Riflessioni su Yeshua l'Ebreo/Gesù a casa

Indice del libro
Brooklyn Museum - He Who is of God Hears the Word of God (Celui de Dieu entend la parole de Dieu) - James Tissot.jpg
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"Celui de Dieu entend la parole de Dieu", guazzo & grafite su carta di James Tissot, 1886-94

Gesù nel suo ambiente materialeModifica

IntroduzioneModifica

Parlare oggi di "Gesù l'Ebreo" è un luogo comune. Gesù, figlio di Giuseppe e Maria, residenti a Nazareth, nacque ebreo, visse come ebreo e morì come ebreo. Ma che tipo di ebreo era? Nel corso degli anni, gli studi ci hanno aiutato a capire molto della sua vita e dei suoi insegnamenti basilari e molto è stato fatto anche sul contesto ebraico della sua vita e dei suoi insegnamenti. Tuttavia, molta meno attenzione è stata prestata alle realtà fisiche e materiali che circondano la vita quotidiana e gli insegnamenti di Gesù. L'ebraismo "accademico" di Gesù è spesso un ebraismo "letterario", carente di cultura materiale e archeologia, sebbene di recente siano stati fatti tentativi di concentrarsi sull '"archeologia di Gesù".[1] Meno lavoro, tuttavia, è stato dedicato alla cultura materiale e ai realia, o nelle parole di Marianne Sawicki: "Fino a tempi recenti, gli studi su Gesù hanno prestato sorprendentemente poca attenzione alla terra, considerandola semplicemente come una sorta di palcoscenico o piattaforma neutra a sostegno degli eventi raccontati nei Vangeli... Chiunque voglia sapere di Gesù deve cercarlo nel suo territorio nativo, nella sua terra e nel suo paesaggio contestuale".[2] Questo è più facile a dirsi che a farsi, tuttavia, o come afferma Peter Richardson: "È difficile usare realia in Galilea, Giudea e Siria meridionale nelle descrizioni del sorgere del movimento di Gesù, in parte perché nessun realia può con certezza essere associato ad esso in queste prime fasi."[3] "L'archeologia cristiana" è ancora molto orientata ai monumenti e dedica ancora molte energie alla ricerca attiva di conferme archeologiche del Nuovo Testamento, concentrandosi sulle questioni "grandi" e non sulle micro-questioni della vita quotidiana.[4] Pertanto, la vita materiale e la cultura di Gesù è necessariamente la vita materiale di Gesù l'Ebreo.

Ma come si può determinare tale vita materiale? Sorprendentemente, non c'è accordo sulla composizione della "cultura materiale". Ci sono quelli che sottolineano il paesaggio e considerano la cultura materiale come un segmento del proprio ambiente fisico modellato dagli esseri umani. Altri sottolineano gli artefatti, vedendo la cultura materiale come la totalità degli artefatti nella cultura, inclusi i reperti lasciati dal mondo fisico. Il primo sembrerebbe riflettere la citazione di Sawicki supra. L'ultimo potrebbe essere identificato con l'archeologia, ma non lo è. La cultura materiale e l'archeologia sono correlate ma non sono la stessa cosa. Ad entrambi questi punti di vista è possibile aggiungere liberamente le teorie (e talvolta il gergo) del mondo delle scienze sociali che formano il satellite e le sottovisioni, comprese le questioni di casta, parentela e genere.[5]

Inoltre, non è facile determinare cosa componga la cultura materiale "ebraica" in opposizione alla cultura materiale degli ebrei. Pertanto, la vita materiale degli ebrei nella Palestina ellenistico-romana non era molto diversa da quella dei loro vicini non ebrei, sia in termini di vita urbana che rurale. Ciò che era diverso riguardava gli aspetti "ebraici" della vita quotidiana o halakhah, e includeva indicatori materiali etnici e religiosi come i mikvaot, o i vasi di pietra, entrambi relativi alla purezza, l'uso di frange (zizzit – ebr. ציצית) su un indumento a quattro punte o l'uso di elementi religiosi accessori come le "lampade dello Shabbat". Potrebbero esserci state anche alcune piccole differenze nelle procedure agricole e forse negli strumenti e negli attrezzi agricoli. Alcuni tipi di sepoltura, come la sepoltura secondaria, potrebbero essere un indicatore di ebraicità, i profili ossei di animali privi di rappresentazioni di suini e decorazioni aniconiche, senza figure umane o animali, potrebbero anche essere indicatori materiali ebraici (negativi).[6] Dobbiamo quindi cercare Gesù e il movimento di Gesù nella frequentazione di mikvaot o nell'uso di strumenti di pietra? Indossavano le frange sui loro indumenti? Riusciremmo a distinguerli da qualsiasi altro ebreo palestinese dell'epoca in termini di cultura materiale e vita quotidiana? Per i nostri scopi, ciò che cerchiamo è la cultura materiale degli ebrei e qua e là un po' di cultura materiale "ebraica". Entrambe probabilmente servirebbero anche come struttura materiale per inquadrare Gesù e i suoi seguaci.

 
Provincia romana della Giudea, I secolo e.v.
 
Mappa della Galilea

Sebbene anche il "Gesù storico" possa aver vissuto a volte in un mondo apocalittico,[7] le sue immagini e il suo pensiero usavano un linguaggio di vita quotidiana nella Palestina romana. I suoi insegnamenti e le sue parabole menzionano vasi di pietra, lampade e fiaschi, pentole, utensili, vigne e torri, monete e spade, tra le altre cose. Comprendere i realia del suo mondo, ebraico o meno, è della massima priorità nel ricreare il suo mondo sociale e questo a sua volta può aiutarci a capire il suo mondo spirituale. Quello che non posso fare, tuttavia, in questo capitolo è trattare il corpus delle immagini spaziali nei Vangeli, o anche in Q — occuperei troppo spazio, distraendomi dalla materia principale di questo tema. La spiegazione di singoli versetti o motivi viene studiata altrove nel presente wikilibro. Il mio lavoro al momento serve semplicemente come sfondo.[8]

Il mondo materiale di Gesù non era limitato solo ai manufatti e alla terra. Gesù era peripatetico e si dice che abbia visitato alcuni siti in Palestina come Nazareth, Cana, Betsaida, Cafarnao, Gerico e Gerusalemme. Cosa avrebbe trovato in questi siti in termini di vita quotidiana e come tutto ciò avrebbe avuto un impatto su "Gesù l'Ebreo"? In che modo la sua vita religiosa si sarebbe intersecata con la cultura materiale dei luoghi che visitò? In che modo il suo ambiente fisico, ebraico o meno, lo avrebbe influenzato?

