Gesù e il problema di una vita/Capitolo 3

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Volto di Gesù (dalla Sindone), di Andrey Mironov

Capitolo 3: Contesto religiosoModifica

Per capire che fu Gesù e cosa insegnò, dobbiamo comprendere bene la fede ebraica e le tradizioni religiose del suo tempo. Ne ho parlato a profusione nei libri della mia Serie cristologica, come anche nella Serie misticismo ebraico e quindi non mi soffermerò troppo sull'argomento in questo capitolo. Nel pensare su ciò che potremmo chiamare "la dimensione religiosa" del mondo di Gesù, ci confrontiamo con qualcosa che molte persone oggigiorno considerano estraneo, alieno. Nell'Occidente contemporaneo, finanche quelle persone che si reputano religiose, in generale indossano la propria religione alla leggera. Oggi, la fede religiosa è un accessorio della nostra vita, non una parte essenziale. Il risultato è che diventa facile, anche per coloro che si affermano religiosi, passare la maggior parte della giornata senza svolgere alcuna attività religiosa o pensare pensieri "religiosi". Sebbene ci fossero tali persone al tempo di Gesù, questi erano l'eccezione. La religione, almeno per gli ebrei, era qualcosa che si riverberava su tutto ciò che eri, facevi e dicevi. La tua fede non era un'aggiunta alla tua vita, bensì era il fondamento e la struttuar su cui costruivi la tua vita.

Quando cerchiamo di scoprire esattamente cosa significasse essere ebrei al tempo di Gesù, ci troviamo davanti molte incertezze. Ciononostante, possiamo affermare che essere ebrei comportava due aspetti: avere una storia e mantenere certe convinzioni e pratiche.

La StoriaModifica

  GESÙ E L'EBRAISMO
Ci sono due errori opposti riguardo a Gesù e alla fede ebraica. Un errore è stato quello di ignorare il contesto ebraico e le sue credenze. Pertanto alcuni lo trattano come una sorta di uomo universale la cui ebraicità è irrilevante e gli attribuiscono persino credenze, come la reincarnazione, in cui nessun ebreo del tempo avrebbe creduto. L'altro errore è di trattare Gesù come qualsiasi altro insegnante ebreo o rabbino, per nulla differente dagli altri predicatori che peregrinavano per la Palestina in quell'epoca.

La realtà è che, sebbene Gesù fosse ebreo e insegnò molto che si inseriva perfettamente nell'ebraismo, egli affermò di essere ben più di un semplice insegnante. Come vedremo, egli si considerò al di sopra di tutti i precedenti insegnanti e profeti, come colui che adempiva tutte le promesse di Dio a Israele e come Dio venuto in persona dalla sua gente.
Non possiamo – e assolutamente non dobbiamo – ignorare l'ebraicità di Gesù. Ma dobbiamo anche esser pronti ad accettare che egli fu ben più di un semplice rabbino.

La storia del popolo ebraico formava la sua identità e, inoltre, gli dava speranza anche nei periodi più bui. Il popolo ebraico al tempo di Gesù non si considerava semplicemente un altro gruppo religioso o etnico nel mondo. Gli ebrei si consideravano speciali, il popolo di Dio e centrale per i fini di Dio nel mondo. Non erano semplicemente un sottoprodotto della storia: erano il fulcro della storia. Questo senso del destino permea ogni pagina dei vangeli. Spiega inoltre perché, al tempo di Gesù, il popolo ebraico era frustrato per il modo in cui si svolgevano le cose. Per i cristiani, la storia del popolo ebraico fino ai giorni di Gesù è importante: è anche la loro storia.

Tale storia iniziò con Adamo ed Eva, i primi esseri umani. Posti nel Giardino dell'Eden, i due persero la benediione di Dio per disobbedienza e furono espulsi in un mondo di dolore e sofferenza. Da allora, l'esistenza umana non è più quella che doveva essere. Secoli dopo, Dio iniziò però a ripristinare il destino dell'umanità scegliendo Abramo quale padre di un popolo tramite il quale la Sua benedizione sarebbe ritornata nel mondo.

