Il significato della vita/La domanda

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La serenata, di Federico Andreotti (XX sec.)
Indice del libro

Come gestire la domanda sul senso della vita?Modifica

La questione del significato della vita ha senso?Modifica

La domanda "Qual è il significato della vita?" è stata al centro dell'interesse da quando è fiorita la capacità degli esseri umani di porre domande filosofiche. Questa è una delle domande più famose in filosofia. Molti grandi filosofi ci hanno pensato e ripensato, e hanno risposto secondo le loro visioni del mondo o della vita. Tuttavia, nessuno ha ancora raggiunto una risposta assolutamente soddisfacente. Nel mio studio suggerirò una soluzione al carattere insolubile di questa domanda. Potrebbe essere perlomeno un piccolo balzo in avanti o un semplice salto sullo stesso punto. Ma penso che sia il primo caso. Vedremo...

Per chiarire l'argomento, dovremmo analizzare la domanda: prima di tutto, secondo la struttura grammaticale di questa domanda e poi secondo la sua natura in lingua francese (seguendo Luc Ferry). Voglio affermare che questa non è una domanda che può essere analizzata dalla grammatica o dalla semantica di qualsiasi lingua. Sarebbe un errore trattare la questione in entrambi i modi.

Il ben noto approccio grammaticale appartiene a Ludwig Wittgenstein. Egli pensa che non è possibile chiedersi qual è il significato della vita, nello stesso modo in cui ci si chiede il significato della parola "cetriolo". Per Wittgenstein, chiunque si chieda il "senso della vita" deve trovarsi in uno stato di fraintendimento causato dalla struttura del linguaggio.[1] Il nostro linguaggio ci permette di porre questa domanda e la domanda implica il presupposto che ci sia una risposta. Secondo il suo punto di vista, non ci può essere una risposta perché la domanda è spuria, falsa, quindi non esiste una domanda significativa del tipo "Qual è il significato della vita?" Evidentemente questa spiegazione non sembra risolvere la questione in gioco, ma il suo punto è valido e importante, perché il concetto di significato ha un legame molto forte con il linguaggio. Nel suo libro Man Made God: The Meaning of Life, Ferry affronta la struttura della domanda nella sua lingua madre, il francese.[2] La sua prima domanda è sul significato del significato:

« Oddly, the formula that comes to mind is, “Now what could that mean?” [In French, this is literally, “want to say” (veut dire) – Trans.] This is a curious way of putting things, for if such is the case, it is difficult to seek a priori what the will is doing here. Why not just be content to ask, “What does this word say?” Isn’t this question sufficient to obtain the wished-for information? Why “wanting,” which in this case entails the intention of a subject? Is the underlying presence of a person, an ego, essentially tied to the very idea of meaning that we cannot do without it in even such a banal question? »
(Ferry, loc. cit., pp. 15-16)

La domanda, se analizzata in francese, non è "cosa significa la vita" ma è "cosa vuol dire la vita"; implica qualcuno che ha qualcosa da dire, colui che ha un'intenzione, che "vuole". Ferry pensa che includere "l'intenzione di un soggetto" nelle questioni di significato sia inutile, ma ammette che non c'è modo di sfuggirvi. A mio avviso, questo risultato chiarisce il punto che se si prende la questione del significato della vita secondo un dato linguaggio, si può essere fuorviati.

Pertanto, quando si analizza la questione del significato della vita, non solo la grammatica ha effetti sulla formazione di tale domanda, ma anche lingue diverse hanno implicazioni diverse. Possiamo negare la significatività della domanda come fece Wittgenstein, oppure possiamo scegliere di seguire una nuova strategia per analizzarla. Gli esseri umani hanno posto molte domande sull'esistenza, il suo valore o le sue ragioni, la nostra unicità o il vuoto di tutte le nostre lotte, i nostri sforzi esistenziali. Come nuova strategia, possiamo impegnarci ad analizzare queste domande per identificare quelle più correlate alla domanda sul significato della vita.

Le domande correlateModifica

La radice delle questioni sul senso della vita risiede nella domanda: "Perché c'è qualcosa piuttosto che niente?" Questa domanda non riguarda la nostra esistenza come esseri viventi, perché anche se non esistessero esseri viventi, questa sarebbe comunque una domanda valida. Pertanto, la questione basilare ha un'area di interesse più ampia rispetto alla domanda sul significato della vita.

Anche le domande che ci poniamo sulle ragioni del nostro essere e sul nostro scopo di essere sono legate alla domanda sul significato della vita. Queste domande sono scelte da The Big Questions[3] di Solomon e Higgins, Think[4] di Simon Blackburn e What’s It All About? Philosophy and the Meaning of Life[5] di Julian Baggini. Le domande che credo siano collegate alla questione del significato della vita possono essere elencate come segue:

  • Perché siamo qui? Per che cosa siamo qui? In queste domande cerchiamo lo scopo del nostro essere, non come individui ma per l'intera umanità. Ma la domanda sul significato della vita riguarda molto di più la vita in un senso più personificato, quindi dobbiamo stare attenti. Non sto dicendo che ogni persona ha il suo significato personale nella vita e che il significato della vita sia totalmente soggettivo. Tuttavia, la questione del significato della vita non riguarda lo scopo dell'esistenza per tutti gli esseri umani.
  • Qual è il senso della vita? Penso che la questione del senso della vita sia un passo verso un argomento più specifico rispetto alle domande generali sull'esistenza umana. Nella ricerca del senso della vita ci sono elementi personali ed elementi in relazione con tutti gli esseri umani. La possibile risposta a questa domanda è relativa agli esseri umani in particolare e anche in generale. Quando chiedo "Qual è il significato della vita?" anche la mia vita è inclusa nell'argomento, perché la risposta sarà direttamente correlata alla mia vita. D'altra parte, se c'è anche una sola persona per la quale esiste una risposta soddisfacente, allora anche altre vite saranno coinvolte.

Mentre si esaminano possibili questioni sul significato della vita, due domande correlate devono essere affrontate in modo diverso. Queste sono:

Qual è l'importanza della vita?
Qual è il valore della vita?

Ma prima di analizzare queste due domande, consideriamo le seguenti per vedere se possono essere correlate alla domanda sul significato della vita. Ci sono altri due tipi di domande:

  • Qual è la ragione del vivere? Per quale motivo stiamo vivendo? Con questo tipo di domande ci si interroga sulla ragione del nostro essere e della nostra vita. La risposta sta nel sistema di valori della persona; per un credente ebreo o cristiano, si vive per adorare Dio e la propria vita è dedicata ad operare affinché si possa avere una ricompensa nel Mondo a venire. Allo stesso modo, anche per un ateo o un nichilista, la ragione del proprio essere e della propria vita si basa sui propri sistemi di valori. Penso che questo tipo di domande, che si interrogano sulle ragioni di vita, possano essere inserite nelle questioni sul valore della vita. Non devono necessariamente essere considerate separate, perché qualsiasi risposta sarà sicuramente correlata al sistema di valori della persona.
  • Qual è lo scopo della vita? Qual è lo scopo della propria vita? Le domande sullo scopo possono essere considerate necessarie quando si esamina il significato della vita. Una vita significativa non può essere una vita che non porta a nulla, priva di scopo; una vita senza uno scopo sarebbe vuota, solo una perdita di tempo. Ma uno scopo, deciso da Dio o da te, è un prodotto del tuo sistema di valori e quindi questa è un'altra domanda che deve essere presa in relazione alle domande sul valore della vita.

