Armi avanzate della Seconda Guerra Mondiale/Francia 2

Indice del libro


Mezzi terrestri

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I corazzati francesi sono una realtà di tutto rispetto fin dal 1916. La Prima guerra mondiale vide gli Schneider e i St. Chamod, ma soprattutto i più piccoli FT-17, usati in azione in maniera non dissimile dai 'tank' inglesi. Il loro debutto fu in grande stile, tanto che vide in azione ben 127 carri. Ma, a dire il vero, i primi corazzati francesi non erano molto validi, con uno scafo più lungo dei cingoli che non aiutava certo a superare le trincee. Con l'FT rinunciarono alla potenza di fuoco per uno scafo sorprendentemente piccolo (erano dei carri paragonabili a delle 'utilitarie') di appena 7 t con torretta brandeggiabile a 360°. Erano i primi carri armati con tale dispositivo, ben più razionale delle casematte laterali inglesi. Del resto le autoblindo già usavano da anni una torretta totalmente rotante a giro d'orizzonte per la maggior parte delle loro armi di bordo. Il problema era che i carri armati avevano il motore al centro dello scafo (per ragioni di manutenzione, anche durante le azioni di combattimento), e questo ovviamente limitava la libertà di impiantare le armi nella maniera migliore.

 
Il SOMUA S.35 del museo di Aderbeen

Il salto nell'era moderna lo fecero quindi con l'FT-17, ma poi andarono anche oltre con il gigantesco Char 2C che aveva corazzatura sufficiente per resistere ai cannoni da 77 tedeschi e cannone in torretta da 75 mm. Pesava fino a 70 t e aveva dimensioni altrettanto impressionanti, da vera 'nave di terra', come gli inglesi inizialmente definivano i carri armati ('landships'). Alcuni carri vennero prodotti nell'immediato dopoguerra (erano, diciamo, il Fiat 2000 della situazione), e diversi erano ancora disponibili nel '40, tanto che vennero fatti saltare in aria dagli stessi francesi sul treno che li portava. I Tedeschi ne approfittarono per fare fotografie, come ad una battuta di caccia grossa, e i rottami di questi mastodonti d'acciaio (che pesavano circa 15 t più di un Tiger) andarono poi presumibilmente nelle fonderie a forgiare il metallo necessario alla macchina bellica tedesca.

Durante gli anni '30 apparve il Renault R.35, simile al vecchio FT-17 ma con varie innovazioni, tra cui un migliore motore e meccanica che peraltro lo limitavano ancora all'insufficiente velocità di 20 kmh; la corazza arrivava a 40 mm e resisteva abbastanza bene al 37 mm tedesco (il mezzo originale aveva 30 mm e pesava 8 t, ma si decise di aumentare lo spessore massimo per fronteggiare meglio i Pak tedeschi); ben 1.600 vennero prodotti e dati essenzialmente ai battaglioni della fanteria; alcuni vennero anche esportati, per esempio in Polonia che disperatamente tentata di modernizzare il suo cospicuo esercito. Il veicolo non susciterà molto entusiasmo, ma i Tedeschi lo riutilizzarono per farne un semovente da 47 mm. Il problema era la torretta: per quanto ben progettata, con una cupola d'osservazione, era monoposto e questo significava che, sebbene il carro poteva mantenersi 'basso' come peso e dimensioni, il capocarro doveva fare troppe cose per un uomo solo. Altri problemi erano la mancanza di un portello superiore, la cupola infatti non era apribile e si ricorreva ad un flap posteriore, un portello corazzato che una volta aperto diventava un sedile. Se non altro proteggeva il capocarro, ma non era molto pratico per vedere tutt'attorno. Il cannone poi era ancora quello del 1918, appena migliorato, da 37/21 mm. Abbastanza efficace come arma d'appoggio, aveva velocità iniziale troppo bassa per perforare corazze di un certo livello, anche se differentemente dall' FT-17 era disponibile una valida granata perforante e c'era una mitragliatrice coassiale come standard (e non in alternativa al cannone). Pur migliorato in tutte le componenti, non ebbe quindi successo nel contrastare i Tedeschi e venne eliminato un po' per volta. Una sua versione avanzata aveva il cannone da 37/33 mm, sensibilmente migliore, dal 1937, il che significò passare dalla torretta L.713 alla L.739. La L.767 aveva un cannone da 47 mm, ma solo pochi carri l'ebbero. In ogni caso il capocarro vi sedeva poco confortevolmente su di una cinghia, a mò di altalena. Pochi i carri che, dal febbraio 1940, ebbero la radio. L'AMX studierà poi un carro con cingoli simili a quelli dello Char B e chiamato R-40, spesso con cannone da 37/33, che equipaggerà due battaglioni. Nel maggio del '40 c'erano 945 R-35 in Francia e altri 243 erano in Africa. Il Regio esercito in seguito ne ebbe 109 e li usò in Sicilia contro gli Alleati.

Non mancarono carri di tipo diverso, come i Char D con cannone da 47 mm corto. Ma, anche in questi tipi migliorati, i mezzi pensati per la fanteria erano troppo lenti e poco mobili.