Dio fece delle promesse ad Abramo quale parte di un’Alleanza, il più vincolante e indissolubile di patti. Con tale alleanza Dio promise ad Abramo che Egli avrebbe benedetto e protetto i suoi discendenti per sempre; che Egli li avfrebbe resi una grande nazione, avrebbe dato loro una terra speciale e benedetto tutti i popili del mondo tramite loro. Nelle successive generazioni, le promesse di Dio iniziarono a prender forma e presto i discendenti di Abramo si moltiplicarono nelle Dodici Tribù.

Tuttavia svariate centinaia di secoli dopo Abramo, le cose cominciarono a complicarsi e ad andar male, e il popolo di Dio si ritrovò schiavo in Egitto. Dio però li salvò e liberò in modo spettacolare e, negli accadimenti noti come "l'Esodo", li condusse fuori dall'Egitto al comando di Mosè. Aumentò le sue promesse di benedizione ma inoltre comunicò loro cosa significasse essere uno dei popoli in alleanza con Dio. Se tale popolo doveva godere delle benedizioni dell'alleanza, allora questi dovevano mostrare una lealtà totale verso Dio, dovevano adorarLo come unico dio e dovevano obbedire le regole che avrebbe dato loro. Tali regole vennero esposte nella [[w:Torah|Legge (la Torah in ebraico; quello che i cristiani chiamano Antico Testamento) e i Dieci Comandamenti sono un riassunto di queste regole. Lo scopo di queste leggi era di assicurare che il popolo di Dio fosse speciale. Esso doveva essere distintamente differente dalle nazioni – i Gentili – intorno a loro: doveva essere santo. Un segno di tale santità per gli uomini fu la circoncisione, Brit Milah (in ebraico: בְּרִית מִילָה, lett. Patto del taglio). che venne a definire cosa significasse essere ebrei.

Al centro dell'allenza stava il privilegio esclusivo che gli ebrei avevano di conoscere Dio. Simbolico di ciò fu il modo in cui Dio aveva rivelato il Suo Nome al Suo popolo, cosicché poterono conoscerLo come "YHWH".[1] Questo Nome di Dio, che ricorre oltre seimila volte nell'Antico Testamento, nelle Bibbie italiane viene tradotto spesso con "il SIGNORE". Tuttavia in realtà, il rapporto tra il popolo ebraico ("Israele") e il SIGNORE fu ben lungi dall'essere regolare, e i suoi alti e bassi formano la grande trama dell'Antico Testamento.

Infine, dopo quarant'anni nel deserto a causa della sua disobbedienza, il popolo ebraico ottenne il controllo del territorio che Dio gli aveva promesso. L'estensione più vasta del loro regno gli ebrei la ottennero verso il 1000 p.e.v. sotto il regno di Re Davide. A Davide, il maggiore di tutti i re, Dio riaffermò l'alleanza e aggiunse anche un'altra promessa: Davide doveva avere un figlio glorioso che sarebbe stato il fondatore di un ininterrotto lignaggio di sovrani. La profezia venne parzialmente adempiuta sotto Salomone, figlio di Davide, che costruì un magnifico Tempio che divenne il fulcro della religione ebraica.

I regni di Davide e Salomone furono il periodo saliente della storia ebraica: il re eletto da Dio regnò in pace, giustizia e prosperità sul popolo ebraico su terra ebraica. Tuttavia i giorni di gloria finirono presto e le cose poi cominciaraono a peggiorare. Il regno si suddivise lungo lignaggi tribali nella parte settentrionale e quella meridionale, e l'adorazione esclusiva del SIGNORE che era centrale nell'alleanza iniziò a svanire. Il regno settentrionale presto si adagiò in pratiche pagane e anarchia. Nel 722 p.e.v. gli Assiri lo conquistarono, deportarono gran parte della popolazione e la ristabilì in quella che è ora la parte nord dell'Iraq. Gli Assiri ripopolarono con altre genti conquistate l'area del vecchio regno settentrionale; ne risultarono i Samaritani, un popolo da allora sempre considerato sospetto dalla maggioranza degli ebrei, sospetto sia religiosamente che etnicamente.

Il regno meridionale, governato da una linea di re discendenti da Davide e centrati nel Tempio di Gerusalemme, ebbero una sorte migliore. Tuttavia, anch'esso abbandonò l'adorazione del SIGNORE e fu conquistato dai Babilonesi nel 586 p.e.v. Il Tempio fu distrutto e molti dei leader della nazione furono portati in esilio a Babilonia (nella parte sud del moderno Iraq). Molti altri lasciarono la terra per andare in Egitto a in altre regioni. Nel 539 p.e.v. i Persiani conquistarono Babilonia e ai prigionieri ebrei fu permesso di ritornare in patria. Fatto significativo per il futuro, non tutti gli ebrei lo fecero. Una notevole parte della popolazione ebrea continuò ad esistere fuori da Israele, diventando quindi sempre più indipendenti da come le cose si svolgevano "a casa, in patria".

