Filosofia dell'amicizia/Parte IV

Indice del libro
"Amiche", olio di Jerry Weiss (2003)


Degno di amicizia è chi ha dentro di sé
la ragione di essere amato.

(Cicerone)

Virtù e limiti dell'amicizia
Nella prima parte di questo nostro studio, abbiamo esaminato l'amicizia in una prospettiva "classica", nell'ambito degli ideali filosofici dell'antica Grecia e dell'ellenismo. Mantenendo questa prospettiva come sfondo, e dopo averne discusso a lungo e modernamente nei capitoli mediani, vorrei ora rivisitare l'amicizia classica da un punto di vista moderno, esaminandone le virtù ed i limiti per noi oggi, in un mondo post-moderno e basilarmente egocentrico.

Tale nostro esame concluderà necessariamente il presente libro, rivedendone le antiche premesse e tirando le somme su quanto esposto nella Parte II: Natura dell'amicizia.

Piuttosto che soffermarmi sui tipi di amicizie che gli individui comuni possiedono, vorrei passare un po' di tempo a esaminare il tipo di forma idealizzata di amicizia che sia Aristotele che Cicerone (così come molti altri autori classici precedentemente citati) ritengono che sia così cruciale per il proprio benessere. Dopo aver esaminato questo ideale, possiamo quindi procedere a esaminare i vari modi in cui le amicizie spesso vanno fuori strada. In particolare, vorrei concentrarmi su tre domande relative all'amicizia che sono spesso considerate cruciali dai pensatori classici: (1) come dovremmo scegliere gli amici? (2) quali limiti – se ci sono – dovrebbero essere posti alle nostre amicizie? e (3) a quali condizioni – se del caso – dovremmo interrompere un'amicizia di lunga data?

Scegliere le amicizieModifica

È un fatto triste ma vero che la maggior parte degli esseri umani trascorre molto più tempo a scegliere la casa, il tostapane o un paio di scarpe rispetto allo scelgliere il giusto tipo di persona da avere come amico. Se avessi intenzione di acquistare un'auto usata, certamente non comprerei la prima auto che vedo nella prima concessionaria in cui entro, o no? Se facessi qualcosa del genere, la gente giustamente penserebbe che sono imprudente nella migliore delle ipotesi, e fors'anche un po' stupido per non essere più cauto. Quando l'auto che ho selezionato inizia a malfunzionare pochi mesi dopo averla acquistata, probabilmente direbbero che è colpa mia e avrebbero ragione.

Purtuttavia, spesso facciamo qualcosa di molto simile a questo quando scegliamo determinate persone per nostri amici. Il più delle volte è la convenienza piuttosto che il carattere a dettare le nostre scelte: scegliamo per amici le persone con cui siamo cresciuti, o che vivono vicino a noi, o con cui lavoriamo, perché è relativamente facile stabilire relazioni rapide con questi individui. Ci chiediamo raramente se queste persone siano degne di essere nostre amiche o se ci si possa fidare di loro. Quando la relazione cade a pezzi nelle circostanze più spiacevoli, quando siamo stati traditi da qualcuno che doveva essere il nostro migliore amico, siamo scioccati e stupiti. In realtà non dovremmo esserlo: quando ti accontenti di un limone, non dovresti essere sorpreso se alla fine ti lascia l'amaro in bocca.

Cicerone sostiene che la persona sensibile impiegherà del tempo per coltivare amicizie e cercherà di segliere come amici coloro il cui carattere dà fiducia. Le persone che scegliamo come nostri amici, dice Cicerone, dovrebbero essere affidabili, ben adattati, leali, onesti, senza pretese e congeniali.[1] Naturalmente, trovare qualcuno con tutte queste qualità positive non sarà facile, né possiamo semplicemente scegliere quelli che ci sono vicini per cause fortuite di collocazione. Potremmo dover andare oltre la nostra solita cerchia di conoscenze e prenderci del tempo per coltivare relazioni con uomini e donne che sembrano possedere solidi caratteri morali. Che ci crediate o no, tali individui esistono in ogni comunità; ma non sono sempre così facili da trovare.

