Impresa sociale di comunità/Le radici culturali

A. Ianes

Obiettivo specifico di questo capitolo è quello di andare a riscoprire le radici culturali e storiche che hanno accompagnato la nascita delle prime forme d’imprenditorialità sociale, ben rappresentate in Italia dall’esperienza della cooperazione sociale. Si tratta di verificare le ragioni culturali e le motivazioni che hanno portato una parte della società, la più sensibile e matura, a farsi carico dei nuovi bisogni non semplicemente attraverso forme di protesta ma organizzandosi autonomamente. Queste persone hanno avviato inizialmente le esperienze del volontariato organizzato e poi, a seguito di un processo di institution building (costruzione di istituzioni), le prime cooperative operanti nell’inserimento lavorativo e nell’ambito dei servizi socio-assistenziali.

Cosa troverete in questo capitolo:
  • La nascita delle cooperative sociali e il loro riconoscimento giuridico
  • Le origini storico-culturali dell'impresa sociale
  • Reti e consorzi

I mutamenti del contesto

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La cooperativa sociale, come prototipo dell’impresa sociale, rappresenta una particolare forma d’impresa senza scopo di lucro. La prima esperienza «più o meno consapevole» va fatta risalire al 1963, quando a Roè Volciano, in provincia di Brescia, è costituita la cooperativa S. Giuseppe grazie all’intuizione di Giuseppe Filippini. Un’esperienza anomala, questa, nel panorama cooperativo tradizionale, perché impegnata non tanto a perseguire uno scopo mutualistico tra soci, quanto piuttosto a fornire solidarietà “a chi ha bisogno di aiuto, non soltanto con chi ha meno, ma soprattutto con chi meno è”. L’intuizione è particolarmente felice, anche se rimane quasi del tutto isolata fino a metà anni Settanta, quando per l’ampliarsi di problemi vecchi e per l’innestarsi di nuovi la formula suscita via via maggiore interesse.

Fino a quel momento l’idea che prevale nel Paese è che il benessere economico e sociale delle persone, delle famiglie e delle comunità sia perseguibile affidandosi semplicemente allo Stato e al mercato (o all’impresa for profit). Se questa dicotomia semplifica la complessità sociale e non considera, ad esempio, l’importante ruolo giocato in Italia dalla famiglia, rende comunque bene l’idea di quale sia stato il quadro interpretativo entro cui s’è mossa la società italiana per un lungo tratto della sua storia: a partire dalla fine dell’Ottocento, quando le prime forme della solidarietà, come la carità e il self help, sono state progressivamente sostituite dall’ente pubblico che ha intensificato la propria presenza nel settore delle politiche sociali.

L’errore è stato quello di immaginare che lo Stato e il welfare state potessero assolvere – da soli – sia alla funzione redistributiva che produttiva, bandendo dal circuito della solidarietà ogni iniziativa che promanasse dalla libera auto-organizzazione dei cittadini. In Italia, l’ambizione di accompagnare e proteggere la persona lungo l’intero percorso della vita – “dalla culla alla bara” – ha incontrato crescenti difficoltà, ascrivibili a diverse ragioni: incapacità di coniugare armonicamente equità e libertà, insostenibilità fiscale del modello, difficoltà ad arginare degenerazioni e abusi, inadeguatezza operativa a causa di rigidità e impersonalità di fronte a bisogni sempre più mutevoli e ai quali sarebbe stato necessario rivolgere flessibilità d’azione, vicinanza di risposta e capacità di relazionarsi correttamente con l’utenza.

Negli anni Settanta l’ente pubblico fatica a sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda, anche perché – come detto – tanta parte della cura e dell’assistenza è delegata alla famiglia, mentre lo Stato s’è ritagliato uno spazio limitato alla sola funzione redistributiva, favorendo un modello sempre più sbilanciato sui trasferimenti monetari e sempre meno sull’erogazione di servizi. A pesare c’è poi lo squilibrio fra spesa pubblica (di cui la spesa sociale è una parte) e prodotto interno lordo, che acuisce l’indebitamento pubblico a livelli tali da costringere le finanze statali a dedicare risorse crescenti al suo assorbimento.

Per questo se, da un lato, le politiche pubbliche di welfare hanno consentito di migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini italiani, dall’altro hanno mancato di sottoporsi a quella revisione necessaria per soddisfare le richieste di una società sempre più complessa e sempre meno legata agli schemi tradizionali. In questa fase la società italiana è sempre meno caratterizzata dal modello industriale di fabbrica, ed è, invece, sempre più “terziarizzata”. Si modifica la composizione della domanda: si domandano meno beni durevoli e più servizi.

Inoltre, sempre in questo periodo si verifica un allentamento dell’offerta di servizi da parte del sistema famiglia. Ciò è dovuto all’ingresso nel mondo del lavoro della componente femminile, alla sua giusta emancipazione e all’imporsi di un modello familiare di tipo nucleare: composto da un numero ridotto di membri, che rende sempre più difficoltose le forme di auto-aiuto di tipo parentale. La famiglia così mutata finisce per alimentare essa stessa nuovi e ulteriori bisogni, qualificabili come non materiali, legati ad aspetti quali l’affettività, le relazioni, il bisogno di cura e assistenza, che non trovano soddisfazione in alcun soggetto designato ad assecondarli. I fattori che contribuiscono ad espandere la domanda di servizi di interesse collettivo sono diversi e articolati: l’allungamento della vita media, il progressivo invecchiamento della popolazione, le forme di disagio giovanile, i fenomeni di devianza sociale e la disoccupazione giovanile. Ad alimentare le richieste di una crescente domanda di servizi da parte delle famiglie sono infine le stesse, importanti conquiste sul piano sanitario e sociale, come l’aumento della probabilità di sopravvivenza alla nascita di neonati aventi handicap psico-fisici, o la progressiva chiusura degli istituti manicomiali che interpella direttamente la società civile e le chiede di farsi carico delle persone affette da disagio psichico.

Questi cambiamenti avvengono un po’ ovunque in Italia e assumono una connotazione del tutto particolare diventando emergenti necessità, mai assorbite del tutto, semmai acuite nel tempo, fino ai giorni nostri quando in luogo dell’impiego permanente a tempo pieno sono emerse forme di lavoro flessibili e precarie.