Un altro carro simile, ma molto più rapido dell'R.35, era l'Hochkiss H.35, sempre apparso attorno alla metà degli anni '30 e dato alla cavalleria. In effetti perse contro il carro Renault, forse perché era meno protetto e per il costo maggiore, ma come mezzo da combattimento era superiore. Con la stessa torretta, aveva una corazza limitata a 34 mm ma anche una velocità di oltre 30 kmh grazie ad una meccanica migliore e a un motore da 70 hp. Ne vennero prodotti 400, poi si passò all'H-39 con motore da 120 hp e 36 kmh; il cannone era da 37/33 mm. Ebbe impiego soprattutto con le tre D.L.M, le divisioni di cavalleria. Quando i Francesi vennero attaccati dai Tedeschi successe una cosa che spesso è mal riportata o non considerata affatto. Infatti, la vulgata comune vuole che la Francia perse perché troppo 'difensiva' dietro la sua Linea Maginot, serie di fortificazioni formidabili che consentivano di combattere in maniera 'comoda' ai suoi soldati; ma era anche una costosissima barriera statica, che di fatto rendeva privo di iniziativa l'esercito francese, e dava una falsa sicurezza di resistere alla guerra moderna e alla sua mobilità. Ma i Francesi non persero solo denaro spendendolo in questa linea, si dotarono anche di un gran numero di carri armati e di mezzi motorizzati. E il problema fu proprio questo. I Francesi non si limitarono ad aspettare i Tedeschi dietro la Maginot; il loro piano, al contrario, era fortemente aggressivo e prevedeva di scattare verso il Belgio se i Tedeschi avessero attaccato. Per farlo avevano soprattutto le 3 D.L.M, ovvero le divisioni di cavalleria meccanizzata, ciascuna con 80 H-35 (gli H-39 erano in parte destinati alle DCR, le divisioni corazzate), e 80 S-35. Queste divisioni erano altamente mobili e ben equipaggiate, la cosa più vicina alla Panzerdivision che i Francesi avessero. Ma la mobilità è controproducente se la si usa in maniera sconsiderata: le 'porte girevoli' delle Ardenne giocarono un brutto tiro. I Tedeschi riuscirono a far passare le loro colonne attraverso questa catena di impervie montagne (che cercheranno di passare anche nel Natale del '44), e tagliarono fuori gran parte delle forze mobili dell'Esercito francese. In tre giorni di combattimenti una delle DLM perse 70 H-35 ma solo 30 SOMUA, che in effetti dominavano il campo di battaglia[1]. Ma alla fine i Francesi furono sconfitti e persero i protagonisti delle loro forze mobili. Ancora una volta i Tedeschi passarono per il Belgio per colpire la Francia, come era successo anche nella I G.M.

I Francesi si ritrovarono in crisi, poiché le loro DCR erano largamente incomplete e scarsamente preparate, e i reparti di supporto fanteria avevano gli R.35, troppo lenti e poco armati. Naturalmente questo dipendeva anche dal tipo di nemico. In Africa eventualmente avrebbero dovuto fronteggiare 330 carri italiani L3, armati solo di mitragliatrici, che avevano una velocità doppia ma pesavano un terzo, tanto da essere protetti da appena 13 mm d'acciaio. Gli M11/39 sarebbero stati avversari più credibili, ma non di molto. Ma i Tedeschi avevano carri più moderni e soprattutto meglio impiegati.

Quanto ai SOMUA S.35, si trattava di un carro del '35 che introdusse una serie di novità e per la sua moderna concezione venne adottato volentieri dalla Cavalleria (ma sempre considerato come 'automitrailleuse'). Era mobile (40 kmh), con un potente motore a benzina ma anche serbatoi sufficienti per oltre 220 km di autonomia; la corazza arrivava, nella parte anteriore dello scafo, a 36 mm, e 55 in torretta; il cannone SA.35 era capace di perforare le corazze dei carri nemici a grandi distanze (pur essendo solo un 47/32, come il Bolher adottato dagli italiani). Anche questo mezzo aveva corazza in acciaio monoblocco, di fusione (come gli altri carri francesi di cui sopra). Purtroppo era anche stavolta munito di una torretta monoposto. Inoltre, solo di rado aveva le due radio previste, e il terzo uomo, che doveva fare il radiofonista, era pressoché disoccupato e al più si poteva rendere utile a passare le granate al capocarro.

Nondimeno, nonostante questa concezione sbagliata (almeno il radiofonista poteva stare in torretta, assieme al capocarro), questo carro era certamente interessante. Dopotutto i Tedeschi avevano masse di Panzer I e II ben inferiori, e anche gli altri panzer non erano, sulla carta, all'altezza del carro francese. Esso aveva un peso di 19 t e per molti aspetti anticipava di 5 anni il carro M13/40; rispetto a questo aveva lo svantaggio della torretta monoposto (almeno il carro italiano, come anche il T-34, ce l'aveva biposto anche se l'ottimale era quella triposto), e accomunato dalla mancanza iniziale delle radio previste; per il resto era meglio corazzato, con le superfici meglio raccordate (specie nei fianchi) e le sospensioni meglio protette, anche se meno capace di scalare montagne e pendenze dato che in Francia questo era un problema molto sentito. La torretta monoposto divenne, dopo il 1940 improponibile, ma per il resto il carro era abbastanza moderno da essere considerato anche l'ispiratore dell'M4 Sherman (tra l'altro armato con il 75 mm francese), che però ebbe da subito una torre triposto. Tra l'altro, nel concorso del '34 indetto dall'esercito francese, si richiedeva proprio un carro da 13 t, come il futuro M13; e questo mezzo era pur sempre considerato 'automitrailleuse' ovvero autoblinda, essendo questa la definizione -non importa quanto irreale- di tutti i mezzi della Cavalleria. Quanto a velocità, da rilevare che il SOMUA venne eguagliato, nel caso degli italiani, solo dall'M15/42. E ancora più notevole, esso aveva un'autonomia maggiore dell'M13/40 che pure aveva un diesel e di potenza minore. Oggetto di limitata evoluzione, il SOMUA ebbe nondimeno cingoli dal passo aumentato da 75 a 105 mm, e nel '40 arrivò anche una versione diesel, con un potente motore da 220 hp (30 più di quello a benzina) chiamata S.40. E ancora più notevole, si costruì un semovente da 75 mm, con una casamatta anteriore, mentre esisteva una specie di torretta centrale, anche se disarmata e utile solo come mezzo di osservazione. Era chiamato Canon 75 auto Propulseur. Pesando 2 t in più la velocità diminuiva a 30 kmh. Probabilmente questo mezzo, prodotto in due versioni con cupola di diversa altezza, era considerato come artiglieria divisionale. I carri SOMUA vennero anche forniti ad alcune DLM, divisioni leggere di fanteria.