L'impresa di scegliere di un amico non termina quando abbiamo selezionato qualcuno di buon carattere con cui stabilire le basi di una relazione a lungo termine. Ci vuole molto tempo per determinare il valore di un altro essere umano, e molto spesso coloro che a prima vista sembrano essere i candidati ideali per l'amicizia nel corso del tempo si dimostrano meno che ammirevoli. È per questo motivo che Cicerone sostiene che durante le prime fasi di una relazione dobbiamo trovare un modo per mettere alla prova il valore di coloro che vorremmo come nostri amici. La persona veramente saggia, scrive Cicerone, "terrà special conto sia della direzione che i suoi sentimenti di amicizia stanno prendendo sia della velocità con cui si stanno sviluppando, in modo che egli possa, per così dire, guidarli come una squadra provata e collaudata, osservando lo sviluppo della sua amicizia col verificare il carattere del suo amico ora in un modo, ora nell'altro.[2]

Ci sono alcune domande su cui dobbiamo costantemente riflettere durante le prime fasi di un'amicizia: l'individuo che sto pensando di farmi amico sarebbe disposto a mettere i miei interessi prima della propria convenienza o profitto? Ci si può fidare di lui per mantenere i segreti che gli svelerò? Sarà lì a sostenermi quando le cose andranno meravigliosamente per lui, ma miseramente per me? Se la risposta a una di queste domande dovesse rivelarsi negativa, potrei comunque decidere di avere questa persona come conoscente (un amico di piacere o d'utilità), ma non vorrei certo includerlo tra la cerchia dei miei amici più cari.

Se, tuttavia, trovo qualcuno che possiede le qualità di carattere che desidero in un amico, e se nel corso del mio primo rapporto con lui, vedo che è, in effetti, affidabile, premuroso e leale, allora posso avere un certo grado di fiducia nel fatto che questo è un candidato veramente degno di un'amicizia a lungo termine. È a questo punto che il candore completo e l'assoluta fiducia da parte mia diventano una necessità basilare per consentire al rapporto tra me e il mio amico di approfondire qualcosa di più significativo e di reciproco sostegno.

Limiti dell'amiciziaModifica

Una volta deciso il tipo di persone che vorremmo avere come amici e ci siamo presi il tempo per valutarne il valore, un'altra importante questione filosofica che sorge è il numero di persone che possiamo includere nei ranghi dei nostri amici. È possibile, ad esempio, avere un numero potenzialmente infinito di amici intimi, oppure i limiti della nostra stessa natura e le esigenze dell'amicizia stessa si oppongono a ciò? Montaigne ha sostenuto, ad esempio, che è ridicolo pensare che possiamo avere più di un amico intimo nella nostra vita senza alla fine entrare in conflitto: {{q|L'amicizia perfetta di cui parlo è indivisibile: ognuno si dà così totalmente al suo amico che non gli rimane nent'altro da distribuire altrove;.... Le amicizie comuni possono essere suddivise: si può amare in un uomo la sua bellezza, in un altro i suoi modi affabili, in un altro la liberalità,... e così via: ma questa amicizia che possiede l'anima e la governa con sovranità assoluta non può essere doppia. Se due chiedessero aiuto contemporaneamente, chi dei due soccorreresti? Se ti chiedessero servizi in conflitto, come ti organizzeresti? Se uno confidasse al tuo silenzio una cosa che sarebbe utile che l'altro sapesse, come ti districheresti? Una singola amicizia dominante dissolve tutti gli altri obblighi.[3]

La domanda che fa Montaigne è interessante. Cosa accadrebbe se, per caso, le due persone che chiamo miei amici più cari hanno entrambi una disperata necessità nello stesso momento? Chi sceglierei di aiutare e chi sarei costretto ad abbandonare? Sebbene si possa sostenere che è improbabile che si verifichi una situazione del genere, non è certamente al di fuori del reame delle possibilità. E se scegliessi un amico rispetto all'altro, cosa rivela davvero ciò sulla profondità della mia amicizia verso colui che sono costretto ad abbandonare?

Anche se è certamente vero che i limiti della nostra natura rendono impossibile avere troppi amici intimi, credo che Montaigne abbia torto nel sostenere che la vera amicizia richiede completa esclusività. C. S. Lewis osserva giustamente che questo tipo di esclusività radicale è più applicabile all'amore erotico in cui due individui vogliono escludere il resto del mondo e deliziarsi completamente nella reciproca compagnia. In amicizia, d'altra parte, due amici saranno generalmente aperti alla scoperta di un terzo (o anche un quarto o quinto, a dir il vero) che condivida i loro gusti e interessi. Non è insolito, ad esempio, per due amici pianificare qualcosa di eccitante o interessante da fare insieme e dire qualcosa come: "Ehi, scommetto che a Carlo piacerebbe davvero farlo insieme a noi! Dovremmo chiamarlo e invitarlo." L'amicizia, a questo proposito, non chiude mai completamente la porta agli altri: sebbene debba essere selettiva, non è mai del tutto esclusiva come l'amore erotico.[4]

