Ecco l'uomo/Gesù rabbino

"Ritratto di Cristo", olio di Giuseppe Craffonara, 1830


Rabbi Yeshua: Gesù il RabbinoModifica

Ricordato per aver vissuto la sua vita da artigiano (falegname?), Gesù, involontario fondatore del cristianesimo, fu anche rabbino (per quanto strano suoni alle orecchie moderne). In quei giorni, questo titolo non era un segno di ordinazione formale come lo è oggi. Piuttosto, era un forma di rispetto conferita a capi e insegnanti religiosi secondo il sentimento popolare.

L'occupazione di Gesù come artigiano era del tutto conforme agli usi del suo tempo. Per i rabbini, insegnare era un dovere sacro e si disdegnava ricevere un supporto finanziario dalle proprie comunità. Il Talmud documenta numerosi esempi di saggi che svolgevano professioni operaie/manuali, in modo da evitare dipendenza finanziaria dai propri studenti. Il saggio Hillel, uno dei maggiori studiosi della sua generazione, faceva il muratore. Il grande Rabbi Yochanan era calzolaio. Per guadagnarsi da vivere soltanto come rabbino era considerato empio. Sul Monte Sinai, Dio aveva dato la Sua Legge a tutto il genere umano. Era considerato uno sfruttamento vendere ciò che, dopotutto, era proprietà di tutti. Gli ebrei disapprovavano coloro che traevano profitto dal desiderio della gente di sentire e comprendere le istruzioni di Dio per vivere felicemente, pacificamente e prosperosamente.

Ancor più tardi, nel Medioevo, il famoso saggio Rashi faceva il vignaiolo, e l'illustre Maimonide, autore della Guida dei perplessi nonché considerato da molti (incluso il sottoscritto) il più grande saggio ebreo di tutti i tempi, era medico di corte. Non ci dovrebbe quindi sorprendere che Gesù avesse un semplice lavoro da artigiano — proprio come non dovrebbe sorprenderci che egli fosse rabbino.

Non solo Gesù era un rabbino, ma era un profondo conoscitore e abile studioso dei testi sacri ebraici. Quasi tutti i suoi insegnamenti derivano direttamente dalla Torah. Le lezioni che articolava si allineano perfettamente alla moralità ebraica e alle dichiarazioni dei rabbini del Talmud. Alcuni degli insegnamenti di Gesù più famosi e riconoscibili sono presi direttamente da fonti ebraiche precedenti.[1]

Matteo e Luca citano Gesù che dice: "Non potete servire a Dio e a mammona"[2] Ciò riflette un versetto di Deuteronomio in cui cu vien detto di amare Dio con "con tutta l'anima e con tutte le forze" — il che vuol anche dire con tutte le nostre possessioni.[3] Chiaramente, Gesù aveva interpretato il versetto a significare che dobbiamo assoggettare le nostre finanze alla volontà di Dio, o ci ritroveremo schiavi dei nostri portafogli invece che di Dio.

Le sue dichiarazioni frequentemente riecheggiano i Salmi di Davide. In una delle frasi più celebrate di Gesù, egli dice: "Beati i miti, perché erediteranno la terra."[4] Questa è una riaffermazione dell'asserzione di Davide nel Salmo, "I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace."[5]

Gesù prende spunto anche da Geremia. In Matteo viene citato che afferma: "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto."[6] Parimenti, Geremia profetizza: "Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore."[7]

Gesù era ugualmente versato nei detti del talmud. Quando istruisce i suoi ascoltatori dicendo: "Togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello",[8] egli allude quasi parola per parola all'insegnamento del Talmud di Rabbi Tarfon: "Se qualcuno di incita a togliere la pagliuzza dall'occhio, gli si deve rispondere, «Togli la trave dal tuo»."[9]

Come rabbino istruito nella Torah, Gesù fondò i suoi sermoni, parabole e aforismi sugli stessi detti ebraici e tradizioni che governavano ogni aspetto della sua vita. Tuttavia, per quanto illustrativi siano queste lezioni e sentimenti raccolti dai testi sacri ebraici, essi sono meno influenti di quanto Gesù non abbia preso in prestito dalle fonti ebraiche, che includono alcune delle sue affermazioni più memorabili.

La regola d'oroModifica

È importante per cristiani ed ebrei capire che alcuni dei contributi più centrali di Gesù sono in realtà ripresi e ribaditi dalle tradizioni ebraiche.

