Il Principe/Sinossi dettagliata

Indice del libro

Dedicato a Lorenzo de’ Medici.

Dedica

Il più delle volte gli uomini, per accattivarsi le grazie di un Principe, sogliono fargli doni ricchi e preziosi. Invece l’Autore, che non possiede nulla di tutto ciò, si accinge a fargli dono di una piccola Opera senza presunzione, scritta senza ampollosità e figure retoriche e abbellimenti vari, che tratta delle azioni dei Principi, apprese con l’esperienza e le lezioni del passato. E non è presunzione se un uomo di basso stato come l’Autore ardisca esaminare la condotta dei Principi, perché per conoscere il popolo bisogna essere Principi e per conoscere i Principi bisogna essere un membro del popolo.

I. La natura dei principati e il modo per acquistarli

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Tutti gli Stati possono essere classificati in due categorie:

  1. Repubblica
  2. Principato, di tipo:
  • Nuovo, e ancora
1. Tutto, nel senso che, a seguito di un colpo di stato, una nuova famiglia subentra completamente alla prima
2. Membri aggiunti allo stato ereditario del Principe, ad es. Napoli sotto il Re di Spagna
  • Ereditario

I Domini (Stati) possono essere abituati:

  • a vivere sotto un solo Principe
  • ad essere liberi

Gli Stati si acquistano con gli eserciti di ciascuno o quelli di altri, o per fortuna o per virtù.

II. I Principati ereditari

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L’Autore lascia da parte la tipologia di Stato Repubblica, già trattata nei “Discorsi su Tito Livio”. Negli Stati ereditari, in cui una stirpe governi già da tempo, le difficoltà a mantenerli sono assai minori rispetto ai nuovi, perché basta soltanto continuare lungo la linea seguita dagli antenati e di temporeggiare con le possibili rivolte. Però se un Principe è abile, certamente manterrà intatto il suo potere, ad eccezione se una forza troppo grande per Lui gli si avventi contro. Ma, anche privato del suo governo, Egli lo riacquisterà non appena una disgrazia qualsiasi si abbatta sul nuovo occupatore. L’Autore prende ad esempio il Duca di Ferrara spodestato non per cattiva condotta. Il Principe ereditario ha minori necessità e motivi per offendere e perciò è più amato e benvoluto, se al contrario non dovesse avere vizi tra i più turpi. E nella continuazione del Dominio si spengono le speranze di innovazioni: perché ogni cambiamento lascia lo spazio per l’edificazione di un altro.

III. I Principati misti

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Luigi XII di Francia

È nel Principato nuovo che sorgono le difficoltà. E se è come membro aggiunto, misto, c’è subito una prima difficoltà che vale per tutti i Principati nuovi: ed è che gli uomini credono di migliorare il loro stato e si ribellano al loro, favorendo l’ingresso del nuovo; poi però si ingannano perché si ritrovano sempre ad avere peggiorato la loro situazione. Ciò dipende da una cosa ordinaria: e cioè che il nuovo Principe offende con l’esercito e con infinite altre ingiurie il popolo di cui aspira a divenire Principe. Cioè si fa nemici tutti quelli che ha offeso per acquistare il potere, né si può far amico il popolo che ti ha aiutato perché non si corrisponde alle sue aspettative e non si possono usare maniere forti a causa del suo appoggio (vedi ad es. Luigi XII di Francia e l’occupazione di Milano). Ma è vero che è più difficile perdere i paesi ribellati dopo averli acquistati la seconda volta, perché il signore è più attento, allora, ai bisogni del popolo. Stati acquistati aggiunti ad uno Stato antico:

  1. con la stessa lingua e provincia
  2. diversi dal precedente caso

Lo Stato di tipo 1) è facile mantenerlo, soprattutto quando è abituato a vivere sotto un Signore. Per farlo con sicurezza basta estinguere la stirpe precedente. Un’altra avvertenza è di mantenere le stesse leggi e non alterare le tasse. Stato di tipo 2): Qui subentrano le difficoltà e bisogna avere fortuna e abilità. Una cosa da fare è andare ad abitare in quello Stato. Perché vivendoci dentro si vedono da vicino i possibili disordini e ci si può porre rimedio velocemente. Un’altra cosa da fare è insediare colonie che siano legate a quello Stato. Nelle colonie si spende pochissimo perché con poca spesa si può conquistare facilmente in quanto, offendendo solo una minima parte di quello Stato, gli offesi non potranno mai nuocere essendo poveri e dispersi. E gli altri Stati rimarranno timorosi che possa fare loro ciò che ha fatto a quelli. Queste colonie, in definitiva, non costano, sono più fedeli e offendono meno. Si nota cioè che gli uomini si devono trattare o con l’ovatta o neutralizzare; infatti si vendicano per le quisquilie, ma non possono farlo per le cose grandi; perciò l’offesa a un uomo dovrà essere in modo tale che non risorga a vendicarsi. Nel caso invece che il Principe voglia occuparlo militarmente spenderà moltissimo in forze tanto che l’acquisto si tramuterà in perdita, facendosi Egli nel contempo molti nemici. Ancora, questo Principe deve farsi difensore dei vicini minori potenti e guardarsi che non subentri un estraneo potente quanto lui. Accade spesso che quando questo avviene, Egli avrà come seguaci tutti i provinciali meno potenti mossi da invidia. E avviene che nelle cose di Stato, conoscendo il male per tempo, si può guarire presto, ma facendo passare il tempo, lasciandolo crescere, non ci si può più porre rimedio. È cosa naturale che gli uomini desiderino di possedere e acquistare e saranno lodati quando lo faranno nelle loro possibilità. Ma sarà loro peccato quando invece non lo faranno secondo le proprie forze. I cinque errori di Re Luigi di Francia:

  1. spenti i minori potenti
  2. accresciuta la potenza di uno (Italia)
  3. fatto entrare un forestiero potente
  4. non andato ad abitarci
  5. non insediato colonie

Regola generale (che quasi sempre è rispettata): chi dà motivo ad uno di diventare potente, viene rovinato, perché questo potere è generato o con la virtù o con la forza, ed entrambe queste cause diventano sospette al nuovo potente.

