Storia della letteratura italiana/Giovanni Verga

Indice del libro

Dopo avere pubblicato alcune opere di gusto romantico, Giovanni Verga alla fine degli anni settanta approda al verismo, di cui sarà il principale teorico insieme all'amico Luigi Capuana. Nelle introduzioni alla novella L'amante di Gramigna e al romanzo I Malavoglia, oltre che in una serie di lettere, metterà a un punto una rigorosa tecnica narrativa influenzata dal naturalismo francese, e in particolare dalla lettura di Flaubert e Zola. Tuttavia la sua poetica si distacca dai modelli francesi per la sua visione pessimistica e conservatrice della realtà, che lo porterà a sostenere l'idea che l'autore deve eclissarsi, regredire, in modo da dare l'impressione al lettore che l'opera si sia fatta da sé. Le sue teorie e il suo stile antiaccademico, sebbene rivoluzionari, non avranno però successo tra i contemporanei e dopo gli anni novanta Verga, amareggiato, si ritirerà dalla scena pubblica.

La vita

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Giovanni Verga

Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840 da una famiglia della piccola nobiltà agraria. Trascorre i primi anni in Sicilia, scrivendo su giornali e componendo romanzi storici. A dieci anni scrive il primo romanzo, Amore e patria, in cui è evidente l'influenza del maestro Antonio Abate, fervente patriota e letterato di gusti romantici. Durante la giovinezza conduce studi irregolari: iscritto alla facoltà di giurisprudenza, non terminerà mai i corsi. Userà anzi i soldi datigli dal padre per pagare la pubblicazione del suo secondo romanzo, I carbonari della montagna (1861-1862). In questo periodo il suo gusto letterario si forma sulla lettura di autori alla moda come Dumas padre e figlio, Sue, Feuillet, e sui romanzi storici italiani. Verga si discosta quindi dalla figura del letterato tipica della tradizione italiana, intriso di cultura classica, ma si forma su una narrativa di tipo avventuroso e sentimentale.[1]

Nel 1860, all'arrivo dei garibaldini, si arruola nella Guardia Nazionale. Nel 1865 e nel 1869 trascorre brevi periodi a Firenze, all'epoca capitale del Regno d'Italia, dove ha i primi contatti con letterati, e in particolare con Francesco Dall'Ongaro. In quegli anni ha anche una relazione con la maestrina Giselda Foianesi; scoperta dal marito, la donna è scacciata di casa. Nel 1871, a Firenze, pubblica Storia di una capinera, un romanzo sentimentale che gli darà grande successo. Seguiranno nel 1875 due romanzi in cui analizza le passioni moderne, Eros e Tigre reale.[2]

Intanto nel 1872 si trasferisce a Milano, dove rimane fino al 1893. La città lombarda è a quel tempo il più vivace centro culturale della penisola (si pensi alla scapigliatura): qui Verga si dedica a un'intensa attività mondana e conosce scrittori come Luigi Capuana, Arrigo Boito, Federico De Roberto, Giuseppe Giacosa, Felice Cameroni. Milano è inoltre il centro di diffusione in Italia dell'opera di Zola oltre che la città più vicina, per quanto riguarda lo sviluppo economico e sociale, alle realtà del resto d'Europa e quindi più aperta ad accogliere le istanze del naturalismo.[3]

In questo contesto Verga matura la svolta che porterà alla nascita della poetica verista: l'inizio di questa fase viene fatto coincidere con la pubblicazione del bozzetto Nedda (1874) e soprattutto con la novella Rosso Malpelo (1878).[2] Conscio del valore delle proprie opere, intraprende la loro promozione a livello internazionale e compie per questo motivo viaggi a Parigi e Londra. Il suo romanzo più importante, I Malavoglia (1881), ha tuttavia scarso successo, mentre maggior fortuna avrà a teatro la rappresentazione della Cavalleria rusticana (1884). Nel 1889 vede la luce il Mastro-don Gesualdo, secondo volume di un ciclo dei Vinti che non verrà mai completato. Tra i Malavoglia e il Gesualdo Verga aveva nel frattempo pubblicato Il marito di Elena (1882), un romanzo di ambientazione borghese. L'inizio degli anni novanta è però segnato da una crisi artistica, in seguito alla quale non riesce a portare a termine i nuovi romanzi che aveva progettato.

Nel 1893 lascia quindi Milano per tornare a Catania. Pubblica ancora raccolte di novelle (I ricordi del capitano d'Arce, 1891; Don Candeloro & C.i, 1894) e realizza versioni teatrali di alcune sue celebri novelle. Dal 1903 si chiude nel silenzio, limita le sue uscite pubbliche e si occupa unicamente di amministrare i suoi possedimenti terrieri. All'inaridimento della vena artistica corrisponde il ripiegamento su posizioni politiche conservatrici: allo scoppio della prima guerra mondiale si professa interventista, quindi dopo il 1918 sostiene le posizioni dei nazionalisti, mantenendo però un certo distacco dalle vicende militari.[4][5] Nel 1920, in occasione del suo ottantesimo compleanno, si tengono solenni celebrazioni a Roma (alla presenza del ministro dell'Istruzione Benedetto Croce) e al Teatro Massimo "Bellini" di Catania, dove il discorso ufficiale è tenuto da Luigi Pirandello. Nello stesso anno lo scrittore è nominato senatore. Muore nella casa della sua famiglia il 27 gennaio 1922, assistito dai nipoti e da De Roberto.

La fase pre-verista

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Giovanni Verga trentenne

L'attività letteraria di Giovanni Verga, dopo le prime opere giovanili di scarso rilievo, può essere divisa in due fasi: una prima caratterizzata dalle descrizioni di ambienti artistici e dell'alta società, in cui unisce residui romantici e modi scapigliati con la tendenza generica a una letteratura "vera" e "sociale"; una seconda che può propriamente essere definita "verista".

