Storia della letteratura italiana/La lirica siciliana

Indice del libro

In seguito alla crociata contro gli albigesi (1209-1229) molti trovatori provenzali sono costretti a emigrare in Italia, dove la loro poesia è accolta con favore, in particolar modo nelle regioni settentrionali (tra cui il Monferrato e la Marca trevigiana) e in Sicilia, alla corte di Federico II di Svevia (re di Sicilia dal 1198 e imperatore dal 1220).[1] La corrente letteraria nata nell'isola dalla rielaborazione di temi e stili trobadorici, capostipite della quale è considerato Iacopo da Lentini, è chiamata scuola siciliana.

Alcune caratteristiche di questo movimento lo differenziano però dalla lirica provenzale: il poeta non è una figura professionale ma dilettantistica, mentre sul piano letterario troviamo la definitiva separazione del testo dalla musica (le liriche non sono più indirizzate al popolo ma a un ambiente ristretto e colto). Nasce inoltre, per la prima volta in Italia, una poesia lirica in una lingua volgare, il siciliano,[2] privato dei termini dialettali e arricchito da strutture periodiche tipicamente latine.

Dalla poesia sono estromesse la politica, le esperienze personali, i riferimenti a personaggi storicamente identificabili, le questioni legate all'attualità, e viene lasciato totale spazio al fin'amor.[3] Ricorrenti sono le similitudini con il mondo naturale e i riferimenti alla società feudale, benché essa non fosse propria del regno di Federico II. Le strutture metriche più utilizzate sono la canzone, la canzonetta e il sonetto. La prima è utilizzata in circa due terzi dei componimenti siciliani giunti fino a noi,[4] ed è usata per trattare gli argomenti più seri, la seconda per i più leggeri, mentre il sonetto, destinato a diventare la forma tipica delle tenzoni poetiche, veniva adattato a più occasioni.

Contesto storico

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Federico II di Svevia

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  Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Federico II di Svevia.
 
Michael Zeno Diemer, Il Cancelliere Aulico alla corte di Federico II, 1939, Palazzo della Favara, Palermo. Il re, da vero mecenate, è accompagnato da letterati, artisti e studiosi siciliani

Federico II, imperatore e re di Sicilia, crea sull'isola uno Stato ordinato e pacifico. La sua corte, la cosiddetta Magna Curia, è particolarmente attiva tra il 1230 e il 1250, anni in cui si sviluppa la scuola siciliana. I poeti siciliani prendono come modello i provenzali e si ispirano a loro per comporre poesie d'amore. Vengono però eliminati i riferimenti alla vita cortigiana, il tema dell'amore si sposta su un piano più astratto, ricorrendo a modi comunicativi più elevati.[5] I poeti narrano la completa sottomissione alla donna, lo stesso rapporto che lega un vassallo al suo padrone.

 
L'incontro di Federico II e al-Malik al-Kāmil durante la sesta crociata

Federico è un uomo molto colto: parla il tedesco e il francese (la madre, Costanza d'Altavilla, era normanna, mentre il padre, Enrico VI, era svevo), e conosce il greco, il latino, l'arabo, il volgare siciliano e l'ebraico. La sua inestinguibile curiosità intellettuale gli fa guadagnare l'appellativo di Stupor Mundi, ovvero "meraviglia del mondo". Ha un atteggiamento di grande tolleranza verso le altre religioni. Mecenate e sostenitore della scienza e della cultura, fonda una scuola retorica a Capua, una scuola medica a Salerno e un'università a Napoli.

Incoronato imperatore a Roma da Onorio III (1220), non mantiene subito il primo impegno: aveva inizialmente prestato giuramento di imbarcarsi per la Terra Santa nel 1217, ma successivamente si tira indietro e Onorio rinvia ripetutamente la data di inizio della spedizione. Prima di indire la crociata, compie nel regno di Sicilia un vasto programma di riforma politica.

Per stroncare le pretese dei baroni feudali, abbatte i castelli costruiti senza autorizzazione e ne innalza di propri su tutto il territorio; protegge l'economia locale dalle speculazioni dei genovesi; crea l'Università di Napoli (famosa per gli studi giuridici) e quella di Salerno (prima per la medicina); finanzia gli studenti, obbligandoli però a iscriversi alle sue università; ferma la repressione dei musulmani e li trasferisce nella colonia di Lucera, dove sono lasciati liberi, purché si mantengano a lui fedeli. Nel 1231 promulga una raccolta di leggi (le costituzioni di Melfi), con cui dà ordine al regno e controlla i poteri amministrativo, legislativo e giudiziario. Ne risulta una nuova forma di Stato, laico, accentrato e burocratico.

