La prosa ultima di Thomas Bernhard/Ricezione critica 2

Indice del libro
Thomas Bernhard, 1987
Thomas Bernhard, 1987


Ricezione critica

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Per un testo che Charles Martin definisce "un'opera importante", la quantità di serio materiale critico secondario su Beton è sorprendentemente scarso.[1] Ciò è probabilmente dovuto al fatto che fu pubblicato poco dopo l'uscita di Ein Kind, la quinta e ultima parte della pentalogia autobiografica. Fu esaminato dalla stampa tedesca e austriaca solo pochi mesi dopo Ein Kind.[2] L'accoglienza critica delle autobiografie, e soprattutto di Ein Kind nel 1982, continuò la tendenza marcata nelle critiche di Bernhard sin dai primi anni ’60 di tracciare i presunti tratti negativi e nichilistici nelle sue narrazioni facendoli risalire alle sue opinioni e alla sua vita personale: per esempio, la dura educazione all'interno di una povera famiglia provinciale, l'assenza di un padre naturale durante la sua infanzia e gli effetti delle sue persistenti malattie polmonari. La maggior parte dei critici era stata generalmente riluttante a impegnarsi con le narrazioni autobiografiche di Bernhard dal punto di vista del linguaggio e dello stile; non si avvicinarono a Beton in modo diverso. La pubblicazione del semiautobiografico Wittgensteins Neffe nell'ottobre 1982, poche settimane dopo la comparsa di Beton alla fine di agosto, aggravò questa tendenza. Beton fu scomodamente inserito tra due opere che avevano permesso alla critica curiosa di approfondire la vita personale di uno scrittore altrimenti scrupolosamente privato, un uomo che aveva reso sui suoi affari quotidiani ben poco pubblici.[3] In un certo senso, l'approccio biografico e non letterario alle opere di Bernhard è spiegabile dal fatto che tutti e tre questi testi, specialmente Beton, sono difficili da leggere. Inoltre, è difficile per il recensore, che di solito ha solo poche centinaia di parole a disposizione nella colonna, spiegare o descrivere lo scopo letterario delle intricate frasi di Bernhard con le loro sfide estremamente personali, spesso contraddittorie e sempre ripetitive per il lettore. La tentazione lì è di mettere in relazione l'apparente oscurità prolissa delle opere con circostanze personali imbarazzanti (specialmente nei casi di Ein Kind e Wittgensteins Neffe che sono palesemente autobiografici nei contenuti) e, inoltre, di collocare la prosa in relazione ad esempi precedenti all'interno della œuvre bernhardiana. La maggior parte dei recensori cede a questa tentazione a scapito di un'analisi o, almeno, di dare un'indicazione della ricca complessità della narrazione.

Recensioni

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La maggior parte delle recensioni di Beton che apparvero sulla stampa tedesca o austriaca nel 1982 erano negative o desiderose di confermare l'odio di Bernhard verso la maggior parte delle cose austriache o umane. Pochi si chiesero perché uno scrittore così acclamato, Bernhard, che nel 1982 aveva vinto una serie di importanti riconoscimenti, avesse cercato di ripetere gli stessi pensieri più e più volte in forma di prosa creativa nei suoi scritti.[4] Bernhard non nascose mai il suo disprezzo per il giornalismo e i giornalisti, in particolare la scrittura "Feuilletonisten" su riviste e giornali austriaci e tedeschi; questi stessi critici, riluttanti a impegnarsi con la narrazione stessa, ora si volevano vendicare. In Austria, i commentatori desideravano unire le voci di autore e narratore, con verdetti uniformi su Beton del tipo "Eingemauert in Angst und Ablehnung", "Lebensekel für die Schöngeister" e "Verstörung in Peiskam".[5] Il fatto che quest'ultima recensione assuma il titolo di una precedente storia di Bernhard (Verstörung , appunto) non è una coincidenza; molti recensori erano ansiosi di considerare Beton come una reiterazione della prima prosa di Bernhard, un altro esempio della aspra negatività ("Murren hinter der Maske") e della stanchezza di mondanità ("Nichts als Weltschmerz") presumibilmente caratteristica di tutta la prosa di Bernhard prima del 1975 quando era apparso Die Ursache, la prima parte del ciclo autobiografico.[6]

