Ebrei e Gentili/Ebrei e non ebrei

Indice del libro
Arthur Szyk's Visual History of Israel

« Non si dovrebbe credere che tutti gli esseri viventi esistano per il bene dell’uomo. Al contrario, anche tutti gli altri esseri viventi sono stati voluti per il loro stesso bene e non per il bene di qualcos’altro. »
(Maimonide)

Ebrei e non ebreiModifica

Come abbiamo scritto nel precedente capitolo, molti pensatori ebrei medievali e post-medievali erano convinti che gli ebrei come tali avessero qualità o proprietà che li distinguessero dai non-ebrei palesemente, per così dire; nei termini da me usati in questo studio, si dice che gli ebrei siano ontologicamente distinti dai (e superiori ai) non-ebrei. La teoria dell'intelletto acquisito rende tale posizione difficile da mantenere. A meno che si possa dire che gli ebrei in quanto tali sono in un qualche modo più capaci di attualizzare i loro intelletti di quanto non lo siano i non-ebrei in quanto tali, sembrerebbe non ci sia verso in cui un pensatore che sostenga la teoria dell'intelletto acquisito possa affermare che gli ebrei sono distinti da (e superiori a) i non-ebrei nei vari modi che Halevi, lo Zohar, ecc. vogliono sostenere. Maimonide costantemente nega che gli ebrei in quanto tali abbiano un qualche vantaggio sui non-ebrei in quanto tali, in questioni di immortalità, provvidenza, profezia e così via.

Per ragioni che diverranno chiare in seguito, concentriamoci sulla questione dell'immortalità, e illustriamo succintamente la posizione di Maimonide: gli ebrei che attualizzano il loro intelletto ottengono una porzione nel Mondo a venire; lo stesso è vero per i non-ebrei. Parimenti, gli ebrei che non riescono ad attualizzare il loro intelletto cessano di esistere al momento della morte; lo stesso è valido per i non-ebrei. Sebbene sia certamente vero che Maimonide si aspettasse che il mondo venisse ad essere molto più "popolato" dagli intelletti attualizzati degli ebrei piuttosto che dei non-ebrei, questa è una conseguenza dell'obbedianza alla Torah, non di una qualche caratteristica innata che gli ebrei hanno e i non-ebrei non hanno. Gli ebrei hanno il vantaggio sui non-ebrei perché la Torah li guida più efficacemente di qualsiasi altro sistema di leggi, prima alla perfezione morale (un prerequisito della perfezione intellettuale) e poi alla perfezione intellettuale. Questo vantaggio è relativo, non assoluto.

Il mio punto può essere espresso nei seguenti termini, forse estremi: Maimonide distingue (o avrebbe dovuto distinguere) tra quello che potrebbe essere chiamato Israele dei comandamenti e Israele della mente.[1] Israele dei comandamenti consiste di tutti gli ebrei per nascita o conversione. Israele della mente consiste di tutti gli esseri umani che hanno appreso la verità e che quindi ottengono una porzione nel Mondo a venire, quale che sia il loro contesto etnico o stato confessionale. Maimonide, dimosterò qui, si porta (o dovrebbe essere portato) a distinguere tra tre gruppi:

  1. i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, i quali tutti sono obbligati ad adempiere i comandamenti della Torah e accettare i suoi insegnamenti dottrinali, ma molti dei quali non lo fanno in entrambi i casi;
  2. i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, che adempiono i comandamenti e accettano corettamente gli insegnamenti dottrinali della Torah;
  3. individui che non sono discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, che non osservano (e non hanno bisogno di osservare) i comandamenti della Torah, ma che accettano gli insegnamenti della Torah.[2]

Il primo gruppo, nella misura in cui i suoi membri non accettano correttamente gli insegnamenti dottrinali della Torah, è solo Israele dei comandamenti; il secondo gruppo è Israele dei comandamenti e della mente; il terzo gruppo è soltanto Israele della mente.