In breve, ci possono essere altre mille domande, che chiedono ragione, scopo, importanza e valore della vita e sarebbero comunque tutte sotto i titoli sopra elencati. E, cosa più importante, penso che le domande su significato e valore siano lasciate come le uniche domande più correlate sul significato della vita.

Trovo le domande su valore e significato molto importanti e centrali per il senso della vita. La mia vita, per avere un significato, deve essere preziosa e significativa. Questo è il mio punto di partenza. A mio avviso, mentre mi interrogo sul senso della vita, esamino queste due condizioni, vale a dire il valore e l'importanza; sono le condizioni necessarie di una vita significativa. Nella Sezione successiva, discuterò l'affidabilità di questa mia opinione.

Condizioni necessarie del significatoModifica

 
La piramide dei bisogni di Maslow

Quando una persona pensa che la sua vita abbia un valore, significa che sta vivendo secondo un sistema di valori personale, comunitario, culturale o religioso; vive la sua vita nel modo che ritiene prezioso. Modella la sua vita dal punto di vista del suo sistema di valori. Poiché la vita consiste di esperienze, scelte, scopi, credenze e pensieri di una persona, è ovvio che una delle forze trainanti che governa la sua vita è il sistema di valori che possiede. Quando osserviamo la teoria dei Livelli dei Bisogni di Maslow (La piramide di Maslow), i primi due passaggi sono legati al nostro animalismo (la nostra natura animale), che è definito come "Enjoyment of vigorous health and physical drives" (= Godimento di salute e pulsioni fisiche vigorose).[6] Pertanto, dobbiamo prima soddisfare i bisogni fisiologici e di sicurezza, ma in seguito la forza trainante delle nostre vite non sarà la nostra natura animale bensì i nostri sistemi di valori. In altre parole, scegliamo di vivere secondo ciò che riteniamo prezioso.

Si può obiettare che non tutti sono guidati da un sistema di valori; alcolisti o tossicodipendenti agiscono contro i loro sistemi di valori e accettano che il loro comportamento sia privo di valore. Ma la loro accettazione non è forse una conferma della nostra ipotesi? Proprio perché la loro vita non è coerente con i loro sistemi di valori, accettano che la loro vita non valga niente o abbia poco valore. Questo, ovviamente, se non lodano l'essere un alcolista o un tossicodipendente.

Il sistema di valori di una persona può superare anche il suo animalismo e il suo istinto di sopravvivenza. Le persone possono scegliere il suicidio quando il loro sistema di valori non è coerente con ciò che sperimentano nella loro vita. Jean Améry era un intellettuale ebreo che aveva vissuto internato ad Auschwitz. Myers ha scritto quanto segue sulle esperienze di Améry:

« In the material security of our daily lives, we are unaware just how much we trust others to grant us life, and if not to ease our suffering at least not to cause it. But the victim of torture, the survivor of Auschwitz, has lost that trust forever. "Whoever was tortured, stays tortured," Améry concludes. »
(D.G. Myers, "Jean Améry: A Biographical Introduction"[7])

Améry, dopo più di trent'anni della sua sopravvivenza, si è suicidato nel 1978. Ovviamente, non è riuscito a trovare nessun sistema di valori che potesse spiegare le ragioni di Auschwitz o nessuna garanzia che sia stato un evento unico e che non accadrà mai più. Probabilmente, Améry non è riuscito a trovare nulla per sanare le sue ferite; ciò che aveva vissuto lo aveva segnato così profondamente da non potersene liberare. Non si suicidò quando era prigioniero nel campo, ma dopo la salvezza deve aver sentito che continuare a vivere era peggio di Auschwitz. Stessa cosa è accaduta a Primo Levi, scampato a Auschwitz e morto a Torino nel 1987.[8]

Esempi di come consideriamo i nostri sistemi di valori. Il sistema di valori di una persona è superiore al suo istinto di sopravvivenza, conclusione che Maslow difficilmente accetterebbe, come ha infatti affermato in una lettera a Frankl, dopo che le notevoli opere di Frankl sulla necessità di un significato nella vita sono state ampiamente accettate.[9]

Da un lato della medaglia abbiamo la condizione del valore, dall'altro la condizione del significato. Qual è il significato della mia vita? Qual è il significato della mia vita nella totalità di tutte le vite?

Perché una vita abbia un significato, abbiamo bisogno di valori che possano guidare le nostre convinzioni, scelte, pensieri e scopi, accompagnati dal significato della nostra vita. Il valore è l'aspetto della potenzialità di ogni movimento concreto, è il motivo dietro l'attualizzazione di una vita progettata nella mente. Pertanto, il significato si trova nel lato dell'attualizzazione. Il modo in cui vivi la tua vita può rendere la tua vita significativa o insignificante. Puoi decidere una mossa, che è perfettamente coerente con il tuo sistema di valori, ma senza l'attualizzazione di quella mossa non ci sarà possibilità di creare significato.

Ma qui c'è un problema: dovrei accettare come significativa qualsiasi vita vissuta secondo un sistema di valori? Il significato non è una qualità facilmente ottenibile. Perché una vita sia significativa deve avere un effetto sul suo ambiente, sulla vita materiale e mentale degli altri. Deve lasciare i suoi segni sulle persone, sulla vita degli altri.

Una domanda fondamentale è: quanto cambiamento nella vita degli altri sarà sufficiente per rendere significativa la vita di una persona? Come posso misurare i cambiamenti che produrrebbero significato? Penso che la cultura popolare di oggi sopravvaluti il significato delle semplici azioni. È possibile fornire milioni di esempi tratti da film, letteratura o libri descritti come "di ispirazione", per lo più classificati sotto il titolo di "sviluppo personale". La famosissima storia scritta da Loren Eiseley è uno di tali esempi. È nota come "The Starfish Story", dove c'è un ragazzo sulla spiaggia che raccoglie qualcosa da terra e lo lancia nell'oceano. Più tardi si scopre che stava salvando le stelle marine dalla marea, perché inevitabilmente sarebbero morte, ma ce ne sono centinaia sulla spiaggia. Un vecchio, vedendolo, gli dice: "Figliolo, ma non ti rendi conto che ci sono miglia e miglia di spiaggia e centinaia di stelle marine? Non puoi far differenza!" Il ragazzo capisce il punto del vecchio, ma getta un'altra stella marina in mare e dice al vecchio: "Ho fatto almeno la differenza per quella".[10] Ma il giorno dopo la visita di questo ragazzo alla spiaggia, le stelle marine faranno la stessa fine ed è chiaro che le stelle marine sopravvissute non sapevano di vivere un giorno in più, grazie al ragazzo.

