Guida maimonidea/Egitto: Alessandria e Fustat

Indice del libro

Gli anni di peregrinazione di Maimonide, durante i quali sopportò dure persecuzioni religiose, volsero al termine quando arrivò in Egitto con la famiglia, in una regione governata dalla dinastia fatimide e libera dall'influenza almohada. Giunsero in Egitto nel 1166, in primo luogo ad Alessandria e successivamente a Fustat, vicino al Cairo, dove rimase fino alla sua morte nel 1204. Il padre di Maimonide, Rabbi Maimon, morì poco dopo l'arrivo della famiglia in Egitto, e non si conosce nulla della madre di Maimonide, nenahce il nome. Oltre a Maimonide stesso, la famiglia includeva suo fratello minore David, che amava profondamente e all'istruzione del quale si dedicava con ardore, e almeno tre sorelle.[2] In una lettera importante scritta a Maimonide da sua sorella Miriam, rinvenuta nella Geniza del Cairo da Shlomo Dov Goitein, ella dalla Spagna o dal Maghreb gli chiede disperatamente aiuto, avvisandolo che il proprio figlio era scomparso e non lo aveva più sentito da tre mesi, preoccupata della sua sorte. Spera che il rinomato e influente fratello possa usare le sue conoscenze per aiutarla a ritrovare il figlio e dirgli di scrivere a casa appena possibile. La lettera inoltre manda saluti alle sorelle di Maimonide — l'uso del plurale fa capire che egli avesse almeno tre sorelle — e a David.[2]

Ritratto di Maimonide, dall'Antologia latina sul Giudaismo di Blasio Ugolini, pubblicata a Venezia nel 1744
« ...ed egli [Mosè] aveva detto "Sono uno straniero (ger)[1] in terra straniera!" »
(Esodo 18:3)

Non molto dopo il suo arrivo, Maimonide si sposò; aveva allora passato i 30 anni, un'età abbastanza avanzata per il matrimonio. L'avere ritardato il proprio matrimonio oltre la norma era coerente con la sua posizione, dichiarata nella Mishneh Torah, che permetteva di rinviare il matrimonio per poter studiare la Torah. Inoltre Maimonide affermava un'opinione di minoranza nel Talmud che colui che desiderava soltanto la Torah fosse esentato dal comandamento di procreare.[3]

Le vedute di Maimonide circa il ritardare di sposarsi potrebbe provenire dal suo atteggiamento nei riguardi della sessualità enunciato in tutti i suoi scritti. In vari punti della Guida egli cita con approvazione la convinzione di Aristotele che "il senso del tatto è per noi una disgrazia".[4] La sessualità è una necessità che dovrebbe essere limitata alla conservazione della specie e non praticata altrimenti. Sostiene questa interpretazione rispetto non solo alla sessualità fisica ma anche a qualsiasi altra cosa relativa alla possibilità di relazioni intime con le donne. Anche prima di sposarsi Maimonide scrisse con durezza — coerente con lo spirito del tempo — del contatto con le donne.[5] Nel suo commentario di Avot 1:5, egli considera la Mishnah che afferma: "Non intrattenetevi troppo in conversazione con una donna. Ciò con riferimento alla propria moglie, e a fortiori con la moglie dell'amico. Per cui i saggi dicono: Uno che si intrattiene molto in conversazione con una donna si provoca del male, e abbandona la parola della Torah, ed il suo destino è la Gehenna." Maimonide commenta: "E si sa che la maggior parte delle conversazioni con le donne vertono sul rapporto sessuale, ed egli asserisce che conversare troppo con loro è proibito, poiché ci si fa del male e [l'uomo] sviluppa un difetto di carattere, cioè eccessiva libidine."

Dalla Halakhah talmudica Maimonide ereditò varie regole discriminatorie verso le donne, come la loro squalifica a servire da testimoni o ad ottenere cariche pubbliche. L'atteggiamento problematico verso le donne era aggravato nei suoi scritti a causa dell'impatto dell'interpretazione aristotelica e della pratica islamica contemporanea sul suo pensiero ed i suoi giudizi. Maimonide ripetutamente attribuì alle donne una statura intellettuale inferiore e una mancanza di carattere stabile e forte.[6] Ciò era in linea con la posizione aristotelica che assunse nelle sue letture allegoriche della Sacra Scrittura, identificando la femmina con materia inferiore e il maschio con forma superiore. Tuttavia tale posizione non si basava sul suo pensiero, su un'ontologia rigida che è immutabile, bensì su un livello sociale ed educativo che erano soggetti a cambiamento. Data la sua posizione non ontologica, Maimonide pensava che le donne in realtà fossero capaci di raggiungere la più alta forma di perfezione profetica.[5] Assegnava tale realizzazione a Miriam, sorella di Mosè, che ottenne una "morte per bacio", la più glorificata forma di stato profetico mistico:

« A causa di ciò i Saggi hanno indicato con riferimento alle morti di Mosè, Aronne e Miriam che questi tre morirono per bacio... E dicono lo stesso di Miriam: anche lei morì con un bacio. Ma riguardo a lei non si dice per bocca del Signore; perché era una donna e l'uso dell'espressione figurativa non era adatta a lei. »
(Guida, 3, 51)

