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Il bullismo: definizione e aspetti linguistici

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Tra Bullismo e Cyberbullismo

Nella società, di oggi come di ieri, nessuno dovrebbe aver paura di alcuna persecuzione, petulanza o aggressione. Oggi violenza ed aggressività, anche negli ambiti scolastici, sono fenomeni all’ordine del giorno e sono indice di un diffuso disagio adolescenziale. Il bullismo, che ha ormai assunto una rilevanza molto elevata, rappresenta una grave forma di disagio socio-relazionale comprendendo un insieme di comportamenti prepotenti, prevaricatori ed aggressivi[1].

Studiosi di diverse nazioni hanno attribuito un nome a questo fenomeno: lo studioso svedese Heinemann usa il termine mobbing, una parola di origine inglese la cui radice, mob, sta ad indicare un gruppo di persone, o anche un singolo individuo, soggetto a molestie ed aggressioni. In lingua inglese il fenomeno è chiamato bullying, termine che è usato nella letteratura internazionale sull’argomento e che ha dato origine al corrispettivo italiano “bullismo”. In generale la parola bullismo fa riferimento ad una situazione in cui coesistono soggetti attivi e passivi, bulli e vittime. In Italiano il termine più vicino a quello inglese è "prepotenze", ma esso è utilizzato con un’accezione più ampia riferendosi a situazioni spesso molto diverse tra loro[2].

Olweus definisce il bullismo come “una violenza fisica, verbale o psicologica ripetuta, che si protrae nel tempo, con uno squilibrio tra vittima e carnefice. Il bullo sceglie la sua vittima, di solito più debole sia fisicamente sia psicologicamente e la perseguita per un tempo indeterminato. Con conseguenze devastanti nel tempo”[3]. Farrington, invece, afferma che il bullismo è “un’oppressione ripetuta, psicologica o fisica, verso una persona meno potente, da parte di una persona più potente o da un gruppo”. Secondo Heineman (1973) esso è: “Una violenza continuata, fisica o psicologica, condotta da un individuo o un gruppo, diretta contro un individuo che non è in grado di difendersi “.

Altri autori come Sharp e Smith definiscono il bullismo come “un tipo di azione che mira deliberatamente a fare del male e/o danneggiare; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi e persino anni ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime”. Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare”[4]. Sullivan afferma che “il bullismo è un abuso di potere, premeditato e opportunistico, diretto contro uno o più individui incapaci di difendersi a causa di una differenza di status o di potere”. La definizione che ne dà Fonzi è invece la seguente: “Un ragazzo subisce delle prepotenze quando un altro ragazzo, o un gruppo di ragazzi, gli dicono cose spiacevoli. Questi fatti capitano spesso e chi li subisce non riesce a difendersi. Si tratta sempre di prepotenze anche quando un ragazzo viene preso in giro ripetutamente e con cattiveria. Non si tratta di prepotenza quando due ragazzi, all’incirca della stessa forza, litigano tra loro o fanno la lotta“[5].

Caratteri generali

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Il bullismo assume forme diverse a seconda delle azioni ad esso correlate, fisiche e verbali. Esso viene solitamente distinto in diretto e indiretto: diretto con attacchi e aggressioni compiute direttamente sulla vittima, indiretto attraverso l’esclusione o l’isolamento delle vittima dal suo gruppo [6]. Uno studio condotto da Ken Rigby nel 1997 distingue il bullismo maligno da quello non maligno. Il bullismo maligno è posto in essere quando si fa volutamente del male a qualcuno. Esso è caratterizzato da sette elementi:

  • il desiderio iniziale di fare del male, tipico del bullo che non riesce a controllare, come gli altri individui, il desiderio di fare del male;
  • l’azione stessa del fare del male, spesso influenzata da fattori diversi quali l’incoraggiamento degli altri o la eventuale non punizione;
  • l’incapacità della vittima di difendersi;
  • il ricadere dell’azione da una persona o gruppo più potente ad una meno potente;
  • la mancanza di giustificazione o spiegazione;
  • la ripetitività dovuta al fatto che la vittima non è in grado di opporre resistenza;
  • il divertimento del bullo conseguente alla sottomissione del debole.