Si assiste, in altri termini, all’estendersi di quelle che negli anni Settanta sono chiamate “nuove povertà” o “povertà post-materialistiche”. Assumono questa conformazione semantica perché non sono conseguenti a privazioni materiali ma all’incapacità di instaurare significative relazioni interpersonali, a distorsioni causate da solitudine, devianza sociale, diffusione di droghe.

Evidentemente con la fine degli anni Settanta lo stato sociale italiano fatica ad alleviare le “nuove povertà”, ad organizzarsi in modo originale per far fronte alle stesse, a causa di problemi fiscali ma soprattutto organizzativi.

Nemmeno le organizzazioni for profit, però, sono in grado di formulare risposte innovative attraverso i soli meccanismi di mercato. Da un lato, infatti, non tutti i consumatori dispongono di risorse sufficienti a consentire l’approvvigionamento di servizi meritori direttamente sul mercato, per lo meno nella quantità considerata “socialmente desiderabile”. Dall’altro, la presenza di fallimenti sia di mercato che delle imprese for profit, rendono sostanzialmente inadeguate le organizzazioni a scopo di lucro nell’offrire beni e servizi di utilità sociale, caratterizzati da alto contenuto relazionale e dalla presenza di consistenti asimmetrie informative. Di fronte a bisogni che rischiano di rimanere insoddisfatti, per la crisi dello stato sociale e per l’inadeguatezza dell’impresa for profit, si pone il problema di trovare forme alternative di produzione dei servizi di interesse collettivo, rivolti soprattutto alla persona.

Per questo, sotto l’effetto esercitato dalla pressione di un malessere radicato, constatata la difficoltà del settore pubblico e scartata l’ipotesi di ricorrere al mercato, le persone più volonterose e sensibili iniziano a organizzarsi in gruppi, in forme associative finalizzate a produrre in modo concreto alcuni servizi di utilità sociale. È questo il momento in cui nascono le prime organizzazioni di volontariato, alcune comunità di accoglienza e varie iniziative per avviare al lavoro persone con difficoltà psico-motorie.

Tutte queste esperienze si possono collocare in quella galassia composita che si caratterizza per il fatto di avere modalità di azione diverse da quelle statali e per perseguire obiettivi altri rispetto alle imprese for profit. Sono considerazioni, queste, rilevatrici di un cambiamento di scenario che da solo non basta però a giustificare la genesi di un soggetto, come l’impresa sociale, che declina un modo istituzionale del tutto nuovo di fare e organizzare la solidarietà e l’impresa. Un approccio inedito non solo rispetto al mondo del volontariato organizzato, ma in raffronto alle interpretazioni ricorrenti che vengono offerte per rappresentare l’impresa, vista in forma riduttiva come società di proprietà dei finanziatori per perseguire obiettivi meramente lucrativi.

Il ruolo degli imprenditori sociali

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L’impresa sociale non può essere interpretata in forma riduttiva come figlia del caso o del mutamento di contesto, ma come modello pensato, costruito e affinato dalle persone, i cooperatori sociali, che lo hanno voluto così come storicamente si è realizzato, con una forte personalità identitaria. Per questo essa può essere letta come ulteriore stadio evolutivo di un processo, quello dell’emancipazione del volontariato, come adattamento sociale sperimentato direttamente sul campo, attraverso l’impegno di singoli e gruppi che hanno voluto dare stabilità e continuità ad iniziative sorte spontaneamente dall’impegno civile. Emerge in questo modo tutto il fascino ma anche la complessità di un soggetto che ha accettato la sfida di convogliare su se stesso aspetti a prima vista non conciliabili: la solidarietà, l’attenzione verso il punto di vista generale con modalità e prassi gestionali, invece, di natura imprenditoriale. Il tutto per perseguire non l’interesse individuale ma il bene comune.

In questo senso la cooperazione sociale può essere osservata non tanto come progettazione preordinata basata su logiche di razionalità economica, quanto piuttosto in funzione delle soggettività che l’hanno animata, della cultura e dei valori che hanno accompagnato la sua genesi, secondo l’approccio indicato dalla “path dependance”, cioè della dipendenza di un fenomeno dal sentiero di sviluppo tracciato dalle esperienze pioniere.

La cooperazione sociale può anche essere vista come punto di arrivo di un processo di “institution building” attraverso il quale si sono create nuove forme organizzative, pensate per stabilizzare l’azione volontaria e per superare i non irrilevanti limiti presenti nelle forme giuridiche previste dall’ordinamento italiano. A predisporre e a dissodare il terreno sono state la sperimentazione sul campo, la realizzazione operativa più che la riflessione teorica sulle possibili soluzioni organizzative da adottare. Ciò è avvenuto attraverso un metodo tanto semplice quanto poco accademico, che può essere definito di tipo “adattivo”, perché basato sul sistema del “learning by doing”.

Di fronte alla crescente rilevanza economica delle iniziative tra volontari, le forme giuridiche dell’associazione e della fondazione sono state considerate non idonee per due ragioni diverse. L’associazione perché non adeguata a svolgere attività d’impresa. La fondazione perché troppo rigida e avvezza a schemi “di tipo dirigistico”.

È così che passo dopo passo ci si è orientati verso l’organismo mutualistico-solidale di tipo cooperativo. Esso è sembrato in grado di unire attività imprenditoriali e propensione all’interesse generale ma anche gestione imprenditoriale e perseguimento di obiettivi a carattere solidale.

Ci si è resi conto che la cooperativa è in primo luogo un’impresa e come tale dispone di una veste giuridica sicuramente più adeguata rispetto tanto all’associazione quanto alla fondazione, sia per consentire l’avvio di attività finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, che per produrre ed erogare servizi sociali caratterizzati da alta complessità e offerti su base continuativa. Essa inoltre può impiegare personale retribuito in forma stabile.

 
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Per un approfondimento sulle caratteristiche giuridiche dei tre modelli organizzativi (associazione, fondazione e cooperativa), si veda il capitolo ottavo - Forme giuridiche.


In quanto organizzazione privata, la cooperativa può scegliere in autonomia i servizi da realizzare. Nel contempo la cooperativa è pure facilitata nell’accedere alle risorse finanziarie grazie ai molteplici canali di approvvigionamento disponibili, pari a quelli di altre forme d’impresa.

