Indice del libro


Mosè (Moshe) Maimonide, uno dei maggiori studiosi ebrei di tutti i tempi ed una delle grandi menti del mondo occidentale, nacque nel 1138 circa, da una distinta famiglia di Cordova, in Spagna. Gli scritti e le imprese di questo saggio del dodicesimo secolo sembrano espandersi in un numero quasi impossibile di attività. Maimonide infatti fu la prima persona a stilare un codice di tutte le leggi ebraiche, la Mishneh Torah; produsse uno dei grandi trattati dell'Ebraismo, la Guida dei Perplessi; pubblicò un commentario di tutta la Mishna; praticò come medico presso il sultano dell'Egitto; scrisse svariati libri di medicina; e, nel suo "tempo libero" officiò quale leader della comunità ebraica del Cairo. Non c'è quindi da stupirsi che, quando Shmuel ibn Tibbon, il traduttore in ebraico della Guida dei Perplessi (che era stata scritta in arabo), scrisse a Maimonide di volerlo venire a trovare per discutere alcuni difficili punti della traduzione, Maimonide lo scoraggiasse dal venire, dicendogli:[1]


Maimonide insegna (pagina miniata della Guida dei Perplessi in ebraico, Cod. Heb. 37 della Royal Library di Copenhagen, 1347)
Maimonide insegna (pagina miniata della Guida dei Perplessi in ebraico, Cod. Heb. 37 della Royal Library di Copenhagen, 1347)

(IT)
« La perfezione spirituale dell'uomo consiste nel diventare un essere intelligente, che conosca soprattutto la sua capacità di imparare »

(HE)
« השלמות הרוחנית של האדם היא להיות יצור אינטליגנטי, שיודע בעיקר ביכולתו ללמוד »
(Maimonide, Lettera a Joseph)

« Vivo a Fostat, ed il sultano risiede al Cairo [distante circa due chilometri]... I miei servizi al sultano sono molto pesanti. Sono obbligato a visitarlo ogni giorno, al mattino presto, e quando egli o qualcuno dei suoi figli o uno dei servitori del suo harem sono indisposti, non mi azzardo a lasciare il Cairo, ma rimango per gran parte del giorno al palazzo. Spesso succede che uno dei due funzionari reali si ammali, ed io devo curarmi di loro. Quindi, di regola, vado al Cairo molto presto in giornata e anche se non accade nulla di insolito, non ritorno a Fostat fino al pomeriggio. Sono allora quasi morto dalla fame... Trovo la mia sala d'attesa gremita di persone, sia ebrei che gentili, nobili e gente comune, giudici e cancellieri, amici e nemici — una moltitudine mista che aspetta il momento del mio ritorno.
Scendo dalla mia bestia, mi lavo le mani, vado dai miei pazienti e prego loro di sopportarmi mentre mangio un boccone, l'unico pasto che faccio nelle ventiquattro ore. Poi visito i miei pazienti, e scrivo ricette e direzioni per le varie malattie. Pazienti vanno e vengono fino al calar del sole, e a volte, ti assicuro solennemente, fino alle due e più della notte. Discuto con loro e prescrivo mentre mi sdraio perché sono esausto dalla fatica; ed quando cade la notte sono così stremato che non riesco neanche a parlare.
Di conseguenza, nessun Israelita riesce ad avere un colloquio privato con me, ad eccezione dello Shabbat. In quel giorno l'intera congregazione, o almeno la maggioranza dei membri, vengono da me dopo il servizio liturgico mattutino, ed io li istruisco sui rispettivi procedimenti di tutta la settimana; studiamo un po' insieme fino a mezzogiorno, dopodiché se ne vanno. Alcuni di loro però ritornano, e leggono con me dopo il servizio pomeridiano fino alle preghiere della sera. In tale maniera passo questa giornata. »
(Maimonide, Lettera a Shmuel ibn Tibbon)

Il nome completo di Maimonide era Moshe ben Maimon; in ebraico era noto con l'acronimo Rambam (Rabbi Moshe ben Maimon). Nato in Spagna poco prima che i fanatici Almohadi salissero al potere, per evitare le persecuzioni diquesta setta mussulmana — che offriva ad ebrei e cristiani la scelta di convertirsi all'Islam o morire — fuggì con la famiglia prima in Marocco, poi in Israele ed infine in Egitto. Apparentemente sperava di continuare i suoi studi ancora per molti anni, ma quando suo fratello David, mercante di preziosi, perì nell'Oceano Indiano con gran parte della fortuna di famiglia, Maimonide dovette iniziare a guadagnare soldi. Probabilmente cominciò allora a praticare la medicina.

