Yeshua e i Goyim/Capitolo 9

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Sommario e conclusioniModifica

Lo scopo di questo studio è stato quello di contribuire alla nostra comprensione degli atteggiamenti di Gesù nei confronti dei goyim (gentili). Abbiamo chiarito il contesto storico, geografico, ideologico e religioso della missione di Gesù. poiché abbiamo indagato sugli atteggiamenti di Gesù nei confronti degli stranieri etnici, il contesto di Gesù è stato particolarmente cruciale e importante. In questo wikilibro ho preso in seria considerazione il contesto della Galilea, come rivelato da fonti archeologiche e testuali.

Nel Capitolo 2 abbiamo notato che, secondo gli scritti del periodo del Secondo Tempio, è evidente che il compimento escatologico, la restaurazione escatologica di Israele, influirà sempre in qualche modo sui gentili e sul mondo. La possibile salvezza o dannazione dei gentili e delle nazioni apparterrebbe all'era escatologica. La restaurazione di Israele non sarebbe solo nazionalistica e particolaristica, ma avrebbe anche conseguenze universali. Gesù può essere associato alla credenza dell'escatologia realizzata (Capitolo 4.4), e quindi è interessante che, nonostante questa credenza, Gesù non abbia promosso la salvezza dei gentili in modo più coinvolgente. Gesù certamente svolse la sua missione esclusivamente tra/per gli ebrei. Solo occasionalmente aiutò singoli gentili che cercavano il suo aiuto. Tuttavia, Gesù di tanto in tanto si rivolgeva implicitamente alle aspirazioni universali (Mt 8:11-12; Mc 4:31-32).

Nel Capitolo 3 ci siamo concentrati sulle questioni d quanto fosse ebrea la Galilea e se ci fossero dei gentili residenti nei quartieri, nelle città e nei villaggi in cui Gesù guidò la sua missione. Sia le nostre fonti scritte che quelle archeologiche suggeriscono che la Galilea fosse popolata da ebrei e che solo una piccola minoranza di gentili vi risiedesse permanentemente. Il contesto della Galilea, quindi, potrebbe almeno in parte spiegare perché Gesù incontrava e aiutava raramente i gentili. In particolare, due dei tre contatti di Gesù con un gentile avvennero fuori della Galilea e della Giudea, nel distretto di Tiro (Mc 7:24-30) e nel paese dei Geraseni (Mc 5:1-20). Questa prospettiva dei sinottici si adatta all'impressione riflessa dagli scavi archeologici e nelle fonti scritte: la Galilea era ebrea sebbene fosse circondata da zone dove la popolazione era fortemente gentile. La tradizione di Gesù indica che egli intenzionalmente limitò la sua missione corrente e quella dei suoi discepoli agli ebrei (Marco 7:27; Matteo 10:5-6; 15:24). Per Gesù la missione verso gli ebrei non era solo una fase preliminare e obbligatoria che avrebbe portato, in definitiva, all'universalismo. Per Gesù la missione verso gli ebrei, la restaurazione delle dodici tribù e la ricerca della pecora smarrita era centrale in sé. Gesù cercava e chiamava gli ebrei in generale e questi includevano anche peccatori e pubblicani. Persino quando Gesù ebbe comunione e commensalità con i peccatori, non si rivolse ai gentili.

Nel Capitolo 4 abbiamo concluso che, nonostante il fatto che Gesù limitasse la sua missione agli ebrei, occasionalmente guariva i gentili che chiedevano il suo aiuto. Queste guarigioni erano rare ed è fondamentale notare che Gesù stesso non prese l'iniziativa di guarire i gentili. Le storie di guarigione non riflettono l'apertura di Gesù verso i gentili; al contrario, indicano che Gesù pensava di non essere mandato per i gentili ma per gli ebrei. Secondo me le storie della donna cananea, del centurione e dell'indemoniato geraseno derivano tutte da un nucleo storico.

