Isaac Luria e la preghiera/Capitolo I

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Libro di preghiere cabalistico stampato in Italia, 1803
Primo paragrafo dello Shema Yisrael

CAPITOLO I: Coprirsi gli occhi durante la preghieraModifica

IntroductionModifica

L'usanza di coprirsi gli occhi con la mano destra durante Qeri’at Shema, cioè la recita (qeri’at קריאת - lettura) dello Shema Yisrael (שְׁמַע יִשְׂרָאֵל‎), è diventata una pratica ebraica comune.[1] Il modo in cui è nata questa usanza è l'oggetto di questo mio studio. Poco più di quattrocento anni fa questa usanza sarebbe stata una rarità in qualsiasi sinagoga. Negli ultimi secoli, invece, questa usanza è penetrata in diverse comunità ebraiche in tutto il mondo fino a diventare una pratica universale che gli ebrei svolgono quotidianamente grazie alla personalità mistica e all'influenza di Isaac Luria (1534-1572). Questo wikilibro è un'analisi approfondita dell'usanza di coprirsi gli occhi durante Qeri’at Shema.

La teoria alla base di questo saggio è stata formulata al meglio da Moshe Ḥalamish, uno studioso di Cabala e costumanze lurianiche, che ha spiegato che qualsiasi tentativo di indagare le pratiche e le usanze lurianiche deve affrontare alcune domande fondamentali. La questione pertinente a uno studio sulla tradizione lurianica è fino a che punto Luria abbia creato una nuova pratica o piuttosto preso una posizione di parte, praticando in un certo modo, rispetto a una precedente controversia rabbinica.[2]

Questo saggio inizia tracciando l'abitudine di coprirsi gli occhi, e pratiche simili, nella letteratura rabbinica talmudica e medievale che servì come precursore dell'usanza lurianica. Analizzo quindi la funzione cabalistica di Qeri’at Shema in relazione all'usanza di coprirsi gli occhi con la mano destra come praticata da Isaac Luria. Andrò poi ad esaminare la misura in cui Luria modellò una nuova pratica basata sul suo sistema lurianico della Cabala, o radicò tale pratica nella Cabala cordoveriana. Questa analisi si concluderà poi tracciando la diffusione di questa usanza da Safed alle comunità ebraiche di tutto il mondo.

­ Lo Shema di Rabbi Yehudah HaNasiModifica

Lo Shema è il testo biblico centrale che viene recitato due volte al giorno nei servizi di preghiera ebraici. Il Qeri’at Shema contiene due testi biblici tratti da Deuteronomio 6;11 e uno da Numeri 15. Questi brani, recitati in tale ordine, servono come testi principali per le preghiere del mattino e della sera e sono preceduti e seguiti da passi rabbinici e benedizioni. Questi testi furono recitati come parte di un servizio liturgico nel Secondo Tempio,[3] e all'inizio del III secolo[4] furono codificati per gli ebrei come obblighi religiosi da recitare. Il primo passaggio di Qeri’at Shema – "Ascolta O Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è Uno"[5] – fu interpretato dai primi rabbini come il passo centrale dell'accettazione della sovranità e dell'esclusività di Dio come unico Dio.[6]

Nella Mishnah, così come nel Talmud gerosolimitano e quello babilonese, vennero discusse la corretta postura e le giuste pratiche di una persona mentre recita lo Shema. La discussione più nota è quella tra le Accademie di Hillel e di Shammai, sulla necessità di prostrarsi o stare in piedi mentre si recita tale brano.[7] Allo stesso modo, il Talmud babilonese riporta una storia in cui Rabbi Yehuda HaNasi, il tradizionale compilatore del Mishnah,[8] recitava lo Shema durante l'esecuzione di un'azione specifica. Questa storia è significativa nel rintracciare l'usanza di coprirsi gli occhi durante Qeri’at Shema poiché è la prima prova testuale dell'uso delle mani durante detta preghiera:

ת״ר ׳׳שמע ישראל ה׳ אלקינו ה׳ אחד״ זו ק״ש של ר׳ יהודה הנשיא. א״ל רב לר׳ חייא ׳לא חזינא ליה לרבי דמקבל עליה מלכות שמים.׳אמר ליה ׳בר פחתי בשעה שמעביר ידיו על פניו מקבל עליו עול מלכות שמים
« I nostri rabbini hanno insegnato che "Ascolta O Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è Uno" è la recita dello Shema secondo Rabbi Yehuda il Principe. Rav disse a Rabbi Chiya: "Non ho visto Rebbi (Rabbi Yehuda il Principe) accettare su di sé il giogo del cielo". [Rabbi Chiya] rispose: "Figlio dei grandi! Nel momento in cui [Rabbi Yehuda il Principe] si passò le mani sul viso, accettò la sovranità di Dio". »
(T.B. Brakhot, 13b)

Questa storia dal Talmud babilonese descrive il modo in cui Rabbi Yehuda il Principe recitò lo Shema e attraverso i movimenti delle sue mani trasmise la sua accettazione del giogo del cielo. Le azioni di Rabbi Yehuda sono significative nella ricerca sullo Shema perché le sue azioni vengono successivamente interpretate come la base di varie usanze legate a questa preghiera, inclusa la copertura degli occhi. L'analisi delle azioni di Rabbi Yehuda è radicata nella tradizione rabbinica secondo cui le azioni dei leader religiosi devono essere viste come precedenti per la pratica successiva.