IV. Per quale motivo il regno di Dario di Persia, occupato da Alessandro, non si ribellò ai suoi successori dopo la morte di Alessandro

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Alessandro Magno (Museo del Louvre)

Perché tutta l’Asia, alla morte di Alessandro, non si ribellò ai suoi successori? I Principati si governano in due modi diversi:

  1. Principe e Servi, cioè i Servi aiutano il Governo del regno per concessione del Principe
  2. Principe e Baroni, cioè i Baroni aiutano il Governo del regno non per concessione, ma per nobiltà. I Baroni hanno Stati propri e sudditi propri all'interno dei confini del regno del Principe

Lo Stato di tipo 1) è quello che ha il Principe con maggiore autorità perché non c’è nessun altro superiore a lui e tutti obbediscono solo a lui e a nessun altro, se non come Ministri. Si vede bene allora che è più difficile conquistare lo Stato di tipo 1) ma, una volta vinto, si ha grande facilità a mantenerlo. Perché è difficile corrompere i suoi sudditi, essendo questi molto obbligati. Ma una volta vinto ed estinta la sua stirpe, non si deve temere d’altri. Negli Stati di tipo 2) avviene il contrario: si puoi entrare e acquistarvi la amicizia di un Barone, specialmente se c’è del malcontento, e questo ti può spianare la strada alla conquista. Ma una volta vinto (facilmente) è estremamente difficile mantenere il regno: non basta estinguere la stirpe regale, perché ci saranno sempre Baroni che alzeranno la testa. Ognuno ha i suoi desideri, e non potendo accontentarli tutti, si perderà quello Stato. Di che natura era il regno di Dario di Persia? Della specie 1) perciò ad Alessandro occorsero tutte le sue forze d’urto per conquistarlo. I successori di Alessandro lo avrebbero potuto tenere in tutta tranquillità se non fossero nate delle discordie che alla fine lo smembrarono. In Francia è quasi impossibile governare con sicurezza. Da qui le frequenti ribellioni (es. la Gallia, la Grecia contro Roma). Ma una volta passato del tempo queste Province non riconoscevano altri che i Romani.

V. In che modo si devono governare i Principati che, prima di essere occupati, fruivano di leggi proprie

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Ci sono tre modi di governare questo tipo di Principati:

  1. Distruggerli
  2. Andare ad abitarci
  3. Lasciarli vivere secondo le loro leggi, ma tenendoci una oligarchia legata al Signore

Il migliore metodo sarebbe il 1). (confermato da dati storici, vedi Roma e Grecia) perché chi diviene padrone di una città abituata ad essere libera, e non la rende totalmente obbligata, prima o poi deve aspettarsi la ribellione. Perché i vecchi ordinamenti, anche se molto vecchi, non si dimenticano. Quando le città sono abituate a vivere sotto una stirpe e questa viene spenta, il nuovo Principe con più facilità può guadagnarsi la loro fedeltà, perché non hanno più l’appoggio del vecchio Principe, non trovano l’accordo per eleggerne uno fra loro e perciò sono più lenti alla ribellione. Nelle repubbliche è maggiore l’odio, la vendetta; e vi è sempre la memoria dell’antica libertà: la via più sicura per possederle è ancora il 1). o anche il 2).

VI. I Principati nuovi acquistati con l’armi proprie e con la virtù

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Ciro II di Persia

Non si meravigli il Lettore degli esempi famosi perché bisogna sempre imitare le orme dei grandi, di quelli che hanno eccelso in quel campo. Metafora degli arcieri prudenti che alzano il tiro per raggiungere una meta lontana. Nei principati nuovi la difficoltà a mantenerli da parte del Principe variano a seconda della virtù di Egli stesso. Siccome ciò presuppone virtù o fortuna, ognuno di questi due elementi mitiga le difficoltà che sono molte: però colui che si è meno fidato della sorte, mantiene più a lungo il suo regno. Un altro elemento che mitigherebbe le difficoltà è l’andarci ad abitare. I più virtuosi a governare e mantenere un Principato sono stati Mosè, Ciro di Persia, Romolo, Teseo. Esaminando le azioni di questi grandi, si vedrà che l’unica cosa che hanno avuto dalla sorte sia stata l’occasione a fare ciò che hanno fatto. Senza l’occasione, la virtù sarebbe spenta e senza la virtù l’occasione sarebbe venuta meno. L’occasione e la virtù si congiunsero in una unione talmente perfetta che la loro patria divenne felicissima. Quelli che giungono al Principato con la virtù, lo acquistano difficilmente ma lo mantengono poi più facilmente. Le difficoltà ad acquistare il regno dipendono dai modi necessari al Principe per introdurre i nuovi ordinamenti. E non c’è cosa più difficile a provare ad introdurre nuove leggi. Perché il Principe si trova nemici tutti i fautori del vecchio ordinamento e per leggeri amici quelli che aspettano con gioia le nuove leggi. Questa gioia nasce, un po’ per paura dei nuovi occupanti che hanno il coltello dalla parte del manico, un po’ dalla natura stessa degli uomini che non credono alle novità se non affermate solidamente. Perciò quando i nemici del Principe fanno una ribellione, gli altri lo difendono debolmente, in modo da temporeggiare e unirsi poi ai primi se le cose andassero male. Ma bisogna però vedere se questi rivoltosi fanno parte per sé stessi, e quindi basta un loro cenno alla rivolta, oppure dipendono da altri, e bisogna che forzino la mano. Nel primo caso vincono quasi sempre, ma non arrivano a niente, nel secondo perdono. La natura dei popoli è varia: è facile persuaderli di una cosa, ma difficile fermarli in questa convinzione. Perciò conviene che quando non credono più, bisogna far credere loro per forza. I grandi non avrebbero potuto far osservare a lungo le loro convinzioni se fossero stati disarmati (un esempio del contrario: Savonarola). I Principi che hanno sulla loro strada qualche difficoltà, bisogna che le superino con la virtù, ma una volta soppressi quelli che lo invidiavano, avranno il regno sicuro, felice e onorato.

VII. I principati nuovi acquistati con le armi e la fortuna degli altri

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Quelli che diventano Principi di Stati acquistati con la sorte, lo diventano assai facilmente ma difficilmente li mantengono. Lo mantengono con difficoltà perché si basano sulla volontà e sulla sorte di chi ha concesso loro questo privilegio. Non sanno né possono mantenersi in quello stato. Non sanno perché essendo sempre vissuti alle spalle di altri, a meno che non siano uomini di virtù straordinarie, non sono capaci per natura a comandare. Non possono perché non hanno le forze che possono esser loro fedeli. Esempio di stato acquistato con la virtù: Francesco Sforza (e lo mantenne). Esempio di stato acquistato con la fortuna: Cesare Borgia (e lo perse) Storia dei progressi egemonici del Valentino che conquistò la Romagna. Una volta conquistata la Romagna, Egli la governò con braccio forte per tenerla legata a sè. Gli restava però di debellare il pericolo del Re di Francia, suo nemico. Lo fece e si assicurò che il successore di Papa Alessandro non gli togliesse i suoi possedimenti. E questo fece in quattro modi:

  1. spegnere le stirpi dei Signori che aveva spogliato,
  2. guadagnarsi la nobiltà romana,
  3. ridurre il Collegio dei Cardinali in suo potere,
  4. acquistarsi tanta forza da resistere all’impeto futuro.