In Germania, la storia non era molto diversa: i recensori cercavano di valutare il libro da un punto di vista biografico o di trasmetterlo come un'altra diatriba nichilista e irosa contro tutto e tutti. Un tipico esempio di questo approccio fu la recensione in anteprima del libro su Der Spiegel di Hellmuth Karasek; Karasek presentò in anteprima Beton insieme alla recensione di uno dei drammi di Bernhard pubblicato l'anno precedente, Über allen Gipfeln ist Ruh (1981).[7] Poco spazio viene dato a Beton nell'articolo di Karasek, e ciò che viene detto è sgradevole e non mette in evidenza o discute la complessità narrativa; Karasek insiste sul fatto che in Beton Bernhard non fa altro che servire più o meno la stessa minestra, creando un altro alter ego prevedibilmente infelice: "[...] Rudolf ist so unverkennbar ein aufs Papier gebrachter Doppelgänger des Einödschreibers Bernhard, daß man selbst die Paradoxie der schreiberischen Impotenz kopfnickend zur Kenntnis nimmt: wer bei Bernhard viel redet, sagt nichts."[8] Questa prospettiva sul testo, in cui una distinzione tra Rudolf e il suo creatore è, nella migliore delle ipotesi, sfumata, considera il narratore in Beton come un'estensione delle opinioni di Bernhard e il lavoro creativo come un manifesto obliquo di opinioni personali su argomenti preferiti. Chiaramente, il tentativo di Bernhard di rallentare la velocità di lettura non funziona per Karasek, che riduce la narrativa plausibilmente intricata e ricca di Rudolf a una filippica lunga e lugubre. Karasek mette da parte i dettagli più fini di un testo sottile ed esigente, preferendo invece concentrarsi su fattori extra-letterari; in effetti, ignora le preoccupazioni narrative a tal punto da interpretare erroneamente anche la trama: "Rudolf ist fast nur noch auf dem Friedhof zu finden, wo er die betonierten Gräber des Selbstmörders und seiner Frau, die ihn in den Tod gefolgt ist, aufsucht."[9] Rudolf visita la tomba di Anna e Hanspeter Härdtl solo una volta durante il suo ultimo soggiorno a Palma, e la precedente affermazione di Karasek che Rudolf si imbatte in Anna durante questa visita è inaccurata poiché non la vede mai durante la sua permanenza a Maiorca (infatti, era già morta suicida).[10] Gli eventi raccontati da Rudolf nel suo diario risalgono a un periodo da diciotto mesi a due anni prima, quando conobbe Anna per la prima volta. L'evitamento dell'analisi testuale non si ferma qui: Karasek è particolarmente curioso riguardo alle attività commerciali di Bernhard. I suoi commenti vengono esposti con un sarcasmo tagliente che rivela un'animosità personale: "Bernhard hält also zwei Verlagshäuser in Trab, die mit dem rastlosen Ausstoß seiner Prosa beschäftigt sind. Und auf dem Theater ist es nicht anders. [...] Doch keine Angst, die nächsten Dramen kommen bestimmt."[11]

Peter Buchka sul Süddeutsche Zeitung conclude che quando è troppo è troppo; la sua recensione fa eco alle opinioni di molti critici che erano infastiditi da ciò che percepivano come la mancanza di varietà nella produzione di prosa bernhardiana. La ripetizione e le diatribe di Bernhard non possono più essere prese sul serio, secondo Buchka, ed è abbastanza onesto da ammettere che non è disposto ad analizzare il testo in alcun modo significativo: "Ich las zwei Seiten, lachte über die Unverfrorenheit, mit der Bernhard seiner irrsinnigen Virtuosität noch einen weiteren Kick gegeben hatte — und legte das Buch beiseite."[12] Buchka, come Karasek, sente che il tempo non ha cambiato la scrittura di Bernhard; paragona la lettura di Beton all'incontro con un amico intimo che non si vede da molto tempo ma che tuttavia mostra ancora "die früheren Marotten und Verschrobenheiten".[13] Anche Wolfram Schütte sul Frankfurter Rundschau vede Rudolf come tipico dei protagonisti di Bernhard: un uomo in crisi, uno che sta invecchiando e si avvicina sensibilmente alla morte. Schütte conclude che le voci del diario dello studioso manqué bernhardiano sono in definitiva i lamenti della contrizione, "Klagelieder um ein verlorenes Leben".[14]

