Dietro il coding/Chi può insegnare il coding?

Indice del libro

Questo è un tema delicato. Si va a toccare non solo la preparazione dei docenti, ma in generale il rapporto col digitale, gli aspetti sociali, la reputazione, la divisione tra umanistico e scientifico.

Sul sito di “Programma il futuro” si dice che gli strumenti adottati sono

“[…] progettati e realizzati in modo da renderli utilizzabili in classe da parte di insegnanti di qualunque materia. Non è necessaria alcuna particolare abilità tecnica né alcuna preparazione scientifica”.

Non si parla degli studenti, ma dei docenti.

Strumenti scelti perché sono facili da insegnare, non da imparare. Cioè: invece di formare i docenti, si sceglie un ambiente che non necessità di nessuna attività previa, in modo che tutti i docenti possano utilizzarlo. Come si arriva a proporre un metodo e un set di strumenti in funzione non della specificità e dell’adeguatezza a uno scopo ma in funzione del numero di operatori che sono in grado di gestirli? Certo così si fa prima e si spende di meno.

Ma questo è anche un passo all'interno di un processo di "democratizzazione" dell'informatica molto più generale.

In breve, mentre gli insegnanti di matematica sono per qualche motivo i naturali alfieri di ogni introduzione dell'informatica a scuola, gli insegnanti di materie umanistiche si sono sempre sentiti esclusi dal mondo digitale. Perché era troppo complesso per loro. Creare un programma con un linguaggio come C o Java, o anche con il meno blasonato Javascript, o persino creare a mano una pagina HTML+CSS, è un’attività che richiede troppe competenze.

Alcuni ne hanno sofferto, altri se ne sono fatti una ragione. Molti hanno alzato come una bandiera la loro impermeabilità al digitale (“ah io di queste cose… poi insegno Inglese”). Poi sono arrivati i CMS, e chiunque oggi può creare un sito web – magari con WordPress – senza avere la più pallida idea di cosa sta facendo. E l’onnipresente MS PowerPoint, con la possibilità di creare degli slideshow per mostrarli in classe, complice la LIM. Poi è arrivato Code.org.

Il coding (inteso come attività all’interno di un ambiente visuale come Scratch) è qualcosa che può fare, e insegnare, chiunque. I concetti informatici da comprendere sono pochi: le variabili, le istruzioni condizionate, i cicli.

E’ la grande rivincita del docente non informatico.

Ora io vorrei guardare un po’ in avanti.

Cosa succede dopo che si è costruita la storia del lupo e dell’agnello con i bambini? Ci si ferma qui?

O questo è solo il primo passo – come sembrerebbe a giudicare dagli obiettivi del progetto – di un percorso che dalla programmazione visuale porta a guardare il codice sorgente, e poi a scriverlo, e poi alla conoscenza di altri linguaggi ed ambienti diversi?

Se è l'inizio di un percorso, allora “non avere abilità tecniche e preparazione scientifica” ma essere capaci di fare da tutor non basta. Occorre, ad esempio, sapere che significa codice sorgente, conoscere la differenza tra compilare e interpretare, saper assegnare una licenza o dare un permesso d’autore... Affidereste l'insegnamento della letteratura italiana ad un docente che ha solo vaghe conoscenze in questo campo? No? Allora anche i docenti di coding devono essere adeguatamente formati.

Sempre che ne abbiano voglia.

Prima che partano delle obiezioni facili: non sto dicendo che basta essere informatici per insegnare il coding ai bambini, o che solo gli informatici possono farlo.

Sto dicendo che oltre a tutte le altre competenze, che do per scontate (pedagogiche, organizzative, psicologiche, valutative) servono anche quelle informatiche, e queste come quelle non si improvvisano, vanno imparate.

E’ faticoso? Senza dubbio. E’ più facile far finta di niente? Altrettanto.

Ma dovendo imparare un linguaggio, quale?