Nonostante la straordinaria liberazione da Babilonia, le cose non furono mai le stesse per il popolo ebraico dopo l'esilio. Non ci ritornò più all'indipendenza e il governo dei Gentili continuò: i Babilonesi furono semplicemente rimpiazzati come dominatori dai Persiani. Non ci furono nuovi re e, sebbene il Tempio venisse ricostruito, fu solo una parvenza di quello passato. C'era stata una ferma certezza che Dio dimorasse nel Tempio di Salomono, ma tale certezza non esisteva per il nuovo tempio. Forse come reazione, la religione ebraica iniziò a spostarsi dall'essere centralizzata nel Tempio, concentrandosi invece su raduni locali presso quella che venne poi chiamata la sinagoga. La grande speranza del re nominato da Dio che governava nella gloria sul popolo ebraico nella sua terra sembrava alquanto distante.

Quando nacque Gesù, centinai di anni dopo, le cose non erano migliorate. Un ebreo che si fosse guardato attorno controllando la situazione religiosa, non avrebbe constatato una situazione incoraggiante. Il controllo e l'influenza dei Gentili ora sembrava irremovibile: i Greci avevano rimpiazzato i Persiani e, a loro volta, erano stati rimpiazzati dai Romani. Era pur vero che Re Erode stava ricostruendo il Tempio di Gerusalemme su scala grandiosa, ma questi era un fantoccio romano e solo discutibilmente ebreo. Dei tre importanti uffizi della fede ebraica – re, profeti e sacerdoti – tutti se ne erano andati o diventati corrotti. I re erano finiti con l'esilio, la profezia era scomparsa non tanto dopo il ritorno (ultimo profeta venne considerato Malachia, che aveva parlato verso il 450 p.e.v.) e i sacerdoti erano ora nomine politiche approvate da Roma.

Tuttavia, gli ebrei credevano ancora d'essere il popolo dell'alleanza con Dio, e poiché l'alleanza era vincolante, sapevano che ci si poteva fidare di Dio: un giorno Egli li avrebbe redenti. Centrale in questa speranza era il ritorno del re promesso, il Messia (ebr. מָשִׁיחַ, Mašīaḥ, o, per usare il greco, "il Cristo" (Χριστός, Christós) , della stirpe di Davide. Esistevano varie idee sul Messia, ma la maggioranza degli ebrei credeva che quando fosse venuto egli sarebbe diventato re, avrebbe sconfitto i nemici del popolo di Dio e avrebbe portato giustizia, pace e santità a Israele. Sotto il Messia, Israele sarebbe stato grande e glorioso e avrebbe benedetto le nazioni del mondo. Sebbene il popolo presumesse che il Messia sarebbe stato umano, gran parte di ciò che ci si aspettava da lui – sovranità eterna, sapenza divina e potenza eccezionale – richiedeva che egli fosse più di un semplice essere umano.

Credenze e osservanzeModifica

Nel narrare la storia del popolo ebraico, ho citato alcune delle credenze e pratiche cruciali osservate dagli ebrei del tempo di Gesù. Per capire i vangeli, dobbiamo conoscere di più delle cose che erano centrali nella fede ebraica.

DioModifica

 
Evoluzione del tetragramma dall'alfabeto fenicio, all'aramaico antico, all'attuale ebraico

Una delle caratteristiche più distintive della fede ebraica era che affermava esistesse un solo e unico Dio. Tale Dio — YHWH — era il Dio unico universale, la cui potenza e autorità erano illimitate. In un'epoca in cui greci e romani credevano in molti dei, questa insistenza ebraica su un Dio singolo e universale era radicale. Era anche la fonte di scontri, particolarmente coi romani, i quali stavano iniziando a suggerire che i loro imperatori fossero divini e meritavano adorazione.