Il maggior contributo di Maimonide alla vita ebraica rimane la sua Mishneh Torah, codice di legge ebraica. Fu sua intenzione di comporre un libro che guidasse gli ebrei su come agire in tutte le situazioni semplicemente leggendo la Torah (Pentateuco) ed il proprio codice esplicativo, senza dover passare tanto tempo ad esaminare i meandri complessi del Talmud. Inutile dire che questo provocatorio razionale non fu troppo gradito a molti ebrei tradizionali, che temevano che la gente avrebbe fatto affidamento sul suo codice e non avrebbe più studiato il Talmud. Nonostante a volte incontrasse intensa opposizione, la Mishneh Torah è diventata una guida standard di pratica ebraica: in seguito servì come modello per lo Shulkhan Arukh, il codice cinquecentesco della legge ebraica che è ancora considerato autorevole dagli ebrei ortodossi.[1]

Filosoficamente, Maimonide fu un razionalista religioso. I suoi attacchi contro coloro che intrattenevano idee che considerava primitive — per esempio quelle persone che interpretavano letteralmente espressioni come "il dito di Dio" o "il volto divino" — infuriavano talmente tanto i suoi oppositori, che proibirono parti del suo codice e tutta la Guida dei Perplessi. Altri spiriti più liberali proibirono lo studio della Guida a tutti coloro che non avevano ancora raggiunto l'età matura. Il modo in cui gli oppositori di Maimonide reagirono alle sue opere fu comunque alquanto drammatico: tre rabbini importanti della Francia denunciarono i suoi libri ai frati domenicani, che dirigevano l'Inquisizione francese. Gli inquisitori furono molto felici di intervenire e bruciare quei libri. Otto anni dopo, quando i domenicani iniziarono a bruciare il Talmud, uno dei rabbini che avevano denunciato le opere maimonidee, un certo Jonah Gerondi, concluse che Dio lo stava punendo insieme alla comunità ebraica per aver ingiustamente condannato Maimonide. Decise quindi di andare a visitare la tomba di Maimonide a Tiberiade, in Israele, per chiedere perdono.[1]

I 13 principi della fede
(dal Pirush Hamishnayot di Maimonide)

  1. Credo con fede assoluta che il Creatore, sia benedetto il Suo Nome, è il Creatore e la Guida di tutti gli esseri creati, e che Egli solo ha creato, crea e creerà tutte le cose.
  2. Credo con fede assoluta che il Creatore, sia benedetto il Suo Nome, è Uno; che non vi è unicità in alcun modo come la Sua, e che Egli solo è nostro Dio, lo è stato, lo è e lo sarà sempre.
  3. Credo con fede assoluta che il Creatore, sia benedetto il Suo Nome, è incorporeo; che non possiede alcuna proprietà materiale; che non esiste assolutamente alcuna somiglianza (fisica) a Lui.
  4. Credo con fede assoluta che il Creatore, sia benedetto il Suo Nome, è il Primo e l'Ultimo.
  5. Credo con fede assoluta che il Creatore, sia benedetto il Suo Nome, è il solo a cui è giusto pregare, e che non è giusto pregare ad altri che a Lui.
  6. Credo con fede assoluta che tutte le parole dei Profeti siano vere.
  7. Credo con fede assoluta che la Profezia di Mosè nostra Guida, la pace sia con lui, è vera; e che egli è stato il capo dei Profeti, sia di quelli che l'hanno preceduto, sia di quelli che l'hanno seguito.
  8. Credo con fede assoluta che tutta la Torah che ora possediamo, è la stessa che fu data a Mosè nostra Guida, la pace sia con lui.
  9. Credo con fede assoluta che questa Torah non sarà mai sostituita, e che non vi sarà alcuna altra Torah data dal Creatore, benedetto sia il Suo Nome
  10. Credo con fede assoluta che il Creatore, sia benedetto il Suo Nome, conosca tutte le azioni e tutti i pensieri degli esseri umani, come è scritto:"Egli è colui che, solo, ha formato il cuore di loro tutti, che comprende tutte le opere loro." (Salmi 33:15).
  11. Credo con fede assoluta che il Creatore, sia benedetto il Suo Nome, ricompensa coloro che osservano i Suoi Comandamenti e punisce quelli che il trasgrediscono.
  12. Credo con fede assoluta nella venuta del Messia e, anche se dovesse tardare, pur tuttavia attendo ogni giorno la sua venuta.
  13. Credo con fede assoluta nella risurrezione dei morti all'ora che sarà volontà del Creatore, benedetto sia il Suo Nome e glorificata sia la Sua rimembranza nei secoli dei secoli.