Risalgono alla prima maniera tutti quei romanzi – come Una peccatrice del 1866, Storia di una capinera del 1869, Eva e Tigre reale del 1873, Eros del 1875 – che si possono considerare autobiografici nel senso che, come scrive Giuseppe Petronio, «Verga mirava a effondere stati d'animo e sentimenti che erano anche suoi, e a vivere, nei suoi libri, avventure non vissute effettivamente ma sognate».[6] In questi romanzi si trova però anche la volontà di analizzare la società del suo tempo, soprattutto per quanto riguarda lo strato sociale più elevato, mettendo in evidenza i fallimenti sentimentali e l'immoralità non solo dei singoli personaggi ma di tutta la società. Le storie di questi primi romanzi, dal tono spiccatamente melodrammatico, descrivono tutte un mondo che, seppur descritto, è in un certo senso negato.[7]

Nel 1866 Verga pubblica il romanzo Una peccatrice, nel quale si ritrovano molti dei motivi che il giovane scrittore riprenderà, rielaborandoli, nei romanzi che seguiranno. È anche considerato un romanzo autobiografico,[8] sebbene Verga non lo ritenga tale: negli anni successivi arriverà addirittura a ripudiare l'opera.

Storia di una capinera, romanzo scritto in forma epistolare e definito dallo stesso Verga in una lettera a Louis Edouard Rod di "genere romantico e sentimentale", viene scritto nell'estate del 1869 e pubblicato nel 1871 ottenendo subito un grande successo. In esso si intravedono alcuni temi tipicamente verghiani come quello della famiglia e della campagna. Il romanzo, pur presentando una sensibilità ultraromantica, «presenta anche uno studio dell'ambiente ben documentato e la ricerca di verità e di efficacia sociale».[9]

Il romanzo Eva, pubblicato nel 1873, narra la passione di un giovane pittore per una ballerina e vi si nota «un notevole realismo nello studio della psicologia di Eva e nella considerazione dell'influenza decisiva del motivo economico sulla vicenda amorosa».[10]

Tigre reale, pubblicato da Brigola nel 1875, racconta l'attrazione del giovane diplomatico Giorgio La Ferlita per una contessa russa «avida e capricciosa, malata di tisi e condannata a breve vita».[11] Anche in questo romanzo spiccano alcuni di quei temi «che ritroveremo nell'arte compiuta del Verga maturo, in una disposizione di toni e di parole che nascono con un timbro loro e ci obbligano ad appoggiare la voce su alcune e smorzarla su altre».[12]

Il romanzo Eros, pubblicato nel 1875 è un romanzo "mondano" costruito sulla violenza delle passioni in un mondo raffinato ed elegante ma falso, e «costituisce una tappa significativa nell'iter narrativo dello scrittore siciliano (influenzato dal clima scapigliato milanese), un bisogno di semplicità e naturalezza, di verità, dopo tanti artifici di sentimenti, di situazioni, di linguaggio».[13]

Nel 1876 l'editore Brigola di Milano pubblica la prima raccolta di novelle dello scrittore intitolata Primavera e altri racconti che verrà ristampata nel 1877 con l'aggiunta di Nedda. Le novelle erano apparse precedentemente sulle riviste Illustrazione italiana e Strenna italiana. Il tema comune che lega queste novelle è l'amore, e in esse si possono già cogliere significativi tratti di realismo.

La svolta verista

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La Sicilia rurale in una fotografia scattata da Verga

Nel 1874 la serie di romanzi romantici e sentimentali, che però denunciavano già una forma di pre-verismo, vengono interrotti da una novella, intitolata Nedda, completamente diversa dalle precedenti per argomento e stile. In questo bozzetto Verga non descrive più il mondo borghese dell'alta società milanese o fiorentina, ma il mondo umile e povero, lontano da ogni specie di vita mondana, di un piccolo paese siciliano. Nedda tuttavia rimane ancora legata alle influenze romantiche che avevano caratterizzato la produzione precedente. La svolta vera e propria avverrà nel 1878 con la novella Rosso Malpelo, in cui si racconta con un linguaggio lucido e scabro la dura vita di un garzone di miniera in un ambiente crudele e disumano. Per questo cambiamento di temi e di stile alcuni critici hanno parlato di una "conversione", anche se bisogna ricordare che Verga si è sempre proposto di raccontare il "vero", fin dai tempi di Eva.[2]

L'approdo di Verga al verismo non è quindi una rottura con il passato, semmai è il risultato di un affinamento stilistico che lo ha portato a conquistare i due strumenti per lui più adatti a raccontare il "vero", cioè l'impersonalità e una concezione materialistica della realtà. Non si può inoltre semplificare questa svolta interpretandola come il desiderio di occuparsi delle classi sociali più umili, abbandonando quelle più elevate; al contrario, Verga si propone di utilizzare i nuovi strumenti di cui si è dotato per parlare di tutte le classi della società, partendo da quelle più basse per giungere a quelle più agiate (proposito che viene dichiarato nella prefazione ai Malavoglia).[2]

La nuova impostazione adottata con Rosso Malpelo proseguirà negli scritti successivi. Risalgono agli anni ottanta le raccolte di novelle Vita dei campi (1880) e Novelle rusticane (1883), e il progetto dei cinque romanzi del ciclo dei Vinti, del quale scrive i primi due: I Malavoglia (1881) e Mastro-don Gesualdo (1888).