Tuttavia, nonostante le loro credenze che eistesse un solo Dio, gli ebrai al tempo di Gesù stavano esplorando la questione di come tale Dio si relazionasse col mondo che aveva creato.La Sapienza di Dio, lo Spirito di Dio e la Parola di Dio erano discusse in vario modo quale mezzi con cui questo invisibile e potente YHWH potesse comunicare la Sua esistenza al mondo. Man mano che tali questioni venivano discusse, c'erano intimazioni – ma solo intimazioni – che l'unicità di Dio potesse essere più complessa di quanto non si credesse. Ciononostante, agli occhi degli ebrei permaneva il vasto divario tra Dio e gli esseri.

La ParolaModifica

YHWH era un Dio che aveva parlato al Suo popolo dell'alleanza. Ciò che aveva detto era registrato nella Legge, che era, del tutto letteralmente, al di là dei valori umani. La Legge veniva trattata quale somma di tutta la sapienza ed era memorizzata, recitata, protetta e dibattuta. La profondità della dedizione che gli ebrei al tempo di Gesù avevano per la Parola di Dio era enorme: era normale per un ebreo aver memorizzato interi libri del Tanakh (Antico Testamento).

Il TempioModifica

Il Tempio di Gerusalemme aveva un ruolo centrale nella fede della maggioranza degli ebrei all'epoca di Gesù, specialmente per coloro che vivevano in Palestina. Ricostruito con maestoso splendore da Erode il Grande, il Tempio era dove venivano offerti sacrifici al Santo per l'espiazione dei peccati. Il Tempio era il centro spirituale del mondo, il punto in cui si incontravano cielo e terra e il luogo dove Dio dimorava col Suo popolo.

Tuttavia, nonostante tutta l'importanza che il Tempio aveva, c'era una consapevolezza al tempo di Gesù che le cose non andassero proprio per il verso giusto. L'amministrazion del Tempio era corrotta e l'intero sistema era diventato una macchina per far soldi coinvolgendo partiche dubbie. Alcuni ebrei sentivano che il tempio aveva bisogno di purificazione, altri che dovesse essere distrutto. Una delle speranze per il Messia era che egli avrebbe ripristinato o rinnovato il Tempio.

Purezza ritualeModifica

 
Mikveh scoperto a Qumran

Parte essenziale della fede ebraica era l'idea della "purezza rituale": per piacere a Dio dovevi essere puro, pulito e incontaminato davanti a Lui. Sebbene la purezza rituale sia uno dei concetti più difficili da comprendere per gli occidentali moderni, non può essere ignorato: esiste un grande numero di riferimenti nei vangeli. In effetti, la sorprendente abolizione dell'intero concetto di purezza rituale fatta dai primi cristiani fu uno dei motivi principali che portò il cristianesimo a separarsi dalla fede ebraica.

A meno di non provenire da un ambiente ebraico o islamico, le persone che vivono nell'Occidente moderno tendono a considerare purezza e pulizia in termini di igiene. Tuttavia, nella cultura di Gesù, purezza e "essere puri" non implicavano igiene e l'evitare infezioni; avevano a che fare con la "santità". Agli occhi ebraici, tutto era o puro o contaminato. Per essere ritualmente puri davanti a Dio, dovevi evitare il contatto con quelle cose che erano immonde e, se ne eri venuto/a a contatto, dovevi sottometterti alla purificazione.

La Legge forniva definizioni su ciò che era impuro. Diventavi impuro facendo certe cose (commettere adulterio e incesto), venendo a contatto con cadaveri, mangiando certi animali immondi, avendo certe malattie della pelle, e via dicendo. E per complicare le cose, l'impurità era contagiosa: toccare qualcuno che era impuro ti rendeva impuro. Mentre certe impurità potevano essere evitate (per esempio, mantenendo una dieta kosher), esistevano certe situazioni (come le mestruazioni, il parto e trattare coi morti) in cui diventare impuri era inevitabile. Non c'era colpan attribuibile alle inevitabili forme di impurità, però se diventavi impuro, dovevi purificarti ed esistevano rituali di purificazione approvati per tutti i casi, moti dei quali richiedevano abluzioni cerimoniali in un'apposita vasca di acqua corrente, il Mikveh.