Sulla mentalità di Federico II, un altro rilievo che può dare un'indicazione importante sul suo temperamento e la sua lungimiranza è il progetto di riforma delle proprietà terriere, che viene realizzato dal capuano Pier delle Vigne. Infine, va ricordato che è un letterato egli stesso, autore di un trattato di falconeria (De arte venandi cum avibus) che è anche un libro simbolico e filosofico, e di alcuni componimenti poetici, ritrovabili nelle raccolte della scuola siciliana.

L'esperienza politica, filosofica e letteraria

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La scuola siciliana si sviluppa tra il 1230 e il 1250 presso la corte itinerante di Federico II.[6] La Sicilia dell'epoca è luogo di incontro e fusione di molte culture per la sua centralità nel Mediterraneo, dove l'imperatore crea una scuola di poeti e intellettuali che ruotano intorno alla sua figura e sono parte integrante della sua corte. Federico II intende avvalersi di ogni possibile mezzo per stabilire la sua supremazia sull'Italia e in Europa. A questo fine attua una politica strumentale, anche nel campo culturale. Con la scuola siciliana vuole creare una nuova poesia che sia laica e si possa così contrapporre al predominio culturale della Chiesa; deve inoltre opporsi alla produzione poetica comunale (l'imperatore era in lotta con i Comuni) e deve essere aristocratica, cioè ruotare intorno alla figura del sovrano.

I poeti di questa corrente letteraria appartengono all'alta borghesia e sono tutti funzionari di corte o burocrati che lavoravano presso la corte di Federico. È importante rilevare che tutti sono impegnati in attività e funzioni di organizzazione, di cancelleria, di amministrazione. La produzione poetica è riservata alla libertà dello spirito e non costituisce un lavoro o una funzione. In questo senso, la scuola siciliana è un tentativo di realizzare una cultura universale e spirituale, nel rispetto delle religioni manifestate ma senza condizionamenti né, tanto meno, subordinazione.

La poetica della scuola siciliana affronta la tematica amorosa da un punto di vista "feudale", insistendo sul rapporto vassallatico tra il poeta e la donna-signora, la quale deve essere seguita con dedizione. Tuttavia, a differenza dei provenzali, dai componimenti dei siciliani è escluso il pathos dovuto alla distanza e all'inaccessibilità della donna, la quale continua a essere depositaria di ogni virtù e pregio. Il rapporto con lei avviene attraverso la vista, e le forme della comunicazione amorosa sono definite mediante la visione di oggetti fisici, ai quali sono però associati significati astratti: la superiorità della donna viene paragonata, di volta, ai fiori, alle pietre preziose, agli astri.[6] Inoltre, la poesia e la fedeltà all'amata, lontana ed evanescente, nobilitano il poeta e lo rendono socialmente più degno. La forma poetica più usata è la canzonetta, che spesso esprimeva invettive.[7]

Forme strofiche italiane

Durante il XIII secolo si sviluppano la maggior parte delle forme strofiche della poesia italiana:[8]
  • terzine, strofe di tre versi, rappresentano la struttura base delle composizioni in terza rima (la sua fortuna è legata all'opera di Dante, che ricorrerà a terzine di endecasillabi con rima incatenata ABA/BCB/DCD);
  • quartine, strofe di quattro versi;
  • sestine, strofe di sei versi;
  • ottave, cioè la stanza in ottava rima, metro essenziale della poesia narrativa italiana a partire dal XIV secolo (si compone di otto endecasillabi con rima ABABABCC).

Le forme liriche principali sono però due:

  • la canzone, modellata sulla canso provenzale, si articola in una serie di stanze (a loro volta composte da endecasillabi e/o settenari, con una struttura costante che si ripete);
  • il sonetto, che dalla Sicilia si diffonde in tutta Italia, e che nasce probabilmente da una stanza isolata di una canzone; è formato da 14 endecasillabi, raccolti in due quartine (con due rime) e due terzine (con uno schema che può prevedere due o tre rime).

Si possono poi ricordare:

  • la ballata, di derivazione popolare e molto diffusa nella letteratura in lingua d'oc e d'oïl, composta da stanze di endecasillabi o settenari che venivano accompagnati dal ballo e dalla musica;
  • la canzonetta, forma molto arcaica, ripropone gli schemi della canzone in versi più brevi (settenari, ottonari).

