Introduzione allo Zohar/Capitolo IX

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La Casa dell'Uomo: la dinamica delle sefirot può essere applicata a qualsiasi organismo, sistema o transazione. In questa stampa del XVII secolo, l'immagine di una casa e l'anatomia umana sono interpretati secondo i principi dell'Albero della Vita

Capitolo IXModifica

  Per approfondire, vedi L'aramaico dello Zohar.

Il genio unico che trova espressione nello Zohar ha tutto a che fare con il linguaggio. Il suo stile omiletico si basa sulla sensibilità midrashica alle sfumature del linguaggio biblico, e spesso cerca di andarne oltre. Sottostante ogni pagina sta un ricco "orecchio" per i collegamenti associativi e giochi di parole, una costante ricerca di "allusioni" nell'ambito del testo che permette un'apertura a livelli più profondi di interpretazione. A questa attenzione meticolosa al testo si unisce la prontezza dello Zohar ad applicarci il linguaggio simbolico delle sefirot che abbiamo discusso precedentemente. È l'iterazione tra questi due fattori – accresciuta sensibilità midrashica e la griglia "antico/nuovo" dei simboli sefirotici – che crea la poiesis unica e potente dello Zohar.

Un altro elelemento che gioca un ruolo chiave nell'impressione potente che lo Zohar fa su i suoi lettori lungo tutto il corso delle generazioni che lo seguirono è l'aramaico sonoro e apparentemente misterioso in cui è scritto.[1] Tutte le sezioni dello Zohar, eccetto metà circa del Midrash ha-Ne’lam, sono scritte in aramaico piuttosto che ebraico. Sebbene numerosi studiosi abbiano dedicato molto attenzione alle speciali caratteristiche grammaticali e sintattiche dell'aramaico zoharico, pochi hanno cercato di capire perché lo Zohar sia scritto in aramaico e quale significato possa avere questa sorprendente scelta di linguaggio per gli autori dell'opera.

L'aramaico era la lingua parlata degli ebrei, sia in Terra d'Israele che a Babilonia, dai tardi tempi biblici (secoli IV-III p.e.v.) fino a dopo la conquista islamica e il suo rimpiazzo dall'arabo (VII secolo e.v.). Il Talmud, sia nella versione babilonese che in quella palestinese, è composto principalmente in aramaico, come anche porzioni del Midrash e altri scritti rabbinici. Il Targum, esistente in diverse versioni, è l'antica versione ebraica della Bibbia tradotta in aramaico.[2]

Quando fu scritto lo Zohar, l'aramaico era una lingua letteraria riservata quasi esclusivamente ad un esiguo gruppo di ebrei sulle montagne del Kurdistan. La sua conoscenza altrove era puramente passiva, anche tra studiosi rabbinici; solo molto raramente un breve trattato o una poesia veniva ancora scritta in aramaico. La scelta di comporre lo Zohar in aramaico diede all'opera un collocamento arcaico, e ciò gli diede immediatamente un sapore misterioso.

In Spagna nel tredicesimo secolo, a differenza della Palestina nel secondo, l'aramaico era una lingua misteriosa e compresa solo vagamente. Presentare segreti in aramaico piuttosto che in ebraico (metodo che era stato tentato, in brevi testi, prima dello Zohar) li avvolgeva in un velo oscuro, costringendo ad un passo più lento di lettura coloro che si soffermavano sulle sue pagina. Permetteva inoltre una certa magniloquenza che sarebbe sembrata pretenziosa se fosse stato usato il veicolo più familiare dell'ebraico medievale. Immagini che sarebbero potute sembrare triviali in ebraico, specialmente se ripetute di sovente, mantenevano una certa misteriosa grandiosità quando velate dall'oscurità della veste aramaica.

L'aramaico dello Zohar rese il testo leggermente, ma non impossibilmente, più difficile per il lettore ebreo istruito del suo tempo. E probabilmente tale fu l'intento preciso: offrire al lettore un senso di trovarsi davanti ad un tipo di insegnamento più profondo, e quini meno penetrabile. Con maggiore impegno, gli avrebbe rivelato l'universo segreto che lo Zohar cercava di condividere e trasmettere alla sua comunità elitaria di lettori. Gli studenti dello Zohar capiscono presto che l'aramaico dello Zohar è in realtà un velo penetrabile. La vera difficoltà nel leggere il testo sta nel padroneggiare il linguaggio simbolico e la sottigliezza col quale viene usato.