In tutto il mondo, comunque, Maimonide fu ritenuto un eroe e quando morì gli ebrei egiziani osservarono tre giorni di lutto, e declamarono il versetto biblico: "L'arca del Signore è stata presa" (I Samuele 4:11). A tutt'oggi Maimonide e il saggio ebreo francese Rashi sono i due filosofi più studiati. Studenti delle università yeshivah generalmente si concentrano sulla Mishneh Torah e sul suo Libro dei Comandamenti (Sefer ha-­Mitzvot), una raccolta dei 613 comandamenti della Torah. Maimonide formulò inoltre un credo dell'Ebraismo espresso il dodici articoli di fede,(cfr. a lato) una versione popolare del quale appare in tutti i libri di preghiera ebraici. Tra l'altro, questo credo afferma l'unità di Dio, le origini divine della Torah, e la vita dopo la morte. Il dodicesimo articolo di fede — "Credo con fede assoluta nella venuta del Messia e, anche se dovesse tardare, pur tuttavia attendo ogni giorno la sua venuta" — fu spesso sulle labbra degli ebrei che venivano inviati alla camere a gas naziste.[2]

Maimonide fu uno dei pochi pensatori ebrei i cui insegnamenti hanno influenzato anche il mondo non ebraico; gran parte dei suoi scritti filosofici nella Guida sono su Dio e su altre questioni teologiche di interesse generale, non esclusivamente ebraico. Tommaso d'Aquino fa riferimento nei suoi scritti a "Rabbi Mosè", e mostra una notevole familiarità con la Guida. Nel 1985, l'850° anniversario della nascita di Maimonide, il Pakistan e Cuba - che non riconoscono lo Stato d'Israele - sono stati tra gli sponsorizzatori di una conferenza dell'UNESCO a Parigi su Maimonide. Vitali Naumkin, uno studioso russo, in questa occasione ha osservato: "Maimonide è forse l'unico filosofo del Medioevo, forse anche di oggi, che simboleggia una confluenza di quattro culture: Grecoromana, araba, ebraica e occidentale". Più sorprendentemente, Abderrahmane Badawi, un professore musulmano dell'Università del Kuwait, ha dichiarato: "Io lo considero prima di tutto come un pensatore arabo." Questo sentimento è stato ripreso dal professore saudita Huseyin Atay, che ha sostenuto: "Se non sapevi che fosse ebreo, si potrebbe facilmente fare l'errore di dire che colui che scrive sia un musulmano." Ciò naturalmente se non si leggono i suoi scritti ebraici. Lo studioso maimonideo Shlomo Pines ha dato forse la valutazione più accurata al succitato convegno: "Maimonide è il più influente pensatore ebreo del Medioevo, e molto probabilmente di tutti i tempi" (Time Magazine, 23 dicembre 1985). Come dichiara una famosa espressione ebraica del Medioevo: "Da Mosè [della Torah] a Mosè [Maimonide] non c'è stato nessuno come Mosè."[1]

Questo testo vuole contribuire ad una più profonda conoscenza di Maimonide, analizzandone gli scritti, la vita, il contesto sociale — e presentando la gamma e la profondità dei cambiamenti che egli cercò di apportare, la natura di tutta la sua opera, e la percezione di se stesso in relazione alla sua biografia. Soprattutto, Maimonide aspirò a rivoluzionare l'Ebraismo, trasformandolo in una religione della ragione. Maimonide voleva cambiare l'Ebraismo da religione radicata nella storia, nei grandi eventi come l'Esodo e la rivelazione, a religione impiantata nella natura e nella conoscenza degli esseri naturali, l'opera di Dio piuttosto che le parole di Dio. La preoccupazione principale di Maimonide fu la scienza e lo studio della natura, fondamenta di una religione di ragione e di illuminazione.

