I caduti di Cornate d'Adda/Passoni Luigi

Nome:Passoni Luigi Nato: 19-04-1879 Morto: 16-07-1917 [1]

BiografiaModifica

Il signor Passoni Luigi è nato il 19 aprile 1891 da Passoni Luigi. Era coniugato con la signora Passoni Teresa, di professione casalinga, con la quale ha avuto tre figli: Mario (nato il 3 febbraio 1905), Aristide (nato il 27 agosto 1909), Guido (nato il 17 settembre 1911). Era un contadino colono. Con la sua brigata ha partecipato alle prime tre battaglie dell’Isonzo. Nel 1916 era sull’altopiano Monte Cengio in Val Canaggia. Ha partecipato alla decima battaglia dell’Isonzo. Il 15 luglio la brigata ha attaccato la quota 241 ma è stata fermata da un duplice ordine di reticolati. È morto per ferite da granata a un fianco riportate in combattimento. Gli sono stati rinvenuti addosso: 3 fazzoletti, 1 cravatta, 1 orologio Roskapf con catena di metallo, 4 alamari, 1 coltello, un pezzo di pipa, una medaglia, un portamonete con un'altra medaglia, 3 cartoline postali, 4,05 lire.

Lettere dal fronteModifica


13 marzo 1916

Cara Teresa,

mi mancano i tuoi sorrisi, i tuoi abbracci, i tuoi sguardi dolci che mi rassicurano.

La vita qui in trincea è straziante, dura e faticosa. Soldati coraggiosi muoiono per il freddo e muoiono sotto i colpi di baionetta per difendere la nostra Patria. È una vera tragedia.

Non c’è mai pace. In trincea c’è sempre un via vai di medici che soccorrono i feriti e gli ufficiali non fanno altro che darci ordini. Tutti noi abbiamo compiti differenti: alcuni controllano i nemici dalle feritoie, altri hanno un compito suicida, cioè quello di tagliare il filo spinato degli austriaci, nostri nemici. Fortunatamente non mi è mai capitato!

Non sai come mi sento. Sono stanco, perché non c’è mai tempo per riposare, devo sempre stare attento sul chi va là. Il pensiero di uccidere un’altra persona mi terrorizza. Non voglio ma devo eseguire gli ordini. Non posso nemmeno abbandonare il mio posto, sarei considerato un disertore. Sono sporco di fango e circondato da soldati malati. Qui la fame aumenta e il freddo, nonostante la primavera si avvicini, si fa sentire sempre di più.

Quando penso a te però il cuore si scalda. Ricordo l’ultima settimana prima di lasciarti, il cielo era azzurro e il sole illuminava il tuo bel viso. Mi manchi molto vorrei essere lì con te a sorridere e parlare del nostro futuro. So che sarà dura ma devo resistere. Voglio tornare per abbracciare te e i nostri figli.

Mentre scrivo questa lettera tengo al petto la nostra foto, questo è l’unico modo per sentirti vicino. Ma le lacrime mi bagnano il viso, perché il pensiero di non rivederti più mi fa stare male e mi addolora.

Ho scritto solo di me. Ora dimmi come stai tu? Come stanno i bambini? Tuo padre lavora ancora nella fattoria? Immagino che per colpa di questa guerra anche voi state soffrendo molto. Vorrei farti sorridere un po’ dicendoti di tenermi da parte un bel pasto caldo, visto che qui si mangia poco. Ti amo tanto e spero di rivederti presto.

Con molto affetto,

Tuo Luigi

Pagina di diarioModifica

Sono un soldato ora. Sono stato chiamato per andare a combattere per la mia patria e sono stato trasferito al fronte, in trincea. È da poco che sono qui, nell’Isonzo, a combattere perché così vuole il generale Cadorna. O, perlomeno, è quello che dicono i nostri comandanti.

In trincea l’atmosfera, a volte, è caotica, c’è un via vai di uomini. Di giorno si corre per contrattaccare il nemico e di notte si sta in allerta per i bombardamenti.

Ho appena scritto una lettera alla mia famiglia ma ho deciso di non comunicare loro la notizia della nostra sconfitta alla quota 241, di quel duplice ordine di reticolati dove molti uomini sono morti. Non voglio che si allarmino sul mio stato di salute perché sono stato ferito, non in modo grave, per fortuna, al braccio sinistro e al fianco destro.

Qui, in trincea, penso sempre ai miei familiari, alla mia splendida moglie, Teresa e ai miei tre figli, Mario, Aristide e Guido. Loro sono tutta la mia vita. Spero di tornare al più presto a casa, vivo, per rivederli.

Mi manca anche il lavoro nei campi, nonostante tutta la fatica che si faceva. Mi manca l’odore della campagna, dei terreni appena arati e mi manca vedere crescere quello che ho seminato. Mi piace fare il contadino, mi dà da mangiare e mi rende felice.

Ma, purtroppo, se questa guerra non finisce, dovrò dire addio a tutto ciò che amo. Il nostro esercito non durerà a lungo, siamo troppo deboli e sempre più soldati si stanno ammalando e rischiano di morire. Quando muore un soldato, spesso, non ha neanche l’onore di un funerale. Mi hanno detto che alla famiglia arriva un telegramma e, a volte, non resta altro che qualche oggetto personale. Io non mi sono portato molto, solo lo stretto necessario, un orologio, anche se qui il tempo non ha valore, un coltello, una pipa, qualche fazzoletto per pulirmi dalla polvere da sparo e qualche lira. Ci sono le mie iniziali sui fazzoletti. Le ha ricamate mia moglie che è bravissima. Ogni volta che le guardo, il mio pensiero corre a lei. Cosa sta facendo ora? Come se la cava con i bambini? La faranno disperare o faranno i bravi?

Ho iniziato a scrivere questo diario per non impazzire. La vita qui è dura. Non possiamo farci niente né lamentarci ma se tieni tutto dentro, alla fine, esplodi, proprio come una bomba nemica, e di te non rimane più nulla, solo qualche frammento difficile da ricomporre.

NoteModifica

  1. Informazioni ricavate dai documenti contenuti negli archivi parrocchiali e del comune di Cornate d'Adda.