La storia di Eiseley viene ulteriormente sviluppata in un suo libro, scritto poco prima di morire. Descrive il narratore che cammina lungo la spiaggia una mattina presto nel crepuscolo prima dell'alba, quando vede un uomo che raccoglie una stella marina dalla sabbia e la getta in mare. Il narratore è attento e cortese, ma scettico: ha visto molti "collezionisti" sulla spiaggia uccidere innumerevoli creature marine per prendersi le loro conchiglie...

« In a pool of sand and silt a starfish had thrust its arms up stiffly and was holding its body away from the stifling mud.

"It's still alive," I ventured.

"Yes," he said, and with a quick yet gentle movement he picked up the star and spun it over my head and far out into the sea. It sunk in a burst of spume, and the waters roared once more.

..."There are not many who come this far," I said, groping in a sudden embarrassment for words. "Do you collect?"

"Only like this," he said softly, gesturing amidst the wreckage of the shore. "And only for the living." He stooped again, oblivious of my curiosity, and skipped another star neatly across the water. "The stars," he said, "throw well. One can help them."

..."I do not collect," I said uncomfortably, the wind beating at my garments. "Neither the living nor the dead. I gave it up a long time ago. Death is the only successful collector." »
(The Star Thrower, p. 172)

Successivamente, dopo alcune riflessioni sui nostri rapporti con gli altri animali e con l'universo, il narratore torna sulla spiaggia:

« ..."On a point of land, I found the star thrower...I spoke once briefly. "I understand," I said. "Call me another thrower." Only then I allowed myself to think, He is not alone any longer. After us, there will be others... Perhaps far outward on the rim of space a genuine star was similarly seized and flung... For a moment, we cast on an infinite beach together beside an unknown hurler of suns... We had lost our way, I thought, but we had kept, some of us, the memory of the perfect circle of compassion from life to death and back to life again." »
(The Star Thrower, p.181)

Owen Flanagan, un noto filosofo della filosofia della mente che è anche noto per essere un materialista, ha affrontato la questione del significato della vita nel suo libro, The Really Hard Problem: Meaning in a Material World.[11] Ma ho trovato il suo approccio al problema proprio come l'idea nella storia di Eiseley. Flanagan ha seguito la stessa strada e ha scritto nel suo libro che anche essere esistito fa la differenza:

« Even if I am an animal, even if at the end of the day I am dead and gone for good, I still make a difference, good or bad. Why? Because I exist. Each existing thing makes a difference to how things go — a small difference, but a difference. It would be nice to know, given that I care, how to contribute a bit to the accumulation of good effects, or ones I hope will be positive. »
(Owen Flanagan, op. cit., p. 3)

La "differenza" di Flanagan è un concetto vago e sfocato; quello che preferisco usare al posto della "differenza" è il "cambiamento" come criterio che rende significative le azioni di una persona. Ad ogni modo, per Flanagan è possibile accettare che la mia vita sia significativa perché semplicemente esisto. È abbastanza, però? Ci possono essere persone le cui vite non possono essere accettate come significative sebbene esistano?

Vite a effetto zeroModifica

Le persone che vivono in coerenza con un sistema di valori, ma le cui vite sono totalmente prive di significato, vivono vite a "effetto zero". Nel seguente esperimento mentale cerco di mostrare la possibilità di tale tipo di vita. Cosa succederebbe e scambiassi il Sig. A con il Sig. B in modo che il Sig. A viva la vita del Sig. B e viceversa, e alla fine scoprissi che nessuno si è reso conto della differenza? Sia il Sig. A che il Sig. B lavorano in una fabbrica davanti a un nastro trasportatore e serrano i dadi delle ruote delle auto, poi vanno a casa, mangiano, guardano la televisione, vanno a dormire per essere pronti a serrare altri dadi domani. Non hanno famiglie né amici, lavorano in una fabbrica con alcune centinaia di migliaia di lavoratori, non attirano l'attenzione di altre persone pur lavorando fianco a fianco in una catena di montaggio. Questa è una situazione a cui chiunque può pensare: nascere, crescere, lavorare e infine morire. In questo tipo di vite, vivere la vita del Sig. A o del Sig. B non crea la minima differenza per se stessi e per gli altri; tutto sarà completamente uguale a prima di essere scambiati. Quindi queste due vite sono le possibili vite a "effetto zero". Pertanto, questo tipo di vita è privo di significato e quindi è assolutamente senza senso, ma le persone che vivono queste vite esistono. Flanagan crede che la nostra esistenza sia creatrice di differenza e renda le nostre vite significative, ma come constatiamo, l'esistenza del Sig. A e del Sig. B fa differenza solo per le ruote e per i dadi, perché la loro esistenza non ha significato. Tutto sarà lo stesso, che esistano o meno.

Per una migliore comprensione, possiamo usare il linguaggio dei mondi possibili. In MA vive il Sig. A e in MB vive il Sig. B. Abbiamo inserito il Sig. A nel mondo del Sig. B e viceversa. Non si osserva un singolo cambiamento in MA e MB. Questi tipi di vite dovrebbero quindi essere accettati come vite a effetto zero.

Un'altra obiezione può venire in riferimento all'"effetto farfalla", per cui "una farfalla che sbatte le ali in Argentina potrebbe provocare un maremoto in Asia"[12] il che significa che una piccola azione si traduce in una catena di azioni che termina con una conseguenza catastrofica. Questo punto di vista supporta l'ipotesi di Flanagan secondo cui qualsiasi esistenza è una fonte di differenza, piccola o meno, quindi qualsiasi essere soddisfa la condizione di significato.

Prendiamo il Sig. Eterozigote, un uomo molto comune, per svolgere un ruolo nel mio esperimento mentale. Immaginiamo che sia morto e sia andato alla corte divina. Lì ha incontrato un angelo ufficiale e vuole imparare cosa rende la sua vita significativa. Seguendo le parole di Flanagan, il Sig. Eterozigote chiede quale sia la differenza che egli ha apportato nella vita. L'angelo ufficiale gli dice che una volta Eterozigote aveva piantato una margherita nel suo giardino e che Bill Gates era un bambino nel suo stesso quartiere. Bill aveva visto questa margherita e l'aveva adorata. Dopo molti anni Bill divenne il genio del secolo e fondò l'impero Microsoft. Il Sig. Eterozigote guarda direttamente negli occhi l'angelo e chiede con stupore: "Allora la mia margherita ha fatto la differenza per chi è diventato Bill Gates?" "No", risponde l'angelo, "ma se tu non fossi tu, ci sarebbe un papavero in quel punto."