Dopo avere dimostrato d'essere un duro combattente, i Tedeschi utilizzarono buona parte dei circa 770 costruiti come mezzi anti-partigiani in Francia; 30 vennero mandati al Regio Esercito, ma vennero usati solo per un reparto in Sardegna che non combatté attivamente. Forse la torretta monoposto era considerata 'indesiderabile' per il combattimento moderno. In ogni caso la cupola venne aperta con un portello simile a quello dei mezzi tedeschi, mentre venne aggiunta una radio (gli italiani ne usarono una di propria produzione).

 
Il B1bis

I carri armati pesanti erano i Char B.1. Nati nei tardi anni '20, inizialmente erano una specie di cannone d'assalto con un pezzo da 75 mm corto, che era azionato dal pilota con un sistema sofisticato che ricorda quanto fatto poi con il carro 'S' svedese. Poi apparve il B1 con una torretta da 47 mm simile a quella dell'S.35, e corazza massima di circa 40 mm; infine fu la volta dei B1 bis, corazzati con un massimo di 60 mm di acciaio. Questo carro pesava in quest'ultima edizione 32 t. Il potente motore a benzina, con una grata sul lato destro, poteva dare una elevata mobilità nonostante il peso. Di fatto era l'equivalente del T-28, o poi del Matilda. Era più corazzato del primo e più armato del secondo, ma aveva un layout inefficiente, con 4 uomini di equipaggio di cui 2 quasi inutili (radiofonista e porgitore). Destinati alle DCR, essi erano mezzi piuttosto lenti e poco mobili in termini strategici. Per esempio la loro autonomia era limitata a 140 km su strada, il che causava un problema: tenere le batterie in carica per intendere gli ordini per radio non era facile. Per una volta che i carri francesi avevano un carro armato con radio, non riusciranno ad usarle bene per tali motivi quando vennero sorpresi dalla 7a Panzer di Rommel, i cui carri cecoslovacchi circondarono i carri francesi e li tempestarono di colpi ai cingoli e alla grata del motore. Lo Char era formidabile come corazzatura (almeno il modello bis), e secondo per resistenza solo al Matilda II britannico. I cingoli però erano vulnerabili essendo la struttura simile a quella dei carri 'a losanga' della I GM inglesi. Ma i cingoli di questo tipo permettevano anche una grande mobilità tattica, assieme al motore da oltre 300 hp. Gli Char B1 si dimostrarono però anche formidabili combattenti quando questi pachidermi non erano sorpresi dai più veloci e reattivi carri tedeschi. Considerati piuttosto obsoleti, i superstiti degli oltre 400 prodotti non ebbero nel dopo-campagna di Francia un uso consistente, per esempio alcuni vennero usati per prove dal Regio Esercito ma senza esito operativo. Questo carro aveva corazze imbullonate, anziché di fusione. L'aspetto piuttosto scabroso del mezzo venne notevolmente accordato con una superficie molto levigata, in stile SUMUA, nel modello B1ter. Ma solo 3 di questi perfezionati mezzi vennero completati con successo, mentre altri progetti vennero solo immaginati o rimasero comunque sulla carta. I Tedeschi ne usarono alcuni con lanciafiamme al posto del cannone da 75, oppure trasformati in semoventi da 105 mm.

R.35--S.35--B.1:

  • Equipaggio: 2--3--4
  • Dimensioni: lunghezza totale 4,2--5,38--6,5 m, larghezza 1,85-- 2,12 -- 2,49 m, altezza 2,37-- 2,63 -- 2,82 m
  • Motore (benzina): 82 --190-- 300 hp
  • Peso: 10-- 19,5-- 32 t
  • Prestazioni: v. max 20-- 40-- 29 kmh, autonomia su strada 140-- 260-- 140 km

gradino --0,7-- 1,1 m, guado 0,8--1-- 0,72 m, trincea --2-- 2,75 m, pendenza 80%--70%-- 40°

  • Armamento: 1x37/21 (100 cp)+1x7,5 (2.400)-- 47/32 mm (84)+ 1x7,5 mm (2.250)-- 47/32 mm (50 cp), da 75 mm (77), 2x7,5 mm (5.100)


Le autoblindo Panhard 178, nate nel '35, erano mezzi validi, armati di un cannone semiautomatico da 25 mm. Persino dopo le perdite della campagna di Francia c'erano ancora circa 200 mezzi in servizio e i Tedeschi le usarono per i loro reparti. All'epoca l'Italia praticamente non aveva autoblindo, se non le Lancia IZ (a suo tempo formidabili ma oramai obsolete); stranamente non ne venne fornita nemmeno una dagli stock ex-francesi. La resistenza francese, invece, beneficiò di 45 blindo prive di torrette originali, ma poi adattate a pezzi da 25 mm, oppure da 47 mm. Caddero in mano tedesca nel novembre del '42. Esisteva anche un prototipo del '39 con 8 ruote, quello che sarà poi la base dell'EBR. Mentre la 178 fu l'antenata diretta della ancor più piccola AML, uno dei maggiori successi del dopoguerra nel settore delle autoblindo.

