Ecco l'uomo/Rabbino e straniero

"Testa del Cristo", olio della scuola di Rembrandt, 1655


IL RABBINO E LO STRANIERO

Ritorniamo indietro di duemila anni, liberandoci da preconcetti teologici, e facciamo mente locale...
La nostra scena è la rivoltosa provincia dell'Impero Romano chiamata Giudea. Lì, gli ebrei stanno lottando per liberarsi del giogo crudele di Roma. Al nord, la regione della Galilea ospita il sentimento ribelle più appassionatamente anti-romano di tutte le aree circostanti. I suoi abitanti si attengono strettamente a profonde credenze religiose.

I giudei disprezzano i romani per la loro brutalità. L'occupazione romana, di natura pagana, ha decimato la maggior parte delle osservanze rituali ebraiche. In disperazione, alcuni ebrei hanno adottato le credenze e pratiche dei loro padroni romani. Ma l'unicità della fede monoteista ebraica distingue gli ebrei dalle altre popolazioni soggette all'Impero. Sistematicamente questo popolo rifiuta le credenze pagane dei romani e si attengono fermamente alla Legge di Mosè. Come risultato, molti ebrei mostrano disprezzo per il dominio romano. Sono differenti e non vogliono compromettere la loro unicità.[1]

Il proconsole romano in carica per la regione è il tirannico Ponzio Pilato. Violento di carattere, non ci pensa due volte a far giustiziare chiunque gli si metta contro. Lo sterminio fa parte della sua tecnica di lavoro. Negli anni successivi gli costeranno la carriera: sarà richiamato a Roma a causa della sua eccessiva violenza, impresa singolare nel mondo senza pietà di Roma. Ma per il momento, i suoi padroni romani sostengono l'utilità della sua spietatezza.

I residenti della Galilea anelano disperatamente all'abbattimento del dominio romano. Hanno sofferto per le occupazioni barbariche di nazioni straniere da più di un secolo. Cercano di ristabilire la sovranità ebraica e l'indipendenza, ma le loro piccole bande ribelli non possono di certo competere con la potenza militare dell'impero. Languiscono di desiderio per un redentore, il promesso Messia ebreo. Annunciato dai profeti ebraici, egli sarà l'eroe che unisce grandezza spirituale a prodezza militare. Con Dio come rinforzo, questo eroe caccerà le arroganti legioni di Roma una volta per tutte.[2]

L'InsegnanteModifica

Un insegnante emerge dall'oscurità. Ha solo circa trent'anni, ma ha il dono di un carisma straordinario. Con molto coraggio si alza e deplora pubblicamente i romani. In discorsi da colline e piazze di mercato in tutta la Galilea, egli proclama che gli ebrei devono guadagnarsi la redenzione. Esorta il suo popolo ad osservare ancora una volta con attenzione la legge di Dio. I suoi insegnamenti etici delineano eloquentemente le differenze tra i crimini mostruosi di Roma e la chiamata del Dio ebraico ad essere compassionevoli. Ispira gli ebrei diffidenti a superare la loro paura di Roma. Diffonde la sua chiamata dappertutto, in lungo e in largo, creandosi un seguito appassionato e devoto.

Lo stile retorico dell'insegnante è eclettico, integrando le sue semplici parabole con potenti parole di lotta e cambiamento, per ispirare i suoi ascoltatori che desiderano ribellarsi all'oppressore. Se gli ebrei riconfermano la loro sincera fedeltà a Dio, egli dice, gli ebrei saranno vittoriosi. Tutte le legioni di Roma non possono sconfiggere la Roccia di Israele. Dio non ha forse distrutto i carri del Faraone? Non ha forse aiutato Davide a sconfiggere Golia? Non ha forse sterminato a migliaia le legioni di Sennacherib quando si accamparono intorno a Gerusalemme? Lo farà ancora.