Rispondere a tutte queste domande sarebbe probabilmente lo sforzo di una vita. Quello che posso tentare di fare qui è descrivere brevemente la realtà materiale con cui Gesù potrebbe essere entrato in contatto, consentendo una migliore comprensione del mondo in cui operò e insegnò. Poiché la maggior parte di ciò avvenne in Galilea, cercherò di relazionarmi il più possibile con quella regione, ma non mi limiterò alla Galilea come non si limitò Gesù. Poiché non vi è nessuna testimonianza che Gesù sia entrato nelle città galileiane di Zippori (gr. Σέπφωρις, Sépphōris) o Tiberiade (ebr. טבריה, Tverya), e siccome l'unica vera città in cui trascorse del tempo fu Gerusalemme (ebr. יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushaláyim), limiterò la mia discussione alla sfera rurale.[9] Tuttavia, come detto sopra, il mio lavoro qui è una goccia nel mare e al massimo può dare solo un assaggio, sia in termini di contenuto che di bibliografia.[10]

Un quadro per lo studio: limiti e realtàModifica

Quali sono i parametri di studio per descrivere il mondo materiale di Gesù? In un mondo ideale, la struttura di studio della cultura materiale del I secolo e.v. comprenderebbe la vita quotidiana (e la morte). La società palestinese di quel tempo era sia rurale che urbana, ma la società ebraica era principalmente rurale. Una discussione sulla società rurale riguarderebbe gli insediamenti e le loro componenti, ad esempio, case, cortili, utensili e gli aspetti della vita quotidiana a cui erano associati, agricoltura (raccolti, attrezzi e manodopera), lavoro e manodopera in generale, strade e persino porti. Uno studio sulla società urbana – e dopotutto gli ebrei si trovavano anche nelle città della Palestina – includerebbe gran parte di ciò che è stato appena menzionato ma da una prospettiva urbana, nonché fenomeni solitamente urbani, ma non sempre, come bagni, mercati e fiere, e sinagoghe. Entrambi i settori non erano monolitici in termini di popolazione. C'erano classi superiori e classi inferiori, ricchi e poveri, e varie permutazioni economiche e sociali di questi con le loro variazioni nella vita materiale. Né c'era una cortina di ferro tra il rurale e l'urbano; le distanze erano relativamente brevi e gli eventi e gli sviluppi in una sfera potevano avere un impatto sull'altra. L'archeologia della sfera rurale e di quella urbana potevano essere alquanto diverse, ma a quanto pare la cultura materiale e la vita etnica e religiosa quotidiana erano simili e tale era il caso non solo della Galilea, ma anche della Giudea.[11]

Mentre le raffigurazioni di Gesù nei Vangeli sono per lo più nella sfera rurale, alcuni dei suoi seguaci avevano origini urbane di sorta e, in ogni caso, le distanze relativamente brevi tra rurale e urbano consentivano una diffusione della cultura materiale da una sfera all'altra e, se non in senso fisico, almeno certamente in senso virtuale, in termini di conoscenza. In una cornice di studio ideale sarebbe anche necessario concentrarsi sulle manifestazioni locali della cultura materiale, cioè della Giudea, della Samaria, della Peraea e della Galilea. Inoltre, a causa delle migrazioni interregionali, "locale" poteva essere inteso anche come interregionale (o meno). Come accennato in precedenza, qui mi accontento di fornire informazioni basilari per comprendere alcuni aspetti del mondo materiale di Gesù.

Infine, anche la questione del lasso di tempo è fondamentale. Sarebbe certamente l'ideale se ci fossero abbastanza fonti su tutte le questioni che potrebbero rappresentare chiaramente la cultura materiale dei tempi di Gesù. Tuttavia, tale non è il caso. Può una tradizione risalente al II secolo e.v. su questo o quell'utensile raffigurare la realtà materiale di un secolo prima? Il fatto è che i cambiamenti nella cultura materiale in generale nel mondo antico progrediscono a un ritmo molto lento. La longue durée regna nel mondo materiale antico. Pertanto, alcuni dei nostri commenti possono dipendere dalla realtà descritta nella letteratura rabbinica, che sebbene sia successiva ai tempi di Gesù, è ancora probabilmente affidabile in generale per quanto riguarda la cultura materiale.[12]

Vita ruraleModifica

InsediamentiModifica

La maggior parte degli ebrei nella Palestina del I secolo viveva in villaggi di varie dimensioni.[13] Alcuni vivevano in grandi manieri o fattorie isolate, ma non molti, e i pochi che lo facevano non erano in Galilea. La maggior parte di questi villaggi rurali erano anche abbastanza omogenei e monolitici in termini di composizione etnica, sociale e religiosa, ma non sarebbe corretto postulare un modello "contadino" uniforme, per così dire, e la differenziazione sociale non dovrebbe essere completamente esclusa come opzione nella sfera rurale. Relativamente parlando, in questa sfera esistevano edifici di livello basso (pianoterra) e nelle case private era raro trovare pietre rivestite, capitelli o mosaici colorati, sebbene ci fossero alcune eccezioni. Abitazioni di stile "ricercato" non esistevano molto qui. Discuteremo le case più in dettaglio di seguito. La qualità della vita in questi insediamenti probabilmente non era elevata. In generale c'erano pochi edifici pubblici, sebbene gli insediamenti rurali più grandi potevano avere sinagoghe o un edificio scolastico. Mentre poteva esserci stata qualche ellenizzazione o romanizzazione in tali insediamenti, probabilmente era più nella natura di politica piuttosto che di cultura o di architettura.

Cortili e caseModifica

La vita di villaggio per uomini, donne e bambini ruotava spesso attorno al cortile, solitamente raggiungibile attraversando strade strette e vicoli.[14] È il cortile che spesso fornisce i mezzi per comprendere il rapporto tra spazio pubblico e privato nel villaggio. La fedeltà/frequenza poteva spesso riguardare più il cortile (di famiglia), nell'ambito del vicinato, che il villaggio stesso. C'era qui una tensione costante tra la vita del cortile all'aperto e la ricerca di almeno un certo grado di privacy, quest'ultima ottenuta di solito attraverso la costruzione di tramezzi o recinzioni all'interno del cortile. Questi cambiamenti fisici a volte erano necessari a causa dei cambiamenti nella demografia familiare o per i cambiamenti nelle dinamiche dei possedimenti del cortile. Spesso non era chiaro chi possedesse cosa e la tensione tra i vicini non era cosa insolita.

Oltre alle residenze, il cortile poteva contenere colombaie, pollai, magazzini, cisterne, servizi igienici, un primitivo sistema fognario e forse un negozio. La vita nel cortile era turbolenta e rumorosa, dove si lavava, cucinava, cuoceva al forno, macinava e spesso si mangiava. La vita all'aperto nel cortile era comune. Questa era anche un'area giochi per i bambini e vari animali, quando non pascolavano, potevano anche vagare per il cortile, a volte servendo come animali domestici per i bambini.[15] I cortili erano spesso chiusi di notte, ma generalmente c'era sempre un viavai e, in definitiva, poca intimità e poca tranquillità. Non è difficile capire perché le porte delle residenze private che entravano da un cortile erano spesso tenute chiuse, costringendo a bussare per entrare.[16] A volte i cortili erano di natura più "interna", a significare che non erano spazi "pubblici" e questo ha anche permetteva di ottenere maggiori livelli di privacy.

Diversi tipi di case furono costruiti nei cortili. Sebbene io discuterò di case nel quadro di un contesto rurale, va ricordato che la linea di demarcazione non è sempre assoluta tra rurale e urbano, almeno per quanto riguarda i domicili, sebbene un livello più alto di romanizzazione fosse da trovare nell'architettura residenziale urbana. È anche importante ricordare che una casa e lo spazio che la circonda è più di un semplice "contenitore" per le attività umane di base, ma piuttosto riflette un "linguaggio architettonico" che può plasmare la società oltre a rifletterla. Inoltre, l'arredamento della casa può fornire indizi sulla natura della vita in una casa particolare.

Eyal Baruch ha distinto sei tipi principali di case in base alla funzione architettonica: casa a corte comune, casa a corte anteriore, casa atrio, casa peristilio, casa padronale (maniero) e casa colonica.[17] La casa a corte comune è la più diffusa e continua le tendenze dell'architettura dal Periodo ellenistico. Aveva una pianta quadrata o rettangolare, un cortile centrale circondato da stanze di tutte o alcune delle sue ali e di solito muri comuni con altre strutture residenziali. La pianta della casa a corte anteriore era generalmente la stessa tranne che per il cortile anteriore, appunto. Le due case a corte, il tipo con cui Gesù sarebbe entrato in contatto, erano al livello socioeconomico più basso. Poi veniva la fattoria, ma come ho detto, generalmente non in Galilea. La casa romana, fenomeno urbano, in tutte le sue forme, era ai massimi livelli.