Mentre Karasek e Buchka non si occupano degli aspetti letterari della narrazione, Günter Blöcker adotta un approccio più centrato sul testo; fornisce una delle recensioni più comprensive, sensibili e percettive di Beton sulla stampa in lingua tedesca. Blöcker si impegna direttamente con il modo in cui è scritta la storia di Rudolf; rileva uno sviluppo, o almeno un cambiamento marcato, dai romanzi pre-autobiografici. Sostiene in modo costruttivo e convincente che la pentalogia fosse un modo per Bernhard di ordinare pensieri sulla sua vita ma, altrettanto significativamente, annuncia un importante cambiamento stilistico nella sua prosa: "Von Band zu Band [der Autobiographie] wich der obsessive Monologcharakter seiner Prosa einer immer stärker objektivierenderen Darstellungsweise und damit einer entspannteren Erzählhaltung."[15] A differenza di Karasek e Buchka, egli non considera Beton come un tipico testo in prosa di Bernhard, ma vede segni di "einer typischen Bernhard-Situation"; la distinzione è importante.[16] La differenza rispetto alle opere precedenti, secondo Blöcker, sta nella leggibilità del libro; è "geradliniger und durchsichtiger" dei romanzi fino a Korrektur nel 1975.[17] La chiara conseguenza è che le circostanze esterne con cui deve confrontarsi l'ultimo protagonista di Bernhard non sono cambiate; il cambiamento sta nel suo atteggiamento e nel modo in cui il suo creatore lo tratta. In linea, tuttavia, con la prevalente prospettiva biografica sul tema della prosa di Bernhard nella stampa in lingua tedesca, Blöcker è talvolta tentato di fondere insieme protagonista e autore; Blöcker conclude quanto Bernhard sia diventato più felice dal 1975, contrastando Rudolf con Konrad (di Das Kalkwerk).[18] Nel suo entusiasmo a differenziare Beton dalla prosa precedente, Blöcker descrive Beton, forse in maniera un po' troppo semplicista, come un "Synthese der vom Verfasser seither entwickelten Stilfiguren" e Rudolf come un uomo che è "durch Ekel dem Leben verbunden".[19] Rudolf certamente evidenzia un protagonista bernhardiano manifestamente più pieno di speranza. Tuttavia, la narrativa contraddittoria e auto-correttiva di Bernhard si sforza di far sudare il lettore ad ottenere intuizioni mediante la propria sensibilità al linguaggio e alle tecniche e ai ritmi narrativi; è comunque difficile, nel caso della narrativa elusiva di Beton, giustificare un'interpretazione che punti alle intenzioni autoritarie programmatiche di Blöcker.

Mentre in Italia, la traduzione di Beton non verrà pubblicata se non agli inizi degli anni ’90 (e alcune reazioni si possono intravedere nella precedente Introduzione 2), in Inghilterra e in America l'opera venne pubblicata due anni dopo l'edizione tedesca. I recensori di giornali e riviste letterarie faticarono a venire a patti con le lunghe frasi e le descrizioni intricate di Bernhard. David McLintock, traduttore inglese di Bernhard, lo ascrive alla "mal riposta fedeltà" dei traduttori che riprodussero in inglese la prosa bernhardiana apparentemente impenetrabile.[20] Conclude che un lettore inglese e americano, abituato a frasi più brevi e a un senso più convenzionale dell'uso dei tempi verbali nonché alla linearità della trama, è comprensibilmente contrariato dalle elaborate costruzioni fraseologiche di Bernhard. Questa incompatibilità può essere vista come la ragione principale per cui McLintock può dire addirittura nel 1997: "[Concrete] erhielt in England nur eine einzige gute Besprechung."[21] Si riferisce qui alla recensione estremamente breve di Philip Brady nel TLS della traduzione inglese di McLintock. Come molti dei revisori tedeschi, Brady non considera Rudolf come una figura la cui narrazione si rivela da sola: "Il risultato [della narrazione] non è un autoritratto — l'identità di Rudolf non è tanto rivelata quanto obliterata dalla sua ossessione [il libro mai scritto su Mendelssohn]."[22] Brady segue qui i critici tedeschi e austriaci nell'attribuire alla narrazione in Beton delle intuizioni generali sui protagonisti bernhardiani piuttosto che informazioni individuali e specifiche su Rudolf e sulle sue motivazioni; Brady esclude la possibilità che quando Rudolf "fulmina, divaga, si ripete, si contraddice", faccia e qualifichi dichiarazioni su se stesso.[23] Nella sua recensione di Beton, McLintock, come Blöcker, ritiene che ci sia più sostanza in Rudolf di quanto non sembri: "[...] queste [descrizioni in Beton] non sono semplicemente i deliri di un pazzo".[24] Tuttavia, le conclusioni di McLintock indicano che un messaggio emerge dal libro; la sua discussione qui non si concentra sul processo di narrazione o autoesame: "Beton è un'accusa eloquente e disperata della nostra società e della natura umana che l'ha creata".[25] John Simon sul New York Times Book Review, nella sua recensione della fedele traduzione dell'opera da parte di McLintock, favorisce un'interpretazione comune di Rudolf, che lo reputa non solo un nichilista determinato ma anche come qualcuno che rifiuta risolutamente la vita: "Rudolf è uno dei morti viventi? I personaggi di Bernhard sono attratti dalla morte, o si arrovellano ossessivamente verso di essa o ci si trascinano impotenti."[26] Mentre quest'ultimo commento potrebbe applicarsi ad alcuni dei protagonisti dei primi lavori, come i fratelli in Amras, diventa obsoleto a partire dal 1984 e certamente non adatto a Rudolf che combatte per la vita a Maiorca. Simon, come alcuni critici tedeschi sbrigativi, collega le critiche estreme e acute all'umanità e alla società con desiderio di morte, misantropia universale e disprezzo per la vita. Tuttavia, la prosa di Bernhard è più ricca e il suo ottimismo è più marcato se si differenzia tra le aspre critiche e l'impulso dietro di esse. Questa distinzione è cruciale perché consente al lavoro di Bernhard di essere visto come un equilibrio di tensione narrativa tra l'idealismo contrastato e la vera miseria sullo sfondo di una caparbia speranza presente nella narrazione, piuttosto che come una successione di cupe annotazioni di morte e obliterazione.