Di queste cose ne fece solo tre. L’ultima non ci riuscì appieno e, accerchiato da potenti eserciti, andò in rovina. Secondo l'Autore tutto l’operato del Duca non è da biasimare, anzi piuttosto da imitare. Perché solo la morte di Alessandro e la sua malattia si opposero ai suoi piani. E non c’è esempio migliore per chi voglia assicurarsi uno stato nuovo che seguire le azioni del Duca. L’unico suo errore fu l’elezione a Papa di Giulio. Perché non potendo creare un Papa a suo modo, poteva almeno sceglierlo e non doveva acconsentire che uno di quei Cardinali che aveva offeso diventasse Pontefice. Chi crede che nuovi benefici facciano dimenticare le offese ricevute, sbaglia.

VIII. Quelli che per scelleratezza arrivarono al Principato

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Privatamente si diventa Principi in due modi:

  • per scelleratezza
  • con il favore dei propri concittadini

Due esempi: uno antico, l’altro moderno per citare le azioni dei primi 1) Agatocle, tiranno di Siracusa, figlio di un vasaio, scellerato tutta la vita. Divenne per gradi Pretore di Siracusa. Messosi in testa di diventare Principe e ed accordatosi con il cartaginese Amilcare, una mattina radunò il senato e a un suo cenno fece uccidere gli aristocratici e i senatori. Così divenne Principe e, non solo resistette ai contrattacchi di Siracusa ma conquistò anche una parte dell’Africa. Considerando la storia di Agatocle non si potrà attribuire al Principato la fortuna, avendosi egli guadagnato i gradi della milizia con i suoi sacrifici. Né si può parlare di virtù trucidare i suoi stessi concittadini, tradire gli amici, essere senza pietà. 2) Ai nostri tempi (quelli di Alessandro VI) Oliverotto da Fermo fu addestrato alla milizia da Paolo Vitelli e militò sotto il fratello, Vitellozzo. In breve tempo divenne il primo uomo della sua milizia. Ma poi, volendo egli porsi a capo di una città, pensò di farlo della sua città natale. Perciò scrisse al suo tutore che vi voleva ritornare in modo solenne. Fattosi dunque ricevere, ordinò un banchetto con tutte le più alte personalità del paese. Alla fine del pranzo le condusse tutte in un luogo segreto dove le fece uccidere e divenne così Principe della sua città. Si potrebbe dubitare su come Agatocle e simili fossero riusciti a mantenere il loro Principato anche in cattiva sorte, mentre altri, attraverso la crudeltà, non ci sono riusciti. Questo avviene secondo:

1) la crudeltà bene usata

Si può chiamare quella che si fa una volta sola per necessità e poi si converte in utilità per i sudditi.

2) la crudeltà male usata

È quella che si prolunga costantemente nel tempo

Bisogna dunque notare che l’occupatore, nell’occupare uno Stato, deve fare tutte le offese necessarie tutte insieme per potersi guadagnare gli uomini. Chi fa diversamente, deve sempre avere il coltello in mano. E perciò non può federarsi con i suoi sudditi. Perché le ingiurie bisogna farle tutte insieme e i benefici poco alla volta per farli assaporare meglio.

IX. Il Principato civile

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Papa Alessandro VI Borgia, padre di Cesare Borgia

Quando d’altra parte uno diviene Principe col favore degli altri concittadini (cosa che può chiamarsi Principato civile) e che si acquista non tramite tutta fortuna o tutta virtù, ma piuttosto attraverso una astuzia fortunata, si ascende a questo titolo col favore del popolo o col favore dei grandi, perché in ogni città ci sono queste due tendenze diverse, le quali nascono da questa considerazione, che il popolo non desidera né essere comandato, né oppresso dai grandi, mentre i grandi desiderano comandare e opprimere il popolo. Da queste due tendenze opposte nasce uno tra i seguenti effetti:

  • Principato
  • Libertà
  • Licenzia (Anarchia)

Parlando del Principato, esso è realizzato o dal popolo o dai grandi secondo l’occasione (perché vedendo i grandi che non possono resistere al popolo, eleggono uno di loro Principe per poter mettere in atto il proprio dominio sul popolo; e al contrario vedendo il popolo che non puòr resistere ai grandi, attribuendo tutta la reputazione a uno di loro, l’elegge Principe per difendersi sotto la sua autorità). Il Principato concretizzato dai grandi si mantiene con più difficoltà dell’altro, perché il Principe si ritrova con molti che sembrano essergli pari, e per questo non li può comandare o maneggiare a suo modo; il secondo Principe invece si trova solo con intorno pochissimi non disposti ad ubbidirgli. Inoltre non si può dar soddisfazione ai grandi senza offendere gli altri, ma lo si può fare al popolo, perché l'essere popolare è un fine più onesto di quello dei grandi, siccome i grandi vogliono opprimere e il popolo non vuole essere oppresso. Inoltre un Principe non può mai star sicuro di un popolo a lui nemico perché questo è troppo numeroso; ma può farlo dei grandi, essendo questi pochi. Il peggio che si può aspettare un Principe è essere abbandonato dal popolo che diviene a lui nemico: ma dai grandi nemici non solo deve temere di essere abbandonato ma anche che gli si rivoltino contro, perché essendo più furbi, fanno le cose più accortamente. Al Principe è necessario vivere sempre con quello stesso popolo, ma non necessariamente con gli stessi grandi, perché li può creare e dimettere a suo piacimento. I grandi devono essere considerati in due modi principalmente: o si comportano in modo da obbligarsi in tutto alla sorte del Principe o no. I primi si devono onorare e lodare; i secondi devono essere esaminati in due modi: o lo fanno per pusillanimità e difetto naturale, in questo caso nelle condizioni favorevoli bisogna farsene onore e nelle avversità non temerli; o lo fanno per maliziosa ambizione, e allora è segno che pensano più a loro stessi che al Principe: sono questi che il Principe deve temere e di cui deve guardarsi, perché nelle avversità sicuramente si adopereranno per spodestarlo. Insomma il Principe divenuto tale con l’aiuto del popolo deve mantenerselo amico, cosa facile se il popolo non fa altro che chiedere di non essere oppresso. Un Principe divenuto tale con l’aiuto dei grandi deve prima di tutto guadagnarsi il popolo, cosa facile se prende le sue precauzioni. E siccome gli uomini, quando ricevono bene da uno creduto un malfattore, più si obbligano a lui, il popolo diventa subito più benevolo nei suoi confronti che se fosse stato lui stesso a porlo sul trono. Il Principe può guadagnare il popolo in molti modi, dei quali, siccome variano da caso a caso, non se ne può dare una regola precisa. La conclusione è che è necessario a un Principe più avere amico il popolo che avere rimedi alle sue avversità. Ma non ci sia chi obietti secondo il proverbio comune: Chi fonda sul popolo, fonda sul fango; perché questo è vero solo quando un cittadino vi pone su le fondamenta e pensa poi che il popolo lo liberi quando è oppresso dai nemici; ci si trova in tal caso ingannati, si prenda come esempio la vicenda di Tiberio e Caio Gracco nell’antica Roma. Ma quando è un Principe savio che vi ci fondi, non temendo le avversità, non si troverà mai abbandonato dal popolo, anzi il contrario. Questo tipo di Principati si dissolvono però quando tentano di passare dall’ordine civile all’ordine assoluto, perché questi Principi comandano o mediante loro stessi o per mezzo di magistrati; questi ultimi, specialmente nelle avversità, gli possono togliere con grande facilità lo Stato ribellandosi o non ubbidendogli. E allora il Principe non è sollecitato a diventare Monarca Assoluto, perché i cittadini sono abituati a ricevere ordini dai magistrati e in quella circostanza non sono pronti ad ubbidire ai suoi. E avrà sempre scarsezza di amici dei quali fidarsi perché tale Principe non può fidarsi delle situazioni presenti nei tempi di pace, quando ognuno promette ed è disposto perfino a morire (quando la morte è lontana). Nelle avversità invece, quando ci sono veramente pericoli, di amici se ne trovano pochi. Perciò un Principe savio deve fare in modo di tenersi obbligato il popolo in pace e in guerra; e poi lo avrà sempre fedele.

