Filosofia della religione di Kant/Il male radicale

La questioneModifica

La questione del «male radicale», da noi analizzata nella trattazione all’interno della Religione nei limiti della semplice ragione (pubblicata nel 1793), non è però nuova per Kant, che le dedica anche un opuscolo del 1786, Le Congetture sull’origine della storia. Perché dunque vi ritorna, qui, ma anche in altre opere[1]?

La ragione è che una soddisfacente soluzione di tale problema è uno dei requisiti fondamentali a una comprensione globale autentica dell’essere umano. La presenza, constatata da Kant, in tanti uomini, di un radicale pervertimento dell’ordine morale è un problema che ogni tentativo di rispondere alla domanda «Che cos’è l’uomo?» deve affrontare. Ma la ragione, da sola, non basta: Kant ritiene che non si possa spiegare razionalmente il fatto che un libero soggetto morale determini per sé il male. Dove la ragione da sola non può arrivare, un appiglio è fornito dalla religione – dalla tradizione ebraico-cristiana, in questo caso. E questo è il grande passo compiuto con lo scritto del 1793 rispetto alle Congetture di sette anni prima, in cui Kant aveva abbracciato (ritenendosene, dopo, insoddisfatto) la dottrina illuministica del male.

Accingiamoci dunque a illustrarla brevemente, per mostrare le aporie che spinsero Kant a ritornare sul problema.

Le Congetture sull’origine della storiaModifica

L’impostazione della questione dell’origine del male in questo libello, che sviluppava un’interpretazione illuministico-razionalistica dei primi quattro capitoli della Genesi, era riassumibile in questi punti:

  • lo stato originario dell’uomo è animalesco e istintuale; in esso l’uomo gode di innocenza e tranquillità;
  • il risveglio della «ragione» (simboleggiato dal serpente tentatore), che porta l’uomo a oltrepassare l’istintualità, lo conduce a dei gesti derivati da una «libera scelta»;
  • tali gesti rivelano all’uomo le sue facoltà razionali, lo liberano dal dominio dell’istinto, gli donano la consapevolezza della propria superiorità rispetto agli animali, la coscienza della propria libertà e del fatto di essere «scopo a sé stesso» – dotato di pari dignità rispetto agli altri esseri razionali;
  • il progresso compiuto con tale acquisizione di consapevolezza viene però pagata in termini negativi: di qui gli errori dovuti al necessario apprendimento di un corretto uso della ragione; e di qui, soprattutto, la nascita della moralità, derivata dalla ragione e dalla libertà, e dunque delle relative trasgressioni.

Il male morale, dunque, è ipotizzato come un «male necessario» per il progresso della specie umana; un male la cui colpa è imputabile soltanto a sé stesso:

« L’uomo deve sempre imputare a sé stesso e alla sua libera scelta la miseria del suo stato attuale.[2] »
« Per l’individuo che, nell’uso della sua libertà, non mira che a sé stesso, questo mutamento [l’insorgere del male morale] fu una perdita; fu un guadagno per la natura, la quale non ha di mira che la specie.[3] »

La Religione nei limiti della semplice ragioneModifica

Come può ben vedere il lettore, la teoria presentata nell’opera del 1786 è alquanto superficiale, e non riesce a focalizzare e spiegare plausibilmente l’universalità della «perversità del cuore umano», la sua caratteristica «totalizzante», la sua «inestirpabilità» con le sole forze umane.

Di qui la teoria, esposta nella prima parte della complessa opera La religione nei limiti della sola ragione. Il punto di vista qui adottato, come il titolo stesso suggerisce, è l’impegno a «far rientrare nei limiti della pura e semplice ragione, tramite un’opportuna interpretazione etico-filosofica, il contenuto religioso storico-positivo del discorso biblico»[4].

Essendo dunque questo un tentativo di avvicinare il messaggio biblico alla ragione filosofica, tale tentativo è possibile soltanto attraverso un’interpretazione, un «metodo ermeneutico». Qui sta il nocciolo alla base della questione: in che modo interpretare il testo biblico? Kant ne propone una lettura «etico-filosofica»: vediamo dunque di metterla a fuoco, nella sua teorizzazione (che si trova, peraltro, all’interno della stessa Rel.), prima di vederla applicata nella teoria del male radicale. La scelta di un metodo ermeneutico piuttosto che un altro, infatti, condizionerà ineluttabilmente il risultato a cui si perverrà.

NoteModifica

  1. cfr. I. Kant, Sull’insuccesso di ogni saggio filosofico di teodicea, 1791
  2. I. Kant, La religione nei limiti della semplice ragione, 1793 [d’ora in poi, indicata come Rel.], VIII, 123
  3. Rel., VIII, 116
  4. G. Ferretti, Il male radicale e la sua redenzione, in Immanuel Kant. Filosofia e religione, cit., p. 109