Al centro del messaggio dell'insegnante sta un solo comandamento: i suoi seguaci si devono reimpegnare nelle leggi e nei valori della Torah. Se si amano l'un l'altro e abbracciano una vera unità, i loro nemici non li distruggeranno mai. L'insegnante ammassa un enorme seguito mentre il suo messaggio di rinascita spirituale ebraica e il disprezzo per Roma attecchiscono. Il tempo della redenzione si sta avvicinando.[3]

Il MessiaModifica

La reputazione dell'insegnante cresce. La sua eloquenza ha catturato uno spirito di populismo e un entusiamo per l'autonomia ebraica. I suoi discorsi aumentano l'enfasi sull'urgenza. Dice ai suoi seguaci che il momento della redenzione si sta appropinquando sempre più. È diventato sicuro di quello che prima solo sospettava: è suo destino far uscire i figli di Dio dall'oppressione romana.

Ora una luce messianica lo guida. Si è convinto di essere il tanto promesso redentore ebreo. Anche i suoi seguaci ci credono. Egli è stato mandato loro proprio da Dio stesso. Se guiderà i suoi discepoli a Gerusalemme, mormorano tra loro, Dio stesso li farà marciare e stabilire il Suo Regno con la spada e lo spirito di Dio come scudo e forza morale.

Il rabbino non ha nulla da temere dalla possente forza politica e militare romana che cercherà di abbatterlo come hanno fatto con tanti altri. La grazia di Dio lo proteggerà insieme ai suoi seguaci. Dio, Scudo di Israele, defletterà frecce e lance di Roma.

Come onde del mare che si agitano in cresta, il tempo è arrivato. Pesach, il festival delle redenzione, inizia al tramonto. Nel mezzo delle celebrazioni, l'eccitazione diventa palpabile e i seguaci del rabbì si ricordano del tempo passato, quando la potenza di Dio liberò Israele dalla schiavitù. Il Signore divise il mare per gli ex schiavi ebrei. Ora, Egli spazzerà via le legioni di Roma. Proprio come Sansone uccise migliaia di Filistei con la mascella di un asino, il rabbì scaccerà gli eserciti romani con la sua spada sguainata. La libertà sta arrivando: ne sono sicuri.

L'insegnante viaggia con i suoi discepoli dalla Galilea a Gerusalemme, culla dell'antica civiltà ebraica, attualmente assediata e contaminata dalla cultura pagana romana. Folle immense di conpatrioti ebrei lo salutano e lo esaltano come loro condottiero. Tuttavia egli non è il primo a ricevere tale trattamento. Molti potenziali messia lo hanno preceduto. Anche loro affermarono d'essere il promesso redentore ebreo e si lanciarono contro Roma. Tutti fallirono e perirono.

Ma c'è qualcosa di differente questa volta. Il rabbì è suffuso di luce sublime. È colmo di certezza, coraggio e splendore retorico. Usa parabole accessibili per comunicare i suoi insegnamenti profondamente spirituali. Ispira sia l'erudito che l'ignorante. La folla lo riconosce per quello che è. Deve essere l'uno, il promesso. Anche lo stesso imperatore romano non ha il potere di fermare il messia presagito.

La notte prima del confronto finale, il rabbì riunisce insieme i suoi discepoli. Ordina loro di procurarsi spade. Devono prepararsi ad occupare il Tempio con la forza. Dimostreranno al popolo di Gerusalemme il coraggio del loro maestro e la sua impavidità difronte a Roma. Quando il popolo lo constaterà, lo seguirà in massa, dando il via ad una ribellione eccezionale. I romani non avranno scelta che ritirarsi.

Ma egli non si basa solo sulla spada. Se solo farà lo sforzo di iniziare la lotta, Dio interverrà e salverà il Suo popolo. Proprio come gli israeliti fuggendo dall'Egitto dovettero dimostrare fede buttandosi nelle acque tumultuose, al che Dio separò il Mar Rosso, così il maestro e i suoi discepoli devono soltanto dimostrare una volontà sincera di confrontarsi col nemico. E allora Dio farà il resto.

