Utente:Rocco Giani/Sandbox

I L G R A N D E S E G R E T O

E D I S U O I C U S T O D I


UNA RISPOSTA AGLI ETERNI QUESITI: DA DOVE VENIAMO. DOVE SIAMO. DOVE ANDIAMO.



Di







Giano Rocca


P R E F A Z I O N E

Nella prima e seconda parte di questo nostro lavoro abbiamo analizzato i vari approcci conoscitivi alla natura umana ed alla realtà storica, esaminando per sommi capi le varie teorie in proposito ed enunciando una metodologia che riteniamo non originale ma feconda e non contraria ad una metodologia scientifica basata sulla verificabilità e/o falsificabilità di tutte le asserzioni e teorie. Abbiamo analizzato le vari filosofie, in rapporto alla natura umana, alla scienza ed alla realtà storica, enucleando una concezione che consenta di spiegare la natura e le cause del cosiddetto “problema sociale”, ossia il problema del conflitto tra l’ individualità dei singoli e la collettività, enucleando e distinguendo tra: natura umana nella sua individualità e socialità e natura della realtà sociale; quest’ ultima intesa come esterna ed avulsa, se non anche antitetica, alla natura umana. L’ analisi della realtà della condizione umana, così come è andata evolvendo, induce ad enucleare le diverse partizioni e cesure che si sono andate manifestando nell’evoluzione della condizione umana stessa. Alcuni filosofi hanno parlato di un primigenio “stato di natura”, che avrebbe caratterizzato la condizione dell’ umanità in tempi remoti e pre-storici o comunque mitici. Tale condizione, essendo sostanziata da una incoscienza pressoché totale di sé e della realtà collettiva, pare assai difficilmente associabile con la specie umana, essendo più facilmente attribuibile a specie animali con grado di coscienza individuale e collettiva più elementare di quella che può manifestare, in condizioni normali, la specie umana. Si può dunque parlare di uno stato di natura incosciente, di una successiva condizione di vita all’ interno di una realtà struttturale, creata inconsapevolmente ed evolvente secondo cause e criteri che esulano dalla volontà e coscienza degli esseri umani stessi. L’ analisi della suddetta evoluzione consente di individuare una progressione da universi strutturali più semplici, ed almeno in parte accessibili anche ad altre specie animali, ad universi strutturali più complessi e non ancora alla portata di specie animali non umane. Si può quindi identificare il cosiddetto “progresso” con la predetta evoluzione da universi strutturali più semplici ad altri più complessi, attraverso successive metamorfosi, fino all’ approdo all’ universo strutturale statuale, ugualmente creatosi in modo incosciente, seppure sotto la guida e l’ iniziativa di un personaggio mitico, come, ad esempio, Romolo per Roma. Quest’ ultima condizione umana, all’ interno dell’ universo strutturale statuale, analizzata nella quinta parte, presenta una propria evoluzione, scambiata spesso per “progresso”, sebbene tale evoluzione abbia evidentemente un’ andamento ciclico e dunque poco adatte ad individuarvi un reale progresso, anche perchè il progresso, anche quando vi sia effettivamente, con una delle due fasi cicliche, essendo perfettamente reversibile, non è qualificabile come progresso cumulativo, e dunque non è, in sé, un progresso reale, sebbene l’ insieme dell’ alternarsi delle suddette due fasi e, dunque, di molteplici cicli storici possa far risultare un qualche progresso in campo sociale, peraltro assai limitato, ed anch’ esso reversibile. Le due fasi di tale andamento ciclico si prestano ad essere qualificate alternativamente, dai partigiani o fautori dell’ una o dell’ altra fase, come “progressive”: l’ una rispetto all’ altra. Questo, non in base a giudizi razionali ma a seconda degli interessi specifici dell’ una o dell’altra fazione, le quali ultime si qualificano, in realtà, come gruppi tesi a costituirsi come strati dominanti dell’ una o dell’ altra fase storica. La condizione dell’ umanità, in quello che abbiamo definito universo strutturale statuale, appare assai simile a quella di un’ aereo in volo col solo “pilota automatico”, strumento capace di mantenere in assetto di volo l’ aereo in condizioni più o meno normali, ma non in grado di determinare una meta e farvi giungere l’ aereo con i suoi passeggeri. Tale analisi si configura come una filosofia della storia che, dai riscontri che abbiamo avuto, ci pare consentire di prevedere, sia pure per sommi capi e con ampi margini di dubbio, date le molteplici variabili in gioco, di capire almeno dove si trovi l’ umanità ed, entro ampi margini di incertezza, di prevedere il futuro. Questo consente di porre le basi di quella “scienza della storia” agognata dai positivisti, la quale, appunto per essere tale, deve acquisire la facoltà della previsione, come affermato da Paul Valery (1). Come affermato da Barraclough, si tratta di oltrepassare la soglia della costituzione di quella che egli definiva: “la scienza delle scienze umane” (2). Nella sesta e settima parte abbiamo analizzato, in dettaglio, le caratteristiche di ciascuna delle fasi del predetto universo strutturale statuale, con le sue partizioni, ossia i sistemi sociali e con i momenti di transizione tra un sistema sociale e l’ altro, ( la cui durata può essere anche di più secoli) nonché tra l’ una e l’ altra fase storica dei vari cicli storici che si sono succeduti (specie in alcune regioni del globo) da che esiste l’ universo strutturale statuale. Nella parte ottava abbiamo analizzato, per sommi capi ed in modo certamente lacunoso, l’ andamento nei millenni e, per quanto possibile nei secoli e negli anni, l’evoluzione delle strutture storiche e dell’ universo strutturale statuale per l’insieme dell’ umanità, ove questo avvenga in modo sincronico, ed analizzato per sommi capi ed in via esemplificativa, le diacronie che si manifestano nelle varie regioni del mondo, tra i vari popoli. Riteniamo di aver fatto, con ciò, opera di un certo rilievo ed in questo siamo confortati dalle parole di Benedetto Croce: “ E’ certo da augurare e da procurare che le opere di storia siano scritte in modo culto; ma come il pregio letterario va sovente disgiunto dal pensiero storico, così questo ancorché espresso in forme letterarie rozze o trasandate, mantiene la sua virtù di pensiero. Neanche va giudicato secondo la maggiore o minore copia ed esattezza delle notizie che offre, già per l’ ovvia osservazione che vi sono ricchissime ed esattissime raccolte di notizie delle quali si sente subito che non sono storia, e, per contro, libri profondi di intelligenza storica e poveri nell’ informazione, perfino cosparsi di notizie inesatte e leggendarie e favolose...” (3). Noi riteniamo che la nostra teoria sia quella che dà maggiori spiegazioni della condizione umana ed una maggiore unitarietà alle scienze sociali. Certamente la nostra filosofia della storia non consentirà di prevedere con esattezza l’evoluzione futura della realtà strutturale statuale, data la molteplicità dei fattori determinanti e la complessità della loro interazione. Ulteriri approfondimento nell’analisi di tali fattori e l’ esattezza della misurazione del peso relativo di ciascuno di essi, potrà consentire di creare algoritmi capaci di far prevedere con esattezza ogni futura evoluzione spontanea della realtà strutturale storica, in ogni luogo del pianeta. Infine, nell’ ultima parte abbiamo delineato la possibilità e necessarietà del superamento di tutte le forme realizzabili di realtà strutturale storica, nella loro natura esterna agli esseri umani e con questi ultimi confliggente, qualora vi fossero effettive premesse di concreta possibilità di un’armonizzazione tra l’individualità e la socialità dei singoli individui appartenenti alla specie umana. Tali premesse devono essere sviluppate ed analizzate in profondità e con urgenza, la cui urgenza si evidenzierà se sarà ritenuta fondata e congruente l’ analisi che abbiamo condotto dell’attuale condizione umana, se non da una folta schiera di individui, almeno da qualcuno dei lettori di queste pagine. Augusto Guzzo riferiva come Vincenzo Gioberti “scrivesse pensando” ossia scrivesse appunti man mano che gli venivano i pensieri, pubblicati poi in modo non sistematico (4). Altri pensatori scrivono mentre pensano e pensano in modo sistematico allorché scrivono, mentre chi và pensando e scrive appunti dei propri pensieri, rischia di non essere sistematico. Vi è poi chi pensa leggendo e la lettura serve come punto di partenza della propria riflessione, come capita all' autore di queste righe. Citare le letture fatte può essere un modo di esporre la traccia su cui si è sviluppato il proprio pensiero e dunque un' esposizione del proprio filo, se non metodologia, di riflessione. Per tale ragione l' esposizione delle teorie che adombrano il nostro pensiero sono esposte secondo un certo ordine cronologico, in base allo svolgersi del pensiero citato, e contemporaneamente si va esponendo il pensiero dell' autore di queste righe, in contrapposizione od a commento del pensiero citato. 21 dicembre 2012 Giano Rocca

PARTE I: Approcci conoscitivi alla realtà storica ed alla natura umana. Indici del Capitolo 1: Distinzione tra natura umana e realtà storica. § 1: Concezioni della natura umana e della realtà storica, espresse da alcune teorie filosofiche 1 – Premessa delle nostre indagini, nel riproporre alcune analisi convergenti di pensatori precedenti. 2.1 - Filosofia greca e nascita della distinzione tra natura e realtà storica. 2.2.1 – Hegel e distinzioni false tra idealismo e materialismo, se non mutano le premesse basilari. 2.2.2 – Filosofi ed identificazione della materia con la realtà strutturale ed altri che identificano lo spirito con la stessa realtà strutturale: materialismo ed idealismo ed inconoscenza della natura della realtà storica e della natura umana. 2.3 – Spinoza e distinzione tra natura, definita astrattezza ed immaginazione e realtà storica come “attributo” contingente della realtà. 2.4.1 – Durkheim e sociologi del '900 e mancata coscienza della distinzione netta tra fatti sociali ed individui. 2.4.2 – Antropologi ed identificazione della realtà strutturale pre-statuale con la natura umana, mentre l' universo strutturale statuale sarebbe innaturale. 2.5 – Croce e distinzione tra storia e natura umana, facendo derivare la prima dalla seconda. 2.6.1 - Radcliffe – Brown e definizione dell' “organismo sociale” come realtà avente una struttura. 3.1.1 - Nostra definizione della storia come realtà strutturale storica. 3.1.2 – Platone e riconoscimento del contrasto tra natura umana e natura della realtà storica 3.2.1 – Aristotele e concezione della volontarietà come nascente all' interno dell' uomo, inevitabilità o forzatura come nascente all' esterno. 3.2.2.1 – Spencer ed autonomia della logica costitutiva ed evolutiva della realtà strutturale storica. 3.2.2.2 – Kroeber ed autonomia della realtà strutturale storica nella sua realtà e nella sua evoluzione, dalla volontà, conoscenza e coscienza umana. 3.2.3.1 – Storici e riconoscimento della determinazione strutturale di eventi come le guerre. 3.2.3.2 – Taylor e riconoscimento di come la casualità abbia un ruolo marginale nell' evoluzione storica. 3.3. – Hegel e Spinoza e concezione del determinismo della storia sugli esseri umani come fatto mortifero. 3.4 – Jodl e concezione dell' individuo incatenato ad una realtà disumana, da cui vorrebbe emanciparsi. 3.5 – Percezione diffusa dell' innaturalità della realtà strutturale storica, rispetto alla natura umana e suoi fondamenti. 4.1 – Filosofia greco-romana e riconoscimento del contrasto tra bisogni umani e realtà storica. 4.2 – Aristotele e filosofi romani e teorizzazione dell' influenza della realtà strutturale storica sulla personalità dei singoli, mentre l' individualità nasce dalla natura umana. 4.3 – Sigieri di Brabante ed individualità inscindibile dalla natura umana. 4.4 – Hegel e distinzione tra individualità, identificata con la natura, e personalità, connessa con la realtà storica. 5.1.1 – Dualismo di Fichte, come io auto-creante e determinante il non-io o realtà storica. 5.1.2 – Dualismo e concezione della dicotomia tra natura umana e realtà strutturale storica. 5.2 – Platone e realtà storica come teoricamente superabile, salvo l' insufficienza della natura umana. 5.3.1 – Filosofia indiana e corretta concezione della dualità tra l' essere e l' essenza naturale umana e la realtà storica, pur ritenendo quest' ultima insuperabile. 5.3.2 – Ideologie come negazione della possibilità di superare la realtà strutturale storica e come giustificazione della medesima. 5.4.1 – Ascetismo delle varie religioni e rinuncia al mondo, come incompleta ed inefficace ricerca dell' autentica natura umana, in antitesi con la realtà strutturale storica. 5.4.2 – Hegel, natura umana in sé od individualità, realtà storica e virtù. 5.4.3 – Spinoza e riconoscimento di come la morale non sia attributo della mente. 5.4.4 – Kant e partizione dello spirito umano in: emotività, affettività e raziocinio. 5.5.1 - Principio di Protagora: uomo come essere naturale e come frutto della realtà storica. 5.5.2 – Gregorio di Nissa e concetto della doppia essenza dell' uomo, 5.5.3 – Agostino da Ippona e prefigurazioni dei tre stadi di libertà, intesi come stato di natura animale od inferiore, strutturale e post-strutturale. 5.5.4 - Abelardo e scuola di Chartres e disquisizione sulla natura dell' “anima del mondo”. 5.5.5 – Averroè ed Avicenna e “libero arbitrio” identificato con la natura appetibile, ossia con la natura potenziale dell' essere umano. 5.5.6 - Guglielmo di Alvernia e concezione della natura umana come esterna rispetto alla realtà storica. 5.5.7 – Idea del trascendente come concezione di alcunché di estraneo alla realtà strutturale storica, al fine di non assolutizzarla. 5.5.8 – Dray e trascendenza come realtà storica, che trascende la natura e la volontà umana. 5.5.9 – Roberto Grossatesta ed identificazione della divinità con la forma o la storia e dell' essenza con la natura umana. 5.5.10 - Tommaso d' Aquino e concezione della vera essenza dell' uomo e concetto della superabilità della realtà storica. 5.5.11 – Averroismo latino e concetto di libero arbitrio come sottomissione alla natura umana. 5.5.12 – Spinoza ed irrazionalità naturale, fonte dell' impotenza dell' essere umano di fronte alla realtà storica. 5.5.13 – Kant e bisogno di libertà come bisogno del superamento della realtà storica. 5.5.14 – Shaftesbury e concezione dell’ artificiosità, nascente all’ interno degli esseri umani e generante la realtà storica. 5.5.15 – Concezioni religiose di “bene” e “male”, irrazionalità naturale e strutturale, teleologie e prefigurazione del superamento della realtà strutturale storica. 5.6.1 – Mito biblico della “caduta” e disagio della condizione pre-strutturale e strutturale. 5.6.2.1 – Hobbes e concetto della “trinità” cristiana e prefigurazione del superamento della realtà strutturale storica. 5.6.2.2 – Freud ed analisi del progresso sociale compiuto dall' essere umano col passaggio dallo stato di natura animale, alla realtà strutturale storica e con l’ adombramento del passaggio ad una realtà post-strutturale. 5.6.3 – Lev Tolstoy e considerazione di Cristo come amore ed “anticristo” come essenza della realtà strutturale. 5.6.4 - Alessandro di Hales, materia dell' anima, intelletto materiale ed intelletto in potenza. 5.7.1 – William James e sua affermazione dell' immoralità del “mondo” se corrispondente al “materialismo meccanicistico” e “frustrante per l' intelletto, se corrispondente al teismo. 5.7.2 – Teismo alla Leibniz e difficoltà di considerare razionale la realtà storica, evidenziata da William James. 5.7.3 – Kant e prefigurazione di una realtà strutturale storica unitaria, con svariati universi strutturali, di cui l' universo strutturale statuale è quello che interessa maggiormente gli esseri umani. 5.7.4 – Kant ed irrazionalità della realtà strutturale statuale e sua evoluzione inconsapevole ed involontaria. 5.7.5 – Filosofi e riconoscimento dell' irrazionalità della realtà strutturale e dell' irrazionalità presente in natura e nella stessa natura umana. 5.8.1 – Scuola ionica e concezione dell' evoluzione storica come premessa per il superamento della stessa realtà storica. 5.8.2.1 – Tommaso d' Aquino e realizzazione della giustizia e della felicità attraverso il susseguirsi dei cicli storici dell' universo strutturale statuale. 5.8.2.2 – Gioberti e teoria dei due cicli, dove col primo è indicata la società di natura animale, col secondo la società strutturale, la quale genererebbe, come esito naturale, la soluzione del problema sociale. 5.8.3 - Gioacchino da Fiore ed utopia anti-strutturale. 5.8.4 – Hobbes e considerazione della realtà strutturale storica, da lui definita genericamente “Stato”, come consona alla natura umana, salvo concedere agli esseri umani il diritto di ribellarsi. 5.8.5 – James e riconoscimento del pericolo di considerare irrazionale la realtà strutturale storica finché non si trovi un' alternativa praticabile, sebbene riconosca la presenza dell' irrazionale in natura. 5.9.1 – Natura pre-umana e determinazione della realtà strutturale storica. 5.9.2 – Realtà strutturale determinata dall' inconoscenza di modalità organizzative capaci di superare l' irrazionalità comportamentale dei singoli e della stessa natura dell' irrazionale. 5.9.3.1 - Hegel ed indicazione della conoscenza come strada per il superamento del contrasto tra natura umana e natura della realtà storica. 5.9.3.2 – Kant e necessità di rendere scientifica la conoscenza della storia e della natura umana, al fine di scoprirne la razionalità, su cui basare la morale. 5.9.4 – Gorgia e concezione dell' “essere” come antitetico alla conoscenza ed alla comunicazione, le quali sono strumento del superamento della realtà storica. 5.9.5 – Spinoza e realtà storica generatrice di deficit di socialità. 5.9.6 – Durkheim, conoscenza e coscienza della realtà sociale e premesse del superamento della realtà strutturale storica. 5.9.7 – Teoria critica della società e teorizzazione della comunicazione illimitata come mezzo per il superamento della realtà strutturale storica. § 2: Rapporto tra realtà storica e natura umana e loro reciproca influenza 1.1 – Materia e forma, per la filosofia, indicatori rispettivamente della realtà storica e della natura umana, che non sarebbe che l' ombra della prima. 1.2 – Aristotele e determinazione dell' essere umano da parte della realtà storica, fino a realizzare il processo di individuazione. 1.3 – Leibniz e riconoscimento dell' autonomia evolutiva della realtà storica, modificabile solo col miglioramento della natura umana. 2.1.1 – Marx e sua concezione della storia come semplice evoluzione dei mezzi tecnici della produzione e concetto secondo cui l' uomo non sarebbe che un prodotto secondario della realtà storica. 2.1.2 – Carlyle e riconoscimento della meccanicità, od estraneità alla natura umana dell' evoluzione storica. 2.2 – Taylor e distinzione tra pre-storia e storia, ossia tra universi strutturali pre-statuali ed universo strutturale statuale. 2.3 – Morgan e storia come passaggio tra diversi universi strutturali, che costituiscono un progresso verso la “civiltà”, compiuto attraverso un progresso conoscitivo e psichico, ma che deve includere il superamento dell' universo strutturale statuale. 2.4.1 – Rapporto tra progresso tecnico – scientifico ed evoluzione delle strutture storiche. 2.4.2 – Progresso della conoscenza, progresso tra universi strutturali e progresso all' interno dell' evoluzione di un singolo universo strutturale. 3 – Facoltà psichiche e loro evoluzione in rapporto al progresso storico. 4 – Socialità e sua inscindibilità dall' individualità. § 3: Distinzione ed antitesi tra socialità umana e realtà sociale strutturale 1 - Spencer e concetto di struttura, per indicare gli “aspetti anatomici” del corpo sociale, sia come “organi” che come “sistemi di organi” della società. 2 – Durkheim e personalità, sebbene determinata in parte dalla realtà strutturale, ininfluente sulla realtà sociale strutturale e sulla sua evoluzione. 3.1 – Durkheim ed altri pensatori e confusione tra socialità naturale e società strutturale. 3. 2 – Simmel e distinzione tra individuo e società, di cui riconosce, come altri pensatori, la presenza del conflitto. 3.3 – Intellettuali ed identificazione della “cultura” con il sistema sociale in atto e della realtà strutturale storica con la natura umana, constatando la spontanea adesione dei “gruppi spontanei” alla realtà strutturale storica. 3.4.1 – Bateson e riconoscimento della diversa natura tra struttura sociale e relazioni sociali o socialità umana. 3.4.2 – Naturalità della socialità umana e sua espressione distorta nella realtà strutturale storica. 3.4.3 – Socialità, come capacità di amare, strutture storiche e società in generale. 4 – Divisione del lavoro e suo rapporto con la stratificazione ed organicità della realtà strutturale storica. 5 – Naturale evoluzione umana e raffronto con l' evoluzione strutturale storica, partendo dalle analisi di Morgan sull' evoluzione dei rapporti parentali. 6 – Kluckohn e tripartizione della cultura in: logica, illogica e non-logica, dove si adombra la meta-teoria, come sostrato inconscio della cultura. 7 – Smith e caratteristica umana della socialità e della virtù. § 4: Concezioni della storia, nella filosofia 1.1.1 – Filosofi ed identificazione della storia umana con la realtà strutturale storicamente data. 1.1.2 – Determinismo e volontarismo ed identificazione della storia umana con la realtà strutturale storica. 1.2.1 – “Marxismo” e finalismo escatologico, reso vano dall' ideologia feudaleggiante. 1.2.2 - “Marxismo” ed assolutizzazione della storia rispetto all' uomo, identificata con la realtà strutturale, al fine di giustificare l' auspicato regresso verso una nuova fase feudale. 1.2.3.1 – Origine del materialismo storico “marxiano” nelle analisi di Morgan. 1.2.3.2 – Determinismo “marxiano” come “storicismo totalizzante”, che nega ogni possibilità di emancipazione dalla realtà strutturale storica. 1.2.3.3 – Deismo creato dall' ideologia “marxista”, pur con una teleologia non escludente la completa auto-realizzazione dell' essere umano. 1.2.3.4 – Determinismo “marxiano”, come impostura stravolgente il significato del concetto di “socialismo”. 2 – Trilogia di Locke, ossia: “stato di natura reale” od animale, “società civile” o realtà strutturale storica, “stato di natura ideale” o società post-strutturale o società socialitaria. 3.1.1 – Dialettica hegeliana, frutto di un' interpretazione religiosa della realtà storica. 3.1.2 – Dialettica hegeliana, sua corretta interpretazione come riproposizione della trilogia di Locke, e realizzazione della pienezza della coscienza. 3.1.3 – Dialettica hegeliana e ruolo del sapere, in funzione meta-storica. 3.2 – Dialettica hegeliana e visione corretta dell' autonomo avvicendarsi delle due fasi dell' universo strutturale statuale. 4 – Filosofia organicistica e riconoscimento del carattere organico e stratificato dell' universo strutturale statuale. 5 – Dottrina “provvidenziale cristiana”, religioni in genere, e cultura di tipo feudale. 6 – Vico ed associazione di un certo carattere umano ad una data fase dell' universo strutturale statuale. Determinismo connesso alla manifestazione degli esseri umani ma estraneo alla loro natura. 7.1.1 – Illuminismo e positivismo, concezione della natura umana potenziale, e sostanziale identificazione della storia col sistema capitalista concorrenziale. 7.1.2 – Illuminismo, volontarismo e filosofie successive e determinismo. 7.2 - “Marxismo” e “positivismo” e considerazione delle società mercantili come società innaturali, sebbene ritengano che scopo della storia sia il raggiungimento del massimo sviluppo delle “forze produttive”, realizzato nei sistemi capitalisti, che essi definiscono anche “borghesi”. 8 – Filosofie orientali ed adombramento dei cicli storici, specifici dell' universo strutturale statuale. 9 – Pensatori e riconoscimento di come non si fossero ancora scoperte le leggi di evoluzione storica, invocate da Kant. 10 – Toynbee ed individuazione, più o meno precisa, dei cicli storici dell' universo strutturale statuale. § 5: Bisogno umano del superamento della realtà storica 1.1 – Greci e teorizzazione dell' insuperabilità della realtà strutturale statuale. 1.2 – Niebhur e sanzione della vacuità delle promesse, di tutte le religioni, di superare la realtà strutturale storica. 2.1.1 - “Mitologia” di pressoché tutte le religioni e contraddittoria visione del superamento della realtà strutturale statuale. 2.1.2 – Cristianesimo, attesa del “ritorno di Cristo” com sintomo del bisogno del superamento della realtà strutturale statuale. 2.1.3 – Cicli storici teorizzati dall' “induismo” ed analogia con la nostra teoria degli universi strutturali e del superamento della realtà strutturale storica. 2.2.1 – Dialettica di Proclo e teorizzazione di un ritorno ad uno stato di natura ma di tipo superiore. 2.2.2 – Nihilismo e possibilismo sull' ipotesi di superare la realtà strutturale storica. 2.3.1 – Gregorio di Nissa e teorizzazione del mondo, come sostanza del male, di cui egli negava l' essere. 2.3.2 – Avicebron e riconoscimento dell' irrazionalità presente nella natura umana e nella realtà strutturale storica, che indurrebbe a deviare dalla finalità. 2.4.1 – Giovanni Scoto Eriugena e speranza nel superamento della della realtà strutturale storica, attraverso la conoscenza e la comunicazione. 2.4.2 – Alano di Lilla e fede come ripiego per la momentanea incapacità della ragione a spiegare la condizione umana. 2.4.3 – Durkheim e tentativo di creazione della scienza della realtà strutturale storica. 3 – “Anarchismo”, idealismo volontarista, e riconoscimento della necessità di superare l' irrazionalità umana. 4.1 – Pareyson e riconoscimento della possibilità di superare la realtà strutturale storica. 4.2 – Eccles e natura sociale dell' uomo come potenzialità, mentre la realtà strutturale storica ne costituisce una manifestazione distorta. 5.1.1 – Pensatori vari e riconoscimento della possibilità-necessità di “normalizzare” la realtà storica strutturale rispetto alla natura umana. 5.1.2 – Pensatori vari e possibilità di superamento della realtà strutturale storica, attraverso la realizzazione di una comunicazione autentica. 5.2.1 – Fichte e storia come processo tendente alla completa libertà. 5.2.2 – Fichte e necessità di umanizzazione o razionalizzazione della morale. 6.1.1 – Pensatori vari e rilevazione di come la realtà strutturale storica sia uno stadio intermedio nel processo di sviluppo della socialità umana. 6.1.2 – Riconoscimento, da parte nostra, di come la realtà strutturale storica sia uno stadio del processo di sviluppo della socialità umana. 6.1.3 – Realtà strutturale storica come mezzo del progresso: della conoscenza, del processo di individuazione e della socialità. 6.2 – Realtà strutturale storica come adattamento passivo alla natura e necessità di realizzare una condizione che consenta un adattamento attivo o coerente con l' autentica natura umana, insieme individuale e sociale. 6.3 – Natura della società, se si tratta di una collettività dotata di istituzioni, che diventa di tipo strutturale se determina conflittualità tra gli individui e tra questi e la collettività. 6.4 – Super-organicità della realtà strutturale storica e sua innaturalità rispetto all' essere umano. 7.1 – Natura cosmica, natura umana, inevitabilità autentica ed inevitabilità provvisoria, se contraria alla volontarietà razionale umana. 7.2 – Rapporto degli organismi viventi con la natura cosmica e con gli altri organismi, tendenzialmente irrazionale, di qui la sanzione strutturale di tale irrazionalità, come ineluttabilità provvisoria. 7.3 – Artificiosità della realtà strutturale storica derivante dalla natura del processo psichico. 8.1.1 – Realizzazione della “civiltà”, ossia della “comune felicità”, come possibilità nei limiti delle capacità intellettive esistenti. 8.1.2 – Lotze e raggiungibilità della felicità attraverso un “conflitto attivo con l' errore”, ossia la realtà strutturale storica. 8.2.1 - Huxley e riconoscimento della necessità di sostituire un processo etico al processo “cosmico” o realtà strutturale storica. 8.3 – Bisogno di socialità e sua realizzazione non soddisfacente da parte della realtà strutturale storica, da cui dipende la sua artificiosità ed il bisogno del suo superamento.

