Sezione IV

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Gerolamo Induno, Sebastiano De Albertis e la grande epica del Risorgimento (Sale 8 e 9)

Sono presenti 14 opere dedicate alle vicende e all’atmosfera del Risorgimento, rappresentando con precisione documentaria e vivacità le barricate e i combattimenti, spesso per una partecipazione diretta agli eventi.


40. Carlo Canella, Porta Tosa in Milano (il 22 marzo 1848), 1848-1850


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    41. Domenico Induno, L'arrivo del Bollettino di Villafranca, 1861-1862

Domenico Induno (1815–1878) L’arrivo del Bollettino di Villafranca

  • Data tra il 1861 e il 1862
  • Tecnica/materiale Olio su tela
  • Dimensioni Altezza: 89.7 cm. Larghezza: 115 cm.

il dipinto rappresenta una diversa versione de Il bollettino del giorno 14 luglio 1859 (ubicazione sconosciuta), presentato all’Esposizione di belle arti dell’Accademia di Brera nel 1860 e riformulato in una tela di maggiori dimensioni, Il Bullettino del giorno 14 luglio 1859 che annunciava la pace di Villafranca (Milano, Soprintendenza al Patrimonio Architettonico e Paesaggistico, in deposito al Museo del Risorgimento), esposta sempre a Milano nel 1862. In questa occasione il dipinto fu acquistato da Vittorio Emanuele II che nominò Induno Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. L’opera in Collezione riprende il luogo e alcuni personaggi del dipinto del 1860, eliminando parte degli alberi e dei caseggiati sullo sfondo, in modo da far intravedere all’orizzonte il Duomo di Milano, come nell’opera del 1862. La coppia in primo piano affiancata da una bambina sostituisce la figura dell’anziano volontario napoleonico seduto al centro, ma lo slancio dell’uomo trattenuto dalla donna evoca lo stesso sentimento di rabbia per il tradimento subito che anima ciascuna delle opere citate. Induno dipinge un momento cruciale del nostro Risorgimento: ci troviamo nei pressi di un’osteria appena fuori Milano dove un gruppo di uomini ha da poco ricevuto il dispaccio recante il testo dell’armistizio siglato a Villafranca il 6 luglio 1859 tra la Francia, alleata del Piemonte, e l’Austria. Con questo atto si poneva fine alla seconda guerra d’indipendenza italiana permettendo l’annessione della Lombardia al regno sabaudo per il tramite della Francia, mantenendo tuttavia il Veneto nei confini dell’impero austriaco. Firmato unilateralmente da Napoleone III, l’armistizio fu accolto in Italia con grande indignazione, soprattutto tra chi come lo stesso Induno aveva partecipato in prima persona alle insurrezioni antiaustriache e vedeva ora tradite le speranze di realizzare l’unità nazionale. Ispirandosi probabilmente a un’opera del pittore inglese David Wilkie, Chelsea Pensioners reading the Gazette of Battle of Waterloo (Londra, Victoria and Albert Museum), che ebbe grande diffusione attraverso le riproduzioni circolate nella stampa periodica, Induno narra l’avvenimento rifuggendo dalle iconografie della pittura di storia per ambientarlo entro uno scorcio suburbano animato da personaggi colti nell’immediatezza dei gesti, svelandone così la grande umanità. Rispetto alle tele destinate alle esposizioni milanesi, la pittura si fa qui più rapida fino a diventare quasi abbozzata nel gruppo di suonatori sulla destra e nella figura femminile affacciata all’ingresso dell’osteria, conferendo al dipinto vivacità e forza comunicativa.


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    42. Domenico Induno, Il ritorno del soldato ferito, 1854 ca

42. Domenico Induno (1815–1878) Il ritorno del soldato ferito

  • Data 1854
  • Tecnica/materiale Olio su tela
  • Dimensioni Altezza: 42.4 cm. Larghezza: 53 cm.