Non è tuttavia chiaro quali siano state le tappe attraverso cui Verga è arrivato a questa svolta. Certamente ha avuto un ruolo la lettura di Zola e in particolare dell'Assommoir, in cui la voce narrante riproduce la mentalità e il sistema di valori di un coro composto da personaggi di estrazione popolare. Questo rappresenta per lo scrittore siciliano un punto di partenza, che lo porterà a sviluppare una tecnica molto precisa e a percorrere strade diverse rispetto al suo modello francese.[14]

La poetica a cui Verga approda esprime un grande pessimismo, secondo cui è impossibile sia elevare il proprio essere sia compiere un'ascesa economica o sociale: un esempio si trova nei Malavoglia, dove la famiglia che vuole elevarsi economicamente finisce letteralmente per disintegrarsi. Nella novella Fantasticheria questo viene rappresentato dalla metafora dell'ostrica, che una volta staccatasi dal suo scoglio diventa inesorabile preda del pescatore. Il mondo delle opere di Verga è infatti regolato da una fatale necessità, fatta di esigenze materiali sempre uguali, tradizioni arcaiche e una gerarchia sociale immutabile.[15]

Il pessimismo

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Nella prefazione al ciclo dei Vinti Verga afferma che l'autore non deve intervenire nella narrazione perché non ha il diritto di giudicare e di criticare gli eventi.[16] Per comprendere il perché di questo divieto è però necessario risalire ai fondamenti dell'ideologia verghiana. Alla sua base c'è l'idea che la vita sia una dura lotta per la sopravvivenza, e quindi per la sopraffazione: un meccanismo crudele che schiaccia i deboli e permette ai forti di vincere. È questa la legge della natura – la legge del diritto del più forte – che nessuno può modificare in quanto necessaria.[17]

Si perviene perciò all'illegittimità di giudizio e di critica da parte dell'autore, dato che il cambiamento non è comunque possibile: tanto vale lasciare che le cose vadano come devono naturalmente andare. Quella della natura è una legge dura e spietata, che governa tutte le società e a cui non ci sono alternative. L'autore deve solamente limitarsi a fotografare la realtà, descrivendo i meccanismi che ne stanno a fondamento. La posizione verghiana è pertanto diversa da quella di Émile Zola: non c'è denuncia, bensì solo constatazione nuda e cruda della realtà per quella che è. Il verismo autentico si attua perciò solamente nella forma; la letteratura assume la funzione di studiare ciò che è dato e quindi di rappresentare fedelmente il reale.[17]

Verga non è però indifferente ai problemi del suo tempo, in quanto conservatore, galantuomo del Sud e non socialista: è significativo infatti che parli dopotutto dei vinti e non dei vincitori. Il suo linguaggio lucido e disincantato lo porta a scrivere della realtà denunciandone la crudeltà senza mitizzazioni: non c'è pietismo, ma solo osservazione lucida del vero. È questa la concezione pessimistica di Verga circa la condizione umana nel mondo, una condizione che l'uomo non può modificare perché gli è fondamentalmente propria. L'unica via percorribile è limitarsi alla nuda constatazione di uno spettacolo immutabile, di fronte al quale ogni giudizio o proposta di cambiamento si rivelano vani e insignificanti. In questo senso, le possibilità umane nel mondo sono pesantemente limitate.[18]

Tale visione è pessimistica e tragica perché Verga, influenzato dal positivismo, non crede nella Provvidenza e Dio è assente dai suoi libri; ma non crede nemmeno che vi sia un avvenire migliore che gli uomini possono conquistarsi sulla terra, con le loro forze. Vinto è chiunque voglia rompere con il passato in maniera improvvisa e clamorosa, senza esservi preparato, mentre coloro che accettano il proprio destino con rassegnazione cosciente posseggono saggezza e moralità.

La scoperta dell'umanità delle plebi, l'analisi del risvolto negativo del progresso, e quindi delle lacrime e del sangue di cui esso grondava, dietro la sua facciata rilucente, spingono Verga a considerare il presente e il futuro con un pessimismo che lo induce alla critica della società borghese, ma anche alla rinuncia sfiduciata a ogni tentativo di lotta. Verga, pur avendo frequentato ambienti aperti e spregiudicati, resta intimamente legato alla mentalità siciliana profondamente tradizionalista e fatalista; anche l'ideologia politica resta epidermica e retorica, senza abbracciare le teorie socialiste. Il contatto con la borghese e disinvolta società milanese (1872-1893) lo spinge a ripensare l'intero codice dei valori.

L'impersonalità

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Secondo la sua visione, la rappresentazione artistica deve conferire al racconto l'impronta di cosa realmente avvenuta. Per far questo deve riportare "documenti umani", ma non basta che ciò che viene raccontato sia reale e documentato: deve anche essere riportato in modo da porre il lettore «faccia a faccia col fatto nudo e schietto», in modo che non abbia l'impressione di vederlo attraverso «la lente dello scrittore». Per questo lo scrittore deve "eclissarsi", cioè non deve comparire nel narrato con le sue reazioni soggettive, le sue riflessioni, le sue spiegazioni, come nella narrativa tradizionale. L'autore deve inoltre «mettersi nella pelle» dei suoi personaggi, «vedere le cose coi loro occhi ed esprimerle colle loro parole» (regressione). In tal modo, la sua mano «rimarrà assolutamente invisibile» nell'opera, tanto che l'opera dovrà sembrare «essersi fatta da sé», «essere sorta spontanea come fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore», proprio come una fotografia.[19]

Nella prefazione ai Malavoglia scrive: «Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori dal campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà, com'è stata, o come avrebbe dovuto essere». Inoltre Verga scrive nella lettera dedicatoria a Salvatore Farina, che funge da prefazione alla novella L'amante di Gramigna: «la mano dell'artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l'impronta dell'avvenimento reale, l'opera d'arte sembrerà essersi fatta da sé».

