Missione a Israele/Gerusalemme

Indice del libro

Fine a Gerusalemme

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Il resoconto irregolare dei Vangeli riguardo agli eventi che circondano la Pasqua finale di Gesù a Gerusalemme non offre una chiara visione di ciò che accadde. Ad un certo punto, altri ebrei lo acclamarono messia. Pilato sferrò subito il colpo: il sommo sacerdote o i capi sacerdoti furono coinvolti in qualche modo. Pilato giustiziò Gesu con la sua crocifissione ma non perseguì nessun altro del gruppo di Gesù. Durante o vicino alla Pesach, Gesù morì sulla croce quale Re dei Giudei.

Tuttavia, poco dopo, vari gruppi dei suoi seguaci si convinsero di averlo rivisto, resuscitato dai morti. E la missione che Gesù aveva ripreso da Giovanni Battista e portato a Israele continuò, ora diffusa da questi seguaci, il cui messaggio differiva leggermente ma in modo significativo da quello di Gesù stesso. Il Regno di Dio è prossimo, dicevano; ma aggiungevano che Gesù stesso, il Cristo Risorto, sarebbe tornato ad inaugurarlo. Diffondendosi in tutti i villaggi della Giudea e della Galilea, percorrendo la costa e raggiungendo le città intorno al Mediterraneo tramite una rete di comunità sinagogali di lingua greca nell'Asia Minore, ora includendo notevoli quantità di Gentili oltre agli ebrei, il movimento che si era cristallizzato intorno a Gesù continuò a diffondersi a nome suo. E anche a nome suo i suoi apostoli battezzavano i Gentili in queste piccole nuove comunità, e a nome suo ebrei e Gentili insieme pregavano il Dio di Israele per una veloce realizzazione del Suo Regno ed il ritorno dal cielo di Suo Figlio.

Gli sviluppi dalla missione di Gesù sembrano più visibili di quegli sviluppi che la originarono; ma tutti insieme formano una traiettoria singola lungo la quale possiamo tracciare le origini e la crescita di questo particolare movimento messianico ebraico. Orientandoci dal punto finale ancora una volta – queste congregazioni miste di ebrei e Gentili nelle comunità della Diaspora – dobbiamo reimmaginare la missione ed il messaggio di Gesù, quel periodo della sua vita che cadde tra Giovanni il Battista da una parte e Pilato dall'altra.[1]

La chiamata a Israele

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Per ragioni che non riusciremo mai a sapere, Gesù di Nazareth reagì alla chiamata a pentimento e purificazione espressa dal santone ascetico Giovanni. Come aveva fatto il messaggio di Giovanni a penetrare così tanto al nord da dove viveva, insegnava e praticava la sua missione, battezzando presso il fiume Giordano nel deserto tra Giudea e Perea? Come aveva fatto il suo messaggio a viaggiare nell'interno dal fiume ad altre parti della Giudea e persino a Gerusalemme? Penitenti da tutte queste zone accorrevano a lui; forse, ritornando alle proprie case, ne parlavano ai vicini, che poi a loro volta si spingevano a cercarlo. L'unico tra tutti gli ebrei che Giovanni immerse nel fiume, l'unico di cui sappiamo qualcosa è Gesù. Un po' di tempo dopo aver ricevuto la purificazione da Giovanni, Gesù iniziò la propria missione a Israele, esortando gli ebrei al pentimento in preparazione alla venuta del Regno.

Dopo appena cinque anni dalla morte di Gesù, le testimonianze abbondano riguardo alla vasta e rapida diffusione di questo nuovo movimento. Ekklēsiai, piccoli raduni dei suoi membri, appaiono nei villaggi della Samaria e della Giudea come anche in Galilea (Atti 8,9:31; Galati 1:22; Betania in Giudea Giovanni 11:18); in Lydda e, sulla costa, Joppa (Atti 9:32,42) e Cesarea (Atti 10); ancora più a nord, le città siriane di Damasco (Galati 1:17; (Atti 9:10 segg.) e Antiochia (Atti 11:20). Nel frattempo, Gerusalmme era diventata la residenza di molti dei discepoli originali (Galati 1:18,2:1). Secondo Luca, la comunità centrale era lì continuativamente sin dal pellegrinaggio finale di Gesù durante la Pesach (Luca 24:53; Atti 1:3-8 e passim).

Che fosse a causa di questi stessi apostoli, o per il prestigio e la santità della città, la comunità di Gerusalemme sembra fin dagli inizi aver esercitato una fortissima autorità. Quando Paolo si unisce al movimento, forse dopo tre anni dall'esecuzione di Gesù, egli si consulta coi discepoli di Gerusalemme in svariate occasioni.

« In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. »
(Galati 1:18-19)
« Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito ad una rivelazione. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. »
(Galati 2:1-3)

Paolo chiaramente contatta questi primi apostoli – nonostante la sua insistenza sulla propria autorità in Galati – per confermare la validità della sua predicazione. Giacomo invia uomini da Gerusalemme ad Antiochia per esaminare, forsanche sorvegliare, la comunità là (2:11). E Paolo sollecita contrinuti dalle sue comunità gentili in Macedonia ed Acaia per il sostentamento dei "poveri che sono fra i santi in Gerusalemme" (Romani 15:25-26; cfr. 1 Corinzi 16:1-4; 2 Corinzi 8-9).

Cosa colma il divario tra Gesù che inizia la sua missione qualche tempo dopo il suo contatto in Giudea con Giovanni Il Battista e questa rete di ekklēsiai di varie misure ed etnie in piccoli villaggi, in grandi centri urbani, e in Gerusalemme – la Città Santa – forse nel corso di un decennio? Gli studiosi che si concentrano sulle radici galilee del movimento reputano la regione settentrionale quale vera matrice: arena principale dei discorsi e degli insegnamenti di Gesù; residenza della comunità-Q, gruppi che preservavano o valutavano primariamente gli insegnamenti di Gesù, e non le storie su di lui. Le origini del movimento di Gesù, dicono, si identificano nella Galilea nella religiosità (nella sua indifferenza verso le regole della purezza orientate dal Tempio), nella politica (articolo l'identità storica israelita indipendente rispetto alla Giudea sacerdotale aristocratica), e nella sociologia (formata e basata nelle piccole città, era intrinsecamente contadina e rurale). Gerusalemme, in questa prospettiva, sembra solo importante a causa dell'enfasi teologica del Vangelo diLuca e degli Atti degli Apostoli. Intensi studi regionali della Galilea sono il modo migliore, sostengono gli studiosi, per capire la prima, e in un certo senso la più autentica, fase del movimento di Gesù.

Questo orientamento reflette la corrente preferenza accademica per i Vangeli sinottici nella ricerca del Gesù storico. Una parte di questa preferenza si basa sulla più grande plausibilità storica dell'immagine di Gesù come guaritore, insegnante, e figura profetica riportata in Marco, Matteo e Luca. Un'altra parte si basa anche sugli incidenti documentativi: tre dei quattro Vangeli canonici condividono una relazione letteraria, e quindi sembrano convergere sulla stessa rappresentazione. Nonostante si sappia molto bene che Matteo e Luca quasi sicuramente derivano la loro rappresentazione di Gesù e le loro cronologie narrative da Marco, gli studiosi scivolano facilmente nel pensarli erroneamente come tre testimoni differenti ("In tutti e tre i Vangeli troviamo che..."). Di conseguenza, i sinottici si combinano insieme per superare in "peso" l'autorevolezza delle tradizioni in Giovanni.

Ovviamente Galilea e Giudea erano due regioni differenti con le loro storie e tradizioni particolari. Di certo le loro rispettive realtà politiche divergevano in modo significativo, specialmente una volta che la Giudea cadde sotto il diretto dominio romano e la Galilea mantenne il suo sovrano ebreo, nonostante fosse cliente di Roma. E naturalmente Gerusalemme non era un luogo come gli altri.

Ma Gesù non sembra avesse organizzato il suo percorso pensando secondo i nostri termini politici, sociologici e religiosi. Ottenne il suo senso della propria missione tramite Giovanni Battista, presso il Giordano nel sud; e portò il suo messaggio a nord nei villaggi della sua Galilea natia, attraverso villaggi in Giudea e, ripetutamente, anche a Gerusalemme. La sua missione fu una missione a Israele.

La prova di questa più ampia e vastamente disseminata missione è sparsa nei sinottici, ma è lì nondimeno. Una volta arrivato a Gerusalemme, il Gesù di Marco è come se già avesse dei contatti in zona: "Ora quando furono giunti vicino a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che vi sta di fronte e, appena entrati in esso, troverete un puledro d'asino legato, sul quale nessuno è ancora salito; scioglietelo e conducetelo da me» (Marco 11:1-2).

« Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: "Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?". Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: "Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? " »
(Marco 14:12-14)

Il punto naturalmente non è che queste conversazioni accadessero veramente: come potremmo mai saperlo? Piuttosto, il punto è che persino Marco, l'evangelista la cui rappresentazione dell'itinerario di Gesù è così importante per il messaggio del suo Vangelo e che investe così tanto significato nella traiettoria drammatica, a senso unico, Galilea→Gerusalemme — persino Marco sa quando la storia non può andare avanti senza che qualcuno in Gerusalemme faciliti le azioni di Gesù.

Questo è un punto letterario, che si basa su un'analisi della narrazione marciana. La narrazione di Giovanni, così com'è, trasmette meno interesse di quanto non abbia Marco sulla forma dell'itinerario missionario di Gesù. Giovanni investe il suo interesse nei suoi soliloqui belcanto di Gesù sulla propria identità teologica. L'attenzione di Giovanni sull'itinerario è perlomeno casuale, e di tanto in tanto incredibilmente sciatto. Ciò non rende i particolari della sua presentazione dell'itinerario di Gesù ipso facto più affidabile di quella di Marco storicamente. Ma potrebbe ben significare che, poiché l'evangelista è meno impegnato nell'itinerario di Gesù, dato che non lo subordina alla sua teologia nel modo che fa Marco, l'impressione della forma della missione di Gesù data dal suo Vangelo potrebbe essere più affidabile, perché è meno rielaborata. Giovanni trasmette esplicitamente ciò che Marco implica soltanto, e ciò che Luca suggerisce ma non rappresenta (cfr. Luca 23:5), vale a dire, che Gesù e la sua missione – come Giovanni Battista e la sua – comprendevano Galilea e Giudea, e specificamente anche Gerusalemme.

Questa osservazione basata sulla storia di Marco – un argamentazione letteraria – può essere amplificata esaminando i dati storici. Altre fonti antiche, per esempio Flavio Giuseppe, affermano che i galilei frequentemente facevano pellegrinaggio a Gerusalemme: che anche Gesù lo facesse non è poi così rimarchevole.[2] Tutt'altro: data l'evidente intensità religiosa di Gesù, il suo impegno per fede e tradizioni di Israele, sarebbe molto strano se non l'avesse fatto. Inoltre, poco dopo la sua morte, il suo movimento si diffuse rapidamente e ampiamente in entrambe le regioni, Galilea e Giudea, sia nelle città che nelle campagne. Perché insistere allora su una sorta di quintessenza rurale di questo movimento che rende la sua attestata vasta crescita così più difficile da comprovare? Il messaggio di Gesù fu ascoltato, e la gente reagì, in entrambe le sedi.

Ciò non vuol dire negare la caratteristica rurale di molte delle tradizioni in Q e Marco. Gesù stesso era un galileo e pertanto, come asseriscono quegli studiosi particolarmente impegnati in studi regionali, la Galilea poteva ben giocare un ruolo essenziale nel plasmare il suo temperamento, il suo pensiero, e quindi il suo insegnamento. Nelle situazioni narrative delle parabole possiamo comunque notare tale mondo di mercati di villaggi e piccole fattorie. Ma nel costruire, invero nel concepire, la sua missione, Gesù sembra aver attinto da un universo molto più vasto e più ampiamente condiviso: il mondo della Shema e dell'Alleanza, dei Profeti e dei Dieci Comandamenti; il mondo della redenzione, rivelazione, e promessa realizzata codificata nelle festività stagionali di Pesach, Shavuot e Sukkot; il mondo della Bibbia e del Dio della Bibbia, il Dio dell'universo, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Gesù proclamò una chiamata al pentimento, al rinnovo morale, alla purezza etica, all'impegno, alla comunanza, alla preparazione per il Regno di Dio. Poteva essere ed era ascoltato sia dagli abitanti di città e sia dalla gente di campagna. Gesù chiamò non solo né primariamente i contadini della Galilea, bensì Israele.[3]

Infine, questa impressione, basata sul Vangelo di Giovanni, di una missione peripatetica, stabilita sia in Galilea e sia in Giudea sin dagli inizi, non solo spiega il perché il movimento si sia parimenti stabilito in entrambe le regioni subito dopo la morte di Gesù. Ma spiega anche il paradosso che ha guidato questa nostra indagine, vale a dire, che quando Pilato agì contro Gesù, Gesù fu l'unico del suo movimento a morire.

Secondo questa ipotesi del suo itinerario missionario, Gesù era stato nella città di Gerusalemme molte volte durante la sua missione, quasi sicuramente per le festività di pellegrinaggio. Il luogo più naturale di trovare una folla durante quei giorni era proprio dove si trovavano sacerdoti e romani, cioè il Tempio. Su questo sia Marco che Giovanni sono d'accordo: quando Gesù insegnava a Gerusalemme, egli insegnava nella corte del Tempio.

La Pasqua rappresentata da Marco, in altre parole, quasi sicuramente non era la prima volta che Gesù aveva insegnato a Gerusalemme in merito al Regno di Dio durante i giorni prima della festa. Il tipo di incontri narrati da Marco tra Gesù e i capi sacerdoti, gli scribi, i Sadducei ed i Farisei, potevano accadere ogniqualvolta Gesù si trovava là (Marco 11:27-12:44). Quando Gesù fu arrestato durante quelle che sarebbe stata la sua ultima Pasqua nella città, egli fu una presenza nota - ai sacerdoti, sicuramente, e a Pilato. Poiché, se Gesù era ripetutamente andato a Gerusalemme durante le festività, egli era sempre stato in città ogniqualvolta c'era anche il prefetto.

Pilato crocifisde Gesù. Lo giustiziò, cioè, specificamente come un insurrezionalista politico. Ma Pilato sapeva perfettamente bene che Gesù non era un insurrezionalista, e quindi non aveva bisogno di catturare anche altri del suo movimento. L'esperienza della comunità post-Risurrezione a Gerusalemme conferma lo stesso punto. Pilato continuò come prefettodai 3 ai 6 anni dopo l'esecuzione di Gesù. In questo periodo non abbiamo cenno che egli abbia mai perseguitato questo gruppo. Ma se Pilato – o qualsiasi altro prefetto o procuratore romano dopo di lui – avesse sospettato i discepoli originali di una qualsiasi attività di opposizione politica, questi non avrebbero mai potuto formare una comunità e continuare a risiedere nella città. Pertanto, anche questaa particolare Pesach: né dopo l'Ingresso Trionfale né dopo l'arresto di Gesù i discepoli di Gesù vennero perseguiti. E a maggior ragione, i discepoli erano tremendamente confusi e disperati per l'arresto di Gesù — impressione conservata in tutti i resoconti, nonostante il fatto che tale disperazione smentisce le dettagliate predizioni della Passione che gli evangelisti ripetutamente fanno annunziare a Gesù. Il suo arresto prese di tutta sorpresa i suoi seguaci, probabilmente perché egli era stato sempre in grado di affermare il suo messaggio senza alcun ostacolo durante le festività.

Quando Pilato infine giustiziò Gesù, egli probabilmente aveva una grande quantità di informazioni su di lui, perché Gesù aveva insegnato apertamente a Gerusalemme per anni. In temini di realpolitik per gli interessi romani, Gesù era innocuo, e Pilato lo sapeva. E quindi solo lui morì. Ma allora permangono le domande: perché, specialmente se Pilato sapeva che Gesù era innocuo, lo fece morire? Perché proprio per crocifissione? E perché in quel frangente?

Il Messiah Crocifisso

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Una volta che la storia fluttuante di Gesù che rovescia i tavoli nella corte del Tempio vien messa da parte, la stessa struttura narrativa dell'ultimo viaggio di Gesù a Gerusalemme emerge sia in Marco che in Giovanni. Mentre si avviava nella città, folle festive di pellegrini salutano Gesù quale precursore del Regno messianico ("Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide!" Marco 11:10), forse persino come un re davidico ("Osanna al figlio di Davide!" Matteo 11:10; "Benedetto il Re che viene nel nome del Signore!" Luca 19:38; "Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!" Giovanni 12:13). Egli entra in città come un sovrano messianico, cavalcando un'asina per conformarsi alla profezia di Zaccaria 9:9: "Ecco, il tuo re viene a te, umile, in groppa a un asino" (Ingresso Trionafale, Marco 11:1-10 e parall.; Matteo 21:5 e Giovanni 12:15 citano esplicitamente Zaccaria). Gesù va al Tempio e lì insegna quotidianamente prima che inizia la festa, è così acclamato dalla folla dei pellegrini che i sacerdoti decidono di non poter risvhiare d'arrestarlo apertamente. Dopo un pasto finale coi suoi discepoli durante o appena prima della notte della cena di Pesach (l'Ultima Cena), Gesù viene arrestato di nascosto, portato davanti alle autorità sacerdotali, e poi consegnato a Pilato, che lo crocifigge quella mattina come Re dei Giudei. Prima del tramonto, arrivo dello Shabbat, Gesù è morto.

