Platone: istruzioni per il mondo delle idee/Cratilo

Cratilo: Platone contro l'omologazione del linguaggioModifica

 
La scuola di Democrito in un dipinto di François-André Vincent

Il Cratilo di Platone

Il Cratilo di Platone (la cui datazione oscilla tra il 390 e il 370 a.C.) è un dialogo che si può collocare a cavallo tra la fase giovanile e quella della maturità della produzione platonica. Poche opere filosofiche antiche toccano una così grande e straordinaria varietà di temi. Oltre questo, la sezione etimologica pare una sorta di enciclopedia della cultura, tradizioni, usi e costumi greci, ricca di miti, citazioni e allusioni. La tematica sui cui è incentrato il dialogo è quella della correttezza dei nomi. Il fine dell'opera è, infatti, quello di definire l’effettiva relazione nome-cosa e se i nomi siano posti correttamente, rispetto alle cose cui sono stati assegnati. Il testo si sviluppa attraverso il dialogo tra i tre personaggi: Socrate (portavoce di Platone), Ermogene e Cratilo. Quest'ultimo, difende il naturalismo linguistico, sostenuto da Eraclito e da Parmenide, opponendosi ad Ermogene, che invece espone la teoria convenzionalistica, sostenuta dai Sofisti e da Democrito. Socrate invece, porta prima argomenti contro Ermogene (le parole non sono arbitrarie), poi si lancia nella lunga e folle cavalcata etimologica che occupa la porzione centrale del dialogo. Infine, nell’ultima parte, porta argomenti contro Cratilo: studiare il linguaggio non serve a conoscere il mondo.

L'esistenza dell'errore è innegabile: le due tesi cadono in contraddizione

Il problema del falso è uno degli argomenti affrontati da Socrate e Cratilo: poiché l'esistenza dell'errore è innegabile, sia la tesi naturalistica sia quella convenzionalistica cadono in contraddizione. Se il linguaggio fosse il prodotto arbitrario di una convenzione, sia pure concordata, sarebbe sempre esatto; ma l’esistenza dell’errore dimostra che questo non è possibile (posizione convenzionalistica). Se il nome ci fa conoscere immediatamente la natura della cosa, vuol dire che il linguaggio è sempre esatto, e ogni cosa che si dice, per il fatto stesso che si dica, è vera. Ma l’esistenza dell’errore è innegabile: anche seguendo la tesi del naturalismo si cade in contraddizione (posizione naturalistica).

Il nome come proposizione concentrata

Possiamo giungere all'etimologia, al principio del nome stesso, attraverso una successione di parole ed enunciati. I nomi primitivi devono anch’essi rivelare la natura delle cose ma, non potendo essere scomposti in ulteriori elementi, devono farlo in altro modo, cioè per via imitativa, su fenomeni che vengono osservati. Inoltre, secondo Ermogene, ci sono vari gradi di correttezza, per cui certi nomi sono più appropriati, altri meno appropriati, come certi ritratti sono più somiglianti, altri meno somiglianti. Se il nome riproducesse tutti i caratteri dell’oggetto, non si saprebbe quale è il nome e qual è l’oggetto.

La situazione ideale secondo Socrate Per Socrate i nomi tendono alla verità delle cose, e il linguaggio somiglia alla realtà. Questo è un criterio. Il dialogo ci porta dai nomi alle cose: il collante è costituito dalle etimologie. Il linguaggio rappresenta le opinioni del nomoteta, ciò che esso ha elaborato nel momento in cui creava i nomi, talvolta in maniera errata. Socrate sostiene che la capacità dei nomi di denotare le cose derivi dall'uso e la conoscenza non derivi dal linguaggio ma dalle cose stesse. Così, per Socrate (Platone), il linguaggio è uno strumento del pensiero finalizzato alla produzione di parole che abbiano significato.

Platone contro l'omologazione

Ai giorni d'oggi, il fenomeno dell'omologazione (del modo di comportarsi, di vestire, di affrontare le difficoltà e, persino di comunicare) si sta sempre più diffondendo. In altre parole pochi adolescenti scelgono di dedicarsi alla ricerca dell'essenza delle cose e della verità. Sarebbe molto importante, per ognuno di loro, prendere esempio dal modus operandi utilizzato da Platone nel "Cratilo". In quest'ultimo infatti, Socrate (portavoce di Platone) si rivela come "l'educatore per eccellenza": senza l'utilizzo della persuasione, fa si che Cratilo ed Ermogene riscoprano, in completa autonomia, ciascuno la propria verità. Tutto ciò è reso possibile dal dialogo, abitudine che, specialmente tra i giovani, sta scemando. Questo accade principalmente perché essi vivono nella così detta "era delle immagini". In questo "mondo della comunicazione visiva", le immagini stanno lentamente prendendo il posto del linguaggio, proiettandoci quasi esclusivamente verso il senso materiale delle cose: i giovani dell' "era delle immagini", si preoccupano dell'apparire più che dell essere.