In quanto impresa, la società cooperativa è tenuta ad assicurare trasparenza amministrativa e contabile ed è soggetta a vigilanza ordinaria-straordinaria e alle ispezioni effettuate a tutela della solidità dell’iniziativa.

Si prende atto infine che la cooperativa è anche caratterizzata da una esplicita dimensione sociale. Il vincolo alla distribuzione di utili, anzitutto, a cui la forma cooperativa è sottoposta garantisce il consumatore da problemi di asimmetria informativa e da comportamenti opportunistici da parte del produttore.

Sono soprattutto le peculiarità dell’assetto proprietario ad attribuire fisionomia sociale alla cooperativa. La proprietà dell’impresa si distingue da quella lucrativa perché composta da soggetti diversi rispetto ai portatori di capitale di rischio. Importante poi è la partecipazione democratica alla vita della società da parte di una compagine associativa portatrice di interessi diversi: multi-stakeholder come la definisce la teoria economica, composta, cioè, da soci lavoratori, volontari e talvolta fruitori, che consentono alla formula cooperativa di instaurare rapporti fiduciari tanto all’esterno dell’organizzazione – con i consumatori e la pubblica amministrazione – quanto all’interno di essa. Un assetto, questo, ulteriormente garantito dall’assunzione delle decisioni secondo il meccanismo di “una testa un voto”.

Inoltre, il principio della “porta aperta” consente a chiunque ne condivida le finalità di potervi aderire. La cooperativa, in più, è l’unica forma d’impresa per la quale si prevede la non tassabilità degli utili non distribuiti. Ad essa la Costituzione riconosce una esplicita funzione sociale da poter riaffermare in modo concreto grazie alle nuove opportunità.

Col tempo l’insieme di queste caratteristiche attira l’interesse di molte persone impegnate soprattutto nel volontariato sociale. La necessità di stabilizzare tali organizzazioni e di erogare in forma imprenditoriale e su base costante i servizi finalizzati a fronteggiare l’emarginazione sociale, portano alla nascita di nuove forme cooperative che assumono diverse denominazioni – le cooperative di solidarietà sociale, di servizi sociali e integrate – e alla trasformazione in tali forme di impresa delle iniziative precedentemente costituite in modo poco più che informale.

Le cooperative di solidarietà sociale, di servizi sociali o integrate introducono nella gestione dei servizi una logica d’impresa, si assumono un rischio diretto, sia nei confronti del capitale finanziario che soprattutto verso il capitale umano impiegato: devono garantire un utilizzo efficiente delle risorse disponibili.

Il valore aggiunto che conferma l’approccio solidale e la funzione sociale di questa nuova cooperativa – e la sua capacità di produrre servizi alla persona e alla comunità – sta nell’esplicita funzione distributiva perseguita: assecondare una domanda non pagante, stabilire relazioni fiduciarie sia nei confronti dell’utenza servita che rispetto ai vari stakeholder coinvolti, attraverso forme proprietarie basate sulla partecipazione. Questo modo di essere consente una riduzione dei costi di transazione e porta ad un vantaggio competitivo di questa forma organizzativa rispetto ad altre nell’erogazione di servizi ad alto contenuto relazionale.

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta un numero piuttosto consistente di organizzazioni di volontariato, di advocacy o di stampo associazionistico, sceglie di trasformarsi in società cooperativa. In altri casi, invece, sono direttamente gruppi di cittadini desiderosi di impegnarsi nel sociale a dare vita a società cooperative allo scopo di specializzarsi nella fornitura di servizi assistenziali e sociali in forma imprenditoriale. Questo è un fenomeno nuovo che coniuga le peculiarità proprie dell’impresa con l’elemento sociale tipico della solidarietà e della partecipazione cioè l’impresa sociale.

Le prime cooperative di questo tipo – specie quelle di solidarietà sociale e integrate – devono tuttavia scontrarsi con la rigidità dell’ordinamento societario. Da subito emerge l’impossibilità di conciliare il modo di essere della cooperazione sociale con l’accezione classica di mutualità tipico delle cooperative tradizionali e con la base sociale che spesso non è omogenea ma plurale, data la configurazione multi-stakeholder che connota molte delle sue iniziative.

Si nota in primo luogo che nelle cooperative operanti nel campo dell’assistenza difficilmente il rapporto sociale si stringe esclusivamente tra destinatari della prestazione socio-assistenziale o solo fra soggetti che producono ed offrono la propria professionalità lavorativa. Il più delle volte l’articolazione della base sociale si presenta come mista: comprende sia coloro che in essa svolgono attività lavorative sia i volontari o i beneficiari, intesi come persone in situazioni di svantaggio o i loro familiari. In altri termini, la base sociale di tali cooperative si presenta come allargata.

L’aspetto senza ombra di dubbio più critico che viene sollevato negli anni Ottanta è però relativo all’interpretazione restrittiva data dall’ordinamento italiano al concetto di mutualità. Fin dalla relazione al codice civile n. 1.025, il concetto di mutualità è interpretato come “reciprocità di prestazioni” che si stabiliscono tra soci portatori di un interesse omogeneo. Nelle cooperative di solidarietà sociale si assiste al superamento di tale logica, posto che il servizio prestato dalle stesse non può essere esclusivamente, e spesso neppure prevalentemente, rivolto alla compagine sociale; è esteso a persone in stato di disagio che spesso soci non sono e non possono esserlo.

L’alternativa è quella di ampliare il concetto di mutualità ben oltre all’interpretazione data fino a quel momento. Si inizia a parlare allora di “mutualità aperta”, “allargata”, “esterna”, protesa all’interesse della comunità intera. Mentre le società cooperative tradizionali basano la loro esistenza sul concetto di mutualità, ben inteso in senso restrittivo, cioè volto ad offrire risposte a bisogni di gruppi specifici e di categorie di persone ben definite, le nuove cooperative allargano il proprio orizzonte fino a far propri i caratteri della solidarietà: perseguono l’interesse generale e prestano attenzione alle fasce più deboli della popolazione, in ultima analisi all’intera comunità.