Articoli e libri

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Data la sua portata e grandezza, Beton è probabilmente l'opera di prosa più trascurata tra le maggiori di Bernhard. Curiosamente, gli scrittori accademici se ne sono allontanati. Non ci sono libri e pochi sono gli articoli accademici in gran parte o interamente dedicati a Beton e alla sua narrativa. I maggiori studi critici sulla prosa di Bernhard e la sua œuvre vi dedicano poca attenzione critica. Nel suo sondaggio del 1991 sulla produzione letteraria di Bernhard, Stephen Dowden non fornisce discussioni separate sul libro.[27] Mittermayer, nel suo sondaggio completo del 1995, dedica a Beton solo un paio di pagine, ei suoi commenti si concentrano principalmente sui legami tra Rudolf e le circostanze di Anna nonché i loro parallelismi nella vita reale.[28] Non intraprende uno studio critico di nessun aspetto della narrazione. Allo stesso modo, Olivier Jahraus, nel suo studio del 1992 sulle opere in prosa, non fornisce alcun resoconto duraturo del libro, alludendogli solo in relazione ad altre opere o allo sviluppo complessivo di Bernhard.[29] Nessuno dei saggi dell'importante raccolta di articoli di Wendelin Schmidt-Dengler pubblicata nel 1991 affronta questo testo.[30] Nel libro di Charles Martin, con il suo impressionante compendio di risposte critiche alle opere di Bernhard, si riserva un certo spazio a Beton, ma l'interesse di Martin è principalmente per "problemi sociali o esistenziali".[31] Martin inizia dichiarando, "[...] Bernhard alla fine abbandona la sua posizione nichilista [in Beton]",[32] ma non esplora questo aspetto della narrazione, preferendo invece concludere che il contatto umano di Rudolf è "vestigiale".[33] Martin si concentra su ciò che percepisce come "umorismo grossolano che è presente in tutto il monologo di Rudolf [...]".[34] Per lui, Beton non è una fonte produttiva di introspezione, ciò che Mittermayer chiama "ein Buch der Selbstanalyse"[35] che consente al lettore di valutare la direzione della prosa di Bernhard dopo le autobiografie. Invece, secondo Martin, Rudolf è una figura patetica di divertimento, "un personaggio manifestamente poco attraente, a dir poco esilarante".[36] Nonostante l'opinione non rara che la scrittura delle autobiografie possa essere vista come "un nuovo punto di partenza per i personaggi del secondo periodo della narrativa romanzata" (Martin), e il fatto che Beton si trovi in ​​una congiuntura fondamentale nella produzione bernhardiana in quanto è stato il primo libro ad essere pubblicato dopo le autobiografie, i critici non lo hanno esaminato attentamente in questo contesto.[37] Nel documento di apertura che indaga e introduce il lavoro di Bernhard in un seminario in Norvegia nel 1986 (quattro anni dopo l'uscita di Beton), l'oratore fa riferimento a "eine durchgehende radikale Negativperspektive" come interamente caratteristica della scrittura di Bernhard a partire dalla pubblicazione di Frost nel 1963.[38] Lo stesso critico, Kurt Bartsch, continua aggiungendo: "Monomanisch umkreist Bernhard, sich endlos wiederholend, auch sprachlich das Immergleiche".[39] Ttuttavia rendendo la speranza, impulso positivo, il fulcro di un'indagine testuale su Beton, ne può emergere una diversa lettura del testo.