Nelle sue opere effettivamente l'autore si eclissa, si cala nella pelle dei personaggi, vede le cose "coi loro occhi" e le esprime "colle loro parole". A raccontare non è il narratore onnisciente tradizionale, che riproduce il livello culturale, i valori, i principi morali, il linguaggio dello scrittore stesso e interviene continuamente nel racconto a illustrare gli antefatti o le circostanze dell'azione, a tracciare il ritratto dei personaggi, a spiegare i loro stati d'animo e le motivazioni psicologiche dei loro gesti, a commentare e giudicare i loro comportamenti, a dialogare col lettore, ma un occhio che osserva i fatti senza darne interpretazione; starà poi al lettore, sulla scorta delle proprie idee e convinzioni, dare un significato a ciò che l'autore ha riportato sulle pagine del libro. In questo modo, la letteratura verghiana si configura come scientifica e oggettiva, capace di esporre delle vicende senza l'intrusione teoretica dello scrittore.[20]

Il punto di vista dell'autore non si avverte quasi mai nelle opere di Verga: la voce che racconta si colloca tutta all'interno del mondo rappresentato, è allo stesso livello di personaggi. Insiste inoltre sull'impersonalità narrativa, affermando che lo scrittore deve restare assolutamente invisibile, e il romanzo deve avere l'impronta dell'avvenimento reale, e l'opera d'arte deve apparire un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto con la personalità dell'autore. Nelle opere di Verga, il narratore è calato nella vicenda per mentalità, linguaggio, cultura, canoni di giudizio, valori etici, consuetudini e si rivolge, apparentemente, ad ascoltatori appartenenti a quella stessa società. In Rosso Malpelo si può, ad esempio, parlare di narratore corale.[17]

La lingua

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Anche nella lingua Verga persegue un'aderenza assai rigorosa ai personaggi e all'ambiente utilizzando il discorso indiretto libero che rendeva bene la tecnica dello straniamento. Inoltre lo scrittore siciliano fa ampio uso di termini ed espressioni dialettali, persino volgari, per mantenere una forte corrispondenza con il mondo reale. Non una lingua parlata, che non c'era; non la lingua regionale, che avrebbe costretto il libro in un ambito ristretto; bensì una lingua italiana intessuta di espressioni e vocaboli locali, adatta a caratterizzare i personaggi e a nascondere l'autore, costruita sulla stessa semplice struttura sintattica della lingua siciliana, al fine di semplificarne la lettura da parte di persone poco istruite.

La narrazione è dominata da una prosa "parlata", intessuta di dialoghi, apparentemente incolore, nella quale si avverte la cadenza dialettale e che fa uso del discorso indiretto libero. L'uso dei proverbi, con la sua suggestione di saggezza arcaica, ha la funzione di evocare un mondo mitico ormai morente, edificato e cristallizzato al di là del tempo, ricco di valori e tradizioni, ma anche di pregiudizi e meschinità. Alla stessa finalità risponde la concatenazione di periodi e capitoli mediante la ripetizione di un termine o di un'espressione, oppure certe formule che individuano i caratteri salienti di un personaggio e che sono espressione di luoghi comuni, fortemente radicati nella mentalità popolare.

Le novelle

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Illustrazione tratta dalla prima edizione delle Novelle rusticane, 1882

La nuova stagione dello scrittore si può far iniziare con la raccolta di novelle intitolata Vita dei campi, pubblicata a Milano dall'editore Treves nel 1880, che può essere considerata «il primo capolavoro della narrativa verghiana; un libro che contiene alcune tra le sue più celebri novelle, da Rosso Malpelo a Jeli il pastore, da Cavalleria rusticana a Fantasticheria».[21] Confluiscono qui le novelle pubblicate su riviste tra il il 1879 e il 1880: Cavalleria rusticana, La lupa, Fantasticheria, Jeli il pastore, Rosso Malpelo, L'amante di Gramigna, Guerra dei santi, Pentolaccia, Il come, il quando ed il perché. Vengono messe in scena figure caratteristiche della vita rurale siciliana, personaggi di umile estrazione le cui vicende vengono raccontate con la tecnica dell'impersonalità, attraverso cui l'autore si eclissa e la voce narrante regredisce al livello popolare. Permangono tuttavia elementi di ascendenza romantica, una visione nostalgica verso il mondo contadino, inteso come luogo incontaminato e mitico, al di fuori della storia e della modernità. Si può quindi dire che Verga sia ancora diviso tra il materialismo veristico e le tematiche romantiche risalenti alla sua formazione.[14]

Novelle rusticane è una raccolta di dodici novelle pubblicate a Torino dall'editore Casanova nel 1883 e sono, come scrive Sarah Zappulla Muscarà, «mirabili, nella loro sofferta, opprimente desolazione, percorse da un più cupo pessimismo e nessun spiraglio di luce sembra illuminare i protagonisti di questa disperata tragedia del vivere».[22] Rispetto alla raccolta precedente, le novelle si basano su situazioni collettive, a volte chiamando in causa interi gruppi sociali legati da vincoli materiali.[23] Verga introduce così le tematiche socio-economiche della Sicilia del tempo. Le novelle più celebri della raccolta sono La roba (storia dell'arricchito Mazzarò, che anticipa i temi del Mastro-don Gesualdo) e Libertà (sulla repressione dell'insurrezione contadina di Bronte del 1860).

Risale al 1883 anche la pubblicazione, sempre da parte dell'editore Treves, della raccolta di novelle intitolata Per le vie che vede come protagonisti gli emarginati di una grande città come Milano in continua lotta per la sopravvivenza. Come scrive Ferroni, Verga ha qui uno sguardo meno lontano e «la vita milanese, fitta di figure grigie e anonime, [...] suscita suggestioni più vaghe e malinconiche nel narratore».[24]

La raccolta di novelle Drammi intimi, pubblicata a Roma nel 1884 da Sommaruga contiene «ancora fantasticherie erotiche, "malsane divagazioni della mente", amori che uccidono ed insieme novelle rusticane».[25] Sempre del 1884 è Vagabondaggio, raccolta di dodici novelle ambientati nel mondo agricolo siciliano.

