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SORPRESA!

Israele e la Guerra dello Yom Kippur


Nr. 12 della Serie delle interpretazioni


Autore: Monozigote 2022

Soldato israeliano in preghiera, penisola del Sinai durante la Guerra del Kippur

(IT)
« Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando? »

(He)
« אם אני לא בשביל עצמי מי יהיה בשבילי? עם זאת, אם אני רק בשביל עצמי, מה אני? ואם לא עכשיו, מתי? »
(Rabbi Hillel, Pirkei Avot, I.14.)

IntroduzioneModifica

Avevo ventitre anni e da un anno mi trovavo in Australia, a Brisbane, con mia moglie. Era il 3 ottobre 1973, primo giorno di Yom Kippur, importante ricorrenza religiosa per noi ebrei, ma stavamo pensando a tutt'altro mentre ascoltavamo le notizie radio: quella mattina (mio pomeriggio australe) l'esercito egiziano aveva attraversato la linea "cease-fire" del 1967 e attaccato Israele nel Deserto del Sinai. Simultaneamente, un esercito siriano aveva invaso le Alture del Golan. Erano queste le prime ore della Guerra dello Yom Kippur, in cui Israele, preso di sorpresa su due fronti, venne quasi distrutto. "Decidemmo di far loro sferrare il primo pugno", disse in seguito Moshe Dayan, "e quel primo pugno quasi ci uccise".[1]

Quasi un déjà-vu riproposto oggi, mezzo secolo dopo, con l'invasione dell'Ucraina da parte di una neo-dispotica Russia, la Guerra del Kippur fu un punto di svolta per Israele. Per molte persone, ci vollero decenni per capire cosa significasse, ma gli astuti capirono istintivamente: la lotta con gli arabi, che gli israeliani credevano di aver vinto nel 1967, in realtà non erano stati vinti, e non sarebbero stati vinti per una generazione, e forse per sempre. La strategia sionista a lungo termine, in cui Israele batteva gli arabi finché, come la metteva Ariel Sharon, "non avessero sviluppato una psicologia di disfatta", e fossero arrivati a credere che non avrebbero mai vinto, e quindi accettato lo Stato ebraico, non aveva funzionato. Il fatto che tu potessi vincere e vincere e comunque non vincere, fu come uno shock per la maggioranza degli israeliani. Un giorno è vittoria e cieli blu, e il giorno dopo è guerra ovunque, in ogni direzione dell'orizzonte.

Anni fa mi misi in viaggio per tutto Israele ad incontrare alcuni degli uomini che avevano comandato l'esercito israeliano (IDF) nel 1967 e 1973. Erano ormai molto anziani e curvi, ma conservavano quella fisicità vivace che ti aspetti dai soldati. Abbracciavano, afferravano, spingevano, ridevano. Conversammo in café e appartamenti, con l'allodola del deserto sul davanzale e le fronde delle palme che battevano applausi. Alcuni aprirono dalle mappe davanti a noi, indicando poi alcune scene di battaglia, o un passo di montagna da cui erano sgusciati via coperti dalla nebbia. Altri mi mostrarono foto di amici che erano morti combattendo, giovani che sarebbero quindi rimasti giovani nel ricordo. Altri ancora mi mostrarono foto di loro stessi, denti bianchi e capelli scuri, aitanti e vigorosi. Alcuni parlavano un inglese perfetto, altri per nulla, qualcuno persino l'italiano, qualcun altro frasi spezzate, con spalucce e sospiri. Io a quel tempo parlavo poco l'ebraico, studiandolo la sera con un amico che mi accompagnava in queste escursioni in giro per Israele e che mi aiutava come interprete quando le conversazioni si facevano più complesse. Era l'anno 2000, durante la Seconda Intifada palestinese – ogni giorno c'erano notizie di un nuovo attacco terrorista – e in questi miei incontri, i vecchi soldati erano cupi e tristi. Parlavano della situazione in Israele nel modo in cui i loro nonni una volta parlavano della Questione Ebraica. Non c'era speranza, dicevano: ogni vittoria i riporta indietro a questa stessa guerra estenuante e spietata. Molti incolpavano non i regressi ma i trionfi, specialmente la Guerra dei Sei Giorni, da cui Israele aveva appreso le lezioni sbagliate. "È stato il peccato dell'arroganza, l’hybris che ci ha pervaso", ci disse un generale. "L'idea che eravamo grandi e forti, e vincitori, e che avremmo continuato a vincere, e che potevamo ottenere tutto, come se avessimo risolto l'enigma della storia ebraica."

 
L'ingresso egiziano nel Sinai (6-13 ottobre) e il contrattacco israeliano (13-15 ottobre)

Ci sono stati in effetti tre Israele: la traballante piccola nazione esistita dal 1948 al 1967; la grande forza mondiale esistita dal 1967 al 1973; e la nazione bastione in perenne difesa che esiste oggi — un Paese sorpreso dalla Storia.

Tornato dal mio ufficio a fine giornata, ascoltando la radio appresi le prime notizie frammentarie e poi sempre più dettagliate: gli egiziani avevano attraversato il Nilo ed erano entrati nel Sinai, non con pochi soldati ma con un intero esercito. Ottantamila uomini. Avanzavano coperti da missili SAM russi. La frontiera era stata sorvegliata da avamposti fortificati: la Linea Bar-Lev. Molte di queste fortificazioni erano già state distrutte – poiché era Yom Kippur, gran parte dei difensori erano in licenza quando vennero sparati i primi colpi – e le poche installazioni che erano sopravvissute furono intrappolate dietro le linee egiziane. I siriani avevano cacciato gli israeliani dal Monte Hermon nel Golan e i carri armati siriani si trovavano a pochi chilometri dalle cittadine israeliane nella Galilea. Se avessero sfondato, la guerra sarebbe finita ben presto.

La sorpresa di Golda MeirModifica

Golda Meir nel 1973
 
Doppia firma di Golda Meir (la prima in ebraico

Perché l'attacco fu una tale sorpresa?

Tanto per cominciare, gli israeliani (come ho detto precedentemente) pensavano di aver già vinto, che la vittoria del 1967 fosse la fine decisiva del conflitto. Nel 1971 Moshe Dayan, allora ministro della Difesa, concesse un'intervista al settimanale Time in cui prometteva che non ci sarebbero state guerre per almeno dieci anni. "Siamo alle soglie del coronamento del ritorno a Sion", spiegava Dayan. Ogni rapporto dell'intelligence, non importa quanto fosse preoccupante, doveva adattarsi a questa certezza. Nei mesi prima dell'attacco, il Mossad – agenzia dei servizi segreti israeliani – emise undici avvertimenti generici. C'erano infatti dozzine di indizi preoccupanti: gli egiziani che mobilitavano le proprie truppe, spostandole lungo il Canale di Suez, acquisti massicci di armi, l'oscuramento dei fari dei loro autocarri. Gli aerei da trasporto russi trasferivano i diplomatici sovietici con rispettive famiglie fuori dall'Egitto. Poi, una settimana prima dell'invasione, che (guarda caso) avvenne durante il Ramadan, ai soldati mussulmani venne detto di rompere il digiuno. La notte successiva, una pattuglia israeliana trovò impronte sulla sabbia rastrellata lungo il Canale.

Golda Meir nacque nel 1898 a Kiev, Ucraina, dove pogrom prima e nazisti poi, gli ebrei non avrebbero avuto una vita facile.E così la sua famiglia si trasferì a Milwaukee, negli Stati Uniti, quando aveva otto anni. Visse anni americani, prendendo l'autobus per andare a scuola, leggendo tascabili, mangiando crema inglese, ma ricordandosi di Sion. Si sposò a ventun anni e fece l'Aliyah. Raccolse mandorle in una fattoria nella Valle di Jezreel, ma era schietta e ambiziosa e si fece strada in posizioni di autorità, prima nel suo kibbutz, poi nel suo partito politico. Al momento della partizione UNGA, Golda era arrivata ai vertici della direzione sionista (Ben Gurion famosamente la chiamò "l'uomo migliore al governo".) Nel 1948 le fu assegnata una missione importante. Travestita da araba, attraversò il fiume Giordano per incontrare Abdullah bin al-Hussein, allora re di Giordania, che cercò di persuadere a star fuori dalla guerra. L'incontro fu vano, ma rese famosa Golda. Continuò poi a servire in vari incarichi, tra cui ambasciatrice presso l'Unione Sovietica e come ministro degli Esteri. Divenne primo ministro di Israele nel 1969, quando aveva già i capelli grigi, simpatica nonna col peso del mondo sulle spalle.