Siamo alla ricerca di un cambiamento che conti, non di un'esistenza passiva. La misura di questo non è così complessa; se la tua vita non è sostituibile con un'altra vita, per quanto riguarda l'effetto che produci, allora la condizione di significato è soddisfatta. È ovvio che ci troviamo di fronte a una difficoltà sul grado di cambiamento. Flanagan accetta qualsiasi tipo di differenza come se l'esistenza di qualcuno fosse una fonte naturale di cambiamento nell'ambiente, ma non sono d'accordo con lui. Non è accettabile per me pensare che la vita di qualcuno sia significativa perché esisteva. Il significato della vita di una persona ha bisogno di più della sua semplice esistenza.

King, Hicks, Krull e Del Gaiso hanno menzionato nel loro lavoro che "le vite possono essere vissute come significative quando si sente che hanno un significato al di là del banale o del momentaneo..."[13] Pertanto, secondo questi autori, affinché una vita abbia un significato, deve avere un effetto "al di là del banale o del momentaneo". Il mio esperimento mentale margherita-papavero riguarda un significato banale. E come affermato nel recente lavoro di King et al., se il significato della mia vita deve andare "oltre il momentaneo", allora non può essere il risultato di esperienze in momenti molto brevi.

Penso che ci sia un punto soglia dell'effetto che produce un cambiamento notevole; questo deve essere superato per accettare una vita come significativa. Non credo sia possibile definire esattamente cosa è, ma ho definito cosa non deve essere. Abbiamo bisogno di un cambiamento che influisca permanentemente sulla vita degli altri.

Quando c'è valore ma nessun significato e viceversaModifica

 
Statua di Siddharta Gautama (Buddha), raffigurato come bodhisattva, conservata in Pakistan

Ci siamo resi conto che il senso della vita ha due condizioni: valore e significato. Ma dobbiamo risolvere il conflitto causato da due casi diversi: ci sono vite significative con sistemi di valori opposti, e ci sono vite che sembrano appoggiarsi a un sistema di valori ma sono prive di significato.

Sia i credenti in Dio o in altri esseri spirituali trascendentali, sia gli atei possono vivere vite significative. Penso che questo infastidisca soprattutto i credenti perché pensano che credere in Dio sia la condizione necessaria per una vita significativa, ma non sembra esser così. In effetti, contrariamente a quanto pensano i teisti, gli atei hanno i propri sistemi di valori, ad esempio l'umanesimo, sistema di valori che non ha bisogno di essere correlato a Dio. La ragione per avere un senso nella vita nonostante sistemi di valori opposti, sta nella condizione del significato. Sia un teista che un ateo possono avere valore e importanza nelle rispettive vite e, infine, un significato.

D'altra parte, perché non basta avere un sistema di valori e vivere secondo tale sistema, e prima o poi far emergere una vita significativa da questa formula? Il mondo è pieno di religioni e in una singola religione è possibile trovare centinaia di diverse scuole di pensiero. Scegline uno, sii un credente devoto, vivi una vita secondo ciò che ci si aspetta da te, prega, festeggia, ecc. — ma la tua vita può comunque essere priva di senso. Il libro di Herman Hesse, Siddartha, ne è un meraviglioso esempio.[14] Siddartha, figlio di un uomo ricco e nobile in India va a vivere coi Samana. I Samana sono monaci indù che dedicano la loro vita all'adorazione e stanno lontani dalle delizie mondane, sono asceti. Dopo alcuni anni, Siddartha progredisce straordinariamente nei rituali dei Samana. Ma un giorno chiede all'amico Govinda: "Cosa succede adesso Govinda, siamo forse sulla strada giusta? Possiamo avvicinarci all'illuminazione? Possiamo avvicinarci alla salvezza? O forse viviamo in un cerchio, noi, che abbiamo pensato di sfuggire al ciclo?"[15] Questo ci dimostra che una vita con un sistema di valori non è mai abbastanza per una vita significativa, perché se il modo in cui vivi la tua vita non produce nessun significato anche nella tua propria vita, allora la tua vita è priva di significato.

Un altro esempio può essere la vita di un'attivista della PETA (People for Ethical Treatment of Animals). Miss Peta combatte per la vita degli animali usati per le pellicce. Tali animali vengono elettroshockati, annegati, bastonati e spesso scuoiati vivi e lasciati morire. L'85% delle pellicce proviene dalla Cina; i lotti comprendono anche pellicce di cani e gatti. Nessun sistema di valori, se non quello cartesiano che pensa che gli animali siano automi, può sopportare tale crudeltà e trovarci un valore. Ma come riportato, "in Cina le scorte di visoni, volpi, procioni e cani vengono stimate oltre i 70 milioni di capi nel 2010, rispetto ai 55 milioni dell'anno precedente a causa della ripresa dell'industria delle pellicce". Il valore del mercato del commercio di pellicce era $3,6 miliardi ed è stato stimato in $1,3 miliardi per il 2009, in veloce crescita futura.[16] È un mercato che fa così tanti soldi che nessuno si preoccupa di salvare vite di animali. Quindi la vita di Miss Peta può essere coerente con un ramo dell'umanesimo che si prende cura dei diritti degli animali e soddisfa la condizione di valore, ma le sue proteste contro il mercato delle pellicce in Cina non verrebbero ascoltate data la grande quantità di denaro che scorre in questo specifico commercio. Nulla cambierà. La vita di Miss Peta non è significativa secondo la condizione del significato, sebbene sia coerente con il sistema di valori dei diritti degli animali.

Ritengo che il punto a cui siamo giunti abbia un'importanza notevole: puoi vivere secondo un sistema di valori, ma se la tua vita non ha significato, non puoi evitare di scivolare nell'insensatezza. Ma la maggior parte di noi pensa che seguire qualsiasi sistema di valori religioso o secolare sia sufficiente per una vita significativa. Tendiamo a pensare che il significato della vita sia insito nei sistemi di valori e verrebbe assorbito immediatamente dalla nostra mente.

In sintesi, affermo che le condizioni necessarie per una vita significativa sono valore e senso/significato. Il nostro sistema di valori è il risultato della nostra cultura, religione, tendenze genetiche (ad esempio una visione del mondo ottimista) e molti altri fattori. Abbiamo convinzioni e scopi prodotti dai nostri sistemi di valori. Pertanto, quando seguiamo i nostri scopi o viviamo secondo le nostre convinzioni, realizziamo il nostro sistema di valori. Quindi, il modo in cui viviamo le nostre vite può rendere le nostre vite significative altrimenti le nostre azioni si tradurranno in vite a effetto zero e, di conseguenza, le nostre vite saranno insignificanti. Queste condizioni sono collegate tra loro, perché sarebbe irrazionale pensare di accettare un sistema di valori ma nessuna delle proprie azioni si realizza secondo tale sistema. Ad esempio, sarebbe ridicolo comportarsi come un cristiano devoto sebbene tu sia un ebreo rispetto al tuo sistema di valori. Quando analizziamo una vita per vedere se è una vita significativa, dobbiamo analizzare il suo sistema di valori e il significato che porta.