Sono numerose le resistenze frapposte dai tribunali nel momento di concedere l’omologa agli statuti delle prime cooperative, necessaria per avviare l’attività formale. L’articolato statutario, infatti, “trasgredisce” i canoni previsti dal principio di mutualità. Si conia così un termine nuovo, la mutualità allargata, impostosi ben presto anche in dottrina grazie al contributo di un illustre giurista, Piero Verrucoli. Grazie alla mutualità allargata molte cooperative della prima ora possono avviare legalmente la propria attività e favorire l’inclusione sociale di molti soggetti svantaggiati esterni alla compagine, presentando la propria ragione d’essere come forma estensiva del principio di mutualità o come forma di mutualità tra volontari.

Non di meno tutto ciò rappresenta una forzatura poiché crea incertezze e fa sentire la mancanza di una norma che ne riconosce esplicitamente le specificità.

È in questo clima, frammisto di preoccupazione e consapevolezza, che si alimenta un dibattito lungo e defaticante che si protrae per diversi anni: il primo disegno di legge presentato in Parlamento da Franco Salvi su “la cooperazione di solidarietà sociale” risale al 1981, ma bisogna aspettare il 1991 prima che il nuovo soggetto venga riconosciuto con la legge 381 intitolata “Disciplina delle cooperative sociali”

La nuova cooperativa, definita d’ora in poi semplicemente sociale, viene classificata come organizzazione capace di offrire servizi di interesse collettivo al fine di perseguire l’interesse generale della comunità. In particolare l’art. 1 della legge disciplina due tipologie possibili di cooperazione sociale: quella di tipo “A” che si occupa di “gestione di servizi socio-sanitari ed educativi” e quella di tipo “B” dedita all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate attraverso la gestione di attività diverse: di tipo agricolo, commerciale e a carattere industriale ma altre ancora, come la gestione di servizi.

La disciplina delle cooperative sociali permette di superare il principio della mutualità inteso in forma restrittiva; prende quindi consistenza una visione più estensiva del concetto, intesa come possibilità che i benefici dell’attività d’impresa ricadano all’esterno della compagine sociale. La base sociale presenta inoltre caratteristiche di eterogeneità nella stessa composizione societaria, considerato che in essa possono confluire portatori di interessi diversi.

Con la legge 381 per la prima volta in Italia, e non solo, si impone l’idea che si può essere imprenditori non per realizzare profitti ma per perseguire il “bene comune”, per erogare servizi sociali, per operare attivamente nel settore delle politiche sociali. Essa mette in discussione il tradizionale modo di essere dell’impresa: dell’impresa for profit innanzitutto, perché definitivamente proiettata al lucro; ma della stessa impresa cooperativa se considerata nella sua accezione strettamente mutualistica, come gestione di servizi solo per i soci.

  Approfondimento

Le tappe verso il riconoscimento giuridico

1963: a Roè Volciano in provincia di Brescia nasce la S. Giuseppe la prima cooperativa di solidarietà sociale.

1981: il senatore Franco Salvi presenta in Parlamento il primo disegno di legge sulla cooperativa di solidarietà sociale.

1991: viene approvata la legge 381 su “Disciplina delle cooperative sociali”.

Le culture "storiche" dell'impresa sociale

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Se nonostante le diverse espressività assunte, l’impresa sociale può rappresentarsi ed essere riconosciuta come soggetto dove elementi come la solidarietà, la partecipazione, la condivisione, le motivazioni intrinseche assumono senso, risulta difficile disgiungere questo modello d’impresa e gli elementi definitori che lo compongono, dalle vicende umane e culturali delle persone che lo hanno fatto e lo fanno tuttora.

Oggi è probabilmente impensabile ricondurre a sintesi le tradizioni culturali degli imprenditori sociali odierni. È difficile rintracciare cioè un unico tratto distintivo che li accomuna, anche se è vero che nella maggior parte dei casi essi presentano – più di altri – una forte propensione verso il bene comune. Se nel contesto attuale, dunque, emergono più elementi differenziali che di amalgama, più eterogeneità che omogeneità, più modelli di fare e di essere impresa sociale, è anche vero che il ceppo originale può essere ricondotto ad una matrice culturale ben identificabile. A questo proposito ci si deve interrogare se c’entrano qualcosa il movimento del Sessantotto e il Concilio Vaticano II con le prime esperienze della solidarietà organizzata.

L’impressione che se ne ha, alla luce delle riflessioni e dei documenti prodotti, è che l’impegno civile profuso negli ultimi tre decenni dalla società, dal volontariato e dalla cooperazione sociale, non sia il frutto di processi estemporanei. È il risultato di importanti stimoli provenienti dal lungo Sessantotto italiano, proprio a partire dal momento in cui la forza della protesta “ha preso la parola”.

È d’obbligo, d’altro canto, fare la tara a quel periodo. Non si possono dimenticare, ad esempio, i simboli tragici della sua degenerazione, divampata nel 1969 con la strage di Piazza Fontana, e culminata con il sanguinoso Settantasette. Non si dimentichino allora i luoghi della memoria, diventati emblema delle vittime della lotta armata e della “strategia della tensione”. Ma non si neghino nemmeno le forme più silenziose e nascoste della mobilitazione, quelle di una crescente partecipazione sociale che ha saputo cogliere le opportunità di una svolta radicale in grado di conferire fisionomia nuova alle politiche sociali, capace di individuare le modalità per promuovere il cambiamento e gli strumenti più opportuni: prima il volontariato e poi la cooperazione sociale.

È questo del ’68 un periodo in cui, per certi versi, si avvia un processo di innovazione culturale e sociale nel Paese, dove la proposta giovanile si salda con quella sindacale nella ricerca utopica di un sistema più equo. Per altri versi, però, è anche l’inizio di una fase sinergica tra una parte del mondo cattolico e il movimento studentesco, appartenenti a matrici culturali distinte, ma in qualche modo dialogiche, come dimostra il percorso di progressivo, costante avvicinamento intrapreso dai rispettivi, e talvolta sovrapposti, protagonisti.