Una delle caratteristiche più sorprendenti dei domicili "ebrei" era il gran numero di mikvaot o bagni rituali trovati in queste case, nonostante il fatto che spesso ci fossero numerosi mikvaot pubblici nelle vicinanze, nell'insediamento stesso o nei campi adiacenti. Sebbene questi siano chiaramente indicatori religiosi ed etnici, il mikveh di casa riflette un desiderio di osservanza privata della purezza rituale rispetto a un'espressione più pubblica in un mikveh pubblico.[18]

Baruch ci ha anche mostrato che, nonostante un'organizzazione comune ben sviluppata in molti dei villaggi rurali, le residenze erano per la maggior parte edificate nello stesso stile e livello di costruzione. Non si sono rinvenuti segni significativi di divario sociale. Baruch vede ciò come il riflesso di una prospettiva culturale che considera la manifestazione della ricchezza personale in modo negativo. Se ci fosse stato un eccesso di ricchezza, sarebbe stato investito in edifici pubblici come le sinagoghe, che fornivano un meccanismo di livellamento all'interno della società dei villaggi ebraici.19 Gesù probabilmente non si sarebbe opposto a una visione che guardava con sospetto chi ostentava segni di ricchezza personale e avrebbe anche potuto essere a favore di un sistema di meccanismi di livellamento rurale. Avrebbe sostenuto la sinagoga come espressione di tale livellamento?

È ovviamente impossibile qui trattare tutte le parti componenti di tutti i tipi di case e farò riferimento solo alle componenti principali.[19] Alcune case avevano un ingresso o un'anticamera. Le finestre esterne sembrano essere state problematiche, poiché avrebbero potuto indebolire i muri, ma le finestre interne venivano costruite per fornire luce e aria. Nonostante ciò, la luce solare naturale probabilmente non era sufficiente ed era necessario trovare altre modalità di illuminazione. La lampada a olio era la soluzione più comune. Alcune erano portatili e altre erano appese al soffitto. Le restrizioni sull'accensione del fuoco durante il Sabbath richiedevano la costruzione di lampade a goccia lenta e altri tipi di "lampade dello Shabbat". Anche queste servivano come chiari indicatori funzionali etnici e religiosi.[20]

Le case più semplici erano del tipo a una stanza e potevano essere divise in parti superiori e inferiori. Chi poteva gestirle (e permettersele) costruiva stanze aggiuntive. Questo nuovo spazio e la divisione dello spazio erano una funzione della struttura sociale e del rango, del genere e dell'età, nonché della funzionalità pratica. Poteva esserci una sala traklin, la versione rabbinica del triclinio romano, che fungeva da sala da pranzo per pasti familiari o formali. Reclinati su divani, i commensali mangiavano cibo che veniva posto su diversi tipi di tavoli, alcuni individuali, bassi e rotondi con tre gambe. Ciò non significa che i commensali cenassero sempre in stile ellenistico e forse spesso non lo facevano. Le testimonianze archeologiche di Gamla sembrano indicare che i residenti si riunivano attorno a uno o due piatti condivisi, usando un'unica piccola ciotola o piattino.[21] Il cibo poteva essere stato preparato in una cucina o nelle aree del forno di casa, ma una buona parte della preparazione dei cibi e la cottura avvenivano nel cortile.[22]

Dietro il traklin c'era spesso un kiton o camera da letto, con o senza tenda o tramezzo, e spesso usata da tutti i membri della famiglia. La dimensione della stanza determinava la sistemazione della notte e i mobili, che si trattasse di un letto con struttura in legno, materassi e cuscini, o di una stuoia.[23] I mobili domestici aggiuntivi erano piuttosto limitati. A volte c'erano sedie, sgabelli e sedili di vario genere. Sedersi o dormire (senza almeno un materassino) sul pavimento era considerato un segno di povertà assoluta.[24] Potevano anche esserci vari tipi di cassapanche, scatoloni e armadi per riporre cose varie.

Stanze da bagno e latrine interne non si trovavano nei villaggi rurali, sebbene esistessero nelle case dei ricchi della sfera urbana. Lo stesso vale per gli scantinati, anche se nelle case dei villaggi c'erano spesso aree di stoccaggio più semplici e alcune case avevano le proprie cisterne per l'acqua. Alcune case avevano anche un secondo piano, che si poteva raggiungere con una scala dall'esterno. Il tetto di una casa era solitamente piatto, fornendo più spazio abitativo se necessario e serviva da area di lavoro. Alcune delle attività che si svolgevano nel cortile poteva essere trasferite sul tetto consentendo una maggiore intimità.

Khirbet QanaModifica

 
Mappa che illustra la collocazione di Cana a Khirbet Qana (a nord), rispetto a Kefr Kenna (a sud), altro possibile sito di Cana.
(Biblical Researches in Palestine, 1841)

Come accennato in precedenza, Gesù visse, visitò o attraversò numerosi siti in Palestina e forse non tutti furono menzionati nei Vangeli. Mentre nel settore rurale c'erano molte cose standard, chiaramente ogni villaggio o sito aveva la sua personalità individuale e talvolta anche unica. Ovviamente non posso descrivere tutti i siti rurali associati a Gesù. Mi accontenterò di un esempio, Khirbet Qana, associato alla Cana del Nuovo Testamento (Giovanni 2:11;4:46;21:2 con 1:43-45).[25]

Khirbet Qana si trova su una collina alta cento metri, sul lato nord della Valle di Beth Natufa, otto chilometri a sud-sud-ovest di Zippori e in vista dell'odierna Nazareth Illit. Tale sito non deve essere confuso con l'odierna Kafr Kanna vicino a Nazareth e sulla strada Zippori-Tiberiade, che venne associata a Gesù solo nel Medioevo. È sempre importante ricordare, come sottolineato sopra, che le distanze in Palestina tra le varie sfere culturali, economiche e sociali sono relativamente brevi, e mentre Gesù può essere associato per la maggior parte alla vita rurale, la vita urbana era solo a breve distanza, anche se non può essere insignificante che nessuna fonte evangelica gli faccia visitare una città galileiana.

Cana persisteva attraverso diverse fasi di occupazione senza grandi cambiamenti. Essendo un villaggio collinare, la sua pianta era impostata su considerazioni di accesso e topografia e l'insediamento del primo secolo sembra aver avuto poco in termini di pianificazione formale. La strada di accesso principale proveniva da est, ma i collegamenti stradali con altre città sono incerti. Cana non aveva mura quando Gesù la viitò, e tale era il caso nella maggior parte dei villaggi galilei che Gesù avrebbe visitato, come Cafarnao e Corazin. Termini come agorà e foro sono inappropriati per villaggi tipo Cana. Poteva però esserci stata un'area commerciale nel nord-est.

Il nucleo della città era una collina abbastanza stipata di case, strade e vicoli organizzati in una qualche forma di regolarità. C'erano lì un certo numero di grandi cisterne pubbliche. Cana aveva diverse aree industriali. Gran parte dell'industria era legata all'agricoltura, sebbene potesse esserci stata un'attività di soffiatura del vetro. È possibile che ci fosse una differenziazione di quartieri e di alloggi. Alcune delle case erano a schiera senza cortile, mentre altre erano del tipo a cortile descritto sopra. Alcune avevano due piani. I muri erano costruiti in calcinacci di muratura grezza con poche pietre lavorate. Cana aveva almeno un mikveh pubblico e un certo numero di tombe apparentemente ebraiche sono state scoperte intorno al sito, ma tutte si trovavano a 200-400 metri di distanza per motivi di purezza rituale. Un edificio pubblico la cui cronologia non è ancora chiara e forse esisteva già nel I secolo e.v. avrebbe potuto essere una sinagoga o una casa di studio. Gli altri villaggi non erano granché diversi.