Il pittore partecipò nel 1848 alle Cinque Giornate di Milano e negli anni seguenti fu costretto all’esilio mentre il fratello seguiva i volontari di Giacomo Medici alla volta di Roma. La conoscenza diretta degli eventi risorgimentali e dei sentimenti che li animarono si traduce nella pittura di genere di Induno in scene di accentuato realismo come in questo interno, verosimile in ogni dettaglio e abitato da personaggi ritratti in costumi popolari. La luce che entra dalla finestra, oltre la quale si intravede un cielo limpido, e gli accostamenti cromatici tesi a far risaltare la giubba rossa del soldato accentuano il pathos narrativo con un’abilità che accomuna quest’opera ad altre sempre di soggetto storico, come Il racconto del ferito (1862, collezione privata), ma anche alle scene di genere dipinte negli stessi anni, tra le quali ricordiamo La supplente della mamma (1857, Padova, Musei Civici).


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    43. Gerolamo Induno, Sentinella, 1851

Gerolamo Induno (1825–1890) Sentinella

  • English: The Sentry
  • Data 1851
  • Tecnica/materiale olio su carta
  • Dimensioni Altezza: 40 cm. Larghezza: 28 cm.

Descrizione Acquistato nel 1993, il dipinto rappresenta una versione pressoché identica del Legionario garibaldino a Roma conservato al Museo del Risorgimento di Milano; le due opere del 1851 riprendono a loro volta un’altra tela del museo milanese [1] che, datata 1849, permette di collocare il soggetto nell’ambito di un preciso momento del Risorgimento italiano: la difesa, da parte delle truppe garibaldine, della Repubblica Romana contro la quale si schiera l’esercito francese, giunto a sostegno di Papa Pio IX al fine di restaurarne il potere temporale. A questi fatti partecipa lo stesso pittore come volontario al seguito del generale Giacomo Medici. La legione che egli guida è inviata a difendere la Villa Benedetti-Giraud, meglio nota come il Vascello, unico avamposto rimasto in mano dei repubblicani a contrastare l’avanzata dell’esercito francese. L’eroica resistenza si infrange però contro la superiorità militare del nemico che in un’imboscata nei pressi di Villa Barberini colpisce duramente le truppe del generale Medici.

Due anni dopo i sanguinosi scontri che terminarono nella ritirata della legione e nella fuga di Giuseppe Garibaldi da Roma, il pittore ne fissa il ricordo sulla tela esponendo all’annuale manifestazione dell’Accademia di Belle Arti di Brera una Veduta della porta di San Pancrazio in Roma, (1851, Milano, Pinacoteca Ambrosiana [2]). Il successo dell’opera e l’interesse del pubblico giustificano una serie di altri dipinti ugualmente ispirati ai recenti fatti romani, serie alla quale appartiene anche l’opera in Collezione. Induno vi raffigura un volontario garibaldino che, di vedetta su di un’altura, fissa lo sguardo all’orizzonte: qui, nella calda luce mattutina, si radunano sotto l’insegna del tricolore le truppe del generale Medici, probabilmente alla vigilia di uno scontro con i francesi. La scelta di un personaggio marginale, quale è il giovane garibaldino che non rinuncia a fumare la sua pipa mentre è di vedetta, permette al pittore di tradurre l’episodio storico in un’immagine di quotidiana semplicità. La pittura di genere diviene narrazione degli eventi risorgimentali attraverso i volti del popolo ed i luoghi più umili, ottenendo così in questi decenni un vasto successo di pubblico. Ne deriva un fortunato ciclo di opere che è ben esemplificato in Collezione da La partenza del garibaldino, Il garibaldino e La partenza dei volontari, ma anche da Il ritorno del soldato ferito e L’arrivo del bollettino di Villafranca di Domenico Induno, fratello del pittore, o ancora da Il soldato ferito di Angelo Trezzini.

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    44. Gerolamo Induno, Garibaldi sulle alture di Sant'Angelo presso Capua, 1862

44. Gerolamo Induno (1825–1890) Garibaldi sulle alture di Sant’Angelo presso Capua

  • Data 1862
  • Tecnica/materiale Olio su tela
  • Dimensioni Altezza: 64.5 cm. Larghezza: 52 cm.