La Regola d'oro è un ottimo esempio. Conosciamo tutti questa lezione: la regola d'oro infatti è una costante dell'ebraismo. Al succitato rabbino Hillel (nato almeno mezzo secolo prima di Gesù) viene attribuita la massima:

« Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te: questa è tutta la Torah. Il resto è commento. Va’ e studia.[10] »

L'etica della reciprocità (regola d'oro) è un valore morale fondamentale che "si riferisce all'equilibrio in un sistema interattivo tale che ciascuna parte ha diritti e doveri; la norma secondaria della complementarità afferma che i diritti di ciascuno sono un dovere per l'altro".[11]

Alcuni critici cristiani hanno affermato che il detto di Hillel non cattura del tutto il significato della regola d'oro: anche il più compassionevole dei Farisei non sarebbe stato capace di formulare una frase al negativo di tale regola. E insistono che fu Gesù a formularlo positivamente.[12] Hillel, tuttavia, stava solo rispecchiando una più antica massima biblica da Levitico:

« amerai il tuo prossimo come te stesso »
(Levitico 19:18)

Più positivo di così non si può!
Gesù ripete tale versetto quasi alla lettera nel Vangelo di Matteo: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti."[13] Cita lo stesso anche nel Vangelo di Marco.[14]

La famosa istruzione di Gesù affinché le persone amassero i propri nemici derivava chiaramente da un precedente biblico ebraico. Col tempo, è stata aumentata, espandendone il significato. Purtuttavia, l'insegnamento deriva da Esodo, dove sta scritto: "Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino smarrito, glielo riporterai."[15]

Il significato e l'intento si offuscano, però, quando Gesù si riferisce direttamente alla saggezza ebraica che sta parafrasando: Gesù viene citato che asserisce: "Avete inteso che fu detto: «Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico»."[16] Cosa interessante, questa asserzione no ha assolutamente una base nella Torah o nel Talmud. Gli insegnamenti rabbinici nel Midrash ammoniscono specificamente contro il nutrire rancore sotto forma di odio. In effetti, l'unico tipo di odio che l'ebraismo potrebbe mai condonare è l'odio del male.

Sembra che più tardi i redattori del Nuovo Testamento introducessero l'idea che agli ebrei fosse raccomandato di odiare i propri nemici per evidenziare maggiormente l'insegnamento di Gesù, fornirgli un più forte impatto. Pertanto, come è successo per le affermazioni di Gesù che rappresenta Farisei e Sadducei in un sol gruppo, un effetto chiave è di etichettare i rabbini come insegnanti fuorviati di una dottrina ebraica ingiusta.

Chiaramente, non ha senso che Gesù abbia denigrato i suoi precedenti, che aveva conservato così attentamente nei suoi insegnamenti. Persino il Serrmone della Montagna può essere ricondotto ad insegnamenti ebraici. Il Vangelo di Matteo lo cita che dice: "Ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe."[17] Ciò riecheggia decisamente una citazione dal Talmud: "Di chi Egli perdona i peccati? Di colui che perdona le trasgressioni."[18]

Mentre il Nuovo Testamento raffigura questi insegnamenti come fossero nuovi ed antitetici all'istruzione farisaica, essi si allineano invece perfettamente con la confermata saggezza che deriva dalla Torah. Allo stesso modo, i cristiani spesso associano le parabole con Gesù, come se egli le avesse inventate di sana pianta, in un nuovo modo di insegnare. Ma non è affatto così: le parabole erano uno strumento istruttivo comune e ben affermato, preso dalla tradizione rabbinica. L'uso che Gesù ne faceva era quindi proprio consono al suo ruolo di rabbino in un mondo rabbinico.[19]

Pensare come un rabbinoModifica

In tutta la loro storia, gli ebrei hanno investigato e analizzato la Torah usando vari principi formali di interpretazione. Queste tattiche di ragionamento deduttivo si applicano bene agli stili in cui i rabbini presentavano la Legge — e Gesù chiaramente le conosceva a perfezione.[20]

Ci sono sette regole in totale.[21] La prima e più importante è la regola kal ve-chomer, o regola del "leggero e pesante", che afferma sia possibile dedurre da una situazione stabilita qualcosa che deve ancora essere decisa espressamente. Per metterla in contesto, immaginatevi che io abbia appena acquistato dei copertoni fatti apposta per difficili terreni fuoristrada. Appena sto per uscire in strada dal parcheggio di una normale strada cittadina, un copertone scoppia. Ritorno dal gommaio e dico loro che non voglio più pagare il copertone scoppiato. Dopotutto, se è fatto per resistere a strade non asfaltate piene di pietre, a maggior ragione non si dovrebbe rompere su una normale strada liscia cittadina. Questo, in breve, è il ragionamento "leggero e pesante".