UtensiliModifica

Oltre ai mobili di base che si trovano nelle case o nei cortili ebraici e descritti sopra, vi si sarebbero trovati anche attrezzi, vasi, utensili e attrezzature di vario tipo per vari scopi.[26] Mentre poche case avevano cucine, come menzionato sopra, sembra che ci fosse alacre attività nel cucinare e preparare vivande e quindi molti degli utensili nella casa ebraica erano legati a tali compiti basilari. La casalinga ebrea aveva una cucina ben fornita e in questo non era diversa dai suoi vicini non ebrei e spesso compravano gli stessi utensili dagli stessi fornitori.[27] Come vedremo in seguito, i cambiamenti che si verificarono nelle riunioni domestiche, almeno in Galilea, potrebbero riflettere un cambiamento sociale e politico.

Alcuni aspetti erano, tuttavia, unici per la cucina ebraica. Vasellami in pietra erano popolari tra gli ebrei perché non erano suscettibili alla purezza rituale e alcuni vasi, come il meyham a collo largo e bulboso, usato per riscaldare l'acqua, potevano essere impilati su altri meyham o su pentole a fondo tondo per mantenerne il contenuto caldo durante lo Shabbat.[28]

Erano disponibili anche vari tipi di stufe. Il più comune era il kirah, un singolo compartimento cavo che permetteva all'aria di circolare attraverso i fori superiori su cui potevano essere posizionate pentole o padelle. Potevano essere portatili o permanenti e talvolta alcuni venivano uniti insieme. I migliori erano fatti di metallo o pietra e potevano essere considerati uno status symbol.

Il recipiente da cucina più comune era la pentola panciuta, disponibile in varie dimensioni, consentendo un facile impilamento. Un uso prolungato li rendeva anneriti dal fuoco. C'erano anche vari tipi di casseruole per stufare e cuocere a vapore. Anche vari tipi di padelle erano comuni. Il cibo veniva servito in ciotole e vassoi di diverse dimensioni e forme, alcuni bassi altri profondi, ed erano fatti di metallo, vetro, argilla o legno.

I liquidi, e soprattutto il vino, venivano conservati in barattoli sigillati, in una cantina, se disponibile. Un foro di sfiato consentiva di versare quantità minime, ma quantità maggiori potevano essere state versate attraverso un imbuto. Il vino veniva versato in un decanter e poi in brocche di argilla. Non era stato bevuto liscio e doveva essere diluito con acqua. Il vino veniva bevuto in una coppa che nella società ebraica era spesso personale e rifletteva la posizione sociale. I ricchi bevevano dal vetro trasparente incolore e i poveri dal vetro colorato.

Non abbiamo modo di sapere quali utensili o strumenti Gesù usasse in Galilea, ma ciò che egli usò nel primo secolo rifletteva cambiamenti nello stile di vita in Galilea e questi cambiamenti andavano oltre la ceramica e riflettevano cambiamenti nell'atmosfera politica.[29] Pertanto, dal secondo secolo p.e.v. e per tutto il I secolo p.e.v., le persone in Galilea, ebrei e non ebrei, apparecchiavano le loro tavole con piatti e scodelle bordati di rosso importati e illuminavano le loro case con lampade importate. Questi potrebbero essere definiti come articoli di lusso. C'era molto uso di recipienti da cucina a bocca stretta e casseruole a bocca larga, popolari nella cucina greca, e ciò implicava che la cucina greca era diventata un luogo comune in Galilea sia per gli ebrei che per i non ebrei. Inoltre, in quel periodo si rinvengono anche alcuni dipinti murali interni e decorazioni in stucco in siti ebraici come Yodfat e Gamla.

È improbabile che tutto questo abbia fatto molta impressione su Gesù, poiché alla fine del I secolo p.e.v. e nel I secolo e.v., mentre i non ebrei continuavano a importare queste merci, gli ebrei si fermarono. Gli ebrei della Galilea apparecchiavano i loro tavoli esclusivamente con piattini scuri, piccoli e non decorati di fabbricazione locale e vasi di gesso bianco, e illuminavano le loro case con lampade locali costruite a ruota. Perché la richiesta di oggetti specifici cessò in Galilea? Adele Berlin la considera una dichiarazione di antiromanizzazione da un lato e un'espressione di identità ebraica dall'altro. Gli ebrei locali fecero una dichiarazione politica di solidarietà e affiliazione con uno stile di vita ebraico tradizionale e disadorno, oltre a dimostrare un'opposizione unificata alla presenza romana. Tale "stile di vita ebraico" sembra inoltre essere in linea con la fedeltà alla halakhah e alla purezza rituale. Gesù e i suoi seguaci interpretavano in questo modo i loro prodotti galileiani (come anche il loro semplice vasellame giudeo)? Esprimevano sentimenti anti-romani e patriottismo ebraico ad ogni pasto? Ovviamente ciò non può essere dimostrato, ma le opinioni di Berlin aggiungono un'interpretazione affascinante alle attività mondane della vita (ebraica).

Modalità di produzioneModifica

AgricolturaModifica

L'agricoltura era la principale sfera di produzione nella Palestina romana e influiva sulla vita di tutti, sia come consumatori che come produttori.[30] Il consumo non era solo una questione di sopravvivenza, ma influiva sulla vita ebraica, sia durante i pasti nei giorni feriali che durante i pasti del Sabbath o delle festività. Un intero ordine della Mishnah, Zeraim, riguarda l'agricoltura, la coltivazione e il consumo di prodotti, e sebbene la Mishnah sia successiva a Gesù, è probabile che non ci siano stati molti cambiamenti riguardo ai principali aspetti della legge agricola o dei modi di produzione e consumo durante i periodi del Secondo Tempio e della Mishnah. La longue durée regna sovrana anche qui.

In ogni caso, però, Flavio Giuseppe può darci una buona indicazione della vita agricola durante il I secolo e.v. La migliore affermazione generale sulla vita e l'agricoltura ebraica si trova in Contro Apione 1.60: "Ora non viviamo in un paese con una costa, né ci piace il commercio o il mescolamento con altri che ne deriva. Piuttosto le nostre città sono state costruite nell'entroterra, lontano dal mare, e poiché viviamo su un buon terreno, lo lavoriamo a fondo".[31]

Nella sua descrizione della terra di Israele in Guerra 3.35-58, Flavio Giuseppe fornisce informazioni sullo stato dell'agricoltura in varie regioni della Palestina. Il suolo della Galilea era ricco e fertile e pieno di molti tipi di alberi (3.41-43). La Peraea era meno fertile della Galilea e in gran parte era deserto, ma c'erano fertili tratti che permettevano la coltivazione dell'olivo, della vite e delle palme da dattero (3.45-47). La Giudea e la Samaria erano fruttuose con un'abbondanza di alberi, ma avevano anche un'erba eccellente per il pascolo (3.48-50).