Il risultato di queste leggi – che comprendevano ogni area della vita – era che alla gente venmiva continuamente ricordata la questione di santità e santificazione. Osservare queste regole di purezza voleva dire vivere una vita che era separata e molto distinta da quella dei Gentili. Queste regole di ciò che era puro e impuro erano una serie di barriere concentriche intorno a zone di santità crescente. Al loro di fuori stava tutta l'impurità e contaminazione del mondo gentile; dentro invece stava la purezza del popolo santo di Dio. Al centro di queste zone di purezza stava la dimora di Dio, il Tempio. Lì, una sequenza di cortili, veli e barriere creava spazi sempre più puri cosicché, alla fine, dietro un velo nella parte più interna del Tempio, Dio dimorava nella sua maestosa purezza. Solo i sacerdoti, in condizioni di eccezionale purezza, potevano entrare alla presenza di Dio, nel cuore del Tempio — il Santo dei Santi.

ShabbatModifica

Una volta alla settimana – il sabato – era ritenuto e dichiarato giorno santo, lo Shabbat (שַׁבָּת‎). In tal giorno, non si poteva lavorare e anche le attività non lavorative erano ristrette. Lo Shabbat era un altro modo in cui gli ebrei dimostravano di essere il popolo di Dio. Se le regole della purezza enfatizzavano che essi dovessero mantenere un atteggiamento speciale verso le cose, le regole dello Shabbat dimostravano che gli ebrei dovevano avere uno speciale atteggiamento anche verso il tempo.

FestivitàModifica

Il calendario ebraico era segnato da un certo numero di festività, le quali non erano semplicemente un'occasione per cucinare cibo speciale e fare riunioni di famiglia; erano tempi che commemoravano grandi eventi della storia ebrica. La seguente tabella riporta tutte la maggiori feste, di cui quattro principali sono citate nei vangeli ed evidenziate in giallo:

Feste religiose ebraiche[2]
Nome ebraico Traduzione Giorno Evento ricordato Riferimento biblico Note
שבת
(shabbàt)
Sabato letteralmente "smise" Sabato Riposo di Dio il 7º giorno al termine della creazione - Caratterizzato dal riposo dalle attività lavorative e dalla liturgia sinagogale
ראש חודש
(rosh hodèsh)
Rosh Hodesh letteralmente "capo del mese" 1° del mese - - Festa minore
תענית בכורות
(ta'anìt bekhoròt)
Digiuno dei primogeniti 14 Nisan Salvezza degli Israeliti dalla piaga dell'uccisione dei primogeniti in Egitto - -
פסח
(pèsach)
Pasqua[3] letteralmente "passaggio" 15-22 Nisan Fuga degli Ebrei dall'Egitto Libro dell'Esodo Principale festa dell'anno. Anticamente celebrava l'inizio del raccolto dei cereali
ספירת העומר
(sefiràt ha'omèr)
Conteggio dell'Omer - - - 49 giorni tra Pesah e Shavuot
ל"ג בעומר
(lag ba'omèr)
Lag Ba'omer
letteralmente "(giorno) 33 nel (conteggio del) Omer"
18 Iyar Fine di un'epidemia al tempo di Rabbi Akiva e festa per il completamento della vita di Rabbi Shimon bar Yochay - -
שבועות
(shavuòt)
Settimane[3] 6-7 Sivan Dono della Torah a Mosè sul monte Sinai; ringraziamento per il raccolto Libro di Rut Nota anche come Pentecoste (traslitterazione del greco πεντηκοστή, cinquantesimo) in quanto ricorre 50 giorni dopo la Pasqua. Anticamente celebrava la fine del raccolto dei cereali
שבעה עשר בתמוז
(shiv'àh asàr b'tammùz)
17 di Tammuz 17 Tammuz Varie calamità, tra le quali la breccia nelle mura di Gerusalemme da parte dei Babilonesi che portò alla distruzione del primo tempio (nel 586/7 p.e.v.) - Lutto e digiuno
בין המצרים
(beìn ha-metzarìm)
Tre settimane
letteralmente "(tre settimane) tra i digiuni (del 17 di Tammuz e del 9 di Av)"
17 Tammuz - 9 di Av Distruzione del primo e secondo tempio di Gerusalemme (586/7 p.e.v. e 70 e.v.) - Lutto e digiuno
תשעת הימים
(tish'at haiomìm)
Nove giorni 1 - 9 di Av - - Lutto e digiuno
תשעה באב oppure ט׳ באב
(tish'à beàv)
9 di Av 9 di Av Distruzione del primo e secondo tempio di Gerusalemme (586/7 p.e.v. e 70 e.v.) Libro delle Lamentazioni Lutto e digiuno
ראש השנה
(rosh hashanà)[4]
Capodanno 1 Tishri Inizio dell'anno (secondo l'ordinamento dei mesi moderno) - -
צום גדליה
(tsom ghedaliá)
Digiuno di Godolia 3 Tishri Uccisione del governatore Gedaliah (= Godolia)[5] - -
עשרת ימי תשובה
('aseràt iemè teshuvà)
Dieci giorni di conversione 1-10 Tishri - - Periodo precedente allo Yom Kippur dedicato a digiuno, carità, riflessione
יום כיפור
(iòm Kippùr)
Giorno di espiazione 10 Tishri Ravvedimento dai peccati commessi - All'epoca del Tempio di Gerusalemme il Sommo Sacerdote imponeva le mani sul capro espiatorio (poi divenuto proverbiale) trasferendo in esso tutte le colpe del popolo, lasciandolo quindi morire nel deserto
סוכות
(sukkòt)
Capanne[3] 14-22 Tishri (14-21 in Israele) Permanenza degli Ebrei nel deserto del Sinai - Anticamente celebrava la vendemmia e la fine dell'anno agricolo
הושענא רבה
(hosha'nà rabbà)
Grande osanna 21 Tishri - - -
שמיני עצרת
(sheminì 'atzerèt)
Ottavo (giorno) dell'assemblea 22 Tishri - - In Israele coincide con Simhat Torah
שמחת תורה
(simhàt toràh)
Gioia della Torah 23 Tishri (22 in Israele) Torah - Giorno seguente alla festa di Sukkot, segna la fine del ciclo della lettura della Torah e l'inizio di un nuovo ciclo
חנכה
(hanukkà)
Dedicazione 25 Kislev - 2 o 3 Tevet Dedicazione del Tempio di Gerusalemme nel 164 p.e.v. ad opera di Giuda Maccabeo - Rappresenta attualmente una sorta di festività ebraica parallela al Natale cristiano(scambio di doni e clima gioioso)
עשרה בטבת
('asarà betevèt)
Dieci di Tevet 10 Tevet Ricordo dell'assedio di Gerusalemme del 588 a.C. da parte di Nabucodonosor II - Digiuno
ט״ו בשבט
(tu bishvàt)
Quindici di Shevat 15 Shevat - - Capodanno degli alberi
תענית אסתר
(ta'anìt Estèr)
Digiuno di Ester 13 Adar Digiuno del popolo ebraico per l'imminente sterminio descritto nella Meghillat del Libro di Ester - Digiuno precedente alla festa di Purim
פורים
(purìm)
Sorti 14-15 Adar Salvezza degli Ebrei dallo sterminio del perfido Aman come descritto nella Meghillat del Libro di Ester Libro di Ester Equivalente come aspetti folkloristici al carnevale occidentale

Tutte queste feste potevano solo essere celebrate appropriatamente presso il Tempio di Gerusalemme. Particolarmente vero per la Pesach, che richiedeva la macellazione di un agnello sacrificale. Le feste erano un'occasione per ricordare al popolo chi era, cosa rappresentava e cosa sperava.[6]

ConclusioneModifica

Qualsiasi non-ebreo che avesse contatto con ebrei al tempo di Gesù, specialmente quelli in Palestina, avrebbe probabilmente considerato la loro fede irritante, sconcertante e intrigante. Senza dubbio si sarebbe irritato per l'esclusivismo ebraico e la loro opinione che tutti i Gentili fossero impuri. Le leggi ebraiche della purezza, dell'alimentazione e dello Shabbat avrebbe sconcertato i Gentili. Questi sarebbero rimasti perplessi per l'assenza di idoli e la semplicità (e logica) di avere un unico Dio, piuttosto che la folla battagliera di dei e dee nel panthon greco e romano.

Tuttavia nel pensare alla fede ebraica all'epoca di Gesù, dobbiamo tenere in mente il fatto che c'era, al suo centro, un grosso problema. L'ebraismo si basava sull'idea di essere una nazione santa, di avere una terra ebraica governata da leggi ebraiche con un re ebreo. Non esisteva un concetto di divisione tra stato e religione. Il regno che il popolo ebraico anelava era un regno dove ogni singolo aspetto di vita dovesse essere sotto la santa sovranità di Dio.