PARTE I Approcci conoscitivi alla realtà storica ed alla natura umana. CAP. 1° Distinzione tra natura umana e realtà storica. § 1: Concezioni della natura umana e della realtà storica, espresse da alcune teorie filosofiche 1 – Il rapporto tra la natura umana e la realtà storica in cui vive la specie umana stessa è stata oggetto di dibattito dalla notte dei tempi. Il seguire le opinioni, per quanto autorevoli, di chi si è pronunciato a favore di una data tesi non ne incrementa il valore scientifico, tuttavia il seguire almeno una parte delle argomentazioni, riflessioni e considerazioni di alcuni pensatori, siano essi filosofi, teologi, ideologi od esperti di “scienze sociali”, può essere utile ad enucleare il problema ed a porlo su una base di indagine scientifica, ponendo tutto ciò a premessa della propria indagine. 2.1 - I primi a teorizzare una legge universale (in realtà definibile come logica della realtà storica) furono i poeti mitologici quali Omero ed Esiodo (1). Periodo filosofico “cosmologico” è quello il cui oggetto era la ricerca dell’ unità organica del mondo, ossia la ricerca della logica dell’ universo, con cui veniva identificata sostanzialmente la logica della realtà storica. Il periodo antropologico (“sofisti” e Socrate) ricercava l’essenza dell’ uomo in rapporto al singolo ed alla collettività dei vari tipi di società. Il periodo ontologico (Platone ed Aristotele) ricercava il rapporto tra l’ uomo reale e l’essenza umana. Il periodo etico (stoicismo, epicureismo, scetticismo ed eclettismo) indagava il problema della condotta umana. Il periodo religioso (neoplatonici ed affini) proponeva il problema di ricongiungere l’ uomo con dio, nella ricerca della salvezza (2). Platone definiva come “cosmo” od ordine (3) quello che noi definiamo i molteplici universi strutturali. Egli riconosceva l’ esistenza di un determinismo capace di impedire ogni effettiva responsabilità individuale (4) (determinismo dunque della realtà strutturale sugli individui). Per ontologia si intende generalmente l’identificazione della “sostanza” o realtà strutturale storica con l’ essere (5). Con Senofane e la scuola eleatica nacque l’idea di dio come immagine della realtà strutturale storica e si ebbe la fine dell’ antropomorfismo religioso (6). Parmenide identificava la conoscenza stessa con l’ “essere”, ossia con quella che noi definiamo la realtà strutturale, al di fuori della quale riteneva non vi possa essere alcun pensiero (7). Ma se nulla vi può essere fuori di questo “essere”, nemmeno la conoscenza e tanto meno la coscienza della stessa realtà storica sarebbero possibili. Hegel affermava che in Talete e negli ioni vi fosse la concezione dell’ “universale” come determinazione naturale, ossia la concezione della realtà storica come realtà naturale o coerente con la natura umana. Viceversa con gli eleati si ebbe la comparsa del pensiero puro (8), che da Eraclito venne identificato col processo storico nel suo movimento e da Anassagora identificato con l’ essenza della realtà storica, in modo esplicito (9), che noi definiamo la realtà strutturale storica. I sofisti distinguevano tra cultura (o legge) e natura (10). Alcuni stoici, pur considerando l’ essere come l’universale e l’ onnicomprensivo, sentivano l’ esigenza di ipotizzare alcunché capace di andare oltre. Quindi teorizzarono “qualcosa” (11) (comprendendovi l’incorporeo), dimostrando così l’ esigenza di teorizzare alcunché al di fuori della realtà strutturale storica. Gli stoici distinsero tra principio attivo e passivo (12), distinguendo sostanzialmente tra natura (intesa come realtà passiva o non operante) e realtà storica (come realtà attiva o concretamente operante). Socrate definiva “ciò che deve essere”, ossia l’ essenza umana potenziale, distinguendolo da ciò “che è” (13), ossia la realtà storica. Epicuro ebbe una concezione materialistica e meccanicistica, in quanto escludeva ogni fine al movimento (14). Se i sofisti distinsero la natura dalla convenzione (identificabile con la realtà storica strutturale), gli scettici affermarono vi fosse la presenza generale ed esclusiva della “convenzione” (15) e quindi che vi fosse la necessità di giudicare in rapporto a tale constatazione. Gli scettici, tuttavia, non negavano la dicotomia evidenziata dai sofisti, ma si attenevano alla constatazione della realtà. Infatti gli scettici della media accademia identificavano l’essere con la realtà naturale, mentre identificavano la realtà sensibile (teorizzata da Platone) con la realtà strutturale o storica, la quale ultima veniva quindi considerata materia opinabile (16). Plutarco introdusse il concetto di demoni, quali principio e causa del male nel mondo (che non può derivare dalla divinità, principio della realtà strutturale storica, ritenuta fonte del bene). Plutarco definiva il logos come la ragione scientifica o teoretica. Questo in contrasto con la concezione del logos come logica strutturale storica (17). I neo-platonici, come Plotino, consideravano la divinità come unica, articolantesi in molteplici dei (18). Essi erano politeisti, ma precursori e fondatori del cristianesimo. Essi teorizzavano la creazione come emanazione. Consideravano la natura come privazione (di realtà e di bene) (19), mentre considerano la divinità e le sue emanazioni (ossia le strutture storiche, di cui la divinità sarebbe il principio) come il “mondo intelligibile”. Giustificavano il male come generatore di bene e termine di paragone del bene. 2.2.1 - Il cosiddetto idealismo hegeliano, poiché considera il mondo reale (ossia le strutture storiche) come una proiezione del “concetto assoluto”, intendendo per “concetto assoluto” la natura umana, non è in antitesi col materialismo (20). Questo perché la distinzione tra materialismo ed idealismo costituisce una distinzione vacua o fittizia. Il materialismo marxiano, si limita a considerare come essenza del reale solo le strutture storiche (ignorando del tutto la natura umana), ed in questo ambito considera tutto ciò che non è economia o realtà materiale (di cui ignora l’ essenza effettiva), un suo semplice riflesso. Hegel riconosceva come tra la filosofia idealista e quella materialista ogni “differenza scompare” (21) se i presupposti basilari vengono mantenuti costanti. L’ idealismo ritiene che il mondo sia solo un sogno o fatto ideale (22). Kroeber riconosceva che l’ idealismo, come il materialismo, siano concezioni a-scientifiche. Infatti si può intendere la realtà strutturale sia come un fatto ideale che come un fatto materiale. Le concezioni materialistiche od idealistiche della filosofia si confrontano nell’ ambito dell’ analisi, assai indiretta e teoretica, spesso solo allegorica, della realtà strutturale storica. Poiché è evidente come in genere la filosofia non trascenda la realtà strutturale, non riuscendo a divincolarsi dal condizionamento determinante di questa, è evidentemente soggetta al momento evolutivo in atto delle strutture statuali. Se i “marxisti” tendono ad identificare l’idealismo con lo spirito religioso, gli idealisti dimostrano come l’ idealismo e la religione non siano di per sé collegati in modo bi-univoco, ma i loro rapporti siano più casuali che necessari (23). Nell’ ambito puramente umano non può esservi conflitto tra preminenza della materia o dello spirito od idee, in quanto materia ed idee non possono che convergere, poiché le idee sono corrette se rispondono alla realtà umana ed universale e la realtà è tanto più universale quanto più corrisponde alla natura umana nella sua validità universale. 2.2.2 - L’ identificazione, operata da molta filosofia, tra realtà strutturale o mondo storico ed universo cosmico e fisico, sebbene derivi in parte dall’ inconoscenza del vero ed in parte per il bisogno di occultare il significato delle stesse affermazioni filosofiche (per non minare la realtà strutturale prima che se ne progetti un’alternativa concreta e realizzabile), ha una sua ragion d’ essere nel rapporto assai stretto che intercorre tra l’ essere umano, la vita sociale e la percezione della natura e della sua stessa corporeità fisica. I filosofi dualisti identificano la materia con la realtà storica. La natura umana sarebbe quindi identificata con lo spirito o l’ idea. In effetti la realtà strutturale storica non è guidata dalla mente umana e dunque è da ritenersi di natura diversa ed autonoma rispetto alla natura umana, la quale è essenzialmente spirito o pensiero (24). La società strutturale storica stà agli esseri umani, individui ed umanità intera, come una macchina fuori controllo sta ai suoi fruitori e presunti controllori. Il dualismo a cui si riferisce una parte della filosofia è la percezione della dicotomia tra la natura e la logica di questa macchina (o realtà strutturale storica) e la natura e la logica dei suoi fruitori. Tale dualismo sarà superato allorché sia sia creata una società di natura omogenea a quella dei suoi fruitori. 2.3 - Spinoza negava la possibilità dell’ esistenza di più di una sostanza. Egli affermava infatti che qualsiasi altra sostanza dovrebbe manifestarsi mediante i medesimi “attributi” della prima e quindi esisterebbero due sostanze col medesimo attributo (25). Questo dimostra come la sua concezione di sostanza si adatti solo ad un’ entità, che potrebbe essere identificata con la natura, mentre la realtà storica non può essere considerata equivalente della natura, ma solo un “attributo”, anomalo e contingente. Egli, tuttavia, definiva astrattezza od immaginazione l’ aspetto naturale della realtà e definiva intelletto o realtà quella che è la realtà storica (26). 2.4.1 - Durkheim affermava che all' inizio del '900 non fosse ancora evidente ai sociologi come i fatti sociali costituissero una realtà totalmente esterna all' individuo ed alla collettività (27). Durkheim si proponeva di sceverare, tra i molteplici fenomeni che avvengono all'interno di ogni società, i “fatti sociali”. A tale scopo egli definiva i “fatti sociali” come fenomeni preesistenti all' individuo e verificantisi al di fuori di lui e che a lui si impongono in modo coercitivo (violento o meno). Egli definiva pertanto i “fatti sociali”, oggetto della sociologia, come un' artificialità imposta all' uomo. Durkheim affermava che il “fatto sociale” lo si riconosca sia dalla sua coercizione (presenza di sanzioni) sia dalla “resistenza che oppone a qualsiasi iniziativa individuale che tenda a fargli violenza” (28). 2.4.2 - Gli antropologi tendono a parlare di “purezza primitiva” per le società pre-statuali, mentre parlano di “inautenticità della civiltà” per le società statuali. In realtà le strutture pre-statuali non sono meno innaturali rispetto all' uomo di quanto lo siano le strutture statuali, anzi, rispetto alla natura dell' uomo le società pre-statuali appaiono essere ben più innaturali, in quanto non corrispondono al livello intellettivo e di coscienza di sé dell' uomo, mentre paiono essere più adatte a specie sub-umane (29), almeno per quanto riguarda alcune di queste strutture pre-statuali, come ad esempio la società delle orde, od universo strutturale delle orde. 2.5 - Benedetto Croce riconosceva come la realtà storica derivi dalla natura umana o “spiritualità” (30), pur essendo la storia essenza diversa dalla natura umana ed a questa esterna. 2.6.1 - Radcliffe – Brown affermava che “l' organismo (sociale) non è di per se stesso una struttura...(ma) ha una struttura” (31), evidenziando così come la società non sia di per se stessa necessariamente strutturata, pur avendo di fatto forma strutturata (od innaturale rispetto all' uomo). 2.6.2 - I sociologi definiscono “struttura sociale” od anche “struttura” la base materiale od economica della società (32) con i relativi aspetti istituzionali. Augusto Guzzo definiva “strutture” il sistema sociale, peraltro non ben definito, (33), definendo con lo stesso termine il complesso della condizione umana artificiosa. Affermava infatti che la “struttura” “fa[ccia] da creatore della vita storica, in cui trasforma la vita naturale che ha avuta” (34). Si può pertanto definire correttamente la realtà storica come realtà strutturale. 3.1 - Platone affermava esservi distinzione tra “legge” e “natura” e perfino contrasto: ossia che vi sia contrasto tra realtà storica e natura umana (35). Platone affermava che il bene si articoli in: 2.-       bellezza, 3.-       razionalità, 4.-       verità La natura umana si estrinseca, dunque, massimamente nella ricerca della razionalità, dove quest' ultima si può definire come armonia nella soddisfazione dei bisogni umani e sintetizza la concezione platonica del bene. Platone parlava di “natura esterna” (36) per indicare la realtà storica, mentre identificava la realtà interiore ai singoli con quella che noi consideriamo la natura umana autentica. 3.2.1 - Aristotele considerava volontario ciò il cui principio è interno all' uomo, forzato “ciò il cui principio è fuori di noi” (37). 3.2.2.1 - Spencer, pur ritenendo vi sia un' evoluzione umana in corso, e che questa sia alla base dell' evoluzione sociale, affermava che quello che noi definiamo evoluzione strutturale possa essere scompigliato od ostacolato ma non migliorato o travisato dai movimenti sociali. Ritenne cioè che le strutture sociali abbiano una loro logica costitutiva intrinseca e rispondano a logiche evolutive proprie (38). 3.2.2.2 - Kroeber riconosceva come, qualora si neghi la derivazione della cultura dal comportamento (ossia dalla psiche umana), non si possa che affermare l' autonomia della cultura sia nel suo modo contingente di essere sia nella sua evoluzione, poiché vi sarebbero forze culturali autonome a determinarne l' evoluzione. Pur ritenendo valida tale concezione, ne prese le distanze ritenendo giustamente che sarebbe osteggiata dagli scienziati sociali. Argomentò che le cause dell' evoluzione storica siano da ricercare tra i fattori sub-organici quali le catastrofi naturali, il clima, la demografia e via dicendo. Affermava, tuttavia, che la cultura sia un fatto autonomo tanto dal singolo quanto dall'insieme dei soggetti che compongono la collettività in quanto, sebbene creata dall' uomo, è mediata dalla culturalizzazione trasmessa dalle culture preesistenti, e dunque la cultura finisce per porsi in primo piano e l' uomo in secondo (39). 3.2.3.1 - Alcuni storici non ritengono la guerra un fatto volontario dei leaders politici (40), ed evidenziano invece come in realtà le guerre siano spesso determinate e dunque pressoché inevitabili, essendo causate dalla realtà strutturale (41), mentre alcune guerre hanno origine arbitraria. Quest' ultima ipotesi si verifica soprattutto quando l'esito è comunque storicamente nullo (ossia non modifica in alcun modo la realtà strutturale in atto) e dunque l' evento concerne la situazione di aggressività bellicistica ed hanno poca o nessuna importanza i suoi esiti in termini strutturali. 3.2.3.2 - E. B. Taylor negava ogni validità alla teoria della casualità applicata alla realtà sociale, confidando nella statistica e notando come fatti apparentemente legati al caso si ripetano con costanza tale da escludere ogni casualità, riconoscendo la presenza di una causa efficiente determinata. A proposito di evoluzione strutturale Taylor parlava di progresso dalla selvatichezza alla civiltà, “nonostante l' interferenza continua della degenerazione” (42). Il che prova il suo imbarazzo di fronte ad una teoria progressiva riferita all' universo strutturale statuale, contraddetta continuamente dalla realtà. 3.3 - Hegel affermava, con Spinoza, che “la determinazione è negazione” (43). Questo indica come sia Hegel che Spinoza riconoscessero che la determinazione storica sugli esseri umani sia disumana e mortifera per la stessa essenza umana. 3.4 - Jodl affermava che l' individuo umano sia incatenato ad una realtà meschina e sostanzialmente disumana da cui vorrebbe emanciparsi (44). 3.5 - L'uomo riceve l'imprinting dalla società strutturale in atto e ne possiede quindi il grado di socialità che è proprio di quella determinata realtà strutturale ma egli, con la sua natura di uomo, trascende la realtà strutturale a lui contemporanea, almeno idealmente e come potenzialità della sua natura più profonda, determinando quindi un contrasto con l'essenza della realtà strutturale in cui è immerso. La vita è espressione dell' individualità e dell' essenza umana. La vita nella realtà strutturale è solo espressione della natura della realtà strutturale e perciò limitata alla natura di quest' ultima. L' “amnesia infantile”, che viene ritenuta un fatto naturale, è la riprova dell' innaturalità della realtà strutturale statuale e dei comportamenti che tali strutture determinano. Infatti si ha un mutamento troppo marcato della percezione della realtà, rispetto alla percezione della realtà naturale che si realizza nell' infanzia. Di quì la rimozione pressoché totale delle esperienze e percezioni infantili. Da quanto sopra esposto emerge come vi sia una diffusa percezione, convinzione e coscienza dell' innaturalità della realtà storica rispetto alla natura umana e se ne avverta l'esigenza, più o meno impellente, di un progresso che consenta di rendere la realtà storica consona alla natura umana. 4.1 - Cicerone faceva derivare l' amicizia e l' amore da un bisogno naturale dell'uomo (45). Cicerone scindeva l' amicizia da quella che definiamo realtà strutturale, almeno nelle sue forme contingenti, mentre riferì la concezione di un certo Mazio, secondo cui amicizia e legge sono completamente divergenti e poste su piani diversi (46). Questo lo poneva su un piano di conflittualità e rivolta contro la realtà storica, come era comune tra i greci. 4.2 - Aristotele riconosceva come non vi possa essere amicizia tra inferiore e superiore (47) e quindi come non vi possa essere autentica socialità in presenza delle strutture storiche. Seneca, come anche Marco Aurelio, consideravano gli uomini come prodotto della realtà strutturale o società storica, mentre riconoscevano la naturalità della socievolezza e dell' amore (48). Come Seneca ed Epitteto, Marco Aurelio proponeva la liberazione interiore dell' uomo attraverso l' introspezione e la modificazione dei propri sentimenti in relazione alla natura ed alla razionalità (49). Aristotele ed il suo discepolo Giovanni Filopono teorizzavano “la natura” (50) come essenza comune degli individui e “l' ipostasi” come esistenza singola circoscritta da determinate qualità, ossia le personalità individuali, su cui influisce la realtà storica, che dunque essi considerano antitetica alla natura umana. 4.3 - Sigieri di Brabante riteneva l' individualità inscindibile dalla natura umana. 4.4 - G. W. F. Hegel affermava che per la filosofia greca l' individualità si distingua dall'“essere” e mantenga “rapporti essenziali con la naturalità” (51). La naturalità degli esseri umani è dunque insopprimibile, a fronte dell' “essere” od essenza storica. Hegel affermava che con i sofisti e Socrate si abbia la concezione del pensiero come soggettività, ossia come naturalità (in contrapposizione alla realtà storica), mentre con Platone ed Aristotele il pensiero, da soggettivo diviene “idea” e quindi oggettivo e totalizzante (52) (ossia si identifica con la realtà storica). 5.1.1 - Fichte teorizzava l' io come auto-creante e come determinante il non-io o realtà esterna (53). 5.1.2 - Il filosofo Rickert parlava della dicotomia tra natura e cultura, in analogia con il dualismo degli idealisti tra spirito e natura (54). Alcuni filosofi intuiscono, insomma, come la realtà strutturale, che alcuni identificano con lo spirito o l' essere, sia diversa ed antitetica alla natura in generale ed alla natura umana in particolare. Essi non traggono però le dovute conseguenze dalla scoperta di tale antitesi, ed anzi se ne servono per supportare le religioni e dunque per giustificare la realtà strutturale storica. I teologi definiscono “dualismo teistico” l' accettazione del concetto di gerarchia degli esseri, in contrasto col monismo, che rifiuta tale gerarchia. Vi è poi il dualismo di una concezione non gerarchica dell' essere che riconosce il contrasto tra l' essere umano e la storia o “Maya”, sebbene non sia un dualismo totale, in quanto non può evitare di considerare una certa forma di dipendenza della storia dalla natura dell' evoluzione universale e quindi della stessa natura umana, seppure come incidente o forma contingente e superabile. 5.2 - Platone affermava che le condizioni di esistenza determinino la vita (55). Platone affermava ancora che tali condizioni possono non essere, presentandosi come “possibilità” (56). Egli pertanto pare ritenere la realtà storica superabile. Platone definiva “necessità” (57) la “logica naturale” propria dell' uomo o “madre del mondo” . Egli considerava tale “logica naturale” deteriore e dunque non in grado di emanciparsi dalla realtà storica. 5.3.1 - La filosofia indiana considera “l' essere” estraneo alla storia. Questo, in contrasto con la filosofia occidentale, la quale ultima pone l' essere come idealizzazione della storia stessa, se non identifica addirittura l' essere con quest'ultima. La religione indiana per eccellenza, ossia il brahamanesimo, individua una dualità tra natura umana e realtà storica, indicando quest' ultima come fonte di infelicità. Finisce tuttavia per auspicare un monismo, individuato nella totale adesione dei singoli alla realtà storica, raggiungibile nell' annullamento dell' io cosciente, definito “atman” nel “brahman” o molteplicità, in cui si manifesta il “sàmsàra” (o realtà storica). Si parte, cioè, da un' intuizione precisa della condizione umana, per proporre poi un'accettazione supina di tale realtà, ritenuta alienante e mortificante per l' uomo, ma insieme insuperabile e totalizzante. Il sànkara, parlando di una “màjà”, come illusione od errore del “brahman” (corrispondente al mondo strutturale), adombra la possibilità di un suo superamento. La filosofia indiana tende ad identificare l' essere con la natura umana, di cui avverte l' antitesi con la realtà storica. Tale filosofia considera la realtà storica come un' illusione frapposta tra la divinità (identificata con la natura, come fatto unitario) e l' essenza “intima ed immutabile” (58), ossia naturale, delle cose stesse, e dunque l' individualità naturale dei singoli. Tale concezione finisce, tuttavia, per identificare la realtà storica con la vita, di cui si propone il superamento ed annientamento mistico, sia negli aspetti fisici che psichici (annullamento della vita e dello spirito). Tale concezione rinunciataria deriva dalla convinzione che la realtà storica in atto sia insuperabile. La concezione religiosa orientale riconosce, generalmente, all' uomo la pienezza dell'essenza, la cui manifestazione sottende però alla rinuncia alle stesse prerogative fondamentali dell' uomo, in chiara contraddizione (“buddismo”), oppure proponendo una trascendenza legata a mitologie antiche (“sànkara” e brahamanesimo). Tali concezioni finiscono ineluttabilmente per legare, di fatto, l' essere umano più strettamente alla realtà strutturale storica, come già affermato. 5.3.2 - Il fatto che alcune filosofie neghino, a priori, ogni possibilità per gli esseri umani di incidere sulle”circostanze” o di prevalere rispetto ad esse, induce chi faccia proprie tali concezioni a ritenere immutabili le suddette “circostanze”, poiché ne gli individui ne le collettività possono opporvisi col prevalere di una concezione totalmente fatalistica. La forza delle collettività, rispetto all' ineluttabile, supera la forza della somma degli individui che vi aderiscono, specie se la collettività consentisse ai singoli la piena espressione della loro individualità e socialità. Le collettività che limitano l' espressione degli aderenti avranno una forza, rispetto all'ineluttabile, inferiore ad un solo individuo autonomo. La concezione fatalista o totalmente deterministica determina il regresso strutturale, mentre una concezione che riconosca la possibilità emancipatoria dalla realtà strutturale storica, può consentire l' inizio del percorso di emancipazione. Ogni tipologia di società, per quanto basata sulla ricerca del massimo dei vantaggi per chi la propugna, se è una società di tipo strutturale presenterà squilibri più o meno profondi tra strati sociali svantaggiati e strati dominanti. Questi tipi di società necessitano, proprio per questo, di generalizzare la convinzione secondo cui la società in atto sia la migliore possibile. Tendono pertanto a produrre un' ideologia che giustifichi tale realtà sociale e ne sostenga la superiorità a priori. 5.4.1 - La frequente “rinuncia al mondo” propria degli asceti di ogni religione discende dalla conoscenza della reale essenza della storia, rinuncia che si traduce spesso in inerzia, ma costituisce comunque un tentativo di ricercare la reale essenza umana nonché la reale essenza storica ed a scansarne gli aspetti più negativi (59). 5.4.2 - Hegel distingueva lo spirito dalla coscienza (60), identificando il primo con l'istintualità o natura umana in sé, la quale viene dominata dalla logica strutturale, che egli definisce coscienza. I cinici consideravano virtù o bene ciò “ch' è conforme a natura, ai semplici bisogni naturali” (61). I cirenaici identificavano la coscienza individuale col sentimento. I cinici proponevano la rinuncia ai piaceri al fine di evitare l' insorgere della coscienza della propria individualità (62): essi si dimostravano, in tal modo, sostenitori delle società feudali. 5.4.3 - Spinoza riteneva che la morale non costituisca attributo “che manifesti la natura della mente” (63). Riteneva, dunque implicitamente, che la realtà strutturale sia ben diversa dalla natura umana e che l' uomo debba adeguarsi alla prima solo in mancanza di alternative percorribili. 5.4.4 - Kant operava la seguente partizione delle facoltà dello spirito umano: “potere conoscitivo” o raziocinio, “sentimento del piacere e del dolore” od emotività e “potere di desiderare” od affettività o condotta morale. La “facoltà del sentimento” è identificata da Kant nel “giudizio riflettente” o coscienza o sentimento dell' accordo tra natura ed esigenza della libertà dell' uomo (64). 5.5.1 - Il principio di Protagora secondo cui misura di ogni cosa è l'uomo può essere inteso in due modi: intendendo l' uomo come frutto della realtà strutturale oppure come essere naturale, prendendo a “misura assoluta... la ragione autocosciente nell'uomo, l'uomo secondo la sua natura razionale e secondo la sua sostanzialità universale” (65). 5.5.2 - Il “padre della chiesa” Gregorio di Nissa intuiva la doppia essenza dell'uomo: ossia di essere animale o naturale e di “immagine di Dio” (66) o prodotto della realtà storica. 5.5.3 - Agostino da Ippona distingueva tra la libertà posseduta dall'uomo prima del “peccato originale” da quella che avrà nel “regno di dio”. Questo, al di là delle mitizzazioni, dimostra come egli intuisse la differenza tra “stato di natura” pre-strutturale od animale od inferiore, la condizione strutturale e la condizione consona alla natura umana successiva alle strutture storiche. 5.5.4 - Se Abelardo identificava lo “spirito santo” con l' anima del mondo (ossia la realtà storica), la scuola di Chartres identifica l' anima del mondo con la natura (67). Abbagnano rilevava, tuttavia, che il modo in cui tale concezione è esposta, ponga le premesse per una concezione della natura in contrapposizione alla realtà storica. 5.5.5 - Sia Averroè che Avicenna accettavano, sostanzialmente, il concetto di “libero arbitrio”, limitandolo ad una sfera ristretta dell' agire umano (68) e concernente la “natura appetibile” o bisogni dell' uomo. La concezione di alcune filosofie e religioni, sull' esistenza del “libero arbitrio”, se costituisce un' impostura volta a giustificare le religioni stesse, data la effettiva condizione umana, rispecchia tuttavia la natura umana e la sua potenzialità di superamento della realtà struttuale. La realtà strutturale storica è effettivamente superabile in quanto la natura umana è potenzialmente libera e può condurre all' effettiva libertà, intesa come libertà liberante razionale o coerente con la natura umana. 5.5.6 - Guglielmo di Alvernia riconosceva come “l' essere potenziale” partecipi dell'“essenza”, rimanendone sostanzialmente esterno (69), ossia riteneva la natura umana esterna alla realtà strutturale storica, sebbene l'essere umano se ne faccia condizionare. Egli affermava che la “Sapienza divina infonda” (70) nell' uomo i suoi principi basilari. Riteneva, cioè, che la logica strutturale sia immediatamente acquisita dal singolo, quasi fosse un istinto naturale. 5.5.7 - L' idea del “trascendentale” induce a considerare alcunché al di là della realtà strutturale, che altrimenti sarebbe assolutizzata (71). 5.5.8 - Dray evidenziava come la concezione hegeliana dello “spirito” concepisca quest'ultimo come immanente alla storia ed estraneo alle azioni “volontarie” degli individui, i quali, pur proponendosi scopi diversi dall' evoluzione storica (in una data direzione), ne realizzano inconsciamente le esigenze, poiché il determinante storico “trascende” non solo la volontà umana ma altresì la stessa essenza umana. 5.5.9 - Roberto Grossatesta partiva dall' identificazione della divinità con la forma e distingueva aristotelicamente tra natura e storia ed era, quindi, consapevole di come la forma non fosse l' essenza degli esseri viventi (72), ma piuttosto della storia. 5.5.10 - Tommaso d'Aquino riconosceva come la natura conferisca la vera essenza dell' uomo (73). Affermava infatti che “la cosa naturale è misurante rispetto all'uomo”, sebbene l'uomo conosca solo le cose “artificiali”, ossia la realtà storica. Tommaso riteneva naturale la tendenza al bene ed all' acquisizione della conoscenza (74). Egli definì “legge di natura” quella che noi consideriamo la logica di una data realtà storica o delle strutture storiche in genere, cui contrappose la logica della natura umana (75), che definì ed identificò con la divinità. La concezione di Tommaso della non inevitabilità di quella che noi definiamo realtà strutturale, dimostra come egli ritenesse superabile la stessa realtà strutturale storica. 5.5.11 - L' averroismo latino affermava che la libertà assoluta non esista, essendo l'uomo soggetto, oltre alla realtà strutturale, ai bisogni naturali. Affermava che il “libero arbitrio” consista nella sottomissione alla natura umana. 5.5.12 - Spinoza riteneva che gli esseri umani siano naturalmente soggetti ad “affetti” contrari alla natura umana (76). Pertanto ne traeva la conseguenza della necessità che gli uomini rinuncino al “loro diritto naturale”, ossia alla loro natura più autentica. Non vedeva, infatti, altri sbocchi. Riconoscendo come l' umiltà, la quale deriva dalla conoscenza della propria “impotenza”, sia deleteria e disumana (77) affermava, tuttavia, che l' umiltà sia necessaria nella società statuale o società storicamente determinata (78). 5.5.13 - Kant affermava che il bisogno di libertà derivi dalla “impossibilità”, in cui la soggettività umana si trova, di entrare a “costituire” (79) la natura fino al punto da renderla docile e pronta alle sue esigenze fondamentali. Kant affermava che la ragione spinga a ricercare l' “incondizionato” ossia a superare il determinismo strutturale. Egli definiva l' incondizionato come ciò che può “essere pensato senza contraddizione” (80) e per questo estraneo alla realtà nota (o realtà strutturale), essendo la natura umana una realtà ignota. Kant affermava vi sia corrispondenza tra leggi naturali e “principi superiori dell'intelletto” (81). Egli riconosceva, dunque, la diversa logica tra natura umana e realtà strutturale storica. Egli non escludeva la possibilità di altri “universi esperienziali” della cui esistenza non si poneva però il problema (82), ritenendola una possibilità puramente di ordine intellettuale (83). Affermava che il concetto di “reciprocità” (o di sostituzione di una forma ad un' altra per un medesimo oggetto) “non può comprendersi mediante la semplice ragione” ma deve essere desunto dall' esperienza (84) (della realtà strutturale storica). 5.5.14 - Shaftesbury delineava un contrasto tra naturalità ed artificiosità a partire dalle sensazioni, come eventi naturali, che sono fonti di passioni ed affetti, ossia di eventi rispettivamente artificiali o naturali (85). Shaftesbury affermava, quindi, come moti naturali dell'essere umano siano fonte anche di fenomeni artificiosi od irrazionali (come le passioni), a loro volta artefici di altri fenomeni artificiali, come la realtà storica. 5.5.15 - La teologia di Barth individuava la divinità nel “totalmente altro” ossia la realtà strutturale, in cui, manco a dirlo, l' individuo dovrebbe annullarsi. La teologia del XIX secolo di Schleiermacher proponeva il raggiungimento dell' umanità ideale col raggiungimento di “Cristo” e quindi con l' annullamento della divinità – realtà strutturale (86). La concezione religiosa del contrasto tra bene e male, quest' ultimo inteso come fatto insito nella natura umana, rispecchia, oltre al dilemma tra natura umana e bisogni umani da un lato e realtà storica dall'altra, anche un sostrato di irrazionalità presente in natura. Nella realtà, tale dilemma si manifesta sia nell'insieme della stessa realtà storica sia nella vita dei singoli, spingendoli ora a rinunce nella soddisfazione dei propri bisogni, ora a compiere delitti (come nel caso di guerre) in nome e per conto dello stato. Il concetto religioso della “caduta” o “peccato originale” indica il passaggio dallo stato “di natura” inferiore od animale alla realtà storica strutturale. Le concezioni teleologiche delle religioni indicano le prospettive di superamento di tale realtà storica. 5.6.1 - Il mito della “caduta”, descritto nella “Genesi” biblica, esprime lo scontento per il disagio della cultura, ossia per la metamorfosi dalla realtà pre-strutturale alla realtà strutturale storica, disagio innegabile ma strumento indispensabile per il progresso della conoscenza e della coscienza, che condurrà necessariamente ad annullare i disagi della cultura e della stessa natura pre-umana e pre-strutturale, potendo condurre l' essere umano ad una condizione ben più agevole di quella, insignificante, della natura animale pre-umana e pre-strutturale. 5.6.2.1 - Hobbes, analizzando la trinità cristiana, identificava lo “Spirito Santo” con la chiesa, il “Padre” con Mosè (od il demiurgo fondatore delle strutture statuali) ed il “Figlio” o “Parola” con “Gesù Cristo” (87) ossia con il demiurgo del futuro “regno di Dio” o società post-strutturale. Hobbes, analizzando il “Nuovo testamento” sottolineava l' affermazione secondo cui satana sia “il principe di questo mondo” , cosa questa che è in conflitto con la sua stessa concezione della realtà storica come fatto inevitabile e pertanto naturale. Egli sottolineava pure l' affermazione secondo cui il “regno di dio” appartenga ad un mondo futuro. Egli giustificava tale concezione con l' affermare che ogni ideologia necessiti di una teleologia per essere credibile (88). Ma se quest'ultima affermazione è vera, significa che la realtà strutturale storica era da lui stesso percepita come innaturale e superabile. 5.6.2.2 - Secondo Freud l' inizio del progresso sociale, attraverso il costituirsi delle strutture storiche, avrebbe comportato l' uccisione del padre, ossia del capo naturale della società pre-strutturale. Tale uccisione ha comportato la sudditanza dei membri dell'orda a “fratelli maggiori” che acquisivano, almeno parzialmente, la funzione del padre, il quale era dotato di un potere naturale. Nascevano contemporaneamente le religioni, le quali avevano la funzione di mantenere vivo il ricordo del padre e di giustificare il potere dei “fratelli maggiori”, investiti del ruolo di rappresentanti della “volontà” del “defunto padre”, immortalato dalle religioni stesse. Il politeismo delle religioni pre-statuali era volto a rendere immortali i vari aspetti della figura del “padre”, giustificando al contempo il ruolo dei vari “fratelli maggiori”, i quali dovevano assumere le funzioni corrispondenti ai vari aspetti della personalità del “padre ucciso”. Con la metamorfosi che ha condotto all' universo strutturale statuale si ebbe l' aggregazione delle varie funzioni del “padre” nelle istituzioni statuali unitarie. Le religioni, contemporaneamente, tendevano irresistibilmente al monoteismo, come riaggregazione in un dio unico e personalizzato delle funzioni molteplici svolte dai “fratelli maggiori”. Il monoteismo ripropone il dio unico come padre della comunità. Col superamento delle strutture storiche le religioni stesse, nelle loro escatologie, adombrano un' emancipazione dei figli, mentre spariscono le distinzioni tra figli maggiori e minori: “[dio] abiterà con loro [gli uomini]” (89), ed adombrano il loro stesso scioglimento: “nella città non vidi alcun tempio” (90), poiché la conoscenza scientifica sarà la quintessenza della cultura: “non ci sarà più notte” (91). 5.6.3 - “Cristiani” come Lev Tolstoy, considerando “Cristo” sinonimo di amore e quindi dell' essenza naturale dell' uomo, definiva “Anticristo” le strutture storiche e le loro manifestazioni (92). 5.6.4 - Alessandro di Hales affermava che la materia dell' “anima” (teorizzando una materia delle cose spirituali, distinta dalla materia di cui sono composti i corpi, intendendo la prima tipologia di materia come la parte naturale dell' “anima”) venga principalmente dall' anima sensitiva. Egli distingueva l' intelletto materiale (o mente umana potenziale) ed intelletto in potenza, che considerava però parte della cultura: la base stessa della cultura (93). 5.7.1 - William James affermava che, se il mondo fosse come lo descrive il “materialismo meccanicistico” non sarebbe morale (94) e se esso fosse teistico sarebbe “frustrante per l'intelletto”. 5.7.2 - Leibniz, come tutti i teisti, riteneva che l' “assoluto”, preso unitariamente, fosse perfetto e razionale, mentre le sue visioni parziali, realizzate da spettatori imperfetti e limitati quali sono gli uomini, risultano irrazionali. Tuttavia egli riconosceva come l' “assoluto sia sotto nessun riguardo il mondo astrattamente più desiderabile” (95). William James riconosceva “la persistente esigenza da parte della oltraggiata natura umana che la realtà non venga chiamata assurda” (96). 5.7.3 - Immanuel Kant riconosceva l' assurdità della logica della realtà strutturale storica in generale e statuale in particolare. Kant definiva la realtà strutturale statuale in atto come “cosmo” (97) e la realtà strutturale storica in genere come “Dio”. 5.7.4 - Kant affermava che l' uomo, il quale dovrebbe essere “l' ultimo scopo finale di tutto questo” (98), è escluso dalla funzionalità di quella che noi definiamo la realtà strutturale storica e dell'universo strutturale statuale in particolare ed inoltre può prefiggersi scopi avulsi da tale logica e funzionalità. Egli affermava che “gli accidenti” (99) della realtà strutturale in genere non siano subordinati alla “sostanza” o realtà strutturale stessa ma costituiscano “il modo di esistere della sostanza stessa”. In altre parole l'irrazionalità, ossia una logica totalmente avulsa dalla natura umana è l' essenza stessa della realtà strutturale storica. Kant definiva “l' assolutamente necessario” la realtà strutturale storica, pur ritenendola “fuori del mondo” (100). 5.7.5 - Clyde Kluckhohn, pur avendo una concezione naturalistica della cultura, si diceva disposto a condividere in parte il pensiero di Spengler e Sorokin circa l'autonomia della cultura rispetto agli individui e teorizzava l' “ortogenesi culturale” (101) ossia l'esistenza di leggi di evoluzione autonoma della cultura. Parlava di “irrazionalità standardizzata culturalmente” e di “schemi di vita impliciti ed espliciti” (102). Egli finiva quindi per ritenere la realtà strutturale frutto dell' irrazionalità umana e dunque la quintessenza stessa dell' irrazionalità umana. Epicuro affermava che la “necessità” è irresponsabile (103) e dunque irrazionale od estranea alla natura umana. William James, come altri filosofi, tra cui Hegel, Fechner, Royce ed altri, affermava che ove si abbandoni la logica dell' identità (tra realtà strutturale e natura), si ha come unica alternativa il riconoscere l' esperienza umana “fondamentalmente irrazionale” (104). Bergson ricusò qualsiasi logica per spiegare la realtà (105). 5.8.1 - La scuola ionica vedeva al di là dell' evoluzione storica “l'unità e la permanenza della sostanza” (106). Tale scuola affermava l' importanza del “divenire”, che aprirebbe la strada al superamento della stessa “sostanza”. La scuola ionica prevedeva dunque che l' evoluzione delle strutture storiche ponga le basi del superamento delle suddette strutture. 5.8.2.1 - Tommaso d' Aquino teorizzava una “predestinazione alla beatitudine eterna” attraverso un progresso verso la giustizia e riteneva tale “movimento verso la giustizia” realizzantesi per logica evolutiva interna (della realtà strutturale storica) (107). Egli riteneva il male funzionale all' ordine del mondo, come sua logica conseguenza o frutto: “l' ordine stesso del mondo richiede il male”. Le virtù intellettuali e morali, o virtù “umane”, “conducono alla felicità che l' uomo può conseguire con le stesse forze naturali in questa vita” (108). 5.8.2.2 - Gioberti distingueva due “faccie dell' idea” (109) (dove l'idea era intesa come possibilità della psiche) di cui una era identificata con “l' Ente reale e assoluto” (ossia la realtà storica), l' altra definita “Sovrintelligibile” (ossia quella che noi definiamo natura umana potenziale o realtà umana naturale potenziale) come possibilità di accedervi, qualora siano rimossi gli ostacoli frapposti, o si creino possibilità psichiche e culturali extra-storiche (110). Gioberti, nella sua teoria dei due “cicli creativi” (l' uno divino e l' altro in concorso con l' uomo), affermava che il secondo ciclo (ossia la realtà storica) debba riattivare “l' unità primordiale” (111). Egli teorizzava, dunque, il primo “ciclo” come stato di natura animale e riteneva necessaria una “riunificazione dei contrari”, intesa come omogeneizzazione tra gli individui, come esito della storia od accesso ad una realtà umana post-strutturale, determinata dall' evoluzione storica stessa. 5.8.3 - Nella speranza per il futuro, Gioacchino da Fiore poneva elementi anti-strutturali, quali il superamento delle “istituzioni” statuali ed il raggiungimento della perfezione e della razionalità od “intelligenza spirituale” (112). Gioacchino da Fiore creò, dunque, un'utopia volta al superamento della realtà storica. 5.8.4 - Hobbes definiva “Leviatano” (113) lo stato, intendendo però con il termine “Stato”, l'insieme delle società strutturali (in quanto regolate da “contratto”), ossia le strutture storiche. Egli considerava pertanto mostruose le strutture storiche, pur ritenendole inevitabili e conformi alla natura umana. Hobbes considerava, infatti, le strutture storiche come naturali e le identificava con la natura umana. Egli considerava il potere sovrano delimitato unicamente dalla logica strutturale (114). Egli riconosceva al cittadino unicamente il diritto di difendere la propria vita contro il potere sovrano: è questo un diritto insieme importante e nullo. Infatti il potere anti-democratico può rendere nullo in ogni modo tale diritto (anche a livello psichico, convincendo il suddito ad autoaccusarsi: come ad esempio nel caso Slasky). Contemporaneamente, poiché il diritto alla vita implica porsi in antitesi, non solo contro lo stato anti-democratico, ma contemporaneamente ed implicitamente (per la stessa logica hobbesiana) contro le strutture storiche stesse. Hobbes, pertanto, riconosceva implicitamente all' uomo il diritto di porsi in antitesi alle strutture storiche (115). 5.8.5 - William James si rendeva conto di come la realtà strutturale oltraggi la natura umana, ma al contempo temeva si considerasse assurda la stessa realtà strutturale, cosa pericolosa fino a che non vi si trovi un' alternativa. William James riconosceva la realtà del male (irriducibile ad “alcun sistema di bene”) (116), ma lo considerava una possibilità della natura che si deve cercare di evitare, creando altri equilibri naturali o coerenti con la natura umana. 5.9.1 - La scienza contemporanea distingue tra “nature and nurture” (117), ossia tra ciò che è naturale e ciò che è artificio od estraneo alla natura. La scienza ufficiale non riesce, tuttavia, a distinguere correttamente tra natura pre-umana e natura umana. La natura pre-umana è all' origine della realtà strutturale storica. 5.9.2 - La causa dell' esistenza della realtà strutturale storica, e dell'universo strutturale satuale in particolare, è da ricercarsi nell' inconoscenza dei mezzi organizzativi necessari a realizzare una società consona alla natura umana ed alla socialità potenziale degli esseri umani. Realizzata la conoscenza necessaria a rendere effettiva una tale forma organizzativa, gli esseri umani potranno liberamente migliorare la propria manifestazione dell' essere, non essendo più inibiti, in questo, da una realtà strutturale che impone moduli comportamentali estranei alla natura umana. Il miglioramento della manifestazione dell' essere degli individui diverrà necessario al fine di realizzare la piena soddisfazione dei desideri e bisogni razionali dei singoli e della loro felicità. L'irrazionalità delle strutture storiche è conseguenza non solo e non tanto del livello di irrazionalità presente negli esseri umani, quanto dell' inconoscenza dell'irrazionalità stessa e dell' incapacità di discernere correttamente tra la razionalità e l' irrazionalità. In tale condizione la società non può che adeguarsi al grado di manifestazione di quanti ne fanno parte, assumendo essa stessa caratteristiche e meccanismi irrazionali, che perpetuano l' irrazionalità degli aderenti a quella organizzazione sociale specifica, oltreché cristallizzarsi nei propri meccanismi irrazionali. 5.9.3.1 - Hegel affermava che la “conoscenza dell' universale nella sua determinatezza ... è possibile soltanto nell' intero nesso d' un sistema della realtà” (118). Affermava cioè che la conoscenza della natura della realtà storica sia possibile solo analizzando i nessi tra natura umana e natura della realtà storica stessa. Egli affermava che “la conoscenza ha provocato il peccato originale, ma reca anche il principio del riscatto” (119). 5.9.3.2 - Kant parlava di “fine naturale” della storia. La storia ha evidentemente un fine ed una fine, ma non intrinseci all' evoluzione della realtà strutturale: Si può ritenere che tale evoluzione abbia lo scopo di permettere l' evoluzione mentale umana e la realizzazione di conoscenze della realtà strutturale di livello scientifico e dei modi di estrinsecarsi della socialità confacenti alla natura umana, ossia sviluppare le “predisposizioni naturali” di cui parla Kant fino a realizzare la “società universale” ossia il regno della ragione, ove gli esseri umani si adeguino alla legge morale sino a considerarsi fini a se stessi, ossia felici. Affermava la necessità di scoprire le leggi di evoluzione storica tramite un' analisi scientifica del campo sociale. Kant basava la morale sulla natura dell' uomo: la sua razionalità ed essenza intrinseca. Una teoria filosofica che abbia pretese di scientificità deve, infatti, basarsi su un' analisi scientifica della realtà storica e sulla conoscenza della natura umana e dei suoi bisogni autentici. 5.9.4 - Gorgia distingueva la nullità dell' essere “in lui stesso” (120) dall' “essere che è per esso” ossia riconosceva la sostanziale nullità della realtà strutturale (pur da lui definita: l' essere), in rapporto alla assoluta importanza della natura umana e dell'essere umano. Gorgia dimostrava in modo logico l' impossibilità dell' infinità dell' essere e della sua eternità. Hegel poneva l' infinità dell' essere nella sua evoluzione o “progresso” (121). Gorgia, oltre a considerare l' essere in contrasto con la sua conoscenza, lo considerava in contrasto con la comunicazione. Gorgia si rendeva conto, cioè, di come la conoscenza della realtà storica e, soprattutto, la realizzazione di una comunicazione realmente efficace, renda tale realtà vana, ossia ne consenta il superamento. 5.9.5- Spinoza affermava che le sofferenze umane siano causate dalla mancanza di unione dell' individualità del singolo con il resto dell' umanità di cui fa parte. Ossia riconosceva come la deficienza di socialità determini l' infelicità umana. Riconosceva inoltre i mali che derivano ai singoli dalla società, che definiva “esterno”, ma affermava che la vita senza la società sarebbe, per l' individuo, più deleteria della vita all' interno della realtà storica (122). Invitava quindi, sostanzialmente, a rassegnarsi alla realtà strutturale storica. Affermava che l' uomo che vive sotto la guida della ragione, che riconosce essere “comune a tutti” (123), sia naturalmente socievole (124). Riconosceva come la soggezione dell' essere umano alle cose estranee alla sua natura gli provochi “impotenza” (125), intesa come fatto contrario alla virtù, alla socievolezza, alla felicità ed alla ragione, intesa come razionalità. 5.9.6 - Durkheim affermava che “la società” sia reale soltanto in quanto esistente nella coscienza umana. Questo assunto dimostra come il superamento del condizionamento della realtà strutturale storica e la coscienza di tale realtà ponga le premesse per il suo superamento. § 2: Rapporto tra realtà storica e natura umana e loro reciproca influenza 1.1 - Bonaventura da Bagnoregio affermava che la materia abbia una “potenza attiva o ragione seminale”, ossia che quella che noi definiamo realtà strutturale sia generata dalla natura (1). 1.2 - Aristotele definiva l' essere umano: “l' essere determinato” (2), riconoscendo la determinazione strutturale sull'essere umano. Aristotele, oltre a distinguere materia e forma, poneva la materia (da noi individuata nella realtà storica) a fondamento del principio di individuazione, elevando in tal modo la forma o natura umana al di sopra della realtà strutturale storica (3). 1.3 - Leibniz affermava che la società non è migliorabile in modo volontaristico essendo definita e stabilizzata in un dato modo. Riteneva tuttavia perfettibile la società se evolvesse la natura umana (4). Leibniz dimostrava così di percepire la natura cristallizzata ed inumana della realtà strutturale storica e di ritenere il progresso umano realizzabile solo con l' evoluzione della natura umana. 2.1.1 - Marx criticava la concezione secondo cui l' uomo sia lo scopo della produzione e criticava ancor più la concezione, attribuita alla cultura capitalistica, secondo cui scopo dell'uomo sarebbe la produzione. Egli, in sostituzione delle suddette due teorie, affermava che la ricchezza, “creata nello scambio universale”, costituisca l'universalità dei bisogni degli individui, essendo il raggiungimento della ricchezza la realizzazione della natura dell' uomo (5). E' una concezione fortemente riduttiva, non meno delle concezioni criticate da Marx. Marx, ne l' “Ideologia tedesca” affermava che l'individuo è “ciò che produce.... e come lo produce” (6), ossia dipende direttamente “dalle condizioni materiali della ... produzione”. In altre parole l'individuo sarebbe un prodotto diretto della sua condizione strutturale, o meglio dal livello tecnico raggiunto dalla produzione, con cui egli identificava la storia. La tecnica, dunque, sarebbero la realtà naturale e l' essere umano l'artificio! 2.1.2 - Carlyle riconosceva come l' evoluzione storica sia un fatto meccanico simile, per estraneità alla natura umana, alla realtà dei rapporti sociali nelle fabbriche, sempre più oligopolistiche (7), essendo in atto, nella sua epoca, la transizione al sistema capitalista oligopolista. 2.2 - L' antropologo Taylor, superando la concezione illuministica, individuava nelle società “selvaggie” un tipo di strutture che definiva pre-storiche (inteso nel senso di preletterale) (8), ponendo sostanzialmente una distinzione tra quelle che noi definiamo strutture pre-statuali e strutture statuali o, per meglio dire: universi strutturali pre-statuali ed universo strutturale statuale. 2.3 - Morgan affermava che l' umanità sia progredita verso la “civiltà” (estrinsecantesi nelle strutture statuali) con un lento progresso conoscitivo e psichico, attraverso i quelli che noi abbiamo definito i vari tipi di strutture od universi strutturali pre-statuali (9). Dal che se ne dedurrebbe la naturalità di tali strutture, o quantomeno l' esigenza di percorrerle. L' esigenza di percorrere tale evoluzione è certamente da tenere presente, al fine di realizzare un'autentico progresso umano, il quale non può dirsi tale se non conduce al superamento della realtà strutturale storica, includente la realtà strutturale statuale, in quanto si tratta pur sempre di una società non rispondente alla natura umana, non progettata espressamente e con meccanismi evolutivi del tutto estranei alla volontà umana. 2.4.1 - Toinbee distingueva tra progresso tecnico-scientifico e progresso storico, dove egli intendeva quest' ultimo come progresso dello spirito ossia del grado di socializzazione (10). In realtà, poiché l' evoluzione delle strutture statuali è di tipo ciclico, mentre l' evoluzione della scienza è progressiva, quest' ultima rispecchia meglio la natura dello spirito umano. Tuttavia il progresso della scienza è, in parte, dipendente dall' evoluzione statuale: infatti con la fase feudale lo sviluppo scientifico si ferma e tende a regredire, mentre accelera e diviene rigoglioso con la transizione alla fase mercantile. Per converso l' evoluzione della fase mercantile, e più in generale delle strutture statuali dipende, almeno in parte, dall' andamento dello sviluppo scientifico e dal suo livello. 2.4.2 - Il libero esercizio della creatività umana, così come il generale progresso della conoscenza, mal si adatta ad una supina e totale integrazione nella realtà strutturale in atto. La realtà storica può dirsi specchio del grado di realizzazione dell' essenza umana. Data la tendenza di tale specchio a cristallizzarsi in universi strutturali, pur in evoluzione ma privi, presi singolarmente, di una limpida dimensione progressiva, sostituiscono la dimensione progressiva della conoscenza con la dimensione statica della cultura, divenendo artificiali rispetto alla natura umana od in netto contrasto con quest' ultima. 3 - L' esame neuro-fisiologico del cervello umano rivela un cervello “primitivo” o paleo-corteccia ed un “nuovo” cervello o neo-corteccia. Mentre il primo è sede della vita affettiva o meglio delle pulsioni istintive od affettività neuro-endocrina, il secondo è sede del linguaggio, del pensiero, dell' espressione simbolica, della coscienza e del raziocinio. La parte istintuale è attivabile sia attraverso la via fisio-endocrina, sia in rapporto all' attività razionale. Si ha quindi una connessione bi-univoca tra le due parti del cervello. Questo dimostra la necessità per l' essere umano di soddisfare le esigenze della “paleo-corteccia”, esigenze che non si estrinsecano unicamente in un piacere egoistico-soggettivo ma richiedono con eguale forza una soddisfazione egoistico-oggettiva, che la neo-corteccia ha la possibilità di soddisfare. La soddisfazione della paleo-corteccia, esclusivamente per via neuro-endocrina, ossia con droghe od eccitazione fisica (11), permette unicamente una soddisfazione parziale od egoistico-soggettiva, stante l' impossibilità di soddisfazione egoistico-oggettiva che si verifica generalmente nelle strutture storiche (12). Le scoperte sulla lateralizzazione delle funzioni cerebrali, le quali essendo prevalentemente caratteristica umana, indicano una loro connessione con il consolidarsi della realtà strutturale storica se non con l' universo strutturale statuale. Tale connessione non è certamente meccanica ma da considerare forse come conseguenza del progresso sociale, ma comunque come fatto ad esso parallelo. La lateralizzazione, in conseguenza dell'esistenza della realtà strutturale, crea divaricazioni e conflitti interiori, a volte insanabili (come nei casi di personalità multiple o di scissione della personalità). Le personalità individuali appaiono connesse con la suddetta lateralizzazione. Il superamento della realtà strutturale e della sua dicotomia con la natura umana può determinare una nuova mutazione psichica, capace di rendere l' essere umano intimamente meno conflittuale (13). Cavalli – Sforza affermava che la cultura influenzi i geni e non viceversa. Questo dimostra ulteriormente il legame inscindibile tra psicologia, psiche e realtà bio-fisiologica dei singoli (14). 4 - Il neuroscienziato Eric Kandel affermava che “la compassione (è) il sentimento che ha avuto e ha un ruolo fondamentale per la sopravvivenza” (15), ossia che la socialità sia strettamente connessa con la sopravvivenza del singolo e dunque con la sua individualità. § 3: Distinzione ed antitesi tra socialità umana e realtà sociale strutturale. 1 - Fu Spencer ad introdurre il termine “struttura” per indicare gli aspetti anatomici del corpo sociale. In particolare egli utilizzava il concetto di “struttura” per indicare sia i singoli organi socio-strutturali, sia per indicare i vari sistemi di organi, ossia i vari livelli di manifestazione delle strutture, od anche per indicare l' insieme delle parti interdipendenti del “corpo sociale”, venendo così a collimare con il concetto di organizzazione. In tal modo il concetto di “struttura” viene ad assumere fin dall'inizio un significato polivalente e successivamente continuò a non essere chiarito e ad essere oggetto di polemica nell' analisi sociologica (1). 2 - Durkheim affermava come la personalità degli individui, composta da: sentimenti naturali, istinti sociali e complessi acquisiti, abbai scarsa rilevanza sul comportamento dei soggetti e meno ancora sulla realtà sociale, la quale ultima è pressoché interamente determinata dai propri meccanismi interni. 3.1 - Durkheim distingueva nettamente “due esseri” presenti nell' uomo: l' essere “individuale basato sull' organismo, il cui raggio d' azione sarebbe, quindi, strettamente limitato ed uno sociale che rappresenterebbe la realtà più alta dell'ordine intellettuale e morale percettibile alla nostra osservazione: la società” (2). Egli identificava, cioè, la socialità con la società, senza distinguere nettamente tra la socialità e la società storicamente formata. Egli distingueva, tuttavia, nettamente l'uomo naturale da quello strutturale. Egli comunque non vedeva le potenzialità di emancipazione dell' uomo naturale od “essere individuale” dalla realtà strutturale, ritenendola insuperabile, salvo superare con essa la socialità umana, il che costituisce una contraddizione logica. La naturalità della socialità è una realtà autonoma e dunque può sussistere anche al disgregarsi della realtà strutturale. Egli riteneva persino l' “essere individuale” frutto dell' “essere sociale” (3). Questo lo portava a ritenere che le categorie mentali derivino dalla “comunità”, ossia dalla realtà strutturale storica. La naturalità sarebbe, quindi, frutto dell' artificiosita? Durkheim affermava che la personalità individuale sia basata interamente sull'autorità e sulla disciplina (4). Egli, come la gran parte degli intellettuali, identificava la realtà strutturale storica con la società tout-court, ritenendo la realtà strutturale un fatto naturale, sebbene finisse per negarlo in pratica, riconoscendo il conflitto perenne tra individuo e gruppo sociale o realtà strutturale storica. 3.2 - Simmel, al contrario, distingueva nettamente l' individuo dalla “società” (5), e riconosceva come siano inevitabilmente in conflitto. Fanno eccezione, alla concezione di Durkheim, oltre a Simmel, Bentham e gli utilitaristi, alcuni economisti “classici” ed i socialisti libertari ed anarchici, oltre a: nichilisti, millenaristi ed apocalittici dell' epoca della Riforma (6). 3.3 - I “gruppi sociali”, anche di origine spontanea, in quanto con organizzazione di tipo strutturale, ossia consoni alle strutture storiche, al di là delle leadership che producono inevitabilmente, presentano una sottomissione dei singoli nei confronti del gruppo stesso, che è generalmente molto coercitiva (7). Tale sottomissione deriva dalla natura strutturale dei rapporti inter-individuali che si instaurano nel gruppo e che, pertanto, conducono a contrasti tra gli individui stessi e tra il gruppo e ciascun individuo, creando una sottomissione degli individui nei confronti del gruppo. La sociologia e l' antropologia, tendono, generalmente, ad identificare la “cultura” con lo specifico sistema sociale in atto e la natura con la realtà strutturale statuale, identificando quindi quest' ultima come l' essenza della natura umana. 3.4.1 - Bateson riconosceva esistere nella struttura sociale “qualcosa di diverso e di più” (8) delle relazioni sociali, identificabili con la socialità umana. 3.4.2 - L' essere umano che vive nella storia e si manifesta in essa, definibile come uomo storico, si crea la propria personalità attraverso l' interazione con la collettività in cui vive e le strutture in atto in tale collettività. La determinazione della realtà strutturale storica costituisce l' ambito di espressione della socialità dei singoli. Le strutture storiche costituiscono strumenti delle collettività per l' espressione della socialità degli individui che vi aderiscono. Tali strutture sono in conflitto, costantemente, con gli individui, i quali si sentono limitati nell' espressione della loro socialità. Giorgio Martinat affermava che, pur essendo gli individui “materia e artefice” della realtà strutturale statuale, ne siano scissi come è scisso lo strumento dal suo utilizzatore. Vi è ampia coscienza di come la socialità sia una caratteristica connaturata con l' essere umano e ne costituisca un' esigenza fondamentale, impossibile da soddisfare pienamente nella realtà strutturale storica. 3.4.3 - Arnold – Lindsey evidenziava come la capacità di amare, intesa some capacità di socialità, sia insita in ogni essere umano e pertanto il bisogno di amore o socialità sia un bisogno naturale. L' incapacità di amare o di avere una soddisfacente socialità deriverebbe da blocchi psicologici generati da esperienze nella realtà strutturale. L'amore, egli affermava, è un' espressione bio – psichica, sorgente sia da sollecitazione fisica che da sollecitazione psichica. Il sentimento non sarebbe che una razionalizzazione od approfondimento psichico di un' atteggiamento bio – psichico primario, ossia di certe sensazioni ed impulsi connaturati, in linea di massima, ad ogni essere vivente. Occorre, dunque, distinguere nettamente tra: socialità dei singoli, strutture storiche (intese come organizzazione sociale con modalità estranee alla natura degli esseri umani che le adottano) e società (intesa come insieme di individui, a prescindere dalle modalità di organizzazione). 4 - Durkheim affermava che la divisione del lavoro sia “un fenomeno di biologia generale di cui occorre, a quanto pare, ricercare le condizioni nelle proprietà essenziali della materia organizzata” (9). Egli assimilava, in tal modo, la divisione del lavoro all' organicità degli organismi biologici ma, assimilando gli individui non alle cellule autonome dell' organismo ma agli organi, subordinati gerarchicamente ad altri organi dell' organismo vivente, contrapponendo il processo di individuazione al processo di specializzazione, crescente nel lavoro. Se avesse paragonato gli individui a cellule autonome dell' organismo vivente non avrebbe potuto rilevare alcun contrasto tra specializzazione crescente e crescente individuazione, purché tale processo avvenga nel modo equilibrato e scarsamente gerarchico (dove la gerarchia è, in questo caso, pienamente funzionale), come è proprio degli organismi biologici. Egli poneva in rilievo come la divisione del lavoro sociale si differenzi dalla “divisione del lavoro fisiologico per un carattere essenziale. Nell' organismo, ogni cellula esplica un suo ruolo determinato e non può cambiare. Nella società, i compiti non sono mai assegnati in modo tanto immutabile” (10). Si rendeva conto, cioè, come la specializzazione di funzioni tra gli uomini abbia una rilevanza meno pregnante di quanta ne abbia quella tra le varie cellule e come quindi l' organicità delle società umane debba avere un carattere assai più limitato, superficiale e contingente di quanta ne abbia negli organismi fisiologici. Oltre ad una specializzazione di funzioni, intercambiabile e contingente, presenterà infatti la variabilità di qualificazione, o preparazione ad una specifica funzione, anch' essa mutevole e contingente. In un altro passo egli paragonava gli individui, soggetti alla divisione verticale del lavoro, alle cellule dell' organismo biologico ed evidenzia come, contrariamente alla “cellula viva di un organismo vivo, che vibra in continuazione a contatto delle cellule vicine, che agisce su di esse e risponde a sua volta alla loro azione, si stende, si contrae, si piega e si trasforma a seconda dei bisogni e delle circostanze; è soltanto un meccanismo inerte, che una forza esteriore scuote, e che si mette sempre nello stesso senso e nello stesso modo” (11). La gerarchizzazione della realtà sociale, ben più marcata di quella esistente tra le cellule biologiche, è totalmente innaturale per l' uomo, non essendo giustificata pienamente dalla divisione verticale del lavoro. Egli dice infatti: “se la morale ha per scopo il perfezionamento individuale, non può permettere che si rovini a tal punto l'individuo, e se ha per fine la società, non può lasciare inaridirsi la fonte stessa della vita sociale” (12). Mentre Durkheim affermava che, con l' evoluzione sociale, “il tipo segmentario sparisce sotto il tipo organizzato” (13), ossia la stratificazione lascia il posto all'organicità, in realtà l' organicità, connessa alla cristallizzazione delle funzioni è, nelle società statuali, tanto maggiore quanto maggiore è la stratificazione sociale: anche tale modalità evolutiva conferma l' innaturalità della realtà strutturale in genere e di quella statuale in particolare. Egli auspicava un “ideale di spontaneità” (14) nella divisione del lavoro, ossia una divisione del lavoro pressoché priva di carattere organico o gerarchico e priva totalmente di stratificazione. Affermava che la cancellazione delle “ineguaglianze esteriori” sia “condizione” del realizzarsi della “solidarietà” che caratterizza le “società organizzate”, che egli identificava con la “solidarietà organica”, pur paventando il travolgimento della “diga che la tratteneva” (15). Rilevava come “una delle varietà importanti della solidarietà organica, è quella che si potrebbe chiamare solidarietà contrattuale”. La “solidarietà contrattuale” è realmente tale solo se manca “ogni forma di costrizione”, ossia se la validità della “convenzione” poggia “su di un fondamento obiettivo” (16): l' equità sociale, che consiste nell' eliminazione di ogni forma di sfruttamento e di oppressione. 5 - Morgan affermava che, essendosi evoluto il rapporto parentale dalla promiscuità alla monogamia, si sia avuta parallelamente una evoluzione del sistema di consanguineità e di denominazione dei rapporti parentali. Il tipo di famiglia, ed ancor più il sistema di consanguineità, anziché evolversi in base ad una evoluzione naturale (come auspicato da Morgan), si è evoluto in rapporto all' evoluzione strutturale. La natura bio-fisiologica dell' uomo e della donna si è evoluta nel senso della costante ricettività sessuale e dunque i rapporti parentali dovrebbero evolversi nel senso della promiscuità e non della monogamia. Questo comprova l' innaturalità delle strutture storiche, siano esse statuali o pre-statuali (17). 6 - Kluckohn scindeva la cultura in tre categorie: logica, illogica e non-logica. Riconosceva come vi sia “un fondo della cultura...costante” (18) ma non giunse a teorizzare una unità strutturale più vasta. Affermava che “le categorie fondamentali del pensiero” (19) siano implicite o “non dichiarate”. Egli si chiedeva come possa essere trasmessa una cultura inconscia, dove adombrava quella che noi definiamo meta-teoria o meta-cultura. Affermava, poi, che il comportamento umano non sia frutto della omogenea natura umana ma di “premesse inconscie o non dichiarate” (20) e dunque riconosce l' essenza innaturale rispetto all' uomo, della cultura. 7 - Mandeville considerava la società statuale non naturale (mentre le strutture pre-statuali sarebbero maggiormente naturali). Considerava altresì l' uomo come un essere buono per natura. Smith considerava la pietà l' espressione più evidente della naturale socialità umana. Con la pietà, infatti, l' individuo si identifica in un' altro quando questi soffre (21). Egli riconosceva come la simpatia nasca dalla conoscenza del comportamento altrui, oltreché ovviamente dalla sua condivisione (22). Egli notava come l' ira susciti antipatia, anche qualora si conoscano le cause che l' hanno provocata (23). Questo dimostra come l' uomo sia naturalmente non violento e contrario ad ogni violenza. Smith considera massima virtù il massimo autocontrollo (24). Và notato che in natura la virtù non esista. La virtù è una conquista umana ed appartiene ai progressi umani. Si può ritenere inoltre che lo sfogo di impulsi emotivi naturali, in modi razionali, sia rispondente alla natura umana. Smith affermava che gli uomini si attendano naturalmente (per “Natura”) la punizione del crimine, indipendentemente dalla necessità di tale punizione ai fini della preservazione della società (25). Questo dimostra come l' essere umano sia portato, per natura, ad opporsi al crimine e ad aspettarsi una punizione se lo commette: il che dimostra la natura razionale dell'essere umano. La realtà strutturale statuale, come la realtà strutturale storica nel suo insieme, sono peggiori della natura umana. § 4: Concezioni della storia, nella filosofia 1.1.1 - Il pensiero del novecento tendeva a distinguere la natura e la cultura, pur considerando la cultura connaturata all' essere umano: ignorando di fatto ciò che vi è di innaturale rispetto all' essere umano, ossia di irrazionale, nella cultura e nell'insieme della realtà strutturale statuale. L'istituzionalismo di Althusser giunse ad identificare la natura con le strutture e queste ultime venicano identificate nelle istituzioni sttatuali. Tali filosofie del novecento dimostrano quanto sia potuta cadere in basso la ragione umana e la speculazione filosofica in un periodo di crisi della società mercantile. I filosofi tendono ad identificare le strutture storiche con la vita umana, definendo storia ciò che è cronaca dell' evoluzione delle strutture storicamente date. Essi considerano generalmente l' uomo artefice della storia e quindi le strutture storicamente date come prodotto diretto della vita umana e quindi la vita umana imprescindibile dalle strutture storiche e più in particolare dalla struttura statuale, che diventa così il paradigma della condizione umana. Essi prescindono così non solo dalle strutture storiche pre-statuali, pur ancora presenti presso alcuni popoli, ma tendono ad ignorare e negare implicitamente ogni possibilità, anche teorica, di un superamento delle strutture statuali, la cui evoluzione fanno dunque risalire all'azione “cosciente” delle elites politiche e sociali. I materialisti, nella variante determinista, considerano l' evoluzione statuale un evento, avente logica a sé stante, su cui le elites o le "masse" possono comunque incidere, seppure solo sulla velocità dell' evoluzione stessa. Il materialismo considera la realtà strutturale come un elemento della natura, come se fosse un elemento della stessa natura umana. L'idealismo, al contrario tende a considerare la realtà strutturale come una divinità, od una persona della trinità divina, come fà, ad esempio, il neo-platonismo. Il materialismo, considerando le strutture storiche la quintessenza della storia umana, finisce per teorizzare implicitamente una divinità immanente, considerando le strutture storiche connaturate all' essere umano. 1.1.2 - Hegel prescindeva totalmente da ciò che è umano e vedeva nella storia, identificata con l' evoluzione della realtà strutturale, la realizzazione dell'“Assoluto”, ponendo così le basi del “marxismo” (1). Il volontarismo umanista, come il determinismo del materialismo storico da un lato e l' idealismo dall' altro errano nell'identificare la storia umana con la realtà strutturale storica e nel considerarla: l'uno modificabile a piacere o secondo la volontà umana, l' altro nel considerarla niente affatto modificabile secondo i desideri o bisogni umani. In realtà, per modificare la realtà storica occorre innanzitutto conoscerne a fondo i meccanismi di funzionamento e di interazione con la natura umana, conoscendo a fondo anche quest' ultima. In tal modo si pongono le premesse per superare la realtà strutturale storica. 1.2.1 - Il “marxismo” presenta un finalismo escatologico, il quale è vanificato dall'identificazione operata tra realtà strutturale statuale e l' essenza stessa della storia umana. Il “marxismo” identifica l' evoluzione dell' universo strutturale statuale con il raggiungimento delle finalità umane, ideologicamente o strumentalmente definite. Occorre, al contrario, distinguere nettamente tra evoluzione dell' universo strutturale statuale e l' insieme della storia umana, senza confondere il progresso che la storia umana può avere per essere coerente con la natura umana, e l' evoluzione ciclica dell' universo strutturale statuale, la cui ciclicità ne denuncia e comprova l'irrazionalità od innaturalità rispetto all' essere umano. 1.2.2 - Marx utilizzava il principio hegeliano per poter considerare ciascuna società come in sé contraddittoria e dunque destinata ad essere superata. Egli, ritenendo la società l' unica espressione umana che meriti di essere presa in considerazione, accusava Hegel di porsi “l' assurdo problema di eliminare la storia” (2) intesa come “totalità organica” (3). Quello di Marx era, come lui stesso lo definiva, un “naturalismo conseguente”, per il quale “l' uomo è immediatamente ente naturale” in quanto sarebbe creato dalla realtà strutturale storica, che egli considerava natura tout court (4). Marx si poneva in questo modo in una dimensione positivista, mentre Hegel parlava, a proposito della natura, di “pura soggettività” la quale, come affermava Hyppolite, è “il nulla”, ossia un' entità puramente potenziale (5). La concezione hegeliana appare vicina alla comprensione della reale natura umana e della sua situazione contingente. Al contrario, Marx finalizzava la propria concezione dell' essere umano alla propria cultura feudalizzante, come dimostreremo in seguito. Il “marxismo” considera naturale tutto ciò che si riferisce in qualche modo alla storia, ritenendo le strutture statuali la quintessenza della naturalità. Scopo del “marxismo” è favorire l'evoluzione storica in funzione ri-feudalizzante, ma in generale ritenendo sempre positiva l' evoluzione in sé. I filosofi “marxisti”, come Suchodolski, si rendono conto che in tal modo si realizza solo “ciò che è possibile e non ciò che è desiderabile”, rendendosi ben conto dell' anormalità della storia rispetto all' uomo, pur ritenendo conveniente adeguarvisi (6) (ritenendola inevitabile). Bobbio affermava che il “marxismo”, adotti il materialismo dialettico (dogmatizzando un concetto marginale in Hegel), ossia una concezione ne soggettiva ne oggettiva rispetto alla volontà umana, ma che tiene conto apparentemente dei due momenti, e finisca per teorizzare un predominio incontrastabile della storia sull'uomo, quest' ultimo ritenuto una nullità su cui la “storia” può scrivere anche le peggiori nefandezze. 1.2.3.1 - L' opera di Morgan è servita al “marxismo”, ed in particolare ad Engels, per formulare la sua concezione della storia e ad “integrare” il materialismo storico (7). 1.2.3.2 - Lucio Colletti definiva “storicismo totalizzante” (8) le concezioni di Rousseau e di Marx, i quali fanno risalire alla storia ogni elemento del reale e non consideravano in alcun modo l' importanza dell' essere umano. La concezione filosofica marxiana negava la possibilità che gli esseri umani possano rendersi artefici del progresso storico. Marx affermava che il determinismo storico determini e trascini gli esseri umani, i quali ultimi non hanno alcuna autonomia in tale processo e non hanno alcuna prospettiva di trasformare l' inevitabilità in libertà. L' evoluzione storica avverrebbe, dunque, secondo principi e causalità del tutto esterni agli esseri umani e dunque secondo modalità e logiche del tutto estranee alla natura umana. Se questa teoria rispecchia effettivamente la condizione umana contingente, tuttavia negare ogni prospettiva di emancipazione agli esseri umani, rispetto alla loro condizione storica, equivale a creare una religione della disperazione e dell'impotenza. 1.2.3.3 - Il “marxismo”, ignorando ogni ipotesi di superabilità delle strutture storiche statuali, cade in un deismo profondamente religioso, essendo totalmente immanente alle strutture statuali. Marx parlava, tuttavia, di separazione e contrasto tra esistenza ed essenza, dove per esistenza intendeva il lavoro e per essenza la conoscenza dell' uomo, ossia la scienza. In realtà il contrasto tra esistenza ed essenza, se con la prima si intende la vita determinata dalla realtà strutturale e con la seconda la natura dell'uomo, deriva dall' innaturalità delle strutture storiche, o meglio dalla loro inadeguatezza alla natura evoluta ed evolventesi dell' essere umano. 1.2.3.4 - La concezione determinista “marxista” può apparire, a prima vista, un'espressione di onestà intellettuale, in quanto non nasconderebbe del tutto la natura reale della società propugnata. In realtà l' onestà intellettuale richiederebbe il riconoscimento della non progressività (ed anzi la decadenza intrinseca) dell'evoluzione storica da loro auspicata, perseguita e spesso imposta ed inoltre l'adombramento o la proposizione di una via atta a realizzare un autentico progresso, consono alla natura umana stessa. Al contrario, il “marxismo” continua a parlare di progressismo, anche dopo le rivoluzioni anti-feudali od “anti-comuniste”, che hanno sbugiardato storicamente le sue pretese progressiste. Il determinismo “marxista” pare pertanto essenzialmente strumentale, al fine di superare le remore di quanti ammirano la magnificenza dei sistemi capitalisti e non aderirebbero mai ad un'ideologia aleatoria, se non fossero sicuri di un'evoluzione comunque ineluttabile, nell' ipotesi che la storia stia andando in quella direzione. Il “marxismo” appartiene alla filosofia romantica ed alcuni suoi commentatori riconoscono come esso riproponga il ritorno al feudalesimo, gabellandolo per progressivo (9). Il “marxismo”, al fine di accreditare il “socialismo” come uno stadio ulteriormente progressivo, ed evitare venga invece considerato regressivo, lo ha presentato come una transizione meta-storica, capace di superare lo stato (giocando sull' equivoco della concezione dello stato come la macchina istituzionale della società aperta o “capitalista”). Marx assunse il termine “socialismo” non per indicare la società finalistica della sua visione teleologica, ma la società di transizione ad essa, configurandola come un processo e non come una realtà uniforme od una società univoca. In tal modo identificava il termine “socialismo” con una pluralità di cicli e sistemi della realtà strutturale statuale, che egli riteneva necessari per il progresso scientifico-conoscitivo che determinerebbero. Tale processo egli riteneva indispensabile per raggiungere il fine della giustizia, perseguito dall' uomo e che egli definiva “comunismo”. L' identificazione del “socialismo” con la fase feudale sarebbe quindi provvisoria, in quanto egli ben sapeva che la fase mercantile, in atto alla sua epoca, si sarebbe tramutata necessariamente in fase feudale. Dai suoi scritti non è possibile ricavare la certezza che la fase feudale prossima futura sia l' ultima società a precedere il “comunismo”. Egli lascia volutamente aperto il discorso su questo punto, ponendo anzi le mani avanti, nel teorizzare il “socialismo” come “processo”. Pertanto la “teoria marxiana”, sebbene sia senz' altro un' usurpazione del termine “socialismo”, non si può qualificare come strategia fallimentare del “socialismo” ma come tradimento del “socialismo” stesso. Egli tradì le aspettative di quanti consideravano, o continuano a considerare, il “socialismo” come la società della giustizia realizzata, in quanto egli ne assunse il termine trasformandone totalmente il significato in modo inopinato e criptico, al fine di creare attorno al movimento filo-feudale che intendeva costruire, un consenso altrimenti impensabile. Occorre pertanto ridare al termine “socialismo” il suo originario significato di trascendenza della realtà strutturale storica, potendo essere realisticamente perseguito il suo inveramento, essendo maturo il livello scientifico – conoscitivo necessario a tale realizzazione. La concezione marxiana secondo cui l' uomo è nullità ed in totale dipendenza dalla realtà strutturale, implica concepire l' uomo come elemento endogeno alla stessa realtà strutturale: un suo sottoprodotto. E' questa l' essenza del monismo “marxista”. Se tale concezione, di per sé, impedisce la concezione stessa di ogni possibile trascendimento della suddetta realtà strutturale storica, egli tuttavia ammetteva la superabilità della realtà strutturale statuale (pur basandola sull'equivoco del concepire la superabilità dello stato inteso come macchina istituzionale della società: ossia lo stato proprio delle fasi mercantili). Egli parlava del superamento della realtà statuale come necessario portato della realtà strutturale storica (generalmente intesa). Tale superamento darebbe luogo a quello che egli definiva “comunismo”, teorizzandolo allo stesso modo in cui i “socialisti pre-marxisti” teorizzavano il “socialismo”. Quest' ultima società sarebbe statica, in quanto conclusiva dell'evoluzione storica umana. Facendo del “comunismo” un elemento interno alla realtà strutturale storica ed un suo prodotto, egli escludeva ogni autonomia della coscienza umana e, dunque, ogni possibilità di libertà dell'essere umano dalla realtà strutturale, sia in quanto individui che come collettività o specie, contrariamente al bisogno di libertà, generalmente avvertito, della specie umana. Il far dipendere l'avvento del “comunismo” dalla logica della realtà strutturale significa salvaguardare il principio di autorità o principio gerarchico, negando ogni possibilità di autodeterminazione degli individui, ossia il principio di libertà. Solo se gli esseri umani avessero lo stesso livello psichico di animali quali: galline, lupi o scimmie sarebbe legittimo teorizzare una tale dipendenza dalle strutture storiche. 2 - Locke parlava di un “potere naturale” o potere del singolo preesistente il suo ingresso nella società (10). Si tratta di un' affermazione dubbia in quanto Locke considerava naturale la realtà sociale, in quanto derivante da condizioni naturali (11). Tuttavia Locke considerava le strutture storiche, definite “stato civile”, come un compromesso o via di mezzo tra “stato di natura reale” e “stato di natura ideale” (12). Locke considerava cioè la possibilità di esistenza di uno “stato di natura” effettivamente coerente con la natura umana, con la sua coscienza e lo sviluppo psichico raggiunto. La suddetta “trilogia” di Locke è travisata dai pensatori successivi, che la fanno coincidere con l' evoluzione dell' universo strutturale statuale. Locke teorizzava uno stato di natura reale od inferiore, da lui inteso come stato di guerra perpetuo di tutti contro tutti, ed uno stato di natura ideale od ipotetico, dove si realizzerebbe non la guerra, bensì la pace perfetta. 3.1.1 - Bobbio sostenne che la dialettica hegeliana, adottata ed adattata da Marx, sia frutto di una interpretazione religiosa della storia: infatti “l' estraniazione od alienazione” è derivata dalla “caduta” biblica e “l' appropriazione” è derivata dalla “redenzione”. Pertanto Hegel e Marx applicano alla storia lo schema di interpretazione proprio del “cristianesimo”, seppure adattato ai rispettivi scopi. “Cristianesimo” e “marxismo” identificano la storia strutturale con l' estraniazione o caduta. 3.1.2 - Hegel affermava che il processo della “coscienza” del “soggetto” nella “sostanza” (ossia la realtà strutturale storica) sia necessario per la realizzazione della “totalità” della “coscienza” (13). Egli definiva la realtà strutturale storica come “alienazione dell' autocoscienza”, alienazione la cui essenza è avvertita, diceva Hegel, in modo generalizzato in quanto non si può che riconoscere “l' inscindibile unità dell' essere per sé”, sebbene si sia “stabilito una relazione all' oggetto secondo la totalità delle sue determinazioni”. Egli, cioè, si rendeva conto del ruolo degli intellettuali, che condivideva, sebbene riconoscesse la superabilità della realtà strutturale storica. Bobbio affermava che se l' illuminismo utilizzava una concezione materialista “meccanicistica” (14), ossia considerava la storia come un fatto oggettivo rispetto alla volontà umana, la dialettica hegeliana consiste nell'analisi dell'evoluzione umana attraverso la mitologia “cristiana” (15). Hegel affermava che il “peccato originale” (ossia il sorgere delle strutture storiche) costituisca la prima negazione (ossia negazione della società naturale animale od incosciente), la redenzione, vista come unità del reale col razionale (ossia il superamento delle strutture storiche), sarebbe il punto di arrivo della specie umana (questa sarebbe la negazione della negazione, e dunque un' affermazione logica, ossia un ritorno ad uno stato di natura, magari con caratteristiche in gran parte diverse dall' originario stato di natura). Il principio della “compenetrazione degli opposti” fu utilizzato da Hegel per analizzare la compenetrazione, operantesi nell' uomo, tra natura umana e realtà storica. 3.1.3 - Lo storicismo marxiano ed hegeliano sono metastorici ossia tali da porre la prospettiva del superamento della realtà storica (o delle strutture storiche). Marx, tuttavia trasformò questo storicismo da prospettiva metastorica in prospettiva neo-feudale. Hegel affermava che “la fine della storia consiste nel sapere assoluto, cioè nella presa di possesso da parte dell' uomo della teoreticità totale, nella fondazione dell' uomo teoretico totale” (16). Hegel poneva in una prospettiva di infinito ed assolutistica il superamento della realtà strutturale storica, al fine di vanificarne la prospettiva stessa, confermando così l' inevitabilità della realtà storica strutturale. Bobbio riconosceva come la concezione della storia di Marx sia la stessa della teologia dogmatica del “cristianesimo” (17). Riconosceva anche come la stessa economia venga “teologizzata” da Hegel e da Marx, ossia “mistificata” (18). Bobbio citava Kojève, il quale affermava che la filosofia hegeliana sia un' antropologia definibile come “teologia cristiana laicizzata” (19), in quanto avrebbe assunto la visione antropologica del “cristianesimo” negando l' immortalità. Infatti Hegel affermava che: 1) l' uomo è diverso dalla natura poiché ha una storia; 2) la storia è il regno della “libertà” umana, la quale “libertà” però annulla l' uomo; 3) l' uomo storico ha la caratteristica di possedere una individualità unica ed irriducibile alla specie. I tre momenti sarebbero inscindibilmente interconnessi e connessi alla mortalità umana (ritenuta differente dalla fine degli altri animali). La prima proposizione hegeliana conferma la condizione innaturale dell' uomo, in quanto inserito nella gabbia delle strutture storiche. La seconda induce a considerare la “libertà” strutturale (consistente nell' accettazione della gabbia strutturale) come antitetica all'essenza umana effettiva (che costituisce la natura reale dell' essere umano). La terza espressione fa derivare l' individualità dalla realtà strutturale: si può invece affermare che l' individuazione, pur sviluppandosi in seguito all' evoluzione strutturale, non può giungere alla piena affermazione se non si superano le strutture storiche. Il fatto che la mortalità umana sia diversa dalla fine delle altre specie deriva unicamente dal sopravvivere del pensiero umano, in forma passivata o cristallizzata. Bobbio affermava che la mortalità dell' uomo, concepita da Hegel, consista nella storicità della vita, ossia nella possibilità di fallire definitivamente il destino umano dell' uomo (20), ossia nella possibilità per l' uomo di non essere: esistere unicamente, senza vivere in modo effettivo o naturale. Bobbio vedeva, cioè, la mortalità nella possibilità che l' uomo non sia in grado di superare la realtà strutturale storica. Contrariamente a quanto affermava Kojève, Hegel si poneva il problema del superamento della storicità (o realtà strutturale storica), in una dimensione più teistica che naturale o di socialità. I tre piani della filosofia hegeliana: il piano “fenomenologico” o di “descrizione di apparizione dello spirito” (o della realtà strutturale storica) è negatore della trascendenza; il piano “metafisico” pone il problema dell' essenza della realtà o della storia; il piano “ontologico”, poiché pone il problema dell' essenza dell' essere e della sua realizzazione, trascende la realtà storica in una dimensione che permane tuttavia teistica, per Hegel. Kojève affermava che spirito non si identifichi, per Hegel, con dio ma con l' uomo storico. 3.2 - Hegel distingueva due tipologie di dialettica: definiva la prima “dialettica esteriore”, riferita alla ricerca di motivazioni esterne ad una data determinazione o mutazione; la seconda tenderebbe a spiegare i “movimenti” delle cose in rapporto all'“essenza stessa della cosa”, escludendo ogni motivazione esterna. Egli affermava che gli antichi utilizzassero prevalentemente questo secondo tipo di “dialettica”, che egli riteneva l'unico valido. Affermava tuttavia che il secondo tipo di dialettica è valido se si considera la contraddizione intrinseca all' oggetto, in modo che l' oggetto stesso “si supera” nel suo negativo (21). Hegel insomma utilizzava la dialettica, mutuata da Eraclito, a cui peraltro attribuisce un valore scientifico universale, per analizzare quella che noi definiamo l' evoluzione delle strutture statuali e riconosceva che detta evoluzione, consistente nel succedersi di due fasi tra loro antitetiche, non sia determinata da cause esterne alla natura delle strutture statuali. Affermava, poi, che il superamento di quella che noi definiamo una data fase statuale sia dovuto alle contraddizioni intrinseche a quella determinata fase. Tale concezione è fatta propria da Marx, che la stravolge e la maschera, sebbene sia intimamente convinto della sua validità. 4 - I filosofi che aderiscono alla visione organicistica della società, come Platone ed Hobbes, i quali definiscono la realtà sociale come una “struttura artificiale”, riconoscono alla società statuale un carattere di organicità (22), oltreché di stratificazione. 5 - La dottrina provvidenziale “cristiana”, dominante nella società feudale, era incompatibile con la teoria del progresso e la storia era vista come una serie di fatti guidati dalla “provvidenza” al fine della conservazione della realtà in atto, senza il cui intervento sarebbe sopraggiunto il perimento del genere umano. La teoria del “peccato originale”, analoga alla teoria della naturale malvagità dell' uomo, impedisce ogni possibilità di progresso morale del genere umano. Col feudalesimo “medievale” si continuò a credere alla degenerazione (non più proiettata nel futuro ma come evento verificatosi nel passato, che esplicava i suoi effetti nel presente) ed era scomparsa la teoria ciclica (incompatibile, come l' idea del progresso, con la cultura feudale). 6 - Il fatto che si possa associare un dato carattere umano ad una fase statuale od un momento dell' evoluzione della struttura statuale, come evidenziato da Gian Battista Vico e dagli idealisti tedeschi, non significa che la natura dell' intelletto umano rispecchi i vari momenti dell' evoluzione della struttura statuale. Vico stabilì un determinismo nascente dalla manifestazione concreta degli esseri umani, mentre si deve ritenere che tale determinismo sia proprio di una contingenza, estranea alla natura umana (23). 7.1.1 - Gli illuministi individuavano chiaramente la natura umana potenziale, parlando dell' “uomo naturale” (24), distinguendola dalla realtà strutturale e dai suoi condizionamenti. Essi parlavano di: caratteri innati, potenziale bontà ed indistruttibilità (dell' essenza naturale da parte della realtà strutturale). Per caratteri innati intendevano le “passioni” o “sentimenti” e le “capacità razionali” (25). Essi, tuttavia, finivano per identificare “la realtà dell' uomo naturale e dell'ordine naturale” (26) con la realtà strutturale di quello che noi definiamo sistema capitalista concorrenziale, pur parlando di storia “naturale”, “congetturale” od “ipotetica”, dove con quest' ultimo termine intendevano riferirsi ad una visione statica della storia come storia di un perenne sistema capitalista, pur sommerso da forzature ed incrostazioni feudali. I positivisti, nell' affermare che le qualità razionali e di probità dell' uomo, che Rousseau attribuì invece all' “uomo primitivo o naturale”, fossero frutto della “civiltà”, non contraddicevano le concezioni illuministe. Si può affermare che la razionalità e la moralità siano frutto del progresso umano, realizzato attraverso l' evoluzione strutturale, mentre come elemento naturale potenziale, precedano qualsiasi progresso e quindi siano precedenti la realtà strutturale storica. 7.1.2 - Gli “illuministi” erano volontaristi, in quanto consapevoli della positività della società che auspicavano (il sistema capitalista concorrenziale), la cui positività era talmente elevata da superare anche le stesse determinazioni storiche di base, le quali prevedono l' alternarsi delle fasi feudali alle fasi mercantili, ma non ineluttabilmente l' avvento dei sistemi capitalisti, se non in particolari situazioni. Gli “illuministi” inoltre propugnavano un progresso continuo, auspicando ed intuendo la possibilità di superare gli stessi sistemi capitalisti, in una società pienamente umana e progressiva rispetto alla realtà strutturale statuale. Fontanelle e l' abate di Saint-Pierre completarono la teoria del progresso considerandolo conseguenza diretta della razionalità umana. L' “illuminismo” si basava sull' idea di progresso: la storia veniva vista come un progredire del genere umano verso livelli superiori di esistenza. Si consideravano essenzialmente tre stadi dell' esistenza umana: “stadio selvaggio” (identificato con le strutture pre-statuali), “stadio della barbarie” (o fase feudale medievale) e “civiltà” (fase mercantile moderna). Tale concezione presuppone un'analisi della storia molto superficiale e parziale. Causa di un tale fulgido progresso era ritenuta la “ragione” ossia la razionalità. Non si escludevano del tutto le epoche di regresso, interpretate tautologicamente come eclissi della ragione. Il progresso quindi non sarebbe un fatto necessario od inevitabile ma opera volontaria degli uomini, che può svilupparsi indefinitamente od arrestarsi e retrocedere. Condorcet superava la teoria “illuminista” del volontarismo del progresso e lo considerava inevitabile ed involgente la stessa natura umana (ossia il progresso storico come causa e non conseguenza del progresso della natura umana). Kant affermava la probabilità del progresso, inteso come avanzamento verso la società basata sulla giustizia (intesa in senso etico). Il pensiero della “Restaurazione” francese intendeva il progresso come realtà uniforme e costante e questo serviva da premessa alla rivalutazione del “Medio Evo”. 7.2 - Comte, ed i “positivisti” in genere, hanno una concezione della natura delle strutture statuali molto simile alla concezione “marxista”. Sia i “positivisti” che i “marxisti” considerano come scopo della società, che identificano con le strutture statuali, il massimo sviluppo delle forze produttive e la massima modificazione dell'ambiente originario dell' uomo. Entrambe le predette ideologie considerano la società come un' essenza organica necessariamente gerarchizzata. I “positivisti”, come i “marxisti”, considerano metafisiche ed astratte le teorie “illuministiche” e “liberali” del contratto sociale e dei conseguenti diritti dell' uomo. Sia i “positivisti” che i “marxisti” considerano il mercato e le società mercantili come realtà anarchiche od innaturali (27). 8 - Le filosofie orientali parlano di “realtà mandalica” o realtà dell' “eterno ritorno” ossia di un tempo relativo dove lo scorrere del tempo, pur essendo rapportato alla velocità, non implica movimento reale. Il superamento di questa realtà condurrà ad una temporalità assoluta. Infatti la “realtà mandalica” dell' universo strutturale statuale può essere accostata ad una concezione atemporale, o di temporalità relativa, dell'eternità. L' uomo raggiungerà l' immortalità allorché uscirà dall' eternità ciclica dell' “eterno ritorno” proprio della realtà strutturale statuale. 9 - John Bury affermava che la legge di evoluzione storica invocata da Kant non fosse stata ancora scoperta, non ostante i tentativi compiuti fino ad allora dai pensatori (28). A. L. Kroeber criticava la storiografia perché non era ancora riuscita a scoprire le leggi di evoluzione storica. Attribuiva tale deficienza alla mancata corretta selezione degli avvenimenti storici in base ad aspetti e principi determinati (29). 10 - Toynbee intuiva, all' inizio del '900, come l' Occidente stesse vivendo lo stesso momento storico della Grecia nel periodo della “guerra del Peloponneso” (30). Toynbee affermava che la storia statuale abbia raggiunto un' estensione temporale di 6.000 anni (31). Egli parlava di tre “generazioni” storiche o cicli, articolantisi in 21 “civiltà”. La concezione di Toynbee di “civiltà” definisce come tale il momento trainante, nello sviluppo della fase mercantile, esercitato successivamente o contemporaneamente da uno o più popoli o stati (32). Toynbee riconosceva la vanità delle successioni cicliche e si poneva il problema dello scopo del continuare illimitato in questa evoluzione ciclica (33). Ogni approccio empirico alla storia ripropone il concetto di evoluzione ciclica (evidentemente desunto dalla semplice constatazione del reale), mentre ogni approccio idealista ripropone uno sviluppo progressista o lineare (34). § 5: Bisogno umano del superamento della realtà storica 1.1 - I greci si servivano del concetto della “Moira” per teorizzare l' insuperabilità della realtà strutturale statuale. 1.2 - Niebuhr riconosceva come dietro le teorie progressiste si celi l' esigenza umana (conscia od inconscia) di emanciparsi dalla determinazione storica (1). Egli affermava che “Dio” ponga un limite alla “sfida umana” (2). In realtà la logica strutturale, di cui la religione è un elemento importante, oppone una ferrea barriera a chi intenda coscientemente astrarsi da essa. Questo è il limite, non invalicabile, imposto alla “sfida umana”. L' invalicabilità di tale limite è ritenuta tale essenzialmente per i fallimenti umani nel realizzare il suo superamento, il quale però non è mai stato seriamente tentato, anche perché molti pensatori ritengono l' uomo sostanzialmente autonomo. L' “ironia divina” ha quindi un significato e valore ben limitato (3). Niebuhr definiva la logica della “divina provvidenza”: “strutture di tutto ciò che esiste”. Egli rilevava come la concezione religiosa e quella metafisica della storia propongano evoluzioni caotiche o lineari ma non neghino mai del tutto, ne la escludano, la ciclicità storica propugnata dall'approccio pragmatico e dal pensiero classico (4). Niebhur riconosceva la contraddittorietà insita nella storia ed affermava che il peggiore dei mali storici sia rappresentato dalle “promesse di redenzione” (5). Riconosceva, quindi, la disumanità di tutte le ideologie religiose e totalizzanti, in genere. 2.1.1 - La disumanità della storia è contemplata da tutta la mitologia religiosa e “cristiana” in particolare (attesa dell' “età messianica”), la quale propone il superamento della storia (“regno di Dio sulla terra”) (6), riconosciuta in sé non progressiva (7). Tuttavia, affermava Niebhur, la religione propone di considerare la tendenza anti-strutturale come “peccato originale”, in netta contraddizione con sé stessa (8). L' “induismo” contempla una triade di divinità, di cui la terza è l'incarnazione terrena della prima (9). L' analogia col “cristianesimo” è evidente, analogia che non deriva tanto da diffusione delle idee, quanto dagli stessi motivi strutturali che giustificano la mitologia “cristiana”. L' “induismo” riconosce l'irresponsabilità dell' uomo di fronte all'azione folle od “illusione” del dio (10). L'”induismo” attende una nuova “età dell'oro”, allorché vi sarà una nuova incarnazione di Visnu. Si ha, dunque, un' “attesa messianica” comune con l' ebraismo e, sotto altra forma, col “cristianesimo” (11). 2.1.2 - I romani, pur attingendo alla concezione della società e della storia dai greci, formulavano un embrione di teoria del progresso, la quale veniva formulata in termini religiosi (prime formulazioni del “cristianesimo”) (12). L' attesa del ritorno del “Messia”, poi emarginato nel millenarismo, idealizzava il bisogno di una liberazione dalla realtà strutturale storica. 2.1.3 - Nella triade “induista” il dio Siva rappresenta il corso della storia. L'”induismo”, oltre alla società in atto (o statuale) ritiene vi siano (o vi siano stati) altri tre tipi di società o “età”, di cui la prima era l' “età dell' oro”, destinata a ritornare un giorno (13). Questo indica come si consideri esistito un precedente “stato di natura”, destinato a ritornare, in qualche modo. Le quattro “età” suddette costituiscono un ciclo, ampio oltre 4 milioni di anni, destinato a ripetersi dopo un lasso di tempo pari alla durata del ciclo stesso, all' infinito (14). 2.2.1 - La dialettica di Proclo si articolava così: 1    permanere immutato della causa; 2    procedere da essa dell’ essere derivato, il quale se ne allontana ma, secondo Proclo, le somiglia; 3    ritorno dell’ essere derivato alla causa originaria. Ossia, sostanzialmente, Proclo preconizzava il ritorno di una società come mezzo di espressione della socialità in modo consono alla natura umana. Proclo infatti distingueva tra realtà strutturale (che egli definiva realtà intelligibile o essere) e la vita o l' intelletto (ossia la natura umana) (15) ed intuiva la necessità di un superamento dell' “essere”. Origene definiva “apocatastasi” il ritorno a Dio del mondo (16), immagine del ritorno ad una nuova società di natura da parte dell'uomo, consona, però, alla natura umana. 2.2.2 - La visione nihilistica della storia lascia aperto un “campo di possibilità” molto aperto per il futuro, poiché non propone alcun legame deterministico tra il divenire e le “strutture stabili che impongono al pensiero e all' esistenza il compito di “fondarsi”, di stabilirsi (con la logica, con l' etica) nel dominio del non diveniente”. Tale visione del nihilismo pare adombrare la possibilità del superamento della logica strutturale storica verso un divenire composto da molteplici od innumerevoli linee evolutive (17). 2.3.1 - Gregorio di Nissa affermava che il mondo non sia materiale ma costituisca un'essenza intellegibile ed oggettiva, così come è Dio, il quale è l' essenza creatrice. Affermava, inoltre, che il male non abbia alcuna essenza, essendo solo privazione del bene, che è l' unica realtà positiva: “La malvagità ha il suo essere nel non essere: e non ha altra origine che la privazione dell' essere” (18). Da questo si può desumere come la realtà strutturale storica, essenza del “male”, non abbia per Gregorio alcuna essenza. 2.3.2 - Il filosofo ebraico Ibn–Gabirol (conosciuto come Avicebron) teorizzò la materia e la forma, che deriverebbero dall' essenza prima od agente causale e che vi sia la “Volontà” o finalità che agisce sulla materia e la forma. Vi sarebbero poi “forme o sostanze separate” meno perfette a misura della loro lontananza dalla “Volontà” o finalità. Ammette dunque una sorta di irrazionalità nella natura e nella storia (19). 2.4.1 - Giovanni Scoto Eriugena definiva la realtà strutturale storica, che egli chiamava “causa primordiale”, “natura creata e creante”. L' universo strutturale statuale è identificabile nel suo “natura creata”; infine definiva il fine dell' esistenza (definito anche Dio) “natura increata ed increante”, in una visione che trascende la realtà strutturale (20). Riguardo alla causa delle strutture storiche, causa che egli definiva anche “cause primordiali”, Scoto affermava che la realtà storica “è creata da se stessa nelle cose che essa stessa crea, al modo in cui il nostro intelletto crea se stesso nei pensieri che formula e nelle immagini che riceve dai sensi” (21). Egli identificava la causa della realtà strutturale storica con il “Padre” della “Trinità”. Egli definiva Dio “superessenza” e “superverità”, negando così che si possa identificare totalmente con la realtà strutturale storica, ma ritenendo che la possa trascendere, identificandosi, almeno in parte, con il fine dell' umanità, ossia con il trascendimento della realtà strutturale storica. Tuttavia finiva per identificare la realtà strutturale storica con il “verbo” divino (22) ed il divenire storico (dunque l'evoluzione statuale, più che il trascendimento della realtà strutturale) con lo “spirito santo” che considerava, quindi, in unità col “verbo” (23). L' ottimismo di Scoto sul destino umano prova come egli intuisse la reale natura umana ed il suo destino di trascenza della realtà strutturale storica (24). Questa intuizione è resa palese dall'affermazione: “se l' uomo non peccasse” sarebbe Dio. Affermava inoltre che la conoscenza della verità, frutto dell' intelletto umano, il quale ultimo è l' essenza stessa dell' uomo, renda l' uomo uguale a dio. Egli affermava inoltre che la comunicazione e l' accordo tra due esseri faccia di questi un unico intelletto ed un'uomo solo. Egli intuiva dunque i modi per il superamento della realtà strutturale, la cui necessità proclamava apertamente, ritenendo l' uomo autonomo e superiore a Dio, come natura (25). 2.4.2 - Alano di Lilla distingueva nettamente tra fede e ragione, ponendo la fede al di sotto della ragione, indicando la prima come chiaro ripiego all' incapacità contingente della ragione a spiegare la condizione umana (26). 2.4.3 - Durkheim riconosceva i legami tra “socialismo” e sociologia ma egli desiderava opporre la sociologia al “socialismo” ma anche all' “individualismo”, nella ricerca di una sua soluzione della “questione sociale”, definibile come problema del rapporto tra individuo e società (27), caricato dal “socialismo” del significato di emancipazione operaia (28) (problematica insita nel concetto stesso di questione sociale). Egli affermava che la soluzione di tale problema deve venire da “una teoria scientifica della società” anziché dalle “dottrine”. Egli ammetteva la necessità di conoscere la reale natura dell' oggettività storica. La concezione dualistica durkheimiana (29), per quanto non iscrivibile in una concezione individualista (30), si discosta dalla concezione “socialista”, nel tentativo, avente una propria originalità, di analizzare scientificamente la realtà strutturale storica. 3 – L' “anarchismo” considera fattore della storia la volontà umana e quindi giunge a divinizzare l'uomo (vedasi l'esempio di Stirner ), poiché fà dell' uomo il padrone della storia, la quale non si identifica comunque col sé degli esseri umani. Bakunin, partendo da un materialismo monista, che identifica le strutture storicamente date con la natura umana, facendo derivare l' evoluzione statuale dalla volontà umana, cade in un' idealismo volontaristico. Egli tuttavia preconizzava un superamento dell'"animalità" umana e, dunque, auspicava un progresso umano capace di superare le irrazionalità e contraddizioni presenti nell' essere umano contemporaneo. 4.1 - Pareyson affermava che la filosofia non sia tale se non è insieme filosofia della filosofia. Egli si contrapponeva sia allo storicismo hegeliano che fà della filosofia “la completa giustificazione della storia”, sia a quello marxiano che fà dell' ideologia una sovrastruttura di un dato momento del reale. Egli intuiva la possibile trascendenza della filosofia dalla realtà strutturale, riconoscendo esplicitamente la possibilità di superare la realtà strutturale storica (31). 4.2 - Compito delle scienze sociali è quello di rendere la realtà sociale coerente con la natura profonda e razionale dell' individuo. Solo così si renderà l' uomo felice o realizzato. La tripartizione popperiana, fatta propria da Eccles, in: fisico (o cervello), mente (o capacità intellettive) e relazioni sociali (o cultura o realtà strutturale storica), evidenzia il rapporto bi-univoco tra due “mondi” contigui: fisico – mente e mente – rapporti sociali. Eccles ha affermato che, come vi è rapporto bi-univoco tra fisico e mente, così vi è sviluppo inscindibilmente connesso tra mente e socialità. Alcuni indirizzi psicologici, come il comportamentismo, teorizzano una dipendenza esclusiva del comportamento umano dall' interazione sociale. Altre tendenze interpretative fanno risalire il comportamento ad origini genetiche od ontologiche. In realtà l' interazione sociale, con la realtà strutturale storica, ha un gran peso nella psiche dei singoli e sul loro comportamento, pur essendovi un sostrato bio-ontologico non riducibile all' interazione sociale né alla condizioni di questa (la socialità). Eccles affermava non esservi corrispondenza tra capacità cranica e variazione delle capacità intellettive, come dimostrerebbe il contrasto tra la maggiore capacità cranica dell' Homo Nehanderthaliensis ed inferiore, presunta, capacità intellettiva. La socialità è, in realtà, l' espressione più elevata della natura della psiche, come potenzialità di espressione del bisogno di socialità, mentre la sua manifestazione pratica, o realtà strutturale storica, ha una sua evoluzione autonoma ed una sua realtà intrinseca. Il contrasto tra natura sociale dell' uomo o potenzialità della sua manifestazione con la cultura o manifestazione concreta di tale potenzialità, dimostra la superabilità della realtà strutturale storica e la necessarietà del suo superamento (32). 5.1.1 - Edgar Morin teorizzava la possibilità di superare la storia, intesa come storia delle strutture statuali (33). Comte affermava che le strutture storiche costituiscano un'espressione della “ crescente realizzazione del regime proprio della vera natura umana” e riteneva che “si deve dapprima determinare il regime normale che corrisponde alla nostra vera natura, e in seguito spiegare la necessità che subordina il suo avvento decisivo a una lunga preparazione graduale”. Egli avvertiva chiaramente che le strutture statuali non siano normali all' uomo. Egli avvertiva poi come il consolidamento della fase mercantile sia propizio alla realizzazione della normalizzazione della società in rapporto alla natura umana (34). I sociologi avvertono, da alcuni decenni, l' esistenza di una maggiore comunicatività, generata dalla maggiore libertà nel comunicare i sentimenti più intimi ad amici, conoscenti, conviventi. Questo può essere il sintomo del costituirsi di condizioni psichiche e psicologiche scarsamente consone con la realtà strutturale statuale e storica in generale. Comte affermava che l' ordine sociale sia incompatibile con la libertà individuale “totale e permanente”, senza la preliminare realizzazione di una condizione razionale che consenta di rimettere in discussione, senza fine, le basi stesse della società. Egli parlava della necessità di stabilire i principi base della società in seguito a libera e totale discussione: si riferiva quindi ad una società a-strutturale post-statuale e non alla fase mercantile della società statuale. Egli ammirava la realtà strutturale statuale affermando che essa consenta ad una moltitudine di individui di agire secondo un ben preciso scopo senza un diretto e preciso accordo preso in tal senso; egli non si avvedeva di come in questo stia l'innaturalità delle strutture statuali in quanto non consentono una reale coscienza della realtà strutturale e degli scopi collettivamente perseguiti. Riconosceva l'esistenza di precise leggi di sviluppo (o di evoluzione della realtà strutturale statuale) e riconosceva vi siano margini di variabilità sia nell' intensità con cui si manifestano dati fenomeni od elementi sociali, sia nella velocità dell' evoluzione statuale. Auspicava la possibilità di sfruttare gli spazi lasciati liberi dalle leggi strutturali per creare la “riforma sistematica dell' umanità” (35). 5.1.2 - Il filosofo Ernst Bloch parlava di “coscienza anticipante” a proposito dell'annuncio, attraverso elementi di utopie, delle tendenze di sviluppo della storia umana verso la libertà. I bisogni meta-storici di: libertà, giustizia, felicità, eternità e piena socialità, erano considerati da Bloch autentici quanto la storia (strutturale) stessa. Bloch parlava di vero materialismo per la concezione secondo cui la vera materia è la natura umana ed i suoi bisogni, agenti ed esistenti a priori della storia (strutturale). Tale concezione fu da lui espressa nell' opera “Experimentum mundi” tradotto in italiano nel 1975, dove si auspica il superamento della storia (intesa come storia strutturale) (36). Alcuni sociologi intuiscono come l' umanità tenda al superamento della realtà strutturale storica verso una società di natura di tipo superiore, ove si abbia uguaglianza culturale, conoscitiva, morale ed intellettiva, oltreché libertà da ogni forma di assoggettamento tra individui (37). Il poeta russo Gogol affermò che la realtà (strutturale) fosse l' artefice della malvagità umana. Egli definiva la realtà strutturale storica “falsa vita sociale” e riconosceva l' esigenza di mutare le “irragionevoli basi della vita sociale che snatura l' uomo” ed auspicava il superamento della realtà storica, auspicando però un ritorno a presunti fondamenti naturali, preesistenti, della vita sociale (38). Il filosofo Bernard – Henry Lévy ha affermato che l' ebraismo contenga elementi anti-strutturali. In realtà i principali pensatori anti-strutturali contemporanei, come: Ernst Bloch, Horkheimer, Adorno e Lévinas, sono di origine ebraica. L' ebraismo inoltre, con la sua attesa perdurante del “messia”, preconizza chiaramente il superamento della realtà strutturale storica. Le traversie storiche degli ebrei hanno certamente contribuito a rafforzare tale tendenza anti-strutturale, mentre al contrario il “cristianesimo”, che pure ha una sua escatologia, è più integrato nella realtà strutturale storica. Lévinas, in particolare, individuava il fondamento del superamento della realtà storica strutturale nel rapporto interpersonale, dove il dominio non può mai essere assoluto in quanto l'individuo “altro” manifesta la sua essenza trans-storica appunto con la capacità di sottrarsi a tale dominio totale. Vi è la tendenza a considerare la linguistica come uno schema ed un limite del pensiero stesso. Questo, se da un lato indica la necessità di superare tutti gli schemi strutturali ed il bisogno di realizzare una comunicazione realmente soddisfacente il bisogno umano di socialità, tuttavia è in sé un falso problema in quanto il linguaggio non è che specchio di ogni singolo livello cognitivo, modificandosi in conseguenza di quest' ultimo e della specifica capacità di comunicazione (39). Il filosofo Robert Musil, legato al “neopositivismo” della scuola viennese, riconosceva il contrasto tra “vita” e “ragione”, ed affermava la necessità di una riconciliazione. Egli evidenziava la fallacia di tentativi folli di realizzare tale sintesi, come ad esempio l' “anarchismo”. Egli non proponeva nuove vie per la suddetta riconciliazione e si limitava ad indagare la natura della crisi dell'identità, la quale è connessa soprattutto alla crisi della fase mercantile, ossia dell'epoca in cui viveva. Egli si isolò dalle “forme”, ossia dalla realtà, dimostrando quanto sia vasta la percezione del contrasto tra la vita e l' io (40). 5.2.1 - Fichte definiva la storia il “processo dell' universo” e lo considerava un processo tendente alla realizzazione della completa libertà. Per libertà egli intendeva il distacco dall' istinto e la realizzazione della razionalità consapevole del comportamento e per azione istintiva: l' azione compiuta sotto un' influenza esterna alla ragione, dove con quest' ultima si intendeva la guida autonoma e consapevole della scelta individuale socialmente concordata (41). 5.2.2 - Fichte tentò di umanizzare la morale rendendola consona alla natura umana ed alla socialità umana. Fichte vedeva chiaramente la libertà come un fatto estraneo alla realtà strutturale storica, sebbene raggiungibile attraverso tale realtà. 6.1.1 - Norberto Bobbio rilevava come i giusnaturalisti riconoscano che il passaggio tra “stato di natura” e società avvenga non per determinazione naturale ma per intervento volontaristico dell' essere umano, essendo la società un fatto non naturale. La “società” (42) è dunque una struttura non naturale. Levi-Strauss affermava che la realtà storica sia simile alle strutture mentali inconsce, piuttosto che alle strutture della coscienza (43). Michel Foucault affermava che l' uomo reale sia un modo d'essere tra due essenze naturali, essendo la realtà storica un movimento evolutivo non naturale (44). Vattimo sottolineava il progresso umano realizzato attraverso la realtà strutturale storica (45). Per quanto la realtà strutturale storica possa essere considerata artificiosa rispetto alla natura umana, essa è tuttavia uno stadio necessario dell'evoluzione spirituale dell' essere umano. Tale stadio è totalmente fuori dal suo controllo volontario, sia in rapporto ai tempi che alle forme della sua evoluzione. Godelier rilevava come le strutture siano inintenzionali in quanto si creano e si evolvono autonomamente rispetto alla volontà dei singoli e dello stesso insieme della collettività interessata, la quale è spesso del tutto inconsapevole dell'evoluzione in atto od avvenuta (46). Questa è un' ulteriore riprova dell'innaturalità delle strutture sociali storicamente determinate. 6.1.2 - Piaget affermava che l' adattamento dell' organismo all' ambiente non sia connesso con la selezione operata dall' ambiente (definita “naturale” da Darwin e Lamarck), ma frutto della naturale essenza di ogni organismo, quale che sia, il quale attua spontanei processi di autoregolazione. I risultati dell' adattamento variano a loro volta in relazione al rapporto tra ambiente e tipo di organismo. Di qui si ha una certa selezione delle specie. Analogamente all' adattamento biologico si ha l' adattamento conoscitivo o progresso conoscitivo, attuato secondo il criterio della “prova ed errore”, in un processo che può dirsi quindi naturale. Analogamente le realtà come: la “costruzione del reale”, “lo sviluppo delle quantità fisiche” e “la rappresentazione dello spazio” non sono innate ne frutto dell' ambiente naturale ma frutto di una “continua attività organizzativa da parte del soggetto”, ossia in un processo naturale dove per natura non si intende un fatto genetico o biologico ma la natura umana. Questo fatto è evidenziato anche dall' analogia tra processo scientifico o storia della scienza e genesi del pensiero nell' uomo o processo psichico infantile, che avvengono entrambi attraverso un processo di costruzioni successive. Vi è quindi il riconoscimento, da parte nostra, dell' esistenza di ambiti naturali estranei alla genetica: ossia piani biologici, psichici e psicologici. In particolare la realtà strutturale storica non è che uno stadio, di validità provvisoria, del processo di sviluppo della socialità umana (47). 6.1.3 - Rousseau ritenne disastroso, per l' umanità, l' aver lasciato lo “stato di natura” ed essere acceduti alla società artificiosa della cultura. Marx, identificando l'evoluzione intellettiva e sociale umana con l' evoluzione delle strutture storiche, giunse a considerare naturali tali strutture e naturale la loro evoluzione, pur se spontanea e spesso inconscia. In realtà l' evoluzione umana, per progredire nel processo di individuazione e nell' espressione della socialità, ha utilizzato le strutture storiche servendosene provvisoriamente finché il grado di conoscenza, il livello di individuazione e capacità espressiva della socialità fossero tali da consentire alla specie umana di fare a meno della realtà strutturale stessa per progredire ulteriormente. 6.2 - Peter Murdock definiva le strutture sociali storiche come “costume” o “folkway” e riteneva che si formino in modo automatico con la vita in società, come qualsiasi altro “abito”. Egli affermava che la funzione dell' intelligenza nella costituzione della cultura sia minima ed affermava inoltre che la funzione principale della mente umana consista nel ricercare ragioni o giustificazioni per il comportamento strutturale (ricerca che, peraltro, riteneva poco fruttuosa). Citando Bernard affermava che “la maggior parte delle nozioni abituali ha luogo a un livello di coscienza relativamente basso” (48). L' evoluzione attraverso cui è passato l'essere umano gli consente di passare da un adattamento passivo alla natura, come è proprio di tutti gli altri animali e dell' uomo fino ad un certo stadio di sviluppo conoscitivo, ad un adattamento attivo, che gli consente di scegliere gli elementi naturali più confacenti ai suoi bisogni di soggetto di scienza della natura (che gli consente di auto-definirsi natura auto-cosciente). Questo gli consentirà di farsi artefice di una società coerente con i suoi bisogni e volontà. I salti qualitativi nella catena causale (che fanno parlare di casualità), determinano contrasti tra gli elementi stessi della catena causale. Tali contrasti, di per sé deleteri, in quanto dispersivi e quindi economicamente costosi, sono tuttavia l' unico modo a disposizione della natura per realizzare i suoi fini, in quanto è proprio il contrasto tra i suddetti elementi qualitativi a consentire l'evoluzione dell' insieme degli elementi. Ne consegue che tale forma di contrasto è giustificata in quanto utile, almeno entro i limiti della produttività evolutiva. Oltre tali limiti diviene deleterio, in quanto essenzialmente distruttivo. E' pertanto necessario individuare e rimuovere le cause del contrasto, quando esso non sia più vitale. Così, è di fondamentale importanza individuare le cause del contrasto tra natura umana e natura della società, poiché rimuovendolo si rimuove anche l'apparente contrasto tra individualità e socialità degli individui. 6.3 - Le collettività o società è l' organizzazione dell' insieme degli aderenti. Tale organizzazione costituisce l' applicazione delle istituzioni, le quali assumono la caratteristica di strutture, se acquisiscono una logica diversa dalla natura dei soggetti che vi aderiscono e determinano un contrasto tra l' individualità e la socialità degli aderenti stessi. 6.4 - Il presunto bisogno dell' esistenza di una società “superorganica” o strutturale è tanto più avvertita quanto più gli individui siano in disaccordo sulle finalità collettive da perseguire, ignorando, di fatto, sia le finalità individuali che quelle collettive. Col crescere della conoscenza e coscienza di tali finalità decresce l' esigenza di una società superorganica. L' innaturalità, per l' essere umano, di un ulteriore gradino di complessità organica oltre l' individuo stesso, è dimostrata dal sorgere, parallelamente all' evoluzione e progresso strutturale storici, di religioni, la cui teleologia prospetta invariabilmente una qualche forma di superamento della realtà strutturale in atto. Tale concezione teleologica si perfeziona nelle religioni proprie dell' universo strutturale statuale, il quale ultimo rappresenta il raggiungimento della massima organicità super-individuale. Le religioni hanno il compito di cercare di conciliare o rendere meno ostico il rapporto tra individui e necessarietà strutturale. Il superamento, di fatto, del grado organico super-individuale ha una rispondenza nella vita biologica dei mammiferi. Se per i primi stadi di sviluppo l' embrione necessita di un' organismo con funzioni incubatrici, raggiunto un certo grado di sviluppo, tale organismo cessa nelle sue funzioni ed espelle il nuovo organismo. Tale è la funzione dell' organismo super-individuale: incubare l' umanoide che sta maturando ed, allorché questi abbia raggiunto la pienezza della dimensione umana, espellere da sé l'organismo umano e cessare le proprie funzioni. L' innaturalità per l' essere umano equivale all' inumanità. L' inevitabililità è innaturale per i viventi se non porta con sé la desiderabilità e se quest' ultima non prevale sulla prima. Umanizzare la condizione umana significa rendere naturale la condizione dei singoli, rendendo desiderabile la sua condizione, ossia rendere la società coerente coi suoi bisogni individuali e sociali. 7.1 - L' essere umano può opporsi unicamente all' ineluttabile, che sia in contrasto con la sua propria natura. Se vi è un' ineluttabile antitetico alla propria natura intrinseca, la sua volontà, se libera, non può che opporvisi, fino ad averne ragione. L'essere umano non ha una natura antitetica alla natura universale o cosmica, di cui è un' espressione. La natura umana ha tuttavia caratteristiche specifiche ed esclusive. L' ineluttabile che si oppone alla natura umana, pur essendo in sintonia con la natura cosmica, non può che essere superato, attraverso il progresso della conoscenza umana. La volontà umana sarà naturalmente in accordo con gli inevitabili autentici, o coerenti con la propria natura, siano essi interni od esterni all' essere umano. Essa sarà tuttavia in disaccordo naturale con gli inevitabili inautentici o contrastanti con la sua specifica natura: la loro inautenticità sarà dimostrata dal loro effettivo superamento. Victor Hugo affermava che l' uomo è destinato a raggiungere una società in armonia “con tutto l' universo” nonché con la natura umana (49). 7.2 - L'uomo è determinato dalla natura e dalle strutture. La socialità gli proviene dalla sua specifica natura di essere umano e lo spinge a superare le determinazioni provenienti dalla natura pre-umana e della realtà strutturale, pur determinata da un certo stadio di sviluppo della socialità umana. La natura dell'uomo o essenza umana è un costante divenire, poiché le potenzialità umane variano con il progredire delle sue capacità psichiche e conoscitive. L'uomo fà parte della natura pre-umana ed al contempo ha le potenzialità per superarla e per creare quindi una natura coerente con il suo essere (potenzialità) e con il suo manifestare tali potenzialità. Tale natura è caratterizzata dalla sua socialità (detta anche spiritualità, dalle religioni). I rapporti dell'uomo con la natura pre-umana variano con il mutare della scienza e della tecnica, mentre la natura dell'uomo o la sua capacità di manifestarsi in quanto uomo, variano in rapporto all'evoluzione della realtà sociale, sia essa statuale, pre-statuale o post-statuale, o meglio ancora: pre-strutturale, strutturale o post-strutturale. Analogamente all' evoluzione biologica si ha evoluzione delle capacità di comunicazione. Il rapporto instaurato dagli organismi viventi con la natura in generale è innaturale e perciò può essere definita irrazionale, essendo in contrasto con le tendenze naturali di tali organismi o natura più profonda delle singole specie animate. Analogamente è irrazionale il rapporto tra individui: questo determina l'esigenza di strutture, ossia di un super-organismo, sancendone l'irrazionalità, ma provvisoria ineluttabilità. Fino al raggiungimento di un certo livello di capacità intellettuale si ha un rapporto ineluttabile tra gli individui della stessa specie e con la natura in generale. Ma è un rapporto essenziale o puramente istintuale, essendo la natura intellettiva, a quello stadio, puramente istintiva e non articolata in una vera affettività. 7.3- L' evoluzione naturale non avviene in modo costante, ma in modi o tempi discontinui, ossia a sbalzi. Nei momenti di transizione si avvale di azioni, più o meno casuali, prodotte da componenti della natura stessa. Tali azioni sono spesso in contrasto con la natura degli elementi che hanno prodotto tali azioni: esse quindi si configurano come artificiosità. Esempi di tali fenomeni si hanno sia nella natura inorganica (esempio i terremoti o le trasformazioni climatiche dirompenti) sia nella natura biologica (esempio le metamorfosi dei bachi, dove essi agiscono al fine di distruggere la loro stessa vita, con possibilità di deviazioni dall'istinto innato), sia anche nell' evoluzione sociale dell'uomo. L' evoluzione sociale dell'uomo, come quella di ogni altra specie vivente, avviene in modo naturale ma con un periodo di transizione in cui si ha un passaggio tra due nature psichiche diverse: tale fase di passaggio si configura come artificiosità rispetto alle due nature psichiche di partenza e di arrivo. Questa fase caratterizza la realtà strutturale, che non è caratteristica esclusivamente umana. E' improprio affermare che la natura abbia in sé dei conflitti o contraddizioni: vi sono invece equilibri sempre mutevoli, in ragione dell'evoluzione cosmica. L' uomo, in quanto essere naturale, non può essere in contrasto con la natura, sebbene la sua "natura" muti costantemente. Vi sono due diversi tipi di naturalità umana: l' una statica ed immutabile nel tempo, l'altra dinamica. La prima caratterizza l' istintualità, la seconda le capacità intellettuali, potenziali e reali e quindi la capacità di socialità. L' umanità, col susseguirsi delle generazioni, ha modo di evolversi anche a livello psichico, il che determina l' evoluzione della natura umana. La morte dell' individuo ha dunque una funzione effettivamente evolutiva e progressiva della specie. Tale fatto, di facile intuibilità, è utilizzato dalle religioni per creare i loro miti che sono insieme mezzo di integrazione nella realtà strutturale storica e, nel contempo, sogno od anelito del superamento della realtà strutturale statuale. I contrasti che si verificano tra l' uomo e la natura generale, ma anche tra il singolo uomo e la sua stessa natura, sono conseguenza diretta della realtà strutturale e dell' artificialità e quindi irrazionalità di questa. L' artificiosità è da considerarsi sinonimo di estraneità alla natura umana. Che le strutture storiche siano artificiali anziché naturali, pur essendo state create dagli esseri umani, in modo pressoché inconscio, deriva dalla natura del processo psichico e della sua gradualità nell'apprendimento, che richiede tentativi ed errori ed approssimazioni graduali alla conoscenza. 8.1.1 - Spencer affermava, partendo dal principio dell' evoluzione delle specie, che la natura umana non sia immutabile. Affermava che “la civiltà”, che egli intendeva come il raggiungimento della comune felicità, sia parte della natura e quindi non possa non realizzarsi, grazie all' azione di circostanze favorevoli, essendo sviluppo di possibilità latenti nell' uomo. Faceva intendere che il superamento delle strutture statuali non sarebbe frutto di perfettibilità umana ma di semplice sviluppo nei limiti delle possibilità intellettive presenti. Considerava progresso evolutivo l'adattamento a forme più complesse di vita, mentre il regresso sarebbe la spinta verso modi di vita inferiori. Auspica uno stato di libertà totale dell' individuo e la realizzazione piena della propria natura. Avvertiva cioè la necessità di una liberazione dell' uomo da condizioni che sono estranee alla sua natura e che ne limitano la libertà. Non giunse però ad individuare nelle strutture statuali un corpo estraneo alla natura dell' essere umano ed alla sua progressiva evoluzione (50). 8.1.2 - Lotze riteneva irraggiungibile la felicità se non attraverso un attivo conflitto con l' errore, ossia attraverso una volontaristica lotta alla realtà strutturale statuale. 8.2.1 - Huxley riconosceva l' essenza disumana della realtà strutturale statuale. Considerava il progresso solo da un punto di vista etico e non eudemonistico. Riteneva necessario sostituire il processo “cosmico” (ossia l' evoluzione strutturale statuale) con un processo etico. 8.2.2 - Col nascere della capacità razionale ed affettiva nell' essere umano, nasce il bisogno di una socialità, non solo fisica ma anche intellettiva, che non può manifestarsi pienamente ed in modo totalmente soddisfacente a causa di una capacità organizzativa non adatta alla piena espressione del bisogno di socialità. In questo consiste l' irrazionalità delle strutture storicamente date e la necessità del loro superamento, avvertito da sempre dalla cultura più cosciente.