La parte più aperta del mondo cattolico, in particolar modo, è positivamente contaminata da alcune proposte culturali fortemente innovative che fuoriescono dai canoni tradizionali e sono proposte con vigore da alcuni preti “di frontiera” come Lorenzo Milani, Ernesto Balducci e Primo Mazzolari. A ben guardare – osserva Guido Crainz – proprio a loro, più che a Marx, Gramsci e Togliatti, si ispira il movimento studentesco, che in essi “trae la sua definizione di politica” (Crainz, 2003, p. 239).

E qui il cerchio si chiude: vi è una reciproca influenza tra giovani cattolici e movimento studentesco. Emergono, così, aspetti specifici di un ’68 assurto a simbolo, in primo luogo per la sua capacità di estendersi, di allargarsi fino a coinvolgere ampi e differenti strati sociali. Si evidenziano le qualità di un’epoca in grado di coinvolgere attorno ad una stessa prospettiva motivazioni culturali diverse, mettendo profondamente in crisi una società apparentemente stanca dall’avanzare di queste nuove, talvolta dirompenti vitalità.

Certo, non si può sopravvalutare la portata di un fenomeno che, se pur esteso, rimane comunque minoritario e non può essere ricondotto ad un unico tratto. Ma non si può nemmeno sminuire l’impulso complessivo dato nell’immediato, o in forma più diluita nel tempo, al Paese, ad un’Italia che talora è sembrata arrancare.

Qualcosa di molto importante avviene, tanto in città quanto in campagna, nelle aree a tradizione laica e in quelle in cui prevale una subcultura più caratteristicamente bianca. Architravi consolidati sono messi in discussione: come lo stesso collateralismo tra cattolicesimo e Democrazia cristiana. Questo processo di radicalizzazione e di dissenso, che coglie parte del mondo cattolico, e che ha il suo apice negli anni 1968-69, costituisce in realtà il punto di approdo di un percorso iniziato anni addietro.

L’incubazione di questo stato d’inquietudine proviene, infatti, dalle trasformazioni maturate all’interno della Chiesa ancora nei primi anni Sessanta, a partire dal clima conciliare in cui si riscoprono valori ispirati all’uguaglianza, al pacifismo e alla giustizia. Con la fine dei lavori del consesso cattolico, nel 1965 sotto la guida di Paolo VI, queste spinte innovative non entrano nel dimenticatoio: vengono liberate per trovare concretezza nella pratica quotidiana.

È d’altra parte vero quello che afferma Guido Verruci, e cioè che molte spinte audaci proposte dal Concilio non sono state fatte proprie da alcuni ambienti ecclesiali, che hanno espresso forti resistenze nel momento di passare alla loro traduzione concreta (Verucci, 1999). Ma è altrettanto vero che espressioni di elevata caratura intellettuale e sociale come quelle della Chiesa come “popolo di Dio” o come “Chiesa dei poveri”, sono entrate nel bagaglio culturale dei cattolici più vigili.

Citando Burgalassi, Guido Crainz coglie acutamente i connotati, i tratti caratteristici di questa generazione minoritaria di credenti “innovatori”: “giovani idealisti, altamente impegnati per gli altri, su posizioni pratiche, esistenziali, nella lotta alla miseria, alla guerra, in nome del Vangelo e dei suoi principi che (essi dicono) non sono attuati nemmeno dalla chiesa” (Crainz, 2003, p. 176).

In modo più o meno diretto il retroterra culturale e sociale lasciato in eredità dal Concilio Vaticano II e dalla mobilitazione studentesca, costituisce una sollecitazione di straordinaria intensità. Le risorse vitali di quel periodo maturano nuova consapevolezza: cresce l’idea della responsabilità intesa nel suo significato etimologico, come capacità di dare risposte. Ma si rafforza anche l’idea che la carità è anzitutto giustizia sociale. Dalla rottura con il passato emerge forte il senso della partecipazione collettiva, della propensione alla democratizzazione. Sono queste motivazioni forti che accompagnano i volontari e molti dei primi cooperatori sociali.

L’accento viene posto sul primato della responsabilità, sulla partecipazione assembleare, e sul rifiuto della delega e delle pratiche più arcaiche di burocrazia. Non è difficile scorgere, qui, una sorta di ripulsa verso l’autorità centrale, criticata dai protagonisti di quella stagione che trovano alleanza, per ragioni diverse, in un cattolicesimo che non nasconde la sua innata diffidenza verso lo Stato laico, concepito e sorto a partire dalla rivoluzione francese. Proprio quello Stato che ha insistito sulla cultura dei diritti, anche sociali, ma che non sempre li ha rispettati e fatti rispettare, innervando nella società la vana illusione che tutto, alla fine, sarebbe dipeso dalla sua unica volontà.

Lo scarto tra quanto affermato e praticato, tra parole e fatti, la divergenza tra principi e prassi sono presi seriamente in considerazione dalla generazione di cattolici e post-sessantottini; per loro diventano motivo di giudizio critico ma anche ragione per metterci del proprio, per essere presenti nella costruzione di un progetto di impegno preciso nel sociale: da perseguire in primo luogo in quanto laici, attraverso le organizzazioni della società civile. Questo modo di rappresentarsi rompe con uno Stato sovraccarico di funzioni. Una rottura, questa, che incontra il favore della dottrina sociale della Chiesa e del principio di sussidiarietà, già presente nella prima grande enciclica a contenuto sociale, la Rerum Novarum. Esso può essere parafrasato in questi termini: “non faccia un ente di grado maggiore ciò che può fare un ente di grado minore, non faccia lo Stato ciò che può essere fatto dalle famiglie e dalle formazioni intermedie”.

L’etimologia della parola richiama il termine “subsidium”, dare sostegno, promuovere, sviluppare. Essa rende bene l’idea dell’approccio sotteso: l’ente sovraordinato deve svolgere una funzione di facilitatore nei confronti dell’ente periferico posizionato ad un livello inferiore, e quest’ultimo nei confronti della persona, della famiglia o di altro corpo intermedio presente nella comunità. L’effetto è quello di una migliore razionalizzazione nella distribuzione dei ruoli, di una maggiore efficienza, di un modo di agire più vicino al bisogno del destinatario e quindi più partecipato e democratico. Corollario dell’offrire subsidium diviene l’impegno di chi sta sopra ad astenersi da qualsiasi pratica che possa interferire sulla libertà, sull’autonomia e sugli spazi vitali riconosciuti a chi sta sotto.