La lingua: il siciliano illustre

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I componimenti della scuola siciliana sono scritti in siciliano illustre, una lingua nobilitata dal continuo raffronto con le lingue auliche del tempo: il latino e il provenzale (la lingua d'oc). Meno forte nei contenuti, la poesia lirica dei siciliani contiene in sé un linguaggio sovraregionale, qualitativamente e quantitativamente ricco rispetto ai dialetti locali, data anche la sua capacità di coniare parole nuove per neologismo e sincretismo, assimilando rapporti dialettali italiani e francesi (è dimostrata la stretta relazione tra i siciliani e la Marca Trevigiana, con cui Federico aveva stretti contatti) alle lingue d'oltralpe. Tale ricchezza fu dovuta anche alle caratteristiche intrinseche alla Magna Curia, che spostandosi al seguito dell'irrequieto imperatore nel corso delle sue campagne politico-militare, non poteva per forza di cose prendere a modello della nuova lingua un singolo dialetto locale. Limitandoci solo al discorso sui dialetti, vi sono già differenze (non troppo marcate) tra la parlata catanese e palermitana, e a queste dobbiamo aggiungere alcune influenze continentali, ma non esclusive, alla zona della Puglia.

La poesia siciliana dà l'opportunità al volgare, che fino ad allora era usato solo in qualche canto popolare o giullaresco, di diventare pregevole e di essere degno della poesia (come discuterà poi Dante nel De Vulgari Eloquentia). La scuola siciliana ha anche il merito di aver introdotto un sistema metrico nuovo e rivoluzionario, il sonetto, che finirà per essere il sistema canonico per eccellenza per la poesia (Petrarca infatti userà questo sistema, mettendo in rilievo la praticità e musicalità che questa forma poetica dimostra).

I poeti

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I componimenti dei poeti siciliani ci sono arrivati prevalentemente attraverso il manoscritto Vaticano Latino 3793, che è stato compilato da un copista toscano. Sebbene non ci sia motivo di ritenere che vi siano stati scarti notevoli, è da rilevare che il copista ha compiuto adattamenti dal volgare siciliano al volgare toscano: così non si dispone di una perfetta testimonianza della vera lingua utilizzata dai poeti della corte di Federico II. Degli originali si è salvato soltanto un componimento intero, Pir meu cori alligrari di Stefano Protonotaro, e tre spezzoni: le ultime due stanze (versi 43-70) della canzone di Re Enzo S'iu truvassi Pietati, la stanza iniziale (versi 1-12) della canzone Gioiosamente canto di Guido delle Colonne e un frammento di Allegru cori plenu di Re Enzo. Tutto ciò grazie a una trascrizione dell'erudito emiliano Giovanni Maria Barbieri, che nel Cinquecento disse di aver trascritto questi versi da un manoscritto di cose siciliane, oggi perduto.

Gli esponenti principali della scuola siciliana sono: Iacopo da Lentini, considerato anche il caposcuola e largamente noto perché ritenuto l'inventore della forma metrica del sonetto, Pier della Vigna, Ruggieri d'Amici, Odo delle Colonne, Rinaldo d'Aquino, Arrigo Testa, Guido delle Colonne, Stefano Protonotaro, Filippo da Messina, Mazzeo di Ricco, Iacopo Mostacci, Percivalle Doria, Re Enzo, lo stesso Federico II e Giacomino Pugliese. A questi vanno aggiunti Tommaso di Sasso, Giovanni di Brienne, Compagnetto da Prato, Paganino da Serzana e Folco di Calavra.

Tra i componimenti giunti a noi è da rilevare Meravigliosamente di Iacopo da Lentini e il contrasto Rosa fresca aulentissima di Cielo d'Alcamo. Diversi componimenti si distaccano già dalla poesia provenzale nella forma e nello stile, presentando già anticipazioni di esiti stilnovistici. La terminologia cavalleresca francese è tuttavia rivisitata e non copiata pedissequamente, attraverso il conio di nuovi termini italiani mediante anche nuovi sistemi di suffissazione in -za (<fr.-ce) e -ière (< -iera), novità linguistica notevole per quest'epoca.

Cielo d'Alcamo e la parodia dell'amor cortese

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Nel Contrasto di Cielo d'Alcamo (metà del XIII secolo), noto con il titolo di Rosa fresca aulentissima e databile agli anni trenta o quaranta del XIII secolo, le forme auliche della poesia siciliana si uniscono a temi del genere comico. Si tratta di un dialogo tra un giullare e una fanciulla, la quale dapprima respinge il corteggiamo e poi cede via via alle insistenze dell'uomo. Nella lingua, invece, sono riscontrabili un fondo siciliano con elementi di derivazione campana. Il risultato è un'originale parodia dell'amore cortese, basata su un gioco di esagerazioni e continue asimmetrie nella disputa tra i due protagonisti;[9] l'amor cortese viene quindi ribaltato, assumendo termini sensuali e carnali.[6]