Negli anni novanta pubblica le ultime due raccolte di novelle. I ricordi del capitano d'arce (1891) presenta in parte delle rielaborazioni di racconti precedenti, collocati in un ambiente mondano. Don Candeloro & C.i (1894) si sofferma invece sul mondo degli attori girovaghi.[26]

Il ciclo dei Vinti

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Sempre alla fine degli anni settanta lo scrittore siciliano progetta un ciclo di romanzi, riprendendo i modelli francesi di Balzac e Zola. Il primo accenno a questo progetto risale al 1878, in una lettera all'amico Salvatore Paola Verdura, in cui si parla di un ciclo di cinque racconti riuniti sotto il titolo complessivo di Marea. Verga pone al centro del ciclo la rappresentazione di un quadro sociale, proponendosi di descrivere la vita nell'Italia moderna attraverso le varie classi sociali, dai ceti popolari all'alta aristocrazia. Principio che accomuna tutte le categorie sociali è la lotta per la sopravvivenza ricavata dalle teorie darwiniane, secondo cui la società è dominata da continui conflitti per la tutela di interessi contrapposti, nei quali i più forti trionfano e i più deboli sono schiacciati. È però su questi ultimi, i vinti, che Verga decide di soffermarsi.[27]

Di questo ciclo, che infine sarà intitolato I Vinti, Verga scriverà solo i primi due dei cinque romanzi inizialmente previsti: I Malavoglia (1881) e Mastro-don Gesualdo (1889), ai quali interpone Il marito di Elena (1882), romanzo sull'«opposizione tra la frivolezza cittadina e i solidi valori del mondo contadino».[24] I successivi tre titoli che dovevano completare il ciclo non sono mai stati scritti: comprendono La duchessa di Leyra (di cui rimane solo il primo capitolo), L'onorevole Scipioni e L'uomo di lusso. Questi ultimi, in ordine, dovevano narrare la sconfitta di quella vanità che può sussistere solo a un alto livello sociale, la sconfitta nelle ambizioni politiche tese alla conquista del potere, e la sconfitta nell'ambizione dell'artista che aspira alla gloria.[28][29]

I Malavoglia

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Frontespizio del romanzo I Malavoglia

I Malavoglia è la storia di una famiglia, i cui membri sono rimasti sconfitti nel loro grande sforzo per uscire dalla miseria: è la lotta per il progresso allo stato elementare, in un ambiente i cui problemi sono quelli del pane quotidiano e le possibilità di mobilità sociale sono ridotte a zero. Il romanzo è pubblicato per la prima volta nel 1881 e viene dedicato da Verga all'amico Capuana, a cui dona il manoscritto originale.

  Trama

Protagonisti del romanzo sono i membri di una famiglia di pescatori di Aci Trezza, i Toscano, meglio conosciuti nel villaggio con il soprannome di "Malavoglia". La vicenda prende le mosse dalla partenza per il servizio militare del giovane 'Ntoni, primogenito di Bastianazzo e nipote del patriarca padron 'Ntoni. Per continuare l'attività di pesca, la famiglia è costretta a pagare un lavorante, incontrando così difficoltà economiche; a peggiorare le cose si aggiungono la cattiva annata e la necessità di costituire una dote per la figlia maggiore, Mena. Per risollevare la situazione, padron 'Ntoni decide di darsi al commercio dei lupini. Tuttavia il primo tentativo di commerciare con un porto vicino fallisce miseramente: a causa di una tempesta la barca della famiglia, la Provvidenza, cola a picco. Nel naufragio Bastianazzo perde la vita. Impossibilitati a onorare il debito contratto con l'usuraio zio Crocefisso per l'acquisto dei lupini, i Malavoglia incorrono in una serie di disgrazie: la loro abitazione, conosciuta come "la casa del nespolo", viene pignorata; il secondogenito Luca, chiamato alle armi, è ucciso nella battaglia di Lissa; Maruzza, la madre, muore di colera; la Provvidenza, recuperata e aggiustata, naufraga una seconda volta. Nel frattempo i rapporti familiari si incrinano. 'Ntoni in particolare, dopo avere conosciuto la vita nelle grandi città, mal si adatta alla vita di lavoro e di fatica dei suoi parenti e finisce per darsi al contrabbando finché, sorpreso in flagranza, ferisce con una coltellata don Michele, una guardia doganale. Durante il processo però il suo avvocato dichiara che il gesto è stato motivato dalla relazione illegittima che don Michele aveva instaurato con Lia, la figlia minore dei Malavoglia. 'Ntoni ottiene le attenuanti d'onore, ma la reputazione di Lia è irrimediabilmente compromessa e la ragazza finisce a lavorare in una casa di malaffare. Mena è costretta ad abbandonare le prospettive di matrimonio, mentre padron 'Ntoni finisce i suoi giorni all'ospedale. Sarà Alessi, il più giovane figlio maschio dei Malavoglia, a proseguire nel lavoro del nonno e a riscattare la casa del nespolo. 'Ntoni, uscito di prigione, torna in famiglia, ma dopo una sola notte capisce di non poter restare e si allontana.