Alcuni giorni prima dell'attacco, Golda venne contattata da Hussein bin Talal che era succeduto al padre e al nonno quale re di Giordania. "Dobbiamo incontrarci", le aveva detto. Arrivò in gran segreto, con l'elicottero, indossando un completo nero e una kefiah, volto aperto e confidente.[2] Prese Golda a braccetto e le disse: "Si sta preparando qualcosa di terribile," continuando "Sta arrivando la guerra. I siriani sono già appostati." Hussein non voleva la guerra; temeva la Siria più di quanto non temesse Israele. Ma il suo monito, poiché non si adattava alla precedente convinzione – che la guerra era stata già vinta – venne scartato.[3]

Il giorno prima dell'attacco, il capo del Mossad, Zvi Zamir, s'incontrò a Londra con un agente doppiogiochista egiziano che da tempo inviava informazioni a Israele.[4] Questi disse a Zamir che gli egiziani avrebbero attraversato il Canale all'alba. Tuttavia, poiché aveva dato informazini errate in passato, anche questa informazione venne respinta.

In breve, gli israeliani erano diventati troppo sicuri di sé ed avevano smesso di pensare con la paranoia apprensiva propria degli ebrei. Credettero alla loro stessa propaganda: che i nuovi ebrei erano dei super uomini, che un manipolo di loro potevano sconfiggere qualsiasi esercito arabo in qualsiasi situazione. (Non avevano infatti che pochi soldati alle frontiere.) Sottovalutarono il nemico. Dopo aver esaminato le foto satellitari alcuni giorni prima della guerra, Moshe Dayan disse ai suoi comandanti: "Vi fa venire un infarto solo al calcolare i numeri: hanno 1100 pezzi di artiglieria contro i nostri 802 pezzi; hanno cinquantamila uomini contro i nostri cinquemila. Voi gente non prendete abbastanza sul serio gli arabi!"

Israele non mobilitò le proprie riserve se non quando fu troppo tardi. Gli egiziani avevano fatto tante di quelle finte che gli israeliani pensavano che ogni minaccia fosse un bluff. Anwar Sadat aveva per esempio chiamato il 1971 l'anno della decisione, ma tale anno era iniziato e finito senza incidenti. Se Israele si mobilitava per ogni singola minaccia, la nazione sarebbe andata in fallimento. Alcuni credevano che questo fosse il piano dell'Egitto. Pertanto i comandanti israeliani decisero di rischiare, scommettendo che non ci sarebbero stati attacchi, e se ci fossero stati, l'esercito avrebbe respinto velocemente gli invasori. Poco prima dell'invasione, un generale israeliano disse ad un dirigente del Mossad: "È compito dell'Intelligence di salvaguardare i nervi della nazione, e non di far impazzire il pubblico e minare l'economia. Non vi permetto di pensare anche minimamente di mobilitare riservisti."

Tutto ciò era il frutto della campagna egiziana della disinformazione, in cui gli isreliani erano tenuti ad indovinare. Ogni giorno, soldati egiziani venivano mandati sul Canale con canne da pesca, a bighellonare sulla sponda, mentre dietro di loro il vero esercito si preparava all'invasione.

Ecco come Moshe Dayan descrisse la prima mattina delle guerra nella sua autobiografia:

« In the east the sky was red and gold. A light sea breeze came from the west. A silent, tranquil dawn. Even the birds were quiet. It was Yom Kippur, the most sacred day in the Jewish calendar. There was not a soul on the streets. »

Il giorno iniziò così. Quando finì c'erano centinaia di israeliani morti nel Deserto del Sinai. La frontiera era stata sfondata e i soldati israeliani intrappolati nelle fortificazioni dietro le linee nemiche. Queste installazioni erano in realtà bunker rinforzati – ce n'erano due dozzine allineati a catena lungo il Canale[5] – dove un manipolo di uomini resistette per settimane; divennero una metafora della nazione in guerra, una piccola ridotta arenata in un grande mare arabo.

Alcuni chilomentri a est, una raccolta di soldati messa insieme velocemente, la prima di coloro che erano stati mobilitati, cercò di respingere gli egiziani, ma vennero subito sbaragliati. Fu il primo shock: gli egiziani non scappavano, come avevano fatto nel 1967. Combattevano, e con forza prorompente.

Ariel Sharon, nel suo Warrior:

« I stood on the dunes as tanks and APCs withdrew past the observation post. I stopped some of the men to talk and saw something strange on their faces – not fear but bewilderment. Suddenly something was happening to them that had never happened before. These were soldiers who had been brought up on victories – not easy victories maybe, but nevertheless victories. It was a generation that had never lost. Now they were in a state of shock. How could it be that these Egyptians were crossing the canal right in our faces? How was it that they were moving forward and we were defeated? »
(Ariel Sharon, Warrior: The Autobiography of Ariel Sharon, 2001)

Al tramonto, cinquatamila egiziani avevano attraversato Suez — una sviluppo che, il giorno prima, sarebbe stato impensabile e impossibile. In una settimana, di egiziani ce ne sarebbero stati centomila. Attraversarono dozzine di punti lungo il Canale, su ponti di barche che si snodavano attraverso le acque oleose. Gran parte dei primi successi dell'Egitto si fondavano su armamenti importati dall'Unione Sovietica. I missili terra-aria (SAM), schierati lungo il Canale, respinsero le forze aeree israeliane, che da tempo erano state considerate il grande vantaggio tattico di Israele, cacciandole dal campo di battaglia. I lanciarazzi russi respinsero i soldati israeliani. Missili filoguidati russi devastarono intere colonne di carri armati israeliani.

DevastazioneModifica

Ariel Sharon e la moglie Lily (1974)
 
Firma di Sharon

In Israele gli ordini di mobilitazione arrivarono per via radio in codice — the sons of Boaz are to report to the shade of the terebinth tree; the daughters of Elijah are to rendezvous at the well of Midian — o per corriere. (Poiché era Yom Kippur, molti israeliani avevano spento le loro radio.) Tali corrieri percorrevano velocemente strade deserte, recando notizie sia dell'attacco che della mobilitazione. Il fatto che la mobilitazione avvenisse durante Yom Kippur, in molti sensi un vero disastro, significava però che le strade erano libere da traffico e i Riservisti erano facili da trovare: stavano a casa o in shul avvolti nei tefillin.

Un'ora dopo la chiamata, una colonna di veicoli si spostava lungo la costa, autocarri e carri armati, Peugeot e Citroën. Era esaltante. Gli israeliani all'improvviso era stati liberati dagli obblighi e preoccupazioni delle loro vite quotidiane. Questo è forse il perché la gente ama la guerra. Da un momento all'altro, prima stai nel tuo salotto, giocando con tuo figlio; poi, il momento appresso ti trovi per strada col fucile in spalla, che fai l'autostop per raggiungere il tuo regimento.

Ariel Sharon si trovava a casa, nella sua fattoria ai margini del Negev quando gli arrivarono le notizie. A un'ora da Gerusalemme, a sud nel deserto dove fiorisce la rosa omonima (la "rosa di Sharon"), Ariel Sharon era in compagnia di un vecchio amico, Zev Amit. Sharon si era pensionato dal servizio militare attivo l'anno precedente, ma era comunque un generale della Riserva. Ed era entrato in politica, dove, con Menachem Begin, aveva fondato il Partito Likud. Per molti suoi commilitoni, la cui maggioranza stava nel Partito Laburista, la politica di Sharon era sospetta; pensavano che corresse rischi inutili alla ricerca di una gloria professionale.

Sharon parlò tranquillamente alla moglie, poi si fece lo zaino: mappe, binocoli, caricatori per il suo fucile. Indossò l'uniforme da tempo rinchiusa in armadio. Zev Amit decise di seguirlo. Era stato con Sharon, lo aveva seguito ovunque, e anche adesso lo avrebbe accompagnato in questa nuova missione — missione che per Amit sarebbe durata solo qualche giorno, perché una settimana dopo, due chilometri dal Canale un proiettile di artiglieria lo avrebbe cancellato dalla faccia della terra. Ma in quel momento, avviandosi insieme a Sharon con mocassini ai piedi, l'amico gli gettò un paio di suoi stivali di fanteria, dicendogli: "Prendi questi, Zev, ti faranno comodo."

Dopo aver preso del cibo e alcuni aranci del suo frutteto, i due si avviarono col camion di Sharon. Viaggiarono verso il sud per strade deserte, cielo blu terso attraversato ogni tanto da qualche aeroplano. A Gaza, le strade erano invece strapiene di macchine. Ecco la guerra. Passarono per l'ultimo avanposto entrando nel Sinai. Soldati sparsi per strada, accampati nella terra circostante, allontanandosi dal fronte. Sharon cercò segni di ordine e organizzazione, ma non ne trovò. Persino gli ufficiali sembravano confusi. Questi soldati si rallegrarono alla vista di Ariel Sharon, che avevano sempre associato a vittorie. Rappresentava l'antica fiducia Sabra. Si alzò dalla sua Jeep salutando, distribuendo arance. Quando scese dal veicolo, gli uomini lo circondarono e gli strinsero la mano.

