalistica come scrive lo stesso autore nel suo diario l'11 settembre del 1941

« il narrare non è fatto di realismo psicologico, né naturalistico, ma di un disegno autonomo di eventi, creati secondo uno stile che è la realtà di chi racconta, unico personaggio insostituibile.[29] »

La poesia

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La poesia-racconto di Lavorare stanca

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« Poesia è ora, lo sforzo di afferrare la superstizione - il selvaggio - il nefando - e dargli un nome, cioè conoscerlo, farlo innocuo. Ecco perché l'arte vera è tragica - è uno sforzo. La poesia partecipa di ogni cosa proibita dalla coscienza - ebbrezza, amore - passione, peccato - ma tutto riscatta con la sua esigenza contemplativa, cioè conoscitiva.[30] »

Lo sperimentalismo tecnico e metrico di Pavese viene applicato alla raccolta di Lavorare stanca, isolando la stessa dalla tipologia della produzione poetica contemporanea. La sua vuole essere una poesia-racconto, priva di immagini retoriche e basata sui fatti essenziali, il più possibile basata sulla chiarezza, sulla semplicità e sull'oggettività in contrapposizione alla poesia astratta degli ermetici.

A offrirgli l'esempio di un linguaggio improntato alla semplicità è Gozzano che, nel nominare le cose e gli avvenimenti con il grigiore della quotidianità, usa un tipo di verso che è discorsivo e prosastico.

La presenza gozzaniana si avverte subito nella prima poesia della raccolta, I mari del Sud, del 1931, dove viene ripetuta, con il racconto del cugino reduce dai mari del Sud, la situazione che si crea nella poesia L'Analfabeta di Gozzano che, arruolato nell'armata sarda, ha visitato le steppe di Crimea.

Il verso di questa prima poesia, in endecasillabi, è ampio e fluente e risente ancora di qualche misura tradizionale anche se già prevalgono le lasse di dodici e tredici sillabe e l'irrompere del dialetto è motivo nuovo e lontano dal linguaggio di Gozzano dal quale Pavese sembra volersi liberare.

La lirica di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

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Ben diverse le poesie delle due ultime raccolte di Pavese, La terra e la morte (i versi che furono composti a Roma nel 1945 e pubblicati nel 1947 sulla rivista Le Tre Venezie) e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (pubblicati postumi insieme ai versi della precedente raccolta dall'editore Giulio Einaudi nel 1951) dove il discorso diventa più fluido e il discorso lirico si basa su immagini che non hanno più, come in Lavorare stanca, un diretto rapporto con un fatto o un oggetto specifico ma sono da essi scollegati. L'ultima poesia di Pavese si rifà pertanto alla tradizione lirica petrarchesca e leopardiana anche se i motivi ripresi, come il legame amore-morte, si presentano attraverso una nuova prospettiva che è quella del mito.

Con le poesie di queste due ultime raccolte avviene pertanto il passaggio da una poesia intesa come racconto ad una poesia intesa come canto che adotta il verso breve e si esprime in forme e ritmi melodici.

La narrativa

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« Non è soltanto una similitudine il parallelo tra una vita di abbandono voluttuoso e il fare poesie isolate, piccole, una ogni tanto, senza responsabilità di insieme. Ciò abitua a vivere a scatti, senza sviluppo e senza principi. La lezione è questa: costruire in arte e costruire nella vita, essere tragicamente.[31] »

Gli anni 1935-1936, quelli del confino a Brancaleone Calabro, se da una parte significano l'abbandono dei sogni giovanili, dall'altra segnano "l'inizio di un ripensamento estetico e morale che schiuderà la via alla prosa".[32]

La prima esperienza di Pavese come narratore risale al 1931-1932, quando scrive il romanzo breve Ciau Masino (pubblicato postumo nel 1968). Negli anni trenta si moltiplicano i racconti, in cui è riconoscibile l'influenza del contemporaneo realismo statunitense e del verismo di Verga. Sono storie che si svolgono in un ambiente contadino, ossessionato dal sangue e dal sesso, in cui l'autore cerca di ritrovare le cadenze tipiche del dialetto attraverso il ricorso frequente al dialogo tra i personaggi. Pavese raggiunge l'apice di questo tipo di narrativa nel romanzo breve Paesi tuoi (1941), che è anche la prima opera a dargli fama e che costituirà uno dei modelli per la nascente letteratura neorealista.