Indici del Capitolo 2: Natura cosmica, natura biologica, natura umana, socialità, società e strutture storiche. § 1: Evoluzione cosmica, evoluzione biologica ed evoluzione umana 1 – Evoluzione universale e concetti di progresso e di sviluppo. 2.1.1 - Concezioni neo-evoluzioniste, che riconoscono come l' evoluzione avvenga per cause naturali ancora in gran parte ignote, mentre l' adattamento gioca un ruolo del tutto secondario. 2.1.2 – Cause interne a ciascuna specie, all' origine della mutazione di specie. 2.2.1 – Adattamento attivo all' ambientale come co-agente dell' evoluzione. 2.2.2 – Adattamento all' ambiente come capace di modificare gli individui, le razze, ma solo indirettamente le specie. 2.3 – Inconoscenza della vera dimensione della bio-diversità e delle leggi di evoluzione biologica. 3 – Specie umana come specie solo casualmente più intelligente, rispetto alle altre specie che coabitano la terra. 4 – Principio antropico e finalismo insito nella natura cosmica. 5 – Irrazionalità o casualità presente nella natura cosmica e presente nella natura umana, la quale sente il bisogno di accedere ad una propria razionalità. 6.1 – Dualismo popperiano e dipendenza indiretta tra evoluzione biologica ed evoluzione storica. 6.2 – Morgan e riconoscimento dell' autonomia della logica ed evoluzione della realtà strutturale storica, rispetto allo sviluppo psichico ed al reale progresso umano. § 2: Origine del bisogno di socialità 1 – Pienezza dell' essere individuale realizzato con la soddisfazione della pienezza dei bisogni individuali e della coscienza di tali bisogni, realizzato col sorgere delle società strutturali storiche. 2 – Bisogno di socialità di ordine biologico per gli animali inferiori e di ordine psichico per gli animali superiori, che si codifica nella realtà strutturale storica, la quale consente una socialità insoddisfacente per gli esseri umani. 3 – Filosofia e concetto dell' essere assoluto, ossia essenza avente pienezza dell' essere, che nell' uomo è presente solo come potenzialità inespressa. Di qui il concetto di divinità, nell' assenza di una teoria e pratica trascendente la realtà strutturale storica. § 3: Progresso sociale e del bisogno di socialità 1- Socialità pressoché inesistente, se non come bisogno, nelle società di natura inferiore. Socialità insoddisfacente nella realtà strutturale storica e socialità pienamente espressa e soddisfacente nelle società post-strutturali o società consone alla natura umana auto-cosciente. 2.1 – Etologia e relazione presunta dell' intelligenza con la socialità manifestata. 2.2.1 – Socialità potenziale, come caratteristica fondamentale delle specie viventi e socialità manifestata come caratteristica di ogni specifico tipo di società. 2.2.2 – Essenza bio-psichica di una data specie caratterizzata dalla sua socialità potenziale e conseguente grado di adeguatezza della realtà sociale in cui la specie e la collettività specifica si trovano. 2.2.3 – Gradi di capacità comunicativa inter-individuale tra gli appartenenti alle società di natura animale, alle società strutturali storiche ed alle società post-strutturali. 3 – Concezione di alcuni antropologi secondo cui ad ogni universo strutturale corrisponda un dato “livello di integrazione socio-culturale” e dunque un dato livello di comunicatività. § 4: Natura umana e sua specifica socialità 1 - Distinzione della natura umana dalla natura cosmica e dalla stessa natura biologica, per la continua evoluzione delle proprie capacità di socialità. 2.1 – Realizzazione della pienezza dell' essenza umana attraverso la conoscenza e coscienza della propria condizione storica, determinata dalle difficoltà della propria evoluzione psicologica. 2.2.1 - Realtà strutturale storica come conseguenza del divario tra evoluzione bio-fisica ed evoluzione e progresso intellettuale, conoscitivo e di coscienza della propria condizione ed essenza autentica. 2.2.2 – Hegel ed evoluzione storica indipendente dall' evoluzione intellettuale e dipendente dall' evoluzione della “ragione”, ossia della razionalità umana. 3.1 – Individualità e socialità degli individui e loro sviluppo parallelo ed inscindibile. 3.2 – Specificità della natura umana insita nella maggiore individuazione e socialità, dove la socialità si basa sulla comunicazione paritaria tra eguali. § 5: Evoluzione e progresso delle strutture storiche e progresso umano 1.1 – Analisi delle cause, della logica e della tempistica dell' evoluzione strutturale storica e se tale evoluzione comporti un reale progresso umano e della socialità. 1.2 – Analisi scientifica del progresso umano, analizzando la natura umana, nei suoi aspetti dell' individuazione e della socialità. 2 – Epicurei e rifiuto della concezione della ciclicità storica, in una visione sostanzialmente progressista. 3 - “Illuminismo” e giudizio critico sui vari tipi di società. 4.1 – “Romantici” e concezione del movimento della storia come spirale ascendente. 4.2.1 – Romantici ed identificazione della storia umana con la realtà strutturale storica, vista come fatto positivo o naturale. 4.2.2 – Romanticismo ed identificazione dell' evoluzione storica col progresso, in ogni campo. 5.1 – Morgan e concezione della storia umana come una direzione progressiva ed univoca e dimostrazione della fallacia di tale teoria. 5.2 – Idea di progresso, nascente come necessità di giustificare moralmente e culturalmente la decadenza verso una nuova fase feudale. 5.3.1 – Evoluzione delle strutture storiche ed incremento della differenziazione individuale, sociale e culturale (seppure non costante) e crescita, non sempre positiva, della comunicazione interpersonale. Criterio oggettivo di misurazione del progresso nel grado di comunicazione interpersonale. 5.3.2 - Progresso come sviluppo soddisfacente del grado di comunicazione interpersonale, se si evita la condizione di sopraffazione-sottomissione. 5.3.3 – Progresso come avanzamento nel processo di individualizzazione. 5.3.4 – Progresso come creazione della “vera comunanza”, od incremento della individualizzazione e della socialità, oltre la realtà strutturale statuale. 5.4 – Evoluzione storica per cause endogene allo stadio evolutivo in atto o per cause esterne. “Uomo nuovo” come l' uomo cui sia venuta a noia la ciclicità dell' universo strutturale statuale ed abbia creato una valida alternativa alla realtà strutturale storica.