Quello descritto nei Malavoglia è un mondo arcaico e rurale, segnato da ritmi modellati sul ciclo delle stagioni, in cui la visione della vita è caratterizzata dalla saggezza popolare, fatta di massime e proverbi. Non si tratta però di un mondo immobile; al contrario il romanzo racconta come la storia e il progresso facciano irruzione in questa comunità di pescatori, sconvolgendone gli equilibri. L'ambientazione si colloca infatti all'indomani dell'unità d'Italia, in un'epoca di profonde trasformazioni per la società, che investono anche la vita del piccolo villaggio. Il primo elemento della modernità che turba l'equilibrio della famiglia è la leva obbligatoria, in precedenza sconosciuta nel regno borbonico, che strappando forza lavoro finisce per generare difficoltà economiche. Oltre a questo, gli abitanti del villaggio esprimono contrarietà ad altri fattori come le tasse, il treno, il telegrafo e le navi a vapore. La società di Aci Trezza, benché composta da persone umili, non è indifferenziata come si potrebbe pensare, ma vi si distinguono vari livelli e ruoli. I Malavoglia, a causa dei problemi generati dalle trasformazioni in atto, sono costretti ad abbandonare il loro antico mestiere di pescatori per diventare mercanti, ma il fallimento a cui vanno incontro finisce per declassarli, riducendosi a nullatenenti. Come controparte ai Malavoglia c'è invece il personaggio di don Silvestro, che ricorrendo a mezzi subdoli si fa strada e ottiene una posizione di potere. L'immobilità in cui sembra ammantarsi il villaggio è inoltre un effetto dell'eclissi dell'autore, che assume il punto di vista dei personaggi, abituati a vedere il mondo come qualcosa di statico; così però non è, e la struttura narrativa del romanzo evidenzia chiaramente le trasformazioni in atto.[30]

Queste spinte disgregatrici della modernità trovano incarnazione nel personaggio del giovane 'Ntoni: uscito dal villaggio natio e venuto in contatto con la vita in una grande città (Napoli), non è poi in grado di adattarsi ai ritmi ancestrali del paese e alla mentalità fatalistica e immobilista espressa dagli altri personaggi. Entra quindi in conflitto con il nonno, padron 'Ntoni, che invece rappresenta la tradizione e l'attaccamento ai valori arcaici. Sono proprio queste spinte a portare alla catastrofe, e lo stesso tradizionalismo di padron 'Ntoni non riesce a salvare la famiglia dalla disgregazione – anzi, è proprio per osservare la sacralità della parola data che il nonno consente il pignoramento della casa. E anche se alla fine Alessi riuscirà a ricostituire un frammento dell'unità familiare, questo non basta a ricomporre la situazione iniziale: il padre, la madre, il nonno e il fratello Luca sono morti, Mena per il disonore ha dovuto rinunciare al matrimonio, 'Ntoni e Lia sono lontani da casa. Sotto questo aspetto è significativo che alla fine del romanzo il giovane 'Ntoni lasci il paese e la vita a cui non si è mai abituato, per andare simbolicamente verso la realtà delle grandi città e del progresso.[30]

I Malavoglia segnano quindi il superamento della nostalgia romantica verso un mondo rurale portatore di valori ancestrali, una nostalgia che aveva toccato lo stesso Verga nella sua produzione pre-verista. Nel romanzo viene descritta la fine irrimediabile di quella società, ma non solo: nel suo pessimismo radicale Verga sa benissimo che quello è solo un mondo mitico, che non è mai veramente esistito. Già prima che venisse spazzato dalla carica del progresso, il mondo del piccolo villaggio era segnato dalla lotta per la vita, un principio che secondo lo scrittore regola tutte le società. Questo è ravvisabile non solo nei protagonisti della storia, ma anche nel cinismo che caratterizza molti personaggi. Tuttavia, Verga non riesce a rinunciare completamente a certi valori che proietta su alcuni personaggi, ben consapevole però che si tratta di idealizzazioni. In ultima analisi, il mondo arcaico di Aci Trezza non è così diverso dal mondo moderno che lo ha distrutto, poiché entrambi si basano sulle stesse leggi.[31]

Da questo scaturisce la struttura bipolare del romanzo. Se infatti I Malavoglia può essere definito un "romanzo corale" per il numero di personaggi, bisogna tenere presente che questi si dividono in due gruppi: da un lato i Malavoglia e altri personaggi a loro collegati che rimangono fedeli ai valori puri, dall'altro gli abitanti del villaggio, con il loro cinismo. Questi due punti di vista si alternano nel corso della narrazione in un gioco dialettico. L'ottica cinica e a tratti disumana del villaggio ha il compito di straniare i valori espressi dai protagonisti: per esempio, la decisione di padron 'Ntoni di perdere la casa pur di onorare un debito, è visto dai compaesani non come un gesto virtuoso ma come indizio di dabbenaggine. Lo straniamento, a sua volta, serve a mostrare l'impossibilità di questi valori in una società dominata dalla lotta per la vita. Viceversa, il punto di vista dei Malavoglia consente a Verga di fornire un giudizio critico sulla lotta per la vita, mostrandone la crudeltà.[31]

Monologo interiore, flusso di coscienza, discorso indiretto libero

  • Il monologo interiore è una tecnica sviluppata alla fine dell'Ottocento da Édouard Dujardin che conoscerà grande fortuna nella narrativa novecentesca. Consiste nella registrazione del flusso di pensieri di un personaggio, nello stesso modo in cui questi si svolgono. Rispetto al flusso di coscienza (vedi oltre) ha un maggior controllo stilistico e sintattico.[32][33]
  • Il flusso di coscienza (stream of consciousness), talvolta assimilato al monologo interiore, è una rappresentazione dell'interiorità del personaggio che si traduce in un flusso disordinato di pensieri e associazioni. In questo modo al lettore viene mostrata direttamente la vita interiore del personaggio attraverso i suoi pensieri, senza che l'autore intervenga per chiarire o commentare. I più importanti esempi di flusso di coscienza si trovano nelle opere di James Joyce.[34]
  • Il discorso indiretto libero riporta in terza persona i pensieri di un personaggio, mescolandoli con le parole del narratore. Diversamente dal discorso indiretto non è introdotto da verbi come dire, affermare etc., ma utilizza spesso esclamazioni o strutture tipiche del linguaggio parlato (come nel discorso diretto). È stato largamente utilizzato nella narrativa tra Otto e Novecento.[35]