Induno realizza una prima versione di questo soggetto nel 1861, su commissione di Cesare Sala, presentandola quello stesso anno all’Esposizione di belle arti dell’Accademia di Brera (Garibaldi sulle alture di Sant’Angelo, 1861, Milano, Civiche Raccolte Storiche); con la replica in Collezione, il pittore partecipa l’anno seguente all’annuale manifestazione della Società promotrice di belle arti di Genova, occasione in cui il dipinto è assegnato per sorteggio alla Camera di Commercio della città. Vi è ritratto Giuseppe Garibaldi su un’altura dominante la piana del fiume Volturno dove si scorge il profilo della città di Capua. Sulla destra due militari a cavallo sembrano attendere il generale che sosta pensoso sul luogo dove il suo esercito di volontari ha appena conseguito un’eroica vittoria. Di lì a poco Garibaldi incontrerà a Teano Vittorio Emanuele II per consegnargli i territori conquistati, segnando la fine dell’esperienza dei Mille e l’inizio del Regno d’Italia. Garibaldi, protagonista indiscusso del nostro Risorgimento, diventa nella pittura di storia di Gerolamo Induno al contempo simbolo epico e figura umanissima: nella tela egli si staglia solitario nel luminoso paesaggio dell’Italia meridionale ma assume i modi informali dell’uomo comune nel gesto della mano che stringe il sigaro fra le dita e nella posa naturale del braccio accostato all’elsa della spada. Il realismo di questo ritratto si intreccia in maniera indissolubile col valore eroico del personaggio dando all’opera quell’inconfondibile capacità che fu anche del fratello Domenico Induno di avvicinare alla vita del popolo gli eventi e i protagonisti della storia contemporanea.


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    45. Gerolamo Induno, La partenza del garibaldino, 1860

45. Gerolamo Induno (1825–1890) La partenza del garibaldino

  • Data 1860
  • Tecnica/materiale Olio su tela
  • Dimensioni Altezza: 59.8 cm. Larghezza: 45.3 cm.

L’opera rappresenta una seconda versione di Un grande sacrificio (Milano, Pinacoteca di Brera), dipinto di simili dimensioni presentato nel 1860 all’Esposizione di belle arti dell’Accademia di Brera. Induno vi raffigura il saluto all’anziana madre da parte del figlio garibaldino, forse in partenza al seguito dei Mille. La spedizione partì nel maggio 1860 da Quarto alla volta dell’Italia meridionale dove i volontari guidati da Giuseppe Garibaldi furono decisivi nella sconfitta dell’esercito di Francesco II di Borbone, permettendo l’anno seguente la proclamazione del Regno d’Italia. Il soggetto, ispirato ai fatti del Risorgimento, appartiene alla pittura di genere profondamente rinnovata da Gerolamo e Domenico Induno che, protagonisti essi stessi delle guerre di indipendenza, diedero un volto concreto e umano ai fatti epici di questa stagione. Ne scaturì una ricca iconografia alla quale rispondono altre opere in Collezione, come Il ritorno del soldato ferito, Sentinella e Il garibaldino. I protagonisti di queste opere sono sempre colti con grande realismo, lo stesso che notiamo nella Partenza dove l’interno domestico è descritto in ogni minimo elemento d’arredo creando una toccante sensazione di familiarità. Abili accostamenti cromatici e l’arioso effetto di luce dato dal cielo limpido oltre la finestra accentuano la capacità di suggestione dell’opera.

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    46. Gerolamo Induno, Il garibaldino, 1871

L’opera datata 1871 appartiene alla ricca serie di dipinti eseguiti da Gerolamo e Domenico Induno attorno alla figura dei volontari garibaldini, rappresentata in Collezione anche da Il ritorno del soldato ferito, Sentinella e La partenza del garibaldino. Lo stesso soggetto fu svolto in questi anni da altri artisti tra i quali Angelo Trezzini del quale ricordiamo Un Cacciatore delle Alpi (1860 circa, Como, Musei Civici) e Il soldato ferito in Collezione. Induno raffigura un giovane soldato accanto ad una donna in abiti ciociari che gli ha appena offerto del rosolio dalla sua cesta ed è ora intenta ad ascoltare la sua storia. Sullo sfondo si intravede l’accampamento garibaldino e all’orizzonte il paesaggio si perde fino a confondersi col cielo. La figura della vivandiera, che qui veste i colori della bandiera italiana, ricorre di frequente in altre opere anche del fratello Domenico, come Vivandiera commossa dinanzi a una croce, dipinto esposto alla Promotrice di Torino del 1853 dove viene acquistato da Vincenzo Vela (ora Ligornetto, Museo Vela), che presenta una simile impaginazione. Nel dipinto in Collezione il pittore non si sofferma sull’intensità emotiva dei singoli personaggi ma crea fra di loro un intimo e familiare colloquio la cui forza espressiva è rimarcata dal realismo con cui sono descritti gli abiti e dalla naturalezza dei gesti. Come in molte altre sue opere, Gerolamo Induno evoca i sentimenti e gli eventi del Risorgimento attraverso personaggi umili rinnovando la pittura di genere sotto l’impeto della passione civile di chi ha vissuto in prima persona gli avvenimenti storici che portarono all’Italia unita.