Non dovremmo illuderci, tuttavia, nel pensare, come fanno spesso molti giovani e inesperti, che possiamo avere un gran numero di amici intimi. Una volta ho avuto l'esperienza di viaggiare da Bologna a Napoli, sei ore di treno in uno scompartimento con una donna che mi ha voluto a tutti i costi informare sui buoni amici che aveva in ogni città importante in cui il treno si fermava. Arrivati a Napoli, avevo contato un totale di 18 o 20 persone che questa donna annoverava tra le fila delle sue amiche più care. La mia reazione a questo record straordinario è stata quella di esprimere seri dubbi sul fatto che la donna avesse anche un minimo indizio di cosa significasse davvero essere una buona amica.

Non a caso, Aristotele crede che dovremmo cercare il "giusto mezzo" per determinare quanti buoni amici dovremmo avere. "Né troppi buoni amici né troppo pochi" è la sua massima di lavoro. Sappiamo che alla persona con troppo pochi amici fidati manca qualcosa di cruciale nella vita. D'altra parte, la vera amicizia ci impone e richiede un certo grado di reciprocità per le buone azioni che i nostri amici hanno compiuto per nostro conto.

Allora, qual è il numero corretto di persone che possiamo avere come nostri amici, secondo Aristotele? È semplicemente il "numero massimo con cui un uomo potrebbe essere in grado di vivere insieme, perché... vivere insieme è l'indicazione più sicura dell'amicizia".[5] Probabilmente dovremmo capire che "vivere insieme" significa la capacità di spendere tempo di qualità – cioè, tempo intimo, intenso e personale – con i nostri amici e, a dirla tutta, non abbiamo proprio la possibilità/capacità di farlo con un gran numero di persone. La domanda che dobbiamo costantemente porci, secondo Aristotele, è se il numero di amici che abbiamo ci permette di condividere pienamente le loro gioie e dolori "come se fossero i nostri". Se non possiamo farlo perché abbiamo troppi impegni che contrastano con quelli dei nostri amici, allora è probabilmente ora di ridurre un po' il loro numero. Se esaminiamo realisticamente le nostre relazioni, probabilmente avremo al massimo solo una manciata di persone che ammetteremmo nei ranghi dei nostri amici più cari.

Criticare le amicizieModifica

Abbiamo visto che i genitori spesso si smarriscono nella cura dei propri figli quando non riescono a fornire loro la guida morale di cui hanno bisogno per diventare adulti virtuosi. Tali genitori coccolano e proteggono i loro figli, anche quando si comportano male, portando i loro figli a credere che non possano mai fare nulla di sbagliato.

Qualcosa di simile si verifica anche in tipi di amicizia fuorviati. Ci sono molti uomini e donne nella nostra società, per esempio, che credono chiaramente di essere obbligati a stare al fianco dei loro amici anche quando sono coinvolti in un modello di comportamento potenzialmente dannoso per se stessi o per gli altri. Alcuni arrivano addiritura al punto di dire che non si dovrebbero mai sottolineare gli errori dell'amico o dell'amica. Come fa il vecchio adagio francese, "L’amour est aveugle; l’amitié ferme les yeux" (L'amore è cieco; l'amicizia chiude un occhio).

Questa visione, sorprendentemente, è sostenuta da quel moralista altrimenti rigido dell'Illuminismo, Immanuel Kant. Nelle Lezioni di etica, Kant sostiene che i nostri amici conoscono i loro difetti molto meglio di noi, e quindi segnalarli sarebbe una perdita di tempo. Crede inoltre che sottolineare le colpe degli amici ne minaccerebbe l'amicizia poiché la conservazione del loro senso di dignità dipende dalla loro convinzione che non abbiamo notato tali colpe:

« Sottolineare i suoi difetti ad un amico è pura impertinenza; e una volta iniziata la ricerca dei difetti tra amici, la loro amicizia non durerà a lungo. Dobbiamo chiudere un occhio sulle colpe degli altri, affinché non concludano che hanno perso il nostro rispetto e noi perdiamo il loro.[6] »

Brani come questo mi fanno pensare se Kant avesse la minima idea di cosa fosse davvero l'amicizia. Nella vera amicizia – al contrario di una relazione più frivola e superficiale – esiste un livello così elevato di intimità e affetto, che un amico dovrebbe sapere che lo rispetto sempre, anche quando metto in evidenza i suoi difetti. Anzi, egli sa che è proprio perché lo rispetto così tanto che gli ho fissato standard più elevati di quanto farei per gli altri. Lungi dal distruggere il rapporto che ho con il mio amico, un tale candore verso i suoi difetti dovrebbe in effetti rafforzare il mio rapporto con lui.