Il Libro del Deuteronomio dichiara: "Il Signore vi benedirà in tutto ciò che intraprenderete." Prima dovrete intraprendere e poi Dio farà la Sua parte. Mosè sconfisse gli Amaleciti alzando le mani al cielo con fede provocatoria. Dio premia tale fiducia anche se mancano le forze militari necessarie allo scontro. L'insegnante ha infinita fiducia che Dio gli concederà il m iracolo come Egli fece coi Maccabei. L'esigua forza di combattenti ebrei sconfisse i Greci Assiri duecento anni prima in quello che poi divenne il miracolo di Chanukkah. L'esercito dell'insegnante è sì piccolo di numero ma grande di fede. Il Signore ed i Suoi angeli tutelari lotteranno contro i romani e libereranno nuovamente il popolo ebraico che osserva la propria fede.

Il mattino dopo, l'insegnante entra nel cortile del Tempio di Gerusalemme. Il suo messaggio di rivolta contro Roma ha attratto un seguito. Coloro che lo ascoltano ne vengono ispirati, ma la paura è tanta. Di certo odiano i romani, ma troppi cosiddetti messia e rispettivi seguaci sono già morti violentemente. Troppo sangue dei giusti è stato versato. Diversi decenni prima, i romani avevano abbattuto la monarchia ebraica e avevano promulgato la pena capitale per chiunque si fosse dichiarato re degli ebrei. Il pericolo è quindi reale. Nonostante tutto, però, ecco qui un uomo che non teme l'imperatore Tiberio ed i suo sa guinario subalterno, Ponzio Pilato.

Dopo aver condannato il governo romano, l'insegnante inveisce anche contro la corruzione del Tempio. L'influenza romana si è radicata così profondamente, che ora sono i romani che nominano il sommo sacerdote. Qui, nella dimora piùsanta di Dio, i sacerdoti stessi servono come agenti di Roma, colludendo, cospirando ed eseguendo i comandi nefasti dei loro padroni.

Sentendo le invettive mordaci di questo insegnante carismatico, i sacerdoti timorosi iniziano e mormorare tra di loro. Un nuovo pretendente messianico èè arrivato dalla molesta Galilea a fomentare una ribellione sanguinosa tra la gente. Bisogna fare qualcosa.

I suoi sermoni si intensificano. L'insegnante intende convincere i capi ebrei, i sacerdoti e specialmente i rabbini farisaici. Egli stesso è un fariseo e se che senza il supporto dei suoi colleghi rabbinici non può sperare di vincere la completa alleanza del popolo. I rabbini rispettano i successi dell'insegnante e lo considerano uno studioso e visionario straordinario. Ma,come per i pretendenti messianici del passato, costoro preferirebbero aspettare e vedere cosa succede. I rabbini sperano che egli abbia successo con la sua missione. Gli offrono supporto morale, ma la prova ultima della sua messianicità è il suo successo finale. Se i romani verranno sconfitti e le profezie realizzate, egli sarà veramente il tanto atteso messia.

Poi, il disastro.
Proprio mentre le esortazioni dell'insegnante raggiungono un esaltante crescendo nelle piazze pubbliche di Gerusalemme, resoconti sulle azioni dell'agitatore raggiungono le orecchie del sommo sacerdote. I suoi tirapiedi sono sacerdoti corrotti ed altri traditori sempre all'erta per facinorosi che cercano di agitare le folle contro i loro padroni romani. Capo delle forze dell'ordine ebraiche a servizio di Roma, il sommo sacerdote serve da fantocci di Roma e non può permettersi che a Gerusalemme sorga una ribellione di cui potrebbe esser chiamato a rendere conto. In tempo per la Pesach e per le migliaia di persone che sono venute al Tempio per celebrarla, una rete di spie è stata approntata per identificare sovversivi. Prima che il maestro possa montare la sua rivolta, i centurioni romani lo arrestano improvvisamente per volere del sommo sacerdote.

Senza neanche un processo o un'udienza, i romani conducono il rabbì a morire come tutti i ribelli politici: crocifissione. Così, in quattro e quattr'otto, tutto finisce. Il grande uomo è morto. Un impero brutale continua la sua oppressione.

La ReazioneModifica

Il leader è morto. Proprio mentre il suo seguito stava prendendo piede, tale seguito viene sradicato e distrutto.