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    47. Angelo Trezzini, Il soldato ferito, 1860-1870

Sulla scia degli entusiasmi risorgimentali, temi storico–patriottici, battaglie e scene di genere, ispirate ai risvolti domestici delle passioni politiche, riportarono uno straordinario successo di pubblico e critica. All’interno di questo panorama si colloca il dipinto di Angelo Trezzini in Collezione, direttamente ispirato ad un tema ripetutamente affrontato da Domenico Induno che condizionò, con il suo insegnamento, tutta la produzione pittorica dell’artista. Adottando un’estrema sintesi compositiva, il pittore impagina la scena attorno al soldato ferito che guarda con rammarico le truppe dirette al fronte, consapevole di non potersi unire a loro. Per contro l’espressione dolente e rassegnata delle due donne lascia intuire che l’uomo non potra essere neppure un valido aiuto per la famiglia. Un sentimento di disillusione permea la scena, insieme con la disincantata riflessione sugli esiti di una passione civile che aveva coinvolto tutti gli strati sociali, cui forse non manca una velata nota critica nell’amara solitudine del personaggio. Un cospicuo nucleo di opere in Collezione documenta le vicende del Risorgimento declinate in un’interpretazione intima e familiare, caratteristica della pittura di genere più richiesta dal mercato ottocentesco, tra cui La partenza del garibaldino di Gerolamo Induno, La lettera dal campo dello stesso Trezzini, e soprattutto Il ritorno del soldato ferito di Domenico Induno, esplicito riferimento tematico per il dipinto in esame.


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    48. Gerolamo Induno, La partenza dei volontari nel 1866, 1877-1878

l dipinto è stato acquistato nel 1971 e reca sul verso un’etichetta della Galleria Pesaro di Milano. Rappresenta la prima idea o il bozzetto del dipinto La partenza dei coscritti nel 1866 (Milano, Museo del Risorgimento), commissionato da Vittorio Emanuele II e presentato all’esposizione universale di Parigi nel 1878 col titolo Italie, 1866 di cui esiste una replica autografa esposta alla mostra nazionale di belle arti allestita a Milano nel 1881, ora conservata presso la Fondazione Museo Francesco Borgogna di Vercelli. Vi è raffigurato un gruppo di coscritti che, ricevuta la benedizione del parroco, si apprestano a salutare i propri cari e partire per il fronte: li aspettano le battaglie della terza guerra d’indipendenza. L’episodio si riferisce ai fatti che precedettero il momento in cui il regno d’Italia, alleato della Prussia di Bismarck contro l’impero asburgico, ottenne l’annessione del Veneto, firmando la Pace di Vienna. La scena, forse ambientata in un paese della Valtellina, come altri dipinti realizzati dal pittore attorno al 1875-1877, è chiusa sullo sfondo dalle alture. Una chiesa fa da quinta: se ne distingue il portale laterale, il campanile ed il portico; nella folla si notano alcune donne e bambini in costume popolare, e sull’insegna dell’osteria, a sinistra, si intravede la scritta “Italia”, implicito richiamo al completamento dell’unità nazionale ancora da compiersi. Rispetto alla tela in Collezione, le opere conservate a Milano e Vercelli presentano alcune differenze nel profilo dei monti e nell’architettura rurale che chiude a sinistra le composizioni, ma soprattutto offrono una variante significativa dal punto di vista del significato storico-politico della scena. Se nella tela in Collezione, infatti, i futuri soldati ricevono la benedizione del parroco, nell’opera di commissione reale esposta a Parigi e nella sua replica, essi sono invece accolti dal sindaco che, con la fascia tricolore, li saluta dal sagrato della chiesa, al fianco del religioso. In questo ribaltamento dei ruoli possiamo leggere un corretto scrupolo politico del pittore, che nel 1878 - a fronte dei tesissimi rapporti tra il Regno d’Italia e lo Stato della Chiesa, a pochi anni dalla Breccia di Porta Pia - preferisce omettere la pur realistica circostanza dell’iniziale appoggio di una parte del “basso clero” alle istanze del Risorgimento, sostituendo il parroco con la figura politicamente più opportuna e resa riconoscibile dalla fascia tricolore, del sindaco, assente invece nel bozzetto. Non va dimenticato, inoltre, che il pittore aveva partecipato come volontario garibaldino anche alla campagna in Tirolo del 1866, circostanza certamente non estranea alla vivacità e al realismo che caratterizza la tela in Collezione, secondo il carattere insieme quotidiano ed eroico della pittura di storia legata alle vicende contemporanee che contraddistingue fin dalla metà del secolo l’opera sua e del fratello Domenico Induno, del quale ricordiamo Il ritorno del soldato ferito e L’arrivo del bollettino di Villafranca pure presenti in Collezione.