Mastro-don Gesualdo

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Tra I Malavoglia e il Mastro-don Gesualdo passano otto anni, durante i quali Verga pubblica il già ricordato romanzo Il marito di Elena (1882), le Novelle rusticane e Per le vie (1883), e il dramma Cavalleria rusticana. Il secondo volume dei Vinti vedrà la luce nel 1889 e narra la sconfitta di chi, vinta la battaglia per una migliore condizione economica, aspira alla promozione sociale e spera di conquistarla attraverso un matrimonio combinato, per accedere alla nobiltà.[36]

  Trama

Gesualdo Motta è un ex muratore arricchitosi grazie all'intelligenza e al duro lavoro. La sua nuova posizione privilegiata è coronata dal matrimonio con donna Bianca Trao, erede di una nobile famiglia in rovina, che nelle intenzioni di Gesualdo gli dovrebbe consentire l'accesso all'aristocrazia e ai ceti più elevati. Così però non avviene e, nonostante il matrimonio, rimane estraneo alla nobiltà e viene disprezzato per le sue umili origini. In più la piccola Isabella Motta, nata poco dopo il matrimonio, è in realtà figlia di una relazione adulterina tra Bianca e un cugino, e crescendo finirà per manifestare il medesimo disprezzo per il padre dimostrato dai parenti della madre. A tutto questo si aggiunge l'invidia del padre di Gesualdo e dei suoi fratelli, che vorrebbero spogliarlo di tutti i beni. Durante il Quarantotto diventa inoltre bersaglio dei nobili, che fanno in modo di rivolgere su di lui l'odio della folla, da cui si salva a stento. Sarà poi Isabella a dargli nuove preoccupazioni, fuggendo con un cugino di cui si era innamorata. Per rimediare, Gesualdo la dà in sposa allo squattrinato duca de Leyra, sborsando una cifra spropositata per la dote. Tutte queste avversità minano però la sua salute. Ammalatosi di cancro, viene ospitato a Palermo nel palazzo in cui abitano il genero e la figlia, che lo tengono in disparte. Amareggiato per avere visto come le sue ricchezze vengono dissipate, muore in solitudine osservato con fastidio da un servo.

Nel Mastro-don Gesualdo Verga rimane fedele al canone dell'impersonalità, ma rispetto ai Malavoglia c'è un elevamento del livello sociale: se in precedenza si era soffermato sul mondo popolare di contadini, operai e pescatori, qui ci si sposta in un ambiente borghese e aristocratico. A questo corrisponde un innalzamento del narratore, che non ricorre più alle deformazioni che avevano caratterizzato la descrizione delle classi sociali più umili. Il narratore finisce quindi per coincidere con l'autore reale (si ricordi che lo stesso Verga proveniva dalla piccola nobiltà agraria), assume uno sguardo critico e ricorre anche al sarcasmo per ritrarre la meschinità e il cinismo dei suoi personaggi. Non per questo però viene ristabilito il punto di vista onnisciente della narrativa manzoniana: il narratore del Gesualdo non dà molte informazioni sugli antefatti e tratta i personaggi come se il lettore li conoscesse da sempre. Fedele al principio dell'eclissi dell'autore, Verga lascia che sia il protagonista a raccontare da sé la sua storia, attraverso le sue azioni e le sue digressioni, riportate utilizzando la tecnica del discorso indiretto libero.[36]

C'è poi un'altra differenza rispetto al precedente romanzo. I Malavoglia possono infatti essere definiti come un "romanzo corale", in cui vengono posti sulla scena vari personaggi, dei quali però solo i membri della famiglia sono visti dall'interno e ne vengono quindi descritti i pensieri e i sentimenti. Nel Mastro-don Gesualdo invece la scena è occupata solo dal protagonista, che per la sua eccezionalità si separa nettamente dagli altri personaggi. Di conseguenza la vicenda viene narrata dal suo punto di vista, una focalizzazione interna che ha come strumento privilegiato il discorso indiretto libero.[36]

Allo stesso tempo la polarizzazione che si è vista nei Malavoglia tra depositari dei valori da una parte, e rappresentanti della lotta per la vita dall'altra, viene qui spostata nell'interiorità del protagonista. Se da un lato Gesualdo è orientato a immagazzinare beni materiali, dall'altro sente una forte esigenza di avere rapporti umani autentici. Si dimostra affettuoso nei confronti dei parenti, desidera l'amore della moglie e della figlia, ma non riesce a incarnare appieno questi valori positivi a causa del suo scopo primario, l'accumulazione della «roba». L'interesse lo porta a gesti senza scrupoli, a sfruttare i suoi lavoranti e ad abbandonare Diodata, che lo ama, per sposare per mero calcolo donna Bianca. Il pessimismo di Verga è dunque diventato assoluto: la logica dell'utile è ormai predominante, ha schiacciato ogni sentimento o valore disinteressato e ha eliminato qualsiasi alternativa ideale a una realtà dura. Lo stesso atteggiamento di Gesualdo, orientato solo alla ricchezza materiale, è il risultato di un fallimento umano, circondato com'è dall'odio e dal rancore dei familiari e degli altri abitanti del paese. Conduce una lotta epica per la «roba», ma ne ricava solo dolore e amarezza.[37]