Secondo Robert Alter, la prima frase detta da un personaggio nella Torah definisce il carattere di tale personaggio. Per esempio, quando Saul si ritrova in un territorio sconosciuto, dice: "Venite, torniamo indietro". Quando Davide, che succede a Saul come re, vede Golia in un campo che sta schernendo gli ebrei, dice: "Che faranno dunque all'uomo che eliminerà questo Filisteo e farà cessare la vergogna da Israele?"[6] Quando Sharon arrivò alla sua postazione, un bunker vicino a Al Arish nel Sinai, dove avrebbe comandato tre battaglioni, disse: "Quando contrattacchiamo?" Ecco cosa scrive Abraham Rabinovich, in The Yom Kippur War (2007):

« Even Sharon's bitterest opponents acknowledged that he was a superb field commander, the best Israel had, in the view of many. A daring and imaginative officer who could read a battle as it unfolded and inspire his troops. He remained a field officer even in high command, capable of studying a photo-stat of unfamiliar territory for a quarter hour, as a staff officer would testify, and then leading his unit through the terrain for an entire night without further reference. »

Sharon sedeva al suo avamposto, circondato da ufficiali, con una mappa aperta davanti a lui. "Cosa è successo ai capisaldi lungo la Linea Bar-Lev?" chiese.

"La maggior parte è stata distrutta", gli rispose un ufficiale. "Altri sono stati presi".

"I difensori sono stati uccisi, sono scappati, o cosa?" chiese Sharon.

"Alcuni sono stati uccisi," rispose l'ufficiale, "altri sono fuggiti, ma la maggioranza è ancora lì".

"Lì dove?"

"Nelle fortificazioni."

Sharon face una pausa, poi disse: "Vuoi dire che sono vivi, intrappolati in quei maledetti bunker?"

"Sì."

"Che piano abbiamo?" disse Sharon. "Come li salviamo?"

"Non c'è nessun piano," rispose l'ufficiale. "Il Generale Gonen dice che non possiamo rischiare una divisione per salvare qualche dozzina di uomini."

"No," disse Sharon. "Non è giusto."

Sharon era stato abbandonato sul campo di battaglia nel 1948. L'esercito si era ritirato, lasciandolo indietro coi suoi uomini, la maggior parte dei quali venne uccisa. Sapeva che faccende che potevano sembrare di poca importanza, il salvataggio di pochi soldati, poteva determinare l'esito di una guerra. Faceva capire ai propri uomini quanto valessero le loro vite. "Non mi frega niente di ciò che vi ha detto Gonen", disse Sharon. "Dobbiamo riprenderceli."

Poi disse: "Gli uomini nei capisaldi, c'è un qualche modo per comunicare con loro?"

"Possiamo sentirli con le radio" rispose l'ufficiale.

"Bene," disse Sharon. "Chiamateli".

La seguente conversazione venne registrata. Si sente il Maggiore Meir Weisel, comandante di Fort Haakon, che parla a Ariel Sharon, che si identifica col nome in codice "Forty".

Sharon chiede notizie della battaglia. "Gli egiziani sembrano stanchi o hanno impeto?" "Quanti carri armati vedi?" "Si stanno spostanndo verso Tasa?"

"Mi ricorda la situazione di sei anni fa", Weisel gli dice.

"C'eri anche tu in quella guerra?" chiede Sharon.

"Ci sono stato in quattro... be', in tre", dice Weisel. "Stai parlando con un vecchio di quasi quarantun anni."

"Sono appena arrivato", dice Sharon, "ma cercherò di tirarvi fuori. Quanti veicoli avete?"

"Due semicingolati e un autocarro", risponde Weisel.

Proprio in quel momento, il radiotelegrafista della fortificazione – si chiamava Max Maimon; era un impiegato bancario a Gerusalemme e non sopravvisse alla guerra – si intromette, avendo riconosciuto la voce di Sharon. "Forty, Forty" grida, "Ti conosciamo! Sappiamo chi sei! Sappiamo che ci tirerai fuori di qui. Per favore, per favore, Iddio Santo, vieni a prenderci!"

Sharon chiamò Shmuel Gonen, capo del Comando Meridionale di Israele. Gonen era stato promosso a questo incarico quando Sharon si era messo in pensione. In altre parole, Sharon era precedentemente stato il suo comandante. Nel 1967 Gonen aveva guidato una divisione di carri armati da Gaza a liberare la zona del Canale. C'erano sue foto dappertutto dopo la guerra dei Sei Giorni, con barba lunga, un sigaro in bocca, pollici in su. Raramente lo si vedeva senza occhiali da sole specchiati; lo guardi e ti ci vedi riflesso che lo guardi. Era stato chiamato il Patton ebreo, che significa che Gonen era audace e pittoresco e faceva ciò che era necessario fare. (Il film di Francis Ford Coppola in cui il Generale americano dice, tra le altre cose: "Olieremo i cingoli dei nostri carri armati col loro sangue", era uscito un anno prima.) Dopo la Guerra del ’67, Gonen aveva fatto un discorso, dicendo "Guardammo la morte negli occhi, e la morte distolse lo sguardo".[7]

Sharon e Gonen litigarono per tutta la guerra. Gran parte delle loro conversazioni finivano in urla. Gonen diceva che Sharon era vanaglorioso e sconsiderato. Sharon diceva che Gonen era timido e difensivo. Sharon voleva contrattaccare immediatamente. Colpire i ponti egiziani. Pestarli e straziarli. Batterli a sangue. Mandare un battaglione oltre il Canale, aggirarli passando dietro alle loro linee, ricordar loro chi siamo. Ma Gonen non sembrò riprendersi mai dal primo colpo inferto a sorpresa. Le perdite erano pesanti, e non voleva aumentarle. Ordinò ai suoi generali di ripiegare, scavar trincee e aspettare. Secondo Sharon, tutti gli errori di Gonen potevano riassumersi in un singolo sbaglio: non guidava dal fronte, ma da una postazione dozzine di chlometri dai combattimenti, quindi non avrebbe mai potuto conoscere la vera natura della guerra, i suoi flussi e riflussi.

Quando Sharon chiese il permesso di salvare gli uomini nelle fortificazioni, Gonen disse: "Negativo. Non abbiamo le risorse."

Sharon allora chiamò Moshe Dayan, il ministro della Difesa.

Gli disse: "Moshe, dobbiamo salvarli. È nostra responsabilità."

Dayan rispose: "Arik, non far questo — non spezzare la catena di comando."

L'8 ottobre, Israele lanciò un contrattacco nel Sinai. Doveva essere la battaglia decisiva a sud, il momento in cui Israele riacquistava impeto e, come aveva detto Sharon, avrebbe ricordato agli arabi chi siamo. Ma fu un disastro. Gli egiziano non vennero respinti, ma invece respinsero gli israeliani, che soffrirono ingenti perdite. La situazione intimorì i comandanti israeliani. Tutto ciò ignificava che dovevano ricredersi delle loro ipotesi basilari sull'esercito egiziano e sul proprio esercito. Inoltre, Israele perse così tanto materiale militare in questo contrattacco che alcuni si preoccuparono di non avere abbastanza carri armati e aeroplani per vincere anche se fossero riusciti a cambiare le sorti del conflitto. La popolazione in seguito si riferì a questo momento chiamandolo "il giorno nero", "il giorno più buio": the black day.

ContrattaccoModifica

 
Mappa del conflitto sulle Alture del Golan

Le cose andavano peggio nel Golan. Nelle prime ore della guerra, la Siria aveva attraversato il confine con trecento carri armati Sherman americani. Israele aveva solo trenta carri armati al nord, e molti di quelli erano fuori uso o in riparazione. (Come disse Moshe Dayan a Golda Meir: "Ci hanno sorpreso coi calzoni calati.") Gli israeliani vennero velocemente cacciati dalle Alture. Alla fine di quel giorno terribile – terribile se eri un israeliano o amavi Israele – i siriani erano a circa dodici chilometri dalla Linea Verde. Se avessero sfondato l'ultima linea di difesa, i carri armati sarebbero scesi dalle colline del Golan fino alla Valle del Giordano, territorio agricolo di Israele, con città e fabbriche indifese.

Moshe Dayan era cresciuto in una di quelle città: Degania, sulle sponde meridionali del Mar di Galilea. La mattina del secondo giorno, si diresse a nord in auto. Ecco cosa disse a David Ben-Eliezer, Capo dell'Esercito: "Vado a vedere se perderemo il Golan." Si mise agirare per il fronte, esaminando foto di ricognizione e studiando cifre e contingenti. Le informazioni dell'Intelligence lo proccuparono drammaticamente. Cominciò a sentirsi cupo, cinereo, ostile. Era come quel trucco nei vecchi film in cui l'eroe aitante invecchia velocemente davanti agli occhi del pubblico. I siriani sfonderanno, disse. E devasteranno la nazione. Fu in questo frangente che Dayan cominciò a parlare di Israele come del Terzo Tempio. In principio lo mormorò a se stesso, poi agli amici, infine ai colleghi ufficiali. Abbiamo costruito il Terzo Tempio, ci siamo riusciti, spiegò. È il moderno Israele. E sta per bruciare.

Dayan fu forse il primo leader israeliano a capire la vera natura del progetto: la sua grandiosità e presunzione — che i sionisti avevano trasformato il Libro, la Torah, in un Tempio, piccolo e santo e circondato da mura. Il cambviamento era stato così rivoluzionario ed era accaduto così velocemente che la maggioranza delle persone non se n'era accorta. Troppo vicini; ancora troppo presto. Forse se il cielo si rasserena, o vengono presi dalla smania, o disperazione, allora forse se ne accorgerebbero. Il Terzo Tempio! Questo successe a Dayan quando si ritrovò sulle Alture del Golan, mentre guardava i carri armati siriani col binocolo, i loro cingoli che si arrampicavano sui bastioni.