I suoi seguaci sono devastati. Il maestro doveva sconfiggere i romani, ristabilire la sovranità ebraica ed inaugurare le fine dei giorni. A loro sembrava fosse stato mandato dal cielo. Ma la macchina inesorabilei romana l'aveva eliminato con tale velocità che i seguaci del rabbì non riescono quasi a rendersene conto. Una vera tragedia. Tante domande rimangono irrisolte, nella disperazione del loro dolore.

Una volta che l'amarezza del lutto è finita, i suoi seguaci discutono sul da farsi, sul significato della missione del loro maestro, sul loro stesso futuro. Rimangono ebrei devoti. Credono nella Torah. Credono nei profeti. E soprattutto, credono nel loro rabbì. Come ha potuto Dio permettere che morisse così improvvisamente e con così tanta sofferenza? Perché Egli ha permesso una tale crudele esecuzione per il loro maestro, un giusto?

Dibattono tra loro, si disperano; continuano a vivere, studiando gli insegnamenti del rabbì e dedicandosi alla Torah.

Col tempo il loro numero diminuisce. Il loro gruppo, una volta così vasto, si restringe ad alcuni disperati man mano che i discepoli abbandonano la causa. Dopotutto, non essendo riuscito a redimere il suo popolo, il rabbì non poteva proprio essere il mesia. Era certamente ben intenzionato, coraggioso, unico e sicuramente un grande uomo, ma non il promesso.

Alcuni seguaci scelti continuano a riunirsi in segreto. Anelano ancora alla libertà e disprezzano la dominazione romana. Agenti di Roma li tormentano per esser rimasti discepoli di un parìa. Devono nascondere le loro idee ribelli o venir anch'essi giustiziati.

Il lascito del maestro non ha futuro. Perseguitati da Roma, devastati dalla perdita del proprio amato leader, i seguaci dell'insegnante diminuiscono sempre più.

Avanti lo Straniero!Modifica

Senza preavviso, arriva un misterioso straniero. Si presenta ai superstiti dell'insegnante. Questi temono che sia stato mandato per tormentarli ulteriormente; forseè al servizio del sommo sacerdote, un agente di Roma, col compito di minare qualsiasi sedizione contro l'imperatore. Tuttavia, questo straniero afferma di stare dalla parte dei seguaci del rabbì.[4]

Ammette di non aver mai incontrato l'insegnante, ciononostante è rimasto affascinato dalla storia del rabbì. I seguaci dell'insegnante erano fuggiti a Damasco, racconta ai discepoli, e anche lui si stava dirigendo verso Damasco per perseguitarli quando il rabbì gli apparve in una visione. L'esperienza lo ha cambiato. Ora spera di seguire gli insegnamenti del rabbì — sebbene, come i discepoli presto si accorgeranno, il suo programma è alquanto differente.

Con un forte senso mistico, il misterioso straniero inizia a reinterpretare la missione del maestro. Traumatizza i devoti discepoli asserendo che il rabbì era ben più di semplice uomo, ancor di più del messia. Insinua che il rabbì fosse divino — letteralmente, il Figlio di Dio. Lo straniero assegna significati alla morte del rabbì, significati mai pensati dai suoi seguaci originali. Il maestro non è morto invano, afferma lo straniero. La sua morte costituisce parte della sua missione datagli a Dio, l'adempimento di un antico piano divino. Il rabbì è stato inviato a morire per i peccati del genere umano. Senza la sua morte, tutta l'umanità sarebbe stata condannata eternamente.

Inoltre, il rabbì è venuto sulla Terra con una missione spirituale e non una politica. Il suo scopo non implicava la libertà da Roma ma una ribellione contro il sistema giudaico corrotto e contro l'osservanza della Torah che si era calcificata come un ostacolo alla salvezza. Il maestro era venuto a salvare le anime degli uomini, non le loro persone né il loro stato. Era vissuto per distruggere la tirannia di Satana, non la dominazione di Roma. Era venuto ad inaugurare una nuova religione, non a rinforzare antiche verità spirituali. La sua morte era servita come espiazione ultima dell'iniquità del genere umano. Ed ecco che lo straniero dice ai discepoli attoniti che la morte del loro maestro aveva p[ortato a conclusione tutte le leggi della Torah. La sua esecuzione aveva abrogato tutti gli obblighi specificati nella Legge.