  • Equipaggio: 4
  • Dimensioni: lunghezza totale 4,79 m, larghezza 2,01 m, altezza 2,31 m
  • Peso: 8,5 t rifornita
  • Prestazioni: v. max 72 kmh, autonomia su strada 300 km (motore a benzina, raffreddato ad acqua da 6,33 l e 105 hp), gradino 0,3 m, guado 0,6 m, trincea 0,6 m, pendenza 30°
  • Armamento: cannone da 25 e un'arma da 7,5 o due da 7,5 mm.


C'erano anche altri carri armati interessanti, come quelli leggeri da ricognizione, ma non in gran numero. Ma soprattutto, basandosi sui carri leggeri inglesi, i francesi ne ricavarono un riuscito e perfezionato veicolo chiamato 'cingoletta Lorraine'. Era usato come trattore d'artiglieria e mezzo di trasporto generico. In un certo senso era come la 'cingoletta' britannica Vickers, ma conservava lo scafo chiuso superiormente e piuttosto trasportava il suo carico sopra o dietro un rimorchio speciale. Talvolta era armato con una mitragliatrice in postazione anteriore. E' straordinario notare come questo mezzo fosse parente stretto anche dei carri leggeri L3 italiani, che avevano la stessa discendenza. E la produzione ammonterà complessivamente a circa 6.000 veicoli; ciò significa, che se fossero stati tutti dotati di mitragliatrici, essi avrebbero ampiamente surclassato, pur essendo solo la 'seconda linea' dei corazzati francesi, le forze corazzate italiane, che in circa 2.500 L3 avevano la loro spina dorsale (per il resto c'erano anche 100 M11 e alcuni carri di vecchio tipo Fiat L21). Che la cingoletta Lorraine fosse ben riuscita, nonostante il suo peso ridotto, se ne accorsero anche i Tedeschi, che dopo averne catturate molte, presero la decisione di trasformarne alcune in veri semoventi d'artiglieria, con obici da 105 mm, e nonostante il peso aggiuntivo la cosa funzionò decisamente bene, una delle migliori 'improvvisazioni' tedesche.

Infine da non dimenticare che la base dei moderni semicingolati è stata ideata in Francia: il sistema Citroen-Kegresse, applicato ad un certo numero di semicingolati usati anche dai Francesi. Il più importante fu il P 107 da 45 kmh. Questo tipo di locomozione avrebbe avuto la definitiva consacrazione, nonché il rapido declino a favore del 'tutto cingolo', (assai più costoso), in Germania e poi negli USA: la serie di M3 e M5, prodotti in decine di migliaia (oltre 40.000) esemplari e largamente diffusi, fino a non molto tempo fa in servizio in numerose forze armate mondiale. Questo malgrado che il loro successore, l'M113, fosse un veicolo ragionevolmente economico e sia stato prodotto in quantità anche superiori.

Artiglierie

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Il Mle 1897

Le artiglierie erano un altro punto forte dell'Armée. I vecchi '75', i Modello 1897 con la loro cadenza di tiro elevata (25 c.min) grazie ad un meccanismo rimasto a lungo segreto, erano stati piuttosto sopravvalutati all'inizio della I guerra mondiale, in ossequio alla strategia dell'attacco a tutti i costi, praticamente non c'era altro che questi leggeri cannoni capaci di tirare colpi da 6 kg a 11 km. Ma contro le trincee non erano efficienti. Nel '40 ce n'erano ancora oltre 4.500 esemplari. Migliaia di altri erano sparsi nel mondo (ma stranamente non in Italia, che pure aveva un modello di cannone francese, il Mod. 11, da 75 mm), tanto che erano usati largamente dall'Esercito americano. Erano stati resi mobili grazie alle ruote a pneumatici. In seguito, del grande parco cannoni preso dai Tedeschi (che li denominarono FK 97(f)) moltissimi vennero trasformati in Pak 97/38, per uso controcarri, mentre anche i Francesi Liberi li usarono in questo modo con lo scudo del cannone parzialmente tagliato e abbassato. A Bir Hakeim il loro potere perforante (50 mm/30°/500 m) si fece sentire contro i carri 'M' italiani. Anche i pezzi dati agli italiani in URSS, con un proiettile HEAT come standard ebbero successo contro i carri T-34.

Peso: 1.970 kg in assetto di marcia, 1.140 in posizione, direzione 6°, alzo -11/+18°, proiettile 6,2 kg a 575 ms per una gittata di 11.110 m.

I cannoni da 105 mm furono un colpo di fortuna essendo ben più pesanti di quelli da 75 mm, e altrettanto riusciti ed eleganti nella forma fisica. Ma erano capaci di tirare proiettili da 15 km che potevano causare danni anche a strutture robuste. Il Mod. 12, inizialmente non considerato dai Francesi (perché troppo pesante) venne posto in produzione appena prima della guerra, e richiesto in gran numero dopo le prime esperienze sul fronte che evidenziarono la scarsa efficacia del '75 contro le postazioni trincerate. In Francia ce n'erano circa 854 nel maggio del '40, molti altri erano stati esportati. Gli Italiani ne avevano a loro volta: assieme agli obici da 149 Skoda erano parte dell'artiglieria di corpo d'armata. I Tedeschi li riutilizzarono con la denominazione di K 331(f), che andarono a fare compagnia ai tanti altri catturati in Belgio, Italia, Yugoslavia.