Ma che dire della felicità o, soprattutto, dell'eudaimonia?Modifica

La maggior parte di noi pensa che la vita debba mirare solo a una felicità duratura e una vita felice deve essere una vita significativa. Ma perché una vita felice deve necessariamente essere una vita significativa? Ovviamente, la felicità è una conseguenza desiderabile, tutti vogliono essere in uno stato di felicità continua, ma ciò non implica che solo vite felici siano vite significative. È possibile accettare una vita come significativa in cui non c'è mai stato un momento di felicità. Posso pensare a vite che avevano in sé la felicità fino a quando un evento decisivo non ha cambiato la possibilità di essere felici per il resto della loro esistenza. Ad esempio, dopo aver perso un proprio caro, le persone potrebbero smettere di essere felici, ma possono comunque avere una vita significativa.

Viviamo davvero solo per essere felici? Viviamo per amore del piacere? Flanagan ha introdotto le sue idee sul significato della vita mentre discuteva se il significato fosse possibile in un mondo materialistico, mettendo l'eudaimonia greca (εὐδαιμονία) al centro di una vita che ha un significato.[17] "Eudaimonia" non è solo felicità; è qualcosa di più, e la traduzione più vicina sembra essere "fioritura umana".[18] L'eudaimonia, come l'interpreto io, è un processo verso stati avanzati dell'essere, in cui si mira a raggiungere un sé perfetto.

Soprattutto, l'eudaimonia è oggettiva; non deve essere intesa come soggettiva, nel modo in cui intendiamo la felicità. Eudaimonia sembra a Flanagan come l'opzione più alta possibile per una vita significativa. Prima di tutto si tratta di creare un "io" perfetto e in secondo luogo è oggettivo, quindi la sua bontà e applicabilità è valida per tutti noi. Questa visione è quasi un documento di garanzia per il significato della vita:

  1. Stai diventando una persona perfetta.
  2. Sei felice e pieno di piacere.
  3. La vita eudaimonica che hai è oggettivamente valida.
    Pertanto, è una vita buona sia per te che per gli altri...
  4. Chiunque può vivere una vita eudaimonica.

Rispetto i filosofi che pensano che una vita significativa debba essere buona, morale o, in altre parole, debba essere una vita che abbia le qualità positive più desiderate a cui chiunque possa pensare. Rispetto le loro idee, ma francamente le trovo ingenue. Perché pensiamo che un uomo, a capo di un governo comunista e assassino di milioni di suoi oppositori, non abbia vissuto una vita significativa? Qual è il nostro criterio per giudicare che egli abbia vissuto una vita senza significato? Stalin visse una vita secondo ciò che egli credeva essere valido e giusto. Fu una delle più grandi figure del comunismo in Russia; il suo nome è rinomato insieme a Lenin e Trotsky. Quindi non c'è motivo di negare che Stalin abbia vissuto una vita significativa. Immagina te stesso come qualcuno che può vivere una vita in accordo con le proprie convinzioni e valori e raggiungere il massimo successo nei tuoi scopi mentre milioni di tuoi sostenitori ti lodano: la tua mente potrebbe produrre il pensiero "Oh, ma che vita senza senso è mai questa"? La maggior parte di chi mi legge troverà insopportabile l'idea di accettare che Stalin abbia vissuto una vita significativa. Intuitivamente, percepiamo che accettare che la vita di una persona malvagia sia significativa deve essere un enorme difetto nell'analisi del concetto di significatività che sto proponendo. Siamo inclini a pensare che una vita significativa debba includere qualità positive che siano anche oggettivamente valide. Ad esempio, quando ammettiamo che A ha avuto una vita significativa, inevitabilmente accettiamo che A avesse qualità positive nella sua vita, come essere giusto e disponibile verso gli altri o essere un amante dei gatti. Affermo che una vita significativa non deve necessariamente contenere qualità oggettivamente positive in natura, perché attribuire qualità positive al significato della vita è proprio come credere che "chi sbaglia, sbaglia contro di sé..."[19] Perché il significato della vita dovrebbe essere buono in natura e chi sbaglia finisce per soffrire a causa di ciò che ha fatto? Ovviamente, non c'è motivo di credere che i nostri preconcetti siano veri, tranne i nostri sforzi per una società migliore per tutti. Di conseguenza Stalin, bombaroli suicida, crociati o jihadisti, possono vivere vite significative. Anche se non sono contento di ammettere il pensiero che segue, lo trovo inevitabile: le vite malvagie possono avere un significato. Quindi una vita significativa non deve essere per forza morale e benevola. Di conseguenza, il volto opposto dell'eudaimonia buona o piacevole può essere il condurre vite malvagie.

 
fMRI scan dall'alto alla base del cranio umano

Quando i filosofi usano concetti come "felicità", "amore" o "fioritura umana", pensano che questi concetti includano naturalmente la bontà assoluta, ma questo non è un punto di vista realistico. Non so se in futuro si riesca a definire una bontà assoluta, ma sono certo che per ora possiamo solo definire il concetto di bontà secondo i nostri sistemi di valori. I sistemi di valori differiscono a seconda della cultura, della religione, delle variazioni economiche e della tecnologia; quindi anche il concetto di bontà deve differire. Il filosofo canadese Paul Thagard presenta alcune importanti scoperte sulle reazioni che hanno luogo nel cervello per determinate attività. In uno studio, ad alcune persone che avevano riferito di essere innamorate è stata fatta una magnetoencefalografia mentre stavano guardando la fotografia dei loro cari. Secondo i risultati, le stesse aree cerebrali dei soggetti vengono attivate e, come ha affermato Thagard, il fatto che "vedere un partner romantico stimola le aree cerebrali associate alla ricompensa e al piacere spiega perché è così bello innamorarsi".[20] Thagard afferma che tutti i soggetti in esame avevano espresso di essere innamorati e dal loro cervello si capiva che stavano dicendo la verità. E l'amore è considerato intrinsecamente buono dalla maggior parte dei filosofi. Ma per i soggetti nell'esperimento il loro amore può variare, dato che quello a cui pensano quando hanno in mente il concetto di amore può essere totalmente diverso. Penso che nessuno dei concetti di "felicità", "amore" o "fioritura umana", contenga necessariamente una bontà assoluta. Pertanto, non possiamo pensare che l'eudemonia alla fine crei vite oggettivamente buone; può anche portare a vite eudaimoniche che riteniamo malvagie.