Immagina per un momento che un tuo amico intimo sia coinvolto in un modello di comportamento che è o personalmente dannoso o almeno ha il potenziale di minare il suo migliore interesse a lungo termine. Forse, per esempio, hai un amico che ha recentemente iniziato ad andare in discoteche dove è frequente l'uso di droghe pesanti; forse ha persino iniziato a sperimentare questo tipo di droghe. Dovresti rimanere in silenzio quando sai che questo stile di vita potrebbe rovinare la vita del tuo amico? E se decidessi di tacere, come raccomanda Kant, cosa direbbe questo silenzio sulla tua preoccupazione per il benessere dei tuoi amici?

Meno drammaticamente, immagina che un tuo caro amico ammetta di aver usato pratiche contabili discutibili per aumentare i propri profitti a spese dei suoi azionisti. Il tuo amico non vede nulla di sbagliato in tali pratiche, dal momento che non violano alcuna legge specifica e causano pochi danni reali ai singoli azionisti, la maggior parte dei quali ha più soldi di quanti ne abbiano comunque bisogno. Se critichi il tuo amico per il suo comportamento, probabilmente lo alienerai al punto da non sentirsi più a suo agio nel confidarsi. Le tue critiche potrebbero persino danneggiare permanentemente il tuo rapporto con l'amico. Devi comunque esprimere la tua critica al suo comportamento?

Riflettendo su questo problema, il filosofo Montaigne sostiene che la volontà di rimproverare i nostri amici quando si smarriscono è in effetti il ​​più importante dovere dell'amicizia: "Certi dei miei amici", scrive, "a volte si sono impegnati a chiamarmi a tappeto e darmi lezioni senza riserve, di propria iniziativa o su mio invito, come un servizio che, per un'anima ben formata, supera tutti i servizi di amicizia, non solo nell'utilità, ma anche nella piacevolezza. L'ho sempre accolto a braccia spalancate, con cortesia e gratitudine."<ref.Montaigne, op. cit., 181.</ref> Il motivo per cui dovremmo davvero essere grati quando i nostri amici ci rimproverano perché ci impegniamo in comportamenti distruttivi, è che tale rimprovero in realtà è la manifestazione più chiara della loro benevolenza verso di noi. Mentre i nostri nemici e coloro che sono indifferenti nei nostri confronti non potrebbero fregarsene di meno se le nostre azioni ci portano alla rovina, i nostri veri amici si preoccupano del nostro benessere tanto quanto loro proprio. E il loro rimprovero dovrebbe essere considerato la più chiara manifestazione di quella cura.

Certo, l'ammonimento deve sempre essere fatto nel modo giusto, vale a dire con rispetto e interesse per l'altro. A volte succede che ammoniamo i nostri amici per i loro difetti solo per permetterci di provare un senso di superiorità morale su di loro. Se l'ammonimento viene fatto in questo modo, molto probabilmente porterà alla distruzione dell'amicizia, poiché a nessuno piace essere sminuito da qualcuno che dovrebbe essere un amico. "Possiamo ammonire", ricorda Cicerone, "ma non dobbiamo sgridare; possiamo rimproverare, ma non dobbiamo umiliare."[7] A condizione che il rimprovero sia fatto in modo caritatevole e gentile, dovrebbe approfondire piuttosto che dissolvere qualsiasi autentica amicizia.