Potrebbe anche essere che la composizione in aramaico dello Zohar non fu interamente una scelta consapevole. Forse fu qualcosa che "accadde", sia nella psiche dell'autore o nella comunità di mistici dove gli insegnamenti dello Zohar furono condivisi orlamente per la prima volta. Se ci fu una reale comunità di cabalisti nella Castiglia degli anni 1280, che si incontrava di notte nei cortili e giardini per studiare i segreti della Torah, in quale lingua condivisero tali segreti tra loro? Come avvenne la transizione dal discutere il testo ebraico della Torah in castigliano – loro unica lingua parlata – a riportarlo nuovamente in ebraico o aramaico, per poi trascriverlo sulla pagina scritta? Potrebbe forse essere che i ricchi suoni vocalici dell'aramaico – dove ongi nome finisce in una vocale – riflettessero meglio i suoni della loro propria parlata che non l'ebraico? Furono loro stessi "sedotti" dal suono misterioso dell'aramaico così da seguirlo nel reame fantasiosi rappresentato dallo Zohar?

Queste speculazioni possono essere applicate anche al testo scritto stesso, specialmente se ipotizziamo che Rabbi Moses de León sia l'autore di vaste porzioni dello Zohar. Circa venti trattati in ebraico scritti da De León sopravvivono, e molti di essi sono ora stati pubblicati. Paragonati allo Zohar, sono relativamente monotoni e privi di inspirazione. Sebbene il contenuto dottrinale sia in gran parte lo stesso, possiedono ben poco della Musa poetica e libertà di espressione che caratterizza così bene lo Zohar. Uno ha l'impressione che De León entrasse in un altro mondo quando scriveva lo Zohar, e la transizione dall'ebraico all'aramaico era uno dei modi in cui egli segnava tale portale. Lavorare in quest'altra lingua percepita più vagamente liberava la sua Musa, per così dire, dandogli la libertà di librarsi ad altezze dell'immaginario ed eccessi letterari che altrimenti non avrebbe osato tentare in ebraico. Possiamo quasi dire che l'uso dell'aramaico fosse una certa parte del "Nome Santo" con cui si disse che De León avesse scritto lo Zohar.

L'aramaico dello Zohar è veramente un composito unico di dialettica e caratteristiche prese da antiche fonti letterarie. I particolari dell'analisi di Scholem in merito al linguaggio dello Zohar può essere ritrovato nei suoi scritti e non li ripeterò qui. Un'interessante analisi di tale linguaggio viene presentata in Appendice dalla professoressa Anna Callow, L'aramaico dello Zohar.[3]

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Messianismo Chabad e la redenzione del mondo.
I Cinque Mondi
nella Cabala
 
  1. Sull'argomento specifico dell'aramaico zoharico, si veda anche l'articolo di Anna Callow in Appendice.
  2. L’aramaico è una lingua semitica che vanta circa 3000 anni di storia. In passato fu lingua di culto religioso e lingua amministrativa di imperi. È la lingua in cui furono in origine scritti il Talmud e parte del Libro di Daniele e del Libro di Esdra. Era la lingua parlata correntemente in Palestina (accanto al greco) ai tempi di Gesù. Attualmente, l'aramaico è utilizzato in Siria (villaggi di Ma'lula, Bh'ah, Hascha, Kamishlié), in Turchia (Tur-Abdin, Mardin : il nome stesso della città è aramaico e significa "Fortezza") e nel Nord dell'Iraq (Krakosh, Elkosh, Erbil – la capitale della regione curda – Ankawa). Si veda Medio Oriente: c'è anche il popolo degli Aramei, su informazionecorretta.com. URL consultato il 1º marzo 2021. L'aramaico appartiene alla famiglia linguistica delle lingue afro-asiatiche e alla sottofamiglia delle lingue semitiche (più precisamente, il gruppo nordoccidentale di cui fanno parte le lingue cananaiche, tra cui l'ebraico).
  3. Scheda biobibliografica dell'Università di Milano: "Callow Anna Linda", su unimi.it. URL consultato il 1º marzo 2021.