Magari in modo poco consapevole, ma i primi cooperatori sociali sentono profondamente questo modo nuovo di approcciarsi alla gestione della cosa pubblica. In primo luogo si sentono vicini alla cultura della sussidiarietà verticale, con il decentramento di poteri e funzioni dall’amministrazione centrale a quella periferica. Ma soprattutto si sentono in linea con la proposta avanzata dalla sussidiarietà orizzontale, dove assumono peso rilevante elementi propri della cultura cattolica, come il personalismo, il soggettivismo e la riscoperta dell’autonomia individuale osservata però nella sua dimensione collettiva, intesa come capacità dell’uomo di unirsi liberamente ad altri uomini per attivare espressioni aggregative in grado di ridisegnare la complessità sociale.

Per questa via prende consistenza un pluralismo istituzionale, si realizza la cultura di cui sono portatori i primi imprenditori sociali, che contribuiscono con la loro azione – imprenditoriale e solidale assieme – a perseguire l’interesse generale. Il principio di sussidiarietà richiama un protagonismo plurimo nella gestione dei beni comuni. Sostiene una compartecipazione pubblico-privata per realizzare effettivamente la Repubblica, vale a dire la cosa di tutti.


Il profilo istituzionale dell'impresa sociale

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Il profilo istituzionale dell’impresa sociale italiana è dipeso – storicamente – anche dalla cultura d’impresa di cui essa si è fatta portatrice. Naturalmente è difficile oggi proporre vie generali, ma certo è che, almeno dal lato teorico, la cooperazione sociale incarna una cultura d’impresa che non è disposta a sacrificare l’efficienza pur che sia: chiede invece uno sforzo capace di coniugare solidarietà e buona riuscita dell’impresa, cura della persona e attenzione al contenimento dei costi.

La cooperazione sociale funziona bene perché nel suo Dna contiene elementi che generano fiducia, perseguono l’equità sia distributiva che procedurale dei lavoratori e attivano un meccanismo democratico di assunzione delle decisioni che motiva adeguatamente gli attori coinvolti. In generale, ciò permette a queste realtà di essere più efficienti rispetto ad altre soluzioni – le imprese for profit – e di avere un vantaggio comparato anche rispetto all’ente pubblico, proprio nel settore in cui tradizionalmente esse operano, quello dei servizi di utilità sociale, dove la solidarietà, la democrazia e l’uguaglianza, che sono elementi fondanti della cooperazione sociale, diventano fattori chiave per determinare il successo dell’iniziativa. Sono questi fattori che aumentano la dotazione di capitale sociale e le possibilità di sviluppo per un territorio.

Per il vero, le indagini empiriche condotte negli ultimi anni sulle motivazioni dei cooperatori sociali non portano tutte a risultati condivisi e unanimi (Impresa sociale 2007; Stanzani, 2007). La maggior parte di esse, tuttavia, sottolineano come le caratteristiche proprie delle cooperative sociali attirino soggetti che operano in esse non tanto e non solo per i benefici salariali ma proprio per le motivazioni che ne traggono, poiché sentono di condividere la mission, perché sono chiamati ad un maggiore coinvolgimento e perché si sentono ripagati non solo dal proprio reddito ma da riconoscimenti di ben altro tenore. E ciò consente di “selezionare” persone, cioè proprietari, manager, dipendenti e donatori che sono portati a rincorrere l’efficienza grazie all’adozione di comportamenti coerenti con gli obiettivi dell’organizzazione poiché li condividono nella loro essenza.

 
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Sulle motivazioni non economiche dei lavoratori delle imprese sociali si veda il capitolo tredicesimo – Motivazioni e incentivi.


Tutto ciò può accadere perché i vari stakeholder che interagiscono con l’organizzazione presentano spirito solidale. Per questo l’impresa sociale è portatrice di una nuova cultura d’impresa, di un codice riconosciuto e condiviso tra chi vi opera. Una cultura d’impresa dove elementi come la solidarietà, la partecipazione, la condivisione, le motivazioni intrinseche acquistano significato, in quanto si accompagnano a un’idea d’impresa che non rinuncia all’efficienza, perseguita con modalità del tutto particolari.

La disponibilità dei lavoratori a percepire un salario inferiore rispetto a quello corrisposto ad analoghe figure professionali operanti nel pubblico, la presenza di persone che nell’organizzazione svolgono lavoro volontario, la possibilità di operare anche con risorse economiche e finanziarie messe a disposizione da donatori sono tutti aspetti che facilitano l’aumento della produttività, contribuiscono a ridurre i costi unitari di produzione senza peggiorare la qualità del servizio. Spiegano perché possa esistere e funzionare bene un’impresa anomala come la cooperazione sociale. Un’impresa illogica e impossibile secondo la teoria economica tradizionale, ma un’impresa che la storia e la realtà hanno dimostrato presente e vivace.

La storia della cooperazione sociale è anche l’esempio di come una buona strategia organizzativa, oltre che produttiva, possa garantire lo sviluppo di un modello d’impresa anche di fronte a posizioni, teoriche o ideologiche, non sempre disposte ad essere messe in discussione.

Infatti, è anche grazie alla struttura organizzativa, cioè all’integrazione tra imprese, che la cooperazione sociale ha conosciuto una diffusione significativa; è dall’architettura organizzativa che derivano un elevato radicamento territoriale e una capacità di incidere efficacemente sul miglioramento delle politiche sociali del nostro Paese. Bisogna subito dire che il tipo di integrazione originata dalle cooperative sociali presenta peculiarità proprie rispetto ai network sviluppatisi nel corso degli anni Ottanta in seno ad alcune organizzazioni non profit, che hanno avviato reti di relazioni in vari modi: o avvalendosi del bagaglio di esperienze accumulato da associazioni preesistenti, come nel caso delle Acli, o consolidando e rafforzando rapporti scaturiti da occasioni di riflessione e approfondimento come avvenuto con la costituzione del Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (Cnca), quale formalizzazione di un percorso condiviso. In altri casi a costituire motivo di unione è stata la stessa matrice ideologica da cui muovono le singole iniziative, a partire dalla quale la Compagnia delle Opere, ad esempio, ha trovato ragione per sostenere un’attività di lobbying ma anche di promozione a sostegno delle proprie associate, alcune delle quali cooperative sociali.