In conclusione, eudaimonico non è oggettivo nel senso che è valido per l'eternità o che è al di là del concetto di tempo. Regimi politici, religiosi o laici diversi producono vite eudaimoniche diverse. Molto probabilmente, se potessimo scansionare il cervello di due persone esemplari, scopriremmo che provano davvero soddisfazione e la parte del loro cervello, che è responsabile del "sé fiorente", è molto attiva, ma una di loro può essere Gandhi e l'altra uno può essere Trump.

Significativo ma immoraleModifica

Dalla nostra ricerca sul significato della vita, una potente obiezione nasce da vite esemplari che sono significative per chi le vive ma disastrose per gli altri. Si pensi a Hitler, Trump o Saddam: è possibile che abbiano vissuto o stiano vivendo vite significative? Questa domanda innesca un rifiuto: è inconcepibile accettare che la vita di un dittatore, di un assassino sia significativa. Quindi possiamo dire che la vita di Hitler, Trump o Saddam non sia significativa? Accettare l'affermazione "La vita di Hitler è significativa" è inconcepibile, quindi è vero il contrario? Thagard scrive delle idee, che al momento presente si sono rivelate sbagliate, ma in precedenza, per decenni, il contrario era stato accettato perché allora negare tali idee era inconcepibile.[21] Che negare un'idea sia inconcepibile non può essere considerato un criterio affidabile per la verità. In effetti, dobbiamo accettare che, sebbene le vite dei dittatori siano disastrose per un numero enorme di vittime, questi stessi dittatori possono aver vissuto vite significative.

La vita di Hitler fu coerente con il suo sistema di valori, che aveva presentato chiaramente nel suo libro Mein Kampf (La mia battaglia). Le sue idee sono così cristalline che persino Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, ammette che "il Mein Kampf, in cui Hitler promise esattamente quello che poi fece, non ha tradito nessuno; se puoi dire una cosa su di lui è semplicemente che egli non fu mai un ingannatore".[22] Hitler descrisse i suoi obiettivi e le sue ragioni per credervi, nel suo libro e li seguì sinceramente. E come risultato delle sue azioni, la sua vita ha avuto un significato enorme. Questi due fatti non sono aperti a dibattito. Pertanto, è possibile ammettere che egli abbia vissuto una vita significativa. Voglio sottolineare che "Hitler visse una vita significativa" o "la vita di Hitler fu significativa" sono le affermazioni più importanti di questo mio studio, perché accettando la verità di queste affermazioni libererei l'argomento da preconcetti fuorvianti che affermano che, affinché una vita abbia un significato, deve avere una qualità intrinsecamente "buona".

Raymond Belliotti, nel suo libro What is the Meaning of Human Life?,[23] ha discusso lo stesso argomento. Pensa che la vita di Hitler sia stata abbondantemente significativa:

« Throughout most of his life, he was deeply engaged in projects having wide ranging effects; he had interests, convictions, and purposes that sustained him; he was creative and imaginative; his pursuits yielded many culminations and successes; his activities brought him satisfactions; and he was not bored or disengaged for extended periods... We can imagine Hitler conquering the world, savoring the fruits of his deeds, and hatching new, evil plans. If persuasive, this would show that a meaningful life need not be a morally good or noble one. »
(Belliotti, op. cit., p. 61)

Penso che questo sia un aspetto molto importante di una vita significativa. I filosofi hanno sofferto del pregiudizio che una vita significativa deve essere morale e hanno cercato di dimostrare che essere moralmente buoni deve essere una qualità necessaria per una vita significativa. Ma nel caso di Hitler, alla fine arriviamo a un punto in cui dobbiamo decidere se una vita di azioni malvagie possa essere significativa o meno. Razionalmente, non abbiamo alcun fondamento per respingere l'affermazione che Hitler abbia vissuto una vita significativa.

Sulla natura dell'affermazione di significatoModifica

È possibile affermare che "la vita di X ha senso"? Questa affermazione è possibile solo se la proprietà attribuita a X (cioè la significatività della vita di X) non è relativa o relazionale. Quando diciamo che "i cani sono mammiferi", essere mammiferi non è una proprietà relazionale; i cani saranno mammiferi per qualsiasi osservatore o condizione. Allo stesso modo, quando affermiamo "la vita di X è significativa" e pensiamo che sia vero, stiamo affermando che la vita di X ha senso in ogni condizione e secondo tutti. Perché la vita di X sia significativa in ogni condizione, deve avere un carattere trascendentale; tale carattere deve essere accettato al di sopra delle differenze di cultura, religione o orientamento politico. E la vita di X deve essere significativa nelle condizioni odierne così come nelle condizioni di mille anni prima, ora e dopo. Nel primo Capitolo ho cercato di sottolineare che nessuno ha pronunciato in modo soddisfacente una nozione trascendentale del significato della vita. In effetti, anche i credenti in un essere divino non hanno dato una risposta valida per tutti noi. Per il momento, la significatività della vita sembra dipendere da differenze culturali, atteggiamenti religiosi, cambiamenti nei sistemi di valori o cambiamenti nelle convinzioni personali delle persone. Pertanto, quando affermiamo che la vita di X è significativa, non teniamo conto della sua relazione con la cultura, la religione o un sistema di valori. Per questo motivo, l'affermazione sul significato della vita sembra non avere un carattere monadico, ma deve essere un'affermazione diadica. Questa affermazione diadica ha la forma: "La vita di X è significativa secondo Y".

Quando l'affermazione diadica è accettata quale forma corretta dell'affermazione del significato della vita, come analizziamo le vite di Hitler e di Madre Teresa?

Differenze di significato tra vite differentiModifica

È ovvio che, sebbene abbia dovuto accettare il fatto che Hitler abbia vissuto una vita significativa, sono anche consapevole del fatto che i valori di Hitler non sono coerenti con il mio sistema di valori. Pertanto, devo introdurre una prospettiva migliore. Nella versione monadica (cioè nella forma dell'affermazione "La vita di X è significativa") non c'è enfasi su diversi standard di moralità o bontà. Quindi, quando l'affermazione è monadica, oggettivamente si deve accettare "la vita di Hitler è significativa" o "la vita di Hitler non è significativa"; l'affermazione è vera o falsa. Ma questa non può essere un'affermazione solo vera o falsa, senza riguardo ad altre condizioni. Può essere vero per Goebels, un leader nazista, e non per Primo Levi, che come detto prima aveva trascorso un paio d'anni ad Auschwitz. Pertanto, per Goebels "la vita di Hitler è significativa secondo il sistema di valori nazista ed è una vita significativa a causa dei suoi effetti su milioni di persone e del suo effetto duraturo su storie personali e sulla storia mondiale generale". Ma dal punto di vista di Primo Levi "la vita di Hitler non ha senso secondo il sistema umanistico di valori sebbene la sua vita sia altamente significativa".