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    49. Gerolamo Induno, La battaglia della Cernaja, 1857

Il dipinto è identificabile con la Battaglia della Tchernaja presentato all’Esposizione di belle arti dell’Accademia di Brera del 1859 e acquistato da Vittorio Emanuele II per le proprie collezioni del Castello di Racconigi. Come dichiara lo stesso Induno nella didascalia del catalogo dell’esposizione, il dipinto è condotto dal vero sulla base dei numerosi schizzi realizzati al seguito dell’esercito piemontese, inviato nel 1855 in Crimea al fianco di quello anglo-francese per difendere l’impero Ottomano contro la Russia. Il pittore partecipa alla spedizione come bersagliere eseguendo inoltre, per incarico del Ministero della Guerra del Regno Sardo, una serie di Panorami, poi tradotti in litografie e destinati a un Album celebrativo della spedizione pubblicato nel 1857. La guerra di Crimea rappresenta il primo evento bellico illustrato compiutamente, poiché a spedizioni simili a quelle di Induno si affiancarono i primi reportage fotografici realizzati dagli inglesi Roger Fenton e James Robertson. In Italia, inoltre, le immagini delle operazioni militari guidate dal generale Alfonso La Marmora acquistarono ben presto un valore simbolico, alludendo alle recenti lotte del Risorgimento. L’opera in Collezione segna il debutto di Induno nel genere della pittura di storia di grande formato ispirata all’epica risorgimentale della quale egli diventerà interprete indiscusso; il pittore fu del resto coinvolto in prima persona, come il fratello Domenico Induno, nei moti delle Cinque Giornate di Milano, quindi partecipò come volontario all’impresa romana di Giacomo Medici nel 1849 e alle campagne di Giuseppe Garibaldi dieci anni più tardi. Dell’opera in Collezione esistono diverse versioni (una è nelle raccolte della Banca Popolare di Novara) e studi preparatori: il pittore impagina in una composizione ripartita dalla linea dell’orizzonte una serie di episodi in primo piano che hanno come protagonisti ora un soldato russo morente confortato dal cappellano e da due suore della Carità, ora gruppi di militari schierati mentre su tutti risalta la figura del generale La Marmora a cavallo. Nel chiarore dell’orizzonte si intravedono i movimenti delle truppe nei pressi del fiume Cernaia, dove i piemontesi ottennero alcune vittorie al fianco dell’esercito francese. La pittura attenta ai dettagli delle divise come agli effetti di luce mostra i propri debiti artistici nei confronti del realismo col quale il fratello Domenico rinnova i soggetti storici, ma qui si arricchisce della dimensione epica dell’evento narrato che ritroveremo in altri episodi risorgimentali tra cui La battaglia di Magenta (1861, Milano, Soprintendenza al Patrimonio Architettonico e Paesaggistico, in deposito al Museo del Risorgimento).