Finire un'amiciziaModifica

Le amicizie possono spezzarsi in maniera naturale per una serie di ragioni diverse. A volte gli amici col tempo si sviluppano in modi diversi, iniziano a proporre visioni radicalmente diverse della vita. In tali casi potrebbe non esserci nessuna base per il proseguimento dell'amicizia.[8] Altre volte anche il migliore degli amici può essere contrariato da rivalità (per un lavoro desiderabile, una situazione economica troppo complessa, ecc.) o a causa di un qualche violento disaccordo che i due amici potrebbero avere. Mentre lo scioglimento di amicizie di questo tipo è davvero sfortunato, è una conseguenza fin troppo frequente delle relazioni che si instaurano all'inizio della vita e tra individui che hanno una comprensione abbastanza superficiale di cosa sia l'amicizia. Quando tali relazioni si sfasciano, come spesso accade, le parti di solito passano a relazioni più fruttuose dopo un adeguato periodo di adattamento, dispiacere o afflizione.

Ci sono anche situazioni, tuttavia, in cui si deve prendere una decisione intenzionale per porre fine ad un'amicizia, forse anche intima e di lunga data. In quali circostanze si potrebbe agire per provocare lo scioglimento di tale amicizia? Cicerone e Aristotele concordano sul fatto che un'amicizia dovrebbe finire quando l'amico inizia a diventare malvagio.[9] Il motivo per cui un'amicizia simile deve essere conclusa, secondo Aristotele, è che l'amore di una brava persona dovrebbe essere diretto solo verso soggetti buoni. Una brava persona, in breve, non dovrebbe mai permettersi di essere intima con qualcuno che è diventato cattivo.[10]

Sebbene Aristotele creda che sia necessario porre fine anche a un'amicizia a lungo termine quando il nostro amico diventa cattivo, questo non significa in alcun modo che dovremmo semplicemente gettare da parte il nostro amico nel momento in cui fa qualcosa di sbagliato. Aristotele crede che siamo obbligati a operare diligentemente per riformarlo e sperare nella sua eventuale riabilitazione. Ad esempio, se avessi un amico che sta cominciando a sviluppare una dipendenza da alcol o droghe, farei sicuramente tutto il possibile per incoraggiarlo a cercare cure apposite; se volesse che lo facessi, sarei anche disposto ad accompagnarlo in una struttura di terapia o a incontri dell'associazione anonima locale di alcolisti o tossicodipendenti. Potrebbe venire un momento, tuttavia, quando ho fatto tutto il possibile per convincerlo a rinunciare al suo comportamento dannoso e egli ha semplicemente scelto di non ascoltare. È a questo punto che devo interrompere completamente il rapporto sia per il bene del mio amico (dal momento che il mio rigetto potrebbe essere l'unica cosa in grado di riportarlo ad un comportamento decente) sia per il mio (per non farmi corrompere dal comportamento negativo del mio amico).

Nei casi in cui l'amicizia è di lunga data, Cicerone ritiene che l'amicizia dovrebbe essere lasciata svanire piuttosto che essere eliminata bruscamente. Dovremmo interrompere gradualmente la nostra intimità con l'altro, un processo a cui Cicerone si riferisce come l'atto di "disimparare" l'amicizia. Il nostro obiettivo, dice, dovrebbe sempre essere quello di evitare che quella che prima era una stretta amicizia si trasformasse in amara inimicizia. L'unica eccezione che fa a questa regola è quando un amico è impegnato in misfatti estremi o quando ci chiede di fare qualcosa di moralmente illecito. In tali casi l'amicizia dovrebbe essere interrotta immediatamente.[11]

Per raro che sia il vero amore, è meno raro della vera amicizia.
Non sempre l'amico del cuore fa parte del genere umano.
Un amico può dirti cose che tu non vuoi dire a te stesso.
Non ho bisogno di un amico che cambia quando cambio
e che annuisce quando annuisco;
la mia ombra lo fa molto meglio
.
(Plutarco)
  Per approfondire, vedi Serie dei sentimenti.

NoteModifica

  1. Cicerone, Laelius de amicitia.
  2. Cicerone, Laelius de amicitia, cit..
  3. Michel de Montaigne, Saggi, testo francese a fronte, a cura di Fausta Garavini, Bompiani, 2012, p. 67.
  4. C.S. Lewis, The Four Loves, cit., ad loc.
  5. Aristotele, Etica Nicomachea 1.10
  6. Immanuel Kant, Lezioni di etica, Laterza, 1971, 232.
  7. Cicerone, De amicitia, cit. 24.89.
  8. Cicerone, De amicitia, cit. 10.33.
  9. Cicerone, De amicitia, cit. 76.21; Aristotele, EN 9.3.
  10. Aristotle, EN 9.3.
  11. Cicerone, De amicitia, cit. 21.78; 10.35.