Oltre all'atteggiamento aristotelico misogino che Maimonide internalizzò, l'impatto delle tendenze patriarcali islamiche è presente nella Mishneh Torah, dove egli devia dalle sue fonti talmudiche verso una posizione più limitativa e dura verso le donne; deviazioni che furono identificate e dibattute da altri halakhisti medievali. Una di queste regolamentazioni non citate esplicitamente dal Talmud ed osservate dalla tradizione islamica del suo tempo restringe i movimenti delle donne nella sfera pubblica:[5]

« Poiché ogni donna ha diritto di andare alla casa di suo padre per visitarlo, o ad una casa di lutto e ad una festa nuziale come atto di gentilezza verso amiche e parenti, affinché a loro volta costoro possano ricambiare le visite in occasioni simili, dato che ella non è in una prigione dove non si può andare e venire. D'altra parte, non è decoroso per una donna andare costantemente all'estero e per le strade, ed il marito dovrebbe impedire alla moglie di farlo e non la dovrebbe fare uscire, ad eccezione di una o due volte al mese, secondo necessità. Invece la cosa decorosa che la donna dovrebbe fare è di star seduta in un angolo della casa, poiché così sta scritto: La figlia del re è tutta splendore nel palazzo (Salmi 45, 15). »
(Legge del Matrimonio 13, 10)

In linea con tale restrizione, Maimonide sosteneva in un suo responsum la decisione di un marito che desiderava prevenire sua moglie dall'insegnare la Torah ai figli ed insisteva che dovesse stare a casa anche se si trovava in una grave situazione economica.[7] In un'altra sentenza controversa della Mishneh Torah, l'influenza delle usanze patriarcali islamiche che egli condivideva diviene più evidente e dura: "Una moglie che rifiuta di eseguire un qualsiasi tipo di lavoro che è suo dovere eseguire, può essere obbligata ad eseguirlo, anche con frustate mediante una canna" (Leggi del Matrimonio 21, 10). Gli studiosi argomentavano se tale sentenza permettesse al marito di forzare la moglie con frustate o, poiché il verbo "obbligare" in ebraico è al plurale, tale diritto venga concesso solo ad un tribunale.[5] In ogni caso, questa misura estrema, che non ha base nel Talmud, fu criticata dal grande dotto provenzale, Rabbi Abraham Ben David, che sottolinea la sua stranezza: "Non ho mai sentito di affliggere le donne con cannate."[8]

Non si deve però ritenere che l'atteggiamento di Maimonide verso la sessualità implicasse una sua mancanza di passione. Come si vedrà, egli credeva che l'amore di Dio e della verità sia il conseguimento filosofico e religioso più grande che l'uomo possa raggiungere in tutta la vita. Descrive tale amore in termini palesemente erotici, ed il suo apice è la "morte con un bacio" dell'amante. L'Eros era un elemento centrale nella vita di Maimonide, ma era diretto solo verso Dio e la verità – l'unico soggetto degno di tale tipo di desiderio, così credeva.[9] L'amore di Dio viene descritto nelle sue opere in termini di desiderio potente e debilitante:

« Qual è l'amore di Dio che sia conveniente? È amare l'Eterno con amoire immenso e superiore, così forte che la propria anima sia totalmente aggrovigliata nell'amore di Dio, e uno ne sia rapito continuamente, come colui che sia malato d'amore e la cui mente non sia mai libera dalla passione per una donna particolare, il pensiero della quale gli riempie il cuore in ogni momento, che egli sia seduto o in piedi, quando mangia o beve. Ancor più intenso deve essere l'amore di Dio nei cuori di coloro che Lo amano. »
(Leggi sul Pentimento 10:3)

Nella Mishneh Torah, verso la fine delle Leggi sul Rapporto Proibito, Maimonide tratta la sessualità come impulso difficile da resistere: "Non c'è proibizione in tutta la Scrittura che le persone in generale non abbiano più grande difficoltà ad osservare dell'interdizione delle unioni proibite e del rapporto illecito" (Leggi sul Rapporto Proibito, 22:18). La lotta con la sessualità richiede disciplina e ammonimenti, che egli si appresta ad elencare: "In tale maniera, l'uomo deve evitare la frivolezza, l'ubriachezza, ed il discorso impudico, poiché questi sono grandi fattori contributivi e maniere che conducono ad unioni proibite. Né l'uomo deve vivere senza una moglie, poiché la condizione matrimoniale conduce a grande purezza" (ibid., 22:21). Seguendo il Talmud, Maimonide raccomanda quindi una condotta che egli stesso non adottò: un matrimonio in giovane età che aiuti ad incanalare la propria sessualità ed a controllarla.[9]

Il modo in cui Maimonide tratta la propria sessualità evidentemente viene espressa nel seguente passo: "Ma soprattutto, come i Saggi hanno dichiarato, un uomo deve dirigere la propria mente e i propri pensieri verso le parole della Torah ed ampliare la propria conoscenza con saggezza, poiché pensieri impudici prevalgono solo in un cuore senza saggezza, e della saggezza si dice, Cerva amabile e gazzella graziosa, le sue mammelle ti soddisfino in ogni tempo, e sii continuamente rapito nel suo amore (Proverbi 5:19)" (ibid.). Come opposto all'Eros sessuale uno deve porre il desiderio di saggezza, qui descritto in termini potentemente erotici. L'amore della saggezza riempie l'intero conscio della persona, e la sua interazione con l'Eros sessuale costituisce un gioco a somma zero.[9]