L'usanza di coprirsi gli occhi con la mano destra è emersa dall'usanza di Isaac Luria, come sarà discusso nel secondo capitolo. Le prime usanze medievali di coprirsi gli occhi, inclinare la testa o muovere gli occhi erano praticate mentre si recitava lo Shema molto prima del tempo di Luria. La storia talmudica con Rabbi Yehuda servì da base per alcune di queste usanze medievali legate allo Shema. Un esame di questa storia e del suo sviluppo come base per le usanze legate allo Shema fornirà lo sfondo necessario per un'analisi completa della tradizione lurianica e dell'innovazione di Luria.

Tradizioni GeonicheModifica

w:Acharonimw:Rishonimw:Geonimw:Savoraimw:Amoraimw:Tannaimw:Zugot

Rav Hai Gaon, il capo dell'accademia babilonese di Pumbedita dalla metà del X secolo alla metà dell'XI, spiegò questo passo come segue:

בשעה שמעביר ידיו על גבי עיניו פי' רב האי מפני רבנן שלא יראו עיניו כשהוא מסביבן ומתגנה
« "Nel momento in cui [Rabbi Yehuda] si mise le mani sugli occhi", Rav Hai [spiegò che era] dovuto ai saggi [che egli facesse così], in modo che non vedessero i suoi occhi quando li muoveva e pertanto cadere in disgrazia. »
(Nathan ben Jeḥiel, Sefer ʻArukh ha-­Shalem: ha-­lo Sefer he-­ʻArukh asher bo niḳbetsu ke-­ʻamir gornah kol ha-­milot ha-­ḥamurot ba-­Talmud u-­Midrashim: ṿe-­nisderu ʻa. pi a[lef] b[et] le-­maʻan yaruts ha-­ḳore bo, cur. Alexander Kohut, Gerusalemme: Shiloh, 1969, 181.)

La spiegazione di Rav Hai Gaon si trova nel compendio dell'XI secolo intitolato Ha-Arukh, scritto da Nathan ben Jeḥiel di Roma. Questa spiegazione aggiunge due importanti informazioni a detta storia. In primo luogo, Rav Hai Gaon vide le azioni di Yehuda il Principe nel contesto di una dichiarazione apparsa poche righe prima di questa storia nel Talmud, che descriveva come Rabbi Yirmiya recitava lo Shema. Rabbi Yirmiya era abituato a prolungare la sua recitazione della lettera dalet nello Shema e lo fece di fronte a Rabbi Ḥiya bar Abba. Rabbi Ḥiya gli disse che non è necessario prolungare la lettera:

כיון דאמליכתיה למעלה ולמטה ולארבע רוחות השמים תו לא צריכת.
« Perché se [mentalmente] incoroni [Dio] sopra e sotto, e nelle quattro direzioni dei cieli, non è più necessario [prolungare]. »

Rav Hai Gaon considerava Rabbi Yehuda come se stesse facendo la stessa pratica muovendo gli occhi in tutte e quattro le direzioni come suo modo di accettare su di sé la regalità di Dio. In secondo luogo, questa fonte utilizzò una versione alternativa del testo talmudico che non dice "il suo volto" ma piuttosto "i suoi occhi". Il significato di questo testo alternativo per lo studio della pratica è che se esiste un testo alternativo che utilizza "i suoi occhi", in contrasto con "il suo volto", allora nel Talmud esiste una base molto più forte per coprirsi gli occhi durante lo Shema.

L'edizione critica di Ha-’Arukh della metà del diciannovesimo secolo di Alexander Kohut prendeva nota della variante del testo talmudico qui citato, e Kohut scrisse che l'edizione di Monaco del Talmud e molti altri testi[9] dichiaravano "i suoi occhi", non "il suo volto".[10] Inoltre, Kohut citava l'affermazione di Rav Hai Gaon così come veniva riportata nel Sefer Ha-Eshqol di Abraham ben Isaac di Narbonne, un rabbino provenzale del XII secolo, che afferma:

אבל רב האי גאון כתב וכו' דהא דמעביר ידיו על פניו מפרשי רבנן שלא יראו תלמידיו כשהוא מסביב עיניו לכל הרוחות.
« Tuttavia, Rav Hai Gaon scrisse... che [Yehuda il Principe] si pose le mani sul viso, come spiegarono i saggi, in modo che i suoi studenti non vedessero quando spostava gli occhi in tutte le direzioni.[11] »

Questa fonte non utilizza la versione "occhi" usata da Rav Hai Gaon, ma piuttosto il testo talmudico che afferma "volto" e inoltre omette l'ultima parola della versione di Ha-Arukh, "disonorato" ("caduto in disgrazia"), il che implica che se gli studenti di Yehuda il Principe avessero visto il suo volto, Yehuda il Principe si sarebbe sentito svergognato. Questo estratto dal Sefer Ha-Eshqol utilizzava il testo talmudico con "volto", che lascia un'ambiguità su quale versione del testo Rav Hai Gaon si sia effettivamente basato. L'interpretazione di Rav Hai Gaon della storia consente lo sviluppo di usanze successive per quanto riguarda la copertura del viso o degli occhi, tuttavia, Rav Hai Gaon non citò questa storia come fonte per una qualche usanza specifica nell'XI secolo.

