Valore della storia/Parte IV


"Allegoria della Storia e suo trionfo sul Tempo", affresco di Anton Raphael Mengs sul soffitto della Camera dei Papiri ai Musei Vaticani (1772)

Valutare il passatoModifica

Visto quanto sopra, qual è il valore effettivo della Storia per sé?
Sembrano esserci almeno tre possibili punti di vista sul valore della Storia. Chiaramente una tale affermazione richiede la qualificazione secondo cui è improbabile che le posizioni rappresentate da questi punti di vista siano delimitate in modo netto, ma generalmente si fonderanno l'una nell'altra.

La prima è l'opinione che la storia sia un controsenso, spesso positivamente dannosa, e che dovremmo lasciarla stare il più possibile. Un'opinione del genere si adatterebbe a una forte convinzione che tutto ciò che conta è il futuro, che la preoccupazione per il passato può solo limitarci, e in effetti che le lezioni apprese dal passato hanno molta probabilità di essere sbagliate e di condurci a errori peggiori in futuro. In un certo senso, un supporto a queste opinioni può essere preso dal commento di Hegel secondo cui persone e governi non hanno mai imparato dalla storia, anche se ogni ulteriore indagine su Hegel comporterà un rapido abbandono di tale supporto, poiché tutta la sua posizione filosofica mette la storia in una posizione preminente. I detentori di questa visione negativa del valore della storia possono, tra le altre cose, indicare le catastrofi derivanti dalla tendenza dei generali dell'esercito a tentare di ricombattere le battaglie delle guerre precedenti, ignorando le opportunità e i pericoli presentati dai successivi progressi della tecnologia.[1]

Altri che potrebbero trovarsi in questo campo sono quelli con una convinzione particolarmente forte dell'impossibilità di districare la verità storica dalla propaganda, o almeno dalle opinioni e dai pregiudizi di coloro che scrivono la storia, un argomento discusso in dettaglio negli altri capitoli, parlando di obiettività.

Ci sono molte verità incontestabili in queste interpretazioni, e dovrebbero certamente informare qualsiasi posizione che potrebbe essere mantenuta sul valore della storia, ma mantenerle esclusivamente sembra indicativo di una certa povertà di prospettive generali. Forse il vero valore di questa posizione è che obbliga coloro che non la mantengono a esaminare costantemente le proprie opinioni, per assicurarsi che non siano vulnerabili a tale negativismo.

Una posizione diversa sull'argomento, e quella che in pratica è probabile che venga mantenuta almeno in misura limitata da tutti, tranne i negativisti più irriducibili, è la convinzione che ci siano alcuni usi utilitari a cui la storia può essere adibita. C'è molto supporto per questo punto di vista e molte testimonianze. Prendete ad esempio il ruolo della storia come lubrificante sociale. "Una conoscenza della storia è a noi gradita che siamo creature socievoli e conversabili" ha scritto Joseph Priestley,[2] e John Locke credeva non solo che la storia fosse un grande insegnante morale e politico, ma che fosse anche uno studio adeguato per "un entrepreneur di mondo" e per "un gentiluomo".[3]

E. H. Carr ha scritto, "la funzione dello storico è di padroneggiare e comprendere il passato come chiave per la comprensione del presente".[4] E Hegel, nella succitata osservazione, non dice che non possiamo imparare dal passato, ma solo che non lo facciamo, e non ci è difficile trovare casi in cui abbia ragione. Molto recentemente vi sono stati coloro che, forse pensando al Vietnam o all'Afghanistan, hanno ammonito che entrare nei Balcani militarmente sarebbe stato molto più facile che uscirne. No, no, hanno detto i nostri leader, sei mesi dovrebbero bastare. Meno ovvi sono i casi in cui avremmo semplicemente potuto imparare qualcosa: per esempio, molti pensavano che Saddam avrebbe dovuto essere rovesciato dopo la Guerra del Golfo. Non farlo avrebbe lasciato una situazione tutt'altro che ideale, ma tutt'altro che ideale per l'Occidente è stato lo spaventoso compito di provare a governare l'Iraq, come lo è stato per il Kosovo.