Le succitate frasi in corsivo dovrebbero aiutare a evidenziare visivamente il punto interpretativo: una linea retta collega l'Ingresso Trionfale con la Crocifissione. Una folla di pellegrini che vociferamente proclamano la venuta del Regno, per non parlare poi della venuta del Re, certamente avrebbe provocato l'attenzione e la preoccupazione di Pilato: con molto meno provocazione, si era messo precedentemente in azione con sanguinose conseguenze. Invece, tuttavia, e stranamente, i Vangeli lo rappresentano che non fa niente. L'Ingresso Trionfale di Gesù non provoca reazioni di polizia né da parte delle guardie del Tempio né dalle truppe romane, e Gesù viene lasciato libero di predicare alle moltitudini nel Tempio ogni giorno man mano che si avvicina la festività.

Con che probabilità quindi accadde veramente questa dimostrazione eccitata della folla? Alcuni studiosi sostengono che gli evangelisti riportano accuratamente persino i dettagli dell'ingresso di Gesù in città, e specificamente la tradizione che egli entrò cavalcando un'asina in imitazione deliberata di questa frase di Zaccaria (cfr. supra). La virtù di questa opinione è che ci permetterebbe uno sguardo nella mente di Gesù, o almeno un'idea delle sue intenzioni: ridefinendo questo titolo per sé, Gesù perlomeno implicitamente si dichiarerebbe Re o Messia. Ma alla luce dell'assenza di una reazione romana – inspiegabile, poiché tali azioni e proclamazioni potrebbero facilmente essere considerate sedizione – la dimostrazione, dicono tali studiosi, deve essere stata alquanto modesta, con Gesù che avrebbe fatto un ingresso relativamente discreto, rappresentando questo atto simbolico (cavalcando un'asina) solo per seguaci e simili.

Immaginarsi questa scena col criterio della dissomiglianza in mente potrebbe chiarire la questione. Avere Gesù che consapevolmente ridefinisce il concetto di "messia" quale re mite e umile – come se stesso, insomma – non funziona affatto come criterio. Tale ricostruzione porrebbe Gesù di Nazareth quale origine intenzionale autoconsapevole della definizione cristiana di Messia. Impossibile? Difficile dirlo: i criteri di autenticità aiutano soltanto a mettere in ordine i dati lungo un gradiente di probabilità minore o maggiore. Far svolgere a Gesù le sue azioni facendo appello simbolico con precisione ai versetti di un'antica profezia non mi sembra plausibile: una tale maniera di sistemare il testo scritturale di solito segnala un'attività redazionale da parte degli evangelisti. E ben poco in queste tradizioni evangeliche – sebbene sarebbe piaciuto agli evangelisti – indica che Gesù in qualche modo si mise in mostra come messia. Tutt'altro. Se l'avesse fatto proprio mentre entrava a Gerusalemme per la Pesach, nessuno se lo sarebbe aspettato. E la speculazione che Gesù avesse esternato sottovoce questo atto simbolico messianico trionafale ad un piccolo gruppo di seguaci contrasta sia col tono della scena rappresentata in queste narrazioni, sia col suo finale storico, cioè la Crocifissione stessa.

Ma se Gesù aveva insegnato molte volte a Gerusalemme, e quindi se Pilato già sapeva che Gesù era praticamente innocuo, allora la storicità basilare di questa scena – folle di pellegrini che salutano Gesù come messia entrando in Gerusalemme la settimana prima della sua ultima Pasqua – può sussistere senza ridurre la sua portata o significato. L'azione delle folle non comportava un intervento romano proprio perché Pilato sapeva che il messaggio del movimento di Gesù non rappresentava una minaccia per il potere romano.

La testimonianza indipendente di Paolo e i sinottici convergono su questo punto e lo confermano. Quale che fossero le speranze ultime della rivelazione della giustizia di Dio contro le forze del peccato e del male, a breve termine, prima dell'arriva del Regno, il male doveva essere confrontato con la resistenza passiva, il nemico con amore piuttosto che odio (Matteo 5:38-6:4//Luca 6:27-36). I persecutori devono essere benedetti, la vendetta evitata, l'ingiustizia tollerata (Romani 12:9-13:14; cfr. 1 Corinzi 6:7 sul sopportare l'ingiustizia piuttosto che chiedere giustizia contro un correligionario cristiano). Pagare le tasse; onorare le autorità civili (Marco 12:17 e parall., dare a Cesare; Romani 13:6-7, sul rispettare le autorità in generale). La spiegazione della resistenza passiva cristiana – o forse, più precisamente, la non-resistenza attiva – al male e all'oppressione chiude la sezione esortativa di Paolo in Romani ed è incorporata nella narrazione evangelica: Dio stava per intervenire attivamente sulla scena per sconfiggere il male, riparare alle ingiustizie, punire i malvagi, redimere i sofferenti. Nel poco tempo che rimaneva fino a quel momento, l'unica preparazione obbligatoria del credente era di ascoltare i richiami di Gesù a pentirsi e quindi riformarsi.

Il primo messaggio cristiano di non-resistenza non era una chiamata a tollerare l'ingiustizia o sopportare indefinitivamente l'aggressione. Al contrario, enuncia la convinzione che motiva l'intero movimento: il Regno era in arrivo; Dio avrebbe presto dato il giusto castigo ai malvagi. Pertanto ai cristiani di Roma, Paolo conclude la sua esortazione di rispettare le autorità governanti e di pagare le tasse invocando precisamente la prossimità della Fine. "Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino" (Romani 13:11-12; si vedano i dieci versetti precedenti in merito all'insegnamento di Paolo). E dopo aver esaminato le persecuzioni che i suoi seguaci dovranno sopportare ("Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia"), il soliloquio apocalittico del Gesù di Marco conclude: "Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria... In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute" (Marco 13:9,26,30). Se Marco qualche tempo dopo il 70 e.v., e Paolo a metà secolo, rimangono fermamente convinti della prossima Fine del Mondo, allora sicuramente Gesù, fonte di tale convinzione, proclamò il suo messaggio con la stessa urgenza.

Ma il Regno che predicava Gesù si sarebbe realizzato con un atto di Dio, non con un'azione umana e con la forza delle armi. Pilato sapeva che Gesù insegnava in questo modo. Altri profeti – Teuda, l'Egiziano, i profeti dei segni – proclamavno messaggi simili a loro volta: era Dia, non gli uomini. che avrebbero fatto spartire le acque del Giordano, o crollare le mura di Gerusalemme, proclamato "segni di liberazione" (AJ 20.97-98, 168-170; cfr. "Cristo nei Vangeli"). Ma questi uomini richiamavano grandi folle, provocando manifestazioni di massa nel deserto. Non importa quanto si aspettassero che la realizzazione del loro messaggio fosse sovrannaturale, Roma riteneva che il loro effetto immediato fosse dirompente e potenzialmente incendiario. L'esercito li abbatteva. In contrasto, Gesù faceva il suo insegnamento sul posto, in situ: nelle sinagoghe dei villaggi o al Tempio, dove la gente già si riuniva comunque e, nel caso di Gerusalemme durante le feste, dove la sorveglianza romana era già lì. "Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel Tempio" (così dice il Gesù marciano al momento del suo arresto, 14:49). "Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto" (così afferma il Gesù giovanneo ad Anna, 18:20). Stessa cosa qui. Nonostante il suo ingresso tumultuoso, Gesù fu lasciato in pace sia dalle autorità ebraiche che da quelle romane a predicare nel Tempio, come aveva fatto in passato e ora nei giorni prima della festività.

Cosa insegnava? Che il Regno di Dio si stava avvicinando. Cosa rese differente questa Pesach da tutte le altre feste in cui aveva insegnato lo stesso messaggio? Questa volta le folle di pellegrini, con esuberanza e convinzione, proclamarono Gesù il messia. Cosa li spinse ad acclamarlo in questa particolare Pasqua? L'intensità della loro aspettativa del Regno. Qui, prima di procedere oltre, dobbiamo considerare tre fattori preventivi: l'identità di queste folle; il lororagionamento nel proclamare Gesù il messia, ed il ruolo dei capi sacerdoti durante la settimana finale di Gesù a Gerusalemme.