Maimonide insegna verità filosofiche senza ostacolare l'impegno religioso, dimostrando che la filosofia non ha bisogno di perturbare le norme sociali né di distruggere le credenze religiose. La religione esprime le verità astratte della filosofia in forma di immagini e simboli. La religione però non è soltanto una rappresentazione mitica delle verità razionali; ma continua dove la scienza finisce, raggiunge i suoi limiti. Non esiste sistema filosofico che possa fornire un resoconto razionale dell'universo nel suo complesso. Maimonide credeva che l'intelligenza umana fosse limitata, che ci fosse un mistero trascendentale oltre la ragione, e che tracce di tale mistero risplenda nella bellezza e armonia della natura.

La Guida dei Perplessi esorta gli esseri umani a diventare totalmente umani perfezionando la propria ragione e vivendo in accordo con la natura. Oltre a questo, Maimonide ci istruisce a contemplare la bellezza e armonia dell'universo e percepire la presenza divina ovunque — in una stanza silenziosa, in una tempesta sul mare, o nel cielo stellato sopra di noi — cosicché possiamo arrivare ad "amare Dio appassionatamente".[1] L'orizzonte del mondo umano ordinario è trasformato da momenti rivelatori: "Siamo come qualcuno che, in una notte molto oscura, viene continuamente illuminato da lampi e bagliori."

Consapevole di come governi e persone possano facilmente condurre l'individuo alla rovina, Maimonide, tra il caos ed il trambusto della sua epoca, tenne in considerazione soprattutto un amore per l'ordine, la moderazione e l'autocontrollo. Il suo sistema etico è una forma di terapia, una cura per i desideri eccessivi, per le illusioni, gli standard falsi, e le tendenze estreme: se la gente vive secondo ragione e in armonia con la natura, seguendo precetti etici e religiosi e aderendo ad un regime salutare, allora può sfuggire al "mare del caso" per quanto umanamente possibile.[3]

Trasformazioni

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Maimonide cercò di produrre due profonde e durature trasformazioni nel mondo ebraico. La prima concerneva la Halakhah (legge ebraica, nella sua interezza) che egli provò a cambiare, in modo fondamentale, da un sistema frammentato e complesso ad uno che fosse trasparente e univoco. Nel suo grande codice Mishneh Torah consolidò l'insieme di regole e norme halakhiche, mettendole in una struttura ordinata, unificata e accessibile. Questo brillante lavoro rappresentava un impegno straordinario ad estrarre la Halakhah dall'ambito di discussioni talmudiche, segnate da frequenti disaccordi e dibattiti inestricabili. Maimonide si apprestò a creare una struttura sistematica, organizzata per tema, diversamente dal materiale talmudico presentato in modo casuale in cui un dato argomento veniva esaminato in varie sezioni e contesti differenti. Nella Mishneh Torah invece Maimonide creò un testo halakhico inequivocabile, comprensivo ed esauriente; lo fece omettendo i compromessi, i disaccordi e le opinioni secondarie che appaiono nei primi documenti halakhici. Tale trasformazione della legge ebraica fu senza precedenti nel mondo dell'Halakhah, come lo stesso Maimonide ebbe ad affermare:

« Sono stato preceduto dai Geonim e dai grandi studiosi che compilarono trattati ed emisero verdetti, in ebraico ed in arabo, su tematiche che sono conosciute. Tuttavia è dal santo Rabbino [Giuda il Principe, redattore della Mishnah] e i suoi santi associati che nessuno ha più risolto materie halakhiche in relazione al Talmud e a tutte le leggi della Torah »
(Iggerot, pp. 439-440[4])

In verità, anche la Mishnah redatta da Giuda il Principe all'inizio del terzo secolo non rappresenta un precedente alla Mishneh Torah, poiché conserva dispute irrisolte e opinioni minori. Un codice come la Mishneh Torah — comprensivo, esauriente, accessibile e senza ambiguità — non era mai stato scritto prima del tempo di Maimonide, e non fu mai più scritto dopo.[5]

La seconda trasformazione che Maimonide cercò di realizzare fu uno spostamento significativo della coscienza religiosa ebraica. A sua volta, questa trasformazione penetrante e lungimirante, ebbe tre componenti principali:

La prima componente fu la lotta contro l'antropomorfismo, contro l'interpretazione di Dio come personalità formata da un corpo e da emozioni. Maimonide diede un nuovo significato alla lotta contro l'idolatria. Come egli la intendeva, tale lotta va oltre la semplice distruzione degli idoli siti nei santuari pagani; si estende anche ad un confronto con l'immagine interiorizzata di Dio percepita dalla persona che Lo adora. Il devoto che si raffigura Dio come un pietoso vecchio seduto sul trono è peggio di colui che adora statue. La persona che adora una statua potrebbe vedere la statua come niente di più di una rappresentazione simbolica del Dio glorificato, ma un adoratore di Dio che se Lo immagina con un corpo umano internalizza la statua e l'immagine nel proprio conscio. Maimonide quindi rivolse il fervore iconoclasta biblico contro la distruzione dell'immagine mentale. Poiché la stessa tradizione, sia biblica che midrashica, descrive Dio in termini di corpo umano e Gli attribuisce emozioni come ira, gelosia, amore e misericordia, Maimonide è costretto ad offrire una reinterpretazione sistematica del linguaggio religioso ebraico e del linguaggio religioso in generale.[5]

La seconda componente, non meno radicale, della trasformazione della coscienza religiosa fu il posizionamento dell'ordine naturale e causale al centro della rivelazione e presenza divine. La sapienza di Dio, rivelata nella natura, doveva essere vista come la più alta espressione della Sua rivelazione — una posizione questa che era molto in contrasto con l'interpretazione convenzionale che la presenza di Dio nel mondo era espressa principalmente attraverso lo straordinario ed il miracoloso. Il cambiamento fondamentale nella sensibilità religiosa dal miracolo alla causalità o, come aveva formulato Maimonide, dalla volontà alla saggezza, richiedeva che Maimonide reinterpretasse alcuni dei concetti basilari dell'Ebraismo, come la provvidenza, la creazione, la profezia, e la rivelazione, tutte apparentemente fondate sulla rivelazione della volontà divina e sulla fratturazione del normale ordine causale.[5]

Terza componente, il cambiamento nella coscienza religiosa comportava far finire la distinzione tra ciò che stava nella tradizione e ciò che ne stava fuori. In tutti i suoi scritti, halakhici e filosofici, Maimonide considerava la filosofia e la scienza quali mezzi per raggiungere le vette dell'esperienza religiosa — l'amore ed il timore di Dio. Per la sua visione scientifica e filosofica del mondo, Maimonide apparteneva alla scuola di Aristotele e dei suoi interpreti mussulmani, al-Farabi, Ibn Bajja, e Ibn Rushd (Averroè). Maimonide accettò come sostanzialmente vere le interpretazioni offerte da queste correnti scientifiche e filosofiche; di conseguenza, quando entravano in conflitto con la tradizione ebraica, egli sentiva il bisogno di rivedere la tradizione per riconciliarla con queste verità. Ma la filosofia, in ambito maimonideo, era ben più di un metodo critico da usarsi per trarre conclusioni sul mondo, conclusioni alle quali dovevano conformarsi le opinioni tradizionali. Oltre a questo, doveva considerarsi una disciplina spirituale e un modo di vita, una posizione nel mondo, un sistema che prima di tutto indicava come la vita di una persona doveva essere vissuta. Attraverso la filosofia e la scienza, le cui fonti informative a prima vista sembrano essere al di fuori della tradizione ebraica, la persona può raggiungere il pinnacolo della vita religiosa e realizzare la propria perfezione come essere umano. La filosofia fa più che criticare: serve anche uno scopo redentivo.[5]

Uno qualsiasi di questi tre elementi della trasformazione religiosa maimonidea poteva turbare l'intera tradizione ebraica; se fossero state implementate tutte insieme contemporaneamente, avrebbero potuto essere sconvolgenti. Perciò istillare la nuova sensibilità religiosa nel cuore dell'Ebraismo richiedeva una nuova e comprensiva interpretazione della tradizione. Inoltre, nel tentativo di fondare le intuizioni basilari della trasformazione religiosa quali prospettive ebraiche vincolanti e autorevoli, Maimonide le integrò nel suo codice, la Mishneh Torah. Rese quindi le sue posizioni spirituali e religiose condizione vincolante e fece diventare il suo trattato halakhico un modello di integrazione tra filosofia e halakhah. Di certo, parlando storicamente, Maimonide non riuscì ad effettuare il cambiamento della coscienza religiosa che sperava; ciò nondimeno, una volta che l'Ebraismo intersecò la fiamma raffinatrice dell'interpretazione maimonidea, acquisì una voce differente e distinta che offriva un'alternativa genuina a quella che allora era una comprensione convenzionale. Tale voce caratteristicamente maimonidea scosse le basi religiose dell'epoca e pose una sfida permanente a tutto il pensiero ebraico successivo.[6]