Maimonide aveva 48 anni nel 1186, quando nacque suo figlio Abraham. Sembra inoltre che abbia avuto anche una figlia, morta giovanissima. In una lettera al suo amato allievo Joseph, scritta quando Abraham era ancora un bambino, il padre orgoglioso parla con ardore del proprio figlio, che vedeva come fonte di grande consolazione in una vita di duro travaglio:

« Circa il mio benessere personale, trovo conforto solo in due cose: nell'abilità di dilettarmi in ricerche speculative, e poi nelle dotazioni benedette di mio figlio, Abraham. Come al suo omonimo, il patriarca, che gli sia donata una lunga vita. Poiché egli è molto umile e senza pretese, eccelle in qualità rare di carattere e possiede una personalità esemplare ed una mente agile che brilla di idee originali. Sono sicuro che verrà grandemente stimato da tutta la gente e prego l'Altissimo di proteggerlo e ricompensarlo per le sue buone azioni. »
(Lettere di Maimonide, pp. 83-84)

I suoi forti sentimenti per il figlio sono manifesti anche in una lettera di particolare valore — rinvenuta nella succitata Geniza e pubblicata da Paul B. Fenton[10] — che descrive un incontro con Maimonide presso la sua casa di Fustat. Allo scrivente era stato richiesto di portare una missiva personale a Maimonide, e costui aveva presunto che l'importante e indaffarato destinatario avrebbe semplicemente accettato tale lettera e quindi il proprio compito sarebbe finito lì. Con grande e lieta sorpresa da parte del messaggero, Maimonide lo invitò dalla porta ad entrare passando la guardia, facendolo poi accomodare nel suo studio, dove aprì la lettera davanti al messaggero e gli chiese anche consiglio su un certo argomento ivi trattato. Il messaggero era accompagnato da un amico chiamato al-Fakhr, così emozionato dall'importante personaggio che era rimasto fuori ad aspettare. Il giovane figlio del messaggero, al-Galal, tuttavia accompagnò il padre nello studio di Maimonide, poiché il padre non voleva che perdesse l'occasione di vedere un uomo così famoso; ma come succede coi bambini, al-Gal non fu troppo impressionato dalla personalità e maestà di Maimonide. Furono portati dei rinfreschi nella stanza, e il messaggero racconta che Maimonide mangiò un po' di torta al limone. Nello studio si trovava anche il figlio di Maimonide, Abraham, a quel tempo ancora giovanetto.[10]

Evidentemente Maimonide cercava di esporre Abraham alle situazioni mondane e al comando. Si prendeva quindi la briga di fare in modo che suo figlio fosse presente quando aveva a che fare con questioni del momento; come si è visto, si aspettava grandi cose dal figlio. In circostanze simili alla citata, i bambini si affiatano insieme, e mentre gli adulti trattavano di cose mondane, Abraham allegramente insegnava ad al-Galal una delle forme discorsive del padre. Maimonide ascoltava con gioia il ciarlare dei due bambini ed il messaggero, che si premurò di trascrivere l'incontro nei particolari, racconta che Maimonide giocò con al-Galal. Maimonide non nominò il figlio a nessun incarico mentre era in vita, ma questa storia illustra chiaramente come egli tentasse di esporlo agli affari della comunità.[10]

La grande speranza di Maimonide si realizzò e, dopo la sua morte, suo figlio fu nominato guida degli ebrei d'Egitto e divenne un importante pensatore e halakhista. Nonostante la costante difesa degli insegnamenti di suo padre, Rabbi Abraham importò elementi di misticismo mussulmano sufi nella sua interpretazione dell'Ebraismo, un veduta del mondo alquanto distante in vari modi dalle idee basilari di Maimonide. Ad un certo punto di disaccordo con la posizione halakhica del padre, R. Abraham[11] fa un'osservazione interessante sul metodo paterno:

« Se mio padre e insegnante avesse sentito ciò, l'avrebbe riconosciuto [cioè, la posizione di Abraham circa una materia sulla quale discordavano]; come egli stesso ebbe a dire, "riconosci la verità." E noi l'abbiamo sembre visto, benedetta sia la sua memoria, in accordo col minore dei suoi allievi quando qualcosa risultava vera, nonostante la sua ricchezza di sapienza, che non era mai in contrasto con la sua devozione. »
(ha-Maspiq le-Ovdei ha-Shem, p. 70[12])

Nelle società patriarcali del Medioevo, i nomi delle donne non vengono citate nelle genealogie famigliari, e le loro biografie vengono dimenticate dalla memoria collettiva, che si focalizza sugli eroi maschili. La moglie di Maimonide quindi, come sua madre, è praticamente sconosciuta ed anche il suo nome non viene menzionato. Si sa comunque che la sua famiglia era stimata ed influente nella comunità ebraica egiziana e presso la corte del sovrano mussulmano. Il nome ebraico del padre di lei era Mishael Halevi ben Isaiah.[5]