Chi erano queste folle? Marco li identifica semplicemente come "molti" (polloi, 11:8). Procedendo prima e dopo Gesù, lo lodano come colui che "viene nel nome del Signore" e benedicono l'avvento del "regno del nostro padre Davide" (11:9). Luca, da solo, riduce questa moltitudine a "tutta la folla dei discepoli" (19:37). Matteo e Giovanni implicano semplicemente che la folla è composta da un numeroso gruppo di pellegrini. Matteo dice che "la folla numerosissima" saluta Gesù (presumibilmente sono pellegrini che entrano in città, 21:8-9). Giovanni suggerisce che queste persone erano già giunte a Gerusalemme, e si erano poi radunate e uscite di nuovo specificamente per celebrare l'ingresso di Gesù. "Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui" (12:12-13).

I Vangeli a questo punto rappresentano la folla che grida celebrando Gesù stesso quale "figlio di Davide£, e quindi Messia (Matteo 21:9) e Re (Luca 19:38; Giovanni 12:13). Tutte queste persone erano quei galilei e giudei avevano già familiarità con Gesù ed il suo insegnamento? Forse, sebbene proprio perché lo conoscevano, non avrebbero avuto ragione di iniziare l'acclamazione. Più probabilmente penso che l'autorevole proclamazione da parte di Gesù della subitanea imminenza del Regno fece scattare per quei pellegrini da poco consci della sua missione, la convinzione che, se il Regno stava per arrivare, Gesù stesso ne sarebbe stato il leader. L'entusiasmo per l'arrivo del Regno, esplodendo a causa di questa miscela combustibile di nuovi ascoltatori eccitati e fedeli seguaci (che ricordavano forse la loro propria esperienza dell'autorità di Gesù e dei suoi esercismi e guarigioni) si sarebbe presto tramutata in un'entusiasta acclamazione di Gesù come messia. E l'entusiasmo si espande contagiosamente.

E perché avrebbe dovuto iniziare? A causa del modo in cui l'idea dell'era messianica o del Regno, nella tradizione ebraica in generale e nella tradizione ebraica cristiana in particolare, è così talmente vincolata all'idea dell'arrivo del messia. Questa convinzione non era condivisa universalmente, come rivela una veloce revisione dei testi intertestmentali. L'ebraismo del tardo periodo del Secondo Tempio era caratterizzato da una varietà vigorosa e vociferante, e alcuni ebrei erano perfettamente capaci di concepire un regno di Dio senza associarlo ad una figura umana speciale che lo realizzasse. Negli scritti apocalittici di questo periodo, messia è opzionale sia come termine che come concetto.

Ma chiaramente, primi cristiani si annoveravano tra quegli ebrei che in effetti avevano collegato l'arrivo dell'era messianica con l'arrivo del messia. Le testimonianze su questo punto sono abbondanti e attestate in vari modi: le pressioni del pensiero messianico tradizionale ebraico sono proprio ciò spingono le prime revisioni cristiane, espresse nell'aspettativa della Seconda Venuta di Gesù. In Paolo, in Q, in Marco, l'arrivo definitivo del Regno viene rimandato fino al ritorno in gloria del Figlio. Grandi schiere di angeli, che discendono al suono di trombe, radunano gli eletti: Gesù di Nazareth, in vita la figura meno militare possibile, si trasforma nelle tradizioni della sua Seconda Venuta in una figura messianica riconoscibile – e quindi tradizionale – il cui avvento stabilirà il Regno del Padre suo.

Quanto fossero diffuse tali speranze tra gli ebrei del Secondo Tempio non si può sapere, ma proprio la nascita e crescita del movimento cristiano post-Risurrezione è di per sé una prova del suo vigore. Flavio Giuseppe e, fatto interessante, due storici latini, Tacito (Histories 5.13) e Svetonio (Vespasian 4), riportano indipendentemente che la fiducia popolare riguardo ad una profezia messianica alimentò le fiamme della ribellione ebraica nel periodo appena prima e durante la rivolta. "Ciò che più di tutto li incitò alla guerra", scrive Flavio Giuseppe dei suoi compatrioti, fu

« un oracolo ambiguo, parimenti trovato nelle loro sacre scritture, che in quel tempo uno della loro nazione sarebbe diventato sovrano del mondo. Questo lo interpretarono a significare qualcuno della loro razza, e molti dei loro saggi si smarrirono interpretando questo [oracolo]. Tuttavia l'oracolo significava in realtà la sovranità di Vespasiano, che venne proclamato imperatore sul suolo ebraico. »
(BJ 6.312-313)

La forza di questa aspettativa messianica rimase nei circoli ebraici molto tempo dopo la devastazione del 66-73, persino dopo il trambusto della rivolta di Bar Kokhba nel 132-135. Secoli dopo, uno scritto rabbinico rappresenta Yochanan ben Zakkai, la grande autorità della generazione della Guerra Giudaica, che insegnava cautela nel fervore messianico. "Se hai una pianta in mano, e ti vien detto ‘Ecco, il Messia è qui’, va' e prima pianta la pianta, e poi vai ad accoglierlo" (Avot de-R. Natan 39, 33b-34a). E persino il grande Rabbi Akiva viene presentato come esempio negativo di ciò che un entusiasmo messianico può provocare. Rispondendo alla sua identificazione di Bar Kokhba quale Messia, un suo collega osserva: "Akiva! L'erba crescerà sulle tue guance e il Figlio di Davide non sarà ancora arrivato" (y Tann 68d).

Nonostante queste avvertenze, la preghiera fondamentale ebraica delle Diciotto Benedizioni (שמנה עשרה, Shemoneh Esreh, "le diciotto"), probabilmente redatta nella sua forma finale tra il 70 e il 100 e.v., loda esplicitamente (e quindi invoca) Dio per la risurrezione dei morti, la riunione del disperso Israele, il ripristino dell'indipendenza nazionale, la distruzione dei senzadio e la ricompensa dei giusti, la ricostruzione di Gerusalemme, l'invio del Messia, e il ripristino del culto del Tempio. Gli ebrei devoti, incluse le donne, gli schiavi, e i bambini (di solito esclusi da questi requisiti), dovevano dire la preghiera tre volte al giorno. Essa incorpora in forma liturgica le speranze principali dell'escatologia apocalittica:

« Proclamate la nostra liberazione con la grande tromba, alzate lo stendardo a radunare i nostri dispersi, riunitevi dai quattro angoli della terra. Che Tu sia benedetto, O Signore, che raduni gli esiliati del Tuo popolo Israele... E alla Tua città, Gerusalemme, ritorna con misericordia e dimora in essa come hai detto; costruiscila presto nei nostri giorni che sia un edificio eterno, e innalza veloce in essa il trono di Davide. Benedetto sei Tu, O Signore, che riedifichi Gerusalemme. Il germoglio di David, Tuo servo, fa prontamente fiorire, ed esalta la sua potenza per mezzo della Tua salvezza, perché nella Tua salvezza abbiamo sperato ogni giorno... Benedetto Tu, O Signore, che fai tornare con misericordia la Tua Presenza a Sion»

La speranza messianica nel periodo di Gesù non era né uniforme né universale, ma era certamente ben radicata e articolata. In molte forme tradizionali di ebraismo come anche nelle sue forme cristiane, la venuta del Regno era immediatamente collegata con la venuta del messia. Questo è il contesto generale che dobbiamo presupporre onde poter comprendere ciò che sopravvive nelle tradizioni evangeliche dell'Ingresso Trionfale, e come tale evento portò alla crocifissione di Gesù. Poiché fu durante il suo ingresso in città durante questa particolare Pasqua che Gesù fu proclamato messia per la prima volta.

Di nuovo, basandoci sull'impressione data dai Vangeli, Gesù stesso non fu la fonte di questa identificazione messianica, sebbene il suo messaggio ne fosse la causa. Cercò forse di dissuadere le folle, discutendone persino contro di loro? Non possiamo saperlo. Con la testimonianza della Crocifissione stessa, tuttavia, e quindi apparentemente persino dopo la loro festosa entrata a Gerusalemme verso l'otto di Nisan, le folle continuarono la loro acclamazione. Gesù, il centro di questa convinzione popolare, in essenza aveva perso il controllo del suo pubblico. E neppure, con un linguaggio di tipo "Regno di Dio" e "messia figlio di Davide" che girava fragoroso tra gli astanti, egli poteva controllare le interpretazioni del suo messaggio da parte delle folle o le loro aspettative a suo riguardo. Man mano che continuò ad insegnare sul Regno nell'area del Tempio durante la settimana, la loro eccitazione sarebbe solo aumentata con l'approccio della festa.