­ Interpretazioni nordafricaneModifica

Rabbenu Ḥananel, un commentatore talmudico tunisino dell'XI secolo, spiegava la pratica di Yehuda il Principe in un contesto diverso da Rav Hai Gaon:

רבי בעת שהיה מעביר ידיו על פניו ורחצם במים היה אומר שמע ישראל ה' אלוקינו ה' אחד ומקבל מלכות שמים עליו.
« Nel momento in cui Rebbi (Rabbi Yehuda il Principe) si passava le mani sul viso e si lavava [il viso] con acqua, diceva: "Ascolta O Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è Uno", e accettava su di sé il giogo del paradiso.[12] »

Il commentario di Rabbenu Ḥananel alla storia in questo brano talmudico colloca probabilmente le azioni di Yehuda il Principe nel quadro di una pratica quotidiana comune di prepararsi per la giornata lavandosi la faccia. L'aggiunta aneddotica di Rabbenu Ḥananel al brano talmudico implica che la pratica di Yehuda il Principe di lavarsi la faccia ogni giorno era accoppiata con la sua accettazione dei comandamenti di Dio e della Sua supremazia in questo mondo. Tuttavia, Rabbenu Ḥananel non approfondì il motivo per cui lavarsi la faccia fosse congiunto con l'accettazione della sovranità di Dio. Inoltre, Rabbenu Ḥananel non suggerì che questa pratica andasse oltre la storia del Talmud e non fa menzione di alcuna pratica simile nell'undicesimo secolo.

Isaac Alfasi, noto con l'acronimo Rif (Rabbi Isaac al-Fasi), era un talmudista e halakhista marocchino dell'XI secolo che studiò sotto Rabbenu Ḥananel nella Yeshivah Kairouan. Il Sefer ha-Halakhot (ספר ההלכות) del Rif, un commentario continuativo e un'opera halakhica sul Talmud babilonese, non menziona passaggi non halakhici, cioè aggadici, nel Talmud. Non sorprende quindi che il Rif non menzionasse la pratica di Yehuda il Principe nel suo commentario. Il Rif, tuttavia, incluse le discussioni talmudiche sull'estensione della lettera dalet nella parola eḥad alla fine dello Shema e se stare in piedi o seduti durante la sua recita. Entrambi questi esempi sono considerati di natura halakhica dal Rif e precedono direttamente la storia talmudica di Rabbi Yehuda il Principe, la cui pratica non è discussa dal Rif. Ancora una volta, l'assenza qui di qualsiasi usanza specifica suggerisce che non ne esistevano nell'Africa settentrionale dell'XI secolo.

Rashi e i TosafistiModifica

Rabbi Shlomo Yitzḥaqi, il saggio talmudico francese della fine dell'XI secolo noto come Rashi, scrisse un commentario talmudico su gran parte del Talmud babilonese. Sul brano di Yehuda il Principe, Rashi scrisse:

שהיה שונה לתלמידיו מקודם זמן ק״ש וכשהגיע הזמן לא ראיתיו מפסיק.
« Yehuda il Principe stava insegnando ai suoi studenti prima del tempo a recitare lo Shema, e quando arrivò il momento giusto, [Rabbi Ḥiya] non lo vide fermarsi [per recitare lo Shema].[13] »

La spiegazione di Rashi della storia colloca Yehuda il Principe all'interno del Beit Midrash, la sala studio. L'interpretazione di Rashi della storia vede la successiva discussione del Talmud in cui Rabbi Ḥiya dichiarava di aver visto Yehuda il Principe passarsi le mani sul viso, come fosse avvenuta nella sala di studio. Questa spiegazione si adatta bene alla continuazione del Talmud in cui il figlio di Rabbi Yehuda, Rabbi Shimon, e lo studente, Bar Kappara, discutevano se Yehuda il Principe avesse recitato l'intero Shema dopo aver completato, presumibilmente, la sua lezione.[14]

La discussione nel Talmud fu tra Bar Kappara, che affermava che Yehuda il Principe non completò lo Shema in seguito, e Rabbi Shimon, che credeva lo avesse completato in seguito. Bar Kappara spiegò che ogni giorno Yehuda il Principe insegnava dell'Esodo dall'Egitto. Pertanto, egli avrebbe adempiuto il suo obbligo di recitare sia lo Shema sia l'Esodo. Bar Kappara chiese a Rabbi Shimon perché Yehuda il Principe avrebbe dovuto insegnare dell'Esodo durante la sua lezione se, "secondo la tua opinione, avrebbe recitato l'intero Shema in seguito, menzionando così l'Esodo due volte?" Rabbi Shimon rispose affermando che Yehudah il Principe insegnò in merito all'Esodo dall'Egitto durante la sua lezione al fine di ricordare l'Esodo al momento giusto, cioè al momento in cui si doveva recitare lo Shema, ma avrebbe comunque recitato l'intero Shema più tardi nella giornata.[15]

Questa discussione, secondo Rashi, colloca l'azione di Yehuda il Principe di passarsi le mani sul viso all'interno del Beit Midrash, e quindi è inconsistente con l'interpretazione della storia da parte di Rabbenu Ḥananel nel contesto del lavarsi la faccia. L'interpretazione di Rashi è simile alla spiegazione del passo da parte di Rav Hai Gaon, sebbene Rashi non abbia utilizzato l’Ha-Arukh di Nathan ben Jeḥiel, dove appaiono gli insegnamenti di Rav Hai Gaon più tardi nella sua vita. Rashi vide la seconda edizione di Ha-Arukh solo dopo aver scritto il suo commentario sul trattato Brakhot,[16] ma Rashi aveva forse accesso ad altri scritti geonici tramite vari manoscritti. Rashi non cita nessuna usanza basata su questo brano, poiché normalmente non lo fa, ma la sua spiegazione in contrasto con quella di Rabbenu Ḥananel, consente la possibilità che l'usanza emersa in seguito fosse radicata in questo passo.