Un frammento della Geniza contiene un elenco genealogico del suocero di Maimonide; descrive un lignaggio particolarmente nobile, comprendente quattordici generazioni di una famiglia preminente in Terra d'Israele ed in Egitto dalla parte della madre, e sei generazioni di saggi, medici e funzionari governativi dalla parte del padre. In vari punti dell'albero genealogico si trova un titolo significativo che implica molto della direzione spirituale della famiglia: "Rabbeinu Isaiah, capo dell'ordine, leader dei devoti (chassidim) e degli uomini del compimento, ed il suo amato [figlio] Daniel, gloria dei devoti, ed il suo amato [figlio] Isaiah, possessione preziosa dei devoti e suo fratello Daniel, il pio e amato [figlio] Isaiah il devoto." La ripetizione del qualificativo "devoto/pio" è rara nelle liste genealogiche, ed indica una tradizione distintiva nell'ambito famigliare. Può essere che tale tradizione di pietismo nella famiglia materna influenzasse Abraham, ed egli infine divenne il portavoce e la guida di una corrente di Ebraismo con tendenze pietiste nello spirito del misticismo mussulmano sufi.[9]

Una delle sorelle di Maimonide si sposò con Uzziel, noto come Abu al-Ma`ali, un funzionario importante della corte del Sultano e segretario della madre di al-Afdal, il figlio di Saladino. Si conosce notizia di quel matrimonio tramite gli scritti dello storiografo arabo Ibn al-Qifti, che fornisce i seguenti dettagli su Maimonide: "Ed egli [Maimonide] in Egitto sposò la figlia di un funzionario ebreo; egli [Uzziel] era noto come Abu al-Ma`ali... Abu al-Ma`ali sposò la sorella di Moses [Maimonide] ed ebbe figli da lei, tra cui il saggio medico Abu al-Riḍa." In una delle sue lettere, Maimonide fa riferimento al nipote Abu al-Riḍa come membro di famiglia. I matrimoni, naturalmente, hanno significato politico ed economico; per un immigrato — seppur di vasta erudizione — una connessione matrimoniale con una distinta famiglia locale poteva fornire una piattaforma importante per partecipare alla vita della comunità.[9]

Maimonide godette di un'ascesa meteorica nell'ambito della comunità ebraica egiziana. Ancor prima di scrivere la Mishneh Torah, era diventato, come autore del Commentario alla Mishnah, una forza irresistibile. L'Egitto non aveva prodotto nessun saggio di grande statura e che potesse competere con l'imponente immigrato dalle rovine dell'Andalusia. Subito dopo il suo arrivo in Egitto, egli divenne una sorta di Alta Corte d'Appello, ed i giudici locali si sottomisero volontariamente alla sua autorità. Come scrisse a Pinẖas il giudice molto dopo essere immigrato: "Riassumendo, sono stato in terra d'Egitto per circa trent'anni, e tutti o quasi tutti i giudici di Alessandria mi sono venuti dinanzi" (Iggerot, p. 463).

A contribuire all'integrazione di Maimonide nella dirigenza degli ebrei egiziani — e anche degli ebrei della Terra d'Israele e della Siria — fu il suo coinvolgimento continuo ed attivo negli affari pubblici. La sua partecipazione multiforme, per tutta la vita, nell'esistenza quotidiana della comunità, che si estendeva ben oltre le sue sentenze halakhiche e i suoi responsa, dimostra che la sua vita si discostava nettamente dell'ideale filosofico di seclusione e dal confinamento dei sei cubiti richiesti dalla Halakhah.[9]

Partecipò per la prima volta nella vita pubblica quale personaggio di grande rilievo nel 1169, appena tre anni dopo essere arrivato in Egitto; la materia concerneva un argomento che non implicava direttamente complesse questioni halakhiche. Riguardava certe lettere che circolavano in quel tempo tra gli ebrei di tutto l'Egitto, delle quali Maimonide era uno dei firmatari, e che supplicavano urgentemente di inviare denaro per riscattare dei prigionieri. Pare che detti prigionieri fossero stati catturati a Bilbays — una città lungo la via carovaniera tra Egitto e Terra d'Israele — da crociati che erano penetrati oltre aree egiziane confinanti. I crociati si erano ritirati in Terra d'Israele portandosi appresso i prigionieri, e ne chiedevano un riscatto. La richiesta ammontava a 33 ⅓ dinari per prigioniero, somma che richiedeva una vasta partecipazione della comunità ebraica di tutto l'Egitto.[13]In una delle lettere per la raccolta di tali fondi, Maimonide dichiarava di aver subito contribuito egli stesso con denaro:

« Fate quindi come anche noi abbiamo già fatto, giudici, anziani e saggi. Tutti noi andiamo in giro, notte e giorno, spronando la gente nelle sinagoghe e nei mercati [e alle] porte, in modo da ottenere qualcosa per questa grande causa. Poiché abbiamo contribuito con quanto potevamo, [chiediamo che] voi facciate altrettanto seguendo il vostro onore, generosità ed amore per poter riscattare il diritto [alla libertà]. »
(Iggerot, p. 65)