X. In che modo si misurano le forze dei Principati

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Papa Leone X ovvero Giovanni de' Medici

Nell’esaminare le qualità dei Principati si distingue il Principe che è indipendente nella milizia da altri (1) e il Principe che invece ha sempre bisogno dell’aiuto di altri (2). I Principi appartenenti al tipo (1) possono radunare un esercito adeguato e sostenere una battaglia campale con chiunque. I Principi appartenenti al tipo (2) non possono sostenere battaglie campali, ma hanno necessità di rifugiarsi dentro le mura e farsi difendere da esse. L'Autore esorta questi Principi a fortificare le loro città e non preoccuparsi del contado circostante. E questi Principi saranno assolti sempre con grande rispetto perché gli uomini sono sempre nemici delle imprese dove si vede la difficoltà, come in questo caso. (es. le città della Germania). Insomma un Principe che abbia una città fortificata e sia ben voluto dal popolo non può essere assalito, e se pure ci fosse un ardito da farlo, rimarrà con un pugno di mosche in mano. E a chi obbietta: se il popolo ha possedimenti al di fuori del castello e li vedrà bruciare, stanco del lungo assedio, si dimenticherà del suo signore, l'Autore risponde che un Principe potente e virtuoso saprà sempre come cavarsela, ad es. dando speranza ai sudditi della brevità dell’assedio, facendoli intimorire della crudeltà del nemico, o abbassando i troppi arditi. Oltretutto il nemico deve per forza attaccare il Principe subito al suo arrivo quando gli animi dei suoi uomini sono caldi e pronti per la difesa; e perciò, passato qualche giorno senza aver ricevuto danni e con gli animi raffreddati, non vi è più rimedio, e il Principe può star sicuro di vedere allora la gente accorrere alla sua difesa, perché sembra che lui abbia un obbligo verso di loro, essendo stato tutto distrutto per provvedere alla difesa di lui.

XI. I Principati ecclesiastici

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I Principati ecclesiastici si acquistano per virtù o per fortuna e si mantengono senza né l’una né l’altra perché sorretti e convalidati dai dogmi antichi della religione che sono così forti che fanno mantenere al Principe lo Stato in qualsiasi modo Egli lo governi. Questi Principi sono gli unici ad avere Stati e a non difenderli, ad avere sudditi e a non comandarli. E gli Stati, pur essendo indifesi, non sono assaliti; e i sudditi pur non essendo governati, non se ne curano. Solo questi Principati sono sicuri e felici. Ma essendo retti da una volontà superiore sarebbe ardito parlarne, perciò l'Autore li tralascia. Ma perché il regno del Papa è divenuto così potente? Prima di Alessandro VI c’erano in Italia i Veneziani, il Re di Napoli, il Papa, il Duca di Milano e Firenze (potentati). Le preoccupazioni primarie erano due: nessun forestiero doveva entrare in Italia e nessuno di loro doveva estendere il suo dominio. Quei Potentati che si preoccupavano di più erano il Papa e i Veneziani. Fino ad un dato momento nessuno dei due era riuscito a sopraffare l’altro. Un Papa animoso fu Sisto IV, ma data la brevità della loro vita, i Papi non riuscivano a fare azioni definitive. Con Alessandro VI la Chiesa riuscì nel suo intento di spegnere i baroni romani, gli Orsini e i Colonna, grazie al Duca Valentino. La Chiesa divenne grande e Papa Giulio continuò l’opera del predecessore: si guadagnò Bologna e cacciò i Veneziani e i Francesi. Venne poi Papa Leone X Medici trovando il papato potentissimo. Fu un Papa santo che rese il Papato grande in santità come i suoi predecessori lo resero grande in ricchezza.

XII. I generi della milizia e dei mercenari

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Dopo aver esaurito il tema “Principato” non resta che parlare delle offese e delle difese che ogni Principato può mettere in campo. Si è detto che a un Principe, per mantenere il suo Stato, sono necessarie delle buone fondamenta: le principali sono le buone leggi (1) e le buone armi (2). Siccome non ci può essere il (1) senza il (2), si tralascerà di parlare della legge per parlare delle armi. Gli eserciti possono essere dei seguenti tipi:

(A) Proprio
(B) Mercenario
(C) Ausiliario
(D) Misto

I tipi (B) e (C) sono inutili, anzi pericolosi, perché i loro componenti sono spesso disuniti, ambiziosi, senza disciplina, infedeli. Uno Stato non si potrà mai reggere su di essi perché essi non hanno altro amore che quel poco di denaro che ottengono, e ciò non basta perché i soldati vogliano offrire la loro vita per te. Essi vogliono essere tuoi soldati in tempo di pace, ma andarsene in tempo di guerra. (es. la rovina dell’Italia in mano a milizie assoldate) Migliore dimostrazione: i capitani mercenari sono o uomini eccellenti o no: se non lo sono non ci si può affatto fidare, ma anche se lo sono, perché aspireranno alla propria grandezza o con il tenere in soggezione il Principe o con il tenere in soggezione altri a di fuori delle sue intenzioni. Si può obiettare che qualsiasi capitano, anche non mercenario sia così. L'Autore risponde che le milizie sono controllate dal Principe o da una Repubblica. Il Principe sceglie di persona il proprio capitano, la Repubblica i suoi cittadini che, mediante leggi, ne controllino il potere. Per esperienza si vedono Principi e Repubbliche ben armate fare grandi progressi e i mercenari procurare solo danni. E una Repubblica armata di armi proprie costringe all’obbedienza i cittadini con più facilità. Breve storia dell’Italia sotto il profilo mercenario. L’Italia è divisa in più Stati e quasi tutta nelle mani della Chiesa e di qualche Repubblica e, siccome i preti e gli altri cittadini non erano abituati a trattare le milizie, cominciarono ad assoldare forestieri. Il primo fu Alberigo conte di Cumio. Alla fine di tutto ciò è che l’Italia è stata vituperata da Carlo VIII, Luigi XII, Ferdinando il Cattolico e gli Svizzeri.