Il Maḥazor Ṿiṭri, un compendio di leggi e costumi relativi alle pratiche liturgiche della Scuola di Rashi e dei Tosafisti, non fa menzione dell'usanza di coprire il proprio viso o gli occhi. L'opera è attribuita a Simḥah ben Samuel (m. 1105), un Tosafista francese. Tuttavia, l'opera è stata modificata molte volte nel corso dei secoli. Maḥazor Ṿiṭri include[17] le pratiche relative all'allungamento di alcune lettere della parola eḥad[18] e al concentrarsi sul primo verso dello Shema.[19] La mancanza di prove per qualsiasi consuetudine di coprirsi il viso o gli occhi nel Maḥazor Ṿiṭri, mentre altri pratiche sono incluse, suggerisce che tale usanza non esisteva nella Francia dell'XI secolo.

MaimonideModifica

  Per approfondire, vedi Serie maimonidea.

Maimonide (1135-1204), il rabbino nato in Spagna nel XII secolo e grande maestro organizzatore della Halakhah (Legge ebraica), non incluse questa usanza nella sua Mishneh Torah. La Mishneh Torah, compendio di Maimonide sulla totalità della Legge ebraica, contiene un capitolo intitolato "Leggi della Recitazione dello Shema", dove delinea le leggi e le pratiche corrette per la sua recitazione. Maimonide scrisse delle varie posizioni corporee proibite o consentite e della concentrazione durante parti dello Shema, ma non menzionò l'usanza di coprirsi gli occhi.[20] Nel compendio del diritto ebraico scritto dal Rif, nemmeno lui menzionò questa usanza, il che potrebbe spiegare perché anche Maimonide non lo includesse.[21] È possibile, tuttavia, che il Rif e Maimonide non mettessero la storia di Rabbi Yehudah nei loro manoscritti del Talmud, poiché non si trova nel manoscritto di Parigi,[22] sebbene ciò sia semplice speculazione.[23] In ogni caso, l'usanza di coprirsi il viso o gli occhi durante la recita dello Shema non era documentata in nessuna opera di fine XII secolo.

AshkenazModifica

 
Ashkenaz[24] viene indicata nella Frigia in questa mappa del 1854 che mostra "The World as known to the Hebrews" (Il Mondo conosciuto agli Ebrei)

Eliezer ben Joel HaLevi, il cui acronimo è Ra’avyah (ראבי״ה), era un rabbino in Germania (Bonn) tra il XII e l'inizio del XIII secolo, autore di Avi HaEzri ((Mio padre è il mio aiuto), un commentario halakhico e talmudico. Sul passo talmudico su Yehuda il Principe, il Ra’avyah spiegava sia il passo stesso sia un'usanza contemporanea legata allo Shema. In primo luogo, spiegò una pratica secondo la quale le persone erano abituate a contemplare le quattro direzioni dei cieli muovendo la testa nelle quattro direzioni per incoronare Dio come re durante il primo versetto dello Shema:

ולכך נהגו לנענע בענין זה בראשו, וצריך להרהר בלבו בכל ענין הזה להמליכהו בקרותו הפסוק ולהרהר שהשם הוא היה הוה ויהיה…
« Pertanto, è consuetudine muovere la testa per questo motivo, e uno deve contemplare nel suo cuore di incoronare Dio come re quando legge questo versetto [dello Shema] e di contemplare che Dio era, è, e sarà. »
(Eliezer ben Joel HaLevi, Sefer Rabiyah[25])

Il Ra’avyah, inoltre, descrisse un'usanza che egli basò sulla storia di Yehuda il Principe:

ומה ששוחה מעט למטה כדי שלא יסתכל הנה והנה ויסיח דעתו, כדאמרי' (אלא) בשעה שמעביר ידיו על עיניו מקבל עליו עול מלכות שמים.
« E per quanto riguarda [l'usanza secondo cui le persone] inclinano leggermente [la testa] verso il basso, è per non guardarsi intorno e perdere la concentrazione, come abbiamo affermato [nel Talmud]: "Nel momento in cui egli (Yehuda il Principe) si passò le mani sugli occhi, accettò su di sé il giogo del cielo.[26] »

L'usanza descritta dal Ra’avyah non riflette la pratica di Yehuda il Principe, ma piuttosto il principio alla sua base. Yehuda il Principe, secondo il Ra’avyah, si coprì gli occhi per concentrarsi sulla regalità di Dio, e allo stesso modo anche gli ebrei inclinano la testa verso il basso per concentrarsi. Sebbene questa non sia l'usanza utilizzata da Luria, questa tradizione segna la prima volta che Yehuda il Principe la usò per una pratica legata allo Shema. Figure rabbiniche successive fonderanno similmente su tale storia le loro usanze legate allo Shema.