Nel miglior modo possibile per raccogliere fondi, la richiesta fornisce un esempio della responsabilità intercomunitaria e riconosce, sin dall'inizio, la generosità della comunità che si attiva per riuscire nell'impresa riscattatoria. Maimonide non si accontentò qui di elencare il suo nome come firmatario della petizione, ma partecipò direttamente come raccoglitore di fondi. La Genizah del Cairo contiene un documento, scritto da Maimonide nel 1170 di proprio pugno, che conferma ricevuta da un emissario chiamato Hiba ben Rabbi Eliezer di nove dinari raccolti nella città di al-Maḥalla e trasferita a Maimonide quale tesoriere della campagna di raccolta. In seguito, come dimostrato dai documenti della Genizah, Maimonide avrebbe partecipato a tutte le fasi dell'amministrazione della proprietà, conosciuta come heqdesh, i cui ricavi sarebbero stati diretti verso cause caritatevoli. Per esempio, una lettera autografa di Maimonide provvede istruzioni particolareggiate su come coltivare un frutteto che era stato assegnato a carità.[14]

Ra`is al-yahud

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Antica illustrazione di Fustat (o Fostât), da History of Egypt di Rappoport, 1903

La partecipazione di Maimonide si estendeva alle branche politiche più alte della comunità ebraica egiziana, e nel 1171, solo cinque anni dopo il suo arrivo in Egitto, fu nominato alla carica di ra`is al-yahud, capo degli ebrei egiziani. Di regola, uno poteva essere nominato a tale posizione solo con l'approvazione sia della dirigenza ebraica sia del governo mussulmano. Nelle lettera di nomina, l'incaricato riceve la responsabilità di tutte le materie che riguardano gli ebrei entro l'area governata dalle autorità mussulmane. Viene quindi considerato l'autorità giudiziaria superiore e deve far valere la Legge religiosa e l'ordine pubblico, nonché la buona condotta di tutti i membri della comunità. Il ra`is al-yahud amministrava il heqdesh ed i fondi caritatevoli della comunità, e poteva emettere e revocare ordini di scomunica. Era responsabile della nomina di vari funzionari religiosi, compresi i macellai kosher, i cantori, i giudici ed i capi di sinagoga, definendo i rispettivi limiti d'autorità, supervisionarne le attività, e destituirli dagli incarichi in caso di incapacità. L'influenza del ra`is derivava in parte dall'influenza posseduta nell'ambito dei circoli governativi mussulmani. I membri della comunità ebraica lo reputavano il loro rappresentante presso il governo e cercavano il suo intervento quando venivano maltrattati da tale governo o dai suoi rappresentanti. In breve, veniva considerato responsabile presso il governo della condotta della minoranza che egli guidava ed emissario di quest'ultima presso il governo.[14]

I responsa di Maimonide dimostrano che al suo arrivo in Egitto, egli venne considerato la più alta autorità halakhica, e tutti i settori della comunità si rivolsero a lui con una grande quantità di questioni. Inoltre, come già menzionato, egli funzionò come una sorta di alta corte d'appello e a volte, a seguito di un ricorso da parte di un contendente, richiese che un dato giudice cambiasse la sua decisione. La sua indiscutibile rinomanza halakhica era evidente, dato che veniva accettata da tutti coloro che erano in contatto con lui e che riconoscevano il suo potente controllo di tutte le fonti halakhiche. Oltre ai suoi giudizi halakhici, Maimonide era coinvolto nella promulgazione di regole comunitarie la cui violazione poteva essere punita con l'interdizione. Una delle promulgazioni più audaci emesse da Maimonide d'accordo con i suoi dotti colleghi fu di eliminare la recitazione silenziosa della preghiera amidah da parte del fedele, contando solamente la recitazione della amidah ad alta voce del cantore, che di solito viene fatta dopo la preghiera silenziosa individuale.[15] Questa promulgazione fu motivata dal fatto che durante la recitazione ad alta voce del cantore dopo la preghiera silenziosa di ciascun membro della sinagoga, la comunità che aveva già recitato la amidah silenziosamente, agiva in maniera irriverente, causando la dissacrazione del nome di Dio agli occhi di possibili astanti mussulmani.[9]

Allo stesso tempo, quella di ra`is al-yahud, capo degli ebrei, chiaramente era una carica politica ed istituzionale. Ottemperare agli obblighi dell'incarico richiedeva abilità e connessioni che si estendevano ben oltre la padronanza della letteratura halakhica. Non c'era quindi da sorprendersi che tale posizione fosse occupata dall'aristocrazia ebraica locale, i cui membri erano ricchi mercanti con accesso ai circoli governativi. I relativi occupanti provenivano quindi da famiglie collegate coi responsabili della yeshivah della Terra d'Israele, che si era trasferita in Egitto negli anni 1130. La nomina di Maimonide a ra`is al-yahud solo poichi anni dopo il suo arrivo in Egitto richiedeva, per natura di cose, una lotta politica continua con le potenti famiglie locali che avevano dominato la carica ed avevano stretti legami col governo mussulmano. Un riferimento alla dura lotta a seguito del suo incarico — lotta che incluse minacce di morte — appare nei commenti di Maimonide a Japhet il giudice, in cui descrive i suoi primi anni in Egitto in questi termini: "Molte gravi sventure mi sono accadute in Egitto. La malattia e il danno materiale mi sopraffecero. Informatori tramarono contro la mia vita" (Lettere di Maimonide, p. 72). Il grande immigrato dell'Andalusia sfidò le famiglie della nobiltà che avevano posseduto vasta autorità in Terra d'israele, in Egitto e in Babilonia. Nel suo Commentario alla Mishanh (Bekhorot 4:4), Maimonide parla con disprezzo dei personaggi titolati connessi a tali famiglie, raccontandone le proprie impressioni:

« In Terra d'Israele e Babilonia, chiamano alcuni uomini "rosh yeshivah" [capo dell'accademia] e altri "av bet din" [giudice capo], e distinguono tra "rosh yeshivat ge`on ya`aqov" e "rosh yeshivah shel golah"... ma questi non sono altro che un mucchio di titoli insignificanti... E ho visto uomini in Terra d'Israele chiamati "ẖaverim" ["members", titolo che indica appartenenza alla yeshivah palestinese] e altri chiamati "rosh yeshivah", e come erudizione non sono alla pari di colui che ha frequentato l'aula per un solo giorno. »
(Bekhorot 4:4)

L'avversario principale di Maimonide nello scontro per la supremazia dell'incarico, fu un mmebro di tali famiglie: Sar Shalom Halevi. Come dimostrano gli storici Menachem Ben-Sasson e Mordecai Akiva Friedman, questo personaggio, come molti suoi contemporanei, era conosciuto con svariati nomi: Abu Zikri, Yaẖya, Sar Shalom. I suoi oppositori dalla parte di Maimonide lo chiamavano "Zuta" — il piccolo.[16]

Si conosce il primo diverbio tra Maimonide e Sar Shalom grazie ad una questione inviata a maimonide dalla comunità di al-Maḥalla. Sar Shalom Abu Zikri, che al tempo era il ra`is al-yahud, aveva ordinato al giudice di al-Maḥalla, Peraẖiah ben Joseph, di riscuotere una tassa da chiunque gli avesse chiesto un giudizio halakhico. Una certa parte della tassa sarebbe andata sul conto del ra`is al-yahud, per finanziare il pagamento che doveva effettuare al governatore mussulmano per poter mantenere la propria carica. Richiedere tale tipo di quota per un giudizio halakhico era d'uso in Babilonia ma non in Terra d'Israele o in Egitto, ed il giudice si era rifiutato di imporre la tassa. La comunità aveva timore che Sar Shalom deponesse il giudice e lo rimpiazzasse con uno dei suoi sicofanti, e quindi votarono di rimanere fedeli a Peraẖiah ben Joseph e di non accettare l'autorità di nessun altro giudice. Chiunque si fosse rifiutato di far giuramento e sottomettersi al ra`is al-yahud era soggetto ad interdizione. La comunità ben capiva come ciò costituisse una notevole provocazione all'autorità del ra`is al-yahud e che affrontandola dovevano avere il sostegno di un grande halakhista.[16] Chiese quindi a Maimonide di intervenire con il proprio parere.[17]

Nel suo Commentario alla Mishnah, Maimonide attaccò con forza la pratica di imporre una tassa o raccogliere fondi per coloro che studiano la Torah o forniscono istruzione. Interpretando l'insegnamento mishnaico "non farne una corona di cui vantarti o un piccone col quale scavare", egli offre le seguenti osservazioni taglienti:

« Avevo pensato di non dir nulla di questa clausola, perché è chiara ma anche perché so che ciò che ho da dirne in merito dispiacerà a molti, se non a tutti, i grandi studiosi della Torah. Tuttavia lo dirò comunque e non presterò loro attenzione. Sapete che si dice "non fare della Torah un piccone col quale scavare"; cioè, non considerarla un mezzo per guadagnarti da vivere. Questo significa che colui che ottiene tale beneficio mondano dall'onore della Torah ha tagliato la propria anima fuori dalla vita del mondo a venire... Poiché quando consideriamo la pratica dei saggi di benedetta memoria, troviamo che nessuno di loro raccolse fondi dalla gente o cercò contributi per le gloriose e distinte yeshivah o per l'Esilarca o per i giudici o insegnanti o un qualunque funzionario o altre persone. »
(Avot 4:7)

Le yeshivah geoniche conducevano campagne di raccolta fondi per il supporto degli studiosi halakhici, ma Maimonide rigettò tale pratica asserendo che trasformava la Torah in un mezzo di profitto mondano. Gli studiosi dovevano sostenersi da soli, diceva, e colui che dissacra la Torah rendendola uno strumento perde il proprio posto nel mondo a venire. Maimonide stesso non accettò mai nessun fondo pubblico o proveniente da carità come pagamento per lo studio della Torah e per fornire consigli halakhici. Riconosceva di stare attaccando una pratica in vigore nell'élite geonica, sia passata che presente; e quindi, coerente con la sua posizione generale e senza citarla nel responsum, egli affermò la forza del voto fatto dalla comunità di al-Maḥalla e di fatto attaccò il ra`is al-yahud Abu Zikri Sar Shalom e la rispettiva capacità di imporre la sua autorità.[16]