Queste due affermazioni sulla vita di Hitler sembrerebbero giuste, ma accettarle entrambe ci fa comunque affrontare un enigma: come potrebbe la vita di Hitler essere significativa e priva di significato allo stesso tempo? Insomma, ha vissuto una vita significativa o no? Se ci concentriamo su come egli abbia vissuto la sua vita, è stata una vita che assomiglia a una vita senza senso? In effetti, quando insisto sul fatto che il concetto di significato della vita contiene intrinsecamente la bontà assoluta, non ho altra scelta che accettare che la vita di Hitler fosse priva di significato. Ma quando ci concentriamo sulla sua esperienza di vita, è difficile credere che una vita senza senso sia come la sua.

Quando dico che "la vita di Hitler è stata significativa", ciò non significa che approvo le sue convinzioni o le sue azioni. Sto semplicemente guardando il concetto di significato della vita da una prospettiva diversa; focalizzo la mia attenzione sull'esperienza.

Quando pensiamo alla vita di Madre Teresa, è ovvio che la sua vita è coerente con tutti i sistemi di valori, persino con quello del nazismo. Quindi è sorprendente che anche idee malvagie come il nazismo possano capire il valore della vita di Madre Teresa. Inoltre ha influenzato molte storie personali e la storia del mondo, il che significa che la sua vita ha un significato. Quindi possiamo affermare che la vita di Madre Teresa è significativa secondo molti sistemi di valori, anche quello del nazismo, e dato il suo significato.

Ma ora devo affrontare un altro problema, dato che mi sono ritrovato con due affermazioni diadiche su due vite esemplari:

  • La vita di Hitler è significativa secondo il sistema di valori nazista (nazismo) ed è una vita significativa a causa del suo effetto su milioni di persone e del suo effetto duraturo sulla storia personale e sulla storia del mondo in generale.
  • La vita di Madre Teresa è significativa secondo molti sistemi di valori compreso il nazismo e secondo il suo significato.

Quindi, secondo i nazisti, la vita di Hitler è significativa proprio come la vita di Madre Teresa. Ma c'è qualche differenza tra queste due vite? Queste affermazioni sono contrastanti? Anche se vogliamo dire che la vita di Madre Teresa è assolutamente significativa e che Hitler ha vissuto una vita orribile e priva di significato, questa non è l'affermazione con cui finiamo. Se queste affermazioni non sono contrastanti, allora dovremmo accettare che ciò che rende significativa la vita di Madre Teresa, rende significativa anche la vita di Hitler.

Inoltre, può esserci una scuola di pensiero che crede che sacrificare la propria vita per gli altri sia assolutamente ridicolo; perciò potrebbero pensare che la vita di Madre Teresa sia priva di senso. Lo stesso può accadere per la vita di Hitler: in futuro, se il neonazismo risorge, tutte le persone in quel momento potrebbero accettare che la sua vita non è solo significativa ma anche importante.

Di conseguenza, non riesco a vedere un modo per rifiutare l'affermazione "Hitler ha vissuto una vita significativa", a meno che non abbiamo il preconcetto che il significato della vita debba contenere la bontà assoluta. Quando affermo che "Hitler ha vissuto una vita significativa", è interessante notare che mi metto nei suoi panni e guardo attraverso il suo sistema di valori ed è inerente al mio giudizio. Non sto guardando dal mio punto di vista, quindi il mio sistema di valori non sarà efficace perché sto ragionando come se stessi guardando attraverso gli occhi di Hitler. Non è come se stessi costruendo empatia: non sono in un processo di comprensione delle sue opinioni o emozioni. Quello che esercito mentalmente è molto più semplice e facile — quando guardo la sua vita, quello che vedo è una vita che è stata vissuta in conformità coi suoi valori e obiettivi, ottenendo successo e soddisfazione nel raggiungere ciò che è determinato come obiettivo. Pertanto, quando affermo che "Hitler ha vissuto una vita significativa", questa affermazione sarà valida e vera da ogni punto di vista.

Sembra che io abbia raggiunto un punto critico che risolverebbe il problema. Fino a questa Sezione ho seguito lo stesso percorso seguito da molti grandi filosofi nella loro ricerca del senso della vita. Mi sono concentrato sul contenuto di una vita per decidere se è significativo o meno. Quindi il contenuto di una vita esemplificativa, la vita di Hitler, ha creato un problema: la vita di Hitler non è significativa secondo l'umanesimo ma accettata altamente significativa nel nazismo. Questo risultato ha creato un alto livello di relativismo; ogni vita può essere significativa per un sistema di valori e non per un altro. Non è un tipo di conclusione a cui volevo arrivare, perché se la mia argomentazione è valida sulle vite a "effetto zero", devono esserci almeno alcune vite prive di significato, perché sappiamo che i succitati Sig. A e Sig. B non sono del tutto fittizi. Tuttavia, secondo il sistema di valori Zız accettato da una tribù in Africa, si ritiene che soprattutto le vite a effetto zero siano altamente significative. Penso che il problema principale dei filosofi che hanno cercato di trovare una risposta alla domanda sul senso della vita, sia affrontare l'argomento dal punto di vista del proprio sistema di valori senza focalizzare la propria attenzione sull'esperienza di una data persona.

Ma quando scelgo un'altra strada, poiché so che non è stata scelta prima, e mi concentro non sul contenuto ma sull'esperienza della persona stessa, posso finire con l'idea di accettare la vita di Hitler e di Madre Teresa come significativa l'una dell'altra senza nessun conflitto. Perché l'"esperienza di una vita significativa" non riguarda il contenuto, ma riguarda l'essere in un certo stato mentale. Solo con tale manovra possiamo risolvere il problema in questione: come riescono persone con sistemi di valori diversi ad avere una vita significativa? Come possono un ateo e un ebreo vivere vite significative? Per l'ebreo il senso della vita è adorare Dio secondo la Torah e per l'ateo qualsiasi tipo di adorazione a una divinità non è altro che ingannare se stessi, e non è possibile a nessuno trovare un significato in nessuna religione perché ogni religione è insensata. Questo è stato il conflitto che ci ha interessato; secondo l'ebreo, un ateo non può vivere una vita significativa, e per un ateo qualsiasi credente di qualsiasi religione cerca il significato della vita dove non riuscirà a trovarlo. Ma ovviamente non c'è motivo per cui l'ebreo A e l'ateo B non possano avere una vita significativa. Perché, sebbene il contenuto della vita dell'ebreo A e dell'ateo B sia diverso, stanno vivendo la stessa esperienza, che è vivere una vita significativa. Pertanto, che io sia un umanista o un nazista o un ebreo o un cristiano, non c'è problema ad accettare che Hitler e Madre Teresa abbiano vissuto vite significative quando ci siamo concentrati sulla loro esperienza di vita.