Arba’ah TurimModifica

Rabbi Asher ben Jeḥiel (1250-1327), noto come il Rosh, era un rabbino di origine aschenazita che si trasferì in Spagna intorno al 1304.[27] Scrisse un commento al Talmud in cui si riferiva alla storia di Yehuda il Principe. La storia con il commentario di Rabbi Asher non menzionava Yehuda il Principe per nome, ma fornisce la storia nel contesto della contemplazione della regalità di Dio guardando in tutte e quattro le direzioni come suggerito da Rav Ḥai Gaon. Rabbi Asher, tuttavia, rifiutò esplicitamente questa interpretazione della storia e[28] suggerì invece che:

לפי שהיה יושב בתוך הצבור היה מעביר ידיו על עיניו כדי שיוכל לכוין.
« Poiché era seduto in mezzo alla congregazione, si passò le mani sugli occhi per concentrarsi.[29] »

La comprensione della storia da parte di Rabbi Asher rientra nella dichiarazione di Rabbi Meir poche righe prima nel Talmud, dove affermava che la prima riga dello Shema richiede concentrazione.[30] Rabbi Asher, tuttavia, distingueva tra concentrarsi sulla prima riga dello Shema e incoronare Dio muovendo gli occhi in tutte le direzioni. Rifiutò decisamente l'ultima interpretazione dello Shema, quella che implica che la persona che recita lo Shema incorona simbolicamente Dio. Piuttosto, il Rosh favorì l'interpretazione più pragmatica dello Shema, che richiede semplicemente la concentrazione in una stanza con molte persone.[31]

Ebrei ibericiModifica

David ben Joseph Abudarham, il commentatore liturgico spagnolo del XIV secolo e autore del Sefer Abudarham, completato nel 1340 a Siviglia, scrisse ampiamente sullo Shema. Abudarham descrisse l'usanza di incoronare Dio muovendo gli occhi in tutte le direzioni, nonché un'usanza secondo cui alcuni muovono la testa in tutte le direzioni per incoronare Dio durante il primo versetto dello Shema.[32] Abudraham, tuttavia, non fece alcuna menzione di coprire il proprio viso o gli occhi, né citò la storia di Yehudah il Principe. La mancanza di prove testuali per questa usanza nel Sefer Abudraham, che era una raccolta di leggi e costumi, suggerisce che non esisteva tale pratica nella Siviglia di metà XIV secolo. Tuttavia Yaakov ben Asher nel suo Arba’ah Turim, completato nel 1340 Toledo,[33] menzionò questa usanza.

Yaakov (Jacob) ben Asher (1269-1343), nato a Colonia, ma vissuto la maggior parte della sua vita a Toledo, in Spagna, era figlio di Rabbi Asher. È conosciuto come Ba’al ha-Turim per il suo lavoro halakhico Arba’ah Turim. Scrisse:

ויש נוהגין שנותנין ידיהם על פניהם בקריאת פסוק הראשון וראייתם מפ״ב דברכות (יג:) רבי כד הוה מנח ידיה אעיניה הוה קרי לה פ׳ כוונתו שלא יסתכל בדבר אחר שמונעו מלכוין…
« Ci sono quelli che sono abituati a mettere le mani sul viso mentre recitano il primo verso [dello Shema], e il suo testo testimoniale è dal secondo capitolo di Brakhot, "Rabbi [Yehuda HaNasi] metteva le mani sugli occhi quando leggeva [il versetto]". La ragione di ciò era che non voleva guardare nient'altro che potesse disturbare la sua concentrazione.[34] »

Questo estratto dall’Arba’ah Turim è il primo punto in cui viene registrata una reale usanza di coprirsi il volto. La pratica citata dal Ba’al ha-Turim si basa sulla storia del Talmud in cui Yehuda il Principe si copriva gli occhi con le mani allo scopo di concentrarsi. Il Ba’al ha-Turim utilizzò la parola "mettersi" invece di "passarsi" le mani sul viso, che era la parola usata nel Talmud. Questa discrepanza può essere sorta perché l'usanza registrata dal Ba’al ha-Turim è di persone che si mettono le mani sul viso per lo Shema, invece di passarsi solo le mani momentaneamente sul viso, come implicito nel verbo "passare".

Sebbene il Ba’al ha-Turim avesse scritto che l'usanza era di coprirsi il viso, e non specificamente gli occhi, è evidente che sta usando queste parole in modo intercambiabile poiché aveva scritto che il motivo era di "non guardare nient'altro". È interessante notare che sebbene la storia fornita dallArba’ah Turim sia la stessa narrativa delle altre fonti registrate, la lingua e il testo talmudici qui sono molto diversi dagli altri manoscritti talmudici succitati. In tutti gli altri manoscritti la storia è in ebraico, mentre nell’Arba’ah Turim la narrazione è in aramaico. Inoltre questa versione aramaica non compare in nessuna edizione del Talmud gerosolimitano che afferma:

כד תחמיניה יהיב ידיה על אפוהי הוא מקבל עליו עול מלכות שמים
« Quando vedi [Rabbi Yehuda il Principe] mettersi le mani sul viso, egli accetta su di sé il giogo del cielo.[35] »

Non è quindi chiaro quale testo abbia utilizzato il Ba’al ha-Turim per questa sezione. In ogni caso, il Ba’al ha-Turim fu il primo ad attribuire questa storia all'usanza di coprirsi gli occhi durante la recita dello Shema.