Scrivo "Israele della mente" e non "dello spirito" sia per distinguere Maimonide dal cristianesimo (il parallelismo suggerito dal mio linguaggio è solo linguistico e non sostanziale) sia per enfatizzare che la questione qui trattata è essenzialmente filosofica: è la giusta comprensione e accettazione di affermazioni filosoficamente necessarie che conducono all'"Israele della mente".

Maimonide non fa mai esplicitamente la triplice distinzione qui esposta. È anche remotamente possibile che non ne fosse consapevole consciamente. È tuttavia una distinzione che scaturisce dai suoi scritti.

In termini generali, si può dire che Saadya Gaon e Rabbenu Bahya ibn Paquda (XI secolo) iniziarono il processo di trasformare l'ebraismo in una religione con una teologia sistematica. Saadya offrì il suo Credenze e Opinioni a quegli ebrei che sentivano il bisogno del tipo di certezza solo fornita da prove razionali. Gli ebrei che non ne sentivano il bisogno, n on avevano bisogno del suo libro.[3] Rabbenu Bahya portò il processo un passo avanti, sostenendo che gli ebrei fossdero religiosamente obbligati a provare la verità dei principi della loro religione. Scusava da questo obbligo solo quegli ebrei che erano incapaci di comprendere tali prove.[4] In ciò egli segue la pratica halakhica standard: nessuno è obbligato a fare quello che non si può fare.[5] Maimonide, in effetti, portò queste materie due passi avanti. Primo, insisteva che l'obbligo di comprendere (cioè, essere in grado di provare razionalmente) i principi della Torah riguarda tutti gli ebrei. Coloro che non lo fanno o non possono farlo, non ottengono una porzione n el Mondo a venire.[6] Secondo, egli sosteneva che alcuni principi della Torah sono più fondamentali di altri; cioè, egli sosteneva che quello che oggi chiamiamo ebraismo aveva dei dogmi.

Il seguente testo appare appena dopo l'esposizione da parte di Maimonide di quelli che vennero chiamati i suoi Tredici Principi di Fede:

« Quando tutti questi fondamenti sono compresi perfettamente e accettati da una persona, egli sta nell'ambito della comunità di Israele e uno è obbligato ad amarlo e a compatirlo e ad agire verso di lui in tutti quei modi in cui il Creatore ha comandato che uno debba agire verso suo fratello, con amore e fratellanza. Anche se dovesse commettere tutte le tragressioni possibili, a causa di lussuria e a causa d'essere sopraffatto dalle inclinazione malvagie, egli sarà punito secondo la sua ribellione, ma egli ha una porzione [del Mondo a venire]; egli è uno dei peccatori di Israele. Ma se un uomo dubita di una qualsiasi di questi fondamenti, egli abbandona la comunità [di Israele], nega il fondamentale ed è chiamato settario, epikoros, e uno che "taglia tra le piantagioni". Uno è obbligato a odiarlo e a distruggerlo. Riguardo a tale persona è stato detto: "Non odio, forse, Signore, quelli che Ti odiano?" (Salmi 139:21) »

Maimonide non fa eccezioni: tutti gli ebrei devono accettare tutti i principi. Colui che non li accetta si esclude dalla comunità di Israele e dal Mondo a venire. Ancor più sorprendentemente, Maimonide rende l'accettazione dei principi in singolo criterio per unirsi alla comunità di Israele.[7] Ciò non significa che Maimonide stia ridefinendo norme halakhiche già accettate, che stabiliscono che uno si unisce alla comunità di Israele mediante nascita o conversione. Piuttosdto, penso che qui egli stia ridefinendo la nozione di "comunità di Israele". La comunità di Israele non è più costituita dai discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma da tutti gli esseri umani che comprendono correttamente e accettano i principi della Torah.