Flavio Giuseppe, che scrive verso la fine del secolo, dice questo (vedi anche riquadro sotto):

« Allo stesso tempo circa, visse Gesù, un uomo saggio. Poiché egli compì opere straordinarie, e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò un seguito sia di molti Giudei che di molti Greci. Quando Pilato udì che era accusato dai principali nostri uomini, lo condannò alla croce, [ma] coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani. »
(AJ 18.63-64)

Flavio Giuseppe qui caratterizza Gesù come uomo saggio (sophos), un operatore di azioni straordinarie (paradoxa), e un maestro (didaskalos). La sua caratterizzazione si conforma fortemente con la presentazione dei sinottici. L'unico indizio a qualcosa di messianico riguardo a Gesù nel brano di Flavio Giuseppe qui è il modo in cui designa i suoi seguaci: sono Christianoi. Altrove in Antiquities, descrivendo gli eventi dell'anno 62 e.v. quando il sommo sacerdote Anna giustiziò Giacomo con la lapidazione, Flavio lo identifica come "Giacomo fratello di Gesù, il cosiddetto Cristo" (AJ 20.200). In altre parole, Flavio non chiamò Gesù Christos né disse che Gesù si assegnò da sé tale titolo. Né i "principali nostri uomini" (protoi, i "primi uomini") accusano Gesù di affermarsi il Messia: in effetti, Flavio Giuseppe non dice di cosa i principali uomini lo accusino, o perché. Il suo resoconto, indipendente dai Vangeli, rivela solo che Gesù fu un saggio, operatore di miracoli e insegnante che Pilato crocifisse. Flavio relega la designazione messianica ai seguaci di Gesù, i Christianoi, o a dicerie ("Gesù, il cosiddetto Cristo").

La breve discussione di Flavio Giuseppe si adatta alla reticenza e ambiguità del resoconto nei Vangeli, anche il quale non raffigura mai Gesù che espone schiettamente la propria identità messianica, ma mette l'affermazione sulla bocca di altri. Parimenti, nelle narrazioni della Passione, Pilato si riferisce a "Gesù chiamato il Cristo" (per es. Matteo 27:17,22). "Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?" (Marco 15:12). Allora, sembra più verosimile che questa identificazione di Gesù quale Messia non provenisse da Gesù stesso. Se avesse asserito tale titolo e ruolo per sé, Antipa sicuramente avrebbe agito molto prima di Pilato. Inoltre, nulla nelle tradizioni sulla sua missione lo farebbe un candidato messianico plausibile agli occhi dei suoi contemporanei. Non esortava, come Giuda il Galileo o Athronges prima di lui, o Bar Kokhba tempo dopo, ad una rivolta armata contro i romani (cfr. "Il contesto giudeo"); e non stava neanche, come alcuni dei successivi profeti dei segni, radunando vaste masse di gente in una volta anticipando un segno miracoloso di liberazione.

Né sembra che Gesù abbia affermato di essere il Messia in un qualche modo speciale, del tutto senza precedenti. Un tale messaggio avrebbe dovuto aver senso per i suoi contemporanei, altrimenti non avrebbe avuto seguaci; ma, come dimostra la successiva tradizione cristiana mezzo secolo o più dopo la sua morte, gli evangelisti stavano ancora dibattendosi per articolare un tale concetto. Se questa tradizione fosse già esistita, gli evangelisti l'avrebbero certamente usata con entusiasmo. Invece, devono faticare a presentare i rispettivi casi.

Testimonium Flavianum:
Nota di Flavio Giuseppe su Gesù di Nazareth
 
Flavio Giuseppe

In Antichità giudaiche 18.63-64 Flavio Giuseppe (F.G.) fà un breve riassunto di Gesù. Gli studiosi hanno dibattuto i meriti storici di questo brano, alcuni (pochi, ora) affermando che è tutto autentico, altri (altra minoranza) che è tutta un'interpolazione cristiana, cioè un passo inserito nel manoscritto da uno scriba cristiano successivo. La maggior parte degli studiosi attualmente propendono di vedere il brano come basilarmente autentico, con alcune inserzioni susseguenti fatte da uno scriba cristiano. Il passo riportato qui sotto segue le indicazioni e la traduzione (EN) di John Meier, A Marginal Jew. vol. I, pp. 60-61 (da me ritradotto in italiano) e la versione del Testimonium di Agapio. Fornisco gli inserimenti cristiani in corsivo, il substrato di F.G. in caratteri romani. Da notare che, anche con le aggiunte, il passo di F.G. su Gesù è meno della metà della lunghezza della sua descrizione di Giovanni il Battista in Antichità giudaiche 18.116-119 — chiara indicazione della sua opinione sulla loro relativa importanza.

« Allo stesso tempo circa, visse Gesù, un uomo saggio, se invero dobbiamo chiamarlo uomo. Poiché egli compì opere straordinarie, e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò un seguito sia di molti Giudei che di molti Greci. Egli era il messia. E quando Pilato udì che era accusato dai principali nostri uomini, lo condannò alla croce, [ma] coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Essi raccontarono che egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, e che egli era vivo. Di conseguenza essi credevano che egli fosse il Messia, di cui i Profeti avevano raccontato le meraviglie. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani. »

Si può forse ricostruire dai Vangeli un'autoaffermazione messianica da parte di Gesù? L'uomo che ritraggono insegna e agisce con autorità. Fa esorcismi e miracoli di guarigione per rinforzare la sua autorevolezza nell'insegnare e sembra avere grande fiducia nel suo messaggio e nella sua autorità nel predicarlo. Coloro che lo ascoltano, insegna Gesù, sicuramente avranno un posto nel Regno in arrivo; coloro non vogliono tener conto della sua chiamata digrigneranno i denti nelle tenebre desolate quando il Regno sarà giunto. Come il suo mentore, il Battista, Gesù si presenta quale portavoce autorevole del suo proprio messaggio. Agiva, per farla breve, come un profeta.

Il titolo e il ruolo di "profeta" e "cristo" oscillavano nelle scene di falla del quarto evangelista. "Questi è davvero il profeta!" gridano le moltitudini della Galilea (Giovanni 6:14). A Gerusalemme "alcuni fra la gente dicevano: «Questi è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Questi è il Cristo!»" (7:40). Il cieco guarito da Gesù, dice: "È un profeta!" (9:17). "Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente!" chiede la folla nel Tempio (10:24). Questo tema di Gesù come profeta appare, mescolato con acclamazioni messianiche, anche negli altri Vangeli. Poco dopo l'Ingresso Trionafale dove l'avevano proclamato "Figlio di Davide", entrando a Gerusalemme le folle di pellegrini spiegano ai gerosolimitani che chiedono spiegazioni: "Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea" (Matteo 21:11). E Gesù in Q si lamenta: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te!" (Luca 13:34//Matteo 23:37). Il Gesù di Luca antepone un'osservazione a questo lamento, alludendo alla Passione, che applica questa identificazione a se stesso: "Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme" (Luca 13:33). E dopo la Crocifissione, due dei suoi discepoli parlano di "Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo" (Luca 24:19).

Successive tradizioni evangeliche si concentreranno sul termine "Cristo" come designazione più appropriata per Gesù. Ma gli evangelisti formano la base per los viluppo di questa tradizione post-Risurrezione, e ridefiniscono il termine adattandolo a ciò che sannodella vita di Gesù o viceversa. Ma cosa dire di questa acclamazione messianica prima della Risurrezione, quando Gesù era in vita? La testimonianza migliore che abbiamo – senza ambiguità dalle storie evangeliche dell'Ingresso Trionafale; riflettendo inoltre sulle loro descrizioni dell'ultima Pasqua di Gesù in città – è che la folla intorno a Gesù fu la prima a proclamarlo Messia. In Galilea? No. Sulla via verso Gerusalemme. I suoi seguaci più intimi? No: i discepoli sembrano testimoni dell'acclamazione ma non gli iniziatori. Pellegrini, non i suoi stretti collaboratori, sono quelli che danno inizio alle grida di ovazione. Regolarmente? No. Solo quella Pesach finale. Perché Gesù stesso, agendo in un certo modo – cavalcando in città su un'asina, o rovesciando i tavoli dei cambiavalute nel Tempio – in effetti si proclamò messia per coloro che avevano occhi per vedere, ed i suoi seguaci non fecero altro che riecheggiare questa autoaffermazione? Non credo. L'entrata in città sull'asina seguendo Zaccaria 9:9 sembra troppo un accorgimento testuale evangelico. E alla luce del servizio di supporto fornito dai cambiavalute, come anche la vastità della corte del Tempio e la redazione post-70 dei Vangeli, sembra perlomeno incerto se Gesù veramente si adirò con loro. E in ogni caso, un tale gesto non sarebbe proprio sembrato "messianico": il messia combatte i nemici di Israele, non il culto tradizionale di Israele.