Un altro responsum, inviato ad Alessandria nel 1169 o 1170, similmente attesta il modo in cui Maimonide usò la sua autorità halakhica nel persistente alterco con il ra`is al-yahud Sar Shalom. Una chiara indicazione della condizione dello ra`is al-yahud era la pratica diffusa nell'ambito delle comunità ebraiche di iniziare i documenti legali con l'invocazione dell'autorità del ra`is al-yahud, usando la formula "in base all'autorità di Rabbi [nome]". Gli ebrei di Alessandria avevano chiesto a Maimonide la possibilità di bandire l'uso di tale formula nei loro documenti, proibendo inoltre anche la citazione del nome dell'Esilarca o del capo della yeshivah. La comunità di Alessandria aveva votato a favore di tale promulgazione, in aperta ribellione contro l'autorità del ra`is al-yahud e attendevano il supporto di Maimonide, poiché i fedeli di Sar Shalom avevano cercato di annullare il voto affermando: "molti saggi, incluso il principe, l'Esilarca, che la memoria del giusto sia benedizione, insegnarono che questo voto era invalido dall'inizio e non ha forza." Non sorprende certo che gli halakhisti del circolo dello ra`is al-yahud fossero dell'opinione che il voto era nullo e invalido.[16]

I postulanti si rivolsero dunque a Maimonide nella speranza che contribuisse con la sua grande sapienza halakhica a controbattere i saggi e l'Esilarca, aiutandoli ad adempiere il voto di promulgazione contro la succitata formula documentaria. Maimonide non li deluse, sentenziando che il voto era corretto e vincolante per coloro che erano presenti al momento della relativa promulgazione e che lo avevano accettato. Inoltre, ebbe a dire, se il voto è stato assecondato da una maggioranza della comunità, anche la minoranza che non l'aveva assecondato era ciò nondimeno vincolata dalle sue stipulazioni. Quell'obbligo non era legato alla forza del voto stesso, poiché non l'avevano assecondato, ma alla suddivisione in fazioni della comunità che ne sarebbe derivata nel non accettarlo — fatto che la halakhah opponeva. Di particolare interesse è lo spettro della divisione comunitaria che Maimonide solleva come ragione per imporre i termini del voto anche sulla minoranza. Persumibilmente, era la stessa preoccupazione di frammentazione della comunità che aveva spinto gli halakhisti del ra`is al-yahud ad annullare il voto, sulla base del fatto che colpiva un'autorità legittima e dava adito a disaccordo. La forza halakhica che Maimonide assegnò a questi voti implicava un nesso tra posizione halakhica e lotta politica, e l'averlo fatto senza dubbio indebolì molto il potere del ra`is al-yahud e dei suoi accoliti. La Halakhah, anche tra le mani dei suoi più gloriosi rappresentanti, non può essere separata completamente dalle lotte di potere.[16]

Poiché il ruolo di ra`is al-yahud dipendeva dalla rispettiva nomina confermata dall'autorità del sovrano mussulmano, la ribellione di Maimonide contro il rappresentante di una famiglia potente ed affermata fu probabilmente resa possibile in parte dalla caduta della dinastia fatimide causata dagli Ayyubidi nel 1171, verso il periodo in cui Maimonide ascese alla carica di ra`is al-yahud. La precedente leadership ebraica si era basata su stretti legami coi Fatimidi, e la caduta di questi minò la posizione dei primi. È anche possibile che il notevole influsso di immigranti dal Maghreb contribuì all'abilità di immigrati come Maimonide di ottenere una posizione di grande prestigio, come contribuì anche il suo matrimonio con una donna appartenente ad una famiglia aristocratica locale.[9]

Tuttavia Maimonide non ottenne un pieno e definitivo controllo sugli affari interni della comunità ebraica in Egitto. Aveva officiato come ra`is al-yahud per soli due anni quando ebbe luogo un altro rovesciamento e Abu Zikri Sar Shalom, noto come Zuta, venne nuovamente nominato in quella carica. Questi incarichi implicavano intrighi, corruzione e lotte interne, e per tutto il tempo che Abu Zikri rimase in carica come ra`is al-yahud, Maimonide non solo si rifiutò di riconoscere la sua autorità ma, in base alla forza della propria posizione halakhica, sostenne anche le contestazioni di varie comunità contro la posizione giuridica di Sar Shalom. Nella sua lettera al giudice Pinẖas, che evidentemente era stato intimorito dal ra`is al-yahud, Maimonide descrive quest'ultimo come una persona corrotta e inconsistente:

« Mi chiedi di Abu Zikri, che è andato al potere in una maniera spregevole e moralmente disperata. Ha paura di chiunque nella comunità e nessuno lo aiuta. Non ti preoccupare di lui e non aver paura delle parole dei passanti. Ha sprecato i novanta dinari che ha pagato, non avendo ricevuto [in cambio] nessun documento di incarico dal re, ma solo la seguente autorizzazione: Se gli ebrei ti vogliono, che ti abbiano. Poi è venuto e ha detto agli anziani: "Se mi espellete, me ne andrò." Si mise a piangere davanti a loro per tutta la notte finché gli permisero [di rimanere]. Questo è un resoconto vero. »
(Iggerot, p. 450)

Maimonide esortò Pinẖas ad opporsi alla guida di Abu Zikri e dei suoi accoliti. Abu Zikri aveva infatti corrotto il re, ma in cambio ne aveva ricevuto solo un incarico condizionale e poco convinto, dipendente dall'acquiescenza della comunità. Viene descritto come un codardo e un mascalzone, e gli anziani che dovevano confermare la sua nomina affinché fosse valida, lo fecero di malavoglia dopo che egli si prostrò loro davanti implorandoli.[16]