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    50. Gerolamo Induno, La presa di Palestro del 30 maggio 1859, 1860

Questa grande tela fu presentata all’Esposizione di belle arti dell’Accademia di Brera del 1860. Raffigura la prima vittoria conseguita dall’esercito piemontese contro gli austriaci nel corso della seconda guerra di indipendenza che portò all’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna. Gerolamo è, con il fratello Domenico Induno, tra i principali narratori in pittura del Risorgimento tanto da incarnare il mito dell’artista-soldato in quanto protagonista in prima persona delle insurrezioni scoppiate a Milano nel 1848 e l’anno seguente a Roma, infine volontario garibaldino nel 1859. Egli narra quindi con grande compartecipazione gli episodi del travagliato processo di unificazione esaltandone ora il carattere epico come nel ritratto di Garibaldi a Sant’Angelo, ora il risvolto umano in intime scene di genere quale La partenza del garibaldino. Nella Presa di Palestro, appartenente a un ciclo di opere tra le quali anche La battaglia di Magenta (1861, Milano, Soprintendenza al Patrimonio Architettonico e Paesaggistico, in deposito al Museo del Risorgimento), Induno descrive con grande realismo l’assembramento dei soldati in primo piano tra i quali possiamo probabilmente riconoscere, a sinistra, Vittorio Emanuele II a cavallo che osserva la cittadina appena conquistata, seguito dal generale Enrico Cialdini. In quest’opera il pittore prosegue sulla strada del rinnovamento della pittura di storia che lo aveva già portato ad elaborare dal vero opere come La battaglia della Cernaia. Rispetto a quest’ultima, Induno preferisce una pittura più libera e meno definita con la quale rende l’immediatezza dell’evento, mostrando un intento narrativo che avvicina il dipinto alle immagini dei primissimi e coevi reportage fotografici.

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    51. Sebastiano De Albertis, L'artiglieria della III Divisione alla battaglia di San Martino, 1887

L’opera è entrata in Collezione nel 1972, proveniente da una raccolta privata milanese. Il dipinto fu recensito favorevolmente dalla critica fin dalla sua prima apparizione all’Esposizione nazionale artistica di Venezia del 1887 per l’intenso realismo e la carica drammatica. L’episodio della battaglia di San Martino, combattuta il 24 giugno 1859 per la causa dell’indipendenza italiana, si inserisce nel repertorio storico-patriottico ispirato alle vicende belliche del Risorgimento, caratteristico della produzione di Sebastiano De Albertis, in parte derivato dalla lezione del suo maestro Gerolamo Induno. L’attacco frontale mosso dall’esercito piemontese contro gli austriaci sulle alture di San Martino fu l’atto conclusivo di una cruenta battaglia, il cui esito fu decisivo per le sorti della guerra. De Albertis, che aveva partecipato come volontario alle guerre d’indipendenza, riprende la scena in modo tale da far trovare lo spettatore nelle retrovie, nel mezzo del movimento dell’artiglieria, mentre lo scontro vero e proprio è nascosto alla vista degli stessi protagonisti da una fitta coltre di polvere che occupa orizzontalmente il centro della composizione. Ogni momento dell’episodio è ritratto con una schietta adesione alla realtà e con gusto cronachistico, quasi fosse ripreso dal vero, per raggiungere il coinvolgimento emozionale dell’osservatore. La nota tragica del caduto in primo piano e la fatica dei soldati che trascinano l’artiglieria stemperano il tono eroico, caratteristico di tante scene militari dell’artista, tra cui la Battaglia di Pastrengo (Trieste, Museo Revoltella), una delle versioni della celebre Carica dei carabinieri a Pastrengo. La grande pittura di storia, di ispirazione classica o romantica cedeva il passo alla rappresentazione della storia nazionale nel suo attuarsi; e il panorama artistico risorgimentale si contraddistinse per il gran numero degli stessi soggetti militari declinati in diverse interpretazioni: dalle prove di Gerolamo e Domenico Induno, come La battaglia della Cernaia e La presa di Palestro del 30 maggio 1859 in Collezione; alle opere del grande rivale di Sebastiano De Albertis, Giovanni Fattori, che nel 1868 affrontò proprio l’episodio militare di San Martino, con una visione nitida e definita ben diversa dalla stesura sciolta e ricca dell’opera in esame; fino all’interpretazione cronachistica di Michele Cammarano della Battaglia di San Martino eseguita nel 1883 (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna).