Il 9 ottobre, un generale israeliano chiamato Ehud Peled stava guidando nel Golan. Vide un uomo seduto da solo lungo la strada, che guardava la Valle di Hula. Peled parcheggiò e attraversò il campo. Poi si accorse che quell'uomo era Moshe Dayan che guardava la battaglia dei carri armati. Ogni tanto si vedeva un lampo nella vallata, un'esplosione, una nuvola di fumo. Era una scena che, oltre a svilupparsi orizzontalmente, si dispiegava verticalmente. C'era il terreno, dove corpi giacevano nel loro sangue; c'erano i carri armati, con i carristi rinchiusi nel buio ad esaminare quadranti e interruttori; c'era il cielo in cui sibilavano proiettili e artiglieria; c'erano le Alture dove, nascosto in una fenditura, il generale con la pezza all'occhio aveva lo stesso punto d'osservazione dell'Arcangelo Gabriele che guarda l'ultima battaglia. Peled mise una mano sulla spalla di Dayan. Dayan alzò lo sguardo con le lagrime agli occhi. "Non vedi cosa sta accadendo?" disse, "Stiamo perdendo il nostro Terzo Tempio."

Panorama della Valle di Hula

Più tardi quel giorno, Dayan prese un elicottero e fece un giro del Sinai. Vide soldati israeliani che si ritiravano. Scese, si mise a camminare tra gli uomini. Tutto il fronte era stato bombardato. Si rifiutò di ripararsi, e parlava costantemente del Terzo Tempio. "Bevvi un sacco di caffè nero nel Sud col Generale Gonen ed i suoi ufficiali, ma non riuscii a calmare la mia inquietudine," scrisse in seguito. "Quando ritornai in volo a Tel Aviv, non riuscii a ricordarmi di un qualche momento del passato in cui avevo provato una tale angoscia. Se fossi stato personalmente in pericolo, coinvolto in qualche incidente fisico, sarebbe stato più semplice. Lo sapevo da esperienze trascorse. Ma ora avevo una sensazione diversa. Israele era in pericolo, ed il risultato poteva essere fatale."

Informò i giornalisti a Tel Aviv, esternando loro le proprie paure: la nazione è il Tempio e i romani hanno sfondato le mura esterne. Disse che avrebbe trasmesso questo messaggio alla televisione quella sera. Dopo l'incontro diversi giornalisti andarono da Golda Meir e le dissero quanto segue: Non far andare Moshe Dayan alla TV. Creerà solo panico.[8]

Dayan incontrò Golda Meir e Ben-Eliezer e altri leader israeliani in "The Pit", un seminterrato nel complesso militare del Ministero della difesa. Molti furono meno terrorizzati dal rapporto di Dayan di quanto non lo furono dalle sue sembianze. Sembrava agitato, distrutto. Suggerì che il governo ordinasse la mobilitazione di vecchi e bambini, come avevano fatto i tedeschi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Consigliò che venissero date pistole e lanciagranate a tutti i cittadini del Nord. Esclamò: "Golda, oh Golda, il nostro Terzo Tempio è in pericolo!" Ehud Peled, che non era così pessimista, iniziò a chiamare The Pit "il seminterrato dell'Olocausto".

Moshe Dayan, nella sua Story of My Life:

« The prime minister and the other ministers were shocked, largely I think because I said I did not believe we could at this moment throw the Egyptians back to the other side of the Canal. It was clear from their critical cross-questioning after my realistic remarks that they thought the weaknesses lay not in our current military situation but in my personal character, that I had lost my confidence. »

Dayan suggerì che l'esercito formasse una linea difensiva in mezzo al Sinai, vi si ritirasse e salvasse il salvabile.

Sharon, sentendolo, esplose: "Hai perso il cervello, Moshe? Non è questo il momento di piegarsi. È il momento di attaccare. Colpirli! Colpirli! Ricordiamo loro chi siamo, dannazione!" Questo fu forse il ruolo più importante giocato da Sharon in questa guerra: esigendo, insistendo e rifiutando di agire da sconfitto, trascinò dietro di sé i suoi superiori verso la vittoria. "Venticinque anni fa, quando stavamo confrontandoci con la nostra estinzione nella Guerra di Indipendenza, mai una volta perdemmo fiducia", scrisse in seguito Sharon. "Allora come mai cademmo così in basso, quando lottavamo a quasi duecento miglia da casa? Per quanto malvagia fosse stata questa guerra, non ho mai pensato che fossimo sull'orlo della distruzione. Sapevo quanto fosse precaria la nostra posizione nel Golan e anche nel Sinai. Ma non fu mai come quei primi sei mesi della Guerra di Indipendenza."

Quand Golda Meir prese atto del rapporto di Dayan – "Non resterà pietra su pietra che non venga distrutta. Tutto verrà demolito e diroccato."[9] – si sbiancò in viso. Si scusò e andò nella sala accanto ad accendersi una sigaretta. Le batteva il cuore ferocemente, la mente che le vacillava. Stette in piedi col suo assistente, un giovane ufficiale che in seguito descrisse la scena. Meir aveva gli occhi lucidi e stravolti, e parlava di suicidio. Si immaginava il suo corpo nella tomba e i morti impilati un o sull'altro e il fuoco nelle nubi e i raggi del sole che trafiggevano i cieli. Si ritrovava sulla strada di Babilonia, gli Israeliti radunati attorno a lei in catene. Finì la sigaretta, ne iniziò un'altra, poi la spense. La mente le si schiarì, e disse: "Rimettiamoci al lavoro."

Abraham Rabinovich, nel suo The Yom Kippur War:[10]

« She was pale and her eyes were downcast as she walked slowly to her chair. Her hair, normally neatly combed and pulled back, was diheveled and she looked as if she had not shut her eyes all night. For the first time her ministers saw an old woman sitting in the prime minister's chair, slightly bent. She lit a cigarette, leafed briefly through a pile of papers in front of her, and declared the meeting to be open. »

La guerra dello Yom Kippur fu probabilmente il più grande trionfo militare di Israele. Perché c'era stata sorpresa. Perché c'era stata disperazione. Una volta parlai con uno storico militare ad un convegno e la conversazione, per un qualche motivo, si spostò su Israele. Riporto qui di seguito le sue parole, testualmente:

« Well, you know, seventy-three, that was amazing, because it was like this guy comes through your window in the middle of the night and, when you are still half asleep, he hits you as hard as he can, and you fall back, stagger, and think for a moment it is over, you're going to die, then you shake it off, load the gun, and blow his fuckin' head apart.[11] »

Per me, Israele che shakes it off è Golda Meir che spegne la sigaretta e dice "Rimettiamoci al lavoro".

RifornimentiModifica

Henry Kissinger informò il Presidente Nixon sugli sviluppi durante tutto il corso della guerra. Nel quinto giorno, arrivò da lui con una lista di armamenti di cui gli israeliani avevano necessità. Nixon disse: "Non possiamo permettere che Israele perda". Ma potrebbe benissimo aver detto, "Non possiamo permettere che le armi americane perdano contro le armi sovietiche". Nixon esaminò la lista spuntandola con una matita: F-14 Tomcat (sì), carri armati P-23 (sì), Jeep (sì), autocarri (sì), semicingolati (sì), Weasel cingolati (sì), fucili (sì), pistole (sì), granate (sì), caricatori (sì), munizioni (sì), binocoli con visione notturna (sì), mirini telescopici (sì), bombe a grappolo (sì). Tutto eccetto i missili a guida laser, nuovissimo articolo dell'arsenale americano. Gli armamenti dovevano essere inviati in segreto, di notte, tramite una terza nazione, ma poiché i sovietici avevano già riarmato gli arabi, e la lotta era diventata una guerra per procura, Nixon decise che la consegna delle armi doveva avvenire il più pubblicamente possibile, con gran fragore, cosicché tutti sapessero esattamente ciò che stava succedendo e perché.

Le nazioni europee non permisero all'America di usare le loro basi aeree per rifornire Israele. C'era d'aspettarselo: gli arabi avevano minacciato che avrebbero messo l'embargo contro qualsiasi nazione che l'avesse permesso, e gli europei cedettero vergognosamente. (All'America furono tagliati i rifornimenti dall'OPEC dopo la guerra, creando la prima crisi energetica.) Gli aerei volarono direttamente dalle rispettive basi negli Stati Uniti, coi piloti imbottiti di amfetamine per una traversata di andata e ritorno di venti ore, in un convoglio di quadrimotori C-5 Galaxy. Atterrarono a Lod il 14 ottobre 1973. Vennero usate delle rampe e gli equipaggi americani e israeliani stettero insieme nelle rispettive tute mentre il materiale militare veniva spinto negli hangar: ventiduemila tonnellate di armamenti. La maggior parte arrivò troppo tardi per poterla usare nella guerra, dato che i combattimenti erano terminati quando le armi arrivarono al fronte, ma il ponte aereo ebbe un potente impatto psicologico.[12] Fu una mano calda offerta in un giorno freddo. Disse agli israeliani che non erano soli. Incontrai poi un colonnello che era stato in uno di quegli aerei. Mi descrisse le strade deserte di Tel Aviv che vedeva dal suo oblò, gli israeliani che correvano per incontrarlo sul tarmac, le bevute di whisky nell'hangar. C'era tanto rumore, mi disse, coi motori dell'aereo che alzavano polvere e sporcizia. Quando l'areo fu svuotato, il colonnello si tolse il proprio cinturone con la pistola e lo consegnò ad un israeliano, "perché tali erano i miei ordini", mi disse, "dà loro tutto quello che hai, anche la pistola che tieni al fianco."