Allora perché, in questa particolare Pasqua, le folle a Gerusalemme avrebbero proclamato Gesù il Messia? Esaminando questo resoconto – quello dei Vangeli, la nota di Flavio Giuseppe (vedi supra), il successivo risultato degli eventi – gli storici sono come giornalisti che osservano un campo di calcio fangoso giorni dopo la partita, cercando di immaginarsi dal "resoconto" nel fango la sequenza delle varie partite. Quali cause, invisibili o nascoste, potevano plausibilmente aver portato ai risultati noti?

Immaginiamoci ancora una volta Gesù che predica, sia in Galilea che in Giudea, che il Regno di Dio stava arrivando. Immaginiamoci che egli condusse una tale missione per anni prima del suo incontro finale coi sacerdoti e Pilato a Gerusalemme. Ogni volta che va in quella città, egli profetizza tale evnto e parla della sua prossimità; forse, specialmente come lo rappresentano Matteo e Giovanni, Gesù dimostra la sua autorità profetica con "atti miracolosi", "guarigioni spettacolari" (i paradoxa di Flavio Giuseppe). "Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel Tempio ed egli li guarì" (Matteo 21:14; cfr. Giovanni 5:1-9, dove Gesù vicina alla piscina di Betzaetà guarisce l'uomo che era paralizzato da trentotto anni). Dopo la festa, egli ritorna in Galilea e là riprende ad insegnare e a guarire. Quando la successiva festività si avvicina, Gesù va verso sud, in Giudea, poi a Gerusalemme, e quindi torna di nuovo indietro. Stessa cosa la stagione successiva, e quella dopo — non sappiamo quante volte.

Ma forse all'inizio del ciclo di predicazioni e pellegrinaggi che finirono in quello che si rivelò il suo ultimo viaggio a Gerusalemme, Gesù annunciò che questa Pasqua sarebbe stata quella finale prima dell'arrivo del Regno. Dio sarebbe venuto in gloria e poten za per stabilire la Sua sovranità quale culmine della missione di Gesù. Questa notizia si sarebbe sparsa per tutta la rete umana del movimento, collegando i villaggi dalla Galilea fino alla Giudea e a Gerusalemme. I pellegrini radunati in città per la Pesach, sentendo la notizia in anticipo prima dell'arrivo di Gesù, lo salutarono appena egli arrivò, lodandolo quale agente umano del Regno di Dio in arrivo — e forse, in verità, osannandolo anche come re. Senza testimonianze eplicite cosa supporta questa congettura? Le tradizioni dell'Ingresso Trionfale di Gesù l'ultima volta che venne a Gerusalemme, che potrebbero aver conservato un'eco genuina dello speciale entusiasmo e dell'eccitazione di questo particolare pellegrinaggio. Le storie sul comportamento dei Dodici, i suoi seguaci più intimi, dove tracce di una grande aspettativa vengono sommerse dai resoconti della loro confusione e disperazione all'arresto di Gesù. A tal punto, "tutti allora, abbandonandolo, fuggirono" (Marco 14:50). Le loro azioni dimostrano – nonostante le predizioni evangeliche della Passione – che erano del tutto impreparati per ciò che successe. Quando tutti andarono a Gerusalemme con Gesù in quella Pasqua, non si aspettavano di certo il trionfo del dominio romano, bensì il trionfo di Dio.

Ed infine, le tradizioni delle apparizioni della Risurrezione che si formano a seguito di questo momento disgraziato dimostrano la potenza dell'impegno dei suoi seguaci più stretti per il messaggio di Gesù che il Regno stesse veramente arrivando. In quella Pesach, a Gerusalemme, si aspettavano un evento escatologico, l'arrivo del regno di Dio. Quello che invece ebbero fu la Crocifissione. Ma allora avvenne un inaspettato evento escatlogico: Dio, si convinsero i seguaci, aveva fatto risorgere Gesù dai morti. Due delle promesse basilari dell'era messianica – la risurrezione dei morti e la rivendicazione dei giusti – questi uomini credettero che si realizzasse ora nella persona del loro leader giustiziato.

Inoltre, le tradizioni dell'Ultima Cena potrebbero fornire un'idea di Gesù che sente di aver perso il controllo della situazione, che le folle gli erano sfuggite di mano. Consapevole del pericolo in cui lo mettevano col loro crescente entusiasmo, egli tenne un ultimo pasto specificamente con il suo ristretto gruppo centrale. Nel corso di tale pasto Gesù evidentemente parlò francamente del pericolo che egli correva. E se si veniva al peggio, se egli fosse stato ucciso, disse ai Dodici di vedere nella sua morte una conferma della verità della sua missione: "Prendete, questo è il mio corpo... Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti" (Marco 14:22,24). Non importa cosa gli succeda, insegnò Gesù, la verità del suo messaggio profetico rimaneva: il Regno era vicino. "In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio" (14:25).[4]

"È durante queste occasioni festive" – cioè, durante le grandi festività di pellegrinaggio – "che la sedizione è più propensa a scoppiare" (BJ 1.88). I capi sacerdoti del periodo di Gesù erano del tutto consapevoli di questa tendenza come lo era Flavio Giuseppe circa quattro decenni dopo. Gesù insegna nella corte del Tempio; le folle di pellegrini eccitate si raccolgono lì. Man mano che la festa si avvicina, aumenta l'energia nervosa, da entrambe le parti. I capi sacerdoti sanno che Pilato lo sa: Gesù stesso non è pericoloso. Ma, per la prima volta in questa Pasqua, lo sono le folle che gli si radunano intorno. Nell'intensità della loro aspettativa — che il Regno stesse letteralmente per arrivare? Che Gesù si stesse per rivelare il Messia? Che il ripristino di Israele era prossimo? — le folle sono irrequiete, potenzialmente incendiarie. Questi capi sacerdoti sono nella posizione di sapere sia il temperamento della folla festiva, sia – perché condividono una tradizione comune – il potenziale dirompente di una vivida aspettativa messianica. E in realtà questi uomini, e in particolare il sommo sacerdote, erano presi in mezzo tra il proprio popolo e Roma, responsabili al prefetto, al legato siriano, e infine all'imperotaore se la pace domestica falliva. Se un qualsiasi incidente si verificava, loro ne erano responsabili.

Questo modello emerge chiaramente dai resoconti di Flavio Giuseppe riguardo a tali incidenti. Dopo che i protestanti ebbero tagliato giù l'aquila d'oro costruita su uno dei portali del Tempio, Erode non solo giustizia le parti colpevoli, ma depone anche il sommo sacerdote: era stato sotto di lui che gli eventi erano sfuggiti di mano (BJ 1.651-55; AJ 17:149-67). E dopo lo spargimento di sangue in Samaria da parte di Pilato quando le folle avevano seguito un profeta sul Monte Gerizim, Vitellio, il legato siriano, non solo aveva mandato Pilato in giudizio a Roma, ma aveva rimosso Caifa dalle sue funzioni e nominato anche un nuovo sommo sacerdote (AJ 18.85-89). Così successe anche dopo l'uccisione di pellegrini galilei mentre passavano attraverso la Samaria per raggiungere Gerusalemme nell'anno 50 e.v., quando la risultante conflagrazione minacciò di inghiottire la regione. Dopo aver fatto giustizia locale, il legato siriano mandò Anania il sommo sacerdote, il capo sacerdote Jonathan, e altri cittadini prominenti, a Roma in udienza dall'imperatore, sebbene nessuno di questi uomini fosse stato coinvolto personalmente nella sommossa (BJ 2.232-44).

I sacerdoti erano ritenuti responsabili non sola da Roma; loro stessi si sentivano acutamente impegnati nelle rispettive responsabilità. Pertanto nelle turbolenze finali prima che la città si ribellasse apertamente nel 66 e.v., i sacerdoti aristocratici cercarono fermamente di dissuadere il loro popolo dalla sanguinosa rivolta. Consigliando alla popolazione di sottomettersi al procuratore Floro,

« I capi sacerdoti, avendo radunato la moltitudine nel Tempio, la esortò ad incontrare i romani in avanzamento e di prevenire un disastro irreparabile... la parte faziosa si rifiutò di ascoltare... Poi accadde che ogni sacerdote ed ogni ministro di Dio, portando in processione i vasi sacri e indossando i mantelli portati di solito quando svolgevano i loro compiti sacerdotali, e gli arpistie i corali coi loro strumenti, caddero in ginocchio e implorarono sinceramente il popolo a non provocare i romani... Anche i capi sacerdoti potevano esser visti che si coprivano il capo di cenere, a petto nudo, strappandosi le vesti. [Questi sono tutti segni di lutto]... Con queste rimostranze riuscirono a calmare la moltitudine. »
(BJ 2.320-325)

L'eccitazione delle folle intorno a Gesù durante quella Pasqua si sarebbe benissimo potuta trasformare in una sommossa, o percepita come tale dalle truppe romane che guardavano in giù dal tetto della stoa del Tempio. I sacerdoti erano in una posizione perfetta sia per conoscere l'umore della gente sia la reazione romana. Se ciò fu quello che temette Caifa, allora quale più elevato leader ebraico responsabile di preservare la pace, egli avrebbe allertato Pilato.