XIII. I soldati ausiliari, misti e propri

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Incisione di Cesare Borgia nelle vesti di cardinale

Le milizie ausiliarie, anche queste inutili, sono quelle per le quali si chiama un potente vicino in aiuto. Queste milizie possono anche essere sufficienti, ma danneggiano alla fine colui che le ha chiamate perché se, si vince, si resta prigioniero di loro. Queste milizie sono più pericolose delle mercenarie, perché queste sono unite e compatte e ubbidienti a un solo capitano: per le altre, invece, per sopraffare chi le ha assoldate, non essendo un corpo unito, occorre maggiore occasione. Insomma nelle mercenarie è più pericolosa l’ignavia, nelle ausiliarie la virtù. Un Principe savio si saprà rivolgere alle proprie milizie, perché non giudicherà essere vera vittoria quella acquistata con le milizie altrui (es. Cesare Borgia). Anche le armi miste, sebbene superiori sia alle mercenarie che alle ausiliarie, sono dannose e di molto inferiori alle proprie. Il Principe che non conosce i mali quando nascono non è veramente savio: ma ciò è concesso a pochi. La ragione prima della rovina dell’Impero Romano? L’assunzione di soldati Goti. L'Autore conclude dicendo che chi non ha milizie proprie non ha di norma uno Stato sicuro, perché tutto è nelle mani della sola fortuna e non della virtù che nelle avversità lo possa efficacemente difendere.

XIV. Quello che deve fare un Principe circa la milizia

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Perciò il Principe deve avere solo la guerra come scopo, come unica arte propria. E la guerra è di così grande virtù da riuscire a mantenere i Principi sul trono, e perfino farne diventare di nuovi privati cittadini. Al contrario si può notare come, quando i Principi si sono preoccupati più delle mollezze che alle guerre, hanno perso lo Stato. Insomma la ragione prima della perdita di uno Stato è non conoscere quest’arte, e quello che li fa, al contrario, acquistare è esserne pratico. Non c’è paragone tra uno armato e uno disarmato. E non è ragionevole che uno armato obbedisca ad uno disarmato. Deve dunque il Principe esercitarsi sempre nella guerra, più in pace che in guerra: ciò lo può fare in due modi: con la mente (1) o con le opere (2).

(1) Il Principe deve leggere le storie antiche e meditare le azioni di antichi uomini eccellenti, esaminare i motivi delle vittorie e delle sconfitte per potere imitare le vittorie e sfuggire le sconfitte. Il Principe in pace non deve stare mai ozioso, ma star preparato alle avversità.
(2) Tenere sempre ben esercitata la milizia, star sempre a caccia, a simulare azioni di guerra, assuefare il corpo ai disagi, imparare la natura del terreno. La conoscenza del mondo è utile in due modi: prima s’impara a conoscere la propria città e poi a vedere i luoghi analoghi altrove, trovandone le similitudini. Un Principe che non conosce i campi di battaglia, non conoscerà mai il suo nemico.

XV. Le cose per le quali gli uomini e i Principi sono o lodati o vituperati

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Molti già hanno scritto dei doveri di un Principe nei confronti dei loro sudditi e molti hanno immaginato Repubbliche e Principati utopie dove tutto è fatto per il meglio Se un Principe prende esempio da ciò perderà tutto perché è impossibile far sempre tutto bene. Perciò è necessario al Principe sia essere buono che non buono, a seconda delle situazioni. L'Autore dice che gli uomini e i Principi, ogni volta che ricoprono un incarico importante, sono notati e etichettati con termini che li indicano con biasimo o con lode: liberale o misero, donatore o rapace, crudele o pietoso, fedifrago o fedele, effeminato o pusillanime, feroce o animoso, umano o superbo, lascivo o casto, leale o sleale, duro o facile, grave o leggero, religioso o ateo, ecc. L'Autore sa che tutti pensano che sarebbe una cosa buonissima che un Principe annoveri in sé tutte le qualità sopradette buone; ma, essendo umani e non potendole avere tutte, è necessario che sia tanto prudente, e se è possibile, liberarsi della forma del vizioso. Ma anche non si curi il Principe di essere passato per un vizioso senza i quali vizi perderebbe facilmente il suo Stato, perché può succedere che qualcuna che sembra una virtù può portare alla rovina, viceversa negandola porterà a mantenere lo Stato.

XVI. La liberalità e la parsimonia

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Riferendosi alle già citate qualità l'Autore dice che è bene essere considerato liberale; nondimeno la liberalità usata in modo sbagliato, può essere negativa. E per farlo virtuosamente il Principe non deve tralasciare alcuna sontuosità, infondendo in tutto quello che fa la sua facoltà; alla fine sarà necessario essere tanto fiscale con il popolo per avere denari necessari allo sfarzo, cosa che però lo renderà odioso e povero; perciò siccome un Principe non può essere liberale senza suo danno, non deve curarsi di essere misero: perché col tempo sarà ritenuto sempre più liberale, considerando che gli bastano poche entrate e che riesce a difendersi dagli attacchi esterni. Perciò il Principe si deve adoperare con ogni sforzo per non essere misero: questo è uno di quei vizi che lo fanno regnare. E se uno obietta: Cesare con la liberalità divenne un capo di Stato, l'Autore risponde che: o sei un Principe compiuto o lo stai divenendo. Nel primo caso questa liberalità è dannosa, nel secondo è un bene. Se qualcuno replica che sono stati molti i Principi che sono stati considerati liberalissimi, l'Autore risponde che il Principe spende o del suo (dei suoi sudditi) o degli altri. Nel primo caso deve essere moderato, nell’altro caso non si deve far scrupolo di essere liberale per non essere contrariato dai soldati. Non esiste cosa che consumi se stessa quanto la liberalità, cioè a dire, a mano a mano che viene usata fa perdere la facoltà di usarla, conducendo alla povertà; ovvero, per fuggire la povertà, ti fa divenire rapace e odioso. E fra tutte le alte cose che un Principe deve evitare è essere rapace e odioso; ma la liberalità ti conduce all’una e all’altra cosa. Perciò è più virtù essere misero, partorendo una infamia senza odio, che, per essere liberale, divenire un rapace che partorisce il suo contrario.