La struttura di tale ragionamento da-semplice-a-complesso – in cui una situazione inizialmente minore riprova una seconda situazione più seria – è subito riconoscibile. Lo studioso religioso David Bivin offre un esempio chiaro dal Midrash: "Il silenzio è appropriato allo studioso; a maggior ragione ad uno stolto."[22] L'idea è semplice. Se persino un grande studioso sa quando rimanere in silenzio, a maggior ragione un ignorante, che ha molto meno da offrire. Da notare la frase-chiave "a maggior ragione", che appare in molti esempi di ragionamento rabbinico leggero-e-pesante. Altrove, Bivin cita l'analisi di Rabbi Meir in merito al deuteronomio: "Se la Scrittura a parlato così: «Agonizzo sul sangue del malvagio», a maggior ragione sul sangue del giusto che viene sparso?"[23]

In effetti, quando vediamo negli insegnamenti di Gesù delle variazioni di tali parole, "a maggior ragione" (= "quanto più"), ci serva da indicazione che egli sta usando un ragionamento classico rabbinico — ed è una caratteristica frequente delle sue dichiarazioni, parabole e insegnamenti. La si ritrova, per esempio, nel Vangelo di Luca, in cui Gesù dice: "Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete!"[24] È inoltre presente in Matteo, quando Gesù confronta il comportamento dell'uomo con quello di Dio: "Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!"[25]

Bivin cita un terzo passo importante, dove "Gesù usò una logica da-semplice-a-complessa per affemare la cura affidabile di Dio per i suoi figli. Preoccuparsi di problemi di vita quotidiana, ammonisce Gesù, è sfiducia verso Dio e un affronto al Padre celeste che non manca mai di prendersi cura dei propri figli."[26] Qui, la retorica di Gesù è di nuovo immancabilmente rabbinica:

« Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? »
(Luca 12:27-28)

Solo un rabbino farisaico ben istruito avrebbe potuto usare in maniera così sicura e così completa la conoscenza dei suoi predecessori rabbinici, in tal modo testuale. E dobbiamo quindi concludere che Gesù era esattamente questo: uno studioso rabbinico di formazione classica.

Allora, conclusioni del capitolo: — Non solo quanto gli insegnamenti di Gesù siano radicati nell'ebraismo farisaico e nella Torah, ma quanto siano simili Gesù ed i rabbini in ciò che dicono e fanno. In molti versi, Gesù ed i rabbini condivisero fini e visioni. Gesù era stato istruito da rabbino, insegnava da rabbino, parlava da rabbino ed insegnava da rabbino.

NoteModifica

  Per approfondire, vedi i rispettivi riferimenti di "Biografie cristologiche".
  1. Chi fosse interessato ad esaminare più nel dettaglio le fonti rabbiniche degli insegnamenti di Gesù, veda l'opera di Rabbi Moshe Reiss, Christianity: A Jewish Perspective, che compila tutte le testimonianze testuali disponibili a riprova del retaggio intellettuale ebraico di Gesù. Il testo completo è disponibile online a: <http://moshereiss.org/christianity.htm> (consultato 01/11/2019).
  2. Matteo 6:24, Luca 16:13.
  3. Deut. 6:5.
  4. Mt. 5:5.
  5. Salmi 37:11.
  6. Mt. 7:7.
  7. Geremia 29:13.
  8. Mt. 7:5.
  9. Arachin 16b.
  10. TB, Shabbath 31a.
  11. Marc H. Bornstein, Handbook of Parenting, Lawrence Erlbaum Associates, 2002, p. 5. Vedi anche William E. Paden, Interpreting the Sacred: Ways of Viewing Religion, Beacon Press, 2003, pp. 131-132.
  12. Darrell J. Fsching, The Jewish People in Christian Preaching, Edwin Mellen Press, 1985, 67.
  13. Mt. 7:12.
  14. Mc. 12:31.
  15. Esodo 23:4.
  16. Mt. 5:43.
  17. Mt 6:15.
  18. Rosh Hashanah 17a.
  19. Per un'esplorazione particolareggiata dei precedenti rabbinici delle parabole di Gesù, e relative allegorie, si veda Craig L. Blomberg, Interpreting the Parable, InterVarsity Press, 1990, 29-60.
  20. In questa sezione prendo spunto dagli scritti di David Bivin, le cui ricerche sui prestiti di Gesù dai sistemi rabbinici di ragionamento forniscono una prova conclusiva del retaggio intellettuale di Gesù. Per ulteriori approfondimenti, si vedano gli articoli di Bivin, tra cui "Principles of Rabbinic Interpretation: Kal Va-Homer", su Jerusalem Perspective Online.
  21. Codificate da Rabbi Hillel, le sette leggi includono gezerah shavah (leggi simili, simili verdetti), kelal u-ferat e ferat u-kelal (generale e particolare, particolare e generale), e quattro altri metodi per cercare di comprendere mentre si esamina il contenuto ed il contesto di vari passi.
  22. Tosefta Pesachim 9:2.
  23. Sanhedrin 6:5.
  24. Luca 12:24.
  25. Mt 7:11.
  26. David Bivin, op. cit.