Tuttavia, questa dura descrizione di Abu Zikri potrebbe non presentarne un quadro completo. Sembra che questi avesse appoggi notevoli nell'ambito comunitario, come appare evidente da commenti di R. Abraham, figlio di Maimonide. Nel suo libro, R. Abraham parla degli sforzi di suo padre per condurre all'unità liturgica la comunità ebraica egiziana mediante l'adozione universale della versione babilonese della liturgia. Fustat, come molti altri località, aveva due sinagoghe — una per gli ebrei babilonesi ed una per quelli della Terra d'Israele. Una differente caratteristica della liturgia di terra d'israele era il suo ciclo triennale di letture bibliche, in contrasto che la pratica babilonese di leggere l'intera Torah annualmente. Maimonide cercò di eliminare differenze di questo tipo, e R. Abraham afferma che il "principe dei principi" — evidentemente Abu Zikri — aveva ostacolato gli sforzi del padre. Abu Zikri era membro della famiglia geonica della Terra d'Israele, e non c'è da sorprendersi che egli volesse difendere le pratiche liturgiche d'Israele all'interno della comunità egiziana.[16]

La posizione relativamente potente del suo rivale sembra essere stata la causa del fatto che Maimonide rimase nella carica di ra`is al-yahud per soli due anni, 1171-1172, e riottenne l'incarico soltanto verso la fine della sua vita, dal 1196 al 1204. Il suo rientro in carica e la cacciata di Sar Shalom Abu Zikri viene menzionata nello "Scrollo di Zuta il Malvagio", un polemico trattato scritto da Abraham ben Hillel, un sostenitore di Maimonide, nel 1197: "Fintanto che l'Onnipotente guardò ed inviò il messaggero dei fedeli, il segno delle età e la meraviglia dei tempi, Mosè il rabbino. Ristabilì la religione al suo antico [splendore], la ripristinò appropriatamente, e rimosse l'idolo dal santuario."[18]

  1. Ger (ebraico: גר ) straniero.
  2. 2,0 2,1 Shlomo Dov Goitein, "A New Light on Maimonides' Life", Ha`arez, 1966 (in ebraico); id., "Maimonides' Life in Light of New Discoveries from the Cairo Geniza", Peraqim, 1966, pp. 29-42 (in ebr.); id., A Mediterranean Society: The Jewish Communities in the Arab World as Potrayed in the Documents of the Cairo Geniza, University of California Press, 1967-1993.
  3. Leggi sul matrimonio, 15, 2-3.
  4. Si veda per esempio la Guida II, 36.
  5. 5,0 5,1 5,2 5,3 5,4 Abraham Melamed, "Maimonides On Women: Formless Matter or Potential Prophet?" in Alfred Ivry, Eliot Wolfson & Alan Arkush (curatori), Perspectives on Jewish Thought and Mysticism, Harwood Academic Publishers, 1998, pp. 99-134.
  6. Si vedano int. al. Leggi del Pentimento, 10, 1; Leggi dell'Idolatria, 11, 17; Guida dei perplessi, 3, 37.
  7. Cfr. responsa 34 e 35.
  8. Si veda il forte linguaggio di Rabbi Moshe Isserlis, sul Shulchan Arukh, Even ha-Ezer, 1545, 3.
  9. 9,0 9,1 9,2 9,3 9,4 9,5 9,6 9,7 Moshe Halbertal, Maimonides. Life and Thought, Princeton Univerrsity Press, 2014, pp. 33-47.
  10. 10,0 10,1 10,2 Paul Fenton, "A Meeting with Maimonides", Bulletin of the School of Oriental and African Studies 45, 1, 1982, pp.1-4.
  11. Quando apposta, l'abbreviazione "R." davanti ai nomi ebraici sta per "Rabbi" (rabbino).
  12. Abraham ben ha-Rambam (figlio di Maimonide). Ha-Maspiq le-Ovedei ha-Shem, N. Dana (cur.), Bar Ilan University Press, 1989.
  13. Mark Cohen, Poverty and Charity in the Jewish Community of Medieval Egypt, Princeton University Press, 2005; id., "Maimonides` Egypt", in Moses Maimonides and His Time, E. Ormsby (cur.), Catholic University of America Press, 1989, pp. 21-34.
  14. 14,0 14,1 Havlin Shlomo Zalman, "Life of Maimonide", Da`at 15, 1985, pp. 67-79 (in ebr.)
  15. Maimonide, Responsa, 256:258.
  16. 16,0 16,1 16,2 16,3 16,4 16,5 16,6 Menachem Ben-Sasson, "Maimonides in Egypt: The First Stage", Maimonidean Studies 2, 1992, pp. 3-30; Mordechai Akiva Friedman, "Maimonides and Zuta: A Tale of Three Bans", Zion 74, 2005, pp. 473-527 (in ebr.)
  17. Maimonide, Responsa 270; cfr. anche Responsa vol. 4, pp. 8-9.
  18. L'ebraico di questo testo è scritto in versetti, impossibile da riprodurre nella presente traduzione. Cfr. Menachem Ben-Sasson, op. cit., s.v.