XVII. La crudeltà e la pietà: se è meglio essere amato o temuto

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Ritratto di Cesare Borgia, Altobello Melone

Un Principe deve essere considerato pietoso e non crudele. Ma per tenere uniti i sudditi non si deve curare della fama di essere crudele: tra tutti i Principi il nuovo è per forza di cose considerato crudele. È meglio essere amato o temuto? Si vorrebbe essere entrambi ma, siccome è difficile, è meglio essere temuti perché gli uomini sono di questa natura: mentre gli fai del bene e in tempo di pace sono pronti ad offrire la loro vita per te, quando arrivano le avversità si ribellano. E perciò il Principe che si sia basato esclusivamente sulle loro promesse, rovina. E gli uomini hanno meno rispetto a offendere uno che si fa amare di uno che si fa temere; perché l’amore è tenuto da un vincolo d’obbligo che può essere spezzato da ogni occasione di utilità; il timore invece non abbandona mai. Un Principe deve farsi temere fuggendo però l’odio, e lo farà stando lontano dai possedimenti e dalle donne dei suoi sudditi e condannando a morte solo quando la causa sia più che giustificabile, ma soprattutto stando attento alla roba d’altri, perché gli uomini dimenticano presto la morte del padre piuttosto che la perdita del loro patrimonio. E poi le occasioni di potersi appropriare della roba d’altri sono frequentissime, al contrario delle condanne a morte. Ma quando un Principe ha alle sue dipendenze un esercito, deve farsi il nome di crudele perché senza questo non si tengono uniti gli eserciti né disposti ad alcuna impresa (es. Annibale). In conclusione il Principe deve ingegnarsi di fuggire l’odio, fondandosi sul suo.

XVIII. In che modo i Principi devono mantenere la parola data

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Ci sono due modi di combattere: con la legge (modo proprio dell’uomo), o con la forza (modo proprio delle bestie). Ma siccome il primo molte volte non basta, occorre ricorrere al secondo. Ad un Principe è necessario sapere usare la bestia e l’uomo. E siccome il Principe deve saper bene usare la parte animale, deve prendere di questo la qualità della volpe e del leone, perché il leone non si difende dai lacci e la volpe non si difende dai lupi. Perciò un Principe savio non deve essere fedele se tale fedeltà gli ritorna contro, perché siccome gli uomini non la porterebbero bene a lui, anche lui non la deve portare a loro. Della natura di volpe è necessario prendere il saper ingannare gli uomini. Ad un Principe non è necessario avere tutte le suddette qualità, ma sembrare di averle. Anzi, avendole tutte, gli sono dannose, ma parendo di averle, tornano invece utili. Se lo sei non ti puoi mutare col cambiamento della sorte, ma se lo fingi soltanto, puoi temporeggiare e destreggiarti. Un Principe deve dunque curarsi che non gli esca parola che non sia come deve sembrare che sia, tutto pietà, fede, integrità, umanità e religione. E in generale gli uomini giudicano più in apparenza che in sostanza perché ognuno sa vedere quello che sembri, ma pochi sentono quello che sei in realtà e quei pochi non osano dire il contrario, mettendosi contro la maggioranza.

XIX. Come fuggire lo essere sprezzato ed odiato

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Il Principe deve fuggire tutte le cose che lo rendono odioso; ogni volta che lo farà troverà sulla sua strada nessun pericolo. Lo rende odioso, soprattutto impadronirsi delle donne e della roba dei sudditi; se uno è fatto in tal maniera, la gente fa presto a giudicarlo leggero, effeminato, pusillanime, irresoluto; il Principe deve fuggire tutto questo e ingegnarsi che nelle sue azioni si riconosca invece grandezza, fortezza, gravità. Quel Principe che possieda questa forza è ritenuto grande e con difficoltà è assalito da altri. Un Principe deve avere due paure: una dentro, per conto dei sudditi, l’altra fuori, per conto dei regni esterni. Ci si difende da questo con le buone armi e i buoni amici e se il Principe avrà buoni eserciti, avrà anche buoni amici; e staranno quiete le cose dentro quando saranno quiete quelle esterne. Per quanto riguarda i sudditi, quando le cose di fuori non si muovono, il Principe deve temere che non congiurino segretamente, cioè deve evitare di essere odiato e disprezzato. Uno dei rimedi contro le congiure è non essere odiato dalla folla: perché i congiurati credono che, con la morte del Principe, si soddisfi il popolo, ma quando il congiurato vuole offendere il popolo, egli non deciderà alcuna congiura, perché le difficoltà di una congiura sono infinite. Per esperienza molte congiure sono andate a cattivo fine perché un congiurato non può essere solo, né può avere compagni, se non fra i malcontenti: e quando hai rivelato a un malcontento la tua intenzione gli dai modo di contentarti. Perché può sperare un guadagno, anzi vedendo da una parte il guadagno e dall’altra il pericolo non esiterà ad abbandonarti così non è certamente un vero nemico che il Principe debba temere. Per farla breve i congiurati hanno paura, gelosia, sospetto che li arrestino; il Principe ha dalla sua la maestà del suo Principato, le leggi, gli amici: è dunque quasi impossibile la congiura. In conclusione il Principe deve tenere in poco conto le congiure quando il popolo gli è fedele, ma quando gli è nemico deve temere di qualsiasi persona (es. di regno ben ordinato, la Francia). L’odio si acquista sia con le cattive opere che con le buone perciò un Principe, volendo mantenere lo Stato, è spesso forzato a non essere buono (es. di imperatori romani). La ragione della rovina degli Imperatori è statoproprio l’odio e il disprezzo che hanno suscitato verso di loro.

XX. Se le fortezze et similia sono utili ai Principi oppure no

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Alcuni Principi per mantenere lo Stato hanno disarmato i loro sudditi; altri hanno diviso le loro terre. Alcuni si sono procurati inimicizie, altri si sono dedicati a guadagnarsi i loro nemici; alcuni hanno costruito fortezze, altri le hanno distrutte. Mai un Principe nuovo disarmò i propri sudditi, e quando li trovò disarmati, li armò, perché quelle armi diventano tue fedeli, tue partigiane. Ma se li disarmi, li offendi mostrando che non hai fede in loro. E in questo caso, siccome non puoi essere disarmato, conviene acquistare la milizia mercenaria. Quando un Principe acquista uno Stato nuovo come membro aggiunto ad uno vecchio, deve disarmare quello Stato eccetto gli amici che lo hanno aiutato. E nel tempo è necessario tenere lontani i sudditi dalle armi e far occupare della milizia solo i tuoi sudditi propri. (Senza dubbio i Principi diventano grandi quando superano le difficoltà e le avversità). I Principi, e specialmente i nuovi, hanno trovato più fede in quegli uomini che al principio del Principato erano sospetti. Di questo non si può parlare molto perché è una cosa che varia da caso a caso. Solo questo si può dire: quegli uomini che all’inizio erano nemici, che hanno un carattere secondo il quale hanno sempre bisogno di appoggio, il Principe se li può acquistare in modo facilissimo, e loro saranno forzati a servirlo con fedeltà, perché sanno che gli è più necessario cancellare con le opere la fama sinistra che avevano, e così il Principe ne trae sempre più utilità. L'Autore vuole ammonire i Principi che hanno acquistato uno Stato da poco tempo di considerare bene i motivi che hanno spinto i suoi favoreggiatori; se non è affetto naturale verso di loro, ma solo comodità, con grande fatica se li potrà guadagnare come amici, perché sarà impossibile contentarli. Cioè è più facile guadagnarsi amici quelli che stavano bene prima ed erano suoi nemici che quelli che non a cui non piaceva, ma che erano suoi amici. È stata sempre consuetudine dei Principi edificare fortezze che siano il freno contro quelli che tramano contro di loro. L'Autore loda molto questa consuetudine, perché è stata testata dalla prova del tempo: nondimeno alcuni hanno perso il loro Stato lo stesso. Le fortezze sono quindi utili o inutili a seconda dei tempi; se ti giovano da una parte, ti possono arrecare danno dall’altra. Quel Principe che ha più timore dei popoli che dei forestieri deve edificare fortezze; al contrario nell’altro caso. La migliore fortezza è il non essere odiato dal proprio popolo, perché le fortezze non ti salvano se sei odiato dal popolo. Perciò l'Autore loda allo stesso modo chi farà le fortezze e chi non le farà, e biasima nel contempo tutti quelli che si fidano troppo di esse.