Sebbene nessuna consuetudine di coprirsi gli occhi durante la recitazione dello Shema apparisse in alcun testo scritto prima della metà del XIV secolo, è molto probabile che l'usanza fosse eseguita da individui in comunità specifiche, come menzionato nell’Arba’ah Turim. Il riferimento del Ra’avyah all'usanza di inclinare la testa verso il basso per aumentare la concentrazione, sicuramente utilizzò la storia talmudica per consolidare questa usanza, ma non implicava il coprirsi viso o occhi come sarebbe stata la pratica in seguito. La misura in cui l'usanza documentata del Ba’al ha-Turim venisse accettata dalla popolazione è sconosciuta, sebbene probabilmente non fosse molto estesa a causa della mancanza di qualsiasi prova di questa particolare tradizione nel Sefer Abudraham, e inoltre a causa del commento del Ba’al ha-Turim che "ci sono coloro che sono abituati", invece di affermare che "noi siamo abituati", come dichiarato in altri punti della sua opera.

È molto probabile che l'usanza non fosse di origini spagnole. Tale è forse il caso perché non solo l'usanza non era menzionata nel Sefer Abudraham, ma non si trova nemmeno in varie altre opere scritte nella Spagna medievale. Israel ben Joseph Al-Nakawa, un rabbino spagnolo morto martire nel massacro di Toledo del 1391,[36] scrisse Menorat ha-Maor.[37] Menorat ha-Maor, opera di istruzioni etiche e rituali,[38] non faceva menzione dell'usanza. Parimenti, l'usanza non si trova nelle raccolte di costumi provenzali. Rabbenu Yeruḥam (1290-1350 m. Toledo), Rabbi ha-Yarḥi (c.1155-1215 m. Toledo) e Rabbi Zeraḥ (m. 1385, Navarra) nacquero tutti in Provenza e composero opere relative alle tradizioni ebraiche ma non fecero menzione dell'usanza.[39] Questa potrebbe aver avuto origine ad Ashkenaz perché il Ba’al ha-Turim, che era di Ashkenaz, fu l'unico rabbino a documentare l'usanza a metà del XIV secolo.[40]

­ Il MaharilModifica

Si dice che Rabbi Yaakov ben Moshe Levi Moelin, rabbino di Ashkenaz del XIV-XV noto come il Maharil (מהריל‎ – acronimo ebraico di "Nostro Insegnante, il Rabbino, Yaakov Levi"), abbia eseguito la pratica menzionata dall’Arba’ah Turim. Tale pratica eseguita dal Maharil è documentata nel Sefer Maharil, una raccolta di insegnamenti e tradizioni del Maharil riguardanti le feste e la liturgia, composta dallo studente del Maharil, Zalman di St. Goar:

כשאמר מהרי סגל שמע ישראל דקריאת שמע הניח ידו על עיניו וכיסם עד סיום כוונת אחד.
« Quando il Maharil disse: Shema Yisrael di Qeri’at Shema, si pose la mano sugli occhi e li coprì finché non ebbe terminato di concentrarsi sulla parola eḥad.[41] »

L'usanza del Maharil di coprirsi gli occhi durante la recita dello Shema potrebbe essere il primo riferimento a una figura conosciuta che abbia eseguito tale usanza. L’Arba’ah Turim registra che tale usanza fosse in esistenza, tuttavia il Ba’al ha-Turim molto probabilmente non era abituato a coprirsi gli occhi, come spiegato sopra. Il testo afferma che il Maharil si coprì gli occhi con la mano, non con entrambe le mani, forse rendendo questo il primo punto in cui una sola mano veniva usata per coprire gli occhi durante Qeri’at Shema. Ciò, tuttavia, è improbabile a causa degli altri manoscritti registrati nell'edizione critica del Sefer Maharil di Shlomo J. Spitzer che affermano "mani"[42] o semplicemente che si copriva gli occhi[43] senza fare riferimento alle sue mani. Forse, il testo che dice "mano" ha omesso la lettera yud, oppure è stato successivamente modificato al posto dell'usanza lurianica di usare una sola mano. L'usanza citata dall’Arba’ah Turim e praticata dal Maharil, probabilmente non era usata ampiamente in quanto fu registrata come un'usanza unica del Maharil, degna di essere attestata a causa della sua natura eccezionale.

Il Shulkhan ArukhModifica

 
Frontespizio dello Shulkhan Arukh, pubblicato a Venezia nel 1574

Due secoli dopo il completamento dell’Arba’ah Turim, Rabbi Yosef Karo (1488-1575) scrisse il compendio legale della legge ebraica intitolato Shulkhan Arukh, pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1565.[44] Nella sua sezione sulla recitazione dello Shema scrisse:

נוהגין ליתן ידיהם על פניהם בקריאת פסוק ראשון, כדי שלא יסתכל בדבר אחר שמונעו מלכוין.
« Noi siamo abituati a mettere le mani sui nostri volti durante la recita del primo verso [dello Shema], in modo che non si debba guardare qualcos'altro che potrebbe disturbare la nostra concentrazione. »
(Yosef Karo, Shulkhan Arukh, Oraḥ Ḥayyim 61:5.)