Il fatto è che un gran numero di persone influenti ha sempre creduto che ci fosse molto da imparare dalla storia. Abbiamo notato l'opinione di Locke, e Collingwood sottolinea che Polibio, scrivendo nella Roma della tarda repubblica, pensava che valesse la pena imparare la storia perché forniva un campo di addestramento per la vita politica, giustamente non perché ci permetterebbe di prevenire le cose ma perché ci insegnerebbe come rispondervi quando accadono.[5] Tutti coloro che per secoli hanno studiato Machiavelli, devono aver creduto di poter fare alcune cose giuste, o meno sbagliate, osservando le conseguenze apparenti di determinate linee di azione. L'arte del governare e della diplomazia in tutto il mondo è fortemente influenzata dallo studio della storia. È credibile che la relativa pace del mondo tra il 1815 e il 1914, e ancora dal 1945 in poi, non debba nulla alla consapevole conoscenza della storia da parte di statisti e diplomatici? Senza dubbio la saggezza richiesta dai nostri leader politici potrebbe essere insegnata in modo puramente teorico, ma come diceva Seneca: "Longum iter est per praecepta; breve et efficax per exempla (con precetti è molto lungo il viaggio, ma con l'esempio è molto breve ed efficace)".[6]

Vi è inoltre un gran numero di quelli che potremmo chiamare "supplicanti speciali" che si servono di eventi storici per perseguire i propri obiettivi. Un breve campione anglofono di questi supplicanti potrebbe includere sostenitori del Partito Laburista britannico che mantengono viva la loro fiamma in riferimento ai Martiri di Tolpuddle e ai marciatori della Jarrow March; il vittoriano Samuel Smiles che utilizzava le vite di grandi figure del passato come Newton e Watt per convincere la propria epoca delle virtù in cui credeva; il femminismo, costruito almeno in parte da una particolare interpretazione della storia delle donne nel corso dei secoli; e l'Ulster Unionism che mantiene la sua forza con gli appelli annuali alla storia rappresentata dalle Marce dell'Orange organizzate dall'Ordine di Orange.

A un livello ancora più banale, potremmo notare en passant i valori altamente pratici posti nella storia da coloro i cui mezzi di sussistenza dipendono dall'interpretazione di tendenze passate delle quotazioni azionarie o dalle trascorse prestazioni di cavalli da corsa e delle loro linee genetiche. In effetti, l'esistenza stessa della frase "track record" è un'indicazione della misura in cui la consapevolezza del valore della storia permea la coscienza dell'umanità.

Questo non è un indizio negativo per iniziare ad allontanarsi dalla succitata seconda posizione, quella utilitaristica, verso la visione finale, che prende una posizione molto più profonda su ciò che la storia significa per noi come esseri umani. Probabilmente questa è l'area di cui dovrebbe interessarsi principalmente la filosofia.

Un'espressione semplice, ma intransigente, di questo punto di vista è che la storia sia semplicemente rappresentativa di tutta la nostra cultura. Posizione che non deve essere vista come estrema, ma anche tra coloro che la trovano tale, molti saranno d'accordo sul fatto che la storia è una parte inevitabile di ciò che vuol dire essere umani. La consapevolezza del nostro posto nel tempo è parte di ciò che chiamiamo coscienza. Siamo creature che pianificano il futuro e che ricordano e valutano il passato. Lo facciamo come individui e lo facciamo collettivamente, e lo abbiamo fatto da quando le storie popolari venivano raccontate e cantate attorno ai fuochi del nostro lontano passato. Coloro che sono tagliati fuori dal passato, per perdita di memoria o altre condizioni patologiche del cervello, sono considerati infermi, incapaci di funzionare come persone normali, privi di identità umana; senza conoscenza del nostro passato siamo incompleti. Lo scopo della storia, dice Tolstoj, è insegnare alle nazioni e all'umanità a conoscere se stesse. Una delle prime cose che molte persone fanno quando vanno in pensione è precipitarsi all'Anagrafe o all'Ufficio del Registro al fine di scoprire e forse scrivere la propria storia genealogica.