I discepoli sono esterrefatti. Nessun altro insegnamento avrebbe provocato un maggiore shock al sistema ebraico. La Torah non è eterna? Il rabbì è Dio Stesso? Impossibile. L'esiguo gruppo di discepoli – tutti ebrei devoti – cacciano lo straniero. Imperterrito, diffonde la sua teoria sull'identità dell'insegnante tra i gentili romani, lanciando la sua campagna in un momento molto opportuno.

La decadenza romana è diventata così corrosiva e onnicomprensiva che la gente brama un rinvigorimento spirituale. Anelano d'essere purificati in un modo che la loro religione pagana non può offrire. L'idea di un uomo divino ha una forte attrazione. Dopo il culto familiare dell'imperatore deificato, è facile concepire un uomo che sia il figlio di Dio.

L'asserzione dello straniero riguardo all'insegnante morto per i loro peccati è altrettanto attraente. La salvezza è disponibile a tutti, se solo credono, se hanno fede. Ancor prima dell'arrivo dell'insegnante, il dieci per cento dell'intero Impero Romano consisteva di "giudaizzanti", praticanti di una forma di spiritualità ebraica. Così preparati, la popolazione romana accoglie un'espansione delle credenze ebraiche, questa volta con la sopraggiunta convenienza della fede, invece che del rituale. Il nuovo messaggio, la "buona novella", si confà alle loro predisposizioni. Si sparge velocemente con entusiasmo senza precedenti.

La nuova fedeModifica

Molti nuovi aderenti si aggregano all'attraente messaggio dello straniero. La gente si delizia dell'idea di un dio personale, invisibile, onnipotente, disposto ad ascoltare preghiere individuali, mentre si ritraggono da quello che sembra un vasto numero di leggi e restrizioni richieste dal Dio ebraico.

Con una mossa che sembra fatta apposta per generare la massima attrazione popolare, lo straniero offre un Dio ebreo spoglio di rituale ebraico. La salvezza viene da una buona fede piuttosto che da buone azioni. Inoltre, lo straniero combina la credenza romano-ellenistica di un uomo-dio con la fede ebraica di un dio invisibile, asserendo che esiste un dio-padre, trascendente e invisibile, a un dio-figlio, terreno e umano. Lapropugnazione da parte dello straniero della natura divina del rabbì dilaga.

Man mano che lo stranieor porta sempre più seguaci ad una piccola chiesa in Gerusalemme, i rimanenti discepoli del rabbì si scuotono in protesta. Il loro maestro aveva vissuto, insegnato ed era morto come zelante patriota ebreo. Odiava l'Impero Romano ed i romani in generale. Più di ogni cosa, aveva impegnato i suoi seguaci ad attenersi strettamente alla Torah.

Ora, in segno di sfida alle parole stesse dell'insegnante, lo straniero predica una separazione totale da tutti principi della Torah. Sempre più gentili abbracciano la nuova religione basata sulla fede. Per quanto i vecchi discepoli vogliano distanziarsi dalle innovazioni dello straniero, non ci riescono. Costui ha introdotto nuova vita nel loro movimento moribondo, iniettando nuova vigoria e fondi. I discepoli del rabbì hanno a lungo sofferto estrema povertà ed i conversi romani arrivano con oro e argento.

Pian piano, col passare del tempo e l'influenza dello straniero filtra all'interno dei discepoli del maestro, il loro sistema di credenze cambia. I seguaci gentili sorpassano quelli ebrei originali. Il carattere dell'intero movimento si trasforma drammaticamente, non somigliando più a quello che era iniziato come movimento compassionevole nell'ambito dell'ebraismo mirato a respingere la dominazione romana.