Peso: 2.650 kg in assetto di marcia, 2.300 in posizione, direzione 6°, alzo 0/+37°, proiettile 15,74 kg a 550 ms per una gittata di 12.000 m.

Altre armi da 105 mm erano il Mod 34 e il Mod 35, prodotti in oltre 400 esemplari. Il secondo era molto più valido del primo e di fatto, pur essendo un obice, era usato come un cannone. Furono i Tedeschi a realizzare come usarlo al meglio. Una delle caratteristiche erano le ruote d'acciaio che si chiudevano in posizione a fare una sorta di scudo per i serventi, idea ingegnosa ma non più applicata in seguito. Al maggio del '40, c'erano 144 Mod 1934, che erano ancora un modello ad interim, e 232 Mod 1935B. Vennero catturati e ridenominati come leFH 324 ed le1FH 325 10,5 cm.

Peso:1.700 kg in assetto di marcia, 1.627 in posizione, direzione 5°, alzo -6/+50°, proiettile 15,7 kg a 442 ms per una gittata di 10.300 m.

C'erano altre artiglierie, come gli obici e i cannoni da 155 mm e anche i vecchi cannoni della I GM dell'artiglieria pesante, sia ferroviaria, che da posizione, che semovente, fino al 340 mm. I sistemi semoventi erano su di un grande scafo che poteva portare un obice da 280 o un cannone a lunga gittata GPF da 194 mm, capace di oltre 20 km. Il primo esempio del concetto fatto infine proprio con gli M110 americani.

I cannoni contraerei erano pure numerosi, ma si trattava per lo più dei 75 mm adattati al tiro contraerei. C'erano anche i cannoni da 75 modificati con una nuova b.d.f. di tecnologia moderna, e cannoni del tutto nuovi. In tutto questi ultimi, in due differenti modelli, erano almeno 400.

Poi c'era il problema della difesa a bassa quota. L'esercito francese pensava che ci fosse bisogno, come armi contraeree, solo di due tipi: il '75' ammodernato e una mitragliatrice pesante da 12,7 o 13 mm. Era un concetto molto opinabile, e la Hotchkiss già nel '32 produsse un cannone da 25 mm di tipo moderno, a tiro rapido con alta velocità iniziale. Lo presentò ai militari che tuttavia lo giudicarono inutile, nonostante la sua potenza. Ma poi venne la guerra in Spagna e allora le opinioni sui cannoni automatici cambiarono in fretta. I militari si precipitarono ad ordinare alla ditta questi cannoni, ma solo nel '38 si risolsero tutti i dubbi relativi a cadenza di tiro, tipo di affusto e così via. Troppo tardi, specie considerando che nel frattempo erano in produzione le armi ordinate dalla Romania che già occupavano le linee di montaggio. Alla fine vennero fuori due tipi di 25 mm, il Mod 1938 con affusto trainabile su di un unico asse, e il Modele 1939 per impiego su postazione fissa. Ne venne sperimentato un tipo per la Marina, anch'essa in bisogno disperato di armi moderne per la difesa contraerea. Infine si passò a realizzarne un affusto binato terrestre ,il Mod 940. Questi cannoni erano pensati per essere, allora come oggi, di un gradino superiori rispetto ai pezzi da 20 mm, con proiettili potenti, lunga gittata, e ancora una cadenza di tiro più che accettabile. Esistevano anche proiettili perforanti. Il peso in batteria del Mod 38 non era basso: 850 kg, ma sparava proiettili da 290 gr a 3 km e 250-350 colpi al minuto, molto più potente di più di un cannone da 20 mm (tipicamente colpi da 120-130 gr a 2 km e cadenza di 250-400 c.min), con una velocità iniziale 900 ms (anche questa molto alta). Il problema a quel punto fu che questo cannone da 25/60 mm al maggio 1940 era stato prodotto solo in poco oltre 1.000 esemplari, che non riuscirono a fermare i Tedeschi. Questi catturarono e usarono i cannoni di questo tipo, ne cedettero alcuni agli Italiani, e il progetto base venne usato anche dai Giapponesi come arma standard, soprattutto navale (anche oltre 100 per nave). I Francesi fallirono invece con il cannone da 37 mm, dalla scarsa gittata e potenza. Questo era un progetto Schneider e venne anch'esso respinto dall'Esercito che non ne vedeva l'utilità; venne venduto nondimeno alla Romania e anche alla Marina francese.

Al solito, dopo le esperienze della guerra civile spagnola si cambiò idea sull'utilità dei cannoni di medio calibro e si ordinò come Mod 37 anche questo cannone, con un lotto di ben 600 pezzi da consegnare entro il 1941. Ma già si era capito che quest'arma aveva una canna troppo corta e una gittata massima, con le sue munizioni di 0,55 kg a 800 ms, paragonabile a quella del 25 mm. Solo che il Mod 1937 pesava 1.340 kg, anche di più di un cannone da 75 mm campale. Se non altro sparava 175 colpi al minuto, anche se nemmeno le munizioni erano particolarmente efficaci. Comunque, per quando apparve, era nonostante tutto un pezzo all'avanguardia. Sta di fatto che nei tardi anni '30, per quando venne adottato, il miglior cannone della categoria era il Bofors e così, dopo avere valutato di produrlo su licenza i Francesi preferirono comprarlo dai Polacchi, che già lo costruivano. Visto che il pezzo da 37 francese era un cannone lento da assemblare, vennero ordinati anche molti 37 mm americani, che però non sarebbero mai stati consegnati in tempo. Il Mod 37 venne prodotto in pochi esemplari e i Tedeschi non lo ritennero degno di essere riutilizzato se non per le fonderie. Così sparì dalla scena questo sfortunato cannone contraerei.