Flavio Giuseppe fornisce anche descrizioni più locali. Così, per quanto riguarda la Valle di Gennesar lungo la costa nord-occidentale del Mar di Galilea (noto anche come "Lago di Genesaret") Flavio Giuseppe (Guerra 3.516-521) ci dice che era così fertile che anche varietà opposte vi crescevano tutto l'anno, come noci che necessitavano di un clima freddo, fichi e olive che necessitavano di un clima più temperato e palme che necessitavano di aria calda. Lì sono state trovate anche altre colture come l'uva. Gesù avrebbe trascorso molto tempo in questa zona e dintorni e avrebbe anche conosciuto la fertile pianura di Gerico (Guerra 4.459-475), il granaio della Giudea.[32]

Oltre ai raccolti menzionati sopra da Flavio Giuseppe, è importante menzionare anche i cereali coltivati in Palestina. Il grano era la coltura più importante e anche l'orzo era popolare, soprattutto nelle regioni meridionali. Anche il farro veniva coltivato e il pane di varie forme era l'alimento base universale. C'erano anche più di venti tipi di legumi, come lenticchie, fagiolini e semi coltivati in Palestina, popolari tra i poveri sotto forma di porridge o come sostituto del grano. L'uva menzionata sopra era un'importante coltura da reddito, ma il consumo di vino non era solitamente eccessivo nella società ebraica, sebbene il vino dovesse essere una parte del pasto festivo o religioso. Oltre ai fichi, pressati o meno, e ai datteri, spesso sotto forma di torte, si potevano trovare anche carrube, pere, mele, pesche, noci e melograni. Molte persone gestivano anche piccoli orti per uso privato.[33]

Pascolo: animali e alimentazioneModifica

I raccolti di cui sopra fornivano una dieta di base, e anche ricca per alcuni. Oltre ai succitati prodotti agricoli, c'erano modalità di produzione aggiuntive per il fattore. C'era una buona quantità di pecore al pascolo in Palestina, la maggior parte in Giudea e una piccola quantità in Galilea, e in seguito i dicta rabbinici probabilmente proibirono l'allevamento di pecore in Galilea, permettendogli di continuare in Giudea e nelle aree desertiche adiacenti. Le pecore non solo fornivano una notevole quantità di lana, ma erano anche una fonte di carne. Un'aia poteva inoltre avere una o due mucche che fornivano latte o formaggio e potevano esserci anche dei pollai. Entrambi gli animali ovviamente servivano anche come fonte di carne, così come le colombe che venivano allevate nei columbaria sotterranei.[34]

Un'altra componente importante dell'antica dieta in Palestina era il pesce. Allora, come oggi, il pesce faceva spesso parte del pasto del Sabbath e veniva mangiato più spesso della carne. Il pesce veniva pescato sia lungo il Mar Mediterraneo che nel Mar di Galilea. Nel primo caso, i pescatori erano spesso non ebrei, nel secondo erano per lo più ebrei e provvedevano ai bisogni della popolazione ebraica. Sebbene la capitale di questa industria fosse Tiberiade, la pesca era estremamente popolare lungo tutto il bacino del Mar di Galilea, come apprendiamo da numerose fonti del Nuovo Testamento.[35]

Sebbene sia ovviamente impossibile sapere cosa costituisse la dieta di base di Gesù e dei suoi seguaci, non c'è motivo di presumere che fosse diversa dalla norma sopra descritta. Suggerirei certamente un'alimentazione sulla falsariga di pane, pesce, fresco o salato, olio d'oliva, vino (annacquato) e forse l'occasionale frutta o verdura aggiuntiva.[36]

Lavoro nei campiModifica

Il lavoro agricolo non era facile.[37] Si passava molto tempo ad arare. Le prime due arature in estate e in autunno dopo la prima pioggia, rispettivamente, preparavano il terreno ad assorbire acqua, aria e semi. La terza aratura era profonda e subito prima della semina, solitamente di grano invernale e l'aratura finale copriva i semi, dopo che il terreno era stato ulteriormente preparato per la semina mediante fertilizzazione. Il vomere in metallo a forma di imbuto, con una punta acuminata, tagliava solchi nel terreno. Era collegato a una cordiera in legno affilata, che era attaccata al ginocchio. Il ginocchio era collegato a un lungo palo attaccato al giogo e un altro palo posto sul collo di un bue o di una mucca. La zappatura e il diserbo mantenevano la superficie coltivata priva di erbacce.

La raccolta con una falce a manico corto avveniva in tarda primavera ed era massacrante. I mucchietti di grano venivano raccolti in cataste più grandi e trasportati all'aia, che poteva essere pubblica o privata. Trebbiatura separava i chicchi dalle bucce, costituite da paglia tritata e pula. Il lavoro, svolto nelle aie pubbliche, era un rischio ecologico, anche per gli standard antichi, e non poteva essere svolto in prossimità di un insediamento. Tuttavia, poco veniva sprecato, e la paglia rimanente era utilizzata per nutrire gli animali o trasformata in concime. Alcuni insediamenti avevano anche mulini da farina.

L'uva e le olive erano ovviamente per la maggior parte non consumate crude ma usate per vino e olio. Entrambe erano prodotte in presse. Esistevano vari sistemi di pesi, leve e presse e bacini di frantumazione. Anche la maggior parte dei frantoi erano proprietà pubblica o comunitaria. I torchi potevano essere pubblici o privati. Il succo veniva conservato in tini e dopo la prima fermentazione veniva conservato in barattoli al fresco fino a diventare concentrato di vino. Non ci sono dubbi sul fatto che Gesù e i suoi compagni avessero familiarità con tutto questo.[38]

La maggior parte del lavoro agricolo veniva svolto dall'agricoltore stesso, a volte con l'aiuto di parenti stretti o, se era necessario un aiuto aggiuntivo, con un lavoratore fisso o temporaneo. C'erano anche operai specializzati come orticoltori, piantatori di palme da dattero, raccoglitori di fichi, trebbiatori e autisti, che aiutavano l'agricoltore quando necessario. La maggior parte del lavoro, ovviamente, veniva svolto localmente. Quando arrivava il momento di vendere i prodotti, l'agricoltore di solito li commercializzava per conto suo, ma c'erano delle eccezioni e nelle regioni più sviluppate in termini di economia, c'era più divisione del lavoro anche in questi campi agricoli.[39]

PescaModifica

 
"Apparition du Christ sur les bords du lac de Tibériade", guazzo & grafite su carta di James Tissot, 1886-94

La pesca non era meno impegnativa fisicamente, sebbene non richiedesse così tanto tempo.[40] Una descrizione eloquente la si trova in Matteo 13:47-48:

« Il regno dei cieli è anche simile a una rete che, gettata in mare, ha raccolto ogni genere di pesci; quando è piena, i pescatori la traggono a riva, poi si mettono a sedere e raccolgono il buono in vasi, e buttano via quello che non vale nulla. »

Ciò veniva fatto con un tramaglio o una serie di reti simili, trainate da una barca, forse simile alla "Jesus Boat" scoperta nel 1986, e ritirate a terra insieme a quelle usate dalla riva. C'erano anche reti da lancio più piccole e si poteva anche pescare con amo (Matteo 17:27). Anche se Gesù di Nazareth potrebbe non aver saputo molto sulla pesca, è probabile che Gesù di Cafarnao e dei suoi dintorni avrebbe imparato rapidamente tutto ciò.[41]

Artigianato, industria e serviziModifica

 
Frammento di lampada ad olio rinvenuto a Shikhin, decorato con Menorah e Lulav
 
Asochis (Shikhin), sito archeologico

Sebbene la maggior parte delle persone nella sfera rurale fosse coinvolta nell'agricoltura, non era l'unico modo per guadagnarsi da vivere.[42] C'erano diverse forme di artigianato e industria presenti sia nei villaggi che nelle città. Sottolineerò quelle legate alla sfera rurale e, comunque, esse si possono trovare spesso sia in ambito rurale che urbano.