Sostengo con Bird che la missione di Gesù va intesa nel contesto di un'escatologia parzialmente realizzata. Gesù considerava che il regno di Dio – l'era escatologica – fosse in qualche modo iniziato, ma allo stesso tempo sperava che il regno venisse in un prossimo futuro. Per la maggior parte, la salvezza escatologica dei gentili si profilava nel futuro escatologico, ma già attraverso la missione di Gesù alcuni singoli gentili entravano a far parte della realtà escatologica che era attualmente in uno stato di parziale realizzazione. Il racconto del banchetto regale (Mt 8:11-12; Lc 13:28-30) proietta il banchetto escatologico nel regno di Dio. In questo detto è del tutto plausibile, anche se solo implicito, un riferimento ai gentili che verrebbero dai quattro angoli della Terra. Nella parabola del grande banchetto (Mt 22:1-10; Lc 14:15-24; VTomm. 64) l'accento è posto sull'affermazione che il pasto è ormai pronto e servito: la salvezza escatologica è ormai una realtà. Un implicito riferimento gentile è possibile nella versione lucana della parabola, ed è inoltre possibile che tale riferimento appartenesse anche al nucleo della parabola originale raccontata da Gesù. Tuttavia il riferimento gentile è incerto e non enfatizzato in tutte le versioni della parabola.

È interessante notare che i detti e le parabole che sottolineano un raduno escatologico (Mt 8:11-12; Lc 14:15-24; Mc 4:31-32; 13:26-27) non menzionano esplicitamente i gentili. In questi detti e parabole, Gesù evidentemente non affrontò la questione di chi sarebbero stati gli accetti in modo diretto. Questi detti e parabole supportano l'affermazione che Gesù promuoveva principalmente una missione ebraica. Ammesso ciò, dobbiamo notare che l'esito di questa missione potrebbe, alla luce delle idee ebraiche sull'escatologia, portare in definitiva all'universalismo. Esiste quindi la plausibile possibilità che i detti e le parabole riguardanti il raduno escatologico si riferissero implicitamente ai gentili secondo le intenzioni di Gesù. Ritengo che almeno il detto del grande banchetto (Mt 8:11-12) e la parabola del granello di senape (Mc 4:31-32) siano da intendersi contenenti un implicito riferimento ai gentili.

Seguo l'affermazione principale di Jeremias secondo cui Gesù previde l'arrivo dei gentili alla festa del Regno alla fine dei giorni. Secondo il mio punto di vista Gesù, tuttavia, credeva che il compimento escatologico fosse già in parte realizzato e che la salvezza dei gentili avrebbe segnato il culmine escatologico. Gesù probabilmente credeva che questa salvezza escatologica dei gentili doveva naturalmente avvenire come conseguenza della salvezza di Israele. L'annuncio dell'arrivo del regno di Dio, il raduno dei Dodici discepoli e le guarigioni, trasmettevano un messaggio di restaurazione escatologica di Israele. Sostengo con Bird che i pochi singoli gentili che Gesù aiutò sono da intendersi come primi rappresentanti, primizie delle benedizioni escatologiche che ora vengono realizzate per Israele, ma poi, molto presto, anche per i gentili. Tale interpretazione dipende dalla nostra visione generale di Gesù. Questa visione diventa sostenibile se Gesù e la sua missione sono visti nel contesto di un'escatologia parzialmente realizzata e quando si prendono in considerazione le speranze della restaurazione escatologica di Israele. Jeremias affermò che Gesù non immaginava la missione ai gentili dei discepoli perché credeva che Dio avrebbe, in modo sovrano, radunato i gentili al banchetto escatologico universale. Questo punto di vista è contestato dal fatto che, secondo gli scritti dell'AT e del periodo del Secondo Tempio, Dio adempie spesso la sua missione escatologica agendo tramite agenti umani — Israele e i suoi servitori. Bird ha messo in evidenza questo aspetto: i primi cristiani interpretavano le sacre scritture con la convinzione che l'era escatologica era iniziata, e così Dio o Cristo risorto diffondevano il Vangelo attraverso gli ebrei-cristiani.