Tale era la speranza. La realtà era ben diversa.

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Serie cristologica.
  1. Il cosiddetto tetragramma biblico che è la sequenza delle quattro lettere (greco: tetragràmmaton; τέτρα, "quattro" e γράμματα, "lettere") ebraiche che compongono il nome proprio di Dio (lat. theonymum) utilizzato nella Bibbia ebraica, il Tanakh, o per i cristiani l'Antico Testamento, in cui "il nome ricorre più di seimilaottocento volte". L'esistenza di un teonimo in un contesto puramente monoteista è fonte di discussione.
    Le quattro lettere del tetragramma sono in ebraico יהוה (yod, he, waw, he, da leggersi da destra a sinistra). La traslitterazione più comune è appunto: YHWH. Dato che nella lingua ebraica non si scrivono le vocali, il tetragramma biblico è costituito unicamente da consonanti. Fin dall'epoca persiana, per un'interpretazione restrittiva del secondo dei dieci comandamenti, gli ebrei considerano il tetragramma come troppo sacro per essere pronunciato e perciò la corretta vocalizzazione (l'interpolazione di vocali alle consonanti) delle quattro lettere del tetragramma è andata col tempo perduta. L'ebraismo, quindi, ritiene persa la corretta pronuncia del nome sacro.
    Coloro che seguono le tradizioni ebraiche conservatrici non pronunciano יהוה, ad alta voce o in silenzio mentalmente, né lo leggono traslitterato in altre lingue. La Halakhah (Legge ebraica) prescrive che il nome sia pronunciato come Adonai (quest'ultimo è anch'esso considerato un nome sacro, da usarsi solamente durante le preghiere); prescrivendo anche che per farvi riferimento si debba usare la forma impersonale HaShem ("il Nome"). La parola è invece sostituita con altri termini divini, sia che si desideri invocare o fare riferimento al Dio di Israele. Un'altra forma sostitutiva ebraica comune, oltre alle già citate, è hakadosh baruch hu ("Il Santo Benedetto").
    A partire dal XVI secolo è nata una ricerca approfondita e vasta su come ricostruire ipoteticamente la pronuncia del tetragramma. Basandosi sulle consonanti ebraiche, la pronuncia del tetragramma potrebbe essere vicino a Yahweh. I Samaritani, infatti, affermano che la pronuncia sia iabe. Alcune fonti patristiche, tuttavia, forniscono prove per la pronuncia greca iaō. Molti studiosi ritengono che il significato più appropriato possa essere "Egli porta all'esistenza ciò che esiste". Hans Küng osserva che quel nome è "una dichiarazione sulla volontà di Dio, secondo l'interpretazioni oggi fornita dai principali esegeti dell'Antico Testamento [...] che esprime la sua esistenza dinamica". Il nome potrebbe anche derivare da un verbo che significa "divenire", "avvenire", "esistere" ed "essere".
  2. Elencate secondo l'ordine dei mesi del calendario religioso tradizionale.
  3. 3,0 3,1 3,2 Pesach, Shavuot e Sukkot sono dette שלוש רגלים (shalosh regalim, "tre pellegrinaggi") perché per esse, nell'antico Israele, era previsto che i fedeli si recassero al Tempio di Gerusalemme.
  4. cfr. comunque anche il mese ebraico Elul
  5. Secondo la Bibbia ebraica, Gedaliah (גְּדַלְיָּה "G'dalyyâh" o גְּדַלְיָהוּ "G'dalyyâhû", che significa Jah è diventato grande) fu nominato governatore della provincia babilonese di Yehud da Nabucodonosor II (2 Re 25:22; Geremia 40:5; Geremia 52:16), formatasi dopo la sconfitta del Regno di Giuda e la distruzione di Gerusalemme, in una parte di territorio che precedentemente formava il regno stesso. Veniva sostenuto dalla guardia caldea di stanza a Mizpah (2 Re 25:22-24, Geremia 40:6-8). Alla notizia della nomina di Gedaliah, gli ebrei che si erano rifugiati nei paesi circostanti, ritornarono a Giuda (Geremia 40:11-12) nel 586 p.e.v. Si veda (EN) Strong's Hebrew: 1436. גְּדַלְיָה (Gdalyah) -- Gedaliah, su strongsnumbers.com.
  6. Per i mesi ebraici, si veda su Wikipedia il template Mesi ebraici.