La Hotchkiss produsse anche un altro 25 mm, stavolta controcarri: il mle 1934 semiautomatico, arma prevista originariamente per i carri armati della Prima guerra mondiale. Ma il progetto era stato approvato solo nel '34. Tuttavia per il 1939 ce n'erano in servizio 3.000 esemplari, assieme al mle 1937 della AMX, che serviva per le unità di fanteria ed era più leggero. Venne prodotto in piccola quantità, se comprato al precedente. Il mle 1934 venne dato in carico anche agli Inglesi, che ricambiarono cedendo alcuni fuciloni controcarri Boys da 13,97 mm (capacità perforante di 21 mm a 300 m), ma questo cannone era piuttosto debole al traino meccanizzato e così gli inglesi, che erano con il loro corpo di spedizione l'unica unità interamente motorizzata in Europa (all'epoca era normale avere cavalli per il traino, anche nella Germania) lo caricarono direttamente sui camion, facendone il primo cannone 'portee' della loro lunga serie. Il Mod. 1937 era invece troppo debole al traino e alle volte subì danni anche se era solo ippotrainato. Il peso era di 310 kg contro i 496 del Mod 1934, l'alzo di -5/+26° contro -5/+21, il settore di direzione era invece ridotto a 37 contro 60 gradi. La canna del Mod 1937 aveva lunghezza di 1,92 m anziché 1,8. Per il resto, entrambi sparavano un proiettile piuttosto potente che pesava 0,32 kg e perforava 40 mm a 400 m con angolo di 30°. Di fatto però, nonostante si trattasse di armi moderne (v.iniziale ben 900 ms), i loro colpi risultarono troppo modesti quanto ad efficacia contro i carri tedeschi, effettivamente ingaggiabili non oltre i 300 m, un rischio nonostante la presenza di scudi protettivi piuttosto larghi sul mod. 1934 (con la parte superiore di forma irregolare, per non essere facilmente avvistato, differentemente dal pezzo da 40 inglese). Nondimeno, erano potenti quasi quanto i cannoni da 47/32 (43 mm a 500 m a 0 gradi) italiani. I Tedeschi ne usarono un certo numero come Pak 112 e 113, ma solo per le divisioni d'occupazione e soprattutto prima del '42. Con rammarico, dato il numero di armi presenti, dovettero constatare che non soddisfacevano le esigenze della guerra meccanizzata moderna.

Così non fu per il cannone mle 1937, arma progettata presso l'Atelier de Puteax. Forse parente del mle 1935 dei carri S.35, non arrivò in servizio in quantità sufficienti per il 1940. Era stato immesso in servizio solo nel '38 e la produzione raggiunse il massimo l'anno dopo; 6 pezzi erano presenti nella batteria controcarri di divisioni e brigate, trainati dai semicingolati Somua. Pesanti in batteria 1050 kg, avevano uno scudo con bordo superiore irregolare, sparavano un proittile da 1,7 kg a 855 ms che perforava 80 mm a 400 m e con questo, tutti i carri del '40 grazie ad una b.d.f. di 2,49 m. Un modello simile apparve per la difesa statica della linea Maginot movimentata da rotaie per raggiungere le feritoie di tiro predisposte; un tipo leggermente modificato 1937/39, e infine il Mle 1939 che aveva affusto a tripode e capacità di brandeggio aumentata da 68 a 360 gradi (l'alzo era forse sempre lo stesso, -13 +16,5 gradi per una gittata di 6.500 m). Questo ne faceva un'arma controcarri molto mobile, ma il concetto sarebbe stato fatto proprio solo da altre armi come l'obice da 105 tedesco di ultima generazione e il D-30 sovietico da 122 mm. I Tedeschi ebbero un'alta opinione del cannone francese e lo riutilizzarono come Pak 141(f) 4,7 cm. Del resto nel '40 era il miglior cannone controcarri esistente, superando anche il pezzo cecoslovacco vz 36 (51 mm a 640 m).

Fanteria

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Le armi portatili non erano molto moderne, ma non mancarono bombe a mano di tipo piuttosto efficace, mitra, mitragliatrici Hockthiss, queste ultime sia da 8 che da 13,2 mm (simili come caratteristiche alle M2 americane). I mortai Brandt da 60, 81, forse già anche da 120 mm, erano i migliori. I mortai da 60 erano molto meglio di quelli leggeri da 45 e 51 mm che erano la norma all'epoca per le unità di fanteria. I pezzi da 81 erano le armi standard, riprodotte nel resto del mondo, del settore mortai pesanti: progetti derivati o copie erano stati adottati da Italia, Germania, URSS, USA. Sono in servizio ancora oggi, come anche quelli da 60 mm, se non altro perché entrambi vennero prodotti negli USA durante la guerra, e poi dalla Cina, tanto che i vietcong li usavano contro gli americani in Vietnam. Sparando fino a 30 c.min da 1,6 kg in un minuto, su di un raggio di 1,6 km erano grandemente superiori rispetto agli 900 grammi e mezzo km di gittata dei mortai da 50, che erano meno pesanti ma meno potenti.