La commensalità aperta di Gesù costituiva un elemento centrale della sua missione. La stragrande maggioranza degli studiosi sostiene che Gesù non abbia cenato con i gentili sebbene sia registrato come abbia cenato con peccatori e pubblicani. Chiara è l'apertura di Gesù verso tutti i tipi di ebrei, ma degno di nota è il suo astenersi dal pranzare con i gentili. Ciò può essere spiegato come una ragione pratica: c'era solo una piccola minoranza di gentili residenti in Galilea. D'altra parte, è ragionevole anche una spiegazione intenzionale: Gesù non pranzò con i gentili perché il compimento escatologico non era ancora del tutto arrivato – la restaurazione di Israele, che era l'obiettivo principale di Gesù, doveva ancora essere compiuta. Per il momento la missione di Gesù era esclusivamente per gli ebrei. Nonostante ciò, Gesù prevedeva che nella consumazione escatologica, che era ancora nel futuro, i gentili avrebbero partecipato al regno di Dio (Mt 8:11-12). Gesù non diede ai discepoli alcuna indicazione con quali mezzi sarebbe avvenuta questa inclusione. I primi cristiani erano confusi sul fatto che i gentili credenti in Cristo dovessero o meno obbedire alla Torah ed essere circoncisi (Galati 2; Atti 15).

Nel Capitolo 8 abbiamo sostenuto che sia i rimproveri galilei (Luca 10:13-15/Matteo 11:20-24) che il doppio detto (Luca 11:29-32/Matteo 12:41-42) derivano da Q e riflettono le parole impellenti di Gesù. In questi detti è evidente che gli ebrei contemporanei, "questa generazione", Cafarnao, Corazin e Betsaida, sono denigrati quando vengono confrontati con i gentili. In questi resoconti provocatori e polemici, gli ebrei contemporanei impenitenti non vengono mai paragonati a quei gentili che avevano accettato il messaggio di Gesù e si erano pentiti. Questo rafforza ancora una volta l'affermazione che Gesù non praticò la sua missione tra i gentili, ma previde che alla fine dei giorni, al giudizio finale, alcuni gentili sarebbero finiti meglio dei suoi stessi contemporanei tra i quali aveva praticato la sua missione. Questi detti devono anche essere visti come parte della retorica iperbolica di Gesù che mirava a spingere i suoi contemporanei al pentimento. Paragoni impressionanti tra ebrei e gentili si trovano nell'Antico Testamento e negli scritti dell'ebraismo del Secondo Tempio, e spesso questi confronti fanno parte di discorsi escatologici e di cambiamenti storici cruciali (Isaia 1:9-10; Ezech. 3:5-7; 5:5-7; Ger. 23:14; Bell. 6:99-101). Probabilmente Gesù credeva che lui e i suoi contemporanei stessero vivendo nel momento di un cambiamento epocale, e quindi è plausibile che egli abbia usato una retorica scioccante per trasmettere il suo messaggio urgente riguardo al regno di Dio.

Il fatto sorprendente che già negli anni 40 i cristiani iniziassero la loro missione gentile richiede una spiegazione storica. Durante la sua missione, Gesù non comandò esplicitamente ai discepoli di annunciare il Vangelo ai gentili. Tuttavia, sembra che la missione ai gentili dei primi cristiani fosse radicata nelle loro convinzioni riguardo alla missione e alla persona di Gesù, che credevano essere il Cristo, il Messia. La convinzione dei primi cristiani e degli apostoli era che Gesù fosse risorto dai morti e fosse giunto il tempo escatologico. Alla luce delle aspirazioni ebraiche di compimento escatologico e della restaurazione di Israele, i discepoli ebrei di Gesù avrebbero ragionato che il Vangelo doveva essere predicato ai gentili perché era giunto il tempo escatologico. Nel contesto delle visioni escatologiche ebraiche, la salvezza dei gentili apparteneva all'era dell’eschaton. Gesù aveva convinto i suoi discepoli con le parole e con i fatti che l'era escatologica stava per iniziare, e che in realtà era già in parte realizzata, ma presto si sarebbe realizzata completamente. Praticando la missione ai gentili, la Chiesa primitiva affermava la sua fede in Gesù come Cristo e la convinzione che fosse arrivata una nuova era, l'era escatologica. Questo, a mio avviso, è il motivo più plausibile per spiegare come il Gesù ebreo, Yeshua, che guidava quasi esclusivamente la sua missione tra gli ebrei palestinesi, che visse tra gli ebrei galilei e che, per quanto ne sappiamo, non visitò aree lontane e città gentili come Cesarea Marittima, le poleis di Tiro e Sidone, o anche Scitopoli e Tiberiade, venne ad inaugurare un movimento che si sentiva obbligato a praticare la missione ai goyim fino ai confini del mondo.

  Per approfondire, vedi Serie cristologica e Serie delle interpretazioni.