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    52. Sebastiano De Albertis, Il richiamo dei cavalli sbandati, 1893

Apparso per la prima volta alla Società promotrice di Belle Arti di Genova nel 1893, il dipinto figurava l’anno successivo alla Esposizione Triennale di Brera, dove venne acquistato da Ferdinando Bocconi, imprenditore milanese poi fondatore dell’università “Luigi Bocconi”. Il dipinto fu eseguito a molti anni di distanza dalle guerre d’indipendenza, cui De Albertis prese parte attivamente, e rievoca una scena semplice di vita militare permeata da un senso di nostalgia e solitudine, che forse allude alla fine di un’epoca. I cavalli richiamati a rientrare nella schiera per essere foraggiati e alloggiati per la notte sono i protagonisti dell’episodio che è condotto con un’intonazione crepuscolare ben diversa dall’accento eroico delle numerose scene di battaglia abitualmente rappresentate dall’artista. Il dipinto risente della frequentazione dell’ambiente artistico milanese della Scapigliatura per l’adozione di una stesura pittorica sciolta e abbreviata e si contraddistingue per l’intenso naturalismo della coppia di cavalli al galoppo, docili al richiamo del soldato. Le scene militari del Risorgimento e le corse di cavalli mondane divennero i soggetti abituali della produzione dell’artista fin dal 1855, configurandosi come un suo tratto distintivo. Le opere della maturità tuttavia furono accolte con scarso interesse di critica per la ripetitività del tema, nonostante continuassero a riscuotere un notevole successo di mercato, dimostrando la vitalità dei temi di ispirazione risorgimentale presso i ceti dirigenti, ancora nell’ultimo scorcio del secolo.

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    53. Emilio Magistretti, Il 9 gennaio 1878 a Milano. Annuncio della morte di Vittorio Emanuele II, 1879

Le vicende collezionistiche ed espositive del quadro sono dettagliatamente descritte dall’artista nella sua autobiografia del 1926. A quasi cinquant’anni dall’esecuzione della tela Emilio Magistretti ricorda lo scarso successo di critica raccolto dalla sua opera d’esordio, esposta ripetutamente a Milano e Torino tra il 1879 e il 1881. Stando al racconto, il dipinto avrebbe però suscitato l’interesse di Umberto I fin dalla sua apparizione all’Esposizione Nazionale di Torino del 1880; il sovrano lo acquistò solo in seguito, in occasione di un incontro con l’artista, favorito dall’interessamento del patriota e pubblicista di fama nazionale, Cesare Correnti. Nella grande tela l’artista registra le reazioni dei milanesi all’annuncio della morte di Vittorio Emanuele II all’interno del clima politico cittadino di fine Ottocento, già percorso dalle prime inquietudini sociali e istanze repubblicane. L’intento di realizzare una grande pittura di storia con finalità educative e morali, ispirata ad un evento contemporaneo, si stempera nel racconto di un episodio minore, vissuto in prima persona dal pittore. Una folla variegata di borghesi e popolani, soldati e bambini, si raduna allo sbocco della Galleria Vittorio Emanuele II, sulla rinnovata piazza della Scala, in un luogo simbolo di Milano che in quegli anni andava assumendo il ruolo di capitale morale della nazione e un assetto urbanistico riformato. Il giornale in distribuzione tra la folla è “Il Pungolo”, vero e proprio termometro della pubblica opinione, che apriva l’edizione di quel giorno commentando la grande statura politica del sovrano al quale si rivolgeva l’omaggio incondizionato del suo popolo, al di là di ogni schieramento. A questa pagina Magistretti affida il messaggio dell’opera, allusivo all’unità politica e spirituale della nazione, ma traduce l’evento nella dimensione quotidiana della vita cittadina, soffermandosi nella minuta descrizione dei tipi sociali e del contesto ambientale sul modello della coeva pittura di genere.