Da qui in poi, il mio percorso è chiaro. Nel mio studio, vivere una vita significativa significa che stai vivendo un certo tipo di esperienza, uno stato mentale. Quindi, l'affermazione sul significato della vita come struttura diadica è valida solo se stiamo analizzando il contenuto della vita in questione. Ma quando analizziamo l'esperienza e affermiamo che "la vita di X è significativa", abbiamo a che fare con un'affermazione che ha una struttura monadica.

Due nozioni sul significato della vitaModifica

La nostra esperienza di vita è composta dalle nostre convinzioni, idee, scopi e valori che io chiamo il contenuto della vita. Le nostre esperienze mentali o stati mentali sono indipendenti dal contenuto. Uno di noi può scegliere di raccogliere elastici gialli e un altro può scegliere di lavorare nell'organizzazione Medici Senza Frontiere. Non dobbiamo essere filosofi altamente qualificati per ammettere che c'è un divario di valore tra queste due vite quando le confrontiamo in base al loro contenuto. Ma dobbiamo anche ammettere che il raccoglitore di elastici possa trovarsi in uno stato mentale di soddisfazione prodotto dall'impegno attivo in un'attività come lo è un membro di Medici Senza Frontiere.

Se restringiamo il senso di una vita significativa a una vita felice ed eticamente preziosa, ci liberiamo dall'affrontare la vita di Hitler come significativa, perché chiunque studi il contenuto di una vita si troverebbe in lotta con concetti etici. Ma se cambiamo la domanda in "Quale potrebbe essere il significato della vita?", allora dobbiamo ipso facto metterla in relazione con l'etica.

Anche Ferry, nel suo primo libro Man Made God (2002), ha affrontato la domanda "Qual è il senso della vita?" ma in seguito l'ha cambiata e questa volta ha chiesto "Che cos'è la vita buona?" perché una buona vita può essere diversa da una vita piena di significato.[24]

Nel Capitolo successivo, mi concentrerò sul concetto di "vivere-una-vita-significativa" quale sorta di stato mentale composito, e su come la relazione tra le condizioni di significato e di valore interagiscono con tale stato mentale.

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Serie delle interpretazioni e Serie dei sentimenti.
  1. Terry Eagleton, The Meaning of Life, Oxford, Oxford University Press, 2007.
  2. Luc Ferry, Man Made God: The Meaning of Life, The University of Chicago Press, 2002.
  3. Robert C. Solomon e Kathleen Higgins, The Big Questions: A Short Introduction to Philosophy, Cengage Learning, 2010.
  4. Simon Blackburn, Think, Oxford University Press, 2001.
  5. Julian Baggini, What’s It All About? Philosophy and the Meaning of Life, Oxford University Press, 2005.
  6. Cfr. The American Heritage® Dictionary of the English Language, Houghton Mifflin, 2000.
  7. "Nella sicurezza materiale della nostra vita quotidiana, non siamo consapevoli di quanto ci fidiamo degli altri per concederci la vita — e se non per alleviare la nostra sofferenza almeno per non causarla. Ma la vittima della tortura, il sopravvisuto di Auschwitz, ha perso per sempre quella fiducia. ‘Chi è stato torturato, rimane torturato’, conclude Améry" (D.G. Myers, "Jean Améry: A Biographical Introduction". In: Kremer, Lillian (cur.) Holocaust Literature: An Encyclopedia of Writers and Their Work, 2002). Si veda anche il mio Interpretazione e scrittura dell'Olocausto, 2020.
  8. Cfr. anche Shoah e identità ebraica, 2021.
  9. Viktor Frankl, Man’s Search for Ultimate Meaning, Perseus Publishing, 1997, p. 13.
  10. Loren Eiseley, The Star Thrower, Times Books, 1979.
  11. Owen Flanagan, The Really Hard Problem: Meaning in a Material World, MIT, 2007.
  12. Stephen Guastello, Chaos, Catastrophe, and Human Affairs: Applications of Nonlinear Dynamics to Work, Organizations, and Social Evolution, Lawrence Erlbaum Associates, 1995.
  13. King, L. A., Hicks, J. A., Krull, J., & Del Gaiso, A. (2006). "Positive affect and the experience of meaning in life", Journal of Personality and Social Psychology, 90, p. 182.
  14. Hermann Hesse, Siddhartha, trad. Massimo Mila, Adelphi, 2012.
  15. Hesse, Siddhartha, p.24.
  16. GAIN. (2010). Fur Animals and Products [online]. Beijing: Gain, p. 1. Purtroppo ho avuto accesso solo ai dati registrati nel 2010: è difficilissimo ottenerne di successivi, dato il blocco dei relativi siti, specie dopo l'inizio della pandemia COVID19.
  17. Flanagan, op. cit.
  18. Eudaimonia (greco: εὐδαιμονία; anche eudaemonia o eudemonia) è una parola greca che si traduce letteralmente nello stato o condizione di "fioritura umana", e che è comunemente tradotta come "felicità" o "benessere" e "vita buona". Nelle opere di Aristotele, eudaimonia era il termine per il più alto bene umano nella più antica tradizione greca. Lo scopo della filosofia pratica, compresa l'etica e la filosofia politica, è considerare oltre che sperimentare ciò che eudaimonia è veramente e come può essere raggiunta. È quindi un concetto centrale nell'etica aristotelica e nella successiva filosofia ellenistica, insieme ai termini aretē (il più delle volte tradotto come "virtù" o "eccellenza") e phronesis ("saggezza pratica o etica"). Cfr. Rosalind Hursthouse, "Virtue Ethics", Standford Encyclopedia of Philosophy, 2003: "But although modern virtue ethics does not have to take the form known as «neo-Aristotelian», almost any modern version still shows that its roots are in ancient Greek philosophy by the employment of three concepts derived from it. These are areté (excellence or virtue) phronesis (practical or moral wisdom) and eudaimonia (usually translated as happiness or flourishing.) As modern virtue ethics has grown and more people have become familiar with its literature, the understanding of these terms has increased, but it is still the case that readers familiar only with modern philosophy tend to misinterpret them."
  19. Marco Aurelio, Colloqui con sé stesso, IX:4.
  20. Paul Thagard, The Brain and The Meaning of Life, Princeton University Press, 2010, p. 153.
  21. Thaggard, op. cit.
  22. Ferdinando Camon, Conversations with Primo Levi, The Marlboro Press, 1989, p. 37.
  23. Raymond Belliotti, What Is The Meaning of Human Life?, Rodopi B.V., 1994.
  24. Si veda Luc Ferry, Qu’est-ce qu’une vie reussie?, Editions Grasset & Fasquelle, 2002.