CAP. 2° Natura cosmica, natura biologica, natura umana, socialità, società e strutture storiche. § 1: Evoluzione cosmica, evoluzione biologica ed evoluzione umana. 1 - Le più recenti scoperte hanno dimostrato come le forme più primitive di elementi biologici siano esistiti, sulla Terra, pressoché dall' inizio del formarsi del pianeta e che quindi il prodursi della vita sia un fenomeno in qualche modo intrinseco alla essenza della materia (1). La scoperta dell' esistenza di elementi biologici nel cosiddetto “mezzo interstellare” dimostra come gli elementi base della vita si siano formati contemporaneamente al sistema solare e possano esistere in molti altri sistemi stellari (2). Il “positivismo” auspica una legge del progresso, poiché lo concepisce come inevitabile. Questa concezione trova un' appoggio scientifico nell'evoluzionismo darwiniano, e tende così a divenire una fede di tipo scientistico (3). L' “illuminismo” considera generalmente il progresso come attuato ad opera dell'uomo, assunto come fatto positivo, in base a determinati parametri stabiliti a priori, che assume anche il significato di sviluppo (della produzione e della società mercantile, ossia del mercato). 2.1.1 - Il “neo-evoluzionismo” afferma che l' evoluzione avvenga in modo naturale od automatico e la selezione o le condizioni ambientali influiscono sull'evoluzione stessa in modo indiretto, ossia determinino caratteristiche secondarie od adattative dell'evoluzione stessa. Il “neo-darwinismo” appare una concezione genetica accettabile. Esso afferma che l' evoluzione delle specie avvenga per cause puramente naturali, ossia vi sia un filone centrale dell' evoluzione, che prescinde dal condizionamento ambientale, limitandosi quest'ultimo a valorizzare gli aspetti secondari delle specie, rendendole capaci di adattarsi alle mutevoli condizioni ambientali. Questo esclude anche l'ipotesi di un'influenza delle strutture storiche e della loro evoluzione sulle capacità psichiche potenziali della specie umana e delle specie viventi in generale. L' evoluzione naturale avviene in modo da favorire le caratteristiche più innovative e progressive delle varie specie. Questo in netto contrasto con la realtà strutturale storica in genere e statuale in particolare, dove viene favorito chi è più violento o più astuto o maggiormente sopraffattore e dunque chi è moralmente il peggiore ed il meno evoluto. 2.1.2 - L' entomologo Kinij “Imanishi, come tanti evoluzionisti prima di lui, pensava che il passaggio di specie sia determinato non dalla selezione naturale, ma da cause interne, simili, noi pensiamo, all' 'élan vital' di Bergson” (4). Questo affermava tempo fa l' entomologo Giorgio Celli, riconoscendo come la “selezione naturale” non sia in grado di spiegare la mutazione di specie. 2.2.1 - L' evoluzione, intesa come condizionata o determinata dalla “selezione naturale”, pur invocata e citata costantemente come fosse un dogma (o paradigma di assioma scientifico) dalla “scienza ufficiale”, finisce per essere apparentemente dimenticata ogni volta ci si trovi davanti a specie di viventi che, adattandosi a condizioni ambientali specifiche od anomale rispetto alla generalità dei viventi sulla Terra, dimostrino caratteristiche biologiche originali o diverse dalla “norma”. E' il caso dei micro-organismi rinvenuti nello Yosemite Park, considerati “alieni” in quanto vivono in un ambiente ricco di arsenico (5). Tutto questo dimostra come ad agire non sia la cosiddetta “selezione naturale”, ossia un adattamento passivo all'ambiente, ma un adattamento attivo all' ambiente, come co-agente dell'evoluzione, le cui cause esulano dall' ambiente terrestre ma non dalla natura cosmica, che è insieme: inorganica, organica e vitale. 2.2.2 - La recente genomica ambientale “studia il collegamento tra l' espressione dei geni e le condizioni esterne”. Da questi studi emerge chiaramente come le condizioni ambientali possano modificare le variazioni interne a ciascuna specie, tra razza e razza o tra individuo ed individuo, in rapporto alle condizioni ambientali, ma evidenzia come le condizioni ambientali non modifichino le specie, se non favorendone alcune a scapito di altre (6). Il sorgere dell' “epigenetica”, come nuova scienza, stà dimostrando come il comportamento degli individui possa essere trasmesso alla discendenza, senza coinvolgere il patrimonio genetico, ma non è escluso che possa gradatamente e cumulativamente coinvolgere i geni, determinando una mutazione genetica derivante dallla mutazione comportamentale. Questo può spiegare maggiormente l' evoluzione biologica, rispetto all' adattamento casuale all'ambiente, teorizzato da Darwin (7). 2.3 - Lo studio della biodiversità dimostra come, oltre alle specie censite (che ammontano ormai ad 1,5 milioni) se ne possa ipotizzare l' esistenza complessiva di circa 7 milioni, mentre ne emergono circa 10.000 l' anno, ed occorreranno quindi vari secoli per censirle tutte. I biologi teorizzano la vita come una grande ragnatela in continua espansione. Mentre fino a poco tempo fà si ipotizzava la vita come compresa nelle tre categorie catalogate come: batteri, archaea ed eucarioti, ora si scopre come esistano molti altri tipi di “superfamiglie di geni”, appartenenti, forse, ad un quarto inedito dominio, oppure si possano ipotizzare infiniti “dominii”, in una ragnatela pressoché infinita (8). 3 - Recenti scoperte archeologiche hanno permesso di appurare come l' “homo neandertaliensis” fosse almeno intelligente quanto il “sapiens sapiens” , se non in misura maggiore, dato il maggiore volume del suo cervello. Infatti queste scoperte archeologiche hanno dimostrato che questa specie, che abitava l' Europa 44.000 anni fa, vivesse in quello che noi definiamo universo strutturale stratificato, dato il tipo di ornamenti utilizzati, con funzioni estetiche e simboliche e come utilizzassero il fuoco in modo permanente (9). Questo dimostra come possano esistere e siano indubitabilmente esistite specie viventi più dotate della specie umana ed altre possano esistere, non solo in altri pianeti. 4 - Il “principio antropico”, pur non postulando l' esistenza dell' universo cosmico in funzione dell' uomo, tuttavia assume l' esistenza dell' uomo come base delle costanti naturali, essendo la natura generale logicamente collegata e dipendente dalla natura umana. Tale concezione contempla un' implicito finalismo naturale (10), insito nella natura cosmica. 5 - La natura pre-umana può trovarsi occasionalmente in contrasto con la natura umana, la quale ultima evolve con criteri autonomi e diversi rispetto alla natura pre-umana. Vi è un' irrazionalità, o per meglio dire una casualità, insita nella natura cosmica che è inevitabile, ed è analoga all' irrazionalità vera e propria presente negli esseri umani. Alcuni scienziati hanno dimostrato come l' irrazionale, o meglio il caso, sia connaturato con la stessa natura cosmica e biologica. Nella fisica subatomica l'irrazionale è insito nella stessa meccanica quantistica e nell' esistenza di particelle anomale. A livello genetico l' irrazionalità è insita nei processi genetici anomali, come è il caso delle piante mutanti che non seguono le leggi genetiche. Le mutazioni genetiche seguono precise leggi, salvo le anomalie “casuali” (11). Tuttavia l'uomo mira a trascendere l' imperfezione della natura, la razionalità essendo definibile non come perfezione ma come sinonimo di piena umanizzazione dell'uomo, ossia piena realizzazione dell' umano. 6.1 - Popper distingueva tra: tendenze condizionali, spesso confluenti in leggi scientifiche, e “tendenze assolute” o dogmi anti-scientifici (12), tra cui collocava le “profezie”. Popper definiva mondo “fisico chiuso” (13) un universo fisico deterministico (sia pure con ampi margini di casualità), che Popper ed alcuni fisici definiscono indeterminista, ove non sia possibile creare interferenze dall' esterno “del sistema chiuso di entità fisiche” (14). Tale concezione si attaglia alla realtà strutturale storica. I deterministi considerano il caso come alternativo al determinismo (15), anziché come una determinazione indiretta, dove anche il tipo di legame “indiretto” è determinato. Popper postulava un dualismo, che definiva dicotomia, tra possedimento di un organo e suo uso (in analogia alla dicotomia tra evoluzione biologica ed evoluzione sociale o strutturale) (16). Egli poneva tale dualismo in antitesi col “monismo genetico”. Associando tale concezione al darwinismo, lo portava a considerare l' evoluzione biologica come sottesa e dipendente dall'evoluzione strutturale (17) in modo meccanico. Egli, tuttavia, considerava la dipendenza dell' evoluzione biologica dall' evoluzione strutturale come indiretta od agente attraverso la “selezione naturale” od ambientale (18). Si può ipotizzare la possibilità del sorgere di un “uomo nuovo” in seguito al superamento delle strutture storiche (ipotesi, peraltro, già formulata in modo strumentale dall'impostura del “marx-leninismo”). 6.2 - Morgan, pur teorizzando un' influenza fondamentale del progresso tecnico-scientifico sull' evoluzione storica, tuttavia riconosceva che “le invenzioni e le scoperte” siano tra di loro in una relazione progressiva, mentre le istituzioni “si sviluppano l' una sull' altra” ossia non costituiscono un reale progresso poiché, egli diceva, si sono tutte venute sviluppando da pochi germi primari “di pensiero”, avendo precise componenti in comune. Rispondono, cioè, ad un' unica logica e si evolvono con logica propria, estranea alla volontà, alla coscienza ed al reale progresso umano. Morgan affermava che l' evoluzione strutturale storica sia predeterminata e stabilita entro precise variabili, a loro volta indirettamente connesse con la logica della psiche umana. Poiché la psiche è in continua evoluzione, l'evoluzione strutturale può venire in conflitto con l' ulteriore sviluppo psichico, come ipotizzano le teleologie di varie filosofie e religioni (19). § 2: Origine del bisogno di socialità 1 - La pienezza dell' essere ha diversi livelli o manifestazioni. Se per pienezza dell'essere si intendesse la totalità dei bisogni individuali od intrinseci, ossia rivolti alla soddisfazione della sola individualità od essenzialmente fisiologici, si può facilmente evidenziare dall' analisi della realtà biologica come non tutti gli organismi biologici (delle varie specie viventi) siano giunti, se presi singolarmente, a tale stadio di individuazione. Infatti specie quali: formiche, termiti ed api, raggiungono la pienezza dei bisogni individuali od intrinseci (ossia l' unità fisiologica) solo nell'insieme degli elementi che compongono il nido (formicaio, termitaio od arnia), ossia l' insieme degli elementi maschili e femminili fecondi ed elementi maschili e femminili sterili (ossia l' insieme dei vari elementi biologici). Questi elementi biologici costituiscono solo parti (simili alle cellule degli organismi fisiologici) della totalità dell' essere individuale con pienezza di bisogni intrinseci od, appunto, individuali. Tali “individui”, che in alcune specie sono costituiti da una coppia di elementi biologici: maschio e femmina fecondi, hanno scarsi bisogni sociali ed i rapporti con altri complessi individuali sono basati pressoché esclusivamente sui conflitti casuali, derivanti dalle esigenze ecologiche di coesistenza. In specie più evolute, individualità fisiologica ed individualità biologica si identificano e coincidono ed i bisogni sociali entrano in rapporto con la stessa individualità fisiologica, in quanto la riproduzione sessuata richiede rapporti tra individui fisiologici diversi. Nelle società naturali di tipo animale manca però la coscienza dell' individualità. Gli individui biologici componenti la società di natura inferiore hanno coscienza di essere nient' altro che parti di un'organismo a cui sono legati in modo anche fisiologico, sebbene ciascun individuo possieda, a livello biologico, la pienezza dell' individualità. Infatti la stessa riproduzione e sessualità è sottesa alla gerarchia presente nell' organismo sociale. Si ha quindi una coscienza individuale unica per ogni singola società o gruppo familiare. I rapporti sociali od inter-individuali sono limitati, quindi, a livello di coscienza, ai rapporti di tipo ecologico con le società naturali attigue o vicine. La pienezza dell' essere individuale si raggiunge con le società strutturali storiche. 2 - La natura organica si è evoluta adattandosi alla natura inorganica, ma negli ultimi secoli è soprattutto la natura inorganica ad essere posta nelle condizioni di adattarsi alla natura organica ed agli organismi che popolano la terra, non solo per l' influenza che viene loro attribuita da alcuni climatologi sull' evoluzione del clima, ma perché da sempre l' essere umano costringe la biosfera ad adattarsi alla propria natura ed alle proprie esigenze, siano esse alimentari o di altro genere. La socialità biologica ha origine dai bisogni genetici e psico-fisici dell' accoppiamento a fini procreativi, condizione comune a tutte le specie sessuate e non ermafrodite. Il suddetto bisogno, generando la socialità, si esprime attraverso i rapporti parentali per le società naturali animali e nelle strutture sociali cristallizzate col costituirsi delle strutture storiche. Gli animali inferiori hanno un' istintualità biologico-chimica che determina i loro bisogni fisici anche nel campo della socialità, la quale è essenzialmente limitata al bisogno fisiologico. Negli animali superiori, quali i mammiferi, la socialità non è limitata ai bisogni fisiologici ma assume caratteristiche spirituali, ossia necessita di comunicazione affettiva e razionale. Quest' ultima forma del bisogno di socialità appare determinata ancora da un' istintualità, seppure di livello superiore. Questo fatto, in quanto non implicante una coscienza razionale del bisogno spirituale di socialità, determina un perseguimento della soddisfazione di questo bisogno in modi scarsamente efficaci. Tale istintualità genera, infatti, una concezione della realtà di tipo irrazionale, in quanto scissa dal rapporto diretto col bisogno di socialità. La suddetta concezione della realtà finisce quindi per giustificare e considerare naturale la condizione strutturale, la quale è invece palesemente inadatta alla soddisfazione del bisogno di socialità. Le strutture storiche sono la estrinsecazione e codificazione di un dato grado di soddisfacimento del bisogno di socialità. Il generale senso di insoddisfazione del bisogno di socialità è la prova della raggiunta necessità del superamento della realtà strutturale storica. 3 - La filosofia concepisce un essere assoluto, teorizzato come un' essenza avente la pienezza dell' essere, ossia la pienezza delle facoltà che ne consentono la piena realizzazione o soddisfazione. Tale concezione è assunta dalle religioni che identificano tale essenza con la divinità e la personalizzano in un' essenza extra-umana e super-umana. Trasformano cioè un' entità concettuale puramente teorica, come proiezione di una potenzialità concretizzabile in futuro, in un' entità reale a cui attribuiscono la caratteristica dell' eternità od almeno dell' immortalità. Il “cristianesimo”, nella forma maturata in epoca “medievale”, ha fatto incontrare queste entità parallele con lo spirito, supposto sopravvivente, dei defunti. La mitologia delle religioni si basa dunque su concezioni filosofiche monche e contraddittorie, in quanto non consentono di individuare sbocchi teorici e realistici alla realtà strutturale in una realtà a-strutturale e pienamente socialitaria o realizzante la piena socialità in armonia con la piena individuazione dei singoli. § 3: Progresso sociale e del bisogno di socialità 1 - Nelle cosiddette società di natura inferiore o società pre-strutturali, la socialità è pressoché inesistente, sebbene esista come bisogno, il quale però resta inespresso, essendo espresso unicamente come fatto di ordine puramente ecologico. Con la metamorfosi agli universi strutturali pre-statuali la società si reifica, ossia acquista una sua personalità autonoma rispetto ai suoi componenti, divenendo un super-organismo con autonoma coscienza ed essenza. Tale super-organismo diviene più complesso e completo nell' universo strutturale statuale. Col superamento della realtà strutturale tutta l' umanità si identificherà in ogni individuo ed ogni individuo si identificherà con l' insieme della società, la quale si perpetuerà attraverso il susseguirsi delle generazioni, ma i singoli individui sopravviveranno spiritualmente nella società per il contributo non solo fisico ma soprattutto spirituale che avranno dato al progresso della società e della socialità. 2.1 - Recenti ricerche hanno dimostrato come i gatti abbiano un numero di neuroni circa doppio rispetto ai cani (300 milioni rispetto ai 160 milioni dei cani). I cani però hanno sviluppato una socialità molto maggiore rispetto ai gatti. Per tale ragione vengono considerati più intelligenti dei gatti, attribuendo l' intelligenza alla manifestazione dell' essere ed in particolare alla manifestazione della socialità (1). 2.2.1 - La natura delle specie viventi muta col mutare del grado di socialità che possono esprimere. La socialità, o meglio il grado di socialità che ciascuna specie può manifestare muta, con l'evoluzione fisica e biologica, ed è essa stessa un'elemento dell' evoluzione complessiva di ciascuna specie. Le comunità animali, come i formichieri e gli alveari presentano un grado di socialità molto limitato: nullo o quasi sul piano psichico, seppure grande sul piano bio-chimico. Questo determina società naturali, in quanto la socialità è corrispondente al grado di intellettualità dei componenti la società stessa: vi è una socialità interamente determinata dai linguaggi bio-chimici della comunicazione inter-individuale e non dipendente dalla psichicità, differenziata, dei singoli individui. Tali società non necessitano, quindi, di meccanismi strutturali atti a compensare la differenziazione dello sviluppo psichico dei soggetti. A ciascun grado di evoluzione di potenzialità sociale corrisponde un determinato ventaglio di possibili strutture sociali. Il grado di socialità manifestato dall'umanità determina il tipo di struttura storica in atto. Ad un grado di socialità minima, corrispondente ad un livello intellettivo minimo, corrisponde il cosiddetto stato di natura primordiale od assenza di strutture. Le strutture storiche si interpongono tra l'uomo e la natura. La socialità umana è determinata dal suo grado di sviluppo naturale od intellettivo. Ad ogni stadio di socialità manifestata corrisponde un determinato tipo di struttura sociale, la quale orienta e determina l'uomo, come una seconda natura. Questo, finché la crescita delle facoltà intellettive umane non consenta il crearsi di una nuova forma di società. Tale genesi può avvenire in modo inconscio o consapevole, a seconda del grado di sviluppo delle facoltà intellettive stesse. 2.2.2 - Hegel affermava che la storia evolva non secondo le categorie dell'intelletto, ma della ragione (riconoscendo, implicitamente, come la ragione umana progredisca molto a rilento non essendo ancora riuscita a superare l' irrazionalità insita nella realtà strutturale). Hegel dava, in tal modo, la ragione della necessità della presenza di un fatto estraneo alla natura umana, quale la realtà strutturale storica, appunto perché considerava l' evoluzione “razionale” scissa dall' evoluzione psichica. Questo evidenzia la necessità di un processo adatto alla crescita “razionale”, come condizione del progresso sociale al di là delle strutture storiche. 2.2.3 - Se vi è, nel campo della materia inorganica, una forma di comunicazione non ancora completamente nota: si conoscono le correnti di vario genere, i raggi di onde e particelle, ecc.; nel campo biologico, delle specie pre-umane, si ha una comunicazione parziale ed imperfetta. Per gli animali evolutivamente molto inferiori all' essere umano e privi di una effettiva socialità, la costituzione di una società conforme alla loro essenza bio-psichica naturale è pressoché automatica o “naturale”, per la collettività di cui i singoli fanno parte. Questo in quanto la capacità comunicativa e psichica è molto limitata. Per gli animali più evoluti socialmente, quali: i cani, i lupi, i cavalli, ecc., l' adattabilità della società alla loro essenza bio-psichica appare più difficile. Già da questi livelli di evoluzione bio-psichica emerge il divario tra grado di evoluzione bio-psichica e grado di soddisfazione delle esigenze socio-comunicative. Ne è sintomo la sessualità di alcune specie animali, quali: leoni, giraffe, delfini, macachi, la quale non è più volta esclusivamente alla riproduzione ma fà parte della socialità degli individui di queste specie (2). Si creano così delle strutture sociali primordiali, che consentono di incanalare e dare una certa soddisfazione alle esigenze sociali e di comunicazione. Si crea quindi l' universo strutturale dell' orda o della banda, in cui vivono varie specie di animali, quali i lupi, i cavalli allo stato brado, ecc. I primati, quali le scimmie delle varie specie, vivono stabilmente nell' universo strutturale della banda. Non è possibile sapere se gli animali inferiori all' essere umano percepiscano il limite imposto dalla realtà strutturale in cui vivono, alla soddisfazione del loro bisogno di socialità. Se il sorgere della specie dell' homo sapiens può essere indicato dal nascere di un linguaggio complesso, indicante l' avvenuta acquisizione della possibilità di comunicazione, se non totale almeno assai profonda tra gli individui della stessa specie, essendo anche di tipo verbale, tuttavia il sorgere della specie homo sapiens non ha creato immediatamente l' esigenza o l' esito di strutture sociali radicalmente nuove. Le strutture statuali, se paiono appannaggio della sola specie umana, non sono tuttavia radicalmente diverse dalle strutture pre-statuali e non rispondono alle nuove esigenze di libertà ed eguaglianza proprie della specie umana e dunque non sono da ritenere connaturate all' uomo né adatte pienamente a questi. A livello umano la comunicazione, pur essendo più complessa, non è pienamente soddisfacente per le esigenze intellettive dell'essere umano. L' essere umano ha però le potenzialità intellettive per rendere la comunicazione interpersonale pienamente adeguata alle proprie esigenze psichiche. L' affettività e la socialità che ne deriva costituiscono l' essenza fondamentale dell'essere umano. La realtà strutturale e le religioni in particolare, creano bisogni distorti rispetto al bisogno di socialità; creano cioè essenzialmente un' amore per la realtà strutturale in atto, che viene deificata, identificandola di fatto con la divinità. 3 - L' inverarsi di un dato tipo di universo strutturale storico è correlato ad un dato livello di comunicatività umana (3). Gli antropologi E. Service e M. Sahlins hanno classificato le società in base a “livelli di integrazione socio-culturali”. Tale classificazione implica la concezione di uno sviluppo dell' integrazione culturale, ossia della comunicazione. Tale concezione presuppone che nelle strutture pre-statuali si configuri una comunicazione interpersonale più limitata rispetto alle strutture statuali (4). § 4: Natura umana e sua specifica socialità 1 - La natura umana presenta caratteristiche di base originali ed autonome rispetto alla natura biologica generale. Questo è dovuto alla socialità di tipo nuovo realizzata dagli esseri umani, basata su una più elevata individuazione. La natura umana è in continua evoluzione e quindi definibile con parametri atti a misurare una realtà in continua evoluzione, la cui meta è definibile solo in base ai dati di partenza. 2.1 - La conquista della conoscenza e della coscienza ha comportato, per l' uomo, la fatica del lavoro e l' infelicità derivante dalla realtà strutturale storica. La mitologia “biblica” parla di punizioni (fatica del lavoro e morte) divine, a causa del desiderio dell'uomo di ricercare “il frutto dell' albero della scienza del bene e del male”, ossia di ricercare di conoscere la natura della propria condizione storica, individuarne le cause e rimuoverle, determinando le condizioni della realizzazione della pienezza della propria essenza. Il mito “biblico” deriva dal bisogno di attribuire ad altre entità le pene e le sofferenze che un' impresa necessaria ed inevitabile comporta. Vi era inoltre l'esigenza di innalzare un muro di inconoscibilità sulla realtà strutturale storica. Il mito “biblico” rendeva peraltro la divinità causa seconda della condizione umana. Questo, sebbene sia volto a non far ritenere la divinità non responsabile del “male” della condizione umana, declassa la divinità, creando una contraddizione. In realtà il “male” non nasce all' interno dell' uomo ma gli viene dall' esterno, ossia dalle difficoltà derivanti dalla sua evoluzione psicologica, la quale ultima, ad un dato stadio, ha determinato la realtà strutturale storica. 2.2.1 - Le strutture storiche sono la conseguenza del divario che si produce tra evoluzione naturale o bio-fisica e progresso intellettuale e conoscitivo. Tale divario crea nell'uomo la coscienza di un' inadeguatezza della realtà sociale rispetto alle sue esigenze di socialità e dunque la percezione della innaturalità della realtà strutturale storicamente formatasi. L'uomo primordiale, od ominide, aveva un'istintualità tesa alla socialità ma una socialità effettiva molto bassa od inesistente. La creazione di strutture pre-statuali, determinata dal crescere dei bisogni economici, ha determinato un progresso nella socialità manifestata o vissuta, sebbene accompagnata da conflittualità e violenze più o meno marcate. Vi è quindi un conflitto manifesto tra natura essenziale dell'uomo che tende ad una socialità priva di conflitti e violenza e la realtà strutturale che implica una socialità conflittuale e spesso violenta. Tale realtà strutturale è dunque inadeguata alla manifestazione piena della socialità dell'uomo, nascente dal suo bisogno innato e sviluppantesi in rapporto allo sviluppo intellettivo. Lo sviluppo ulteriore delle capacità intellettive e della coscienza sociale dell'uomo condurranno al superamento delle strutture storicamente date. 2.2.2 - Gian Franco Minguzzi elenca tre criteri per indicare la realtà psicologica dei gruppi sociali: 1        il sentimento di essere “insieme”, 2        l’ influenza che ha sul soggetto il partecipare ad un gruppo, 3        l’ interazione fra i membri. Il primo criterio è complementare al terzo, in quanto l' interrelazione ha una sua realtà psicologica, ossia è psicologicamente percepita (1). Minguzzi riferisce come molti psicologi ritengano che le strutture si formino per fornire “autocomprensione” (2), evitando incertezze, insicurezza ed angoscia. Ma questa non è l' analisi delle cause profonde (mancanza di comunicazione soddisfacente) della costituzione delle strutture ma delle cause immediate di adesione ad esse. 3.1 - La generalizzazione della realtà strutturale storica deriva dall' esigenza di corrispondere ad un dato stadio di sviluppo del grado di manifestazione dell' essere. La ineluttabilità della realtà strutturale storica determina un dualismo nel comportamento umano, che assume l' irrazionalità del doversi adattare ad una realtà per la quale sente avversione ed a cui è continuamente tentato di ribellarsi. La realtà strutturale storica non ha valore universale ma generale, essendo estranea agli autentici bisogni umani, fonte quest'ultima di ogni universalità. L' esistenza delle strutture storiche è giustificata dal fatto che i bisogni effettivi degli individui sono inautentici e tra loro contraddittori nonché contraddittori con i bisogni di altri individui. Ove i bisogni degli individui siano realmente autentici o coerenti con le loro tendenze profonde, la società acquisirebbe norme di valore universale, superando il conflitto tra individui e società e degli individui tra loro (3). Nella società animale naturale od inferiore non si ha potere, non avendosi distinzione tra individualità e collettività e questo dato il basso livello intellettivo e l' assenza di coscienza di sé e della socialità. Col sorgere delle strutture si crea una frattura tra individualità e collettività, che determina il massimo di potere sull' individuo, potere che và via via attenuandosi coll' emergere dell' individualità e può scomparire se l'individualità si accompagnerà ad una socialità pienamente cosciente e soddisfacente del bisogno di socialità proprio dell'essere umano (4). Piotr Kropotkin riconosceva come “socialità” ed “individualità” siano inscindibilmente connesse ed evolvano in sintonia (5). Si può ritenere che la dimensione puramente individuale dei singoli sia inscindibile dalla loro dimensione sociale. Se questo è vero, se ne può dedurre che la socialità dei singoli sia tanto maggiore quanto più profonda sia la loro individualità, ossia la loro conoscenza e coscienza di se e la soddisfazione dei propri bisogni naturali. Ne conseguirebbe, altresì, l' esigenza di un legame inscindibile dell' uomo con la società. 3.2 - La specificità della natura umana non stà in un presunto “salto ontologico” ma in un maggiore progresso nel campo della socialità e dell' individuazione (6). La natura materiale dell'uomo è soggetta alla natura spirituale od intellettiva nei suoi sviluppi culturali, razionali e scientifici. La natura spirituale dell'uomo, dominando la natura materiale dell' uomo stesso, acquisisce coscienza della propria libertà. Se nella natura fisica e nella natura della realtà strutturale storica vi è la legge del prevalere della forza maggiore, nella natura umana vi è la legge della comunicazione paritaria degli uguali od equivalenti e quest' ultima natura induce a ritenerla totalmente estranea alla legge del prevalere del più forte e dell' esistenza stessa di una forza maggiore o minore, tra esseri umani eguali. § 5: Evoluzione e progresso delle strutture storiche e progresso umano 1.1 - Le concezioni filosofiche della natura umana e della realtà strutturale storica indicano con una certa chiarezza l' esigenza di conoscere le cause dell' evoluzione storica, il suo reale andamento, e se tale evoluzione comporti o meno un effettivo progresso umano e sociale. Tenteremo, perciò, di enucleare una concezione dell'evoluzione storica capace di rispondere pienamente a criteri di scientificità, con gli intenti suddetti. 1.2 - Occorre applicare il concetto di progresso alla natura umana, scientificamente analizzata, nei suoi due aspetti di progresso dell' individuazione e della socialità. 2 - Gli epicurei rifiutarono la filosofia della storia tipica della cultura greca: la teoria della ciclicità storica. Teorizzarono un progresso della condizione umana: crearono cioè una filosofia positivistica e materialistica. Tuttavia non osavano parlare di un progresso in atto, proiettantesi nel futuro. 3 - La teoria “illuminista” dava un giudizio critico alle varie società che si susseguono, riconoscendone implicitamente la carenza sul piano umano e sociale. 4.1 - Bury, come i pensatori “romantici”, ritenne di poter adattare la teoria vichiana alla teoria del progresso, ritenendo che la ciclicità non riporti l' umanità periodicamente al punto di partenza ma che il movimento della società acquisti un'ascesa a spirale. In realtà non si ha ritorno all' esatto punto di partenza solo se la scienza non regredisce del tutto nella fase feudale ma conserva alcuni elementi del progresso accumulato nella precedente fase mercantile. Si ha, in tal caso, un sostanziale ritorno al punto di partenza sul piano sociale, economico e culturale ma un avanzamento sul piano conoscitivo o scientifico che giustifica, seppure in misura ridotta e selettiva, l' idea di un'evoluzione a spirale (1) ascendente. 4.2.1 - Con il “romanticismo” (che includeva “idealismo” e “positivismo”), per progresso si intese l' evoluzione storica, come successione indefinitamente progressiva (fino a concepire periodi di “apparente regresso” come condizione al successivo progresso). La storia assunse qualità positive: “ragione assoluta, spirito infinito”, considerata capace di autodeterminazione senza l' intervento umano, senza vedere in questo un' elemento di irrazionalità o disumanità. 4.2.2 - La teoria “romantica” giudicava ugualmente positive ogni tipo di società, essendo cultrice dell' evoluzione in se, considerata espressione ed essenza del progresso. Il concetto di progresso lo si applicava a tutti i campi: alla tecnologia, allo sviluppo produttivo (identificato a sua volta con lo sviluppo economico), al tenore di vita, all'industrializzazione, alla politica, alla vita etica, alla filosofia, alla ricerca scientifica, ecc. (2). 5.1 - Morgan affermava che l' evoluzione univoca (od indirizzata in un' unica direzione) della società umana sia da ritenersi scientificamente provata in base allo studio “esaustivo dell' uomo e delle sue conquiste” (3). Se, per evoluzione univoca si intende un' evoluzione sostanzialmente convergente e concretizzata in un progresso effettivo, in conseguenza del succedersi dei vari universi strutturali, si può ritenere che vi sia qualcosa di rispondente al vero. Non è tuttavia evidente che tutti i popoli seguano od abbiano seguito la medesima successione di universi strutturali. Inoltre si hanno le prove di regressioni periodiche, secondo la ciclicità ben definita ed accertata, le quali fanno parte dell' evoluzione dell' universo strutturale statuale. Questo dimostra quanto le strutture storiche siano estranee alla natura umana. Lo stesso Morgan affermava di trovare, nel diciottesimo secolo, esempi di organizzazioni tribali in Europa, e precisamente in Irlanda ed in Scozia (4). Nel ventunesimo secolo non appaiono esservi esempi meno numerosi di tale fenomeno. Si tratta prevaletemente di sopravvivenze di strutture pre-statuali nelle strutture statuali, ma anche tentativi di ritorno alle strutture pre-statuali da parte di popoli che da millenni vivono in strutture statuali. Questo è da ascriversi al generale conservatorismo di chi ama le tradizioni ed al rifiuto della “civiltà” rappresentata dalle strutture statuali, considerate meno “civili” e più inumane delle sesse strutture (od universi strutturali) pre-statuali. Pertanto l' identificazione dell' “evoluzione storica” con una direzione progressiva della storia umana è un concetto falso, fuorviante e contrario alla effettiva condizione umana nella realtà strutturale storica, anche perché non distingue tra evoluzione storica, evoluzione strutturale e progresso strutturale. 5.2 - John Bury affermava che l' idea di progresso implichi il considerare l'evoluzione storica come un movimento in una direzione desiderabile. Avvertiva come vi fossero, invece, chiari sintomi di un' evoluzione in senso contrario a quello desiderabile. Affermava che l' idea di progresso implichi che il processo storico sia il risultato necessario della natura umana e non derivante da una volontà esterna, poiché quest'ultima non ne garantirebbe né la continuità né l' esito finale, salvo attribuire a tale volontà esterna la qualità di provvidenza. Bury affermava che la dottrina del progresso, inteso come avanzamento illimitato nel futuro, è propria dell'“età moderna” (ossia della fase mercantile del ciclo “medievale – moderno – post - moderno”) (5). In realtà l' idea di progresso appartiene essenzialmente al momento della crisi della fase mercantile: questo perché le spinte nel senso di una nuova fase feudale devono trovare una giustificazione morale e sociale. L' idea di progresso non emerge infatti se non si verifica decadenza verso una nuova fase feudale: In tal caso, avendosi coscienza del decadimento imminente od in corso (come era nella Roma dei secoli successivi al II dell' era volgare) si ha la necessità di esorcizzarlo teoricamente. 5.3.1 - Le strutture storiche, nella loro evoluzione, determinano le seguenti conseguenze sulla socialità umana: una differenziazione individuale, sociale e culturale crescente, una comunicatività interpersonale a sbalzi, non sempre crescenti, ed infine una integrazione decrescente degli individui nelle strutture sociali. Il fatto che la comunicatività cresca col crescere della differenziazione inter-individuale può far ritenere che occorra accrescere ulteriormente la seconda per realizzare compiutamente la prima. In realtà la differenziazione inter-individuale ha raggiunto un livello tale per cui, proprio tale differenziazione appare contrastare la crescita ulteriore della comunicatività. E' dunque evidente come per realizzare una comunicazione interpersonale soddisfacente occorra mirare ad una egualizzazione di tipo diverso da quella realizzata dalle strutture pre-statuali (dove si crea una egualizzazione nell' irrazionalità). J. J. Rousseau affermava che la comunicazione segua un progresso graduale a causa della carenza dei mezzi espressivi e per la carenza di bisogni od incentivi volti a realizzare tale progresso (6). Si può affermare che, misurato in base al progresso comunicativo, si abbia un effettivo progresso sociale, sia esso strutturale o meno. Un salto qualitativo nella comunicazione interpersonale determinerà un salto qualitativo oltre alle strutture storiche. Rousseau attribuiva alla perfettibilità (e dunque alla presente imperfezione) dell' uomo, l'infelicità causata dalle strutture storiche (7). 5.3.2 - Una certa tendenza della psicoanalisi freudiana contemporanea, ossia la psicoanalisi lacaniana, definisce l' inconscio come la realtà strutturale interiorizzata, considerando la realtà strutturale in evoluzione. Questi psicologi, considerano la non adesione od integrazione in tale realtà evolutiva (che definiscono “simbolico”), come follia, definita “totalità immaginaria dell' io”. In questo, essi non si discostano dalla filosofia novecentesca di: Heidegger, Wittgenstein ed Adorno. Con il termine “l'originario” indicano la naturalità animale da cui occorre emancipare il bambino, attraverso il potere naturale genitoriale, il quale implica repressione sessuale in presenza della realtà strutturale stessa. La realtà strutturale storica è concepita come un passaggio inevitabile nel processo progressivo dell' umanità, anche a livello individuale. La psicoanalisi lacaniana teorizza una generale nevrosi o socialità disturbata in quanto caratterizzata dal rifiuto della percezione dei “desideri degli altri”, limitandosi a percepirne la domanda, essendo tali “desideri” alterità od estraneità rispetto al soggetto. La “nevrosi” sarebbe dunque la condizione normale dell' essere umano nella realtà strutturale. Chi sfugge a tale “nevrosi” cade nell'“angoscia”, derivante dalla “percezione dei desideri dell' altro” e nella depressione, caratterizzata da sofferenze autodistruttive. La socialità non nevrotica è basata sulla coesistenza delle “tendenze” dei singoli con le analoghe “tendenze” degli altri. Il grado di soddisfazione del bisogno di socialità non dipende direttamente dalla realtà sociale in atto ma da ciò che il soggetto riesce ad esprimere nel rapporto con gli altri. Tuttavia il rapporto che ciascun individuo riesce ad instaurare con gli altri non può prescindere dal grado di socialità di quelli con cui interagisce. Pertanto la socialità del soggetto è fortemente condizionata dalla socialità delle persone con cui il soggetto interagisce. In tal modo il soggetto ne trae, oltre al condizionamento, il necessario aggancio col grado di manifestazione dell' essere medio del tempo o della realtà in cui vive. La socialità dei singoli si misura in rapporto alla capacità di instaurare e conservare rapporti interpersonali profondi ed equilibrati, dove l'equilibrio è inteso come assenza di ogni forma di sopraffazione-sottomissione. La profondità dei rapporti interpersonali sarà misurato dal grado di comunicazione reciproca, la cui massima intensità sarà tale da consentire di evitare elementi di sopraffazione – sottomissione. 5.3.3 - Karl Marx affermava che l' evoluzione strutturale rappresenti un “processo di individualizzazione”, attraverso cui si costituisce l' individualità da una primitiva gregarietà. In effetti il passaggio o metamorfosi tra i vari universi strutturali storici delinea un accrescimento progressivo dell' “individuazione” od “individualizzazione” dei soggetti, in contrasto con la primitiva indistinguibilità tra soggettività dei singoli ed oggettività della collettività. In tal senso si può parlare di progresso, in rapporto all' evoluzione tra i vari universi strutturali (8). 5.3.4 - Luigi Pareyson affermava che la verità crei “comunanza” e che il fatto comune sia realizzabile solo fra “simili” e fra “persone (o meglio tra individui), non potendo sussistere nella massa” in cui non c' è vera comunità perché non c' è singolarità (9). “La vera comunità è similarità: approfondimento della personalità e della singolarità, non loro negazione”. La creazione della vera “comunanza” è considerata dal Pareyson necessaria al superamento del male in seno all' umanità, costretta entro il “compìto”, estraneo alla “natura” (10). L' individuazione progredisce, quindi, parallelamente al crescere della socialità, ed entrambe sono indispensabili per qualificare l' autentico progresso umano. 4.- L' uomo nuovo, auspicato dal “marxismo” allorché parla della realizzazione del “comunismo”, è in contraddizione con l' insieme della stessa ideologia monista ed immanentista creata da Marx. Se, infatti, l' uomo non è che il “prodotto della storia” non si vede come questa possa essere superata ne come possa creare un uomo nuovo, autocosciente ed in grado di trascendere la realtà storica. Questo implicherebbe una contraddizione implicita alla storia stessa, che ne impedirebbe il funzionamento. Tuttavia tale concezione pare non essere solo un elemento necessario al completamento dell' ideologia. Deriva altresì dalla convinzione di Marx che l'evoluzione provenga da una forza od elemento endogeno di ciascuno stadio evolutivo. Il superamento di uno stadio sarebbe una necessità, manifestantesi allorché quel dato stadio entra in contrasto con sé stesso. Tale concezione è totalmente infondata: le contraddizioni implicite di un qualsiasi fenomeno ne impedirebbero l'esistenza ed il manifestarsi. L' elemento che genera il superamento di un dato stadio evolutivo non può che essergli esterno, come manifestazione di contraddizione tra quel dato stadio ed una natura finalistica, che ha generato quello stadio come mezzo di evoluzione e ne richiede il superamento, allorché quello stadio non sia più adatto allo scopo. L' uomo nuovo, quindi, che permetterà il superamento della realtà strutturale storica sarà l' uomo cui sarà venuta a noia l' evoluzione ripetitiva dell'universo strutturale statuale. Tale crescente disadattamento sarà generato da un livello conoscitivo, solo indirettamente generato dalla società statuale (e non elemento di questo). Questo disadattamento si manifesta in varie forme e si stà trasformando in generale disperazione, evidenziata anche dal diffondersi delle droghe. Qualora manchino le condizioni esterne alla corretta trascendenza della realtà strutturale si avrebbe disgregazione della stessa realtà strutturale statuale. L'assenza di una concreta e realizzabile prospettiva di trascendimento della realtà strutturale statuale determinerebbe l' incamminarsi dell' umanità verso l'autodistruzione.

