Filosofia della religione di Kant/L'ermeneutica biblica

Il principio del «comprendere meglio» e la duplicità del senso

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Il primo principio che Kant enuncia a riguardo dell’ermeneutica biblica è quello cosiddetto del «comprendere meglio»:

« Dalla lezione storica del testo biblico è lecito trarre un significato razionale o morale senza decidere se questo sia anche il senso attribuitole dallo scrittore o sia solamente quello che noi vi introduciamo.[1] »

Ovvero, nella lettura del testo biblico, non bisogna fermarsi al senso letterale, ma «introdurre un senso ulteriore o traslato», di tipo spirituale.

La cosa potrebbe lasciare a prima vista sconcertati: non è questo un arbitrio dell’interprete? Non sarebbe un tradire il dato storico-letterario? Lo sarebbe, se per noi fosse importante la conoscenza storica contenuta nella Bibbia; ma, dato che ci interessa il suo contenuto morale, il senso dal quale «noi possiamo ricavare qualche vantaggio per il nostro miglioramento», faremo quel “salto di significato”; altrimenti, rimanendo fermi al senso letterale, otterremmo «soltanto un aumento infecondo della nostra conoscenza storica». Infatti:

« La conoscenza storica, che non ha con questo miglioramento un rapporto intimo, valevole per ogni uomo, appartiene agli adiaphora, di fronte ai quali ciascuno può comportarsi come meglio gli sembra per la propria edificazione.[1] »

«Il testo in sé stesso ha un valore soggettivo o personale; ad esso viene conferito valore oggettivo (universale) solo nella misura in cui viene applicato alla situazione concreta dell’interprete e in questo modo in esso viene introdotto (o riflesso) un significato morale.»[2] Dunque, il testo scritturale ha una «doppia stratificazione»:

  1. ha un livello storico-personale: a esso Kant attribuisce quelli che chiama «statuti» e «regole» della fede rivelata (religione storica/cultuale);
  2. ma ha anche un secondo livello, etico-metastorico-universale: esso contiene «la più pura dottrina morale della religione, che può essere posta nella migliore armonia con tali statuti»[3] – che, dunque, ai fini morali di Kant hanno valore soltanto come mezzi per introdurre la sostanza della religione razionale, la dottrina morale.

Questa distinzione è talmente fondamentale che su di essa si impernia la stessa distinzione tra «religione cultuale» (Kirchenglaube, “fede di Chiesa”) e «religione razionale» (Vernunftglaube, “fede razionale”) – e dunque la posizione stessa di Kant in materia di religione.

Il «principio supremo» dell’ermeneutica biblica

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Stabilite queste distinzioni, e attribuito alla ragione dell’interprete il ruolo dirimente tra senso storico e metastorico, sorge in Kant il dilemma di fondo:

« Bisogna interpretare la morale secondo la Bibbia [o] spiegare la Bibbia secondo la morale[?][3] »

Ma, come ormai il lettore ha ben chiaro, il dilemma è soltanto retorico: con la distinzione stessa dei significati del testo biblico, Kant ha messo in chiaro che il suo metodo ermeneutico cerca di «mette[re] in luce quel senso che concorda con le regole pratiche universali della religione universale pura», ovvero con la religione morale razionale. Quindi, l’interprete supremo della Bibbia è la fede religiosa pura.

« Per quanto questa interpretazione [razionale] possa spesso sembrarci forzata e spesso esserlo anche realmente; […] bisogna preferire questa interpretazione ad un’interpretazione letterale, che o non contiene assolutamente nulla in sé a prova della moralità, o va addirittura contro i suoi moventi.[3] »

Kant, per dare ragione della radicalità della sua posizione, ricorda che anche i Padri della Chiesa fecero «interpretazioni in parte molto forzate, ma in vista di fini indubbiamente buoni e necessari per tutti gli uomini». Come l’esegesi patristica, quella kantiana ammette il ricorso al simbolo, all’allegoria, al «senso mistico» – ma, a differenza di quella, questa, illuministicamente, non pone lo scovamento del significato ulteriore nelle mani dei pochi, dei teologi; lo dischiude invece a «tutti gli uomini dotati del lume della ragione», che lo rinverranno attraverso la loro coscienza, riconducendo le narrazioni bibliche «alle regole ed ai moventi della fede morale pura».

Il Nostro richiama anche un passo della Seconda lettera a Timoteo di San Paolo, in cui si afferma che «tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, istruire, correggere e conformare alla giustizia». E, se per l’ortodossia cristiana, la Parola è ispirata da Dio, in Kant tale «ispirazione» tocca anche l’interprete che ascolti il comandamento morale, e cerchi di trarvi, attraverso l’ermeneutica, ammaestramento etico.

In conclusione, «la moralità è dunque un medio spirituale che collega il testo all’interprete e che sollecita quest’ultimo a leggerlo entrando in un circolo che si dimostra virtuoso sia in senso etico sia in senso ermeneutico»[4].

  1. 1,0 1,1 Rel., B 47
  2. F. Camera, Ermeneutica e libertà religiosa in Kant, in Immanuel Kant. Filosofia e religione, cit., p. 158ss.
  3. 3,0 3,1 3,2 Rel., B 153ss.
  4. F. Camera, Ermeneutica e libertà religiosa in Kant, in Immanuel Kant. Filosofia e religione, cit., p. 163