Karo, che strutturò il suo Shulkhan Arukh sul modello dell’Arba’ah Turim di Rabbi Asher, documentò in modo simile l'usanza di coprirsi il viso con le mani durante la recitazione del primo verso dello Shema. Lo Shulkhan Arukh sicuramente giocò un ruolo fondamentale nella diffusione dell'usanza di coprirsi il viso con le mani durante lo Shema, man mano che l'opera si diffondeva alle comunità ebraiche in Medio Oriente, Nord Africa ed Europa a fine XVI secolo. È importante, tuttavia, notare che l'usanza a questo punto prevedeva di mettere entrambe le mani sul viso per concentrarsi durante lo Shema, e non di mettersi solo una mano. Quest'ultima usanza emergerà e si diffonderà da Safed grazie alla pratica del giovane e unico cabalista del XVI secolo, Isaac Luria.

Galleria: ebrei in preghiera con occhi copertiModifica

  Per approfondire, vedi Introduzione allo Zohar.

NoteModifica

  1. Shema (o Shemà) (שְׁמַע), Ascolta (a volte detto Shema Yisrael שְׁמַע יִשְׂרָאֵל - "Ascolta, [o] Israele!"), è una preghiera della liturgia ebraica. È in genere considerata la preghiera più sentita, forse assieme al Kaddish. La sua lettura (appunto, Qeri’at Shema) avviene due volte al giorno, nella preghiera mattutina e in quella serale. Shema Yisrael sono le prime due parole di una sezione della Torah (Pentateuco nella Bibbia ebraica): il primo versetto infatti incorpora l'essenza monoteistica dell'ebraismo – "Ascolta, O Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno" (שְׁמַע יִשְׂרָאֵל ה' אֱלֹהֵינוּ ה' אֶחָד), presente in Deuteronomio 6:4, a volte tradotto alternativamente con "Il Signore è nostro Dio, Shema il Signore uno solo." Ebrei osservanti considerano lo Shema la parte più importante del servizio liturgico di preghiera nell'ebraismo e recitarlo due volte al giorno è una mitzvah (comandamento religioso, precetto). È tradizionale per gli ebrei recitare lo Shema come ultime parole, e per i genitori insegnare ai propri figli a dirlo prima di andare a dormire la sera.Cfr. "Shema": voce della Jewish Encyclopedia.
  2. Moshe Ḥalamish, "Ma’amado shel HaAri k’Posek", in Ha-­Ḳabalah: Ba-­Tefilah, Ba-­Halakhah uva-­Minhag (Ramat-­Gan: Bar-­Ilan Press, 2000) 187.
  3. Mishnah Tamid 5:1.
  4. Mishnah Brakhot 2:2.
  5. Deuteronomio 6:4.
  6. Si veda Reuven Kimelman, "The Shema Liturgy: From Covenant Ceremony to Coronation", in Kenishta: Meḥḳarim ʻal Bet ha-­Keneset ṿe-­ʻolamo, cur. Joseph Tabory (Ramat-­Gan: Bar Ilan Press, 2001) 9-­105.
  7. Mishnah Brakhot 1:6.
  8. Stephen G. Wald, "Mishnah" in Encyclopaedia Judaica, cur. Michael Berenbaum & Fred Skolnik, II ed. 22 voll. (Detroit: Macmillan Reference USA, 2007) 14:319-­331.
  9. I seguenti manoscritti del Talmud babilonese (Bavli) sono quelli che contengono "i suoi occhi" e non "il suo volto". Oxford Opp. Add. fol. 23, Cambridge -­ T-­S NS 329.252, Cambridge -­ T-­S F2 (1) 90, Firenze II-­I-­7, New York -­ JTS ENA 3035.3. The Saul Lieberman Institute, (Acc. Sett. 1, 2015).
  10. Nathan ben Jeḥiel, Sefer ʻArukh ha-­Shalem 181, n. 1.
  11. Abraham ben Isaac II, Sefer Ha-­Eshqol, as found in Sefer ʻArukh ha-­Shalem cur. Alexander Kohut, 181, n. 2.
  12. Commentario di Rabbeinu Ḥananel su T.B. Brakhot 13b.
  13. Commentario di Rashi su T.B. Brakhot 13b.
  14. T.B. Brakhot 13b.
  15. Ibid.
  16. Si veda Nathan ben Jeḥiel, Sefer ʻArukh ha-­Shalem, xxiii.
  17. Simḥah ben Samuel, Maḥazor Ṿiṭri, cur. Aryeh Goldshmidṭ, 3 voll. (Gerusalemme: Mekhon Otsar ha-­Posḳim, 2003) Introduzione, 1:23-­28, 44-­53.
  18. Ibid. 20.
  19. Ibid. 17.
  20. Mishneh Torah, "Leggi della Recitazione dello Shema”, Cap. 2.
  21. Maimonide consultava spesso l'opera del Rif.
  22. אמר רב יהודה אמר שמואל שמע ישראל ה׳ אלוקינו ה׳ אחד זה קרית שמע של ר׳ יהודה. א״ל רב ל״ר חייא לא קא חזינא...