L'Ebraismo medievale ebbe la sua parte di grandi pensatori e halakhisti, ma Maimonide fu l'unico che tentò di produrre simultaneamente due trasformazioni così profonde e di così vasta portata, una nel dominio della halakhah e l'altra in quello della filosofia. Per tale ragione, nessuno degli altri ebbe una serie di relazioni così complesse coi propri contemporanei, suscitando stima e polemiche. Il paragone spesso affermato tra Moshe figlio di Maimon e il Moshe biblico — paragone che implica un'autopercezione ed il modo in cui egli fu percepito dai suoi coetanei e dalle generazioni successive — "non è affatto un'esagerazione e contiene più di un briciolo di verità". In vita e nelle opere, Maimonide appartiene a quella rara e unica specie di riformatori religiosi — e si può dire, persino di fondatori religiosi — che rimarranno eterni nella memoria storica e storiografica.[7]

L'impegno di Maimonide di realizzare teli trasformazioni mancavano dell'appoggio istituzionale che avrebbe potuto fornirgli un supporto sociale e politico. Non era un "principe", come lo era invece Rabbi Giuda il Principe, redattore del III secolo della Mishnah, né guidava le yeshivah babilonesi che si reputavano eredi della grande Corte di Gerusalemme del passato. Nato a Cordova, in Andalusia, nel 1138, Maimonide da giovinetto divenne un profugo ed un emigrato con l'ascesa degli Almohadi, movimento radicale mussulmano che frantumò la cultura giudeo-araba dell'Andalusia. Dopo anni di peregrinazioni e persecuzioni nel Nordafrica, raggiunse l'Egitto nel 1166. Dopo lotte politiche comunitarie interne, ottenne una posizione di leadership nella comunità ebraica egiziana, officiando come sua guida, e la sua importanza continuò a crescere fino alla morte nel 1204. Tuttavia, la sua posizione non gli fornì in nessun modo una struttura istituzionale che potesse legittimare le trasformazioni che cercò di realizzare. Inoltre, Maimonide non affermò mai una personale rivelazione divina che potesse dare alle sue parole una posizione quasi profetica. Non attribuì le sue opere ad antiche autorità pseudepigrafe, come fecero gli autori dello Zohar, che attribuirono le proprie opere a Rabbi Shimon bar Yohai; e non presuppose di essere il custode di una qualche autorevole tradizione segreta, trasmessagli dalle generazioni passate, come fece Rabbi Moshe ben Nahman Girondi, detto Nahmanide una generazione dopo (sebbene Nahmanide affermasse che mediante la sua facoltà di ragionamento era riuscito a far rivivere tale antica tradizione perduta). Nei suoi sforzi di operare vasti cambiamenti, Maimonide, il profugo dell'Andalusia, fece valere la sua propria grande abilità, la sua prodigiosa erudizione halakhica e filosofica, il suo geniale estro linguistico e letterario, la sua profonda certezza interiore ed un costante senso di missione.[7]

Aspirazioni e personalità

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Maimonide aspirò, sopra tutte le cose, a rivoluzionare l'Ebraismo, trasformandolo in una religione della ragione. Voleva cambiare l'Ebraismo da una religione radicata nella storia, in grandi eventi come l'Esodo e la rivelazione, in una religione basata sulla natura e sulla conoscenza degli esseri naturali., le opere di Dio piuttosto che le parole di Dio. L'interesse principale di Maimonide fu la scienza e lo studio della natura, fondamenta di una religione di raziocinio e illuminazione.[3]