Indici del Capitolo 3: Filosofia dell' essere tra realtà storica e natura umana. § 1: Essere, essenza e grado di manifestazione dell' essenza 1 – Esseri come entità assolute prive di concretezza, manifestazioni dell' essere come concreta essenza di ogni individuo appartenente ad una data specie. 2.1 – Pienezza della manifestazione dell' essere e sua premessa nel raggiungimento di un sufficiente livello di conoscenza. 2.2 – Esseri diversi per specie diverse, pienezza dell' essere come pienezza della manifestazione dell' essenza, derivante dalla coscienza dei bisogni autentici e della capacità della loro soddisfazione. 3.1 – Pienezza dell' essenza di ogni individuo, se appartenente alla specie umana, assenza di pienezza di manifestazione dell' essenza come caratteristica di chi aderisce a società strutturali. 3.2.1 – Irrazionalità consistente nel divario tra potenzialità di manifestazione dell' essere e sua manifestazione concreta, cristallizzata nella realtà strutturale storica. Essenza come potenzialità, esistenza come finalità. 3.2.2 – Esistenzialità dei singoli, come emozioni e sentimenti dei singoli. § 2: Concezione della razionalità e dell' irrazionalità della natura umana ed artificiosità della realtà storica strutturale 1.1 – Socrate e sostanzialità od essenza, ossia realtà strutturale interiorizzata dagli esseri umani. 1.2 – Arnobio ed irrazionalità della realtà strutturale storica ed insita nell' essere umano. 1.3 – Hegel ed irrazionalità nella realtà strutturale storica e nell' essere umano. 1.4 – Hegel e teoria del diritto di tipo feudale ossia considerando la società come realtà organica, totalmente autonoma rispetto agli individui. 2.1 – Kant e metafisica scientifica come tentativo di realizzare la conoscenza scientifica della natura umana. 2.2 – Kant e riconoscimento come l' organicità della realtà statuale implichi la privazione, agli esseri umani, dell' essenza e di finalità autonome. 3.1 – Concezione hegeliana dello spirito in tre forme: natura umana, realtà strutturale storica e scienza dell' uomo e della realtà storica. 3.2 – Filosofia hegeliana, definita crisi della teodicea, poiché identificava strettamente la divinità con la realtà strutturale storica. 4 – Norberto Bobbio e trascendenza coincidente con ogni concezione che individui la razionalità al di fuori della realtà strutturale storica. § 3: Ricerca del bene individuale e suo rapporto con la ricerca del bene sociale. 1 – Locke e natura umana identificata con la ricerca della felicità. 2 – Hume e natura umana identificata con la ricerca dell' utile e del piacevole, a cui fa corrispondere la virtù, che contrappone all' egoismo. 3 – Smith ed identificazione del bene individuale col bene sociale, mentre l' egoismo sarebbe distruttivo per l' individuo oltreché per la società. § 4: Universalità potenziale, universalità della conoscenza, universalità della realtà strutturale storica ed universalità dello spirito umano 1 – Kant: universalità relativa della realtà strutturale storica ed universalità assoluta della natura umana. 2 – Concetto di individuo universale di Hegel ed universalità intesa come uno stadio di manifestazione dell' essere raggiunto da una data specie in un momento temporale dato. 3 – Storici e concetto di universalità od unitarietà della storia, specie della storia dell' universo strutturale statuale.

CAP. 3° Filosofie dell' essere tra realtà storica e natura umana. § 1: Essere, essenza e grado di manifestazione dell' essenza. 1 - L' essere, come ogni entità assoluta: la bellezza, l' amore, le entità geometriche o matematiche, non ha in sé concretezza se non nelle sue manifestazioni. Tali manifestazioni sono relative, ma posseggono in sé tutto l' essere. La condizione di relatività delle manifestazioni dell' essere è insita nella loro limitata capacità di manifestare l' essere stesso, pur possedendolo interamente. Le manifestazioni specifiche dell' essere sono, dunque, al contempo l' essere stesso e specifiche espressioni di capacità di manifestazione dell' essere. L' essere vivente, presente in ogni forma biologica vivente, si manifesta tanto più quanto più i viventi stessi accrescono la loro capacità di manifestare l' essere. La capacità di manifestare l'essere vivente progredisce in rapporto al progredire dell' individuazione, ossia dell'autonomia e responsabilità individuale nella soddisfazione dei propri bisogni, tra cui vi è il bisogno di socialità. 2.1 - I filosofi intuiscono come una modificazione nell' espressione della socialità umana modificherebbe implicitamente la stessa natura umana, la quale raggiungerebbe la pienezza della sua manifestazione: la “pienezza dell' essere”. I filosofi parlano infatti di cosmologia, per indicare contemporaneamente la concezione del cosmo ed al contempo la visione della condizione umana. La conoscenza costituisce il mezzo con cui l' essere realizza la propria manifestazione. L' essere è completo in ogni forma vivente, ma il suo manifestarsi dipende dal grado di conoscenza realizzato da quel dato essere vivente. La realizzazione della piena essenza dell' essere umano si avrà quando l' essere umano avrà realizzato una sufficiente manifestazione di sé, consentita da un dato grado di conoscenza e coscienza. Erich Fromm affermava che la conoscenza della realtà naturale degli esseri umani si fermi all' inconscio, essendo una conoscenza repressa dalla logica della realtà strutturale, di cui l' individuo ha coscienza e che determina l' unica coscienza del soggetto o la sua falsa coscienza, essendo una falsa razionalità (1). 2.2 - Con il costituirsi delle strutture storiche l' individuo acquista una sia pur vaga coscienza di individualità autonoma. Al contempo l' individuo è cosciente dei propri bisogni sociali ed avverte i limiti ed ostacoli frapposti alla loro soddisfazione dalla realtà strutturale. La manifestazione della pienezza dell' essenza, intesa come espressione compiuta e soddisfacente dei propri bisogni, non è raggiunta. Il concetto di divinità nasce da questa coscienza di limitazione. La divinità è concepita come chi possiede la “pienezza dell' essere” ed è, dunque, sintomo della coscienza delle limitazioni subite dalla realtà strutturale. Non vi è, quindi, una gerarchia dell'essere, tra umano e divino, ma una gerarchia dell' essenza, indipendente dai livelli di sviluppo psichico raggiunto. L' essere umano non ha raggiunto la “pienezza dell'essere” in quanto non ha raggiunto la pienezza della manifestazione dell' essenza, quale soddisfazione piena dell' essere. E' dunque inevitabile e naturale il raggiungimento della pienezza dell'essenza e, con questa, la soddisfazione dell'essere. Il progresso della conoscenza acuisce la coscienza della propria condizione di insoddisfazione e di infelicità e rende, dunque, sempre più necessario il raggiungimento della soddisfazione dell'essere. Se l' ascesa in una supposta “gerarchia dell'essere” è frutto dell'evoluzione biologica, il raggiungimento della pienezza dell'essenza è un evento di tipo “spirituale”, ossia muove dai bisogni psichici dell' uomo (pienezza di individualità e socialità) e si realizza tramite il progresso conoscitivo. In stadi più bassi dell' essere, il raggiungimento della soddisfazione dell' essenza non è connesso al progresso conoscitivo ma affidato ad elementi biologici: la termite maschio e la termite femmina fecondi si accoppiano grazie ad un richiamo chimico, così il capo branco si unisce alla femmina feconda grazie ad un richiamo di tipo chimico-ormonale. 3.1 - Si può ritenere che gli esseri bio-fisicamente inferiori all' essere umano, diversamente da quest'ultimo, non abbiano la pienezza dell' essenza. La pienezza dell' essenza determina la manifestazione piena dell' essere. L'individuo umano possiede, nella propria natura ed essenza, la pienezza dell'universalità, fondamento stesso dell' universalità di specie, ossia dell' essenza stessa della specie. La manifestazione della “pienezza dell' essere” non può prescindere dal superamento della realtà strutturale storica. Le società, siano esse di tipo strutturale o post-strutturale, rispecchiano il grado di manifestazione dell' essere di chi vi aderisce o vi si integra. Chi ha progettato le società di tipo strutturale si può ipotizzare non ne conoscesse la natura effettiva e le implicazioni o non ne fosse pienamente cosciente. Diverso è per chi progetta le società post-strutturali, sebbene anche questi non possegga necessariamente il grado di manifestazione dell'essere che deve possedere chi invece aderisce a tali società. 3.2.1 - Una forma di irrazionalità consiste nel divario tra la potenzialità di manifestazione dell' essere e sua manifestazione concreta. La realtà strutturale è dunque la manifestazione di uno stato di permanenza nell' irrazionale, ossia in una condizione incoerente con la piena manifestazione dell' essere umano: la realizzazione della pienezza dell' essenza. L' esposizione del concetto del raggiungimento della pienezza dell' essenza (2), dimostra come l' essere umano non abbia ancora raggiunto tale condizione, ossia la pienezza di manifestazione dell'essere. La filosofia considera spesso l' essere e l' essenza come sinonimi. L'esistenza è l' essenza riferita all' uomo. L' esistenzialità analizza i modi ed i gradi di realizzazione dell' esistenza intesa come finalità, mentre l' essenza è intesa come potenzialità. L' essenza della specie umana è costituita dall' insieme dell' umanità: passata, presente e futura, nella sua potenzialità. L' esistenza della specie è l' insieme dei contemporanei. L' esistenzialità è rappresentata dai singoli individui, aventi in se la coscienza di specie (3). Le manifestazioni dell' essere od espressioni dell' essere, anche quando non realizzino la pienezza della manifestazione dell' essere, hanno in sé qualcosa che è definibile come il principio evolutivo o capacità di evoluzione, che può condurre alcune manifestazioni dell' essere a trascendere la condizione di manifestazione data o cristallizzata. Le teologie delle varie religioni, specie le religioni monoteiste, affermano che l' uomo è creato dalla divinità. In realtà sono le manifestazione dell'essere che fanno esistere l' essere e lo creano e ricreano, poiché l'essere non può esistere se non nell' evoluzione dell' universo e nelle sue manifestazioni, ossia i concreti individui umani. Se si può affermare che ogni essere vivente, per il solo fatto di vivere, abbia la “pienezza dell' essere”, qualità per propria natura universale in quanto comune ad ogni vivente, tuttavia la manifestazione dell'essere varia per grado o qualità, connessa ad ogni specie, e capacità modificativa o quantità, connessa ad ogni esemplare di ciascuna specie. La capacità effettiva di manifestazione dell' essere, appartenente ad ogni vivente, è delimitata dalla propria specie di appartenenza e dalle proprie caratteristiche psichiche e psicologiche individuali e caratteriali. Le strutture storiche costituiscono specifici standards di manifestazione dell' essere. Se la capacità effettiva di manifestazione di un individuo travalica la logica della realtà strutturale in atto ed, in generale, della realtà strutturale storica, egli può porre le premesse per il superamento di tale realtà, qualora la sua maggiore capacità di manifestazione sia reale od effettiva, ossia egli conosca i presupposti per realizzare un' alternativa effettiva alla realtà strutturale in atto. Quale che sia la capacità effettiva di manifestazione di un individuo si può ritenere che tale capacità abbia una valenza universale, poiché è senz' altro universale la scala di capacità di manifestazione dell' essere. Il superamento di dati standards di manifestazione dell' essere, basati su convenzioni o strutture o livello di integrazione socio-culturale può avvenire unicamente sulla base di standards o protocolli di razionalità scientifica. Nel mondo dell' inevitabile non vi è che la possibilità di adeguarsi allo standard di manifestazione dell' essere in atto, per esprimere la propria socialità ed individualità, entro determinati limiti di variabilità soggettiva, salvo rischiare l' emarginazione e l' anomia. L' universalità degli standards di manifestazione dell' essere, costituiti dalla realtà strutturale storica è provvisoria, ossia pur corrispondendo ad uno specifico livello di capacità effettiva di manifestazione dell' essere, la quale è tuttavia in costante progresso e dunque suscettibile di essere superata, mentre l' universalità di una manifestazione dell'essere, connessa a protocolli di razionalità scientifica, essendo costantemente in evoluzione, sarà coerente con la natura umana e con il suo progresso. Le manifestazioni concrete dell' essere possono essere definite esistenze reali, mentre le potenzialità dell' esistenza sono consentite dalla scienza e dal suo sviluppo e sono fondate sulla natura dell' essere umano, il quale garantisce l' inveramento delle potenzialità dell'esistenza. La concezione del superuomo, implicando una comparazione qualitativa tra gli individui, è inaccettabile in quanto irrazionale. Il concetto dell'”uomo nuovo”, caro ai sedicenti progressisti, non implicando comparazioni tra gli individui coevi, risulta più accettabile. Ove si consideri che l'uomo nuovo, con bisogni di trascendenza della realtà strutturale statuale, definiti “bisogni radicali”, esista almeno dal tempo degli antichi Veda, se ne deve dedurre che occorra piuttosto rendere libero l' “uomo nuovo” che non crearlo. 3.2.2 - Contrariamente a chi ha affermato che “l' uomo è ciò che mangia” si può affermare che l' uomo è ciò che sente, ossia è la sua stessa esistenzialità, la quale è costituita dalle sue emozioni e dai suoi sentimenti. Emozioni e sentimenti distorti, in quanto originati dalla realtà strutturale, limitando la razionalità e dunque l'esistenzialità dei singoli. § 2: Concezione della razionalità e dell' irrazionalità della natura umana ed artificiosità della realtà storica strutturale 1.1 - Socrate affermava che la sostanzialità (identificabile con la realtà strutturale storica) sia tale solo se riconosciuta dall' individuo, ossia se l' individuo è integrato nelle strutture (1). Socrate, anziché analizzare l' essere, identificato dai filosofi con la realtà oggettiva (o strutturale), analizzava l' essenza o realtà strutturale interiorizzata (2). Hegel parlava di “uomo sostanziale” (3) per indicare l' uomo reale modellato dalla realtà strutturale (con la quale ultima egli sostanzialmente lo identificava). 1.2 - Arnobio, “padre della chiesa”, era pessimista sulla condizione umana e constatava come “la convivenza umana non arriva mai ad essere giusta” (4). Poiché riconosceva l' inumanità della storia, riteneva “sacrilego” considerare la storia o la società create da dio. Riteneva però l' uomo della stessa natura della storia e riteneva, quindi, che anche l' uomo sia stato creato da un dio inferiore, come le divinità delle religioni politeiste, subordinato al dio supremo. 1.3 - Hegel aveva ben presente l' irrazionalità esistente nella natura umana, oltreché nella realtà storica. Hegel distingueva tra io empirico ed io umano (5). Il giovane Hegel teorizzava la “totalità storica o volksgeist” (6), intesa come realtà totale, ossia quello che noi abbiamo definito universo strutturale statuale ed anche la stessa totalità delle società strutturali storiche. 1.4 - Hegel si opponeva alla teoria del diritto degli “illuministi”, nella loro concezione egualitaria o liberale del diritto, i quali consideravano la società come somma di individui. Hegel, al contrario, teorizzava l' “organicità del popolo” e quindi introdusse il concetto di organicità del diritto (7), in una concezione di tipo feudale del diritto stesso. Lukàcs rilevava come in gioventù Hegel avesse elaborato il concetto di “positività” come “morta oggettività” (8), ossia come realtà strutturale “alienante” ed irrazionale. 2.1 - Kant riteneva possibile realizzare una conoscenza razionale e scientifica indipendentemente dall' esperienza, che definiva metafisica scientifica, intesa come scienza della natura umana (9). A tale scopo Kant proponeva la sua filosofia trascendentale, come necessaria propedeutica alla predetta scienza metafisica (10). La “Critica della ragion pura” espone la filosofia trascendentale di Kant. La metafisica kantiana distingue tra realtà storica strutturale e natura umana, definendo la prima “realtà d' esperienza” e la seconda “realtà trascendente” (11). La “forma”, per Kant, è il mezzo scientifico, o parametro naturale, (se non è arbitrario) dell' analisi della realtà (11). Lo studio di tali forme trascendentali (o della possibilità della trascendenza della realtà storica strutturale, ponendo in evidenza la natura umana e creando le premesse di una società coerente con tale natura) (13) è definito da Kant “metafisica”. Mathieu proponeva invece di includerla nella matematica o nella scienza esatta, riservando il termine “metafisica” alla metafisica tradizionale, la quale è un' adombramento della essenza della realtà storica o strutturale. Kant identificava “Dio” con la “fonte di obbligazioni morali assolute” (14) e questo è concepibile solo se si può identificare “Dio” con la fonte stessa della possibilità. Questo in quanto Kant ritiene che il dio, consistente nell' adombramento della realtà storica, proprio delle religioni e delle filosofie, prescinda dalla morale assoluta. Se invece si identifica dio con la possibilità di superare la realtà strutturale storica, come faceva appunto Kant, lo si identifica con la natura umana pienamente realizzata e dunque con il fine dell'uomo. D' altro canto la divinità, secondo la teologia, è il fine dell'uomo. Quindi essa non deve essere considerata un essere superiore all' uomo ma una condizione a cui tendere, ossia come manifestazione piena dell' essenza e dunque inveramento pieno, anche sul piano spirituale, dell' essere. Il concetto di trascendentalità è inteso anche come bisogno dell' altro. In realtà non esiste il bisogno dell' altro, ma del rapporto con l' altro (il bisogno dell' altro è solo in funzione del rapporto con l' altro) e dunque non esiste alcuna trascendentalità ne in questo ne in altri sensi, se non una diversità di natura tra natura umana e realtà strutturale storica. 2.2 - Kant rilevava come l' organicità dell' essenza dello stato faccia in modo che l'individuo sia determinato dallo stato stesso “nella posizione e funzione sue proprie” (15). L' individuo, cioè, diviene puro strumento dello stato, e quindi privato di essenza e finalità autonome. E' questa la quintessenza dell' oppressione economico – sociale e politica, poiché sottrae agli individui essenza e finalità, trasformandoli in strumenti dell'essenza e finalità di quella che definiamo realtà strutturale statuale. 3.1 - La concezione hegeliana dello spirito conduce ad un' identificazione tra spirito e metafisica, dove lo spirito assume tre forme: spirito soggettivo o ragione od intelletto (natura umana), spirito oggettivo o realtà strutturale storica (definita da Dilthey “connessione strutturale delle unità viventi, che si continua nelle comunità”) e spirito assoluto od autocoscienza (scienza e coscienza). La filosofia successiva accetta, generalmente, il concetto hegeliano dello spirito oggettivo come realtà strutturale storica. Luigi Pareyson affermava che l' hegelismo abbia ucciso la filosofia attraverso l'idealizzazione della realtà (16). In realtà Hegel ha ucciso la filosofia, ma non per aver idealizzato la realtà, operazione già compiuta dalla filosofia greca. Hegel si poneva ad un bivio, dove da un lato si supera la filosofia nell' ideologia feudaleggiante, operazione compiuta da Marx e dal “marxismo”, dall' altro si può trasformare l' ideologia in scienza della realtà strutturale storica ed in scienza dell'uomo. 3.2 - Hegel dovette riconoscere come il “mondo” sia estraneo alla scienza, passando da un originario monismo ad un dualismo mascherato (17) che equiparò la divinità alla realtà empirica (18) (o realtà strutturale storica). Tale equiparazione viene definita “crisi della teodicicea”, poiché si passa da un' allegoria mascherata del concetto di divinità come immagine della realtà storica o delle sue cause, alla identificazione esplicita dei due concetti: la divinità identificata con la realtà strutturale storica. Tale concezione porta Hegel ad una conclusione totalmente pessimistica, tale da non vedere alcuno sbocco alla tragedia della storia (19). 4 - Norberto Bobbio parlava di trascendenza per intendere ogni concezione che sfugga l'immanenza storica od individui la razionalità al di fuori della realtà strutturale storica. § 3: Ricerca del bene individuale e suo rapporto con la ricerca del bene sociale. 1 - Locke affermava la naturalità dell' esperienza sensibile, non distinguendo tra realtà strutturale storica e natura umana, la quale ultima egli individuava comunque correttamente nella ricerca della felicità (1). 2 - Hume identificava la natura umana con la ricerca dell' utile e del piacevole, sentimento quest' ultimo che contrapponeva all' egoismo, affermando la virtù implicita in tali sensazioni (2). Da queste considerazioni emerge come il termine egoismo abbia una connotazione negativa, avendo acquisito il significato di assenza di dimensione sociale. 3 - Smith riconosceva possa esistere una identificazione tra ricerca del bene individuale e di quello sociale, sebbene riconoscesse vi possa essere l' esplicazione di un egoismo deteriore e distruttivo nei confronti della società ed anche per sé (3): qualora si impedisca ad altri un pari egoismo. § 4: Universalità potenziale, universalità della conoscenza, universalità della realtà strutturale storica ed universalità dello spirito umano. 1 - Kant affermava che ciò che è empirico possiede universalità relativa e non assoluta come ciò che è a priori (1). Riconosceva quindi che solo ciò che appartiene alla natura umana possieda vera universalità, mentre la realtà strutturale storica possiede un' universalità relativa alle condizioni storiche o contingenti dell' umanità. 2 - Il concetto di individuo universale di Hegel, comportando un' infinità di determinazioni, è attribuito ad un' individuo assoluto, il quale simbolizza l'universalità raggiunta in un certo stadio di manifestazione dell' essere, da parte di una data specie in un momento dato. Equivarebbe, dunque, all' “universalità” della coscienza dei contemporanei di un dato momento storico (2). 3 - La storia comparata portò Bloch a riconoscere “l' unità fondamentale dello spirito umano o, se si preferisce, la monotonia, la sbalorditiva povertà di risorse intellettuali di cui, nel corso della storia, l' umanità ha disposto” (3), ossia l' unitarietà e ripetitività, per i diversi popoli, della storia umana. Bodin abbandonò l' idea platonica della progressiva degenerazione umana ed affermò la parità tra società “moderna” e società “classica” ed introdusse il concetto di “solidarietà dei popoli” ossia l' idea dell' unitarietà della storia umana (4).