Speranza

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Speranza, felicità, una visione positiva della vita: sono parole usate con parsimonia nelle critiche all'opera bernhardiana. La breve indagine di cui sopra sul materiale critico tedescofono e anglofono su Beton attesta il fatto che molti critici hanno scelto di eludere il merito della narrazione per sé nelle loro analisi a favore di un concentrarsi sulla schiacciante negatività delle dichiarazioni di Rudolf sull'Austria, la natura umana e sé stesso. Vi sono, tuttavia, uno o due critici, inclusi i commentatori anglofoni molto lontani dalle immediate implicazioni sociali, politiche e culturali delle critica bernhardiana che hanno visto nel testo qualcosa di più di critiche provocatorie d'attualità; questi critici hanno scoperto che qualsiasi desiderio di morte si era modulato in una percezione del valore della vita, quasi come se le lunghe descrizioni della malattia in Der Atem e Die Kälte avessero ricordato a Bernhard il suo testardo desiderio di superare la fragilità fisica e ottenere qualcosa di più positivo o pieno di speranza nei suoi romanzi. La maggior parte dei critici tedeschi e austriaci non aveva rilevato ottimismo e speranza nel testo; anche segnali potenzialmente stimolanti non furono rilevati, come per esempio sulla sovraccoperta del libro in cui la narrazione è descritta come composta da "Sätzen, die warnen, bloßlegen und damit doch auch Hoffnung machen".[40]

Sebbene non siano apparsi resoconti dettagliati o analisi letterarie della narrativa, sia Blöcker nella succitata recension, sia Martin Chalmers nella sua eccellente breve introduzione all'edizione inglese del 1989 di Beton, indicano la via da seguire in questo senso.[41] Blöcker è il primo a suggerire un "positive Kraft in der Verneinung".[42] Segnala il richiamo atteso da tempo che non può essere attribuito nichilismo a un personaggio che è profondamente preoccupato per ciò che accade intorno a lui, la cui rabbia punta oltre se stesso, ai suoi affanni e alle sue speranze: 'Wem die Welt so viel bedeutet, daß er sie zum Gegenstand einer derart vehementen Kritik macht, no no nicht ganz für sie verloren."[43] Nel discutere gli ultimi desideri intransigenti di Bernhard nel suo testamento, Chalmers descrive il tentativo di distanziarsi ad ogni costo dall'Austria come una "espressione di amore ferito".[44] In un'inversione dell'opinione espressa da molti critici (come John Simon), egli afferma che "Bernhard ha scritto contro la morte".[45] La sua introduzione a Beton conclude che gran parte del lavoro di Bernhard deriva il suo potere narrativo da "una sottesa intimazione di perdita, uno spreco, del potenziale di umanità".[46] È nel esaminare questo testo attraverso l'obiettivo di una delusione autoriale-narrativa, di idealismo contrastato e di opportunità sprecata, che si possono scoprire alcune intuizioni testuali rivelatrici, intuizioni che sono oscurate se la narrazione è percepita solo come espressione di rabbia, frustrazione e noiosa ripetizione.