Naturalmente nei network ora visti e in altri ancora è rappresentata una quota non marginale di cooperative sociali, ma i contorni del fenomeno non possono essere spiegati semplicemente rifacendosi a questi confini, per diverse ragioni. In primo luogo perché tanta parte delle cooperative sociali non ha espresso un’adesione di questo tipo, mentre coloro che lo hanno fatto si sono spesso legate anche ad altri soggetti, a diversi network e in particolare a quelli di natura imprenditoriale. Ma c’è una seconda ragione che indica come il sistema d’imprese della cooperazione sociale non possa esaurirsi nelle tipologie di integrazione sopra indicate. Essa sta nel prendere atto che l’originalità del fenomeno è esaltata soprattutto dal modo in cui le due maggiori associazioni di rappresentanza del movimento cooperativo italiano hanno gestito due momenti importanti per le cooperative proprie associate: da un lato, la tutela politico-sindacale, e dall’altro il tipo di organizzazione imprenditoriale adottata. Sono proprio queste due dimensioni che hanno contribuito ad evidenziare – almeno in origine – due modelli distinti di cooperazione sociale, rispettivamente condizionati dalle due culture prevalenti: l’una presente nel movimento della cooperazione “bianca” rappresentata da Confcooperative, l’altra diffusa tra le organizzazioni a matrice “rossa” che individuano in Legacoop il loro naturale alveo di riferimento.

Per quanto riguarda la rappresentanza politico-sindacale, si può dire che oggi entrambe le associazioni riconoscono adeguato spazio alle cooperative sociali, coordinate da due autonome federazioni di settore, Federsolidarietà e Legacoopsociali, la prima in seno a Confcooperative, la seconda dentro la centrale di matrice “rossa”. Bisogna ammettere tuttavia che questo processo di riconoscimento è avvenuto prima all’interno del mondo cattolico, con la costituzione fin dal 1988 di Federsolidarietà, e solo dal 2005 in Legacoop, le cui iniziative fino a quel momento venivano ricondotte nel più generale settore delle cooperative di servizio e turismo.

Il diverso modo attraverso cui le centrali hanno accolto le imprese sociali, oltre che la sfasatura temporale accumulata nella realizzazione di Legacoopsociali in raffronto alla federazione di stampo cattolico, cela due approcci, a tratti molto dissimili, di guardare alla stessa “integrazione imprenditoriale”. I due punti di vista, in particolare, hanno avuto implicazioni anche sull’architettura organizzativa e imprenditoriale messa in cantiere dalle cooperative aderenti a Confcooperative rispetto alle iniziative promosse da Legacoop. Il modello impostosi prevalentemente in seno a Federsolidarietà-Confcooperative è chiamato “solidaristico”, quello di Legacoop invece può essere definito “autogestionario”.

Il modello solidaristico si caratterizza per una presenza diffusa di cooperative sociali, radicate capillarmente sul territorio e aventi dimensioni piccole o medie, le uniche capaci di intercettare i vantaggi tipici delle dimensioni contenute: l’esatta percezione dei bisogni espressi dal territorio e la capacità di orientare risposte adeguate, la partecipazione diffusa in cooperativa e la sua gestione non solo formalmente democratica, fino al mantenimento di relazioni significative e personali con gli stakeholder esterni, non puramente burocratiche o impersonali. Questi sono tutti fattori strategici, per i fini perseguiti da organizzazioni di questo tipo.

La consapevolezza dei limiti delle piccole dimensioni, incapaci di accompagnare i processi di crescita e di sfruttare appieno le opportunità offerte dal settore, ha indotto i promotori di queste cooperative a non ignorare i vantaggi apportati dalle grandi dimensioni. Essi – tuttavia – sono perseguiti non tanto attraverso processi di accorpamento, fusione e crescita dimensionale, quanto piuttosto tramite un innovativo sistema “a rete”, per orientare le singole iniziative verso un’efficace integrazione imprenditoriale. È qui che nasce tutta l’esperienza dei consorzi tra cooperative sociali. Non in tutti i casi, ma nella maggior parte i consorzi non si interfacciano direttamente con l’utenza finale ma offrono servizi strumentali, essenziali per lo sviluppo delle cooperative di primo grado e per favorirle nel compito a cui sono chiamate. Obiettivo dichiarato è stato quello di perseguire la politica delle economie di scala senza peraltro cedere agli effetti negativi delle grandi dimensioni, ma sposando una felice coesistenza tra cooperative di primo livello integrate tra loro con un sistema del tipo “reti d’imprese”.

All’interno di Confcooperative si è determinato così un modello organizzativo basato sul network imprenditoriale, denominato “campo di fragole”. Esso si promette di connettere una trama fitta di cooperative di piccola dimensione all’interno di un sistema consortile, caratterizzato da più livelli possibili di integrazione. Il primo è rappresentato dai consorzi provinciali, nati sulla scia del Sol.co, il consorzio di Brescia costituitosi nel 1983 grazie al quale si è avviata tutta l’esperienza consortile. A loro volta i consorzi possono riunirsi in un ulteriore stadio di aggregazione, rappresentato dal Consorzio nazionale Gino Mattarelli (Cgm), sorto nel 1987. Naturalmente non tutti i consorzi sono legati a Cgm, così come non tutte le cooperative sociali aderiscono alla politica consortile, ma certamente una quota non marginale rientra in questo tipo di nesso che è, ad un tempo, culturale e strategico.

La costituzione all’interno della cooperazione cattolica di due organismi di rilevanza nazionale, Federsolidarietà da un lato e Cgm dall’altro, ha risposto all’originario tentativo di mantenere su due piani distinti il momento della rappresentanza degli interessi, spettante alla prima, e quello dello sviluppo strategico-imprenditoriale, da mettere saldamente in mano al secondo. Non sempre i due organismi hanno mantenuto i ruoli, in parte per la difficoltà a rimarcare il labile confine tra funzioni, in parte perché per rendere maggiormente efficace l’azione è stato necessario integrare rappresentanza e sviluppo imprenditoriale.

In sintesi tra le esperienze nate all’ombra di Confcooperative ha preso forma un sistema basato sulle piccole dimensioni, sui processi di spin-off e di accompagnamento alla creazione di nuove cooperative sociali, per evitare fenomeni di sovradimensionamento.