Su allude a questo punto tramite il contesto escatologico e la natura della discussione maimonidea.[8] Egli presenta i suoi Tredici Principi come parte di un commentario al testo mishnaico che si apre con le parole "Tutti gli Israeliti hanno una porzione del Mondo a venire".[9] Nel succitato testo, Maimonide rende chiaro che l'accettazione dei principi garantisce una porzione del Mondo a venire e il loro rifiuto comporta la rinuncia a tale porzione. Maimonide addirittura traccia un confine senza precedenti tra l'ortodossia teologica e l'osservanza halakhica: "Anche se dovesse commettere tutte le tragressioni possibili, a causa di lussuria e a causa d'essere sopraffatto dalle inclinazione malvagie, egli sarà punito secondo la sua ribellione, ma egli ha una porzione [del Mondo a venire]; egli è uno dei peccatori di Israele."[10]

Se cambiamo marcia per un momento, e ci chiediamo chi Maimonide si sarebbe aspettato di incontrare nel Mondo a venire, possiamo solo rispondere: individui che hanno ottenuto un livello sufficiente di perfezione intellettuale da acquisire veri intelletti (che è un altro modo di dire: abbiano compreso – cioè possono provare razionalmente la verità dei – primi cinque dei Tredici Principi). Non ho dubbi che Maimonide si aspettasse che la maggior parte di questi intelletti incorporei sarebbero stati guadagnati da individui che in questo mondo erano discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma questo è un dettaglio tecnico. La perfezione intellettuale è impossibile senza una perfezione morale antecedente, e la Torahè è la migliore (ma non la sola!) guida verso la perfezione morale. In un mondo pre-messianico, almeno, i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe che osservano pienamente i comandamenti della Torah hanno pertanto un immenso vantaggio sui non-ebrei o sui discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe che non osservano i comandamenti della Torah.[11]

NoteModifica

  1. Scrivo "o avrebbe dovuto distinguere" poiché mi basta qui dimostrare che questa distinzione è implicita negli scritti di Maimonide, anche se egli era in effetti ignaro di questa implicazione delle sue interpretazioni. Mi sembra comunque alquanto probabile che Maimonide fosse consapevole di tale implicazione e per nulla turbato.
  2. Questo è in effetti il modo in cui la "parabola del palazzo" di Maimonide in Guida iii.51 è spesso interpretata, sebbene io non pensi sia un'interpretazione corretta — si veda l'opinione di Kellner, Maimonides on Human Perfection, cap. 3.
  3. Si veda Saadya Gaon, Credenze e Opinioni, introdd., cap. 6.
  4. Si veda Ibn Paquda, Doveri del cuore, Trattato I, cap. 3.
  5. Un uomo senza testa, per esempio, è libero dall'obbligo di indossare i tefillin della testa; parimenti, come sottolinea Zev Harvey, un uomo senza testa metaforicamente non deve provare i principi dell'ebraismo. Cfr. Harvey, "Holiness: A Command to Imitatio Dei", Tradition, 16 (1977), 7-28.
  6. "Non ottengono" e non "non vine loro dato". L'esistenza nel Mondo a venire non è una ricompensa nel senso che Dio giudica e concede; piuttosto, è qualcosa che noi creiamo mediante la nostra attività intellettuale. Per i particolari, si veda H. Kasher, "Torah for its Own Sake".
  7. Per "accettazione" Maimonide intende "comprensione" (cioè essere in grado di provare razionalmente).
  8. Per una discussione recente, si veda A. Hyman, Eschatological Themes, 74-89.
  9. Abravanel fu il primo a sottolineare che Maimonide aveva presentato i suoi Principi mediante una definizione del termine "Israele". Si veda Abravanel, Rosh amanah, capp. 6 e 24.
  10. Norman Lamm si stupisce di questo: "Se prendiamo [Maimonide] alla lettera, otteniamo la sorprendente conclusione che colui che osserva le mitzvot ma non ha riflettuto sulla loro base teologica sarebbe escluso anche dai Figli di Israele" ("Loving and Hating Jews", 115). Rabbi Lamm in effetti avrebbe dovuto scrivere: "... ma non ha riflettuto correttemente sulla loro base teologica".
  11. Per un'analisi del resoconto universalista maimonideo dell'era messianica, si veda Kellner, Maimonides on Judaism and the Jewish People, 33-47, e le fonti ivi citate.