C'erano un certo numero di industrie in Palestina che erano importanti, come il ramo tessile, la ceramica, il vetro e forse la carta. Come abbiamo visto sopra, veniva prodotto anche il gres (vasellame) e venivano estratte pietre per la costruzione di abitazioni. Una parte della produzione era per esigenze locali, ma venivano anche soddisfatte esigenze regionali e a volte persino adatte all'esportazione.

L'industria più importante era probabilmente quella tessile e le aree più importanti all'interno di questa erano la coltivazione del lino e la successiva produzione di fibre e il pascolo degli ovini per la produzione della lana. L'industria tessile utilizzava anche cotone e seta. Le lavorazioni includevano tessitura, tintura, lavaggio e cucito. Gran parte di questo lavoro era specifico per le donne e spesso implicava molto di più in termini di questioni di genere e sessualità, certamente al di là del tedio per queste fatiche quotidiane.[43] Gli uomini coinvolti nell'industria tessile sarebbero entrati in maggiore contatto con le donne rispetto a quanto accadeva normalmente nella vita di tutti i giorni e questo avrebbe potuto causare problemi.

Molti degli utensili della vita quotidiana erano di ceramica. Si sarebbero rotti facilmente e sarebbero stati difficili da pulire, ma le materie prime per produrne di nuove si trovavano facilmente e la manodopera costava poco. Le ceramiche rotte, almeno della varietà locale, potevano essere gettate via perché era molto più conveniente acquistare nuove ceramiche locali a buon mercato che riparare vecchi utensili rotti. In Galilea, ad esempio, si potevano acquistare ceramiche da cucina e da pranzo provenienti da Kefar Hanania, il punto di confine tra la Bassa e l'Alta Galilea, o vasi per l'immagazzinaggio da Asochis (Shikhin) nella Bassa Galilea.[44] Naturalmente c'era anche mercanzia importata, come ho citato sopra, ma la stragrande maggioranza delle ceramiche in uso nella società ebraica era locale.

Sebbene sia impossibile sapere quanto Gesù e la sua cerchia fossero familiari con le complessità delle attività e delle industrie appena descritte, queste erano così comuni e così locali che è impossibile pensare che non avessero familiarità con il funzionamento di base di tali industrie. Sicuramente fecero buon uso degli indumenti e degli utensili che venivano prodotti. Forse avrebbero avuto meno familiarità con il funzionamento dell'industria del vetro, collegata alla costa o alle città, ma abbiamo visto sopra che questa industria poteva essere esistita a Cana e Gesù avrebbe docuto conoscerla. È probabile, tuttavia, che non conoscessero troppo le industrie meno comuni come l'industria dei metalli e l'industria del papiro. La letteratura rabbinica menziona anche numerose altre occupazioni come pellettieri, stuccatori, calzolai, fabbri, profumieri, muratori, scavatori e falegnami. Mentre alcuni lavori erano intrapresi solo nelle città, questi operai si trovavano anche nei villaggi più grandi. C'erano anche molte attività concernenti morte e funerali, con artigiani che preparavano ossari nei laboratori o si dedicavano all'arte funeraria.

Gli insediamenti ebraici offrivano inoltre vari servizi. La maggior parte dei villaggi aveva probabilmente un bagno pubblico, sebbene ve ne fossero anche di privati. C'erano sicuramente latrine pubbliche. Si poteva trovare forse un dottore, un salassatore, uno scriba e un macellatore, che serviva anche da macellaio. Potevano esserci anche lavandai (o lavandaie). Sebbene le città avessero uno standard di vita più elevato, coloro che vivevano negli insediamenti ebraici, per lo più rurali, godevano di un livello di servizi relativamente alto.

Abbigliamento e gioielliModifica

Un aspetto importante della vita materiale sono gli abiti indossati dall'uomo o dalla donna.[45]45 Non c'è dubbio che gli indumenti, individuali o addirittura uniformi, possano essere indicatori di identità e oggi lo studio dell'abbigliamento è considerato vitale per la comprensione della società. La domanda, tuttavia, è se esistesse un abito distintivo che potesse essere descritto come un indicatore di identità etnica o religiosa. C'erano abiti ebrei oppure gli ebrei si vestivano in modo simile ai loro vicini non ebrei?

 
Tefillin (filatteri) per la testa

C'erano due tipi distintivi di abbigliamento ebraico: le zizzit (ebr. ציצית) o frange, attaccate ai quattro angoli dell'indumento esterno di un maschio, e i tefillin o filatteri, contenitori di pelle legati al braccio e alla testa contenenti estratti della Bibbia. Matteo riferisce che Gesù parlò a una folla e ai suoi discepoli e accusò i farisei di vari tipi di ostentazione nella pratica religiosa.[46] "Allargano i loro filattèri e allungano le frange dei loro vestiti" (Matteo 23:5). Mentre ciò presumibilmente descrive solo i Farisei, sono loro che vanno agli estremi, per così dire, e non c'è motivo di presumere che solo i Farisei si vestissero in tal modo. In effetti è possibile che Matteo raffiguri Gesù stesso con le frange (Matteo 9:20;14:36) ed è probabile che sia lui che la sua cerchia indossassero filatteri in quelle occasioni in cui lo facevano altri ebrei.[47] L'unico altro abbigliamento ebraico significativo non era visibile agli occhi e comportava l'astenersi dall'indossare (e tessere) indumenti misti di lino e lana a causa del divieto dei "tipi misti".

Le differenze nell'abbigliamento e nello stile probabilmente riflettevano le differenze della posizione socioeconomica e non dell'etnia. I vestiti erano uno status symbol nella società ebraica. I mariti dovevano provvedere alle loro mogli almeno in termini di abbigliamento basilare e ancor di più se potevano. A parte il succitato abbigliamento "ebraico", non c'erano molte differenze di abbigliamento tra ebrei e non ebrei. Gli autori antichi non forniscono fonti che gli ebrei, uomini o donne, fossero riconoscibili nei loro vestiti.[48] Uomini e donne indossavano un indumento esterno o un mantello (tallit), ma solo gli uomini vi attaccavano le frange. Sotto, sia uomini che donne indossavano una tunica (haluq-kutonet) e se ne potevano indossare un certo numero. La tunica della donna era solitamente più lunga di quella dell'uomo e poteva raggiungere le caviglie o i piedi. Una striscia di stoffa poteva servire da cintura e la lunghezza e la larghezza erano regolate in modo da consentire alle pieghe di servire da borsa. Si indossava inoltre qualche tipo di biancheria intima o perizoma, ma questo non era sempre il caso per gli uomini. Sia gli uomini che le donne indossavano diversi tipi di berretti e copricapi, a volte velati nel caso delle donne. Nella società ebraica, i bambini si vestivano fondamentalmente allo stesso modo, come "piccoli adulti". Tutto quanto sopra dipendeva ovviamente dall'avere i mezzi per creare o acquistare vestiti. I poveri erano spesso ridotti ad indossare stracci.

L'abbigliamento non era l'unico indicatore esterno di status. Coloro che potevano permetterselo (uomini, donne e bambini) indossavano gioielli, sebbene questo fosse più popolare tra le donne, sia nei villaggi che nelle città,[49] e cosmetici di tutti i tipi erano popolari tra coloro che potevano permetterseli. Si ha comunque l'impressione che l'aspetto fisico fosse importante e si prestasse attenzione, quando possibile, per migliorarlo.