Diverso l’approccio “autogestionario” maturato tra le esperienze di Legacoop, che pone l’accento più sulla crescita dimensionale della singola cooperativa, nella convinzione che essa sia in grado di intervenire autonomamente per competere in diversi ambiti del sociale potendo contare quasi esclusivamente sulle proprie forze.

Nella realizzazione storicamente determinata, e soprattutto in tempi più recenti, si è manifestata una sorta di “ibridazione” tra questi due modelli estremi, con cooperative sociali vicine tanto all’una quanto all’altra parte, portanti caratteristiche con gradazioni e sfumature molto diverse tra loro. Al limite si intravedono cooperative sociali di piccole e medie dimensioni che individuano in Legacoop il loro naturale punto d’approdo, così allo stesso modo si notano iniziative che si richiamano invece a Federsolidarietà e che – rispetto alle proporzioni complessive del fenomeno – possono essere giudicate dei veri e propri “colossi”.

È con gli anni Novanta e con la stipula di accordi interorganizzativi che vengono scompaginati gli assetti e le divisioni iniziali. È nel preciso istante in cui alle considerazioni di tipo culturale si sono sostituite le ragioni strumentali che sbiadiscono i confini e si determina un amalgama tra approcci. In questo scritto, tuttavia, pare importante ribadire i diversi punti di vista e insistere, in particolare, sull’approccio che ha conferito identità e originalità al fenomeno e che può essere sintetizzato con il paradosso delle “piccole e grandi dimensioni”, o con l’immagine figurata del “campo di fragole”.

Nell’analizzare questo peculiare tipo di strategia si è immediatamente indirizzati al contesto in cui essa ha preso consistenza. Si è affermato a questo proposito che la capacità di networking delle imprese sociali, cioè il bisogno di fare rete per “individuare strutture adeguate a creare legami inter-organizzativi sempre più diffusi, solidi e articolati”, sia stato un fattore endogeno, inteso come “capacità interna al settore di determinare in forma (relativamente) autonoma il proprio percorso” (Zandonai 2007, p. 202). Non si può tuttavia fare a meno di richiamare, almeno fugacemente, come questo particolare assetto assunto da buona parte del settore si sia innestato negli anni Ottanta, quando le trasformazioni più generali dei sistemi d’impresa del nostro Paese erano ad un buon livello di avanzamento.

Già a partire dagli anni Settanta, infatti, con la crisi della produzione di massa e del sistema di fabbrica di stampo fordista, le imprese italiane, ma non solo, avviano profondi processi di ri-orientamento strategico in direzione di una deverticalizzazione delle grandi imprese integrate a favore di fenomeni di decentramento e di ridimensionamento delle “taglie” d’impresa (Toninelli, 2006).

Affermare che l’architettura organizzativa delle cooperative sociali ha risentito di questi processi può sembrare fuorviante, se non altro per la natura non profit che caratterizza questo tipo d’imprese. Per questo ci si limita qui, semplicemente, a rilevare l’assonanza: è in questa fase che ha luogo una tendenza di revisione più generale dei sistemi d’impresa. La singola unità esce dall’isolamento per intrecciare rapporti e trovare sinergie all’interno di un insieme più articolato d’imprese con il quale stabilire intensi rapporti di collaborazione. Da qui la nascita dei distretti, dell’impresa a rete e dei modi di produzione flessibile, i cui esiti in parte si assomigliano ma in buona parte si discostano dalle reti tra cooperative sociali. D’altra parte non si può far a meno di sottolineare la sfumatura che intercorre tra un’ “impresa a rete”, scaturita da un processo di disintegrazione di una grande impresa che si fa in parti piccole, rispetto ad un sistema di “reti di imprese”, quello delle cooperative sociali, germinato per aggregazione di piccole e medie imprese che si integrano dando vita a un modello reticolare. E la sfumatura non può che assumere colore se si considera l’obiettivo di fondo perseguito da queste aziende, che sono le imprese sociali, vale a dire il bene comune e non il lucro.

È proprio seguendo questa prospettiva che risalta una trama fitta di rapporti che unisce i nodi – cioè le imprese sociali e i consorzi – connessi talvolta da legami “laschi” e tal altra da legami forti. Insieme originano un sistema imprenditoriale, ad esempio quello ruotante attorno a Cgm, che è stato emblematicamente definito come “impresa eccellente socialmente capace” (Butera, 1999).

  Approfondimento

In breve

1983: viene costituito il Sol.co Brescia, il primo consorzio tra cooperative sociali in Italia

1987: nasce il Consorzio nazionale delle cooperative sociali, Cgm

1988: sorge Federsolidarietà, la federazione di rappresentanza delle cooperative sociali di ispirazione cattolica

2005: si costituisce Legacoopsociali, l’associazione che rappresenta l’universo delle cooperative sociali appartenenti alla centrale di matrice socialista

  Risorse

  • Borzaga C., Ianes A., L’economia della solidarietà. Storia e prospettive della cooperazione sociale, Donzelli, Roma 2006.
  • Butera F., “Le imprese sociali come imprese normali ‘socialmente capaci’”, in M. Carbognin (a cura di), Il campo di fragole. Reti di imprese e reti di persone nelle imprese sociali italiane, Angeli, Milano 1999, pp. 272-294.
  • Crainz G., Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Donzelli, Roma 2003.
  • Impresa sociale, n. 3, 2007, “Quando le risorse umane fanno la differenza: il modello imprenditoriale delle cooperative sociali”.
  • Stanzani S., “Impresa sociale, fiducia e valorizzazione del capitale sociale. il caso delle cooperative sociali italiane”, in Rivista della cooperazione, n. 3, 2007.
  • Toninelli P. A., Storia d’impresa, Il Mulino, Bologna 2006.
  • Verucci G., La Chiesa cattolica in Italia dall’Unità a oggi (1861-1998), Laterza, Roma-Bari 1999.
  • Zandonai F., “Trasformazioni e innovazioni nelle reti di imprese sociali”, in Scaratti G., Zandonai F. (a cura di), I territori dell’invisibile. Culture e pratiche di impresa sociale, Laterza, Roma-Bari, pp. 201-231.