ArmamentiModifica

Le armi utilizzate sui due fronti riflettevano la realtà della guerra fredda: gli arabi usavano per lo più armi sovietiche, gli israeliani armi occidentali.

Tipo Eserciti arabi IDF
Carri armati T-54/55, T-62, T-34 e PT-76 M4 Sherman, M48 Patton, M60 Patton, Centurion, AMX-13, più un numero di T-54/55 e PT-76 di preda bellica.
Aerei Mikoyan-Gurevich MiG-21, Mikoyan-Gurevich MiG-19, Mikoyan-Gurevich MiG-17, Sukhoi Su-7B, Tupolev Tu-16, Ilyushin Il-28, Ilyushin Il-18, Ilyushin Il-14, Antonov An-12 Douglas A-4 Skyhawk, McDonnell Douglas F-4 Phantom II, Dassault Mirage III, Dassault MD 454 Mystère IV, IAI Nesher, SNCASO SO-4050 Vautour
Elicotteri Mil Mi-6, Mil Mi-8 Aérospatiale SA 321 Super Frelon, Sikorsky S-65, Sikorsky S-58, AB-205, MD Helicopters MD 500

Il punto di svoltaModifica

Il punto decisivo di svolta avvenne al Nord. La sera del 6 ottobre, centinaia di carri armati siriani stavano correndo lungo la Valle di Hula verso Nafakh, ultimo avamposto prima della Linea Verde. Pareva che solo un miracolo potesse fermarli.

Zvika Greengold, un comandante carrista di ventun anni, si trovava nei campi vicino casa. Greengold è il Sergente York israeliano. Dovrebbe esserci un film su di lui, se lo merita. Interpretato da un giovane Harrison Ford, sul set gli altri attori lo chiamerebbero Harry e, tra riprese, gli lancerebbero lattine di birra alla torretta del carro armato, dove sta seduto fumandosi una sigaretta al sole. Si dovrebbe vedere l'infanzia di Greengold in flashback. Eucalipti e cipressi, fienili e mucche in coppia alle mungitrici. Era cresciuto a Lohamey HaGeta’ot, un kibbutz fondato da veterani della Rivolta del Ghetto di Varsavia, tra cui i genitori di Zvika. Sebbene i suoi genitori non ne parlino, tale storia presenta certe domande: Cosa avrei fatto io? Come avrei agito?

Ho visto una foto di Greengold scattata più tardi, quando aveva 25-26 anni. Il berretto sulla spalla significa che fa parte di una brigata scelta, d'élite. La maglietta sotto l'uniforme significa che non è un pignolo del protocollo. Può leggere qualsiasi mappa, ma può anche suonare jazz.

Quando Greengold si presentò alla sua base, le posizioni avanzate di Israele nel Golan erano state distrutte. Gli venne detto di radunare quanti più carri armati possibile e condurli nella Valle di Hula, dove dovevano ingaggiare il nemico, facendo rallentare l'avanzata siriana fino all'arrivo di rinforzi. C'erano però solo due carri arrmati pronti per la battaglia. Gli altri erano stati distrutti durante le prime ore del combattimento. Alcuni stavano venendo riparati, altri erano in viaggio da altre parti del paese. Nel frattempo, c'erano solo Greengold e un altro carrista. Si misero in azione verso il crepuscolo, col sole alle spalle. Poi, pochi chilometri dopo, il secondo carro armato cominciò a scoppiettare e si bloccò, fuori uso.

Una guerra si riduce ad una sola battaglia, una sola battaglia si riduce ad un solo uomo, una sola notte, una sola serie di eventi. È un'idea vecchio stile, resa assurda dalle sofisticate armi moderne, ma qui sembra adattarvisi, l'ottava notte di battaglia, durante la quale Zvika Greengold, combattendo da solo, respinse l'avanzata siriana.

La missione era semplice: distruggi tutto ciò che vedi. Ci si attenne per ventidue ore, chiuso nel carro armato, caldo come un forno, danneggiato, spostandosi a velocità dimezzata dentro e fuori dei ranghi nemici, distruggendo dozzine di carri armati siriani; nessuno sa quanti, ma il mattino dopo le loro carcasse erano sparpagliate per la Valle. Greengold, a dir il vero, ebbe un vantaggio: sia la Siria che Israele usavano carri armati Sherman, il che significava che Zvika poteva spostarsi inosservato tra i nemici. Poteva, usando il linguaggio del ghetto, "passare". Si insinuò in una fila di carri armati siriani, che avevano i fari spenti, come autocarri in sosta di riposo, abbassò il cannone e... BLAM! BLAM! Inoltre, Zvika era da solo e non poteva sbagliarsi: ogni carro armato era un carro nemico. Poteva sparare e sparare e sparare, senza preoccupazioni di sbagliare carro. Non volendo rivelare il suo segreto, alla radio si riferiva a se stesso come "Force Zvika". Quando gli chiedevano di descrivere la situazione, diceva: "Non buona. Force Zvika necessita di un generale."

Greengold in seguito disse che aveva perseverato nello scontro, pensando ai suoi genitori e al Ghetto di Varsavia: poteva infine rispondere alle tragiche domande della sua gente, azzittire le voci che gli ricorrevano in mente. Ecco qui un altro ebreo perseguitato dall Storia, perché ogni nemico è il Nazista. "Questo è ciò che mi ripetevo in testa", disse Greengold in seguito ricevendo la Medaglia al Valore[13] "Ci sono solo io tra siriani e l'annientamento degli ebrei."

Fece rallentare i siriani abbastanza a lungo da permettere ai rinforzi di arrivare, una colonna di carri armati che si inerpicavano su per il Golan. Solo allora i comandanti capirono la situazione di Greengold:
Un carro armato malconcio arranca lungo un campo; si apre un portello; un uomo sporge la testa; è giovane e scarmigliato, con bruciature su faccia e collo.

"Dove sono gli altri?" chiede un ufficiale.

"Non ci sono altri."

"E allora quelli della Force Zvika?"

"Sono io la Force Zvika."

Agita la mano verso il basso, come se il carro si stesse abbeverando, col suono della battaglia fievole alle sue spalle. Quando poi raggiunse la base, sgusciò fuori dal carro armato e crollò. Zvika passò il resto della guerra in ospedale.

Abraham Rabinovich, The Yom Kippur War:

« Some officers involved in the battle would later maintain that Greengold had single handedly prevented the capture of Nafakh by blocking the Syrian drive up the Tapline Saturday night and that in saving Nafakh he had saved the Golan Heights. »

Israele radunò sufficienti carri armati nella Valle di Hula così da sferrare un contrattacco che avrebbe cacciato i siriani dalle Alture. Venne guidato da Ori Orr, un comandante con una vistosa ciocca di capelli neri. Non conosceva la maggioranza degli uomini che doveva comandare in quel frangente. La divisione era stata rattoppata con pezzi di ricambio, nel bel mezzo del conflitto. Seduto nel suo carro armato, circondato da altri carri, ogni uomo nella sua torretta aperta. Si mise una mano nel taschino e tirò fuori una tavoletta di cioccolato, che spezzò e distribuì ai suoi carristi. I vento gli soffiava tra i capelli — beh, veramente non so cosa stesse facendo il vento, ma sul Golan ho constatato che il vento tira forte e sempre: viene dalle colline e alza foglie e rami dappertutto. "So che per voi è difficile," Orr disse agli uomini, "Anche per me è difficile. Ho combattuto in una guerra dura, ma questa è un'altra cosa. Ma sopravviveremo. Non abbiamo alternative, chi resiste più a lungo vince."

L'avanzata egiziana era stata fermata nel Sinai. Gli israeliani avevano formato una linea difensiva. La crisi passò, ma Israele aveva bisogno di uno sfondamento per cambiare il corso della guerra e forzare una tregua accettabile. In altre parole, avevano bisogno di un piano, ma non sarebbe di certo arrivato dai leader in "The Pit", che non si erano più ripresi dal primo shock. Erano diventati foschi, difensivi, non volevano infangare i propri carri armati, o sprecare munizioni, rischiare, tentare, perdere. L'iniziativa venne quindi lasciata agli ufficiali nel campo di battaglia, nel fango e nel sangue della lotta, ed qui mi torna in mente Sharon, che aveva criticato i suoi superiori sin dall'inizio. "Dobbiamo attaccare" aveva detto loro, "Attaccare, attaccare, attaccare!"