XXI. Cosa deve fare un Principe per essere stimato

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Ferdinando II di Aragona

Nessuna cosa fa stimare un Principe quanto le grandi imprese, ovvero dare di sé rari esempi (es. Ferdinando d’Aragona, Re di Spagna). Giova sempre a un Principe dare esempi di sé, per esempio punendo o premiando un privato che faccia qualche cosa di speciale. Ma soprattutto il Principe in ogni sua azione deve dar modo di sembrare un uomo grande. Un Principe è stimato ancora quando è vero amico e vero nemico, cioè quando si risolve a parteggiare per uno e odiare un altro, e ciò è sempre preferibile all’essere neutrali: perché se due vicini potenti vengono alle armi o vincendo uno di quelli, egli lo dovrà temere oppure no. In entrambi i casi gli sarà sempre più utile scoprirsi e combattere, perché, nel primo caso, se non si scopre, sarà vittima del vincitore, con piacere dello sconfitto, e nemmeno si ha ragione per difendersi, perché chi vince non vuole amici sospetti, e chi perde non accoglie più siccome non si è voluto aiutarlo nelle avversità. E avverrà sempre che chi ti è nemico ti ricercherà nell’essere neutrale e quello che ti è amico richiederà il tuo intervento. E i Principi non savi, per fuggire i pericoli, il più delle volte seguono la via neutrale e il più delle volte di conseguenze rovinano con quella decisione. Ma quando il Principe si scopre in favore di uno, se questo vince egli avrà obbligo con lui e vi nascerà l’amore (gli uomini non sono mai tanto disonesti da dimenticare completamente); se perde, viene accolto e se può viene aiutato fino a diventare compagno di una fortuna che potrà un giorno risorgere. Nel secondo caso, quando quelli che combattono fra loro non devono essere temuti, tanto più bisogna scoprirsi ed aderire, perché se vince uno e vince col tuo aiuto, rimane a tua disposizione. Qui si deve notare che un Principe deve stare attento a non accompagnarsi con uno più potente di sé contro altri, se non quando sia strettamente necessario, perché, vincendo, rimane suo prigioniero. E un Principe non creda mai di aver preso la decisione giusta, ma abbia sempre mille dubbi: la prudenza è sempre d’obbligo e consiste nel conoscere le qualità degli inconvenienti e prendere il minore per buono. E ancora: un Principe deve mostrarsi amante delle virtù e onorare gli artisti; deve amare i suoi cittadini nelle loro arti ed organizzare feste e spettacoli nei tempi opportuni, inoltre radunarsi a volte insieme al popolo e dare esempi di umanità e magnificenza.

XXII. I segretari che i Principi hanno al loro seguito

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Non è di poco importanza per il Principe l’elezione dei suoi ministri che sono buoni o no secondo la prudenza del Principe. E il primo giudizio che si esprime nei riguardi di un Principe è nel considerare gli uomini di cui si circonda. Quando sono fedeli e intelligenti sempre si può considerarlo savio, altrimenti non si può avere un buon giudizio di lui. Vi sono genericamente tre tipi di personalità al seguito del Principe:

(1) Intende da sé, o eccellentissimo
(2) Discerne quello che intendono anche gli altri, o eccellente
(3) Non intende ne da sé né dagli altri, o inutile

Come fa un Principe a poter conoscere le qualità di un suo Ministro? C’è un modo infallibile: quando vedi il Ministro pensare più a sé che a te, ricercando in ogni azione l’utile suo, questo non sarà mai un buon Ministro. Ma d’altra parte il Principe, per tenerselo obbligato, deve pur pensare al Ministro onorandolo e facendolo ricco, perché egli consideri che non può stare senza del Principe e che gli onori e le ricchezze non gli facciano desiderare alcunché di simile. Se è così, il Principe e il Ministro possono avere fiducia l’uno dell’altro; altrimenti sarà sempre dannoso, o per l’uno o per l’altro.

XXIII. Come si devono fuggire gli adulatori

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Di adulatori sono piene le corti perché gli uomini si compiacciono nelle loro cose e vi si ingannano, tanto che difficilmente se ne possono difendere. Non c’è altro modo di guardarsi dagli adulatori se non quando gli uomini non ti offendono dicendo il vero; ma dicendo il vero mancano di riverenza. Perciò un Principe prudente deve, eleggendo uomini savi accanto a sé, dare solo a loro il libero arbitrio di parlargli in verità e solo di quello di cui lui chiede; ma deve chiedergli d’ogni cosa, sentire le loro opinioni e poi deliberare da sé; e comportarsi in modo che ognuno sappia che più liberamente parlerà, più sarà accettato da lui. Oltre a quelli non sentirà alcun altro. Chi fa altrimenti verrà assalito dagli adulatori, o muterà spesso parere e da ciò nascerà il poco conto con cui sarà tenuto dagli altri. Un Principe deve consigliarsi sempre, ma quando vuole lui, non quando vogliono gli altri, anzi deve essere scoraggiato o sconsigliato se lui non vuole. Ma deve essere grande inquisitore e poi paziente uditore; anzi deve sgridare quelli che per rispetto non dicono il loro pensiero. E siccome molti pensano che un Principe che dia di sé opinione di prudente, sia così non per natura, ma per i buoni consigli che ha, senza dubbio s’inganna. Questa è una regola infallibile: un Principe che non è savio per sé stesso, non può essere consigliato bene, a meno che fortuitamente si rimettesse completamente nelle mani di uno solo che fosse prudentissimo. Solo in questo caso potrebbe accadere, ma per poco perché quel governatore, a lungo andare, s’impadronirebbe dello Stato. Ma un Principe non savio non saprà correggere e usare i consigli poco carismatici del suo Ministro. In conclusione: i buoni consigli da qualsiasi persona vengano, devono nascere dalla prudenza del Principe, e non la prudenza del Principe dai buoni consigli.