    ⇒ "Rav Yehuda disse nel nome di Shmuel: ‘Ascolta O Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è Uno’, questa è la recitazione dello Shema secondo Rabbi Yehudah [il Principe]. Rav disse a Rabbi Ḥiyya: ‘Non ho visto ...’" Parigi, Bibliotheque Nationale, ebr. 671. National Library of Israel Online Treasury of Talmudic Manuscripts.
  23. Ciò non significa presumere che abbiano utilizzato o meno il manoscritto di Parigi, ma piuttosto che esiste la possibilità che non abbiano avuto accesso a questa storia tramite il manoscritto a loro accessibile, come evidenziato dal fatto che la storia che non compare nel Manoscritto di Parigi.
  24. Ashkenaz (אַשְׁכְּנָז) nella Bibbia ebraica è uno dei discendenti di Noè. Ashkenaz è il primo figlio di Gomer e un patriarca jafetico nella Tavola delle Nazioni. Nella letteratura rabbinica, il regno di Ashkenaz venne associato per la prima volta alla regione della Scizia, poi successivamente coi territori slavi e, dall'XI secolo in poi, con la Germania e l'Europa settentrionale. Il nome è correlato all'assiro Aškūza (Aškuzai, Iškuzai), un popolo che i Cimmeri cacciarono dall'Altopiano armeno nell'area dell'Eufrate superiore. Gli ebrei medievali associavano il termine all'area geografica concentrata nella Renania della Germania occidentale. Di conseguenza, la cultura ebraica che si sviluppò in quell'area venne chiamata aschenazita, unica definizione in uso oggi.
  25. Eliezer ben Joel HaLevi, Sefer Rabiyah, cur. A. Aptowitzer, 3 voll. (Gerusalemme, 1964) vol. 1: Brakhot 46.
  26. Ibid.
  27. David Derovan, "Asher ben, Jeḥiel", in Encyclopaedia Judaica, 2:563-­4.
  28. בשעה שמעביר ידיו על עיניו מקבל עליו מלכות שמים ומה שהיה נותן ידיו על עיניו שלא יראה שהוא רומז בעיניו ואין ראיה משם לפי שהיה יושב בתוך הצבור היה מעביר ידיו על עיניו כדי שיוכל לכוין.
  29. Asher ben Jeḥiel, Perush ha-­Rosh ‘al Masechet Brakhot, Tractate Brakhot, Cap. II, in Talmud Bavli ha-­Shalem ṿeha-­mefo’ar (Gerusalemme: ʻOz ṿe-­Hadar, 2000).
  30. T.B. Brakhot 13b.
  31. Si veda un'ulteriore discussione in Asher ben Jeḥiel, Perush ha-­Rosh ‘al Masechet Brakhot, Cap. II.
  32. David ben Joseph Abudarham, Sefer Abudarham, cur. Wertheimer, "Laws of Qeri’at Shema" (Gerusalemme, 1959).
  33. Judah D. Galinsky, "‘And this Sage Merited More than Any Other, for all Studied his Books’: On the Distribution of Jacob b. Asher’sArba’ah Turim from the Time of it’s Writing until the End of the Fifteenth Century", in Sidra: A Journal for the Study or Rabbinic Literature, vol. 19 (2004):26.
  34. Jacob ben Asher, Arba’ah Turim, Oraḥ Ḥayyim, "Laws of the Recitation of the Shema", 61:5 (Gerusalemme: Chemed, 1981).
  35. Talmud gerosolimitano, ediz. Venezia 1523, Brakhot Cap. 2, 4b 1. Si veda Peter Schäfer, Sinopsis la-­Talmud ha-­Yerushalmi. (DE) vol.1 pt. 1-­2 (Tübingen: J.C.B. Mohr Paul Siebeck, 1991) 44 (2,⅕) per altre varianti, tuttavia non ne appare nessuna simile all’Arba’ah Turim.
  36. Moshe Naḥum Zobel, "Al-­Nakawa, Israel ben Joseph", in Encyclopaedia Judaica, 1:686.
  37. Israel ben Joseph Al-­Nakawa, Menorat ha-­Maor (New York, 1929).
  38. Zobel, "Al-­Nakawa, Israel ben Joseph", 1:686.
  39. Yeruḥam ben Meshullam, Toledot Adam we-­Ḥawwah (Venezia, 1553) (Bar Ilan Responsa), Abraham ben Natan Ha-­Yarḥi, Sefer ha-­Manhig, cur. Yiẓḥak Raphael, 2 voll. (Gerusalemme: Mossad HaRav Kook, 1978), Menaḥem ben Aaron ibn Zeraḥ, Ẓedah la-­Derekh (Sevonto, 1567) (Bar Ilan Responsa).
  40. Le origini dell'usanza registrate dal Ba’al ha-­Turim dovrebbero essere esplorate in ulteriori studi di questa materia.
  41. Yaacov Molin, Sefer Maharil: Minhagim , cur. Shlomo J. Spitzer (Gerusalemme: Mifʻal Torat Ḥakhme Ashkenaz, Mekhon Yerushalayim, 1989) 435.
  42. Ibid.
  43. Schechter Seminar Manuscript. Il Manoscritto Frankfurt è anche il più antico. Si veda Molin, Sefer Maharil, cur. Spitzer, 435.
  44. Louis Isaac Rabinowitz, "Shulḥan Arukh", 18:529-­530.