Decessi e sepoltureModifica

 
"Antiche tombe nella Valle di Hinnom", penna e inchiostro su carta di James Tissot, 1886-89

Lo stadio finale della vita materiale era la morte e c'è molto che si può imparare sulla vita studiano la meccanica della morte, per così dire.[50] C'erano tombe da campo, tombe a pozzo (o tombe scavate), loculi o tombe scavate nella roccia, tombe con arcosolia (aperture simili a banchi con soffitti ad archi scavati lungo la lunghezza del muro), tombe ornamentali e tombe monumentali. Una delle modalità di sepoltura più popolari era nelle grotte sepolcrali. Da un cortile esterno, il corpo veniva portato in uno interno e collocato in nicchie (kochim) scavate nella grotta. Dopo un anno ciò che restava del corpo veniva posto in recipienti di internamento come ossari o bare di legno, e la nicchia poteva essere riutilizzata. La tomba poteva contenere iscrizioni e arte funeraria. Spesso una grossa pietra veniva posta all'ingresso della tomba per impedire l'ingresso illegale. Quasi ogni fase del funerale e della procedura di sepoltura, così come il successivo lutto, avevano un significato per quanto riguarda religione, status sociale ed economico.

Tombe monumentali e più ornate sono state scoperte dentro e intorno a Gerusalemme e sono l'eccezione piuttosto che la regola, anche se rappresentano i reperti più importanti. La maggior parte delle tombe dei tempi di Gesù erano delle varietà scavate nella roccia, come del resto lo era la tomba di Gesù a Gerusalemme.[51] C'erano anche molte tombe a pozzo e da campo. Le tombe della Galilea del I secolo e.v. e della Giudea, a parte Gerusalemme e i suoi dintorni, erano delle varietà più semplici.

ConclusioneModifica

La vita materiale di Gesù e dei suoi primi seguaci fu la vita materiale di un ebreo, e principalmente di un ebreo di campagna. Per la maggior parte non c'era nulla di unico in ciò e la vita quotidiana degli ebrei non era poi così diversa da quella dei loro vicini non ebrei. Tuttavia, occasionalmente la religione, l'etnia e persino la politica portarono a cambiamenti e non c'è motivo di presumere che Gesù si sia discostato in tali questioni dai suoi correligionari ebrei.

La sua vita e i suoi insegnamenti si svilupparono nel succitato ambiente materiale e, sebbene sia impossibile ricostruire tutti gli aspetti della vita quotidiana di Gesù, le sue parole e i suoi insegnamenti possono essere meglio compresi attraverso una migliore comprensione del mondo materiale in cui operò.

