Essenza trascendente della santità/Il popolo di Israele

Indice del libro
"Ebrei in preghiera", olio di Jan Voerman, ca.1884
"Ebrei in preghiera", olio di Jan Voerman, ca.1884

Il Popolo di Israele

modifica

Il popolo di Israele è santo?
La tesi che qui proponiamo è che, secondo Maimonide, gli ebrei come tali non vengono distinti in nessun modo dai non-ebrei. Con ciò intendo che Maimonide ricusò qualsiasi interpretazione dell'elezione di Israele che presentasse gli ebrei come ontologicamente distinti dai non-ebrei e a questi superiori. In qualsiasi senso Israele possa essere chiamato santo, non può essere in termini ontologici o essenzialisti.[1]

Maimonide sosteneva che gli ebrei fossero distinti dai non-ebrei solo in quanto i primi aderivano alla Torah. Poiché non dubitò mai della divinità della Torah, Maimonide non dubitò mai anche che i veri aderenti alla Torah fossero, con pochissime eccezioni, gente migliore di coloro che non vi aderivano. Non sto cercando di dire che Maimonide negasse l'idea dell'elezione di Israele; ciò sarebbe ridicolo. Egli sosteneva l'idea, ma in modo insolito.

Il concetto maimonideo dell'elezione di Israele riflette altre sue idee. Una di queste è la sua adozione delle nozioni aristoteliche che gli esseri umani sono animali razionali[2] e che, una volta nati, gli umani sono solo potenzialmente razionali. Adottando un utile analogia suggerita da Daniel J. Lasker, tutti gli umani sono nati con lo stesso hardware. Cosa ne facciamo di tale hardware (cioè il software che utilizziamo) determina il tipo di persone che diventiamo.[3] La Torah per questo è una sfida, non un dono; una richiesta, non una dotazione.

Collegata a tutto questo sta l'insistenza, senza compromessi e senza precedenti, di Maimonide sulla rigorosa ortodossia dottrinale. In effetti, per Maimonide, in ultima analisi, è ciò che affermiamo (dopo aver imparato a comportarci appropriatamente) che ci rende ciò che siamo.

Stando così le cose, non ci dovrebbe sorprendere che Maimonide non conti la fede nell'elezione di Israele come uno dei dogmi dell'ebraismo; invero, per quanto ne sappia, egli cita la dottrina esplicitamente solo una volta in tutti i suoi scritti.[4] In effetti, il nominalismo di Maimonide gli rende impossibile assegnare qualità speciali al popolo di Israele in quanto tale (in contrapposizione agli ebrei individuali). "Israele come idea platonica, per così dire, non può esistere. Il termine non può essere nulla di più di un nome, una conveniente espressione abbreviata.[5]

A dire il vero, penso che si possa affermare che Maimonide distingua gli ebrei, costituiti dai discendenti di Abramo attraverso Isacco e Giacobbe, da Israele, costituito da un più ristretto circolo di questi discendenti (e altre non-ebrei scelti)[6] che comprendono appropriatamente cosa richieda loro la Torah e che soddisfano tali richieste in qualche modo.

Cosa dunque dobbiamo dire della santità del popolo ebraico? Dopo tutto, la Torah stessa insegna che la nazione di Israele è santa:

« "Ora, se vorrete ascoltare attentamente la Mia voce e custodirete la Mia alleanza, voi sarete per Me la proprietà tra tutti i popoli, perché Mia è tutta la terra! Ma voi sarete per Me un regno di sacerdoti e una nazione santa." Queste parole dirai ai figli d’Israele. »
(Esodo 19:5-6)

e anche

« Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il Suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra. »
(Deuteronomio 7:6)

Mi sembra chiaro che Maimonide deve interpretare passi come questi come normativi e non descrittivi. Effettivamente, ciò è proprio quello che fa col primo (non cita mai il secondo)[7] nel suo Libro dei Comandamenti, come abbiamo visto prima.[8]

In un passo dall'introduzione alla Mishneh Torah citato supra troviamo Maimonide che spiega che Israele è santificato mediante l'osservanza dei comandamenti. Un modo giusto di leggere questo testo[9] è che Israele non è santo in nessun senso ontologico; la santità non è quello che distingue l'ebreo dal non-ebreo "in primo luogo", per così dire. È il comportamento santificatorio che separa Israele dagli altri popoli.