La linea Maginot[2]

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Iniziata nel '28, caratterizzata dal motto 'qui non si passa', la famosa linea di fortificazioni si contrapponeva alla 'Sigfrido' tedesca e alle possibili avanzate italiane in territorio francese. Differentemente dall'omologa germanica si trattava di un sistema molto sofisticato e potente, ma anche molto costoso. Nel '40 non era ancora stato completato e anche per questo venne superata dai Tedeschi, anche perché il passaggio in Francia attraverso il Belgio del nemico non era contemplato, e quindi non c'erano forti difensivi. A dire il vero verso il Belgio vennero lanciate le divisioni di cavalleria meccanizzata, le migliori che avevano i Francesi, ma queste vennero poi sconfitte e tutto crollò come un castello di carte. Suddivisa in due fronti, Nord e Sud, la Maginot era comunque una linea potente e nata per consentire la guerra in trincea senza i disagi orrendi patiti dai soldati nel primo conflitto mondiale. La zona Nord era lungo il confine tedesco, con 22 forti, ma sulle Alpi, nel front Sud, c'erano ben 23 opere principali. Tuttavia le casematte erano 400 contro appena una, e le opere piccole 36 contro 27. Quindi le Alpi erano tenute essenzialmente dai forti, mentre le opere difensive risultavano maggiormente dense sul fronte nord. LE casematte su questo fronte erano pensate per controllare i reticolati e gli sbarramenti controcarri, con gallerie sotterranee di collegamento; c'erano persino linee ferroviarie sotterranee di tipo elettrico. Costruite secondo i controlli e le conclusioni dei due enti preposti, le commissioni C.D.F, e C.O.R.F., la seconda nata dalle indicazioni della prima (Commissione Difese Frontiere), si snodarono in grandi forti distanziati di 5 km sotterranei e su più piani, che emergevano solo per le parti 'attive', ovvero le torri di avvistamento e di fuoco. Erano dietro reticolati e sei linee di cavalli di frisia controcarri, protette da cannoni e mitragliatrici; le strutture erano mimetizzate al meglio. Le grandi opere difensive avevano un massimo di 19 blocchi attivi, armate anche con pezzi d'artiglieria a tiro indiretto; mentre quelle piccole avevano al più cannoni controcarri e mortai speciali da 50 mm. Singole opere potevano anche arrivare a dimensioni enormi, con gallerie che potevano arrivare ad oltre 8 km, 21 artiglierie e oltre 1.000 soldati della guarnigione. C'erano due ingressi, per gli uomini e i materiali, le ferrovie erano da 60 cm di scartamento, c'erano ascensori e vari piani, che includevano i depositi, ospedali, alloggi, servizi igienici: nulla fu risparmiato, nonostante il grande costo, per assicurare la protezione degli uomini e la loro efficienza. Le opere grandi avevano armi a tiro diretto e artiglieria, per questo erano note come 'miste', mentre quelle piccole, da 'fanteria', avevano solo l'entrata per il personale e non avevano un deposito di munizioni centrale. Ovviamente, essendo opere di difesa di frontiera, dovevano essere azionate in pochissimo tempo, e il personale era ben addestrato e specializzato, in genere proveniente dalla zona dove sorgeva l'opera e quindi più propenso a difenderla (perché difendeva anche casa sua); il personale era fanteria per il 30%, artiglieria per il 40, genio per il 30%; erano ripartiti in Reggimenti di Fanteria, Artiglieria o Genio da Fortezza, inquadrati assieme al personale medico e di supporto, nelle Truppe da Fortezza. I locali di servizio erano sottoterra, tra i 12 e i 40 m, a seconda della situazione (per esempio, c'era la necessità di almeno 12 m per la roccia dura, come 25-30 m per terreni argillosi); ma i blocchi attivi dovevano essere sopra il livello del terreno. Non c'era altro, e quindi quando si parla delle opere difensive moderne, scordiamoci gli alti (e vulnerabili) castelli medievali, messi in crisi già nel Rinascimento dalle artiglierie.

Le protezioni delle casematte erano di vari livelli: la protezione N.1 resisteva al 160 mm con muri verticali spessi 1,75 m e tetti di 1,5 m; la N.2 era contro il 240 mm con spessori di 2,25 e 2 m; la N.3 resisteva al 300 mm, spessa 2,75/2,5 m; la N.4 aveva resistenza al 420 mm e spessori di 3,5 m e 3,5 m, ma solo verso il settore verso il nemico. Ovvero, se le fortificazioni fossero state catturate, avrebbero costituito una minaccia. Così il lato verso il territorio 'amico' aveva la protezione N.1, così che tutte le opere potessero essere colpite efficacemente dall'artiglieria francese se fossero state catturate. La resistenza era in ogni caso calcolata contro colpi multipli: contro cannonate singole, era possibile aumentare il livello di protezione calcolabile, che poteva arrivare anche ad affrontare cannoni da 520 mm con la N.4. La protezione per la zona delle Alpi era in genere N.2 o N.3, mentre contro la Germania si temeva maggiormente e si usava spesso la N.4. I blocchi delle torri girevoli potevano resistere anche a bombe da 500 kg. C'erano casamatte, torri fisse e torri a scomparsa, ben progettate e a chiusura stagna per gli scudi delle armi a tiro diretto, per fermare schegge e anche i micidiali gas. Le torri fisse erano chiamate cloche, che significa campana, realizzate in 1536 pezzi, divisibili in sei pezzi per il trasporto (cosa apprezzata, specie per le Alpi), le casematte erano utili per il tiro sui fianchi nemici, ma le torri a scomparsa erano le più interessanti, nate a Verdun nella Grande Guerra, e in uno spazio minimo, avevano armi di vario genere, con la possibilità di abbassarsi negli intervalli di tiro e la possibilità di sollevasi solo di poco dal terreno, quel che bastava per sparare. Si potevano usare cannoni da 75, mortai da 81, lanciabombe da 135 mm, mitragliatrici varie, spessore medio delle pareti di 30 cm. La più grossa di queste, la Mod. 33, aveva il cannone e pesava 265 t per un diametro di 4 metri. In tutto ne vennero costruite 155, di cui appena 6 per le Alpi (con cannoni da 75 e un lanciabombe). Il peso minore era quello delle torri per mitragliatrici, 'appena' 96 t totali, anche se la torretta di per sé era di appena 3,5 t.