La storia siamo noiModifica

Coloro che hanno poca difficoltà ad accettare questi sentimenti possono anche trovare facile condividere la visione piuttosto fuori moda che dice semplicemente che la storia ha il massimo valore possibile per se stessa. La nozione non è del tutto morta nemmeno nella nostra epoca utilitaristica, ed è fondata su un potente atteggiamento vittoriano nei confronti della conoscenza in generale. Questo atteggiamento è ben espresso dal Cardinal Newman, recentemente canonizzato, che due secoli fa affermava la "conoscenza liberale" come fine a se stessa, sebbene Newman si considerasse seguace di Cicerone, che considerava la ricerca della conoscenza per se stessa la prima di quelle che chiamava "le materie di eccellenza morale".[7]

Cosa potrebbe esserci della storia che ci attira in modo così basilare? Come discendenti di quei primi umani attorno ai loro fuochi, abbiamo ancora un debole per un buon racconto – una "bella storia" – e la storia, almeno la storia narrativa, soddisfa tale bisogno fondamentale. La storia, diceva Cicerone, dà piacere. La nostra predilezione per una bella storia può essere uno dei motivi per cui la scuola di storia "re e battaglie" si rivela così resistente agli sforzi di aspiranti riformatori, che preferiscono studiare la vita delle persone — persone "normali" per scelta. La Battaglia di Waterloo o le Imprese di Garibaldi sono semplicemente storie molto migliori rispetto all'apporto calorico di un contadino medievale o alla mietitura nei latifondi del crotonese nel 1700. La storia di re e battaglie non è sempre utile per le scuole più didattiche, ma ha un valore inestimabile non solo per coloro che amano un buon racconto, ma anche come tesoro di ispirazione per i più grandi artisti e scrittori del mondo. La storia come materiale basilare per grandi opere d'arte solo con difficoltà può essere descritta senza valore.

Naturalmente questa visione più profonda del valore della storia non è priva dei suoi aspetti utilitaristici, il suo ruolo quale fornitore di materia prima per gran parte della grande arte mondiale è solo un esempio. Per citarne un altro, un'estensione abbastanza logica dei pensieri appena espressi ci porta a una considerazione del nazionalismo. Circa duecento anni fa Gottfried Herder aveva chiarito quanto fosse importante la presentazione della storia nel creare consapevolezza della nuova nazione tedesca.[8] Molti paesi (il Regno Unito un'eccezione interessante), rafforzano la loro identità nazionale con festività che ricordano eventi importanti della loro storia; a parte l'Italia, mi vengono in mente il 4 luglio e il giorno della Bastiglia.

Un ulteriore esempio di valore che viene preso dalla storia da coloro che certamente sottoscrivono l'importanza fondamentale dell'argomento, si trova nell'opera di Hegel, già menzionata, e di Karl Marx. Le loro filosofie della storia sono state discusse a lungo da storici e filosofi indistintamente: riguardavano il nesso di causalità nella storia, e vale la pena fare riferimento qui al ruolo molto speciale svolto dalla storia nella formulazione del marxismo, un'ideologia che ha avuto un ruolo così importante nella storia del ventesimo secolo, anche se ci sarebbe ovviamente ampio spazio per metterne in discussione il valore (ma non qui).[9] L'intero sistema economico di Marx si basa sulla sua interpretazione della lotta storica delle classi lavoratrici.

La religione, un'altra grande preoccupazione umana, è ricca di storia. L'istruzione religiosa è in effetti l'insegnamento della storia, sebbene la storia con alcuni obiettivi ben precisi, anni luce dal punto di vista di Lord Acton[10] che la storia dovrebbe essere quasi senza fini, la storia che a volte si può pensare offuschi la distinzione tra se stessa e la mitologia, ma fondata comunque sulla descrizione di eventi passati. Bede fece un uso liberale dei miracoli nei suoi scritti, ma erano miracoli storici — gli stessi Vangeli, quando furono scritti, si impegnarono a fornire alla nuova religione cristiana una certa credibilità storica. Il valore della storia per le grandi religioni del mondo sembra incontestabile. Senza di essa, esisterebbero?