Cosa successe poi? Qui di nuovo, quando le testimonianze sono scarse, dobbiamo speculare. Forse Caifa disse qualcosa a Pilato, del tipo "Conosci la voce che si diffonde questa settimana, che Gesù di Nazareth è messia. Alcuni in effeti si aspettano che egli si riveli questa Pesach. La folla sembra irrequieta." Pilato avrebbe saputo cosa fare. Insieme alle guardie templari del sommo sacerdote, che conoscevano la città molto meglio delle sue proprie truppe, avrebbe agito rapidamente, arrestando Gesù di nascosto, nella notte, per tenere calmi i rumorosi entusiasti il più a lungo possibile. Che si sveglino il mattino dopo con il loro messia già sulla croce! Uccidere Gesù sulla croce pubblicamente, sarebbe stata una mossa molto convincente per quietare le folle. Che sia appeso con l'accusa della loro convinzione: RE DEI GIUDEI. Un tocco di classe! Un insulto contro l'idea stessa e contro le loro convinzioni.

O forse Caifa stesso fu colui che decise che la morte di Gesù fosse l'unico modo efficace per far afflosciare le pazze speranze che crescevano tra i pellegrini in città. Di nuovo, anche Caifa, come Pilato, sapeva che Gesù stesso era innocuo. Ma se questa massa di gente avesse iniziato a sollevarsi – una dimostrazione, una sommossa; se avesse anche solo disturbato il normale svolgersi degli eventi nella città superaffollata – sicuramente si sarebbe stato spargimento di sangue. Caifa a questo punto aveva circa dodici anni di esperienza con le tecniche di Pilato per controllare la folla. "Voi non capite nulla", esclama Caifa nel Vangelo di Giovanni, "e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera" (11:50). Se egli stesso si mosse ad arrestare Gesù, allora potrebbe averlo semplicemente consegnato a Pilato con la raccomandazione di giustiziarlo. Tuttavia, che Pilato scelse specificamente la crocifissione come tipo di morte per Gesù, suggerisce ancora una volta che anche il prefetto e non solo il sommo sacerdote avessero in mente soprattutto le folle.

Questa ricostruzione viene tratteggiata primariamente da Giovanni. Il quadro presentato da Marco, coi due processi ebraici di notte e nuovamente all'alba del 15 Nisa, per tutte le ragioni asaminate qui in precedenza, è troppo implausibile per accreditarlo. La virtù di prendere da Giovanni la missione di Gesù, coi suoi ripetuti soggiorni a Gerusalemme, è che può convalidare il fatto che Pilato conoscesse già chi era Gesù. Questo dato da sé può spiegare l'anomalia storica centrale delle storie della Passione: Gesù fu crocifisso, ma non i suoi seguaci.

Stessa cosa per la prima domanda di Pilato a Gesù quando questi viene portato davanti a lui: "Sei tu il re dei Giudei?" (Marco 15:2//Matteo 27:11//Luca 23:3//Giovanni 18:33). In tre dei quattro Vangeli – Marco, Matteo e Giovanni – la domandaè del tutto inaspettata nell'ambito della narrazione eccetto nel caso di riferimento all'Ingresso Trionfale. Altrimenti, Pilato non ha informazioni su cosa basare tale domanda. Solo Luca, appianando questa omissione in Marco, fornisce un ponte: "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" (Luca 23:2). Nella nostra ricostruzione, Pilato già sa chi è Gesù, e quindi già sa che egli, e per estensione i suoi immediati seguaci non rappresentano una minaccia politica di prim'ordine. E dai resoconti dell'acclamazione della folla quando entrarono a Gerusalemme con Gesù l'8 Nisan, all'inizio della settimana preparatoria prima della festa, Pilato sa anche che Gesù è stato acclamato come re.

Sia le scene del processo ebraico sia l'udienza davanti a Pilato, come si trovano ora in tutti i Vangeli, sono formate da una successiva apologetica cristiana. Gli evangelisti pongono l'onere dell'incriminazione di Gesù e l'insistenza che muoia sulle spalle dei sacerdoti a Gerusalemme — non più esistenti al momento che scrivono. Anche le "folle", "il popolo" di Gerusalemme che urla davanti a Pilato chiedendo la morte di Gesù, sono cenere del passato recente. Infatti, la confessione che Matteo mette sulla bocca di queste persone quando chiedono la morte di Gesù – "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli!" (27:25) – gli evangelisti sapevano che si era già verificata: la città ed i suoi residenti erano stati totalmente distrutti dopo una sola generazione dalla morte di Gesù. Pilato, che in queste storie successive rappresenta la giustizia romana, in contrasto cerca di liberare Gesù. Esortando Gesù a difendersi contro le accuse dei capi sacerdoti ("Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia" Marco 15:10), egli fa ogni sforzo per liberarlo, infine acconsentendo alla richiesta dei sacerdoti solo perché è ansioso di "dar soddisfazione alla moltitudine" (15:15).

La folla ostile è quindi solo un'invenzione (apologetica) degli evangelisti? Non lo sappiamo per certo, ma potrebbe non esserlo. La presenza in città durante la festività di una folla violentemente opposta a Gesù, come anche una folla energeticamente entusiasta, in effetti acutizza la decisione di Pilato: con un solo atto può placarne una mentre simultaneamente ne deflaziona un'altra. Altre ricostruzioni sono meno plausibili. La vaga designazione degli evangelisti ("la folla") non può riferirsi alla stesso gruppo di persone a causa del modo vigoroso in cui condensano l'azione: i sacerdoti non hanno abbastanza tempo per far cambiare l'opinione popolare nel corso di questo tumultuoso singolo intervallo tra sera (quando Gesù è così popolare che deve essere arrestato in un'imboscata per non creare incidenti) e mattina (quando la folla chiede la sua morte). Né la folla ostile poteva essere "la maggioranza". Se Gesù fosse stato così impopolare, Pilato si sarebbe veramente mosso per ucciderlo (accontentando quindi i numerosi opponenti di Gesù), ma non avrebbe avuto ragione di crocifiggerlo. L'unico gruppo storicamente necessario in entrambi i casi, tuttavia, è la folla numerosa e entusiasticamente vociferante. Senza folla, Pilato non aveva ragione di crocifiggerlo.

Il resto dei resoconti evangelici della Passione, quando Gesù va da Pilato alla croce, è stracolmo di temi teologici e ovviamente dà forma alle testimonianze bibliche. Gli evangelisti estraggono i dettagli descrittivi della morte di Gesù da Isaia, Salmi, Zaccaria. Pertanto Gesù si sottomette in silenzio alla calunnia (Isaia 53:7) e agli abusi (Isaia 50:6). Rifiuta vino e mirra Proverbi 31:6) o vino e fiele (Salmi 69:21). Le sue vesti vengono spartite (Salmi 22:18); grida dalla croce (Salmi 22:1,31:5). Una volta morto, i soldati non gli spezzano le ossa (Salmi 34:20), sebbene uno gli trafigga il fianco (Zaccaria 12:10). Queste narrazioni servono ad uno scopo teologico piuttosto che storico. Dimostrano che Gesù, alquanto letteralmente, morì "secondo le Scritture". Non ci danno molte informazioni storiche ad eccezione del fatto che la sua crocifissione seguì rapidamente al suo arresto.