Il Mastro-don Gesualdo mette in scena un eroe tipico dell'età del progresso, l'uomo che si è fatto da solo grazie alla sua dinamicità e alla sua intelligenza. Del personaggio di Gesualdo viene messa in luce la grandezza, ma allo stesso tempo Verga continua ad avere nei confronti del progresso un giudizio negativo, così come nei Malavoglia. D'altra parte non indica alternative alla sua negatività, non c'è nostalgia per il passato né un rimando a progetti utopici. Piuttosto descrive il processo che porta alla modernità come qualcosa di inevitabile, fatale e necessario, analizzandolo con lucidità.[26]

Il teatro e le ultime opere

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Scena dalla Cavalleria rusticana

Oltre alla composizione delle sue opere maggiori, Verga va ricordato per il suo contributo alla nascita in Italia di un teatro verista. Lo scrittore si era interessato giovanissimo a questo genere: sembra infatti essere del 1869 il dramma Rose caduche, una trasposizione di Una peccatrice pubblicata però postuma, nel 1928. Negli anni ottanta tradurrà in teatro alcune delle sue novelle veriste più famose, come Cavalleria rusticana e La lupa, alle quali seguono opere scritte espressamente per il teatro, come In portineria e Dal tuo al mio (1903). Da quest'ultimo trae ispirazione per l'omonimo romanzo, Dal tuo al mio, in cui si assiste all'evolversi del suo pensiero sociale.[38] Quando il movimento operaio si rafforza e comincia a organizzarsi, lo scrittore passerà da una adesione commossa alla diffidenza. Il romanzo descrive il voltafaccia di un capolega operaio che, avendo sposato la figlia del padrone, si trova sia economicamente che socialmente dalla parte finora contestata.[26]

Si tratta tuttavia di opere ormai stanche che non aggiungono nulla alla produzione precedente, ma anzi anticipano il silenzio in cui Verga si chiuderà dopo il 1903. D'altra parte anche l'ambizioso progetto del ciclo dei Vinti aveva finito per naufragare. Dopo il Mastro-don Gesualdo Verga si dedica a più riprese alla stesura del terzo romanzo, La Duchessa di Leyra, senza però portarlo a termine: abbozzerà solo il primo capitolo. Le altre due opere previste nel disegno iniziale, L'onorevole Scipioni e L'uomo di lusso, non saranno nemmeno iniziate. Non è possibile stabilire con certezza i motivi di questo abbandono, poiché in nessuno scritto l'autore parla apertamente dei problemi incontrati in questa fase. È però probabile che le cause siano da individuare nell'inaridimento della vena artistica dello scrittore dopo gli anni ottanta e nella difficoltà di utilizzare la tecnica verista per descrivere ambienti dell'alta società, che esigono per i loro personaggi psicologie complesse. A questo si aggiunge la crisi dei moduli veristi alla fine del XIX secolo, quando la narrativa italiana era dominata da autori come Fogazzaro e D'Annunzio: anch'essi affrontano le complesse psicologie di personaggi di estrazione sociale elevata, ma utilizzando tecniche completamente diverse. Indicativo a questo proposito è il fatto che nel 1889, nello stesso anno in cui esce il Mastro-don Gesualdo, viene pubblicato anche Il Piacere di D'Annunzio, una delle opere più rappresentative del decadentismo che si stava diffondendo in quegli anni.[26]

  1. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 57.
  2. 2,0 2,1 2,2 2,3 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 58.
  3. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 51.
  4. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 792-793.
  5. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 64.
  6. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 734.
  7. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 735.
  8. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 58.
  9. Mario Pazzaglia, L'Ottocento. Testi e critica con lineamenti di storia letteraria, Bologna, Zanichelli, 1992, p. 654.
  10. Mario Pazzaglia, L'Ottocento. Testi e critica con lineamenti di storia letteraria, Bologna, Zanichelli, 1992, p. 654.
  11. Sarah Zappulla Muscarà, Invito alla lettura di Giovanni Verga, Milano, Mursia, 1984, p. 78.
  12. Dino Garrone, Giovanni Verga, Firenze, Vallecchi, 1941.
  13. Sarah Zappulla Muscarà, Invito alla lettura di Giovanni Verga, Milano, Mursia, 1984, p. 81.
  14. 14,0 14,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 59.
  15. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 796.
  16. Prefazione a I Malavoglia (1881).
  17. 17,0 17,1 17,2 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 54.
  18. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 55.
  19. Giovanni Verga, Prefazione alla novella L'amante di gramigna in Vita dei campi, 1880.
  20. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 53.
  21. Mario Pazzaglia, L'Ottocento. Testi e critica con lineamenti di storia letteraria, Bologna, Zanichelli, 1992, p. 653.
  22. Sarah Zappulla Muscarà, Invito alla lettura di Giovanni Verga, Milano, Mursia, 1984, p. 100.
  23. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 799.
  24. 24,0 24,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 800.
  25. Sarah Zappulla Muscarà, Invito alla lettura di Giovanni Verga, Milano, Mursia, 1984, p. 107.
  26. 26,0 26,1 26,2 26,3 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 64.
  27. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 59.
  28. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 795.
  29. Si veda anche l'introduzione ai Malavoglia, primo romanzo del ciclo.
  30. 30,0 30,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 60.
  31. 31,0 31,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 61.
  32. Dizionario di Retorica e Stilistica, Torino, Utet, 2004, p. 271.
  33. Monologo, in Enciclopedia Treccani. URL consultato il 28 febbraio 2016.
  34. Dizionario di Retorica e Stilistica, Torino, Utet, 2004, p. 157.
  35. Discorso indiretto libero, in La grammatica italiana Treccani, 2012. URL consultato il 28 febbraio 2016.
  36. 36,0 36,1 36,2 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 62.
  37. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Carducci e Verga, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 63.
  38. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 803.

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