XXIV. Perché i Principi italiani persero i loro Stati

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Ludovico il Moro

Tutte queste cose dette fanno sembrare un Principe nuovo come antico e lo rendono subito più sicuro. Perché un Principe nuovo è molto più tenuto sott’occhio nelle sue azioni che uno ereditario e quando le sue azioni sono conosciute come gloriose, obbligano molto più gli uomini rispetto alla dinastia antica. Perché gli uomini pensano più al presente che al passato: e quando nel presente trovano il bene ci godono e non cercano altro; anzi prenderanno ogni difesa per lui, e così la sua gloria si duplicherà: inizio di un principato nuovo e rafforzato da buone leggi, buone armi, buone amici, e buoni esempi. Se si considerano le ragioni per cui in Italia i Principi hanno perso (ad es. il Re di Napoli Federico d’Aragona, e il Duca di Milano Ludovico il Moro). Si troverà che, in primo luogo, non hanno saputo amministrare le loro armi, poi che avranno avuto nemici fra il popolo. Perciò questi Principi non accusino la sorte di un brutto tiro, ma la loro stessa ignavia, perché non pensarono mai nei tempi di pace che quelli possano mutare (comune errore umano) e quando vennero le avversità pensarono a fuggire e non a difendersi, sperando che i popoli, infastiditi dai vincitori, li richiamassero. Ciò è buono quando mancano gli altri rimedi ma è male averli lasciati indietro, perché nessuno vuole cadere, per credere di trovare chi poi li raccolga. E ciò o non accade o, se accade, accade con pericolo, perché quella difesa non dipende da te. Solo quelle difese che dipendono da te, dalla tua virtù sono buone e durevoli.

XXV. Quanto possa la fortuna nelle vicende umane e come le si debba resistere

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Molti pensano che le cose del mondo siano governate dalla Fortuna e da Dio e che gli uomini non possano correggerle con le proprie facoltà, e perciò non vi è rimedio alcuno ad esse. L'Autore è anch’egli propenso a questo giudizio. Nondimeno, siccome esiste anche il libero arbitrio dell’uomo, l'Autore pensa che la Fortuna sia arbitra della metà delle nostre azioni, e l’altra metà la lascia a noi, alla nostra virtù. La Fortuna è come uno di quei fiumi sempre in piena che alluvionano le campagne modificando l’orografia del terreno. Ma, anche se è un fenomeno potente, tuttavia gli uomini in tempo quieto vi possono prendere provvedimenti con ripari ed argini, in modo che, quando si verifichi la piena, l’acqua verrebbe incanalata e non procurerebbe gravi danni. Così è la Fortuna e volge il suo impeto dove la virtù non è preposta a resisterle. Considerando l’Italia la regina delle alluvioni si vedrà che è del tutto priva di argini e canali, ben diversamente da Germania, Francia e Spagna. Si vede un giorno un Principe avere successo e il giorno dopo rovinare senza aver mutato la sua condotta. Questo nasce dalle ragioni già esposte, e cioè un Principe tutto appoggiato sulla sorte rovina come quella cambia. È felice chi si accorda coi tempi, è infelice chi non lo fa. Gli uomini pervengono al fine che è loro innanzi variamente. Perché si vede che due persone agendo diversamente l’una dall’altra pervengono al medesimo fine, e due, facendo le stesse cose, vedono l’uno arrivare e l’altro no? La qual cosa nasce dalla qualità dei tempi in accordo o no col loro procedere. Ma non si trova un uomo così prudente da sapersi accomodare alla sorte, sia perché non può deviare dalla strada indicatagli dalla natura sua, sia perché essendo stato sempre fortunato nella sua via, non si può persuadere di cambiarla di punto in bianco; e perciò rovina. L'Autore pensa che sia meglio essere impetuosi che rispettosi, perché la fortuna è donna ed è necessario per tenerla a bada batterla ed urtarla. E come la donna la fortuna è usualmente amica dei giovani, perché sono meno rispettosi e più aggressivi.

XXVI. Esortazione a liberare l’Italia dalle mani dei barbari

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Considerando tutto quello scritto sopra, l'Autore si chiede se i tempi siano maturi per dare il benvenuto ad un unico grande Principe che faccia onore e bene all’Italia: la risposta è sì, anzi i tempi non sono mai stati così buoni per un Principe nuovo. Ed era necessario che l’Italia si riducesse allo stato pietoso in cui versa per conoscere la virtù di un grande spirito italiano (es. storico Mosè e gli Ebrei) Ma, siccome qualche spiraglio si era acceso tale da poterlo indicare come l’inviato di Dio, al culmine delle sue azioni è stato respinto dalla sorte (l'Autore pensa a Cesare Borgia). Perciò l’Italia deve ancora attendere. Si vede l’Italia che prega Dio di porre fine alle crudeltà e tutta pronta a seguire una sola bandiera purché ci sia chi l’impugni. L'Autore rivolge ora la sua esortazione alla Casa Medici, favorita da Dio e dalla Chiesa. In questo caso la disposizione è grandissima; e dove è grande disposizione non vi può essere grande difficoltà. Dio ha fatto quasi tutto, il resto lo dovete fare voi Medici perché Egli ci ha pur lasciato il libero arbitrio e la gloria. E non ci si meravigli che gli illustri italiani passati non abbiano fatto quello che si spera dal Vostro casato. Considerate questo: gli Italiani sono sempre superiori in quanto a scienza, destrezza e ingegno. Ma, una volta venuti alle armi, non risaltano positivamente. Ciò viene dalla debolezza dei capi, perché quelli che sanno sono sbiaditi, e a tutti sembra di sapere, così che non v’è una singola personalità che spicchi sugli altri. Di qui si vede la causa per cui un esercito solo italiano ha sempre fallito. Volendo dunque i Medici accollarsi questo impegno, dovranno innanzitutto fornirsi di armi proprie. Sebbene l’esercito Svizzero e Spagnolo siano così terribili hanno anche loro dei difetti: (1) non sanno mettere in campo una cavalleria (2) hanno paura di chi sa combattere come loro. Dunque, conosciuti i punti deboli degli avversari, si può creare una milizia particolare che come primo effetto dia fama al Principe nuovo. Non si lasci passare questa occasione intentata, in modo che l’Italia abbia finalmente il suo redentore. A ognuno dà fastidio questo dominio barbaro. Prenda dunque la Casa dei Medici quest'impresa con quell'ardore come si debbono prendere le imprese giuste, acciocché la patria ne sia nobilitata e affinché si avverino finalmente quei versi del Petrarca nella sua Canzone Italia mia, vv. 93 - 96

Fonte: Il Principe