Un'altra rivoltaModifica

Poi, un altro disastro. Non più disposti a sopportare il giogo oppressivo di Roma, nel 66 e.v. gli ebrei lanciano una rivolta su larga scala. Dopo qualche successo iniziale, i rivoluzionari sono sopraffatti dai romani e schicciati brutalmente dalle legioni. Nel 70 e.v. il Tempio e tutta Gerusalemme vengono distrutti e più di un milione di ebrei uccisi. La nazione ebraica diventa oggetto di odio nell'ambito dell'impero e Roma opprime sistematicamente coloro che rimangono sul territorio.

Ora i seguaci gentili del maestro prendono una decisione drammatica. Sicuramente non potrebbero sopravvivere come movimento, ancor di meno prosperare, se vengono associati ai detestabili ebrei — attualmente il gruppo più odiato dell'impero dopo che hanno lanciato una ribellione che ha scosso le fondamenta della poten za romana. Epurano l'insegnante dalla sua identità ebraica come espediente politico e religioso. Gli scritti del rabbì, i suoi insegnamenti e la storia vengono editi pesantemente. Gran arte ne viene completamente riscritta. Per assicurare un futuro al movimento, sradicano le sue radici ebraiche, in essenza trasformando il maestro in un gentile. Revisionano i loro testi sacri, ancora in produzione e non ancora canonizzati, rendendo il rabbì ostile contro gli ebrei e simpatizzante di Roma.

La storia di Gesù così alterata riflette un'ostilità feroce verso i Farisei in particolare. Nel nuovo racconto, il rabbì mai si ribellò contro l'autorità romana, ma invece contro la propria gente e contro la sua propria fede. Odiò i perfidi ebrei e disprezzò i rabbini ipocriti. Il suo odio scorre così in profondità da chiamare gli ebrei progenie del demonio. Quanto ai romani, nanche a dirlo, predicò totale sottomissione al dominio dell'imperatore. "date a Cesare quel che è di Cesare", esclamò una volta. Non venne come leader politico per scacciare la dominazione romana, ma come guida spirituale per scacciare la dominazione dei Farisei.[5]

Il processo di correzione e revisione è casuale e scoordinato. Gran parte della storia originale involontariamente rimane nascosta nei margini. Poiché gli scritti sul rabbì si sviluppano nel corso di molti decenni, i testi individuali si contrastano, permettendo alla vera storia di esser letta tra le righe. Ma le opinioni anti-romane dell'insegnante sono state sufficentemente ripulite e cambiate abbastanza da permettere ad una nuova religione di formarsi e così un patriota del popolo ebraico viene strappato dalla sua nazione ed esiliato...

NoteModifica

  Per approfondire, vedi i rispettivi riferimenti di "Biografie cristologiche".
  1. Hyam Maccoby, Revolution in Judea: Jesus and the Jewish Resistance, Taplinger, 1980, passim.
  2. Ibid., 55-58.
  3. Per queste sezioni, si vedano, int. al., John S. Spong, Jesus for the Non-Religious, HarperOne, 2007, Parte 2; Géza Vermes, The Challenging Faces of Jesus, Penguin, 2001; Paul A. Laughlin, Putting the Historical Jesus in His Place, Polebridge Press, 2006, pp. 45-69 e passim; Bruce Chilton, Judaic Approaches to the Gospels, Scholar Press, 1994, e anche i suoi interessanti Rabbi Jesus: An Intimate Biography, Doubleday, 2000, e A Galilean Rabbi and His Bible: Jesus’ Use of the Interpreted Scripture of His Time, Wipf & Stock, 2014, entrambi usati come riferimenti in questo studio.
  4. Per questa sezione si veda Krister Stendahl, Paul Among Jews and Gentiles, and Other Essays, Fortress Press, 1976, p. 6 and passim.
  5. Per i contenuti e le supposizioni di questo capitolo, molto importanti sono i testi di Géza Vermes, tra cui: Gesù l'ebreo (Jesus the Jew: A Historian's Reading of the Gospels, 1973) Borla, 1983; Jesus and the World of Judaism, Fortress Press, 1983; La religione di Gesù l'ebreo. Una grande sfida al cristianesimo (The Religion of Jesus the Jew, 1993) Cittadella, 2002; Jesus in his Jewish Context, Fortress Press, 2003; Searching for the Real Jesus, SCM Press, 2010.