Le armi erano interessanti: cannoni-obici da 75 mm, mortai da 81, gli appositi lanciabombe da 135 mm; si trattava di sparare anche contro i forti se fossero arrivate le fanterie nemiche su di essi, poiché in ogni caso i forti di per sé erano capaci di incassare colpi ben più pesanti. C'erano feritoie F.M. con i fucili-mitragliatori FM 24/29, le MAC 31 erano mitragliatrici binate che guardavano la sicurezza dei reticolati, c'erano anche lanciagranate a gravità che rotolavano i loro ordigni sui fossati difensivi, bombe a mano difensive ad alta potenza (F1 da 710 gr, D37 da 550, con 75 e 55 gr di HE e raggio utile di 40 m), due tipi di cannoni controcarri (da 37 e 47 mm), un mortaio da 50 mm. Le caratteristiche erano diverse: i cannoni-obici Mod 29 da 36 calibri avevano 12 km di gittata e fino a 30 c.min di cadenza di tiro; i mod 32 erano simili ma da 32 calibri, i Mod 33 idem, i Mod 31 avevano solo canne da 18 calibri e 6 km di gittata, mentre i 32R erano capaci di 9,2 km; i lanciabombe da 135/8 mm arrivavano a 6 km, di fatto erano una sorta di grossi mortai con cadenza di 8 c.min; i Mod. 32 da 81 mm erano mortai da 20 calibri con 3,5 km di gittata e fino a 30 c.min di cadenza di tiro.

In tutto vennero installate 344 artiglierie da 75, 145 pezzi da 37, 336 da 47 mm, 1.551 complessi binati di mitragliatrici, 1.600 mortai da 50 e altre armi minori.

I dettagli di questi enormi forti di terra erano ovviamente non meno sorprendenti. La profondità dei vari livelli era anche di 60 metri, c'era quindi un gran bisogno di potenza per gli elevatori e gli ascensori, per la luce elettrica, i servizi ecc. Le prese d'aria erano fondamentali per l'opera, e ovviamente anche un punto debole. In genere erano presenti con griglie sotto la cancellata o il ponte levatoio dell'entrata al forte, guardato da casematte e ben distanziato dall'opera per renderla meno localizzabile. Le casematte e le strutture esterne erano spesso fatte a foggia di rocce per essere meno visibili. La centrale elettrica entrava in azione se la rete civile interrompeva la sua fornitura elettrica, mentre esistevano filtri che in caso di attacco chimico filtravano l'aria delle condotte d'aerazione. C'era anche una infermeria con sale operatorie, dato che non si poteva facilmente evacuare chi fosse stato colpito dalle armi nemiche.

Delle opere della Maginot alpina, la realizzazione iniziò nel '30, raggiungendo con il forte del Monte Grosso 300 soldati e 4 km di gallerie, sette blocchi attivi con 10 pezzi d'artiglieria tra cui un lanciabombe e 4 mortai da 81. C'erano anche delle parti offensive in tale dispositivo, le Sezioni di esploratori o sciatori, noti anche come SES, che erano le uniche forze mobili ancora disponibili dopo che i Battaglioni di Cacciatori Alpini erano stati mandati al Nord. Differentemente dall'azione tedesca, gli Italiani non riuscirono ad evitare la Maginot alpina, che pure era rimasta con appena 200.000 soldati anziché 500.000, e subirono forti perdite con pochissimi successi, solo raramente riuscirono a conquistare con colpi di mano delle ridotte francesi; nel mentre il forte Charberton, italiano con 8 torri da 149 mm (spessore max 50 mm), veniva semidistrutto dal tiro curvo di tre obici da 280, che sebbene inferiori in gittata (11 km contro 14) erano in una zona da cui potevano batterlo senza essere esposti al suo tiro, troppo teso, di risposta. Il risultato fu la distruzione di 6 torri su 8, decisamente vulnerabili al tiro francese. Gli aerei italiani fallirono sistematicamente a colpire tali opere difensive, e alla fine di 4 giorni di azione gli italiani poterono solo incassare il 'dividendo di pace' della loro entrata in guerra, il famoso 'pugno di morti da gettare sul tavolo' di cui parlò cinicamente Mussolini.

La Maginot, oramai decommissionata, non è andata perduta totalmente: almeno 5 musei sono sorti solo considerando la parte Alpina, aiutati dalla robustezza delle opere che le hanno conservate abbastanza bene durante gli anni.


  1. Mc Kaksey Le grandi battaglie tra carri armati
  2. Bagnaschino D: La linea Maginot delle Alpi, Storia militare dic 2008

Fonti:

  • Fascicoli Armi da guerra:
  • 33 (blindo)
  • 43 (carri armati)
  • 46 (cannoni c.c.)
  • 51 (artiglieria campale)
  • 88 (artiglieria contraerea)
  • 92 (semicingolati)