Un certo numero di altri passi supporta l'interpretazione qui proposta. Nel suo famoso responsum sulla musica, Maimonide dice quanto segue:

« La verità è stata chiaramente provata che l'intento del nostro essere una nazione santa è che non ci sia azione né parola tra noi che non riguardi la perfezione o con quello che conduce alla perfezione; non è nell'abbandonarsi a forze che interferiscono con tutto ciò che è buono, né che noi ci abbandoniamo a dissolutezze e sventatezze.[10] »

Israele è una nazione santa per il suo comportamento; non c'è nulla di intrinseco in ciò che lo renda santo.

Lo stesso punto, mi sambra può esser visto in un passo della Guida ii.29 (p. 342) dove Maimonide scrive (apparentemente seguendo Sa’adiah Gaon):[11]

« Poiché a volte succede che il seme rimane ma non il nome. Pertanto puoi trovare molte persone che sono indubbiamente il seme della Persia o della Grecia, ma non sono conosciuti con un nome speciale, essendo stati assorbiti in altra comunità religiosa. Questo, secondo me, è parimenti un'indicazione dell'eternità della Legge per cui noi abbiamo un nome speciale. »

Un'interpretazione ragionevole di questo passo è che Israele è Israele non a causa di una qualche caratteristica ontologica, o santità speciale, ma a causa della sua lealtà alla Torah.

Tuttavia, ho trovato due punti nei suoi scritti in cui si potrebbe pensare che Maimonide attribuisca santità al popolo di Israele in modo descrittivo, in contrapposizione ad un modo prescrittivo. Il primo di questi è MT "Leggi del Rapporto proibito", 19:17:

« Tutte le famiglie si presuppone siano di discendenza valida ed è permesso imparantarsi con loro in primo luogo. Ciononostante, se tu vedessi due famiglie che litigano tra loro, o una famiglia che è costantemente afflitta da alterchi e bisticci, o un individuo che è eccessivamente polemico con tutti, ed è eccessivamente impudente, si deve preoccuparsi di tutto ciò, ed è consigliabile mantenere le distanze da costoro, poiché questi tratti indicano una discendenza non valida... Parimenti, se una persona mostra impudenza, crudeltà, o misantropia, e non esegue mai atti di benevolenza, si deve sospettare fortemente che sia di discendenza gabaonita, poiché i tratti distintivi di Israele, la nazione santa [ha’umah hakedoshah] sono modestia, misericordia, e amorevolezza, mentre dei Gabaoniti si dice: "Ora i Gabaoniti non appartenevano ai figli d'Israele" (2 Sam. 21:2), perché costoro indurirono i loro volti e si rifiutarono di cedere, non mostrando alcuna misericordia per i figli di Saul, né si rivelarono benevoli verso i figli di Israele, perdonando i figli del loro re, nonostante Israele mostrasse loro misericordia all'inizio e risparmiassero le loro vite.[12] »

Credo che sia corretto interpretare Maimonide in questo passo come scrivesse per persuadere. Vuole convincere gli ebrei ad agire con "modestia, misericordia e amorevolezza" in modo da essere una nazione santa. Ciò è di certo coerente con il modo in cui Maimonide legge i testi che attribuiscono santità ad individui, come abbiamo visto supra.

Il secondo passo proviene da MT "Leggi del Sanhedrin", 25:1-2:

« È proibito condurre la comunità in maniera dominante e arrogante. Uno deve esercitare la propria autorità con spirito di umiltà e riverenza. L'uomo a capo della congregazione che solleva timore eccessivo nei cuori dei suoi membri se non per scopi religiosi sarà punito. Non gli verrà dato un figlio che diventi uno studioso, poiché sta scritto: "Perciò gli uomini lo temono: egli non vedrà [figli] saggi di mente." (Giobbe 37:24). A lui è inoltre proibito di trattare le persone con villania, anche se sono ignoranti. Non deve forzare la sua via attraverso la nazione santa [am hakodesh][13] [per raggiungere il suo seggio].[14] poiché anche se sono semplici e umili, essi sono i figli di Abramo, Isacco e Giacobbe, le schiere di Dio, liberate dall'Egitto con grande potenza e con mano possente.[15] »