Indici del Capitolo 4: Filosofia della storia § 1: Adombramenti della concezione della ciclicità dell' universo strutturale statuale 1 - Saint-Simon e definizione della filosofia come somma delle conoscenze della realtà storica. 2 – Saint-Simon ed identificazione dell' inevitabilità con la desiderabilità. 3.1 – Neokantiani e distinzione tra approcci ideografici ed approcci nomotetici alla storia. 3.2.1 - Radcliffe – Brown e Fustel de Coulanges ed approccio nomotetico alla realtà storica. 3.2.2 – Storici e scelta tra andamento della realtà strutturale storica (statuale o complessiva) di tipo: lineare, ciclico o caotico. 3.3 - Concezione nomotetica della storia legata al “marxismo” e crisi di tale concezione in conseguenza della crisi del “marxismo”. 4 – Filosofi greci e riconoscimento di come il passaggio tra vari universi strutturali abbia determinato un progresso umano e sociale. 5 – Kroeber e comprensione della modalità di evoluzione dell' universo strutturale statuale, ma negazione che sia una legge scientificamente formulabile ed universalmente valida. 6.1 – Anaciclosi nei pre-socratici. 6.2 – Anaciclosi in Aristotele, Platone ed altri filosofi ed intuizione delle partizioni dell' universo strutturale statuale. 6.3 – Polibio ed anaciclosi dell' andamento storico. 6.4 – Filosofie indiane e loro concezione della ciclicità storica. 6.5 - Adombramenti della ciclicità storica nella teologia cristiana. 6.6 – Teoria ciclica di Gian Battista Vico. 6.7 - Bacone e Machiavelli e teoria ciclica applicata all' universo strutturale statuale. 6.8 – Morellet e concezione ciclica della storia, con “epoche buie” alternate ad “epoche luminose”. 6.9.1 - Storici ufficiali e riconoscimento dei cicli storici e delle due fasi statuali vissute dalle varie “civiltà”. 6.9.2 – Marx e storici delle “annales” e comparazione tra la fase mercantile contemporanea ed il mondo romano, nonché tra i vari “medioevi” delle diverse aree geografiche ed epoche storiche. 6.9.3 – Materialismo dialettico e ciclicità a spirale o con elementi progressivi. 7 – Storici ufficiali e riconoscimento del carattere di “barbarie” delle fasi feudali e dello splendore e “rinascita” delle fasi mercantili. 8 – Effetti della teoria del progresso. 9 – Effetti dell' ideologia sull' analisi della storia. § 2: Realtà strutturale storica, universi strutturali e sistemi sociali. 1 – Concetto di strutture in Radcliffe – Brown ed enucleazione del concetto di universo strutturale e sistema sociale, oltreché dell' evoluzione della realtà strutturale storica. 2.1.1 – Analisi strutturale in senso metodologico o come realtà strutturale storica. 2.1.2 – Sociologia contemporanea ed analisi della effettiva natura della realtà strutturale storica. 2.2 – Sociologia e corretta individuazione delle due fasi statuali, delle loro caratteristiche e quelle dei vari sistemi sociali. 3.1 – Sociologia, antropologia ed analisi ideologica della realtà strutturale statuale in atto. 3.2.1 – Sociologia di tipo “conservatore”, “radicale” o marxista”, ma tutte configurantesi come ideologie filo-feudali. 3.2.2 – Marxismo e “socialismo feudale” oppure “progressista”. § 3: Teorie varie della realtà storica e della sua evoluzione 1 – Distinzione e confusione tra storia, o realtà storica, e storiografia. 2 – Storici idealisti e loro contestazione dei deterministi. 3.1.1 – Storici e riconoscimento della logica autonoma dell' evoluzione strutturale, inconsapevole per gli esseri umani ed estranea al volere delle stesse società coinvolte. 3.1.2 – Teoria dell' evoluzione storica attribuita a cause endogene a ciascuna “fase” dell' universo strutturale statuale e percezione erronea delle cause dell' evoluzione storica, in genere. 3.2 – Foucault e riconoscimento di come gli storici abbiano il compito di far conoscere i meccanismi della realtà strutturale al fine di renderne possibile il superamento. 4.1 – Storiografia ufficiale del XX secolo, idea del progresso, e confusione tra: storia della realtà strutturale, storia della scienza e della conoscenza. 4.2 – Idea di progresso continuativo, nei secoli XVIII, XIX e XX. 4.3.1 – Ideologia “progressista” e denigrazione della teoria ciclica della realtà strutturale statuale. 4.3.2 – Ideologia progressista ed abolizione della dinamicità della storia. § 4: Classificazione degli universi strutturali, nell' evoluzione storica strutturale, e delle loro partizioni. 1 – Tre divinità di Numezio ed adombramento della realtà strutturale storica, dei vari universi strutturali e dei vari sistemi sociali. 2 – Antropologia ed individuazione e caratterizzazione precisa dei vari universi strutturali. 3.1.1 – Fasi statuali, definite “tipi di stato” e tipi di governo indicati come forme di governo, regimi come tipi di governo illegittimi. 3.1.2 – Periodi di transizione tra la fase feudale e quella mercantile e dimostrata inadeguaterzza della “teoria marxiana delle classi”. 3.2 – Fasi statuali definite dagli economisti “sistemi economici” e sistemi sociali definiti “sotto-sistemi economici”. § 5: Determinismi vari e teorie varie dei fattori determinanti 1 – Progressi e regressi e loro cause secondo alcuni illuministi. 2 – Determinismi e possibili forzature dell' interpretazione storica. § 6: Andamento ciclico dell' universo strutturale statuale, con i periodi di transizione e le partizioni dei due cicli storici 1 – Percezioni antiche del reale andamento della realtà storica 2.1 – Hume e percezione dell' andamento ciclico della storia 2.2 – “Legge categoriale” ed individuazione dell' andamento ciclico degli eventi storici. 3 – Saint – Simon, Spencer, Comte ed i positivisti in genere e loro conoscenza e coscienza dell' effettivo andamento ciclico della realtà strutturale statuale e della natura progressiva delle fasi mercantili rispetto alle fasi feudali. 4 – Definizioni di Bazard delle due fasi statuali e del periodo intermedio o momento di transizione tra le fasi statuali. 5.1 – Sociologia e suo riconoscimento implicito od esplicito della ciclicità, con l' analisi delle caratteristiche delle due fasi statuali e dei relativi sistemi sociali. 5.2 – Levi-Strauss e distinzione tra “ordini vissuti” ed “ordini concepiti”, ossia tra base materiale e proiezione ideale dei vari sistemi sociali.

CAP. 4° Filosofia della storia § 1: Adombramenti della concezione della ciclicità dell' universo strutturale statuale 1 - Saint-Simon definiva la filosofia come la somma delle conoscenze della realtà storica, ossia di ciò che è stata la realtà strutturale, di ciò che è e di ciò che diventerà (1). Egli definiva, dunque, la filosofia come la fonte e la maestra delle scienze. 2 - Saint – Simon parlava di quella che noi definiamo come fase mercantile, come di “epoca critica”, alternantesi con un' “epoca organica” o fase feudale. Vedeva quest'ultima come una realtà inevitabilmente avvicinantesi e quindi ne riteneva necessario preparare l' avvento, con la diffusione dell' ideologia “socialista”, identificando l' inevitabile col desiderabile. Marx può, dunque, essere considerato buon discepolo di Saint – Simon (2). 3.1 - La teoria di alcuni filosofi tedeschi distingue tra scienze nomotetiche o generalizzanti e “scienze ideografiche” o individualizzanti, ponendo in quest' ultimo tipo le “scienze” strutturali. In tal modo si crea una categoria di finta scientificità per le discipline pervase di ideologie, che si vuole coltivare, tenendole lontane da criteri di autentica scientificità. I neokantiani distinguono, appunto, tra approccio ideografico e metodo nomotetico, dove solo quest' ultimo sarebbe “strettamente scientifico”, mentre il primo è il metodo a-scientifico utilizzato in campo storico ed in generale nel campo delle scienze strutturali (3). 3.2.1 - Radcliffe – Brown distingueva tra ricerche ideografiche o concernenti fatti od affermazioni particolari e nomotetiche o concernenti l' enunciazione di proposizioni di carattere generale (4). Egli affermava che la storiografia di tipo nomotetico, come ad esempio quella di Fustel de Coulanges, sia definita anche storia sociologica o sociologia della storia. 3.2.2 - Dray affermava vi siano tre modelli di evoluzione storica, proposti dalle varie filosofie della storia: -       lineare, -       ciclico, -       caotico (5). Vi sono poi forme di combinazione tra questi modelli, come quello del Vico, che unisce il lineare al ciclico per formare un modello a spirale (6). I primi due modelli implicano leggi storiche e la tendenza “invariabile delle serie storiche come un tutto” (7) (ossia la considerazione della realtà strutturale, almeno statuale, come un fatto universale) ed inoltre si considera un' “auto-trasformazione entro un unico sistema chiuso” (8). Tale categorizzazione non è esclusiva dai “filosofi speculativi della storia”, ma in genere da tutti gli storici, i quali si pongono tuttavia sempre il problema dello “scopo” o “valore” o “giustificazione” della storia (9). E. Cassin, J. Bottéro e J. Vercoutter affermavano che la concezione ciclica della storia sia riscontrabile anche nella bibbia, seppure avvolta in elementi mitologici (10). 3.3 - Le filosofie della storia di tipo ideografico, ossia tendenti a considerare come casuali gli eventi o privi di una logica unitaria, inducono atteggiamenti di fatalismo nei confronti degli eventi o viceversa atteggiamenti di ossessione ansiosa, a causa della concezione secondo cui ogni evento storico avverrebbe in modo del tutto casuale ed imprevedibile. La filosofia della storia contemporanea tende generalmente a negare ogni senso della storia, come affermava esplicitamente Korkeimer, e quindi a negare senso alla vita stessa degli esseri umani. In tal modo si nega ogni possibilità di responsabilità per la vita e l' azione degli individui. Lyotard teorizzava la “modernità” come la prevalenza della teoria olistica o nomotetica del “marxismo”, mentre definiva la “post-modernità” come la rinuncia alla teoria nomotetica, identificata col “marxismo”, ed il ritorno ad una concezione ideografica, a causa dell'incertezza derivante dalle delusioni per l' insufficienza dimostrata dall' oggetto della fede illimitata riposta nella concezione nomotetica del “marxismo”. Egli affermava tuttavia che è la stessa natura dell' uomo a richiedere una concezione “forte” e capace di indicare con chiarezza i fini umani ed i modi per conseguirli, spiegando quindi la vita ed il mondo (11). La “post-modernità” è, dunque, teorizzata in corrispondenza del superamento della sua fase feduale. 4 - I filosofi greci avevano cognizione del progresso che si era verificato col passaggio dalle strutture pre-statuali all' universo strutturale statuale. 5 - Kroeber riconosceva che esistano fenomeni ricorrenti, quali il feudalesimo, le caste e via dicendo, ma affermava non siano fenomeni sufficientemente uniformi per farne una teoria scientificamente valida. Pur ritenendo validi i concetti “di connessioni funzionali ricorrenti con relazioni interne” (12): ossia i “nessi tra feudalesimo, devozione ed economia di tipo medievale” che caratterizzano i sistemi delle fasi feudali, e rilevando che le varie “civiltà” presentino “fasi di sviluppo” (13) ricorrenti, affermava si tratti di un fenomeno inspiegato di cui esisterebbe il problema della chiarificazione. Affermava poi che vi sia “un crescente riconoscimento della probabilità reale” che esista una segmentazione storica secondo un “modello ricorrente”. Citava infine Spengler che parlava di predestinazione immanente e Sorokin che parlava di moto pendolare tra inclinazioni sensistiche ed ideazionali. Sostanzialmente Kroeber aveva ben compreso la modalità dell' evoluzione delle strutture statuali, ma evitò di formalizzare la teoria di fatto adombrata, forse temendo di delegittimare inutilmente la realtà strutturale statuale, non sapendo teorizzare un'universo sociale alternativo. 6.1 - I greci classici interpretavano la storia come “sottomissione alla ciclicità naturale” (14). Essi dunque vedevano la ciclicità dell' universo strutturale statuale come conseguenza della naturale ciclicità cosmica. La concezione dell' universo dei pre-socratici faceva riferimento ad uno svolgimento, di ogni cosa, entro un dato ciclo. Così Anassimandro ed Anassimene. Anassimandro considerava l' infinito come un fatto sovrastante tutte le realtà contingenti, considerandolo quindi “divino”. L'infinito di Anassimandro è identificabile con la realtà strutturale storica (15). Egli infatti attribuiva al suddetto infinito, la legge o la giustizia, che è pertanto universale relativamente all' universo strutturale statuale (16). Si può pertanto ritenere come egli non si riferisse tanto ad universi cosmici ma piuttosto ad universi strutturali. Empedocle affermava che le “quattro radici dell' essere” (17) siano animate da due forze opposte: “amore e contesa”, la cui azione si avvicenda determinando “le fasi del ciclo cosmico”. La natura dell' evoluzione statuale era, quindi, chiaramente percepita. Empedocle riteneva che le suddette due “forze” siano le “condizioni della conoscenza umana”. Riteneva, cioè implicitamente, che l' evoluzione statuale sia la condizione del superamento delle strutture storiche. Platone riteneva che l' unità abbia un divenire e quindi si articoli in unità diverse (18), pur costituendo, in definitiva, un' unità. Egli, quindi, intuiva le partizioni dell' universo strutturale statuale: le fasi statuali ed i sistemi sociali. 6.2 - Aristotele, come Platone ed altri filosofi, non stabilirono con definizioni appropriate e precise la consistenza reale dell' essere o sostanza, che teorizzarono, ma lasciarono chiaramente intendere, dalle loro argomentazioni, di identificarle con la realtà strutturale storica (19). Aristotele intuì la staticità degli universi strutturali e la mutabilità dei sistemi sociali od articolazioni specifiche dell' “essere”. Affermava infatti che come “specie” la sostanza sia incorruttibile, mentre come “composto” sarebbe generabile e corruttibile (20). I filosofi greci avevano coscienza del deterioramento cui andavano incontro con la crisi della fase mercantile del ciclo storico “antico”, a loro contemporanea. Al fine di esplicare tale convinzione essi avevano creato leggende quale quella della passata “età dell' oro”. Aristotele giunse a teorizzare un progresso conoscitivo “innumerevoli volte” dimenticato e riscoperto, come conseguenza di una ciclicità dell' evoluzione storica come fatto inevitabile e ritenuto proprio della natura dell' universo. Platone stabilì addirittura una durata dei cicli storici (in settantaduemila anni solari: per i primi trentaseimila anni si avrebbe un ordine perfetto, a cui subentrerebbe progressivamente una decadenza, sino alla fine del ciclo di settantaduemila anni). Platone disse che il dramma consista nel non conoscere a quale punto del ciclo ci si trovi (21). Pitagora intuì od utilizzò il concetto della ciclicità storica e tale intuizione gli fu comunicata dagli egiziani, i quali ritenevano che ogni singolo periodo ciclico durasse tremila anni. Gli egizi, a loro volta, desumevano tale intuizione dalla concettualizzazione della reincarnazione (22). Hegel, che mutuò da Eraclito il concetto di “dialettica” (il quale affermava che l'assoluto sia l' unità dell' essere e del non essere) (23), riferisce come Eraclito, Anassimandro ed Anassimene concepissero la storia come un susseguirsi di periodi ciclici: “anno del mondo”, che costituiscono una successione infinita di alternanze cicliche tra lo “stato di divisione” e “stato di unione” (24). La teoria dei cicli storici era generalmente diffusa tra i pensatori greci al punto che i pitagorici la portarono all'estremo di considerare tra di loro identici i vari cicli storici, sotto ogni aspetto. Gli stoici (Seneca, ecc.) consideravano i cicli storici compientisi nell' arco della vita umana. Seneca, pur vedendo chiaramente la possibilità del progresso scientifico, era ben consapevole della imminente decadenza della società e vedeva la possibilità della continuazione del progresso scientifico pure nella decadenza sociale (auspicava un progresso scientifico capace di garantire alla costituenda casta dominante un dominio realmente totale). Hegel riconosceva che la “negazione della negazione”, pilastro essenziale della propria dialettica, equivalga all'affermazione (25). William James definiva la dialettica hegeliana “parte integrante della visione o intuizione hegeliana” (26) e la riteneva basata sull' empirismo e sul senso comune. Egli evidenziava come Hegel abbia mutato la logica, passando dal concetto di identità (mediante la quale si formerebbero i concetti) al concetto di “negazione” o contraddizione o relazione nella diversità. Tale concezione è valida solo in campo strutturale ove ogni cosa, affermava James, non esiste in sé ma in relazione al rapporto in cui si trova col diverso (27). E' questa la logica dell' alternarsi delle due fasi dei cicli degli universi strutturali statuali. 6.3 - Varie concezioni filosofiche parlano di una ciclicità della realtà storica. Tale ciclicità è, in realtà, riscontrabile non nell' insieme dell' evoluzione della realtà strutturale storica ma solo nelle strutture storiche statuali. Polibio è considerato il fondatore del “prammatismo nella storia” (28), inteso come esposizione dei fatti nei loro rapporti causali. Polibio basava la sua epistemologia sulla teoria del ritorno ciclico degli eventi: anaciclosi (29), dove la ciclicità è intesa come analogia col ciclo biologico: generazione, maturità e decadimento ed era riferita ai regimi politici, identificati con i sistemi sociali. 6.4 - Il tempo cosmico di cui parlano le filosofie indiane, è, in qualche modo, da ritenersi allegorico dei cicli dell' universo strutturale statuale, identificato, forse inconsciamente, anche con le ere geologiche (di cui l' ultima è ritenuta la più breve), le quali si ripeterebbero mille volte. Questo in analogia con i cicli diuturni, dove si distingue una parte corrispondente al “giorno” e la parte corrispondente alla “notte”. Questo dimostra l' intuizione dell' alternarsi di una fase positiva o luminosa ad una negativa o buia. Il tutto ripetentesi all' infinito nei “giorni” della vita centenaria di Brahma (30). La filosofia “induista” intuisce la reale evoluzione storica, seppure in una visione pessimistica e rinunciataria. Il “buddismo”, in specie la vita del Budda, trae origine dall' insegnamento alla rinuncia al mondo, proprio anche dell'“induismo” o “bramanesimo” (31). L' “induismo” riconosce l' univocità della realtà strutturale storica e l' esistenza di un diritto strutturale universale, definito sanàtana-dharma (32). La filosofia indù riconosce esservi una distinzione tra tempo “astronomico” e tempo “extra-temporale”, col che ribadisce la distinzione tra natura, fatta di istanti irripetibili, ed evoluzione ciclica propria della realtà strutturale statuale (33). Il “buddismo” ha una visione ciclica della storia, divisa in quattro “epoche”, in cui, con l'ultima si ha l' inizio della decadenza da un precedente apice ad una condizione di “miseria e fame”. Anche il “jainismo” ha una concezione ciclica, con due fasi alterne di ascesa e discesa (34), dove il primo volge al bene, il secondo al male. Il “jainismo” individua chiaramente l' essenza del periodo storico in cui si trovava ad agire al momento del suo sorgere: inizio della decadenza con successiva “epoca malvagia”, che sfocerà in un'epoca “estremamente malvagia”, da cui ricomincerà l' ascesa (35). Anche il “buddismo” ha un adombramento relativamente preciso delle due fasi statuali e dei vari sistemi che le compongono. 6.5 - La concezione “cristiana” del demonio e degli angeli, introdotta in larga misura da Origene, non è altro che l' idealizzazione o mitizzazione del concetto di evoluzione storica e di alternanza fasica, che egli intuiva chiaramente (36). Nel dodicesimo secolo si diffuse un ottimismo sulla sorte umana, basato sulla convinzione del prossimo superamento delle istituzioni feudali allora ancora parzialmente presenti. Ideologicamente, tale concezione definiva la nuova epoca come epoca dello “spirito santo”, in contrapposizione alla precedente: epoca del “figlio”. Gioacchino da Fiore propose una concezione storica in cui la prima parte della storia o epoca del “padre” si può ritenere corrispondente alla fase mercantile del ciclo “antico”, la seconda o del “figlio” alla fase feudale del ciclo storico “medievale – moderno - post-moderno”, a quell' epoca da poco superata e la terza o dello “spirito santo” alla nuova fase mercantile, che si stava consolidando nel XIII secolo (37), con la transizione al sistema borghese. 6.6 - Gian Battista Vico mirava a stabilire lo studio della società su basi scientifiche, così come era stato fatto per la natura. Riteneva che la spiegazione della società debba ricercarsi nella costituzione della mente umana. Riteneva quindi che il cervello umano proceda attraverso tre fasi distinte: percezione intuitiva, conoscenza immaginativa o sentimentale e conoscenza concettuale o razionale. Tali fasi costituirebbero una successione progressiva del pensiero. Ritenendo quindi che tali momenti determinino analoghi momenti nella società umana, individuava la “fase” della percezione intuitiva nelle società pre-statuali, la “fase” della conoscenza immaginativa od affettiva nelle società “barbariche” o feudali e la “fase” della conoscenza concettuale o razionale nella società della “civiltà” (ossia la società a lui contemporanea). Individuava le tre “fasi” da lui concepite come inverantesi nella storia dell' antica Roma: aristocrazia (o regni di Roma), democrazia e monarchia (od “impero”, che costituirebbe, secondo lui, la forma più elevata di “civiltà”). Ritenne quindi che finito il ciclo si cadesse in uno stato di anarchia tipica della condizione delle società più primitive, per poi ricominciare il ciclo. 6.7 - Ruggero Bacone teorizzò l' avvento dell' “anticristo”, da lui visto come il distruttore della società feudale, che egli avvertiva come prossima (38). Machiavelli teorizzava un' uniformità di caratteristiche delle varie società, pur in presenza di una certa variabilità. Si rendeva conto cioè dell' unitarietà delle strutture statuali. Si rendeva conto di come, mentre alcune società sono in progresso verso la prosperità, altre sono in regresso: egli risuscitava così la teoria ciclica (39), riconoscendo la caratteristica principale di ciascuna fase dell' universo strutturale statuale. 6.8- L' abate Morellet concepiva la storia come una serie di cicli con “epoche luminose” seguite da “epoche buie”, nel cui svolgimento si avrebbe un costante e lento progresso (di cui ignorava però la natura) (40). 6.9.1 - Boutruche riconosceva implicitamente come l'antico Egitto abbia vissuto quelle che noi definiamo fasi di tipo feudale, alternate a fasi mercantili (41). Egli riferisceva come Pirenne stesso teorizzasse varie fasi feudali nella storia dell' “antico” Egitto (42). Riferisceva, poi, come vari storici individuino varie fasi feudali, definite genericamente “feudalesimo” (43), nelle antiche Mesopotamia, Asia Minore ed Iran. 6.9.2 - Marx parlava di innaturalità delle società “capitalistiche” e dell'organizzazione del lavoro nelle fabbriche. Egli vedeva, cioè, la burocrazia di fabbrica come distorsione rispetto alle libertà proprie delle società “capitalistiche” e parlava quindi di “contraddizione” capace di portare al superamento delle società “capitalistiche”. Tale analisi, pur viziata dall' ideologia, ha elementi di eurismo. La burocrazia di fabbrica è infatti espressione della tendenza al superamento del sistema capitalista concorrenziale, già ben presente nella seconda metà dell' '800. Fustel de Coulanges esplicava un' analisi “volta a provare la genesi delle strutture economiche, sociali e politiche dell' “alto medioevo” dal mondo romano (44). Gli “Annales” di Bloch tendevano ad unificare la concezione coulangiana alla kulturgeschichte tedesca (45). Gli “Annales” compararono i vari “medioevi” delle diverse aree geografiche ed epoche storiche (46), dimostrando di aver compreso, almeno in modo criptico, la reale natura dell' evoluzione dell' universo strutturale statuale. Tabacco riconosceva come vi sia “analogia” tra “l' apparato statale che noi oggi sperimentiamo” e la società instaurata da Roma (47), essendo la società contemporanea basata su quel “modello”, basato a sua volta “sulla contrapposizione fra pubblico e privato, sulla distinzione fra le iniziative individuali e sociali e l' attività degli organi costituenti lo stato”. 6.9.3 - Saint-Simon riconosceva come l' analisi della storia fosse ancora allo stadio infantile ed in questo stadio sia praticamente inutile (48). Bazard, sulla scorta di Saint-Simon, auspicava il trasformarsi della religione da spiritualista in materialista (49). Marx ha fatto evidentemente tesoro di questi suggerimenti. Dalla concezione engelsiana materialista-dialettica della negazione della negazione appare come la storia sia concepita come un' evoluzione a spirale con cicli progressivi: da A a -A ad A2 e così via (50). Sebbene tale concezione contrasti in alcuni punti con la visione storica di Marx, almeno in alcune forme ed enunciazioni esplicite (51), in realtà la rispecchia nel suo insieme e nella sostanza. 7 - Saint-Simon teorizzava l' alternarsi di “epoche critiche ed epoche organiche”: concezione avulsa dalla teoria del progresso. Herder intuiva quella che noi consideriamo la reale natura dell' evoluzione delle strutture statuali ed affermava che una determinata “specie di uomini” percepisca la “barbarie” del feudalesimo e le sue conseguenze (52). Gli storici settecenteschi Johannes Jakob Brucker e Gilbert Burnet definivano l' età feudale come decadenza e “barbarie”, successiva allo splendore della “classicità” (53). Col “romanticismo”, entrò in crisi la concezione della storia secondo cui il feudalesimo sia un' “età buia”. La suddetta concezione scomparve pressoché completamente nel XX secolo (54). L' “età buia”, secondo gli storici ufficiali, varierebbe da un millennio ad un secolo, dimostrando come per “età buia” gli storici intendano cose molteplici e poco consone con la periodizzazione effettiva delle strutture statuali (55). Alcuni storici, come ad esempio Domenico di Bandino, identificano l' “età buia” con il periodo che va dal XIII al XIV secolo (56). Tra la fine del '200 e la fine del '300, vi fu effettivamente un parziale regresso (forse dovuto alla peste che si diffuse ripetutamente in Europa). Pirenne dimostrò implicitamente di accettare la concezione ciclica della storia, allorché affermò che l'Europa “rinata” sia più simile a quella “antica” che non a quella carolingia (57). Lo storico Mumford condivideva sostanzialmente la tesi pirenniana della morte e rinascita della “civiltà” con il regresso e rinascita delle città (58). Pirenne riteneva che la decadenza delle città sia stata parallela al rifiorire della campagna. Al contrario Mumford riconobbe come la decadenza delle città sia parallela ad analoga decadenza delle campagne. Mumford individuava chiaramente l’evoluzione ciclica dell’universo strutturale statuale, pur esaltando ideologicamente il feudalesimo, da lui definita come “economia protetta” e vilipendendo il capitalismo come frutto di avidità edonistica (59). Pirenne concepì, in una data epoca della sua vita, i “fattori” del divenire storico come un’ insorgenza ciclica (60). 8 - La teoria del progresso, oltre ai tanti effetti perversi (quali le forzature che ha giustificato, in senso feudale) ha tuttavia prodotto la consapevolezza di un progresso possibile verso la felicità. 9 - Gli storici del XX secolo erano essenzialmente tesi a provare come nei secoli IX e X non si sia avuta interruzione del commercio, al fine di togliere validità alle tesi pirenniane e mumfordiane sull’evoluzione ciclica (61). § 2: Realtà strutturale storica, universi strutturali e sistemi sociali. 1 - Radcliffe – Brown, analizzando il concetto di struttura, affermava che questo termine indichi una “sistemazione ordinata di parti o di componenti”. Affermava, quindi, che il termine struttura serva per definire la continuità sociale ossia l'unitarietà di quello che noi definiamo universo strutturale, poiché egli concepiva la “struttura” come trama continuativa atta a regolare il comportamento. Approfondendo l' analisi, si nota come Radcliffe-Brown identificasse le strutture con gli ordinamenti sociali, mentre definiva “istituzioni” le norme che regolano tali ordinamenti. Egli utilizzava il concetto scientifico di funzione così come esso è definito dalla scienza fisiologica: rapporto tra struttura e processo, dove il secondo termine indica il funzionamento concreto della realtà strutturale. Radcliffe-Brown tracciava un parallelismo tra l'analisi delle strutture sociali e la scienza biologica: individuava quindi problemi di morfologia (o configurazione delle varie strutture), fisiologia (o funzionamento delle varie strutture), sviluppo (origine presunta di nuove strutture od elementi strutturali) ed evoluzione (mutazione delle strutture). Egli notava come, in contrasto con gli organismi biologici, le strutture sociali mutino il loro “tipo” (1) senza che se ne interrompa la continuità. Egli affermava che le strutture non producono conflitti “che non possono essere risolti o regolati” ma non escludeva che un tipo irregolabile di conflitto possa sorgere (prevedeva quindi la possibile esistenza di un antagonismo non strutturale od antistrutturale). Egli parlava di eunomia e disnomia per indicare l'ordine ed il disordine sociale, in analogia con i “classici” greci. Riferiva come Durkheim considerasse la disnomia (che egli definiva anomia) un' alterazione di un dato “tipo strutturale”. Egli riteneva che tale disnomia perduri fino alla sostituzione del “tipo” strutturale o sia combattuta fino al ritorno dell' eunomia. Egli notava inoltre come nei casi di “disintegrazione delle strutture sociali” (2) (come avviene quando società che si trovano in universi strutturali pre-statuali vengono a contatto con società dell' universo strutturale statuale), si verifichino tentativi di ritorno alla precedente eunomia sociale, magari attraverso il sorgere di nuove forme religiose. Notava inoltre come uno stesso costume sociale (o termine sociale) possa avere funzioni diverse in società diverse e pertanto un confronto tra società o momenti sociali diversi, debba essere fatto sia sulle forme dei costumi che sulle loro funzioni. Egli distingueva tra struttura (momento strutturale direttamente osservabile e dunque definibile come sistema sociale) e forma strutturale generale (e quindi universo strutturale). Parlava di continuità di strutture oltre le rivoluzioni e quindi involgenti anche più sistemi sociali o più tipi di governo. Individuava, quindi, l' esistenza di universi strutturali superiori o più ampi dei vari sistemi. Si propose di definire esattamente le varie società ed a tale scopo propose di classificare i sistemi strutturali. Riconosceva come tra linguaggio e struttura sociale vi sia un rapporto molto indiretto ed i due fatti debbano essere studiati in modo autonomo, sebbene la formazione dei vari linguaggi sia connessa con le strutture sociali e la loro evoluzione. 2.1.1 - M. Mauss teorizzò il “fatto sociale totale”, che potremmo identificare con quello che noi definiamo sistema sociale, nel chiarificare la concezione strutturale di Durkeim. Levi-Strauss utilizzò il concetto di struttura in senso metodologico ossia come modello o schema mentale, pur negando che esistano strutture sociali come realtà extra-umane (3). 2.1.2 - Dalla sociologia fenomenologica si può desumere la definizione della realtà strutturale storica come “fenomeno storico essenziale od immanente”, che sottende, come livello di profondità, le concrete manifestazioni storiche. La sociologia in generale dichiara come proprio oggetto di analisi l' “organizzazione sociale” o l'“interazione sociale strutturata”. 2.2 - Alcuni sociologi, come Maine, distinguono le società basate sullo “status” da quelle basate sul “contratto” (4), dove con le prime indicano le fasi feudali e le società pre-statuali e con le seconde le fasi mercantili. Affermano poi che, oltre a questa distinzione dell' “organizzazione sociale”, vi sia tra le due tipologie di società una differenza nel “sistema di governo”: corporativo e comunitario da un lato, individualistico e razionale dall' altro. Affermano esservi inoltre una differenziazione culturale: idee sacro-comunitarie contro idee secolari-associative (5). Tonnés affermava che la suddetta tipologia abbia un' applicazione universale. 3.1 - La sociologia contemporanea analizza essenzialmente i sistemi capitalisti, seppure lo faccia con schemi concettuali propri dei sistemi pre-capitalistici, quale ad esempio il concetto di status. I sociologi analizzano la condizione degli operai in modo distorto: inizialmente per reazione alla nuova realtà industriale e capitalistica. Alcuni sociologi riconoscono, tuttavia, come la condizione degli operai nel XIX secolo e nella seconda metà del XVIII fosse nettamente migliore dei lavoratori dei due secoli precedenti (6). Al sorgere della ricerca sociologica, sociologi “conservatori” e “radicali”, come Soutey e Cobbett, esprimenti entrambe le tendenze dell' ideologia propria del sistema borghese (7), denigrarono la condizione operaia, con finalità e modalità di reazione a favore del sistema borghese in procinto di essere superato (8). Essi auspicavano infatti il ritorno al corporativismo borghese ed al relativo status semi-feudale (9). Altri sociologi, come Southey, il quale scriveva nel 1807, enunciarono le teorie riprese da Marx circa la naturalità della società feudale rispetto all' artificialità dell' attuale “epoca commerciale” (10). Essi descrissero la realtà capitalistica come un rapporto schiavile (11), fornendo argomenti all' analisi mistificatoria di Marx, come riconobbe Nisbet (12). I sociologi R. Santey e W. Cobbett si qualificano così, non meno di Ricardo, Hegel, Taine, Hawhorne, Carlyle, Balzac e Bonald, come maestri di Marx. L' antropologia contemporanea tende a rifiutare le teorie dell' evoluzione storica proposte da L. H. Morgan, ritenendo che queste derivino dall' evoluzionismo biologico del XIX secolo, sebbene essi non rifiutino affatto l'evoluzionismo biologico e sebbene le teorie evoluzionistiche di Morgan abbiano influenzato indubitabilmente le teorie ideologiche di Marx – Engels, teorie che continuano ad avere ascendente sugli “intellettuali”, pur con i fallimenti e le tragedie che tali ideologie hanno prodotto nel XX secolo (13). 3.2.1 - La differenza essenziale tra “radicali” e “conservatori” consiste nel parteggiare per due diversi regimi o tipi di governo propri del sistema borghese: la monarchia assolutista per i “conservatori” e la tirannia assolutista per i “radicali”. La differenza essenziale tra “conservatori” e “socialisti”, “marxisti” in particolare, consiste nel fatto che, mentre i primi consideravano negativa la transizione al sistema capitalista concorrenziale, i secondi ritenevano l' avvento del sistema capitalista necessario seppur negativo, per realizzare la nuova società feudale che essi ritenevano corrispondere alla società ideale (14). Mentre i “conservatori” ed i “radicali” assumevano una posizione anti-storica, i “marxisti” accettavano l'evoluzione storica, consapevoli dell' ormai inevitabile generalizzazione del sistema capitalista, ritenevano necessario assecondare l' evoluzione storica, anche al fine di potersi definire “progressisti”. “Conservatori”, “radicali” e “marxisti” auspicavano il superamento della proprietà privata ma in direzione di un suo rafforzamento in quanto tutti costoro auspicano il ritorno al possesso feudale, ben più esclusivista e d opprimente della proprietà privata (15). 3.2.2 - Marx, paventando un' alleanza tra nobili ed operai a fini conservatori dei residui del sistema borghese, definiva tale tendenza “conservatrice”, o meglio regressiva, “socialismo feudale” (16). Questo dimostra come Marx riconoscesse la possibilità di un accostamento tra “socialismo” e “feudalesimo” e pertanto si preoccupava di ridicolizzare tale accostamento, con l' intento ideologico di scongiurarlo. § 3: Teorie varie della realtà storica e della sua evoluzione 1 - Antonio Santucci, rilevava come il termine storia indichi tanto la conoscenza storica quanto la realtà strutturale nella sua evoluzione (1). Hegel suggeriva l'utilizzazione del termine “storia” solo per la storiografia. La questione pare comunque tuttora irrisolta. Se per storia si può intendere la realtà strutturale storica, una storiografia realmente scientifica sarà quella che dia conto almeno con una certa approssimazione dell' evoluzione dell'universo strutturale statuale e ne possa prevedere, a grandi linee ed in modo probabilistico, l'evoluzione effettiva nel futuro. 2 - I filosofi della storia di tendenza idealista, contestano ai deterministi l'incertezza nella scelta di “quali fatti siano significativi diventa il problema di indicare quali fatti confermino l' ipotesi” (2). Questa tesi sarebbe valida se i fatti fossero perennemente contraddittori od incerti. 3.1.1 - E' ormai generalmente riconosciuta l' autonomia dell' evoluzione culturale, e dunque strutturale, da quella biologica. Autonomia che certo non esclude analogia. In genere si riconosce come l' evoluzione strutturale sia avvenuta per cause inconsce e spesso esterne alla società stessa (3). 3.1.2 - Comte affermava che le diverse “epoche storiche” siano tra loro concatenate ed affermava, al riguardo, che “ogni fase nasce dalla precedente e produce quella successiva” (4). Alcuni storici parlano di “filiazione” tra clientele della “società antica” ed il vassallaggio (5). 3.2 - Foucoult, con gli strutturalisti, riconobbe l' incoscienza e la determinazione a cui è soggetto l' uomo storico. Affermava essere compito dello storico far conoscere i meccanismi della realtà, rendendo possibile il suo superamento (6). 4.1 - Renouvier deprecava, all' inizio del XX secolo, “l' utopia del progresso che impediva di scorgere il male”. La cultura del XX secolo, nelle manifestazioni in cui non era succube delle ideologie anti-democratiche: “marxismo”, “cristianesimo integralista”, “islamismo” od altre concezioni religiose, identificava la storia col progresso, intendendo per storia l'insieme di: realtà strutturale, progresso scientifico e conoscitivo in genere. Quest'ultima concezione è attribuibile, ad esempio, a Campagnolo (7). 4.2 - Bloch, al fine di corroborare la concezione della storia come successione di eventi costantemente progressivi, affermava che la servitù sia progressiva rispetto alla schiavitù, poiché più redditizio sarebbe il lavoro dei servi rispetto a quello degli schiavi. Per tale ragione, secondo lui, alla schiavitù è seguita la servitù (8). Poiché alla servitù non è seguito un ritorno generalizzato alla schiavitù, ne trasse la conferma della teoria del progresso continuo della storia (9). 4.3.1 - John Bury affermava che la concezione ciclica della storia, diffusa dallo stoicismo, abbia costituito un ostacolo alla formazione dell' idea di progresso all'epoca della fase feudale “medievale” e del “rinascimento”. In realtà la fase feudale, per sua natura, non ammette possibilità teorica di progresso, poiché la sua cultura dominante deve proclamarne l' insuperabilità fino alla fine dei tempi, a meno di minare le basi stesse della società feudale (10). Infatti, solo nel XII secolo e.v. riemerse il concetto di storicità. Questo avvenne ad opera di Gilberto Porretano (11). La rinascita di questo concetto dimostra come nelle fasi feudali manchi qualsiasi cognizione di storia o di storicità. 4.3.2 - Con le teorie “socialiste” scomparve la teoria di un progresso indefinito e volontaristico proprio delle teorie “liberali”, per far posto ad un' idea di progresso avente come meta il “socialismo” stesso, con l' abolizione della dinamicità storica (12), in perfetta analogia con la cultura feudale “medievale”, a dimostrazione della sua effettiva natura di ideologia filo-feudale. § 4: Classificazione degli universi strutturali, nell' evoluzione storica trutturale, e delle loro partizioni. 1 - Il neo-pitagorico Numenio teorizzò tre divinità: 1 il principio di realtà o re dell’ universo (interpretabile come l’ essenza delle strutture storiche); 2 il demiurgo, che forma il mondo ed è il principio del divenire (ossia lo specifico universo strutturale in atto od universo strutturale statuale); 3 il mondo prodotto dal demiurgo (ossia i sistemi sociali specifici, con i vari tipi di governo e concreti poteri) (1). 2 - Gli antropologi Service e Sahlins, sulla scorta di Fried, classificarono le strutture storiche in quattro “livelli di integrazione socio-culturale”, da noi definiti universi strutturali storici: le bande, le tribù (definite società a ranghi da Fried), le organizzazioni territoriali rette da un capo (società stratificate di Fried) e “gli Stati” od universi strutturali statuali. La banda è un piccolo agglomerato di individui avente una certa autonomia territoriale. Non esistono stratificazioni o distinzioni nelle funzioni. Tali bande o clan sono generalmente nomadi, praticando la raccolta, la caccia e la pesca. Le varie bande, pur unite da una comunanza culturale, non possiedono istituzioni unificanti. Ogni banda ha un capo carismatico più o meno riconosciuto coscientemente. Il potere di tale capo carismatico si basa sulle sue doti personali: economiche (abilità particolari), religiose o di età. E' questo un ruolo temporaneo ed assolutamente non ereditario. Poiché il lavoro (e quindi le sue divisioni) è pressoché inesistente, non si verificano diseguaglianze durevoli se non basate su reale diseguaglianza psico-intellettiva. Esempi di tale tipo di struttura sociale si hanno, in epoca contemporanea, tra gli Eschimesi, in Amazzonia ed in alcune zone dell' Africa. Tra i boscimani Kung la funzione di capo è durevole ed ereditaria. Questo è probabilmente un esempio di trasmissione generazionale dell'ineguaglianza conoscitiva. Le tribù o società a ranghi rappresentano un livello superiore di integrazione socio-culturale. Tali strutture possono essere costituite da bande o da insiemi di famiglie, collegati tra di loro in modo da formare una totalità più complessa. Si ha, in questo caso, una precisa ubicazione territoriale. Appare un certo tipo di apparato di potere, definito istituzione tribale, che permette una certa regolamentazione dei rapporti fra gruppi. All' interno del sistema di parentela si vanno costituendo ineguaglianze gerarchizzate tra individui e gruppi (primogeniti, cadetti, uomini, donne, ecc.) sia all' interno delle unità elementari sia fra queste (tra lignaggi o clan), meglio definibili come gentes. Tale gerarchizzazione, che è rapportata a condizioni demografiche, ecologiche, ecc., non è ne ereditaria ne durevole, ne ha tendenza a dilatarsi. Si può riprodurre in modo identico in generazioni successive senza cristallizzarsi in istituzioni. Tali ineguaglianze non si aggiungono le une alle altre fino a costituire un sistema di stratificazioni ed istituzioni politiche. Si hanno cioè ineguaglianze diffuse basantesi puramente sull'ineguaglianza psico-intellettiva e costituente un potere non cristallizzantesi in istituzioni, enucleate dall' insieme della proiezione ideale. In tali società, se si può distinguere tra rapporti materiali e proiezioni ideali o configurazione sociale, tuttavia non si hanno istituzioni in quanto espressione dell' autorità, ma solo potere primario in quanto differenziazione totale tra individui e gruppi. Nelle tribù si hanno esempi di una condizione che dagli antropologi è definita di “schiavitù” in quanto i soggetti che ne sono coinvolti non partecipano delle gerarchizzazioni proprie della società, rimangono in uno stato di dipendenza e sono esclusi dalla vita sociale. Tale condizione può configurarsi forse meglio come quella dei prigionieri. Il potere deriva, in questo tipo di strutture sociali, da due ordini di fattori: la parentela e la posizione all' interno di questa (anzianità, primogenitura, ecc.), capacità magico-religiosa o capacità con implicazioni più direttamente economiche (capacità direttiva, lavorativa vera e propria o bellica). Il potere, pur essendo totale, viene legittimato. Questo è dimostrato dalla ritualità in cui è immesso. Il potere viene infatti definito come forza magica positiva (swem). Poiché però il potere deriva sempre da una competizione, rivalità o vere e proprie lotte, queste ultime sono intese come fatto negativo e quindi potenza malefica scongiurabile (tsau). Se il detentore del potere sà neutralizzare le rivalità ne deriva una legittimazione supplementare del suo potere che lo rende totale. Le società stratificate od organizzazioni territoriali rette da un capo si caratterizzano per una certa autonomia dell' elemento “politico” ossia del potere e quindi si ha la formazione delle istituzioni. Le funzioni socialmente qualificate (mantenimento dell' ordine, regolazione della produzione e del consumo, ecc.) danno luogo a ruoli specifici, che possono divenire appannaggio di individui e gruppi. Si realizza una stratificazione sociale non basantesi su criteri di parentela ma in rapporto a funzioni di carattere socio-economico ed ideologico: nobili, uomini liberi e detenuti (o servi). Compaiono così sistemi embrionali di casta (anche come gruppi specializzati professionalmente). Si ha così il parziale superamento del sistema di controlli parentale con il realizzarsi del tipo di controllo tipico delle istituzioni. Questo tipo di struttura è l' anticamera del livello di struttura statuale e costituisce un livello di transizione a quest' ultimo. Tuttavia si distingue dal livello statuale per la non completa autonomia delle istituzioni politiche dall' insieme della proiezione ideale (2). Nei “livelli di integrazione socio-culturale” pre-statuali esistono solo “germi” di “sistema” politico autonomo (od istituzioni politiche), poiché la funzione “politica” esiste come funzione parziale di altre componenti sociali. In tali “livelli” pre-statuali non si ha una netta distinzione neppure tra referente materiale e proiezione ideale. Questo appare valido in generale ad esclusione delle società stratificate, ove la proiezione ideale è ben scissa rispetto al referente materiale (3). 3.1.1 - Le fasi storiche statuali sono adombrate dalla sociologia ed indicate come “tipi di stato” . I vari regimi vengono definiti “forme di governo”. Il termine regime è usato spregiativamente dai sociologi per indicare forme di governo non giustificate adeguatamente da una data “formula politica” o concezione politica e dunque considerate forme di governo illegittime. 3.1.2 - Heers dimostrava come in quelli che noi definiamo periodi di transizione dalla fase feudale a quella mercantile (del ciclo “medievale – moderno - post-moderno”), i vari conflitti prodottisi non siano riconducibili alla “teoria marxiana” delle classi, essendo spesso volti alla conservazione sociale (4). § 5: Determinismi vari e teorie varie dei fattori determinanti 1 - Tassoni dava per scontato che non vi sia un progresso continuo in quanto è ovvio che esistano soluzioni di continuità che permettono periodi di decadenza “successivi a periodi di eccellenza”. Perrault superava la contraddizione tra l' idea di un costante progresso della conoscenza e la constatazione della decadenza feudale, affermando che la decadenza procede da fattori estranei all' uomo ed alla sua natura, essendo la natura sempre uguale a sé stessa (almeno nelle leggi che la regolano). Distingueva tra progresso sociale e progresso scientifico affermando che quest' ultimo è progressivo essendo progressiva la conoscenza che ne stà alla base, in rapporto all'esperienza. Hakewill parlava di “una specie di progresso circolare” in relazione ai ricorsi storici (1). L' abate di Saint – Pierre riconosceva che non si sia verificato un progresso morale e culturale nel passaggio dalla “classicità” alla “modernità”, ma riteneva si sia realizzato un progresso sociale in virtù dell' appartenenza del progresso scientifico alla “ ragione umana universale” (2). Il barone D' Holbach parlava di “natura materiale” come sola artefice della storia, in contrasto con l'essere umano, il quale ultimo è tuttavia parte della natura e come tale né buono né cattivo alla nascita (3). 2 - Pietro d' Abano sosteneva il determinismo di Averroè, approfondendolo fino ad includervi il sorgere di filosofie e religioni (4). Il determinismo, come ogni altro schema interpretativo, “rischia” di forzare la rappresentazione storica (5). Tale rischio va giustamente valutato ed occorre adattare lo schema alla effettiva realtà storica, in un processo continuo di affinamento degli strumenti interpretativi. Pirenne non adottò un economicismo “tecnico e ristretto” (6), ma cercò di inglobare tale economicismo in una visione culturale ampia. Durkheim aveva un' idea di determinazione ontologica della realtà strutturale sugli individui (7), affermando che gli individui siano determinati nella loro natura dalla realtà strutturale. Tale concezione è palesemente irrazionale, poiché l' essere umano ha dato luogo alla realtà strutturale e non può dunque esserna una creatura. § 6: Andamento ciclico dell' universo strutturale statuale, con i periodi di transizione e le partizioni dei due cicli storici 1 - I maya avevano un calendario con cicli di 52 anni ed un' altro, definito “Conto Lungo”, che contemplava un ciclo di 5.125,36 anni (il quale secondo loro corrisponderebbe allla durata dell' universo strutturale statuale), basato su partizioni che, oltre agli “uinal” (o “mesi” di 20 giorni), contempla i “tun” (o anni di 360 giorni), contempla “katun” (o periodi di 20 anni: corrispondenti ai cicli ventennali) ed i “baktun” (o periodi di 20 “katun”, che possono adombrare la durata delle fasi statuali). Questo dimostra come i maya avessero intuito le partizioni principali dell'evoluzione dell' universo strutturale statuale (1). 2.1 - Hume accettò il principio della ciclicità storica, pur non pronunciandosi sul giudizio della società a lui contemporanea, evitando di dire se fosse in un momento di progresso o di regresso. Affermava tuttavia che ci si trovasse ad un grado di “civiltà” mai prima raggiunto (traendo tale convinzione dalla constatazione dell'avvenuto superamento della schiavitù). 2.2 - Sotto il termine di “legge categoriale” (2) i filosofi della storia individuano la tendenza a classificare in modo ciclico gli eventi storici. Con il termine di “connessione” si individua la classificazione di più fenomeni in un' unico fatto, se questo propone un processo di mutamento, inteso come unitario, come ad esempio le rivoluzioni, le guerre, il “Rinascimento”, il “Risorgimento” e così via (3). 3 - Saint – Simon e Comte teorizzarono la società statuale come bipartita in due stadi: lo “stadio feudale” e lo stadio “industriale”, teorizzando come il primo si caratterizzi per lo scopo dell' accrescimento del potere (definito come conquista) ed il secondo per lo scopo del benessere e del lavoro produttivo (4). I “positivisti”, pur partendo tutti da una concezione organicistica della società, esprimevano concezioni diverse. Spencer, ad esempio, riconosceva come la società mercantile sia basata su un' organizzazione meno vincolante per gli individui e per questo più progredita. Sottolineava cioè il fatto che, mentre la società feudale sia basata sulla cooperazione obbligatoria, la società mercantile sia basata sulla cooperazione volontaria. Egli vedeva quindi il progresso nel graduale allontanamento della società da un modello superorganico, come era in partenza, ossia nella prima e nelle successive fasi feudali. Spencer auspicava il superamento della società statuale mercantile, con una società ove la produzione sia volta a scopi sociali; purtroppo non vedeva in questo il pericolo che il suo non fosse che un semplice auspicio di un ritorno alla società feudale (5). Spencer considerava, tuttavia, chiaramente il “comunismo” come un ritorno alla società feudale, da lui definita “sistema militare” e considerava ogni intervento statuale nell'economia come una degenerazione dell' organismo sociale (6). Saint – Simon caratterizzava correttamente le due fasi statuali, partendo dall' analisi del fondamento dei rapporti di produzione: la conquista (per la fase feudale) ed il lavoro (per la fase mercantile), ignorando il discrimine del fondamento del rapporto di scambio (lo scambio paritario, per la fase mercantile) ed il favore (o scambio gerarchizzato, per la fase feudale) (7). Comte affermava che all' epoca della transizione dalla fase feudale alla fase mercantile (del ciclo stocico “medievale” - “moderno” - “post-moderno”) si fosse avuta coscienza di dove si era storicamente e di dove si stava andando. Riteneva che questo fatto fosse frutto dello sviluppo scientifico, favorito dalla società che si stava sviluppando. In realtà la conoscenza e coscienza di dove si fosse era diffusa già in epoche precedenti: si sà infatti che i filosofi della Grecia “classica”, prevedendo l' avvento della fase feudale che si avvicinava, considerassero età dell' oro l' età che avevano alle spalle, mentre consideravano il futuro foriero di regresso morale e sociale. La coscienza dell'evoluzione storica in atto, più che la conoscenza della natura di tale evoluzione, è dunque assai antica, sebbene si possa presumere che essa sia più diffusa al momento della transizione tra fase feudale e fase mercantile di quanto lo possa essere al momento della transizione inversa. Questo a causa delle mistificazioni compiute dalle ideologie, le quali tendono a far considerare la società in fieri sempre progressiva rispetto alla società in atto, soprattutto quando questo sia assolutamente falso (8). 4 - Bazard, continuatore di Saint-Simon, attivo nella I^ metà del XIX secolo, riconobbe esservi nella storia periodi “organici” alternativi a periodi “critici”. Egli interpretava la legge dei tre stadi di Comte come una diversa esposizione delle due fasi, con un periodo intermedio. Lo stesso Durkheim riconosceva che le alternanze teorizzate da Bazard siano incontestabili (9). Karl R. Popper individuava chiaramente la natura della fase mercantile (che definiva “società aperta”) e della fase feudale (o “società chiusa”) e le ideologie proprie di quest'ultima, quali il “platonismo”, il “neo-platonismo” ed il “marxismo” (10). 5.1 - Durkeim definiva “comunità” la realtà strutturale, nella sua influenza sull'individuo (11). Egli distingueva tra rapporti sociali razionali e contrattuali, e dunque propri delle fasi mercantili, dai rapporti basati sull' emotività ed il coinvolgimento totale, e dunque propri delle fasi feudali. Parlava al riguardo di comunità meccaniche ed organiche (12), all' interno della “realtà comunitaria” strutturale. Gli “illuministi” identificavano la realtà strutturale con la “società” da noi intesa come società mercantile o fase mercantile. Al contrario Durkeim identificava la stessa realtà strutturale con la “comunità” intesa come comunità organica. Anche Pareto accettava la teoria ciclica dei pitagorici. Egli affermava che le fasi storiche si alternino con ritmo imprevedibile. Egli definiva le due fasi storiche: “società più combinatorie” e “società più aggregative” per definire rispettivamente le fasi mercantili e le fasi feudali. Diceva che l' unica costante delle due fasi sia la presenza dei germi della sua degenerazione o della fase di tipo opposto e quindi ad una società di un dato tipo è destino succeda una società del tipo opposto. Tale concezione è quindi di tipo diadico, come quella hobbesiana (13). Vilfredo Pareto usò per primo il termine “sistema sociale” per indicare l' equilibrio complessivo di una società, ossia l' insieme dei suoi componenti (14). Comte affermava che ogni sistema sociale abbia una sua “organicità”. Affermava che la funzione di ogni regime politico sia quello di adeguarsi a quell' ordine, regolando la stratificazione sociale che tende a prodursi spontaneamente in quella data società. Affermava quindi che altro compito delle istituzioni fosse quello di definire gli “scopi di attività” della società, ossia i valori (15). M. Mauss definiva “fatto sociale totale” l' insieme della vita sociale di una data società, ossia i vari sistemi sociali (16). Marx aveva previsto il realizzarsi di un sistema capitalista burocratico per la realizzazione successiva della rivoluzione in senso feudale nei “paesi avanzati”. Tali sistemi capitalisti burocratici sarebbero caratterizzati dalla “centralizzazione del credito e delle banche, la gestione da parte dello stato dei mezzi di comunicazione e di trasporto, il potenziamento delle fabbriche e degli altri mezzi di produzione di proprietà dello stato” (17). Tutte le concezioni storiche dei sociologi sottintendono intrinsecamente una concezione ciclica dell'evoluzione storica, concezione che si guardano bene dall' evidenziare e, spesso, contrastano in modo esplicito. Michels riconosceva, ad esempio, come i “flussi e riflussi” siano incontestabili (18). Lo stesso Tonnies, esplicitando i veri fini del “marxismo”, evidenziava tale andamento ciclico (19). Engels riconosceva come l' autoritarismo ed il dispotismo nelle grandi fabbriche sia maggiore che non nelle piccole fabbriche (20). Ossia conosceva la natura del sistema capitalista burocratico, come sistema intermedio tra il sistema capitalista concorrenziale ed i sistemi delle fasi feudali. Tonnies analizzò l' evoluzione della realtà strutturale statuale come una transizione da un “comunismo originario”, ossia una fase feudale decentrata ad una società mercantile industriale e da questa ad un “socialismo” ossia ad una nuova fase feudale (ritenuta di tipo centralizzato) (21). Tale analisi non si discosta molto dall'analisi storica “marxiana”, come riconosceva lo stesso Tonnies. Anche Durkheim analizzava la storia praticamente allo stesso modo e riteneva che, realizzatosi il “socialismo”, si tenderà al ritorno al “comunismo” ossia ad una fase feudale decentrata (22). Lenin riteneva che il “capitale finanziario” (ossia i sistemi capitalista oligopolista ed i sistemi capitalisti burocratici) fosse un fatto intermedio tra il sistema capitalista (concorrenziale) ed il “socialismo” (23) o fase feudale. Lenin ne parlò infatti ne “L' imperialismo, fase suprema del capitalismo, Saggio popolare”. Weber già nel 1918 aveva compreso come il “socialismo” equivalga ad una “dittatura della burocrazia” (24). Del resto lo stesso Marx aveva ben compreso l'evolversi della società statuale e sapeva che a quella che noi definiamo fase mercantile sarebbe seguito ben presto una nuova fase feudale, anche per gli scricchiolii sempre più evidenti del sistema capitalista e gli effetti delle devastanti crisi cicliche. 5.2 - Levi-Strauss, il quale pure concepiva le strutture come semplice concetto metodologico o strumento di indagine delle relazioni sociali, distingueva tra “ordini vissuti” e “ordini concepiti” (25), dove per i primi intendeva i singoli elementi della struttura sociale e della realtà oggettiva e per i secondi intendeva le immagini create dai miti, dalle religioni e dalle ideologie politiche. Affermava che gli “ordini concepiti” siano presupposti direttamente dagli “ordini vissuti” e costituiscono con questi ultimi una “totalità ordinata” (ossia un sistema sociale). In altri termini, indicava la distinzione tra base materiale e proiezione ideale.