Forse la versione più estrema di una credenza nel valore della storia può essere trovata in quella che è un'interessante chiosa al ruolo della storia nella religione. Cioè l'opinione di alcuni, secondo cui con il declino della fede religiosa, la storia dovrebbe essere vista come la sola via verso la verità, forse persino il tipo di verità che era stata precedentemente trovata nella religione. Come notato sopra, alcune delle difficoltà associate alla congruenza di storia e verità sono state esaminate precedentemente, parlando dell'oggettività nella storia. Possiamo essere certi che Kierkegaard, per esempio, sarebbe fortemente contrario a qualsiasi idea che la storia possa essere una sorta di rimpiazzo della religione, e le sue obiezioni si baserebbero in parte sulla questione dell'oggettività. Poiché sviluppando le sue opinioni su ciò che chiamava verità soggettiva, sosteneva ad esempio che la credenza cristiana nella Crocifissione non potesse essere giustificata se dipendeva dalla credenza nella Crocifissione come evento storico. Questo perché non possiamo mai essere completamente sicuri dell'accuratezza di nessun resoconto storico; perché, sosteneva, la mera probabilità di eventi (probabilità che viene comunque continuamente aggiornata man mano che nuove ricerche scoprono nuovi fatti sul passato), non è sufficiente per giustificare il credo religioso; e perché il distacco necessario per un approccio storico è totalmente in contrasto con la Passione che è inseparabile dalla fede religiosa cristiana.[11]

Se, tuttavia, crediamo con Henri Bergson che ciò che siamo è in gran parte costituito dai nostri ricordi del passato, e con Alexander Pope che "the proper study of mankind is man (lo studio corretto dell'umanità è l'uomo)", allora negare alla storia il mantello della religione non ci deve impedire di concordarle un valore alquanto elevato.

NoteModifica

  Per approfondire, vedi Noli me tangere.
  1. Terry Pinkard, Hegel: Il filosofo della ragione dialettica e della storia, Hoepli, 2018, pp. 56-58.
  2. John McLachlan, "Joseph Priestley and the Study of History", Transactions of the Unitarian Historical Society 19 (1987–90): 252–63.
  3. Leo Strauss, Natural Right and History, Cap. 5B, University of Chicago Press, 1953; vedi anche, per i successivi paragrafi, Jeremy Waldron, God, Locke and Equality, Cambridge University Press, 2002.
  4. Edward Hallet Carr, Sei lezioni sulla storia, a cura di R.W. Davies, trad. Carlo Ginzburg e P. Arlorio, Collana Piccola Biblioteca, Nuova serie, Einaudi, 2000.
  5. Robin George Collingwood, Essays in the Philosophy of History, University of Texas Press, 1965. Naturalmente, si veda qui appropriatamente il suo rinomato The Idea of History, Oxford University Press, 1994.
  6. Alfonso Rodriguez, Esercizio di perfezione, Stamperia Baglioni, 1790.
  7. Beverley C. Southgate, Why Bother With History?, Routledge, 2013, pp. 6-7. Esaminando le motivazioni degli storici del passato, Southgate rifiuta l'antica aspirazione di una "storia per se stessa" e sostiene che l'importanza degli storici risiede nella loro adozione di un punto di vista morale, dal quale si può raccontare una storia del passato, che facilita il raggiungimento di un futuro desidato. Inevitabilmente controverso, in quanto sfida molte delle ipotesi della storia modernista, il libro è interdisciplinare, attingendo in particolare a psicologia e letteratura.
  8. Valerio Verra, Linguaggio, mito e storia. Studi sul pensiero di Herder, a cura di Claudio Cesa, Pisa, 2006, passim. Di Herder si veda soprattutto il suo Auch eine Philosophie der Geschichte (Ancora una filosofia della storia), del 1774.
  9. Ecco uno spunto per un altro wikibook. Volontari?
  10. Si veda il suo Storia e libertà, (a cura di) Furio Ferraresi, Laterza, 2001. Una curiosità "storica": Lord Acton nacque a Napoli nel 1834 e discendeva da un ramo cadetto dell'antica famiglia Dalberg che si era trasferito prima in Francia e poi in Italia. Cattolico e cosmopolita, crebbe poliglotta: parlava perfettamente italiano, francese, tedesco e inglese.
  11. Aurelio Rizzacasa, Kierkegaard storia ed esistenza, Edizioni Studium, 1984, pp. 66-70 e passim.