  1. Martin, p. 103.
  2. Per una lista esaustiva delle recensioni, si veda: Dittmar, Thomas Bernhard Werkgeschichte, pp. 440-3.
  3. Si veda, per esempio: Maleta, pp. 9-10.
  4. La sua lista di premi fino al 1982 è degna di nota: "Julius Campe-Preis" (1964); "Literaturpreis der freien Hansestadt Bremen" (1965); "Literarische Ehrengabe des Kulturkreises im Bundesverband der deutschen Industrie" (1967); "Österreichischer Staatspreis" (1968); "Anton Wildgans-Preis" (1968); "Büchner-Preis" (1970); "Franz Theodor Csokor-Preis" (1972); "Adolf Grimme-Preis" (1972); "Grillparzer-Preis" (1972); "Hannoverscher Dramatiker-Preis" (1974); "Prix Séguier" (1974); "Literaturpreis der Österreichischen Bundeswirtschaftskammer" (1976); "Premio Prato" (1982).
  5. Elisabeth Effenberger, "Eingemauert in Angst und Ablehnung", Salzburger Nachrichten, 2 ottobre 1982; Gisela Elsner, 'Lebensekel für die Schöngeister', konkret, 10 (1982), 116; Hans Jansen, 'Verstörung in Peiskam', in Westdeutsche Allgemeine Zeitung, 20 dicembre 1982.
  6. Reinhold Tauber, "Murren hinter der Maske", Oberösterreischische Nachrichten, 12 novembre 1982, e: Harry Lachner, "Nichts als Weltschmerz", Stuttgarter Nachrichten, 6 ottobre 1982.
  7. Hellmuth Karasek, "Vom Unglück des Ruhms und Glück des Unheils", Der Spiegel, 5 luglio 1982, pp.134-6.
  8. Ibid., p. 134. Sebbene le parole di Karasek sul dramma teatrale possano giustamente essere considerate una recensione, il resoconto di Beton è un'anteprima poiché fu pubblicata alla fine di agosto. L'articolo di Karasek apparve in giugno.
  9. Ibid., p. 136.
  10. Ibid.
  11. Ibid., p. 134.
  12. Peter Buchka, "Nörgelei als Widerstand", Süddeutsche Zeitung, 6 ottobre 1982.
  13. Ibid.
  14. Wolfram Schütte, '"Ich frage mich, und ich antworte mir"', Frankfurter Rundschau, 6 ottobre 1982.
  15. Günter Blöcker, "Ein paar Totenköpfe", FAZ, 25 settembre 1982.
  16. Ibid.
  17. Ibid.
  18. Ibid: Das Kalkwerk è apparso nel 1970, e non è chiaro qui esattamente a cosa si riferisca la data del 1975. Blöcker forse pensava alla pubblicazione del primo volume della pentalogia autobiografica, Die Ursache, che fu nel 1975 – o potrebbe essere un errore tipografico.
  19. Blöcker, "Ein paar Totenköpfe".
  20. McLintock, "The Voice of the Salzburg Fool", p. 7. Si ricordi inoltre la frase di Umberto Eco: "Traduttori traditori".
  21. David McLintock, "Thomas Bernhard und der englischsprachige Übersetzer', in Thomas Bernhard: Beiträge zur Fiktion der Postmoderne. Londoner Symposion, cur. Wendelin Schmidt-Dengler, Adrian Stevens e Fred Wagner (Frankfurt: Peter Lang, 1997), pp. 177-99 (p. 187).
  22. Philip Brady, "Elegant Overkill", TLS, 28 settembre 1984, p. 1085.
  23. Ibid.
  24. David McLintock, "Dog Days in Vienna", TLS, 4 marzo 1983, p. 223.
  25. Ibid. Esiste una discussione più completa fatta da questo critico riguardo allo stile e alla voce individuale di Bernhard in: McLintock, "The Voice of the Salzburg Fool", pp. 7-8.
  26. John Simon, "The Sun Never Rises on Rudolf", New York Times Book Review, 1 luglio 1984, p. 9.
  27. Dowden lo cita solo due volte in tutto il libro: Dowden, pp. 61 e 62.
  28. Mittermayer, Thomas Bernhard, pp. 105-7.
  29. Olivier Jahraus, Das "monomanische" Werk: eine strukturale Werkanalyse des Œuvres van Thomas Bernhard, Münchener Studien zur literarischen Kultur in Deutschland, 16 (Frankfurt: Peter Lang, 1992).
  30. Schmidt-Dengler, Übertreibungskünstler.
  31. Martin, pp. 155-64.
  32. Ibid., p. 155.
  33. Ibid., p. 164.
  34. Ibid., p. 155.
  35. Mittermayer, Thomas Bernhard, p. 107.
  36. Martin, p. 159.
  37. Ibid., p. 108.
  38. Kurt Bartsch, "Das Fürchterliche ist ja auch immer lächerlich: einführende Anmerkungen zum Werk Thomas Bernhards", Text und Kontext, 14 (1986), 185-97 (p. 185).
  39. Ibid.
  40. [Anonimo]: Bernhard, Beton, retro di copertina.
  41. Chalmers, p. v.
  42. Blöcker, "Ein paar Totenköpfe".
  43. Ibid.
  44. Chalmers, p. i.
  45. Ibid., p. iv.
  46. Ibid., p. v.