Indici del Capitolo 5: Natura della scienza e delle ideologie. § 1: Definizione delle varie tipologie di scienze 1 – Definizione della scienza galileiana e della scienza “lisenkiana”, criteri di demarcazione della prima, logica della scoperta scientifica e distinzione tra le varie branchie scientifiche: fisico-matematiche, storico-strutturali, ed umane. 2 – Climatologia e scienza galileiana, contro scienza “lisenkiana”. 3 – Scienze della realtà sociale e loro rapporto con con la conoscenza attuale e l' arte della gestione del potere. 4 – Essenza della scienza e suo rapporto con la razionalità. 5 – Metodologie scientifiche, quintessenza della scienza. 6.1 – Natura dei paradigmi e loro articolazione e rapporto tra i paradigmi e la scienza. 6.2 – Formalizzazione degli enunciati come tentativo, fallito, di rendere scientifiche le “scienze sociali”. 7 – Ipotesi e teorie scientifiche a base della conoscenza, che è uno dei fini dell' essere umano. 8 – Identificazione della conoscenza con la virtù o con la morale autentica. 9 – Casualità, probabilità statistica, determinazione e scienza. § 2: Scienza e concetti di causa e fine 1 – Inevitabilità e rapporto tra causa e fine. 2 – Scienza galileiana e finalismo della natura e della scienza. 3 – Finalismo implicito alla scienza, costanti di natura e principio antropico, come riproposizioni di finalità razionali. 4 – Finalità e causalità e loro rapporto con la metafisica, ideologie e religioni. 5 - Causalità e finalismo in psicologia e suoi contenuti ideologici. § 3: Conoscenza, e fine umano dell' autocoscienza 1.1 – Concezioni della natura: naturalistica o connessa alla scienza e spiritualistica o connessa alla realtà strutturale storica. 1.2 – Scienza come realizzazione dell' autocoscienza della natura cosmica, attraverso l' ominizzazione. 2 – Realtà strutturale storica come mezzo di ottenebrare la coscienza e insieme mezzo della sua piena realizzazione. 3 – Fede nella realizzazione della pienezza della conoscenza come auto-realizzazione dell' uomo. 4 – Esoterismo come conoscenza parziale della realtà strutturale e della condizione umana. 5 – Conoscenza filosofica e conoscenza scientifica e rispettive implicazioni di vita per i loro cultori. § 4: Scienze nella realtà strutturale storica e superabilità di tale realtà 1.1.1 – Scientismo, come tentativo di rendere razionale la politica e la realtà sociale strutturale, ma anche di rendere scientifica tutta la conoscenza. 1.1.2 – Romanticismo e proclamazione del “fallimento della scienza”, in quanto non aveva ancora risolto il problema umano e sociale. 1.1.3 – Connessione tra livello conoscitivo raggiunto grazie allo sviluppo delle scienze e possibilità concreta del superamento della realtà strutturale storica. 1.2 – Sviluppo delle scienze e riduzione dell' area della conoscenza irrazionale a favore della conoscenza razionale. 1.3 – Scienza come fine degli esseri umani, in quanto elemento costitutivo della felicità o pienezza della manifestazione dell' essere di ogni individuo. 1.4 – Distinzione ed antitesi tra bisogno di verità assoluta ed assolutizzazione della conoscenza. 1.5.1 – Barriera alla conoscenza scientifica frapposta dagli interessi strutturali dei ricercatori stessi, sia per le scienze umane che per quelle strutturali. 1.5.2 – Barriera dell' inconoscibilità frapposto dalla realtà strutturale storica e suo abbattimento come condizione del superamento della suddetta realtà. 1.6.1 – Scienza come strumento di beatitudine, entrando nel campo della metafisica ed occupando il campo delle ideologie e religioni. 1.6.2 – Sacerdoti delle ideologie e religioni come prostitute dello spirito. Realtà sociale post-strutturale figlia della scienza e dell' essere umano. 1.6.3 – Scienza come studio dell' inevitabilità finalizzato alla realizzazione dell' opzionalità o volontà umana. 1.6.4 – Pienezza della scientificità della conoscenza della realtà strutturale e delegittimazione e scardinamento della stessa realtà strutturale. 1.6.5 – Raggiungimento della piena scientificità delle scienze umane e sociali se consentiranno di creare la tecnica adatta a superare la realtà strutturale storica ed a realizzare la pienezza della socialità. 2.1.1 – Autonomia della scienza e della conoscenza in genere rispetto alla realtà strutturale storica, pur essendone condizionate. 2.1.2 – Distinzione ed antitesi tra cultura o proiezione ideale della realtà strutturale e scienza o conoscenza scientifica. 2.2.1 – Condizionamento della scienza da parte delle ideologie dominanti. 2.2.2 – Ideologie dominanti ed indirizzo della scienza nelle direzioni che maggiormente interessano il settore dominante della società in atto. 2.3.1 – Influenza della tecnica sull' organizzazione del lavoro. 2.3.2 – “Rivoluzione sessuale” conseguente alla “rivoluzione tecnologica” verificatasi tra gli anni '50 ed '80 del XX secolo. 2.3.3.1 – Influenza della tecnica sull' evoluzione strutturale e di quest' ultima sullo sviluppo della tecnica. 2.3.3.2 – Distinzione tra tipo di produzione prevalente, tecnica produttiva, e conoscenze scientifiche. 2.4.1 – Storici accademici e periodizzazione della storia strutturale sulla base di tecniche produttive o di forme o poetiche dell' arte. 2.4.2 – Marx ed Engels e difficoltà di spiegare il regresso tecnico-scientifico dovuto alla transizione alla fase feudale. Giustificazione tramite le “invasioni barbariche”. 2.4.3 – Marx ed Engels e teoria contraddittoria della concentrazione industriale proporzionale allo sviluppo tecnico-scientifico. 2.4.4 – Marx ed Engels e timori sull' avvento di una nuova fase feudale, dato il grado di sviluppo raggiunto dal mercato mondiale. 3 – Sviluppo geometrico delle conoscenze scientifiche. 4 – Distinzione tra invenzione ed innovazione e loro rapporto con la capacità imprenditoriale. 5 – Produzione volta ad accrescere la soddisfazione dei bisogni e produzione volta ad accrescere il prestigio ed il potere della sezione dominante della società. 6.1 – Scienza e tendenza a rendere razionale il lavoro od eliminare l' irrazionalità presente nel lavoro. 6.2 – “Fabbriche senza uomini”, sintomo della necessità del superamento della realtà strutturale statuale, determinata dal livello raggiunto dalla scienza e dalla tecnica. 7 – Essenza effettiva del progresso umano. 8.1 – Linguaggio come parte della realtà strutturale storica e della scienza ossia della conoscenza umana. 8.2 – Funzioni superiori del linguaggio: funzione descrittiva ed argomentativa e creazione dell' universo strutturale statuale. 8.3 – Assenza di connessione diretta tra sviluppo intellettivo e capacità comunicativa, dove quest' ultima è connessa al grado di socialità ed al tipo di realtà sociale. 8.4 – Scienze sociali realmente scientifiche e salto qualitativo del linguaggio. 8.5 – Sviluppo della telematica e sviluppo di un nuovo linguaggio e nuovo modo di comunicazione. 9 – Creazione di una società post-strutturale od autenticamente socialitaria e linguaggio adeguato alla piena soddisfazione dei bisogni autentici. § 5 – Natura delle ideologie 1 – Elementi caratteristici delle ideologie. 2.1 – Scienza nascente dal raziocinio e fede nascente dal sentimento. 2.2.1.1 - Conoscenza ideologica e conoscenza scientifica. 2.2.1.2 – Marx: distinzione e contrapposizione tra “il modo di compiere la la ricerca” e “il modo di esporne i contenuti categoriali”. 2.2.2 – Teorizzazione “marxiana” della “lotta di classe” attribuita ad una presunta “contraddizione” tra “forze materiali di produzione” e rapporti di produzione. 3 – Alienazione nei confronti della realtà strutturale e sua strumentalizzazione da parte di Marx per teorizzare l' alienazione provocata dai sistemi capitalisti, come esempio di utilizzo di concetti potenzialmente scientifici a fini ideologici. 4.1 – Marx ed adombramento del superamento della realtà strutturale statuale, ma caratterizzazione della nuova società come una nuova fase feudale. 4.2 – Marx ed Engels e presentazione del loro concetto di “socialismo” come rimedio contro la “morte della società”.