Un mattino, alcuni degli uomini di Sharon, esplorando il deserto, fecero una scoperta che li mise in frenetica agitazione. Chiamarono il generale, che era un uomo poderoso e si aggirava per il campo in stivali e giubbotto antiproiettile, con Zev Amit al fianco. Le voci erano affrettate ed eccitate. L'abbiamo trovato, Generale! Abbiamo trovato il percorso di sbocco!

Gli egiziani avevano attraversato il Canale di Suez con due eserciti (Seconda e Terza Armata), ciascuno dei quali aveva i propri comandanti, veicoli e soldati. Questi eserciti dovevano schierarsi fianco a fianco, allineati a filo lungo il fronte, ma le avanguardie israeliane avevano scoperto un divario. Largo ventiquattro chilometri, apero fino al Canale. Naturalmente gli egiziani non lo sapevano. Era un errore, il tipo di errori che fanno perdere una guerra. Invece di cercare un percorso per affiancare gli egiziani, gli israeliani potevano semplicemente sgyusciare tra la Seconda e Terza Armata senza sparar colpo. Nell'hockey lo chiamano le cinque buche: il modo più devastante per segnare, un disco sparato tra le gambe del portiere.

Sharon sapeva che doveva agire alla svelta. Appena gli egiziani si fossero accorti del loro errore, avrebbero chiuso l'apertura, e l'opportunità sarebbe stata persa. Disse ai suoi ufficiali di prepararsi, poi chiamò Gonen e lo informò del varco. Sharon gli disse che voleva far attraversare subito i suoi uomini, prima che si chiudesse. Gonen disse di no. L'esercito era già stato respinto in un contrattacco e non poteva permettersi un'altra manovra affrettata che avrebbe prodotto altre perdite di uomini e equipaggiamenti. Sharon lo supplicò. Spiegò quanto fosse rara e preziosa una tale scoperta: un'apertura attraverso i ranghi del nemico! Ma mentre Sharon vedeva un'opportunità, Gonen vedeva un disastro. Che succede se voi riuscite a passare, disse, e gli egiziani si richiudono dietro di voi? Ci hai pensato?

E questo è un esempio di due tipi di cervello che si scontrano in una crisi: dati gli stessi fatti, Gonen vedeva solo pericolo, mentre Sharon vedeva solo gloria, una sfilata trionfante attraverso una città conquistata in una cascata di fiori.

Sharon ed i suoi uomini si misero subito in marcia, avviandosi verso il varco, che risplendeva davanti a loro come un miraggio, una soglia verso un'altra guerra. In seguito, quando venne rimproverato da Gonen, Sharon disse di aver frainteso l'ordine, sentito e dimenticato, o mai sentito. La mattina dopo, Sharon e diverse centinaia dei suoi uomini erano in vista del Canale. La sponda orientale era desolata e grigia; la sponda occidentale era vibrante, feconda, lustra, aromatica, verde. Il Canale non era solo un passaggio, ma una frontiera, una transizione tra continenti, climi. È una linea che puoi individuare su qualsiasi mappa, grande o piccola che sia; è dove l'Asia finisce. I soldati israeliani non chimavano la sponda occidentale Egitto, La chiamavano Africa.

Ariel Sharon, Warrior:

« We stared across at the trees and lush green foliage. On our side everything was barren and dust. On their side the palm trees and orchards grew in profusion along the Sweet Water Canal. It looked like paradise. »

Sharon parlò a Dayan sul telefono da campo. "Arik non chiuse la comunicazione se non prima di aver descritto la vista stupenda che stava ammirando", scrisse Dayan in seguito, "Carri armati che si stagliavano contro i lampi delle bombe che esplodevano in fuochi d'artificio lungo la superficie del Grande Lago Amaro."

Gli israeliani erano stati dislocati lungo il Canale due settimane prima; perché tutt'a un tratto il Canale sembrava così esotico? Perché era stato perso, ecco perché. Perché israeliani erano morti cercando di difenderlo. Il Canale era strano nel modo che tutti i luoghi comuni appaiono strani a colui che ha avuto un'esperienza di pre-morte, a colui che è stato salvato e quindi vede con occhi nuovi, come fosse la prima volta.

Sharon chiamò Gonen. Era eccitatissimo.[14]

SHARON: Shmuely, Shmuely, siamo vicini al canale! Possiamo toccare l'acqua! La sponda del canale è in mano nostra! Chiedo il permesso di attraversare.
GONEN: Cosa?! No! No! [Poi, lontano dal ricevitore, come se parlasse a qualcun altro nella stanza, Gonen grida: Tiratelo fuori da lì!]
SAHRON: Se riusciamo a mettere un ponte qui, possiamo attraversare.
GONEN: Andatevene da lì!
SHARON: Sono già qui, Shmuely. Appena attraversiamo, l'intera situazione cambierà.
GONEN: No, no, no, no, no!
 
Il contro-attraversamento del Canale (15-17 ottobre) e l'isolamento della 3ª Armata egiziana (18-23 ottobre)

Dopo aver abbassato il ricevitore, Sharon si voltò verso i suoi uomini e disse (in sostanza): "Trovate un modo per attraversare."

Dopo che tutto il resto si era rivelato inutile, i soldati israeliani trainarono quindici vecchi mezzi anfibi da sbarco – chiamati Gilowas – verso il Canale, dove li spinsero giù per una rampa sull'acqua, poi li usarono per traghettare i vehicoli sulla sponda occidentale di Suez. Non ho visto immagini fotografiche di questa armada malconcia, ma ne ho letto descrizioni. Le zattere erano scassate e macilente, che dondolavano come vecchia barcacce, ricolme di uomini e armi. "Non c'era ancora un ponte vero e proprio ma c'era ora un attraversamento per far passare il Canale ai carri armati", scrive Abraham Rabinovich. "La principale mossa strategica di Israele nella guerra... veniva traghettata letteralmente da rottami riciclati."

Sharon si rincalzò la camicia nei calzoni e pettinò i capelli. Era sporco, con olio sulla fronte e mezzelune sotto gli occhi. Era stanco ma si stava divertendo. Era ovvio. Aveva qualcosa che lo separava dagli altri generali. Mentre gli altri erano agitati e sbraitanti, lui sghignazzava. Diede il pettine a Zvi Amit, dicendo: "Ripulisciti. Stiamo andando in Africa." Sharon diede l'ordine: un convoglio attraversi il canale sulle zattere. La colonna traballò, l'acqua sbattè rumorosa contro i cingoli dei carri, ma la manovra riuscì. I soldati si accamparono sulla sponda ovest, un breve percorso attraverso i campi dal Cairo. Sharon s'infilò su un mezzo corazzato e chiamò sua moglie: "Lilt! Lily! Ce l'abbiamo fatta! Siamo i primi ad attraversare!"

Pochi sapevano dove si trovasse Sharon. Gonen presumeva che avesse obbedito agli ordini e stesse ritornando verso la linea israeliana. Gli egiziani consideravano una tale traversata impossibile, e quindi non si accorsero quando avvenne. Sharon pensava che alla fine gli egiziani l'avrebbero scoperto, pertanto voleva trarre vantaggio della situazione mentre durava. Lasciò un gruppo di soldati presso il pontile che, al momento, era l'unico traversamento nelle due direzioni, e condusse un secondo gruppo verso Nord lungo il Canale. Questi uomini fecero saltare i ponti egiziani e le batterie e attaccarono gli avamposti. Quando gli avamposti cedettero, i soldati innalzarono una bandiera israeliana. "Quando gli egiziani al di là del canale vedranno i nostri stendardi dietro di loro, verranno presi dal panico", spiegò Sharon.

Gli israeliani operarono dietro le linee nemiche per trenta ore prima che gli egiziani si rendessero conto che la loro presenza non era solo una montatura. (Così venne descritta a Anwar Sadat.) Quando Golda Meir andò in onda alla TV e procalmò: "Proprio ora, mentre riuniamo il Knesset, una task force dell'IDF sta operando sulla sponda occidentale del Canale di Suez", Sadat disse ai giornalisti: "Ciò che avete sentito da Israele è propaganda. Non c'è stato attraversamento". Ma gli ufficiali di Sadat poi dovettero dirgli che Golda Meir aveva ragione: gli israeliani avevano attraversato, non con dieci uomini, ma con centinaia.

 
Ariel Sharon nel 1973, ferito durante un'incursione aerea egiziana (profilo di Moshe Dayan a destra)

Il 17 ottobre, gli aerei egiziani attaccarono la postazione di Sharon, distruggendo un mezzo da sbarco e una rampa che gli israeliani avevano usato per entrare nel Canale. Quando gli arei furono avvistati, gli israeliani si sparpagliarono. Alcuni si gettarono dentro buche, altri corsero al riparo dei carri armati. Sharon si arrampicò su un blindato. C'era un cannone sul tetto. Sparò diversi proiettili, coi traccianti che s'inarcavano verso i MiG egiziani. Chiunque non aveva trovato copertura venne colpito, tra cui Zev Amit, che morì negli stivali di Sharon. Sharon stesso fu cosparso di schegge e del sangue gli colò sugli occhi. Per un attimo vide il campo di battaglia attraverso un filtro rosso. Ma le sue ferite non erano gravi. Frammenti di shrapnel gli furono estratti dalla faccia e le ferite suturate. Un chirurgo poi gli fasciò la testa (cfr. immagine a lato). Sembrava l'eroe ferito di un poema epico: il generale sul suo carro, coperto di bende, col sangue in mostra.

