L'Impressionismo di Ernest Hemingway/Conclusione

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Ernest Hemingway, ca. 1960

ConclusioneModifica

A parte l'articolo di Harry Levin menzionato in precedenza, relativamente pochi critici hanno discusso della narrativa di Hemingway dal punto di vista dello stile. Questa mancanza sembra particolarmente incongrua, perché l'aspetto del suo lavoro che sembra essere il punto più ovvio da commentare è in effetti il meno discusso. Forse le pagine precedenti hanno aggiunto qualcosa a questa area generale della critica hemingueiana. Inoltre, forse queste pagine hanno adempiuto al duplice scopo delineato nella prefazione, mostrando ciò che è l'Impressionismo e come si manifesta nei romanzi di Hemingway e come l'Impressionismo potrebbe essere usato quale indicatore critico del suo lavoro complessivo. Speriamo che questo studio abbia contribuito alla conoscenza di questo aspetto significativo di Hemingway.

Nella sua introduzione a Men at War, Ernest Hemingway affermò:

« A writer's job is to tell the truth. His standard of fidelity to the truth should be so high that his invention, out of his experience, should produce a truer account than anything factual could be.[1] »

Hemingway ebbe così tanto successo nel dire la verità che molti dei suoi lettori, in particolare durante gli anni '30, iniziarono a interpretare le proprie esperienze in relazione a ciò che avevano letto nei suoi libri. Apparentemente i resoconti di Hemingway sembravano spesso più veri delle loro stesse esperienze.

Il fatto che gran parte della prosa di Hemingway influisca ancora sui suoi lettori in questo modo è un tributo al suo elevato standard di fedeltà alla verità e alla sua straordinaria tecnica di prosa impressionistica che coinvolge così efficacemente i lettori nell'azione rappresentata. Il forte di Hemingway non era "...descrivere ciò che vedeva, ma descrivere se stesso che vedeva, trasmettere il complesso di sentimenti che era evocato in lui o in un personaggio inventato quando quel personaggio era posto in una situazione di tensione appropriata".[2]

Quando Hemingway presenta con successo questo sentimento e questa tensione, il lettore non sa com’era, ma com’è.

È forse appropriato che il soggetto di questo studio abbia l'ultima parola. A proposito di questa questione di "visione presentata", Hemingway ha detto:

« All good books are alike in that they are truer than if they had really happened and after you are finished reading one you will feel that all that happened to you and afterwards it all belongs to you; the good and the bad, the ecstasy, the remorse and sorrow, the people and the places and how the weather was. If you can get so that you can give that to people, then you are a writer.[3] »

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Infinità e generi.
  1. Ernest Hemingway, Men at War (New York, 1942), P· xiv.
  2. Rovit, p. 55.
  3. Baker, p. 73.