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Biografie cristologiche, Ebraicità del Cristo incarnato e Serie cristologica.
  1. Si veda per esempio, James H. Charlesworth, cur., Jesus and Archaeology (Grand Rapids: Eerdmans, 2006). Cfr. specialmente Charlesworth, "Jesus Research and Archaeology: A New Perspective", in Jesus and Archaeology, 11-63 e la bibliografia ivi citata.
  2. Marianne Sawicki, Crossing Galilee: Architectures in the Occupied Land of Jesus (Harrisburg: Trinity Press International, 2000), 3, 7.
  3. Peter Richardson, Building Jewish in the Roman East, in Supplements to the Journal for the Study of Judaism (Waco: Baylor University Press, 2004), 74.
  4. Kim Bowes, "Early Christian Archaeology: A State of the Field", Religion Compass, 2/4 (2008): 575-619. La maggior parte dei lavori si riferisce alle strutture e alla loro relazione con altre strutture. Sebbene ciò non sia totalmente privo di cultura materiale, gli studi stessi esprimono scarso interesse in quel campo.
  5. Su tutto questo si veda Joshua J. Schwartz, "The Material Realities of Jewish Life in the Land of Israel c. 235-638", in The Cambridge History of Judaism, vol. 4, The Late Rabbinic Period, cur. Steven T. Katz (Cambridge: Cambridge University Press, 2006), 431-33. Limiti di spazio mi impediscono di espandere ulteriormente le questioni metodologiche. Si veda in particolare anche Sawicki, Crossing Galilee.
  6. Schwartz, "Material Realities" 453-56 e bibliografia.Cfr. anche Jonathan L. Reed, Archaeology and the Galilean Jesus: A Re-examination of the Evidence (Harrisburg: Trinity Press International, 2000).
  7. Christopher Rowland e Christopher R.A. Morray-Jones, The Mystery of God: Early Jewish Mysticism and the New Testament, Compendia Rerum ad Novum Testamentum 12 (Leiden: Brill, 2009).
  8. Si veda, per esempio, "Q’s Spatial Imagery in a Galilean Context" in Reed, Archaeology, 189-95. Metafore agricole pervadono la Fonte Q. Non si può discutere qui se questo dimostri o meno una provenienza galileiana per Q.
  9. Si veda Sean Freyne, Galilee and Gospel: Collected Essays (Boston: Brill, 2000), 71. Gesù non era necessariamente anti-città e pro-villaggio, sebbene fosse critico nei confronti di alcune idee relative alla città. Non può essere una coincidenza che i Vangeli non abbiano Gesù né a Tiberiade né a Zippori, città non così lontane dal suo territorio galileiano. Dovrebbe anche essere chiaro che non mi riferisco a Cafarnao e insediamenti simili come città. La vivace discussione accademica sul livello di urbanizzazione della Galilea esula dall'ambito di questa mia indagine.
  10. Un'eccellente rassegna sia dell'archeologia che della cultura materiale in Galilea si trova in Zeev Weiss, "Jewish Galilee in the First Century CE: An Archaeological Perspective", in Daniel R. Schwartz, Flavius Josephus, Vita: Introduction, Hebrew Translation, and Commentary (Gerusalem: Yad Ben-Zvi, 2007), 15-60 (He).
  11. Weiss, "Jewish Galilee", 43.
  12. Schwartz, "Material Realities", 432-33.
  13. Schwartz, "Material Realities", 433-34; Weiss, "Jewish Galilee", 18-20. Si veda anche Peter Richardson, "Khirbet Qana (and other Villages) as a Context for Jesus", in Charlesworth, Jesus and Archaeology, 120-44. Cfr. Zeev Safrai, The Economy of Roman Palestine (Londra: Routledge:1994), 39-99.
  14. Schwartz, "Material Realities", 434-35.
  15. Sui giochi dei bambini, si veda Joshua Schwartz, "Jew and Non-Jew in the Roman Period in Light of Their Play, Games, and Leisure-Time Activities", in God’s Word for Our World, Biblical Studies in Honor of Simon John De Vries, curr. J. Harold Ellens, Deborah L. Ellens, Rolf P. Knierim e Isaac Kalimi (Londra: Clark, 2005), 128-40. Sugli animali nel cortile si veda Joshua Schwartz, "Dogs in Ancient Jewish Rural Society", in The Rural Landscape of Ancient Israel, curr. Aren M. Maeir, Shimon Dar e Zeev Safrai (Oxford: British Archaeological Reports, 2003), 127-36.
  16. Si veda Reed, Archaeology, 159 sulle primitive serrature nelle case di Cafarnao.
  17. La mia discussione sulle case si basa principalmente su Eyal Baruch, The Dwelling House in the Land of Israel during the Roman Period: Material Culture and Social Structure (Bar-Ilan University, 2008, monografia publ. Yad Ben Zvi) (He).
  18. Altri considrano i mikvaot privati come un'ostentazione di ricchezza. Si veda Richardson, "Khirbet Qana".
  19. Schwartz, "Material Realities", 436-39.
  20. Hanan Eshel e Dina Avshalom-Gorni, "A Stand for a Sabbath Lamp from Hurvat Uza", Atiqot 29 (1996): 57-61.
  21. Andrea M. Berlin, Gamla I: The Pottery of the Second Temple Period, The Shmarya Gutmann Excavations, 1976-1989 (Gerusalemme: Israel Antiquities Authority, 2006), 140.
  22. Esistevano poche cucine nell'Oriente romano. Su una cucina interna a Qatzrin cfr. Ann Killebrew e Steven Fine, "Qatzrin: Reconstructing Village Life in Talmudic Times", BAR 17 (1991): 51,55.
  23. Joshua Schwartz, "Material Culture and Rabbinic Literature in Late Antique Palestine: Beds, Bedclothes and Sleeping Habits", in Continuity and Renewal: Jews and Judaism in Byzantine-Christian Palestine, cur. Lee I. Levine (Gerusalemme: Yad Ben Zvi, 2004), 191-209 (He).
  24. Joshua Schwartz, "‘Reduce, Reuse and Recycle’ — Prolegomena on Breakage and Repair in Ancient Jewish Society: Broken Beds and Chairs in Mishnah Kelim", Jewish Studies Internet Journal 5 (2006): 147-80.
  25. La mia discussione si basa su Richardon, "Khirbet Qana". Per una buona discussione degli spazi pubblici e privati a Cafarnao, si veda Reed, Archeology, 148-60.
  26. Schwartz, "Material Realities", 439-41; Weiss, "Jewish Galilee", 45-48.
  27. Gran parte, ma non tutto, del lavoro di cucina veniva considerato "lavoro per donne". Una discussione approfondita del lavoro secondo i sessi è impossibile a causa della mancaza di spazio in questo studio specifico. Sulle donne in cucina si veda Judith Hauptman, "From the Kitchen to the Dining Room: Women and Ritual Activities in Tractate Pesahim", in A Feminist Commentary on the Babylonian Talmud: Introduction and Studies, curr. Tal Ilan, Tamara Or, Dorothea M. Salzer, Christina Steuer e Irina Wandrey (Tübingen: Mohr Siebeck, 2007), 109-26. Cfr. anche Tal Ilan, Mine and Yours are Hers: Retrieving Women’s History from Rabbinic Literature, Arbeiten zur Geschichte des Antiken Judentums und des Urchristentums 41 (Leiden: Brill, 1997), 227-33 per ulteriori esempi di "lavoro per donne" (crescere bambini, preparare cibo, filare e cucire, acconciature, funerali, gestione di locande).
  28. Si veda, tuttavia, Weiss, "Jewish Galilee", 47-48 per altre teorie. Berlin non nega che ciò dovrebbe essere considerato un indicatore etnico, ma lo vede anche come una faccenda di orgoglio locale usare merci ebraiche locali in contrapposizione a utensili non-ebrei importati. Cfr. Andrea M. Berlin, "Romanization and Anti-Romanization in Pre-Revolt Galilee", in The First Jewish Revolt: Archaeology, History, and Ideology, curr. Andrea M. Berlin & J. Andrew Overman (Londra: Routledge, 2002), 57-73. Questa prefernza si accordava inoltre con le preferenze degli ebrei di Giudea e Gerusalemme.
  29. Questo si basa soprattutto su Berlin, "Romanization" e "The Pottery as Evidence for Life at Gamla", in Berlin, Gamla I, 133-56.
  30. Schwartz, "Material Realities", 441-43.
  31. 3Cfr. John M. G. Barclay, Against Apion, trad. (EN) e commentario, Volume 10, Flavius Josephus, Translation and Commentary, cur. Steve Mason (Leiden: E. J. Brill, 2006).
  32. Joshua Schwartz, "On Priests and Jericho in the Second Temple Period", Jewish Quarterly Review 79 (1988): 23-48.
  33. Schwartz, "Material Realities", 442; Safrai, Roman Palestine, 104-62.
  34. Safrai, Roman Palestine, 165-82.
  35. Ibid., 163-65.
  36. Cfr. Un fico secco, Wikibooks 2019.
  37. Schwartz, "Material Realities", 443-45. Lo studio classico sulla coltivazione e sulle tecniche agricole è sempre quello di Yehuda Feliks, Agriculture in Eretz-Israel in the Periods of the Bible, Mishnah and Talmud, ediz. riv. (Gerusalemme: Reuven Maas, 1990) (He).
  38. Alla fine, alcune delle pratiche associate alle presse avrebbero assunto importanza nel simbolismo cristiano. Si veda Joshua Schwartz, "A Holy People in the Winepress: Treading the Grapes and Holiness", in A Holy People: Jewish and Christian Perspectives on Religious Communal Identity, Jewish and Christian Perspectives 12, curr. Joshua Schwartz & Marcel Poorthuis (Leiden: Brill, 2006), 39-51. Cfr. anche Joshua Schwartz, "The Wine Press and the Ancient Judaeo-Christian Polemic", Thelogische Zeitschrift 49 (1993): 215-28; 311-24.
  39. Si veda Hayim Lapin, Economy, Geography, and Provincial History in Later Roman Palestine, Texts and Studies in Ancient Judaism 85 (Tübingen: Mohr Siebeck, 2001).
  40. R. Alan Culpepper, John: The Son of Zebedee, The Life of a Legend (Columbia: University of South Carolina, 1994), 7-15.
  41. Sawicki, Crossing Galilee, 183, cita che lì esistesse un'industria indigena di pesca. Reed, Archaeology, 144, parla di "opportunità di pesca" come supplemento all'alimentazione degli abitanti in loco.
  42. Questa sezione si basa soprattutto su Safrai, Roman Palestine, 188-219.
  43. Si veda Miriam B. Peskowitz, Rabbis, Gender, and History, Critical Studies in Jewish Literature, Culture and Society 9 (Berkeley: University of California Press, 2007).
  44. Weiss, "Jewish Galilee", 19-20, 45-46.
  45. Schwartz, "Material Realities", 449-52.
  46. Strettamente collegato all'abbigliamento è la questione del comportamento e della cultura materiale. Si veda, per esempio, Steven G. Matthews, "The Instantiated Identity: Critical Approaches to Studying Gesture and Material Culture", relazione presentata alla Conferenza del Theoretical Archaeology Group, University of Glasgow, Scozia, 17-19 dicembre 2004.
  47. Yehudah B. Cohn, Tangled Up in Text: Tefillin and the Ancient World (Providence: Brown University Press, 2008), 109-11.
  48. Shaye J. D. Cohen, The Beginnings of Jewishness: Boundaries, Varieties, Uncertainties (Berkeley: University of California Press, 1999), 30-34.
  49. Ziyona Grossmark, Jewelry and Jewelry Making in the Land of Israel at the Time of the Mishnah and Talmud (University of Tel-Aviv, 1994) (He).
  50. Amos Kloner e Boaz Zissu, The Necropolis of Jerusalem in the Second Temple Period (Gerusalemme:Yad Ben-Zvi & Israel Exploration Society, 2003) (He); Rachel Hachlili, Jewish Funerary Customs, Practices, and Rites in the Second Temple Period (Leiden: Brill, 2005).
  51. Mi riferisco alla Tomba del Santo Sepolcro. Non mi cimento in supposizioni circa le scoperte recenti, tipo quella della Tomba di Talpiot. Sul controverso ossario di Giacomo, si veda Uzi Dahari "Final Report of the Examining Committees for the Yehoash Inscription and James Ossuary". Questa è la relazione finale e ufficiale dello Israel Antiquities Authority dello Stato di Israele.