Il bullismo non maligno è il bullismo non motivato dalla malizia: si distingue in bullismo “senza pensarci”, in cui i bulli non sono consapevoli di ciò che stanno facendo, e “bullismo educativo”, quando il bullo crede che così facendo può creare beneficio alla vittima ed inoltre educarla. Il bullismo presenta tre caratteristiche fondamentali:

  • l’asimmetria: negli atti di bullismo c’è sempre un’enorme differenza soprattutto nella forza fisica ma anche nel modo di agire, relazionarsi e pensare
  • la persistenza: le azioni di bullismo avvengono sempre in maniera ripetuta
  • l’intenzionalità: il bullo è consapevole del male che provoca all’altra persona[7].

Oggi il bullismo assume diverse forme: c’è quello razzista, quello contro i disabili o contro le diverse sessualità e infine il cyberbullismo, una nuova forma di aggressione che si manifesta attraverso internet, sms, email.

I protagonisti: il bullo, la vittima e il gruppo dei pari

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I bulli sono dei ragazzi molto aggressivi che scaricano i loro problemi su persone più deboli, coetanei o adulti che siano. La loro aggressività è un’aggressività proattiva: infatti si servono dei loro comportamenti per avere benefici personali e per affermarsi nel gruppo di pari come boss. Le vittime, invece, sviluppano un’aggressività reattiva con cui tendono a giustificare i comportamenti che il bullo ha nei loro confronti. Inoltre i bulli hanno delle caratteristiche distintive: di solito prendono sempre in giro e le loro azioni sono rivolte sempre più spesso a studenti indifesi e molto più deboli. Sono fisicamente molto forti e aggressivi ma mentalmente tormentati, hanno sempre appoggio e sostegno dal loro gruppo dei pari, anche se il loro rendimento scolastico non è dei migliori. Spesso sviluppano un atteggiamento masochista verso le vittime provando piacere quando soffrono e soddisfazioni nel fare del male. Esiste anche il bullo passivo cioè colui che, pur avendo un ruolo di leader nel proprio gruppo, non prende mai iniziative da solo ma aspetta, di solito, le sollecitazioni da parte degli altri sostenitori[8].

Si crede erroneamente che siano solo le vittime ad essere escluse dai loro gruppi; in realtà, però, i bulli sviluppano un comportamento aggressivo e violento proprio perché spesso non si sentono accettati. Le vittime sono le persone che subiscono gli atti di bullismo e anche loro si differenziano per alcune caratteristiche: hanno scarsa autostima, sono fisicamente molto deboli ed hanno le lacrime facili, non si accettano così come sono, partecipano passivamente alla vita del gruppo dei pari, si relazionano meglio con gli adulti. In alcuni casi possono essere passive e provocatrici. Le vittime passive subiscono senza reagire gli attacchi di bullismo, mentre le vittime provocatrici suscitano spesso irritazione con i loro comportamenti. Il gruppo dei pari serve a dare rinforzo o a provocare atti di bullismo a seconda delle funzioni che svolge. Esistono sostanzialmente tre diversi ruoli del gruppo: gli spettatori (coloro che assistono agli atti di bullismo senza intervenire e quindi agiscono passivamente), i sostenitori del bullo (coloro che incoraggiano gli atti aggressivi) e i difensori (coloro che confortano e offrono sostegno alla vittima).

  1. Il disagio adolescenziale. Tra aggressività, bullismo e cyberbullismo, a cura di Z. Formella e A. Ricci, Las, Roma, 2010, p. 43
  2. A. Ricci, Il bullismo “tradizionale” nelle relazioni disagiate, in Il disagio adolescenziale, Roma, 2010.
  3. D. Olweus, Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti, Firenze, 1996
  4. S. Sharp, P. K. Smith, Bulli e prepotenti nella scuola. Prevenzione e tecniche educative, Erickson, Trento, 1995.
  5. Il bullismo in Italia. Il fenomeno delle prepotenze a scuola dal Piemonte alla Sicilia, a cura di A. Fonzi, Giunti, Firenze, 1997.
  6. Olweus, Bullismo a scuola cit.
  7. Olweus, Bullismo a scuola cit.
  8. Olweus, Bullismo a scuola cit.