Bisogna ritrarre Maimonide realisticamente, come essere umano, un razionalista sobrio e un uomo di passioni, padrone di tutto ciò che studiava ma sempre aperto a nuove scoperte ed evidenze, all'acquisizione di nuova conoscenza, e quindi in costante revisione delle proprie opere. Ci informa infatti che la Guida dei perplessi contiene contraddizioni e che sono significative e puntano ad un livello esoterico di verità. I commentatori medievali di Maimonide ipotizzarono che la Guida fosse un'opera esoterica, in particolare lo credette Samuel Ibn Tibbon, il suo traduttore della Guida in ebraico, e membri della sua scuola. come suo figlio Mosè e suo genero Jacob Anatoli, come anche Shem Tov ben Joseph Ibn Falaquera, Mosè Narboni, Joseph Ibn Kaspi, Isaac Albalag, e altri.[8]

La Guida è un testo polivalente in cui i discorsi contradditori, le digressioni allusive, ed i termini equivoci si intersecano continuamente a contrastare una conclusione univoca di significati. Nella sua vita, Maimonide dovette indossare una maschera e giocare il gioco di taqiyya, o dissimulazione prudente, fingendo l'Islam esternamente ed essendo ebreo interiormente. Come cortigiano in Egitto, dovette usare l'inganno per sopravvivere e rimanere nel favore dei potenti. Fu comunque abituato alla duplicità, a vivere una doppia vita per poter sopravvivere e servire nobile cause. La sua fu una vita di ambivalenze, occultamenti, e mistero imperscrutabile. Viene spesso detto dai biografi che rifiutasse la poesia e la storia. Tuttavia affermò solo che erano una perdita di tempo in confronto alla scienza e altre materie utili. In verità, scrisse poesie ed usò la prosa rimata nelle sue lettere. Iniziò e finì la Guida dei perplessi con una sua strofa e scrisse introduzioni poetiche ad altre opere.[3]

 
Prima raffigurazione di Maimonide, del 1744[9]

Maimonide disprezzò la superbia ed esaltò l'umiltà, tuttavia cercò il potere ed il prestigio. Credette che la felicità si potesse ottenere con la contemplazione solitaria, ma si immerse comunque negli affari comunitari. Deplorò l'ira, ma mostrò impazienza e petulanza nelle sue lettere e in dibattiti pubblici.

Quando pensiamo ad una figura storica, cerchiamo di immaginarci come possa apparire la persona. Molti di noi la riconoscono da raffigurazioni convenzionali, ma non è una somiglianza autentica. Quella di Maimonide apparve per la prima volta nel 1744, sebbene si dicesse che fosse stata copiata da un'antica illustrazione (ex antiqua tabula).[9] Abbiamo poche descrizioni verbali di Maimonide provenienti dalla sua epoca, fatte da persone che lo conoscevano. Un uomo che gli consegnò un messaggio segreto, lo visitò a casa e descrisse in una lettera la pianta dell'abitazione e il suo occupante illustre.[10] La sua lettera contiene molti dettagli affascinanti, persino il fatto che il grande filosofo servì pastiglie al limone. Il messaggero si aspettava che Maimonide accettasse la missiva senza riceverlo di persona, ed il suo compagno timidamente preferì aspettare fuori, sull'entrata, preso dalla soggezione. Il messaggero fu invece invitato ad entrare insieme al suo giovane figlio, al-Jalal, e scrisse nella lettera che fu emozionato dalla cordialità del "Grande Maimonide", descrivendo con orgoglio come questi discutesse con lui a lungo i contenuti del messaggio recapitato. Il figlio di Maimonide, Abraham, era presente e scherzosamente insegnò ad al-Jalal un termine da usare nel rivolgersi a Rabbi Mosè. Quando al-Jalal lo usò, Rabbi Mosè rise e giocò con lui.[10]

Sebbene la lettera che descrive Maimonide non ci dica nulla di straordinario, la sua semplicità, l'eccitazione del messaggero, il calore del Maestro e la sua cordialità, il suo umorismo e giocosità rivelano molto. Sono infatti questi piccoli particolari che ci palesano il suo carattere. Dalla sua stessa descrizione del modo in cui uno studioso che si rispetti si debba vestire e comportare, insieme alle descrizioni di altri, riusciamo a visualizzare una figura prestante, di bell'aspetto, abbigliata con lungo e fluente mantello, dalle maniche fino alle dita, il turbante attillato con cura, la barba ben rifilata. Camminava lentamente e con sicurezza, la testa leggermente china. Quando al palazzo reale, si vestiva di seta e broccato.[11]