Cosa pensò Gonen quando ricevette le notizie?

Ci fu un momento in cui si augurò che Sharon fosse stato ucciso?

Convocò Sharon ad un incontro nel Sinai. Sharon, che era tornato nella sponda orientale del Canale, guidò al rendezvous, da cui un elicottero lo trasportò ad un campo. Altri generali stavano aspettando. Nei libri di storia, questo viene chiamato "la riunione dei generali". Ci sono delle fotografie. Mostrano quattro uomini di mezza età accovacciati nel deserto. Sharon traccia un diagramma sulla sabbia: Ecco cosa è successo, ecco come possiamo vincere. Ci furono grida e imprecazioni. I generali erano furiosi con Sharon: non ascoltava gli ordini, oppure eccedeva ciò che gli veniva permesso; se riceveva un ordine che non gli piaceva, all'improvviso diventava difficile comunicare con lui; era egoista, alla ricerca di gloria. Fu accusato di farsi formare un culto della personalità. Cos'è questa storia di tirare gli aranci ai tuoi uomini? Questo è un gesto da demagogo! Per un momento sembrò quasi che i generali venissero alle mani. Volevano rimuoverlo, ma non poterono. I suoi uomini lo amavano troppo. Perdere Sharon significava perdere l'entusiasmo di una divisione; è lì che i demagoghi si proteggono, nel caldo abbraccio del popolo.

Col piano finale approvato, fu praticamente quello che Sharon aveva diagrammato, solo che il suo battaglione ne venne in gran parte tenuto fuori. Un altro generale avrebbe attraversato il Canale, mentre Sharon avrebbe fornito supporto dalla sponda orientale. In seguito Sharon disse che si trattò di politica. Gli uomini al comando dell'esercito erano anche al comando del Partito Laburista. Volevano rubargli il plauso che Sharon avrebbe potuto usare per promuovere le fortune del Likud. Naturalmente, la cosa non funzionò come loro speravano. Non importa cosa scrissero i giornalisti, non importa cosa dissero i generali, l'immagine duratura della guerra fu Sharon con il suo Yiddische kupp fasciato e insanguinato.

Ariel Sharon è stato evocato dai sogni del popolo ebraico, da secoli di paura e umiliazione. È il Golem, l'automa che i mistici animavano con incantesimi. È l'uomo profetizzato nello Zohar, venuto per portare a termine l'opera incompiuta di Saul e spazzare via Amalek. La gente vede in lui ciò che vuole vedere: o Arik, Re dei Giudei, o lo Shochet — il macellaio kosher, grembiule coperto di sangue. Sharon è la massima espressione di emancipazione ebraica: siamo ora liberi di adorare i nostri eroi.

Tirando le sommeModifica

Il Generale Ariel Sharon (ferito alla testa) con la mappa per l'attraversamento del Canale di Suez. Alla sua sinistra ci sono il Ministro della Difesa Moshe Dayan e il Generale Haim Bar-Lev

Il 20 ottobre 1973, la fanteria israeliana attraversò il Canale di Suez. La battaglia durò quarantotto ore. Quando finì, gli egiziani, che erano precedentemente avanzati in marcia, si trovarono intrappolati, con gli israeliani ad entrambi i fianchi. Israele controllava le line di approvvigionamento egiziane. Trecentomila uomini: se Israele non avesse dato loro acqua, sarebbero morti tutti. Anwar Sadat chiese di trattare. Quello che era sembrato un trionfo egiziano – portare un grande esercito attraverso il Canale – all'improvviso sembrava una brillante strategia israeliana. Gli esperti military si chiesero se i generali l'avevano pianificata in questo modo: far avanzare gli egiziani, passar loro dietro alle spalle e chiuderli in trappola.

Un totale di 2656 israeliani erano stati uccisi nella guerra di Kippur, e più di 7000 feriti. Gli arabi ebbero 15000 morti e 35000 feriti. Gershom Gorenberg equipara questi dati alle perdite della Prima Guerra Mondiale, specificandone le computazioni equivalenti. Tenendo conto della dimensione della popolazione israeliana e rivalutandone i numeri su una curva, i 2656 morti israeliani equivalgono a 165000 morti americani. Ma tali equivalenze probabilmente dicono meno delle realtà della guerra – una vita è una vita è una vita – di quanto non dica lo stato mentale degli israeliani dopo che gli spari cessarono. Sui libri, sembrò che Israele avesse vinto con tutta facilità. I combattimenti durarono appena tre settimane, e alla fine Israele non solo aveva recuperato ciò che aveva perso inizialmente, ma ne aveva aumentato i territori, coi suoi soldati appostati su entrambe le sponde del Canale di Suez.

Tuttavia non fu così che Israele si sentì alla fine del conflitto. Non fu il numero dei morti che devastò psicologicamente Israele. Fu la natura della lotta, la sorpresa e ciò che aveva causato agli israeliani di essere sorpresi. Molti di loro avevano creduto che l'era delle grandi guerre fosse finita, che gli arabi erano stati sconfitti, che il Sionismo aveva trionfato — ma tutto questo era stato smascherato come una totale fantasia, un sogno. Gli arabi non erano stati battuti nel 1967, e non lo sarebbero mai stati. La lotta sarebbe continuata. E sì, ora siamo al sicuro, perché siamo più forti, ma come lo saremo fra dieci anni, o fra cento?

Qualche mese dopo il cessate il fuoco, Abba Kovner fece un film sulla storia del suo kibbutz, Ein Hahoresh. Mostrava immagini di ebrei in città e paesi d'Europa: anziani con i tallìt di preghiera, riuniti in sinagoghe di legno, non sapendo quanto facilmente tali sinagoghe avrebbero bruciato; navi a vapore affollate di ragazze ebree dai capelli rossi, che lasciano porti nel Mar Nero, cittadine con case di pietra che si ergono a terrazze; traversate, isole che si susseguono nella nebbia, la Palestina che appare all'orizzonte, Eretz Israel, la stessa terra che Dio usò per modellare il primo Uomo; i pionieri, con cappelli di paglia a larghe falde, che sgomberano i campi dalle erbacce, condutture d'acqua, erezioni di mura; il primo raccolto ed i primi festival della campagna, le candele commemorative che luccicano su una collina, battaglie nelle alture; sopravvissuti che arrivano dai campi di sterminio, a cui vien dato un fucile e mandati a combattere; vittorie e orgoglio per questo nuovo tipo di Ebreo, che vince e vince, ma ancora altre guerre perché gli arabi non sanno di aver perso. Il film finisce con delle navi radunate sulla costa, le stesse navi affollate dagli stessi ebrei, solo che questa volta se ne stanno andando, verso il mare, con la costa della Palestina in dissolvenza dietro di loro.

Dopo la guerra, il governo israeliano costituì una commissione per esaminare quello che era successo e cosa era andato storto. Fu diretta dal capo della Corte Suprema di Israele, Shimon Agranat.[15] I membri della Commissione intervistarono testimoni, esperti, soldati, ufficiali e funzionari. Il rapporto preliminare, emesso il 2 aprile 1974 fu insolito, in quanto nominava nomi. Il Capo di Stato Maggiore (David Elazar), il capo dell'Intelligence militare (Eli Zeira, il vicecapo dell'Intelligence militare (Arieh Shalev), il dirigente della Sezione Egiziana del Mossad (Ten. Col. Yona Bandman) — a tutti fu richiesto di dimettersi altrimenti essere licenziati. Sebbene il rapporto non nominasse Golda Meir, anche a lei furono fatte forti pressioni. Era il suo governo e i suoi ministri avevano fallito miseramente.