Ricostruzioni moderne di questi eventi spesso pongono gran parte dell'onere della decisione di Pilato di giustiziare Gesù, o della motivazione dei sacerdoti di raccomandargli che lo giuistiziasse, sull'autoaffermazione di Gesù stesso. Pilato uccicde Gesù quale pretendente messianico perché egli sapeva che Gesù si riteneva in un qualche senso il Re dei Giudei. Pertanto Pilato, secondo questa ipotesi, dà una lezione a Gesù. O forse – così sostengono queste argomentazioni – i sacerdoti erano arrabbiati perché sapevano che Gesù si credeva di avere un'autorità superiore, forse perché non raccomandava mai a coloro ai quali egli perdonava i peccati di offrire un sacrificio di pentimento a Gerusalemme (minando quindi la funzione del Tempio), forse perché rovesciò i tavoli dei cambiavalute (segnalando quindi la sua disapprovazione, in un senso o nell'altro, dell'intero sistema). Di conseguenza, i sacerdoti poi chiedono a Pilato di dargli una lezione. Vero, se non fosse stato per le folle, nessuna delle due parti se ne sarebbe importata un granché di chi Gesù ritenesse di essere. Ma in una qualsiasi di queste ricostruzioni, le ragioni per la decisione di crocifiggerlo da parte di Pilato si riduce a qualcosa di privato (i pensieri di Gesù su se stesso) o di personale (il rancore dei capi sacerdoti contro Gesù per averli snobbati).

La ricostruzione qui offerta pone l'onere di questi eventi dove comunque punta la croce: verso il pubblico a cui era diretto lo spettacolo del crocifisso, le folle della festa in corso. Gesù e la sua missione erano stati parte dello scenario gerosolimitano da anni. I suoi insegnamenti sulla venuta del Regno, come quelli del Battista prima di lui, erano molto conosciuti. La sua individuazione dell'arrivo del Regno proprio per questa Pasqua particolare fu la scintilla che infiammò tutto il resto. Il combustibile era stato preparato da tempo: le speranze per l'arrivo del Regno, il messaggio di liberazione inserito nella storia stessa della Pesach, l'eccitazione del pellegrinaggio, l'ingrossarsi della popolazione cittadina, la speciale autorità con cui Gesù insegnava e agiva nel proclamare il suo messaggio. E ancor più fondamentale di tutto ciò: le tradizioni bibliche e i salmi pellegrini che lodano Gerusalemme per sempre la città del Grande Re, la città di Dio e del suo prescelto, il suo figlio prediletto, germoglio del lignaggio davidico, il Messia.

L'autorevole annuncio di Gesù sull'imminente arrivo del Regno acutizzò l'impegno e l'entusiasmo popolari in questo ultimo viaggio a Gerusalemme, e tale entusiasmo popolare è l'origine dell'identificazione di Gesù quale figlio di Davide. Le speculazioni messianiche, le relative definizioni e aspettative si erano moltiplicate durante questo periodo. Le loro varie permutazioni esoteriche si ritrovano nella letteratura settaria del tempo. Ma la definizione più fondamentale, quella attestata scritturalmente e quindi disponibile in generale, quella già manifesta nelle lettere di Paolo, nei Vangeli di Matteo e Luca, nella successiva devozione rabbinica e persino nella preghiera sinagogale, è l'idea del Messia figlio di Davide. I seguaci più intimi di Gesù, e Gesù stesso, non affermarono mai questo titolo o ruolo per lui. Ma lo fecero le folle le cui speranze egli aveva ispirato e nutrito. Il loro fervore portò direttamente alla sua morte.

Cosa successe poi? La notte del seder (15 Nisan: Marco) o la notte prima (14 Nisan: Giovanni), Gesù venne catturato di nascosto, forse da un drappello misto di guardie templari e soldati romani condatti sul posto dell'imboscata da un discepolo disilluso (Giovanni 18:2,3,12). Caifa e Pilato si accordarono insieme, nella necessità di muoversi velocemente ed efficacemente, nonché in segreto proprio a causa della ragione stabilita dai Vangeli: una qualsiasi mossa pubblica contro Gesù rischiava una sommossa (Marco 14:1-2; anche per questa ragione, come precauzione è un contingente armato che va ad eseguire l'arresto). L'eccitazione della folla era aumentata man mano che la notte della Pesach si avvicinava, quando risuonava l'antica storia della redenzione divina per i figli di Israele dalla schiavitù oppressiva del Faraone si rafforzava l'impetuosa convinzione che ora tutti condividevano: questa era la Pesach della loro redenzione; questa era l'ora in cui Dio avrebbe rivelato il suo Messia, redento e ripristinato Israele, eliminato l'ingiustizia, asciugate le lacrime...

La cronologia di Marco a questo punto è più drammatica di quella di Giovanni. Il passaggio notturno dal 14 al 15 Nisan passa da un'azione di arresto alla rapida sequenza di eventi che conosciamo. Non importa quanto fosse eccitata la folla festante, non importa quanto fossero agitate le loro speranze, verso la fine della giornata certe cose dovevano essere fatte comunque: il Korban di Pesach, l'agnello o il capretto per il pasto sacro, doveva essere portato al Tempio, macellato preparato; le preghiere dovevano venir recitate; la storia biblica ricordata e la festa celebrata al sopraggiungere della notte. Le procedure necessarie avrebbero creato proprio quella sorta di distrazione che avrebbe dato a Pilato e Caifa la loro opportunità d'azione. A tarda notte, mentre ancora alcuni festeggiavano e altri, finalmente, dormivano, i loro soldati trovarono Gesù, che non offrì alcuna resistenza (come del resto si aspettavano).

Forse Gesù fu portato davanti al Sommo sacerdote o a suo suocero, sebbene non mi sembri plausibile. Tra le loro funzioni al Tempio e i loro pasti festivi a casa, questi uomini sarebbero già stati alquanto stanchi; e inoltre, che bisogno c'era? Forse Gesù fu interrogato brevemente da Pilato, sebbene anche questo paia implausibile. Non aveva senso. La sua condanna a morte era stata già pronunciata proprio dalla folla che si era espressa clamorosamente intorno a lui, rispondendo al suo messaggio di prossima redenzione. I soldati di Pilato avevano i loro ordini e sapevano cosa fare.

Sorse l'alba. Gradualmente, la città sonnolenta dentro le mura e i pellegrini accampati in tende e capanne nella vallata circostante si sarebbero risvegliati. Agli inizi lentamente poi man mano più velocemente, la notizia si sarebbe sparsa. Allora forse le masse – attonite? scioccate? disperate? – dei seguaci di Gesù insieme a gruppi di pellegrini sarebbero usciti di città andando verso la collina appena fuori, al Luogo del Cranio, il Golgotha. Là avrebbero visto l'uomo, morente su una croce. Gesù Nazareno. Re dei Giudei. Per quanto riguardava Pilato, quella era la conclusione della faccenda.

  Per approfondire, vedi Biografie cristologiche, Interpretare Gesù in contesto e Riflessioni su Yeshua l'Ebreo.
  1. In questo Capitolo, sul Gesù politico e "militare", si veda S.G.F. Brandon, Jesus and the Zealots, Manchester University Press, 1967, e Bammel & Moule, Jesus and the Politics of His Day, C.U.P., 1984; sull'affidabilità storica dei resoconti evangelici sull'arresto, udienze ed esecuzione di Gesù, si veda J.D. Crossan, Who Killed Jesus? Exposing Roots of Anti-Semitism in the Gospel Story of the Death of Jesus, HarperSanFrancisco, 1995; sul millenarismo del primo movimento cristiano, si veda D.C. Allison, Jesus of Nazareth: Millenarian Prophet, Fortress Press, 1998; in generale, cfr. N.T. Wright, The New Testament and the People of God, Fortress Press, 1992; J. Neusner, et al., Judaisms and Their Messiahs at the Turn of the Christian Era, C.U.P., 1987.
  2. Persino Luca, che segue la cronologia marciana del Gesù adulto che va solo una volta a Gerusalemme, ciononostante rappresenta Gesù bambino che va annualmente a Gerusalemme, specificamente per la Pesach, coi genitori, 2:41.
  3. Un particolare a caso, fornito da Marco: i nomi dei figli nella famiglia di Gesù (6:3). Risalgono all'età eroica della nazione, le narrazioni patriarcali della Bibbia: Giacomo/Ya’acov, nome del figlio di Isacco, nipote di Abramo, che lottò con l'angelo e gli fu dato il nome Israele; Ioses/Yosef, in Genesi uno dei dodici figli di Giacobbe, probabilmente il più importante, salvatore del suo popolo;, Giuda/Yehudah e Simone/Shimon, nella narrazione biblica due dei figli di Giacobbe, fondatori di due delle dodici Tribù di Israele; infine, il nome stesso di Gesù, Yehoshua, il biblico Joshua/Giosuè, successore di Mosè, che condusse il suo popolo fuori dal deserto, al di là del Giordano, nella Terra d'Israele. È un po' come chiamare una sfilza di figli Washington, Jefferson, Hamilton, Franklin, Lincoln: i nomi stessi trasmettono una stretta identificazione con il passato fondamentale della nazione.
  4. Vien quasi da piangere per quanto sia disperata questa affermazione. La speranza è l'ultima a morire, è proprio il caso di dirlo. Povero Gesù, quante illusioni infrante...