L'epitteto "Grande Aquila", dal Libro di Ezechiele 17:3 (Dice il Signore Dio: Una grande aquila, dalle ampie ali, dalle lunghe penne, folta di piume dal colore variopinto), venne attribuito a Maimonide da dotti successivi, tra cui il primo fu Rabbi Yom Tov ben Abraham di Siviglia (1250-1330), un devoto di Maimonide. Rappresentava l'idea che la grande aquila, con le sue ali enormi, si libra alle altezze del cielo e porta gli uccellini sulle proprie ali. La Grande Aquila apparve improvvisamente in Spagna come una stella che risplende nei cieli, illuminando con la sua luce l'orizzonte, per poi attenuarsi nella notte lasciando un bagliore inesauribile.[3] Nel suo tempo e per i posteri fu chiamato ha-Moreh (l'insegnante/la guida), o ha-Rav ha-Moreh, da Moreh ha-Nevukhim, il titolo ebraico della sua Guida dei perplessi, e spesso fu chiamato anche Moreh Sedeq (maestro della giustizia), nome messianico.[12]

L'espressione "Uomo di Dio" (ish ha-elohim) viene usato per il Mosè biblico in Deuteronomio 33:1, Giosuè 14:6 e Salmi 90, e generalmente per uomini ispirati o inviati da Dio o con poteri sovrumani (per esempio, Elia in I Re 17:24). Fu una tipica forma titolare usata da coloro che scrissero di Mosè ben Maimon.

  • N.B.: Mentre il principio di "Dio" alla fine implica sia il genere maschile che quello femminile, ed è quindi senza genere, i riferimenti storici indicano che sia il principio attivo maschile di Dio che si congiunge col principio ricettivo femminile della "Madre Terra" a produrre il dualismo della vita unito nel nostro corpo. Per tale ragione i riferimenti a Dio al maschile in questo articolo si riferiscono al principio di Dio unicamente nell'atto della Creazione intesa teologicamente.
  • In molti testi antichi, in traduzioni moderne e nelle tradizioni che vengono citate nel presente articolo, il genere umano viene indicato con la parola "uomo" o il genere maschile. Chiaramente sia tale parola sia la scelta del genere nel contesto antico viene intesa ad essere inclusiva di uomini, donne e bambini, e rappresenta l'intera esistenza umana. Per rimanere consistenti con il linguaggio dei testi citati, si rispetta qui tale convenzione onnicomprensiva al maschile.
  1. 1,0 1,1 1,2 1,3 1,4 Joseph Telushkin, Jewish Literacy, HarperCollins, 2000, ss.vv.; cfr. anche Encyclopaedia Judaica, The Gale Group, 2008.
  2. Jewish Virtual Library, s.v. "Maimonides".
  3. 3,0 3,1 3,2 3,3 Joel L. Kraemer, Maimonides. The Life and World of One of Civilization's Greatest Minds, Doubleday, 2010, pp. 18-19.
  4. Maimonide, Iggerot ha-Rambam [Lettere di Maimonide, in ebraico e arabo], 2 voll., cur. e trad. Yizchack Shailat, Ma`aliyot Press, 1987
  5. 5,0 5,1 5,2 5,3 Moshe Halbertal, Maimonides: Life and Thought, Princeton University Press, 2013, pp. 1-4.
  6. Joel L. Kraemer, Maimonide, cit., pp. 316-325.
  7. 7,0 7,1 Moshe Halbertal, Maimonides: Life and Thought, cit., pp. 3-4.
  8. A. Ravitzky, "The Secrets of The Guide of the Perplexed: Between the 13th and 20th Centuries", Studies in Maimonides, I. Twersky (cur.), pp. 159-207.
  9. 9,0 9,1 B. Ugolinus, Thesaurus antiquitatum sacrarum, Venezia, 1744, I, CCCLXXXIV. Questa è la fonte delle raffigurazioni popolari di Maimonide'
  10. 10,0 10,1 Manoscritto T-S 8 J 14.18, pubblicato da Paul Fenton, "A Meeting with Maimonides", pp. 1-4.
  11. Mishneh Torah, "Qualità etiche", V, 8-9.
  12. Joel Kraemer, op. cit., Introd., n. 17, specifica che Moreh ha-Nevukhim è il titolo esatto, sebbene Moreh Nevukhim (senza articolo) sia spesso usato - anche nel presente libro. Sia il titolo arabo che quello ebraico sono al genitivo, quindi Guida dei perplessi, e non Guida per i perplessi.