In questo passo Maimonide chiama il popolo ebraico am hakodesh. La fonte di questa espressione è istruttiva: il profeta promette che gli ebrei saranno chiamati con un nuovo nome dopo la redenzione futura, "popolo santo, redenti del Signore".[16] Il profeta non sta caratterizzando gli ebrei come popolo santo nel presente, ma sta profetizzando che saranno chiamati così dopo la redenzione. L'appellativo è predittivo, non descrittivo. Inoltre, dato il punto che Maimonide sta affermando in questo passo, che i capi debbano essere miti nelle loro maniere (come Mosè, come spiega in seguito), ha senso eccellente che lui sottolinei il carattere speciale di quelli che vengono guidati. L'espressione di Isaia funziona bene per lui in tal modo. Sarebbe un errore, mi sembra chiaro, interpretare in questa espressione isolata una ritirata dalla ripetuta posizione maimonidea che la santità nelle persone è una faccenda di comportamento, non di essenza.

  1. In questa sezione seguo la falsariga di Menachem Kellner, nei suoi relativi saggi su Maimonide, come da Bibliografia.
  2. Maimonide definisce "animale razionale" secondo la rappresentazione aristotelica degli esseri umani: gli umani diventano razionali solo quando realizzano il loro potenziale intellettuale ad un dato livello. Nella sua prima opera, Trattato sulla Logica, Maimonide ha scritto: "Chiamiamo razionalità la differenza dell'uomo, poiché essa divide e differenzia la specie umana dalle altre; quindi questa razionalità, cioè la facoltà con cui vengono formulate le idee, costituisce l'essenza dell'uomo." (Trattato sulla Logica, 10; trad. (EN) Efros, 51-2).
  3. Lasker, "Proselyte Judaism".
  4. MT "Leggi dell'Idolatria", 1:3: "Dopo che Mosè ebbe iniziato a profetizzare e Dio scelse Israele come retaggio, Egli li incoronò coi comandamenti e insegnò loro come adorarLo." Dio mandò Mosè a salvare gli ebrei in Egitto da una ricaduta totale nell'idolatria. Ciò, dice Maimonide, Dio lo fece "per il Suo amore per noi e per rispettare il Suo giuramento ad Abramo"> Dio ama gli ebrei, non perché essi siano ontologicamente diversi da altre nazioni, ma grazie all'amore che Abramo mostrò a Dio e per il giuramento che Dio conseguentemente gli fece.
  5. È opportuno in questo contesto notare che, mentre Maimonide dedica molta attenzione alla questione di come gli esseri umani debbano amare Dio, con la sola eccezione del testo citato nella nota precedente, egli sembra evitare qualsiasi menzione dell'amore di Dio per gli umani in generale e per il popolo di Israele in particolare.
  6. Si veda MT "Leggi dell'Anno Sabbatico e del Giubileo", 13:13.
  7. Secondo Kafih, Maimonides on the Bible.
  8. In Guida ii.35 (p. 368) Maimonide cita Esodo 19:6 per evidenziare la grandezza di Mosè; cita il versetto in chiaro modo normativo e prescrittivo in iii.8 (p. 435) e anche in iii.32 (p. 526).
  9. Vedi supra, Cap. 3 nota 3.
  10. Maimonide, (EN) Letters cur. Sheilat, 429. Questo è il responsum nr. 244 (p. 398) in Maimonide (He) Responsa, cur. Blau. Per una traduzione inglese del responsum, si veda Rosner, "Moses Maimonides on Music Therapy", 8-10. Per uno studio accessibile del responsum e del suo contesto, cfr. B. Cohen, "Responsum of Maimonides". Per una vasta bibliografia degli studi sul responsum, cfr. Dienstag, "Art, Science, and Technology", 165-8.
  11. Sa’adiah Gaon, Libro delle Credenze e Opinioni, iii.7.
  12. Libro della Santità, trad. Rabinowitz e Grossman, 125.
  13. Vedi Isaia 62:12: "Li chiameranno popolo santo, redenti del Signore."
  14. Letteralmente: "marciare sopra le teste della nazione santa". Qui Maimonide usa il linguaggio della sua fonte talmudica (TB San. 7b). Ciò sicuramente indebolisce la posizioni di chiunque voglia usare questo passo per supportare l'asserzione che Maimonide attribuisca santità ontologica al popolo ebraico.
  15. Citato, con emendamenti, dal Libro dei Giudici, trad. Hershman, 75.
  16. Il commento di Malbim relativo a questo verso è squisitamente maimonideo: gli ebrei saranno chiamati nazione santa grazie alla santità delle loro azioni e della loro rettitudine.