Vedere Golda Meir in questa situazione, in pubblico, fu una vera tortura per gli ebrei della generazione dei miei genitori. Era come vedere la propria madre appassire davanti ai propri occhi. Golda Meir era una di quelle persone che sembravano rappresentare più di se stesse — un ideale, un popolo, una forza motrice. Ben-Gurion era il vecchio, il nonno del progetto, ma Golda era la yiddish mama.[16] Nel 1975 avevo la sua autobiografia, My Life (1973) costantemente sulla mia scrivania. La sua foto, grigia e sgualcita come un antico documento, me la mostrava con un gran naso e larghe orecchie, e sembrava esser lì, con me e contemporaneamente altrove, in una stanza al di là della Storia, meditabonda. L'anziana signora con le ricette e il vassoio di biscotti, ma i cui occhi trasparivano una storia differente: una vita dura, cose a lei note ma non discusse. Poiché era la sua vita, doveva forse essere la tua?
(Questo il Sionismo di Golda, in una frase)

Ha incarnato ciò che ho sempre sospettato delle vecchiette nell'ultima fila del ritratto di famiglia – la vecchia Sara, la vecchia Rebecca, la vecchia Ester, in abito scuro e scarpe goffe – che il mezzo sorriso nascondeva un altro sé, che quando si trattava di proteggere la propria gente, poteva essere d'acciaio, persino spietata, brutale e cattiva. Queste donne, quando invecchiano, perdono il filtro che separa ciò che pensano da ciò che dicono e così, a volte, dicono cose straordinarie:

GOLDA: Questa nazione è nostra. Nessuno si deve alzare la mattina e preoccuparsi di cosa pensa di lui il vicino.
GOLDA: Abbiamo vinto le nostre guerre, ma le abbiamo pagate care. Non vogliamo altre vittorie.
GOLDA: Gli arabi smetteranno di combatterci quando ameranno i propri figli più di quanto odiano gli ebrei.
Golda Meir in visita alla sponda occidentale del Canale di Suez, accompagnata dallo Stato Maggiore (29 ottobre 1973)

In Israele, l'ufficio del primo Ministro devasta chiunque lo tocchi. Perché la pressione è troppo intensa. Perché non c'é margine d'errore. Perché, come disse Golda, "Gli arabi possono combattere e perdere, ma noi possiamo perdere solo una volta." Perché sei reponsabile non solo della tua propria nazione, ma di tutti gli ebrei. (La strada si arrampca attraverso le montagne, con precipizi su entrambi i fianchi.) Eskhol si esaurì e morì; Begin impazzì; Rabin fu afflitto da scandali e poi venne assassinato; la testa di Sharon implose e il cervello gli si riempì di sangue.

 
La tomba di Golda Meir al cimitero del Monte Herzl

Gold Meir rassegnò le dimissioni il 10 aprile 1974, una settimana dopo che la Commissione Agranat aveva pubblicato la sua relazione. Disse quanto segue; "Non posso più sopportare questo giogo. Sono arrivata alla fine della strada." Morì di cancro nel dicembre 1978. Aveva ottant'anni. Vissuta in Russia (poi Ucraina e Bielorussia) e a Milwaukee, fu seppellita sul Monte Herzl, a Gerusalemme. Si può vedere la sua tomba nel rispettivo cimitero, una lastra nera, moderna su un monte antico, dove il deserto si estende vasto in ogni direzione.

I membri della Commissione riservarono le parole più dure per Shmuel Gonen. Era stato il Generale Patton con occhiali specchiati, ma divenne il Capitano Queeg con la sua isteria e debolezza. Lo chiamarono timido e nervoso e lo incolparono di aver comandato dal retro. Di aver perso tempo a dibattere invece di attaccare:

« Gonen failed to fulfill his duties adequately and bears much of the responsibility for the dangerous situation in which our troops were caught. »

Fu destituito nel 1975, senza altro incarico. Se ne andò dal suo ufficio in abiti borghesi, si cercò un altro lavoro, ma più che altro rimuginò tra sé le passate battaglie. Incolpò Moshe Dayan della sua disgrazia e spesso si immaginò di andare nel suo ufficio a sparargli.[17] Se ne andò da Israele e si mise a viaggiare senza tregua; nel 1982, un giornalista israeliano lo rintracciò nello Zaire. Morì nel 1991, in viaggio d'affari in Europa. I suoi beni furono inviati alla famiglia in Tel Aviv: tra le sue cose, c'era un orologio da polso, un libro sulla Cabala e una mappa del Deserto del Sinai.

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Serie delle interpretazioni e Interpretazione e scrittura dell'Olocausto.
  1. Per questo studio ho consulato molte fonti dell'epoca e recenti, tra cui: S.Y. Agnon, Only Yesterday, 1945; R. Alter, The Art of Biblical Narrative, 2000; S. Amiry, Sharon and My Mother-in-Law: Ramallah Diaries, 2003; G. Antonius, The Arab Awakening, 1939; K. Armstrong, Jerusalem: One City, Three Faiths, 1996; S. Bellow, To Jerusalem and Back, 1976; P. Berman, Terror and Liberalism, 2003; M. Buber, Israel and Palestine: The History of an Idea, 1953; R. Cohen, Israel is Real, 2009; M. Dayan, Moshe Dayan: Story of My Life, 1976; A. Eban, Diplomacy for the Next Century, 1998; A. Elon, A Blood-Dimmed Tide: Dispatches from the Middle East, 1997; Matti Friedman, Who By Fire. War, Atonement, and the Resurrection of Leonard Cohen, 2022; Hashomer Hatzair, The Massacre of the European Jewry: An Anthology, 1963; C. Herzog e Shlomo Gazit, The Arab-Israeli Wars: War and Peace in the Middle East from the War of Independence to the Present, 1982; A.J. Heschel, Israel: An Echo of Eternity, 1967; T. Segev, 1967: Israel, the War, and the Year That Transformed the Middle East, 2007; A. Sharon & David Chanoff, Warrior: An Autobiography, 1989; A. Shlaim, The Iron Wall: Israel and the Arab World, 1999; D> Baddiel, Jews Don't Count, 2021; R. Shepherd, A State Beyond the Pale, 2009; G. Gilder, The Israel Test, 2009.
  2. L'Egitto e la Siria lanciarono la guerra dello Yom Kippur contro Israele nel Sinai e nelle alture del Golan il 6 ottobre 1973 ((EN) Avi Shlaim, Lion of Jordan: The Life of King Hussein in War and Peace, Vintage Books, 2009, pp. 363-384, ISBN 9781400078288. URL consultato il 18 aprile 2022.) Secondo una rivelazione di Benjamin Netanyahu del tutto non dimostrata, nel suo libro A Durable Peace (1993, aggiornato nel 2000), Hussein sarebbe segretamente volato a Tel Aviv il giorno prima della guerra del Kippur per avvertire le autorità israeliane dell'imminente attacco. In cambio Israele avrebbe garantito alla Giordania la sicurezza del piccolo regno, intervenendo per stroncare qualsiasi attacco condotto contro il suo territorio. Non esiste però alcun serio riscontro a una simile affermazione. Hussein aveva incontrato segretamente Golda Meir a Tel Aviv il 25 settembre. Voci diffuse nel mondo arabo ventilarono l'ipotesi che il re avesse informato Meir delle intenzioni arabe ((EN) P. R. Kumaraswamy, Revisiting the Yom Kippur War, Routledge, 11 gennaio 2013, ISBN 9781136328954. URL consultato il 18 aprile 2022.) Ḥusayn discusse con Meir solo ciò che entrambi già sapevano, che l'esercito siriano era in allerta.
  3. Ecco cosa dissero gli analisti al Primo Ministro: I siriani non attaccheranno senza gli egiziani; gli egiziani non attaccheranno senza missili che possano colpire Tel Aviv. Poiché non hanno tali missili, non ci sarà guerra.
  4. L'identità di questo uomo rimane un mistero — alcuni israeliani pensano fosse un ufficiale egiziano di alto rango, un parente di Nasser deluso dal nuovo regime di Sadat.
  5. L'installazione della linea difensiva era stata controversa; Gen. Haim Bar-Lev la considerava una difesa inespugnabile che avrebbe richiesto un numero minimo di truppe, mentre altri la consideravano una trappola mortale.
  6. 1 Samuele 17:26.
  7. Il discorso venne intitolato: "My Glorious Brothers, Deserving of Fame".
  8. Il capo israeliano dell'Intelligence militare apparve alla TV al posto di Dayan e non menzionò mai il Terzo Tempio.
  9. Queste parole ricordano quelle di Gesù in Matteo 24:2 e Luca 21:6.
  10. Abraham Rabinovich, The Yom Kippur War: The Epic Encounter That Transformed the Middle East, ISBN 0-8052-4176-0
  11. Disse proprio così, verbatim.
  12. Inoltre gli israeliani, sapendo che gli armamenti stavano arrivando, furono più liberali nell'usare le proprie armi e fare più sortite.
  13. La Medaglia al Valore è il massimo riconoscimento al valor militare concesso dallo Stato d'Israele fin dal 1970 ( Israeli Decorations, su www.israelidecorations.net. URL consultato il 20 aprile 2022.; ODM of Israel: Medal of Valour, su www.medals.org.uk. URL consultato il 20 aprile 2022.).
  14. Questa conversazione fu registrata e ascoltata dagli investigatori dopo la guerra.
  15. Altri membri includevano Moshe Landau, un giudice della Corte, e Yigael Yadin.
  16. Ecco perché è stata rappresentata di continuo in film e al teatro: da Anne Bancroft a Broadway in Golda; da Ingrid Bergman in A Woman Called Golda; da Tovah Feldshuh e Valerie Harper in Golda's Balcony; da Lynn Cohen in Munich, e via dicendo. Il Presidente dell'Ucraina, Zelenskyy, in uno dei suoi recenti appelli televisivi alle nazioni, parlando al Knesset, ha ricordato che Kiev è stata la città natale di Golda Meir.
  17. Lo rivelò ad un giornalista anni dopo.