Intanto tra il 1938 e il 1939, durante il confino, aveva scritto un altro breve romanzo, Il carcere, in cui indaga il contrasto tra la solitudine del prigioniero e la vita del mondo esterno, considerato estraneo e indecifrabile. In seguito Pavese scrive altri due romanzi brevi, La bella estate (1940, ma pubblicato nel 1949) e La spiaggia (1941).

Allo scoppio della guerra, l'attenzione per il mondo contadino si trasforma in interesse per il folklore e per il mito. Pavese è quindi indotto a indagare sulle ragioni originarie e sugli impulsi che inducono alle azioni collettive come a quelle individuali. Per fare questo, farà ricorso anche a strumenti provenienti dell'etnoatropologia e dalla psicanalisi.

Frutto di questa ricerca sono Feria d'agosto (1945), composto da una serie di racconti organizzati per temi, e i Dialoghi con Leucò. Questi ultimi sono 27 dialoghi tra personaggi della mitologia classica, che partono dal tema del destino ineluttabile per raggiungere a una riflessione sull'umanità e sulla possibilità di organizzare una vita civile.

Negli ultimi quattro brevi romanzi Pavese riesce, con un singolare equilibrio, a unire mito, realtà storica e sofferenza esistenziale. In tutti e quattro in casi, anche se con modi diversi, si tratta di romanzi di iniziazione, in cui un personaggio o un gruppo di personaggi compiono un percorso di conoscenza per giungere infine a confrontarsi con il peso con cui la natura e la storia opprimono gli sforzi degli individui. È una ricerca molto concreta, che si allontana dai moduli neorealistici per ricorrere invece a toni lirici e a complesse reti di simboli.

La casa in collina (1948) è un romanzo fortemente autobiografico, in cui vengono analizzate le contraddizioni di un intellettuale che si rifugia in collina per scappare dalla guerra. Il suo isolamento e il suo nascondersi dalle responsabilità collettive imposte dalla guerra provocano una continua fuga, che sembra non finire mai, così come la distruzione portata dal conflitto.

Il diavolo sulle colline e Tra donne sole escono nel 1948 nel volume La bella estate, insieme al romanzo omonimo. Il primo narra il vagabondaggio di un gruppo di amici torinesi alla ricerca di nuove esperienze totali e distruttive. Tra donne sole segue invece la vita di vari personaggi femmili sullo sfondo della città moderna.

L'ultimo romanzo di Pavese, La luna e i falò (1950), è dedicato nuovamente alla guerra partigiana. Il protagonista, detto Anguilla, racconta del suo ritorno dall'America nelle Langhe, dove ritrova i luoghi in cui è cresciuto e i suoi amici di un tempo. Ai falò tradizionali che vengono accesi nei campi per propiziare il raccolto si affiancano altri falò, quelli che hanno portato la morte e la distruzione durante la guerra. La ricerca di un passato felice porta quindi alla luce una realtà crudele, in l'origine e la fine sono segnate da una maledizione legata alla condizione naturale.[33]

  1. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Saba, Ungaretti, Montale, Pavese, Gadda, Calvino, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 109.
  2. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, p. LXVII.
  3. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, pp. LXIX-LXXV.
  4. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, pp. LXXV-LXXVI.
  5. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, pp. LXXIX-LXXXI.
  6. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, p. LXXX.
  7. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, p. LXXIX.
  8. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, p. LXXXII.
  9. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, p. LXXXIII.
  10. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, p. LXXXIV.
  11. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, p. LXXXV.
  12. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, pp. LXXXVI-LXXXVII.
  13. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, pp. LXXXVII-LXXXIX.
  14. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, pp. XCI-XCIII.
  15. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, pp. XCV-XCVI.
  16. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, p. XCVIII.
  17. Cronologia in Cesare Pavese, Tutti i romanzi, a cura di Marziano Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2000, pp. C-CIII.
  18. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 125.
  19. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 58.
  20. Marziano Guglielminetti e Giuseppe Zaccaria, Cesare Pavese, Firenze, Le Monnier, 1982, p. 73.
  21. Cesare Pavese, Raccontare è monotono, in Saggi letterati, Torino, Einaudi, 1968, pp. 307-308.
  22. Cesare Pavese, Saggi letterati, Torino, Einaudi, 1968, p. 48.
  23. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 165.
  24. Il riferimento si trova nello schema tracciato dallo stesso Pavese nel Mestiere di vivere il 26 novembre 1939
  25. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 166.
  26. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 375.
  27. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 77.
  28. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 377.
  29. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 229.
  30. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 291.
  31. Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p. 34.
  32. Lorenzo Mondo, Cesare Pavese, Milano, Mursia, 1970, p. 40.
  33. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 1051-1053.