La tradizione posteriore

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La battaglia di Benevento, miniatura da Grandes Chroniques de France (BNF, FR 2813). Nello scontro, avvenuto il 26 febbraio 1266 fra le truppe guelfe di Carlo d'Angiò e quelle ghibelline di Manfredi di Sicilia, quest'ultimo perse la vita

La scuola siciliana è travolta dalla crisi della Magna Curia. Un sistema di congiure e di complotti è ordito contro il governo di Federico II, eccessivamente illuminato per il suo tempo e, forse, per la paura che lo Stato Pontificio aveva della possibilità che il sovrano riunificasse la corona di Sicilia con quella di Germania, circostanza che avrebbe costretto il papato nella morsa del regno degli Hohenstaufen. Della congiura di cui è accusato Pier delle Vigne nei confronti di Federico II dà monumentale testimonianza Dante Alighieri,[10] peraltro asserendo l'estraneità di Pier delle Vigne alle accuse. Dopo la morte di Federico nel 1250, la scuola ha un rapido tramonto.

Alla scomparsa di Manfredi (1266), figlio di Federico II e ultimo re di Sicilia appartenente alla casata degli Hohenstaufen, la scuola siciliana si scioglie. Grazie alla fama che aveva già ricevuto in tutta Italia e all'interesse dei poeti toscani, la sua tradizione però sopravvive e viene ripresa da Guittone d'Arezzo e i suoi discepoli toscani. A quel punto, però, i poeti toscani lavorano già su manoscritti toscani e non più su quelli siciliani: sono infatti i copisti locali a consegnare alla tradizione il corpus della scuola siciliana, ma per rendere i testi più "leggibili" apportano modifiche destinate a pesare sulla tradizione successiva e quindi sul modo in cui è percepita la tradizione "isolana".

Non solo vengono toscanizzate certe parole più aderenti al latino nel testo originale (cfr. gloria > ghiora in Iacopo da Lentini), ma per esigenze fonetiche il vocalismo siciliano è adattato a quello del volgare toscano. Mentre il siciliano ha cinque vocali (discendenti dal latino nordafricano: i, è, a, o, u), il toscano ne ha sette (i, é, è, a, ò, ó, u). Il copista trascrive la u > o e la i > e, quando la corrispondente parola toscana comportava tale variazione. Alla lettura, quindi le rime risultano imperfette (o chiusa rimava con u, e chiusa con i, mentre anche quando la traduzione permetteva la presenza delle stesse vocali, poteva accadere che una diventava aperta, l'altra chiusa). Mentre questo errore è considerato una licenza poetica da Guittone e poi dagli stilnovisti, alla lunga ha contribuito probabilmente a svalutare i pregi metrico-stilistici della scuola, soprattutto nell'insegnamento scolastico. Pochi, infatti, sono i manoscritti siciliani originali rimastici: quelli di cui disponiamo sono solo copie toscane.

È ormai quasi certa per tutti gli studiosi l'ascrizione della paternità del sonetto vero e proprio a Iacopo da Lentini, nella forma metrica ABAB - ABAB / CDC DCD. Il sonetto avrà nei secoli una fortuna costante, mantenendo inalterata la forma classicamente composta da due quartine e due terzine di endecasillabi (variando invece a livello di schema rimico): una fondamentale raccolta di sonetti è l'opera poetica di William Shakespeare. Il sonetto è stato ampiamente utilizzato da Charles Baudelaire. Ancora nel Novecento dopo la parentesi di Leopardi che nell'Ottocento aveva rifiutato questa forma, grandi poeti come Giorgio Caproni, Franco Fortini e Andrea Zanzotto hanno scritto sonetti. Da non dimenticare le composizioni del portoghese Fernando Pessoa e del catalano Josep Vicenç Foix i Mas.

  1. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, L'età cortese e comunale, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 47.
  2. Furio Brugnolo, La scuola poetica siciliana, in Enrico Malato (a cura di), Storia della letteratura italiana, vol. 1/1, Roma, Salerno, 1994, p. 278.
  3. Furio Brugnolo, La scuola poetica siciliana, in Enrico Malato (a cura di), Storia della letteratura italiana, vol. 1/1, Roma, Salerno, 1994, p. 273.
  4. Furio Brugnolo, La scuola poetica siciliana, in Enrico Malato (a cura di), Storia della letteratura italiana, vol. 1/1, Roma, Salerno, 1994, p. 288.
  5. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 75-76.
  6. 6,0 6,1 6,2 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, L'età cortese e comunale, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 48.
  7. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 75-76.
  8. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 74-75.
  9. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 76-77.
  10. Inferno XIII