Cap. 5° Natura della scienza e delle ideologie. § 1: Definizione delle varie tipologie di scienze. 1 - La differenza tra ideologia e scienza consiste essenzialmente nella verificabilità o falsificabilità di quest'ultima. Il linguaggio della scienza consiste nel far precedere la prova o dimostrazione alla stessa enunciazione. Senza la prova non vi è, infatti, legge scientifica ne linguaggio scientifico. Antonella Del Rosso ricordava che “qualunque nuova teoria non ha validità, se non è confermata da un esperimento (ovvero, non si può semplicemente inventare una fantasiosa soluzione ai misteri dell' Universo senza preoccuparci di verificarla) e qualunque esperimento deve essere ripetibile (ovvero, non si possono annunciare risultati che nessun altro è in grado di riprodurre).” (1). Questi sono i principi della scienza “galileiana”. Vi è poi la sedicente “scienza lisenkiana”, (dal nome del ciarlatano, sedicente “genetista” di Stalin) che, al contrario, si basa sull' enormità degli enunciati al fine di sottrarli ad ogni possibilità di verificabilità o falsificabilità. La verificabilità e la falsificabilità delle ipotesi e teorie scientifiche impone che, allorché si desideri formulare una teoria od una legge scientifica, ci si confronti con ogni teoria od ideologia, per quanto irrazionale, pur con la consapevolezza del valore della propria teoria e della altrui irrazionalità, senza prevaricazioni, forzature o preclusioni e pregiudizi. Popper definiva asserzioni “naturalmente o fisicamente necessarie” (2) “le asserzioni deducibili da una funzione assertoria, che è soddisfatta in tutti i mondi che differiscono dal nostro, ammesso che differiscano, solo rispetto alle condizioni iniziali”. Egli pertanto, oltre alla realtà fisica, considerava parimenti necessarie le potenzialità naturali, indipendentemente dalle condizioni contingenti (3). Gli epistemologi, come Imre Lakatos, affermano che, sia la concezione epistemologica di demarcazione popperiana o della falsificabilità (la quale sarebbe insufficiente ed inaccettabile in quanto le osservazioni potenzialmente falsificanti sono di incerta valutazione esse stesse, per cui il criterio di falsificabilità sarebbe alquanto debole), sia la concezione kuhniana della derivabilità delle teorie da premesse condivise ed il sostenimento della tradizione di rompicapo (la quale ultima, sia nel suo primo che nel secondo aspetto non distingue affatto la scienza dalla pseudo-scienza e dalla non-scienza), sia le altre concezioni della verificabilità, le quali, rispetto alla teoria popperiana hanno la debolezza di non ricercare in negativo le osservazioni falsificanti (mentre la concezione popperiana della falsificabilità come criterio di validità scientifica ha il valore di consentire di riconoscere l' ovvio vantaggio della teoria meno generica rispetto a quella più generica), siano insufficienti come criterio di scientificità. Il criterio più valido di demarcazione pare essere quello della controllabilità e del controllo, dove per controllabilità si intende la possibilità di controllare, con tutti i mezzi messi a disposizione dalla “conoscenza di sfondo” o contemporanea, la rispondenza o pertinenza dell' analisi proposta da una data teoria, con la realtà che la teoria stessa propone di analizzare o che ha come oggetto reale (che può divergere di quello dichiarato) ed una sufficiente (secondo le aspettative del tempo) rispondenza tra teoria e realtà (e le sue causalità) così come è dato di osservarle in base alle conoscenze generali (enunciati osservativi e non osservazioni reali) (4) (fornite da tutte le scienze) del tempo. Si avrà così una validità scientifica, più o meno piena delle varie teorie, la quale validità scientifica sarà relativa al tempo storico e scientifico in atto (in quanto gli enunciati osservativi non sono di per sé sicuramente veri) e non assoluta, potendo graduarsi dalla scientificità piena alla pseudo-scienza, alla a-scientificità, tenuto presente che ogni campo dell' umana conoscenza (dalla magia, alle varie ideologie, alle religioni) è potenzialmente scientifico, ossia potenzialmente analizzabile o controllabile con criteri scientifici che permettano di scoprirne la scientificità relativa (o quantomeno tale verificabilità non può essere esclusa a priori adducendone il carattere metafisico o religioso o politico, posto che la presunta inverificabilità di tali campi dell' umana conoscenza deriva essenzialmente dal linguaggio specifico e spesso irrazionale, adottato in tali teorie). Quanto alla teoria o logica della conoscenza, la concezione kuhniana della refutazione mediante falsificazione, di enunciati osservativi (5) pare essere valida, sebbene la stessa refutazione non sia assoluta ma relativa al tempo scientifico, dove la refutazione di teorie avviene essenzialmente con altre teorie, anch' esse opinabili (6). Secondo alcuni epistemologi, caratteristica dirimente o “discriminante” della scienza e, conseguentemente, delle teorie scientifiche, è la loro progressività: dove si ha progresso di conoscenza si ha scienza, in caso contrario no (7). Tale criterio, più che come criterio di demarcazione (8) vale come logica della scoperta scientifica, in quanto come criterio di demarcazione il progresso non è assumibile, in quanto anche le ideologie a-scientifiche possono avere un contenuto conoscitivo non nullo. Tali ideologie, si dimostrano a-scientifiche in quanto impediscono, con il dogmatismo insito nel loro carattere o formulazione, il progresso conoscitivo. Le ideologie, se formulate in modo opportuno e private degli aspetti inumani, possono essere controllabili, sebbene in questo modo perdano il loro carattere dogmatico, permettendo il progresso conoscitivo (9). La controllabilità è pertanto un criterio di demarcazione e logica della scoperta scientifica (sebbene quest' ultima si basi essenzialmente sul progresso conoscitivo, in quanto il controllo è sempre incerto e problematico, essendo connesso unicamente alla scienza di fondo in atto in quel dato momento). Peraltro il controllo ha un suo ruolo anche nel campo della logica scientifica, in quanto il progresso stesso non sarebbe decidibile senza controllo, ed in assenza di controllo si avrebbe unicamente proliferazione di teorie, la cui scientificità e progresso sarebbero incerti. Lévinas affermava che l' esperienza non sia l' unica fonte del pensiero, derivando quest' ultimo dalla conoscenza tramandata da altri, ossia dalla conoscenza derivante dalle esperienze di altri e dalla percezione della propria essenza e natura e della natura dell' umanità. L' esperienza deriva dai sensi ed istinti, che costituiscono il fondamento della vita stessa in quanto tale (10). Alcuni epistemologi riconoscono come non esistano scienze puramente deduttive, neppure la matematica e la logica. Tutte le scienze basano il proprio essere tali su osservazioni empiriche corroboranti, senza le quali non potrebbero vantare uno status scientifico, ma solo di ipotesi aperte alla verificazione (così le geometrie non euclidee hanno conquistato lo status di teorie scientifiche allorché se ne è verificato il valore euristico). D' altro canto tutte le scienze nascono da suggestioni empiriche, per la stessa natura del pensiero umano, il quale non può sorgere se non da confronti analogici, così da suggestioni induttive nascono tutte le forme di conoscenza, comprese le più astratte, come le teorie metafisiche. In particolare queste ultime nascono da intuizioni o constatazioni sulla natura dell' uomo. Si possono distinguere tre campi del sapere scientifico: fisico, storico – strutturale ed umano - sociale. Se nel primo campo si è raggiunto da tempo il grado della piena scientificità, nel secondo campo la scientificità è ancora del tutto parziale, poiché le teorie in atto sono da considerarsi mere ipotesi, prive del carattere di scientificità in quanto prive della caratteristica della falsificabilità, essendo incrostate dalle ideologie. Il terzo campo, quello prettamente umano è un campo che si può definire sostanzialmente inesplorato, poiché le teorie in atto non sono in grado di distinguere correttamente tra realtà strutturale e natura umana e l' interazione tra le rispettive nature di queste due entità. Ne è esmpio la psicologia, la quale è inficiata, nella sua pretesa di acquisire una valenza scientifica, dalla carenza dell'analisi della natura psichica dell'uomo, della natura della realtà strutturale e dell' interazione tra l'una e l'altra. 2 - Alcuni fisici dell' atmosfera, come Georgiadis, dimostrano, contrariamente alle affermazioni di alcuni climatologi, che appaiono essere esempi concreti di “scienziati” del “tipo di Lisenko”, in quanto paventano l' “effetto serra”, dicendosi certi che sia provocato dall'azione umana; dove la dimostrazione dei primi è comprovata dai satelliti, i quali accertano che si abbia un progressivo raffreddamento del Polo Sud, se si esclude una penisola che si stà riscaldando, la quale però costituisce solo il 10 % del continente antartico. E' quindi più probabile un progressivo raffreddamento, almeno temporaneo, dell' intero Pianeta (11) ed in ogni caso l' effetto dell' azione umana appare come un' antropocentrismo ridicolo. La “scienza” di “tipo lisenkiano” fà affermazioni incontrollabili ed indimostrabili, esulando così totalmente e palesemente dalla scienza autentica o scienza galileiana. 3 - Karl R. Popper distingueva correttamente la conoscenza dalla realtà strutturale storica. Egli considerava la realtà strutturale accidentale ed arbitraria (12). Definiva la conoscenza: 3° mondo, mentre la realtà strutturale storica sarebbe il 2° mondo (13). Gli “scienziati”, nel corso della loro ricerca, imbattendosi nella contraddizione tra natura umana e realtà strutturale e ponendosi la necessità di scegliere quest'ultima per l' assenza, seppure contingente, di un' alternativa concretamente percorribile, si trovano di fronte alla necessità di far coincidere la natura umana con la realtà strutturale storica. Tale operazione riesce solo se si porta l' analisi ad un livello di astrazione tale da permettere l' accettazione dell' assurdo come elemento della verità. Si crea così una teoria in cui la contraddizione esterna diviene interna ed accettata, in quanto sublimata in un' analisi completamente astratta. L' emergere di una scienza autentica della realtà strutturale storica e della natura umana determinerà i presupposti per circoscrivere l' assurdo, determinandone una piena conoscenza e rendendolo innocuo. La verità scientifica si caratterizza per il suo essere cumulativa, aperta ad ogni confronto e sfida. Le scienze sociali e le scienze dell' uomo (quando avranno raggiunto lo status di scienza) sono patrimonio di ogni individuo. La situazione attuale della conoscenza della realtà strutturale, al contrario, è bifronte: verità ideologica dominante od unica, da un lato, predicata dall'”intellighentia”, ossia dai sacerdoti dell' ideologia dominante; dall' altro la “verità” pratica, vissuta nei palazzi del potere e sostanziata nell'immutabile arte della gestione del potere o della specialità detta “astuzia”. 4 - Popper affermava che vi sia certezza unicamente dell'erroneità delle teorie, mentre della verità vi può essere solo dubbio (14). L'unica verità che l'uomo conosce è quella insita nella scienza, poiché il metodo scientifico, che costituisce l' essenza stessa della scienza, è il metodo euristico che consente di avvicinarsi, in più o meno costante progressione, alla conoscenza del reale. La scienza, per la sua intrinseca razionalità, è quanto di più rispondente e consono alla natura umana, la quale ultima, pur presentando elementi di irrazionalità, è in sé razionale o tendente alla razionalità ed è misura stessa della razionalità. A chi possiede spirito scientifico ed agisce secondo il principio scientifico, il dubbio permane in ogni ambito della conoscenza. La scienza infatti non annulla mai del tutto il dubbio, neppure sulle leggi scientifiche più consolidate, poiché possono sempre emergere conoscenze nuove in contraddizione, almeno parziale, con la legge scientifica consolidata. 5 - Laslett affermava che chi espone un dato sistema teorico con la confutazione di un sistema altrui, espone in anticipo le proprie premesse (15). G. di Ockam faceva derivare la conoscenza astrattiva dalla conoscenza intuitiva od esperienziale (16). Ockam riteneva che l' intelletto intervenga anche nella conoscenza intuitiva, collateralmente ai sensi. Il metodo scientifico, in cui si racchiude la scienza stessa, consiste nell' evidenziare i fondamenti di ogni assunto scientifico, sia esso ipotesi, teoria o legge scientifica. La falsificazione, eventuale, di tali fondamenti, falsificherebbero l' assunto stesso. Le verifiche dei suddetti assunti e la loro “discussione” o revoca in dubbio è sempre aperta ed altamente auspicabile per il metodo scientifico. Popper faceva derivare l' inventiva, che egli riteneva fonte principale della conoscenza, dall' evoluzione biologica, la quale determinerebbe appunto la capacità inventiva e conoscitiva (17). Egli trascurava la fonte conoscitiva derivante dall' esperienza e dalla memorizzazione della medesima. Popper riteneva che le teorie, od ipotesi scientifiche, precedano e guidino l' osservazione e non il contrario (18). L' epistemologia popperiana, se non contenesse il principio di falsificazione, sarebbe un puro ritorno all' “irrazionalismo” ed all' anti-scientificità tautologica del deduttivismo (tipicamente feudale). La falsificazione non è espressione della logica deduttiva, come pretendeva Popper (19), bensì del metodo deduttivo-induttivo in base a cui vengono formulate le ipotesi, e si avvale soprattutto dell' induzione, in quanto falsificazione. La critica anti-induttivistica popperiana ha validità in quanto si rivolge al criterio di verificazione, il quale ha limiti maggiori rispetto al principio di falsificazione. Popper pone il calcolo delle probabilità in antitesi con la corroborazione (20). Il che è criticato dai suoi detrattori in quanto il calcolo delle probabilità è esso stesso corroborazione. La fallibilità delle teorie scientifiche non dimostra come la conoscenza non possa derivare dall' esperienza, come ritiene Popper (21), ma semplicemente che l'esperienza è comunque sempre limitata e perfettibile. La regolarità è indiscutibilmente naturale e quindi “a priori” come afferma Kant (22) e riconosce lo stesso Popper (23). Egli finisce per rendersi conto, implicitamente, di come la sua teoria anti-induttivistica sia a-scientifica in quanto “immune” dalle critiche e confutazioni (24). Tarski considerava proposizione assolutistica della verità l'affermazione secondo cui una proposizione è vera se e solo se corrisponde ai fatti (25). La verità scientifica infatti, pur dovendo corrispondere alla realtà, deve indicare entro quali limiti sia valida, o corrispondente a quale realtà, sia la proposizione. La “logica formale” esposta da Popper evidenzia come in ogni logica vi sia una misura, maggiore o minore, di scientificità od aderenza ad una data realtà (26). Popper, pur ammettendo come fine ultimo la ricerca della verità, proponeva, come fatto intermedio, la ricerca della “verisimiglianza” (27). Tarski proponeva la costruzione di un “linguaggio formalizzato” o scientifico (28), da realizzarsi mentre si usa il linguaggio normale. Il processo esperienziale è indispensabile e costitutivo della costruzione della conoscenza, come riconosceva lo stesso Popper. Egli affermava che il “3° mondo” o mondo della conoscenza, abbia origine dall' uomo, sia superiore all'individualità umana, ma non alla sua essenza (29). Affermando che l' attività del comprendere faccia parte del “3° mondo”, egli riconosceva implicitamente come ogni attività critica, se scientifica, sia estranea alla realtà strutturale storica e propria, invece, del “mondo” della conoscenza (30). Bacone e Diltey ritenevano che per comprendere l' insieme di una teoria occorra comprenderne le parti costitutive e per comprendere queste ultime occorra aver chiaro l' insieme (31). L' insieme teorico è inscindibile dalle singole parti e viceversa. Per conoscere un sistema ideale occorre averne una visione d'insieme: “analisi situazionale” (32). Ossia, occorre realizzare un' analisi preventiva della situazione generale, svolta in termini scientifici. Il metodo scientifico è la quintessenza della scienza, come riconoscono alcuni epistemologi (33). La teoria topologica della dimensione, creata da Peano, dimostra il rapporto univoco tra differenze quantitative e qualitative. Il principio di induzione completa la base dell'aritmetica, a cui è ricondotta tutta la matematica (34). Il metodo scientifico è un processo dinamico e progressivo nel tempo. Spesso consiste in un processo inconsapevole o non sistematizzato, né sempre razionalizzato, ma capace di far progredire la conoscenza (35). Le rivoluzioni scientifiche generano una nuova filosofia ed una nuova metodologia scientifica, la quale ultima muta i rapporti tra i vari campi del sapere (36). 6.1 - L' uso di “paradigmi” fu proposto da R. K. Merton, come esplicazione dei presupposti, dei concetti e delle proposizioni fondamentali impiegate. Tale metodo aveva lo scopo di evitare l' uso, volontario o meno, di concetti e presupposti non dichiarati (37). Le funzioni dei paradigmi sono essenzialmente: denotative delle informazioni principali dell' analisi; analitiche, nel senso di chiarire ciò che è logicamente derivabile da ciò che è incorporabile; servono inoltre per l'accumulazione teorica delle interpretazioni, oltre alla tabulazione sistematica e comparativa dei concetti ed alla codificazione di metodi di analisi qualitativa, in un rigore prossimo all' analisi quantitativa (38). Gli scienziati di tutti i rami dello scibile: scienze naturali, umane e sociali, avvertono il bisogno di ricercare, per la propria scienza, le “leggi della forma”, ossia l' organizzazione del loro campo d' indagine. Essi intuiscono una certa comunanza di forme, tra le varie scienze. Lo confermano i vari congressi su tale tema tenuti da parte dei filosofi e storici della scienza. La scienza consiste in una metodologia conoscitiva, od insieme di metodologie conoscitive, che spesso trae vantaggio dall' esistenza di altri metodi conoscitivi, non scientifici, per accrescere la conoscenza. Tuttavia il metodo delle “formalizzazioni” pseudo-matematiche e delle spiegazioni ha determinato una falsa metodologia scientifica, che può continuare a mascherare da “scienza” posizioni puramente ideologiche. 6.2 - Il sociologo Ernest Nagel fu il padre di un tentativo di realizzare “scienze” sociali realmente scientifiche, attraverso la formalizzazione degli enunciati. Tale tentativo ha trasformato sociologi ed economisti in provetti matematici, incapaci però di spiegare alcunché dei fenomeni sociali, salvo fornire spiegazioni tautologiche o cervellotiche che lasciano il tempo che trovano. Il suddetto tentativo è diventato patrimonio dell'intera scuola di Vienna, come dimostrano i saggi di Otto Neurath. 7 - Le teorie scientifiche consentono una ricerca serena, con punti di riferimento precisi. Le ipotesi sono l' espressione dei dubbi e della ricerca stessa. Il dubbio è generatore della conoscenza scientifica. Bury affermava che ogni ipotesi scientifica, per essere tale, deve essere dedotta da cause note e và verificata, confrontandola con la realtà (39). Kurt Lewin affermava che in ogni scienza occorra sviluppare teorie precedentemente alla raccolta dei dati “che articolino il generale con la possibilità di cogliere il concreto di ogni specifica situazione” (40). Tali teorie devono essere formulate in modo non pregiudiziale, ma come ipotesi di lavoro modificabili nel confronto con la realtà. Aristotele attribuiva a Socrate il merito di essere il fondatore del “ragionamento induttivo” (41), ossia della definizione dell' essenza di una cosa partendo da casi particolari. Platone riferiva come Socrate considerasse la ricerca, ossia la via, per eccellenza, per raggiungere la conoscenza, come l' unico aspetto valido della vita, essendo la conoscenza un fine dell' uomo (42). Epicuro considerava la ricerca come mezzo per liberare l'uomo dalla paura (43). 8 - Platone, sulla base delle teorie socratiche, affermava che la virtù sia unica e si identifichi con la conoscenza (44), poiché la conoscenza ha per oggetto naturale il bene. Spinoza riconosceva come la conoscenza inadeguata implichi falsità (45) e, quindi, come solo la conoscenza scientifica si possa identificare con la verità (seppure relativa). Spinoza identificava la conoscenza con il fine della mente ed il principio informatore della morale (46). Immanuel Kant affermava che ciò che è materia di fede “è sufficiente soltanto soggettivamente e intanto è ritenuta insufficiente oggettivamente” (47), mentre l'oggetto della scienza è “sufficiente tanto soggettivamente quanto oggettivamente”. Egli intendeva dire che solo ciò che è oggetto di scienza è pienamente valido per l'uomo e pienamente morale (48), essendo pienamente conoscibile. Egli definiva conoscenza “storica” quella acquisita senza l'intervento della ragione del soggetto, razionale quella elaborata razionalmente dal soggetto (49) stesso. 9 - Peirce è stato il primo ad affermare che l' elemento casuale, in fisica, sia regolato da leggi di caso o “probabilità statistica”, ossia che il caso sia soggetto ad una sorta di determinismo fisico indiretto (50). Egli espose le principali definizioni della verità: -       verità come corrispondenza ai fatti, -       verità come coerenza col resto delle conoscenze, -       verità come utilità od utilizzabilità pragmatica (51). La “meccanica quantistica”, sostenitrice dell' universale validità delle leggi di probabilità, è stata ritenuta da Einstein valida nel suo complesso, come è dimostrato sperimentalmente, sebbene imprecisa nella sua formulazione. Questo in quanto non si può escludere del tutto la casualità né la determinazione. Alcuni scienziati riconoscono come la meccanica quantistica non contraddica la concezione della causalità né la teleologia. Essa implica unicamente la presa in considerazione della molteplicità delle cause (52). Il principio di Heisenberg non esclude la natura deterministica dell' universo, sebbene possano esistere diversi livelli di determinazione, non tutti indagati e forse alcuni non indagabili. L' esistenza stessa di un' evoluzione conoscitiva in senso cumulativo e quantificabile dimostra la validità stessa del principio deterministico. Il negare il principio deterministico significa negare la scienza stessa e perfino l' uomo come essere che mira alla conoscenza, come sua caratteristica fondamentale e come suo bisogno non comprimibile. § 2: Scienza e concetti di causa e fine 1 - Kant distingueva nettamente tra “deduzione da concetti” e la sua “proposizione sintetica a priori” (1), cui conferiva validità scientifica, almeno come posizione propedeutica alla teoria scientifica, come proposizione derivante dalla essenza più propriamente naturale degli esseri umani. Egli affermava che “solo pel fatto che un certo ordine nel rapporto temporale delle nostre rappresentazioni è necessario, ad esse vien assegnato un valore oggettivo” (2). Affermava, cioè, che la presunta inevitabilità della realtà strutturale consenta di farla ritenere generalmente della massima validità ed addirittura di deificarla. L' epistemologia contemporanea, diversamente dall' epistemologia “positivista”, afferma che la scienza non è il regno dell' inevitabile. Essa afferma che l' unico inevitabile compatibile con la scienza sia il risultato coerente con gli scopi ed i mezzi necessari a conseguire lo scopo. I suddetti scopi non devono essere incoerenti con la natura generale e con quella dei proponenti lo scopo stesso, ossia con la natura umana. La persistenza degli scopi della ricerca implicano l' esistenza di finalità cosmiche ed umane, coerenti cioè con la natura del cosmo e con la natura umana. La causa ed il fine sono generati dalla natura stessa del cosmo, il quale evolve sotto la spinta di determinate cause, secondo la logica necessaria al raggiungimento del fine. 2 - I fondatori della scienza moderna, ossia: Galileo, Bacone, Cartesio, Hobbes, Newton e Spinoza, rifuggivano dalla concezione di un finalismo della natura e della scienza stessa. Tale concezione tocca il suo culmine in Darwin, il quale ipotizzava la casualità come motrice dell' evoluzione delle specie. La casualità è tuttavia l'a-scientificità per definizione. Quindi, imboccando questa strada la scienza moderna ha imboccato un vicolo cieco, sebbene inizialmente fruttuoso in quanto ha consentito alla metodologia scientifica di prescindere dalle ideologie e di procedere in modo razionale. Portando però alle sue logiche conseguenze, tale concezione se ne scorgono i limiti. Ne segue che ad un finalismo di tipo feudale ed ideologico occorre sostituire un finalismo naturale ed umano, ossia razionale. Se per tale via si conseguirà un nuova capacità di progresso scientifico, se ne ricaverebbe la prova di scientificità del postulato stesso posto a premessa. 3 - La ricerca dei fini non è altro che l' approfondimento della ricerca delle cause, ricerca quest' ultima che è inscindibile dalla scienza stessa, poiché la ricerca dei modi non fa che dare risposte sulle cause, seppure a livelli più semplici. Il ripiegamento sull'analisi dei modi, compiuto dalla scienza galileiana, non è altro che la via corretta per la ricerca delle cause, le quali nel loro pieno esplicarsi danno ragione dello scopo, poichè lo scopo è implicito nelle cause. Gli scienziati si rendono conto dell'importanza del principio antropico e del suo legame con un nuovo finalismo che verrebbe così a ricongiungersi alla scienza, dopo il suo superamento, avvenuto tra il 1600 ed il 1700. Analizzando le modalità dei fenomeni, la scienza è giunta alla scoperta di molte cause e molte finalità di fenomeni od eventi. Si può ritenere che essa sia ormai in grado di affrontare direttamente la ricerca di cause e fini, senza timore di essere deviata dalle ideologie o dalle religioni. La scienza può definirsi come la coscienza del proprio grado di avanzamento rispetto al fine conoscitivo proposto, consapevole o meno che sia. Recenti studi sulla meccanica quantistica dimostrano come la fisica sia deterministica, sebbene non uniforme ne unidirezionale. Lasci cioè spazio a tempi e modi di evoluzione di andamento plurimo e rispondente a più cause e ad una complessità di fini (3). Alcuni studi scientifici parlano di “costanti di natura” in cui l' uomo e la vita sarebbero inseriti e da queste dipendenti in modo inscindibile. Una cosmologia recente ha formulato il “principio antropico”, il quale implica un finalismo insito nella natura. Si riconosce, infatti, come anche minime variazioni cosmiche rispetto alle costanti di natura avrebbero reso impossibile la vita (4). 4 - L' astrofisico Paul Steinhardt ha teorizzato un modello ciclico dell' evoluzione cosmica, dove si teorizza che il “Big Bang” sia in realtà un “Big Bounce”, destinato a ripetersi ogni mille miliardi di anni. Egli ha teorizzato altresì il “Brane World”, ossia l' idea dell' Universo come una membrana contenuta in un' altra più grande. Il che ridimensiona il nostro universo cosmico come una parte di un tutto più grande. Dette teorie recuperano la causalità ed accantonano la casualità (5) come fatto marginale. Il concetto di finalità cosmiche e finalità umane, come ogni altro concetto metafisico, deve essere considerato un' ipotesi scientifica che può essere corroborata o falsificata dal confronto con la realtà cosmica ed umana e le loro rispettive evoluzioni. La metafisica è analisi delle forme ed essenze assolute. Essa và demitizzata e ricondotta a branchia della conoscenza, oggetto di analisi con metodo scientifico. Le forme ed essenze assolute, così come le stesse entità matematiche, sono entità di tipo metafisico (definibili come spirituali, in quanto frutto del pensiero), aventi una propria validità euristica se esistono o possono esistere manifestazioni di tali entità astratte. Tali manifestazioni conferiscono esistenza concreta all' entità astratta (o gli conferiscono il valore di oggetto di teoria scientifica), mentre a priori di tali manifestazioni restano puro costrutto spirituale privo di esistenza, ossia pura ipotesi scientifica, almeno se formulata in un contesto di falsificabilità. Così, si può parlare di una ipotesi scientifica nel caso del principio o causante cosmica, del fine cosmico, scopo o semplice meta o conclusione e mezzo o prassi evolutiva del cosmo. Le manifestazioni concrete di tali entità, concepite da Platone, sono le enunciazioni delle teorie scientifiche, quali il “big bang”, per il principio cosmico; l' entropia, l' implosione, la contrazione cosmica, la sua dilatazione o la ciclicità cosmica per quanto attiene il fine cosmico. Per ogni essere vivente e dunque per ogni essere umano vi è, analogamente, un principio (o causa efficiente: genitori e loro volontà o capacità procreativa), un mezzo o storia di vita ed un fine: pulsioni profonde, scopi di vita o semplicemente la morte. Le teologie e le filosofie tendono a confondere le entità metafisiche con le loro manifestazioni concrete. Questa confusione sostanzia la personificazione dell'essere, operata dalle religioni. 5 - La psicoanalisi adleriana, considerata in campo psicoanalitico come eretica, ricerca non solo le cause dei fenomeni psichici (già di per sé in contrasto con i canoni scientifici correnti, che invece propongono di ricercare unicamente i modi in cui un dato fenomeno avviene), ma altresì gli scopi, ridando così valore alle finalità, in tutti i campi (6). Tale risorto finalismo appare tuttavia suggerito da motivazioni ideologiche. § 3: Conoscenza, e fine umano dell' autocoscienza 1.1 - Radcliffe-Brown affermava che esistano due concezioni contrastanti della natura. L' una naturalistica, connessa alla scienza, la seconda spiritualistica o mitologica, implicita nel mito e nella religione e fatta propria, spesso, da teorie filosofiche (1) ed identificabile con la realtà strutturale storica. 1.2 - Masani affermava che l' uomo possa essere definito come il mezzo della natura per raggiungere l' autocoscienza. Poiché tale autocoscienza si realizza tramite la scienza, in quanto unica forma razionale di conoscenza, è evidente la necessità di rendere scientifiche le conoscenze in campo umano e sociale. Occorre, dunque, creare un finalismo scientifico, sottraendolo alle teologie ed alle loro teleologie (2). La religione si distingue dalla scienza essenzialmente nel porre il soggetto, l' oggetto ed il fine della conoscenza fuori dall' essere umano. Al contrario, la scienza identifica il soggetto, l' oggetto ed il fine della conoscenza nell' individuo umano. La scienza umana, ed in generale la conoscenza, non sono in contrasto con la natura ne tanto meno con la natura umana ne con i singoli individui, ma è l' espressione della coscienza della natura stessa. La coscienza è definibile come conoscenza basata sul sentimento o sull' amore per sé e per gli altri. Si può, dunaue, affermare che la pienezza della coscienza costituisca la finalità della natura cosmica e dell' umanità. 2 - Cerniscevski riconosceva come “la natura, soffocata dalla ragione, dalle circostanze, dall' orgoglio, tace e non dà voce alla coscienza, ma pur tacendo soffre e mina la vita” (3). Riconosceva cioè come la realtà strutturale soffochi la natura umana. Chabod riferisceva come Meinecke considerasse l' evoluzione storica come continuo “progresso della “coscienza storica” (4). Al di là del “progressismo positivista”, in tale affermazione vi può essere del vero allorché si consideri come l'infinito prodursi della ciclicità dell' universo strutturale statuale non possa non produrre una progressiva coscienza dell' essenza della realtà strutturale stessa. 3 - Francesco Bacone individuò il fine dello sviluppo scientifico nel migliorare l'esistenza e mitigare le sofferenze, aumentando la felicità col contribuire al benessere dell' uomo. Riconosceva come nello sviluppo storico vi siano epoche favorevoli al progresso scientifico (la greca, la romana e la “moderna”) mentre individuava nell' “epoca della contemplazione” o della “scienza dottrinale” un periodo di declino della scienza (5). Egli notava come, col diciassettesimo secolo, sia nato un periodo nuovo, particolarmente fecondo per lo sviluppo scientifico (siamo infatti nella fase mercantile consolidata e nel periodo di transizione al sistema capitalista concorrenziale) si ebbe infatti la nascita di associazioni scientifiche, accademie ed osservatori. Il cartesianesimo, oltre a propugnare come assiomi positivi la supremazia della ragione e l' invariabilità delle leggi naturali, proponeva un metodo analitico valido in ogni campo scientifico (6). La molla che spinge gli “scienziati” ed i ricercatori può essere definita fede. Questo in quanto si basa sulla speranza di acquisizione della conoscenza. Si basa sulla credenza dell' esistenza di una verità completa e sulla sua raggiungibilità da parte dell' uomo. Tale concezione non è basata su prove empiriche ma su una teoria dell' uomo che esclude le contraddizioni, implicite nelle teorie che negano all' uomo la raggiungibilità della completezza di sé, ossia la soddisfazione di tutti i suoi bisogni. E' questo il presupposto di una epistemologia coerente con una concezione dell' uomo non auto-contraddittoria e negatrice dell' auto-realizzabilità dell' uomo stesso. 4 - L' esoterismo è una metafisica basata sul presupposto del pericolo, per la verità stessa, che alcune verità cadano in mano di persone indegne (“non data le perle ai porci”). In realtà la cosmologia esoterica non è affatto pericolosa ne per la realtà strutturale ne per l' umanità, ma è basata sul presupposto che i ricercatori della verità possano imbattersi in conoscenze tali da minare la sussistenza della realtà strutturale storica, non essendovi valide teorie alternative, capaci di consentire di superare la stessa realtà strutturale storica. Da tale concetto nasce l' esclusivismo ed il settarismo degli esoterici. La scienza, per sua natura, deve essere conosciuta da tutti, poiché proprio la sua universalità impedisce, in teoria, un suo utilizzo distorto. Fà parte dello spirito scientifico il generalizzare la stessa conoscenza scientifica. Senza la diffusione universale la stessa conoscenza scientifica si svaluterebbe, in quanto scienza, perdendo parte del proprio valore euristico. Tutta la mitologia religiosa ha la funzione di conoscenza esoterica o conoscenza riservata ai ricercatori. Tale conoscenza della condizione e dei destini umani resta una conoscenza controluce e parziale, non avendo raggiunto il grado euristico di scienza della società e della natura umana. 5 - La filosofia è parte della cultura di una data società, essendo alla base delle ideologie proprie di quella società. Essa può diventare scienza dell'uomo e della sua socialità se si divincola dal condizionamento delle strutture storiche in atto od in fieri. Pareyson affermava che vi siano diverse “personalità” della filosofia (corrispondenti ciascuna ad una delle due fasi statuali) ed affermava che tali “personalità” necessitano di essere sostenute anche a costo della vita, da chi vi si riconosce. Affermava, tuttavia, che tale atteggiamento, mentre è necessario per la filosofia, sia inutile per la scienza (7). Questo dimostra l' a-scientificità della filosofia, come riconosceva lo stesso Pareyson. La scienza, infatti, non necessita del sacrificio dei suoi sostenitori per dimostrare la propria validità. Il sacrificio dei sostenitori della scienza è giustificabile solo come scelta personale e come condotta di vita. § 4: Scienze nella realtà strutturale storica e superabilità di tale realtà 1.1.1 - Lo scientismo fu definito come un' ideologia utopistica in quanto mirava, tra le altre cose, a “rendere razionale”, applicandole la metodologia scientifica (come era concepita all'epoca), la politica e la realtà sociale. Tale ideologia sottintendeva la razionalità, rispetto alla natura umana, della realtà strutturale storica. Essa era basata sulla mancata conoscenza e coscienza della natura della realtà sociale in atto. Roberto Sabatino Lopez affermava, invece, che lo scientismo non fu solo religione della scienza ma soprattutto una concezione della scienza secondo cui sarebbe possibile rendere scientifico ogni aspetto della conoscenza della realtà (1). Quest'ultima accezione dello scientismo, è degna di essere conservata ed esaltata. 1.1.2 - Piotr Kropotkin affermava che i “romantici” abbiano proclamato il “fallimento della scienza” (2) poiché essa non era riuscita (ancora) a risolvere il problema umano e sociale. Compito essenziale della scienza è dunque quello di risolvere il problema sociale ed il problema umano. Foucoult ebbe intuizioni sulla possibilità del superamento della realtà strutturale storica. 1.1.3 - Vi è una connessione tra livello conoscitivo raggiunto grazie allo sviluppo delle scienze e possibilità del superamento della realtà strutturale storica, confermando come vi sia un progresso sociale o della socialità umana, accanto all'evoluzione strutturale storica (3). L' attuale livello di sviluppo tecnico e scientifico amplifica la coscienza dell'inadeguatezza della realtà strutturale statuale. Pone quindi le premesse per il suo superamento. Gli “scienziati” riconoscono concordemente lo iato esistente tra livello conoscitivo in campo fisico e livello conoscitivo nel campo delle scienze umane e sociali, nonché tra sviluppo tecnico-scientifico e realtà sociale, campo quest' ultimo dove si ha ancora irresponsabilità ed imprevedibilità. Il club di Roma di A. Peccei riconosceva, negli anni '80, la necessità di un “salto di qualità”, ossia una “nuova rivoluzione umana” che metta l' uomo in grado di essere responsabile dei propri destini (4). Alcuni pensatori riconoscono come il livello raggiunto dalle scienze naturali comporti, per la società strutturale storica, uno stress che manifesta l' esigenza del suo superamento, poiché richiede “forme avanzate di democrazia” (5). Se la scienza, nel suo progresso, propone graduali approssimazioni alla verità, in un costante movimento di approssimazione ad essa, vi è uno stadio in cui la conoscenza scientifica consente di avere una sufficiente cognizione della condizione umana, tale da mettere in condizione l'umanità di mutarla secondo le proprie esigenze o desideri. La conoscenza scientifica della realtà strutturale storica determinerà la superabilità di tale realtà, col costituirsi di una realtà sociale effettivamente consona alla natura umana. La scienza viene accusata di inseguire il mito faustiano della creazione dell'uomo nuovo. In realtà l' uomo nuovo esiste almeno da quando esistono concezioni teleologiche fatte proprie dalle religioni, le quali denunciano l'insoddisfazione dell' uomo per le condizioni in cui si trova. La scienza, in realtà, può solo trasformare il mito teleologico delle religioni in realtà, ossia consentire la soddisfazione di un bisogno lungamente avvertito ed il cui soddisfacimento è sempre più impellente e pone ormai in pericolo la stessa sopravvivenza di specie. 1.2 - Norberto Bobbio affermava che razionalità fondamentale o “illuminismo irreversibile” sia la scienza ed il suo sviluppo (6). La scienza, nel suo sviluppo, tende a ridurre l' area della conoscenza irrazionale, ampliando al contempo l' area della conoscenza razionale. Così è avvenuto nel campo della medicina, dell' astronomia, della fisica. Così può avvenire nel campo delle scienze sociali ed umane. 1.3 - La conoscenza umana, esprimentesi essenzialmente nell' insieme della scienza, costituisce non solo strumento del raggiungimento dei fini umani ma elemento di quei fini, essendo la conoscenza un elemento costitutivo della felicità. Quando tale corpo di conoscenza è minacciato nella sua sopravvivenza, sia localmente che in senso generale, merita di essere difeso, non tanto per sé poiché, corrispondendo al fine dell' umanità, sopravviverà comunque finché sopravviverà la specie, ma in quanto patrimonio proprio di ogni individuo, di cui costituisce il fondamento della propria manifestazione dell' essere. 1.4 - Il bisogno di verità assoluta è antitetico all' assolutizzazione della conoscenza, secondo la distinzione che corre tra spirito scientifico e spirito religioso. 1.5.1 - Bruno Rizzi intuiva come le istituzioni proprie dell' universo strutturale statuale, almeno nella sua fase mercantile, non si oppongano al progresso scientifico in campo matematico-naturalistico, mentre in campo sociale o strutturale l'opposizione ad un reale progresso è netta in ogni fase storica, seppure con un controllo forse meno asfissiante, dove vi siano tipi di governo maggiormente democratici (7). Se le scienze matematico-fisiche raggiungono presto la scientificità, a causa della estraneità del loro oggetto dalla realtà strutturale, al contrario le scienze umanistiche, avendo un più diretto rapporto con la realtà strutturale in cui vive il ricercatore, stentano a raggiungere un grado di scientificità degno di questo nome. A loro volta le “scienze umanistiche” possono essere scisse in due campi distinti, a seconda del loro oggetto: da un lato le scienze direttamente rapportate alla realtà strutturale ed alla conoscenza di questa realtà; dall' altro lato le scienze umanistiche vere e proprie, intese come scienze dell' uomo in quanto tale: filosofia, psicologia e neuroscienze. Le prime non possono raggiungere un grado di scientificità accettabile se chi le studia ha interessi connessi in qualche modo con la realtà strutturale, sia quella in atto che quella in fieri o realizzabile in prospettiva. Le seconde, che nelle intenzioni o nelle dichiarazioni di chi le studia dovrebbero possedere unicamente scientificità rispetto all' uomo “naturale”, in realtà sono le più soggette alla determinazione strutturale, poiché la cultura statuale in atto o dominante ha grande interesse a farsene strumento di continuità ed ottiene il suo scopo sostituendo l' oggetto presunto con l' oggetto reale che è la natura di uomo strutturale o storico dell' essere umano. In tal modo la realtà strutturale statuale diventa l' oggetto reale di dette scienze od il criterio della loro scientificità (ne è esempio la filosofia, che costituisce la base della cultura di un dato sistema statuale, mentre dovrebbe essere lo studio scientifico dell' essenza umana e sociale). L'interferenza della cultura strutturale con le scienze fisico-matematiche avveniva soprattutto allorché si mirava al raggiungimento della conoscenza del come attraverso la conoscenza del perché. Ora che il metodo scientifico consiste nella ricerca della conoscenza del perché attraverso la conoscenza del come, l' interferenza della cultura strutturale si è allentato e minaccia nuovamente di farsi pesante allorché la scienza si avvicini alla meta di rispondere a qualche perché, minacciando di sovvertire la cultura religiosa od irrazionale propria delle strutture statuali. Le cosiddette “scienze umane” sono impregnate di ideologie se non sono esse stesse semplici ideologie tout court. Questo perché tali pseudo-scienze sono funzionali alla conservazione della struttura statuale di una data fase, mentre possono essere del tutto risibili od assurde in un' altra fase statuale. 1.5.2 - Nella realtà strutturale storica esiste una barriera nei confronti della conoscibilità, definibile come: barriera dell' inconoscibilità in campo umano e sociale. Infatti alle scienze umane e sociali non è concesso di svilupparsi oltre un certo limite. Solo con l' abbattimento del muro dell' inconoscibilità le scienze umane e sociali potranno aderire realmente allo spirito scientifico, consentendo da un lato di realizzare la conoscenza indispensabile al superamento della realtà strutturale storica, dall' altro di incentivare ogni individuo a dare un suo autonomo contributo all' ulteriore progresso della conoscenza. 1.6.1 - La scienza, entrando nel campo della metafisica, occupa lo spazio riservato a religioni ed ideologie, fornendo le risposte prima riservate a queste. In tal modo la scienza si farebbe strumento di beatitudine, come si arrogavano di essere religioni ed ideologie. 1.6.2 - Diversamente da religioni ed ideologie, la scienza non fornisce risposte che non conosce e le sue affermazioni (ipotesi, teorie o leggi scientifiche) sono sempre verificabili. Essa non è esclusiva, poiché le sue risposte sono sempre discutibili e dubitabili ed è in tale dubitabilità la sua forza ed il mezzo per progredire. Mentre per le religioni ed ideologie la conoscenza fornita è sempre in funzione del proprio successo e consolidamento, la conoscenza fornita dalla scienza si rimette costantemente in discussione e per questo progredisce ed accresce la conoscenza. Se i sacerdoti di tutte le religioni ed ideologie sono definibili come prostitute dello spirito, gli “scienziati” sono i becchini della scienza esistente e svolgono la loro funzione creando nuova conoscenza, ossia nuovo spirito. Seppelliscono lo spirito morto per alimentare il nuovo spirito. Sono le balie della crescita spirituale, la quale ultima è la scala per il raggiungimento dell' assoluto. I sacerdoti delle religioni ed ideologie devitalizzano ed imbalsamano lo spirito per il lo proprio tornaconto. Autentiche prostitute dello spirito. La scienza e la realtà naturale stanno tra loro nel rapporto di soggetto ad oggetto. La scienza è il soggetto conoscente della realtà naturale o cosmica. Si può affermare che la scienza sia figlia della natura cosmica, poiché quest'ultima, rispondendo a principi o meccanismi inizialmente ignoti all'uomo, ha consentito a quest' ultimo di crescere nella conoscenza. Ora la scienza sta diventando adulta. Se acquisisce una sufficiente conoscenza della realtà della situazione umana può dirsi incinta e prossima a figliare. Figlia della scienza sarà la nuova realtà della condizione umana. Tale nuova realtà, rispondendo pienamente alle esigenze della socialità umana, sarà figlia della scienza. L' uomo, artefice autentico della scienza, sarà il padre della nuova realtà umana, la quale ultima sarà pertanto figlia dell' uomo. 1.6.3 - La scienza è lo studio dell' inevitabilità finalizzato alla realizzazione dell'opzionalità, ossia della volontà autenticamente umana e dunque naturale. La volontà umana è la quintessenza o sostanza dell'opzionalità, realizzabile attraverso la conoscenza scientifica della realtà sciale ed umana. 1.6.4 - Il controllo su tale realtà da parte degli esseri umani sarà realizzabile solo in seguito al raggiungimento del necessario livello di conoscenza e coscienza della natura di tale realtà storica e dei modi per realizzare pienamente la socialità degli esseri umani, senza entrare in conflitto con la piena soddisfazione dei bisogni individuali. Tale controllo si realizzarà quando si sarà trovata la sintesi o convergenza dei bisogni individuali e di quelli sociali, realizzando una forma di società che consenta la soddisfazione di entrambe le tipologie di bisogni, poiché una società autenticamente umana è insieme il fine tanto dell' attuazione della piena individuazione quanto della realizzazione della piena socialità. L' individuo è generato dalla socialità dei singoli e non dalla società, la quale è sempre generata, fino ad ora inconsapevolmente, dagli individui e ne rispecchia il grado di conoscenza e coscienza. La creazione della scienza economica ed, in genere, delle scienze della realtà strutturale che consentano di dare conto dell' evolversi della stessa realtà strutturale statuale costituirà una de-legittimazione morale e giuridica della medesima realtà. La conseguenza sarà la progressiva disgregazione delle società statuali. Occorre, quindi, che alla costituzione delle scienze della realtà strutturale statuale segua immediatamente la creazione della scienza dell' uomo e della sua socialità, al fine di creare un'alternativa ideale prima che reale alla società in atto. Gli scienziati sociali si trasformerebbero in levatrici della nuova realtà sociale a-strutturale. 1.6.5 - La scienza della realtà sociale ed umana è definibile come l'interpretazione autentica della realtà, che delimita ed annulla le interpretazioni arbitrarie od illegittime, come affermava Umberto Eco ne “I limiti dell'interpretazione” (8). Appare necessario creare una nuova definizione della scienza o nuovo paradigma epistemologico, specie per il campo delle scienze umane e sociali. Le attuali teorie scientifiche, indipendentemente dal grado della loro formalizzazione (generalmente considerato indice di scientificità), non sono spesso altro che giustificazioni, più o meno fantasiose, della realtà strutturale in atto. La scienza si può definire: conoscenza, della natura o di aspetti della realtà, suscettibile di introdurre modificazioni nelle manifestazioni della natura o di quella stessa realtà analizzata. E' definibile, in tal modo, legge scientifica quella teoria, sufficientemente provata, che consenta, seppure in prospettiva, la creazione di una tecnica capace di modificare alcune manifestazioni della realtà oggetto della stessa indagine scientifica. Così come le leggi fisiche consentono, infatti, di modificare le manifestazioni delle entità fisiche studiate: l' ottica consente di creare raggi luminosi assai diversi tra di loro, la fisica consente di modificare le manifestazioni dei singoli atomi e di crearne di nuovi, l' astronomia, consentendo nuove visioni degli astri, consente di creare una nuova cosmologia, ossia di modificare la manifestazione dell'essere umano nel cosmo; analogamente le leggi scientifiche relative alle scienze umani e sociali consentiranno di modificare il manifestarsi dell' uomo e la natura della sua società. Le teorie scientifiche consentiranno una diversa percezione dell'uomo e della società, ma assumeranno lo status di legge scientifica solo allorché consentiranno il nascere di tecniche capaci di modificare il manifestarsi dell' essere umano e la natura della sua società, la quale dovrà essere in grado di rendere possibile la piena manifestazione della sua socialità. La verificazione di ipotesi scientifiche, magari attraverso la constatazione del verificarsi di previsioni desunte dall' ipotesi scientifica formulata, ne consente la definizione in teorie scientifiche, che potranno dirsi leggi scientifiche se consentiranno di realizzare tecniche capaci di utilizzare quelle teorie scientifiche per modificare la manifestazione degli esseri umani nel cosmo. 2.1.1 - Morgan, pur teorizzando un' influenza fondamentale del progresso tecnico-scientifico sull' evoluzione storica, tuttavia riconosceva come “le invenzioni e le scoperte” siano tra di loro in una relazione progressiva, mentre le istituzioni “si sviluppano l' una sull'altra”, ossia non costituiscano un reale progresso poiché, egli dice, si sono tutte venute sviluppando da pochi germi primari “di pensiero”, avendo precise componenti in comune. Rispondono, cioè, ad un' unica logica e si evolvono con logica propria, estranea alla volontà, alla coscienza ed al reale progresso umano. Le ideologie e la cultura strutturale mirano a far ritenere la scienza frutto diretto delle strutture, specie delle strutture statuali. In realtà la scienza progredisce in modo parallelo ma autonomo rispetto all' evoluzione strutturale. La scienza e la conoscenza in genere precedono l' evoluzione strutturale. La scienza, unico fatto positivo generato dall' evoluzione umana, è al di fuori della realtà strutturale, pur essendo condizionata dall' evoluzione strutturale nel suo progredire. 2.1.2 - Ralph Linton riconosceva che “la tecnologia” ed il resto della cultura (9) non siano interconnesse rigidamente e varino in modo pressoché autonomo. Si può considerare la cultura come la proiezione ideale o complesso di idealità delle strutture storiche. Si può altresì affermare che la scienza non faccia parte della cultura, essendo un mondo conoscitivo a sé stante (10). Karl R. Popper affermava che la critica è permessa solo là ove si abbia un distacco effettivo tra la cultura e la conoscenza (11). Quindi il progresso scientifico lo si può avere solo dove la conoscenza non si confonda con l' ideologia dominante, cosa che avviene essenzialmente nelle fasi feudali. 2.2.1 - Bacone riconosceva che la logica della realtà strutturale intervenga nella ricerca scientifica interagendo con il raziocinio e l' esperienza. Riconosceva come la filosofia sia interamente soggetta alla logica strutturale (12). La scienza è condizionata dalle ideologie prevalenti in un dato periodo storico. Gli “scienziati” difficilmente riescono ad affrancarsi dalle ideologie prevalenti nella loro epoca storica e quindi ne sono condizionati, distorcendo così in misura più o meno marcata, la ricerca. Il progresso scientifico è, in tal modo, gravemente condizionato dall'evoluzione statuale. 2.2.2 - Nelle fasi feudali dell' universo strutturale statuale la scienza viene pressoché completamente bloccata dall' ideologia dominante ed anzi, nel momento di massima chiusura, la scienza regredisce in molti settori, mentre nel momento di transizione alla fase feudale la scienza si sviluppa nel settore bellico od in settori che promettono di consentire un incremento del potere della casta dominante. Nelle fasi mercantili la ricerca si sviluppa prevalentemente in settori che garantiscono un maggiore profitto (e quindi un maggiore sviluppo economico). Così negli anni '30 del '900 si ebbe un forte impulso alla ricerca nel campo della fisica atomica, connessa allo sviluppo della bomba atomica, negli anni '40 e '50 si ebbe invece un forte impulso allo sviluppo tecnico e tecnologico, che consentì il forte sviluppo produttivo “postbellico”, negli anni '60 si ebbe la corsa alla conquista dello spazio, connessa a scopi bellici e/o di prestigio strategico, negli anni '70 si tendeva a dare impulso alla ricerca di nuove fonti energetiche, in connessione con la “crisi petrolifera”: questo come impulso di fondo, sebbene la scienza tenda ad essere lasciata relativamente libera nella fase mercantile, almeno se non confligge apertamente con i paradigmi etici imposti dalle ideologie religiose. Così negli anni zero del 2000 si tendeva a frenare od ostacolare fortemente la ricerca nel campo delle cellule staminali embrionali e questo per l'influsso della fede “cristiana” e “cattolica” in particolare. La scienza è condizionata, nel suo progredire e nella scelta della direzione in cui svilupparsi prioritariamente, dall' evoluzione statuale. 2.3.1 - La tecnica influisce sull' organizzazione del lavoro, sebbene sia soprattutto il sistema sociale in atto ad influire prioritariamente sull'organizzazione del lavoro. Bloch riconosceva come non sia lo sviluppo tecnico a determinare direttamente le modificazioni sociali ma come siano queste ultime ad agire sullo sviluppo tecnico-scientifico il quale, a sua volta, può determinare mutazioni sociali quali il superamento della schiavitù (13). 2.3.2 - Eric Hobsbawn parlava di “rivoluzione tecnologica” per l' evoluzione tecnico-produttiva avutasi dal 1950 agli anni '80 (14). Egli affermava che la “rivoluzione sessuale” degli anni '60 e '70 sia stata favorita dalla “rivoluzione tecnologica”. Questo è certamente vero se si pensa ad esempio ai progressi compiuti in campo chimico (15). 2.3.3.1 - J. J. Rousseau riconosceva l' influenza delle strutture sociali sul tipo di attività svolta e sullo sviluppo scientifico, evitando di porre i due fatti in relazione meccanica (16). Eugenio Garin intuiva come vi sia stato un nesso tra “rivoluzioni mercantile, scientifica ed industriale” (17) del seicento. Nel seicento si ebbe infatti la transizione al sistema capitalista concorrenziale, favorito dalla rivoluzione scientifica in atto che determinò, a sua volta, la rivoluzione industriale. Col consolidarsi del sistema capitalista concorrenziale si realizzò, infatti, il pieno risorgere del “razionalismo”, favorendo pienamente lo sviluppo scientifico. Se è errata la posizione dell' antropologia e delle altre “scienze” sociali nel classificare le società a seconda del tipo di produzione esistente (e questo è dimostrato dal fatto che coesistono produzioni ben diverse in un dato tipo di società), quali l' allevamento nomade e l'agricoltura sedentaria presso i Kirghisi; tuttavia date forme di produzione favoriscono od inducono lo svilupparsi di dati livelli di integrazione socio-culturale (od universi strutturali storici) o dati sistemi sociali. Così l' industria ha consentito lo svilupparsi dei sistemi capitalistici, anziché schiavistici, mentre l' agricoltura è più consona allo schiavismo ed alla servitù feudale (18). Godelier, citando il problema antropologico sollevato dai “formalisti” circa il livello di “economicità” dell' agire economico nelle società pre-statuali e nelle fasi feudali, riconosceva come i valori propri delle strutture pre-statuali inibiscano il flusso costante delle innovazioni e dunque tendano a limitare lo sviluppo tecnico – produttivo raggiungibile in tali società. Tale fenomeno è presente anche nelle fasi feudali nonché nelle società che vivono in una fase mercantile ma con elementi o tendenze feudaleggianti, oppure si trovino in transizione tra le due fasi statuali (19). Gli storici accademici documentano di un certo progresso scientifico verificatosi durante il permanere della fase feudale, in particolare ove esiste la variante centralizzata. Il progresso scientifico si manifesta essenzialmente in campo agricolo e della tecnologia bellica, mentre in altri campi si ha al massimo la preservazione delle conoscenze scientifiche precedentemente acquisite (20). Nei sistemi feudali centralizzati o parzialmente centralizzate dell' “Impero Arabo” e dell' “Impero Bizantino” la scienza regredì, ma anzi si siano verificati alcuni progressi scientifici, operati dagli arabi e tali progressi sono stati resi noti all'Occidente nel corso del XII secolo e.v. (21). Nell’ “impero bizantino” del X secolo si fece opera di conservazione e trasmissione scolastica della scienza e del sapere (22). Questo è caratteristico, infatti, delle fasi feudali centralizzate o parzialmente centralizzate. Tutte le scoperte scientifiche anteriori al IX secolo vennnero, tuttavia, utilizzate solo allorché iniziò la transizione alla fase mercantile (23). Bloch evidenziò, parlando del caso del molino ad acqua, come con la fase feudale “medievale” vi sia stata una stasi tecnologico-scientifica. Si ebbe, infatti, la mancata generalizzazione del molino ad acqua fino al XII secolo (24) e a dimostrazione del frequente netto regresso (25) che si verifica, soprattutto nell' uso della tecnica, nelle fasi feudali, si constata il ritorno del molino ad acqua a pale orizzontali. Nell' “U.R.S.S.” degli anni '70, vi era un' incipiente decadenza economica non solo rispetto all' Occidente dove vi era la fase mercantile, ma anche rispetto alla situazione precedente della stessa Russia “zarista”. Tale decadenza era evidenziata dal non funzionamento dei servizi fondamentali, specie quello sanitario (26), con progressiva decadenza delle terapie mediche, pur con il progresso metodologico-scientifico indotto dall' Occidente (27). Il ricovero in ospedale costituiva ormai solo un sintomo di volontà di controllo totale sui singoli e non la prestazione di cure intensive (28). La tecnologia dei mini e micro – computer, sviluppatasi a partire dagli anni '80 del XX secolo, consentendo l' accesso ad archivi di dati pubblici e privati, prima del sorgere di “internet”, ha determinato la crisi e le premesse per la transizione dalla fase feudale alla fase mercantile del ciclo storico “post-moderno”. Infatti i paesi neo-feudali si affrettarono a proibire la nuova tecnologia in sviluppo, proibizione che ritardò di poco la “rivoluzione sociale” che sarebbe scoppiata alla fine degli anni '80. La rivoluzione industriale o tecnologica degli anni '80 non fu la causa diretta delle rivoluzioni in senso mercantile del periodo 1989 – 1993. Infatti gli effetti produttivi della rivoluzione tecnologica si fecero sentire in Occidente solo sul finire degli anni '80 e nell' Europa dell' Est, che si trovava nella fase feudale, l' effetto pratico della rivoluzione tecnologica non vi era ancora nel 1993. Hobsbawn riconosceva, infatti, come la società “sovietica” avesse inibito la “rivoluzione tecnologica” ed industriale (29). 2.3.3.2 - Morgan riconosceva come i modi di sussistenza, ossia i tipi e le forme di attività umana si siano sviluppati attraverso una tecnica solo indirettamente connessa con “le invenzioni e le scoperte” ossia con lo sviluppo tecnico-scientifico propriamente detto (30). 2.4.1 - Gli storici accademici hanno stabilito un rapporto tra sviluppo tecnico-conoscitivo ed evoluzione storica, ciò nell' erronea convinzione di un' identità tra progresso tecnico-scientifico ed evoluzione storica. Così parlano di: “età della pietra”, “del bronzo”, “del ferro”, per descrivere vari momenti della storia della realtà strutturale in genere, mentre distinguono in “evi” i vari momenti dell'evoluzione della storia di quella che essi intendono come l' universo strutturale statuale. Tale periodizzazione, sia per la storia degli universi strutturali pre-statuale (non identificabile con l' “età pre-letterale”), sia per la storia dell' universo strutturale statuale (assai più estesa temporalmente di quanto ritengano gli storici accademici) è del tutto erronea. 2.4.2 - Marx si rendeva conto del fato per cui, con la fine dell' Impero Romano, si sia avuto un declino od involuzione tecnico-scientifica. Tale fatto mal si concilia con la visione della storia che egli voleva accreditare, ossia la visione di un progresso continuo, e conseguentemente col rapporto inscindibile che egli voleva instaurare tra progresso tecnico-scientifico e progresso storico (31). Marx ed Engels furono costretti a teorizzare, del tutto strumentalmente, come la “scomparsa di un popolo dal commercio” determini la “scomparsa” del progresso tecnico-scientifico ivi raggiunto, avendo ben presente le conseguenze della fase feudale sul progresso tecnico-scientifico, sebbene attribuiscano strumentalmente tale evenienza alle guerre ed alle irruzioni “di popoli barbari” (32). 2.4.3 - La teoria “marxiana” secondo cui la concentrazione di industrie è dipendente dal grado di evoluzione tecnico-scientifica è confutata dalle stesse constatazioni marx-engelsiane delle tendenze alla concentrazione verificatesi già all' epoca delle corporazioni, proprie dei sistemi segnoriali e dei sistemi borghesi, “nonostante i regolamenti corporativi”. 2.4.4 - Marx ed Engels si chiedevano, perplessi, come possa essere possibile una nuova fase feudale nell' “epoca moderna”, date le dimensioni mondiali del mercato. La risposta era evidentemente nella mente di “Lenin”, il quale ben sapeva “Che fare”, al riguardo (ed i “Gulag” ne sono un plastico esempio). 3 - Morgan affermava che la progressione delle conoscenze umane avvenga generalmente in forma geometrica. Infatti ogni singolo progresso del sapere diviene a sua volta fattore essenziale delle ulteriori acquisizioni conoscitive. Ne segue che, mentre il progresso fu più lento all' inizio, accrebbe la sua rapidità al passare del tempo, mentre l' importanza relativa delle acquisizioni primitive è proporzionalmente maggiore di quelle successive. 4 - Rostow evidenziava la distinzione tra invenzione ed innovazione (33), dove la prima è opera degli “scienziati” ed è volta a modificare il frutto del lavoro o tipo di produzione, mentre la seconda applica tale invenzione al fine di modificare la condizione di mercato. Shumpeter evidenziava come la seconda prevalga dove maggiore è lo sviluppo. Usher evidenziava come anche l' attività inventiva richieda condizioni di sviluppo e lo determini a sua volta (34) e quindi l' invenzione non sia estranea all'attività imprenditoriale e non totalmente disgiungibile da questa. Questo riconferma come le invenzioni ed il progresso scientifico siano correlate alle fasi mercantili. Kindleberger, infatti, evidenziava come l' intervento statuale in economia non crei ne possa creare capacità imprenditoriali (35), fattore determinante di una effettiva crescita produttiva o sviluppo. La capacità imprenditoriale è frutto dell'intraprendenza e libertà di iniziativa propria delle fasi mercantili, massimizzata nei sistemi capitalisti concorrenziali e nel loro connaturato “liberismo”. Usher distingueva tra invenzioni primarie o non volte direttamente all' applicazione commerciale, secondarie quelle aperte all' applicazione e terziarie quelle applicate a determinati settori (36). 5 - Gli economisti, come Scorville, affermano che i nuovi prodotti tendano essenzialmente ad aumentare la domanda (37). In realtà vi sono due possibili tipi di nuovi prodotti: quelli volti ad accrescere la domanda, rispondendo meglio alla soddisfazione dei bisogni e quelli volti ad accrescere qualitativamente e quantitativamente il dominio della casta dominante. Pertanto la distinzione più importante non è tra tecnologie volte a creare beni nuovi od a produrre in modo nuovo beni noti, ma fra tecnologia volta a soddisfare maggiormente i bisogni generali degli individui (sia modificando il modo di produrre che creando nuovi beni) e tecnologie volte ad accrescere il predominio della sezione dominante della società, di cui sono esempio la tecnologia delle piramidi e quella militare. 6.1 - La scienza tende a rendere scientifica e razionale la produzione, nel rapporto di produzione e nel tentativo di superare l' irrazionalità insita nel lavoro, tendendo a far superare il lavoro stesso, inteso come occupazione irrazionale dell' uomo. 6.2 - Le “anmenned factorys”, che comparvero negli anni '70 del XX secolo, rappresentarono un progresso tecnico-scientifico che rese praticamente impossibile il riprodursi a tempo indeterminato della servitù di tipo feudale. Questo dimostra come il progresso tecnico-scientifico renda superabile la realtà strutturale storica e crei la necessità di un salto conoscitivo nel campo delle scienze sociali ed umane, capace di creare un sostanziale progresso di socialità. 7 - Le ideologie, come il “cristianesimo” ed il “marxismo”, affermano che una data realtà sociale divenga superabile allorché essa abbia cessato di dare i suoi frutti. La realtà strutturale statuale, infatti, diviene superabile allorché vi sia coscienza della sua natura e della sua dinamica e se ne percepiscano i limiti in ordine alla soddisfazione dei bisogni umani. Il progresso umano è determinato dalla completezza e dalla modalità di soddisfazione dei bisogni che è possibile soddisfare. Se si individua una tipologia di società che soddisfi maggiormente i bisogni umani, si realizza un autentico progresso, cosciente e volontario. 8.1 - Alcuni filosofi, come Wittgenstein, riconoscendo come il linguaggio rispecchi la cultura storica o della realtà strutturale, affermano esistere l' esigenza di un linguaggio estraneo agli schemi delle culture strutturali. Affermano esistere un grande divario tra reale e possibile, come divario tra storia della realtà strutturale e società normale rispetto all' uomo. Si può affermare che il linguaggio sia parte della scienza (o suo strumento) e nel contempo parte della cultura, ossia della realtà strutturale storica (38). Popper riferiva come gli “stoici” considerassero il linguaggio come appartenente a tutti e tre i mondi: mondo fisico (azioni fisiche e simbolismi), mondo strutturale e soggettivo (per le implicazioni caratteriali e comportamentali), mondo scientifico o conoscitivo (poiché contiene o permette la trasmissione di informazioni) (39). 8.2 - Popper affermava come funzioni superiori del linguaggio umano siano la descrittiva e l'argomentativa (40), anziché l' argomentativa e l' espressiva. In realtà le facoltà comunicativa ed espressiva sono presenti in misura minore anche in altre specie animali e solo con l' emergere della facoltà descrittiva ed argomentativa o critica la comunicazione od espressione assume un valore superiore e tale da rendere l' uomo capace di creare strutture sociali più progredite rispetto alle strutture comuni con specie pre-umane (come più progredito è lo stesso universo strutturale statuale). 8.3 - Da uno studio di due studiosi americani emerge come sia un luogo comune l'affermazione secondo cui la parola ed i linguaggi parlati siano gli unici mezzi di comunicazione o gli unici linguaggi possibili. Infatti emerge come i linguaggi dei sordomuti siano parimenti ricchi e complessi nonché completamente autonomi dai linguaggi parlati. Tali linguaggi coinvolgono maggiormente le espressioni od emozioni esterne visive. Questo conferma come la comunicazione verbale non sia l'unico tipo di comunicazione possibile e quindi dimostra come il linguaggio di animali di altre specie possa essere sufficientemente completo da consentire la realizzazione di universi strutturali di tipo pre-statuale. Tale studio dimostra inoltre come non vi sia rapporto diretto o bi-univoco tra sviluppo intellettivo e capacità comunicativa o ricchezza di linguaggio, la quale ultima è connessa al grado di socialità od al tipo di società in cui vive il soggetto (41): pre-strutturale, strutturale o post-strutturale. 8.4 - Benjamin intuiva la necessità del superamento della realtà strutturale statuale e riteneva che occorresse creare un linguaggio capace di creare una piena coincidenza “tra prassi e parola” (42). La filosofia del linguaggio avverte il bisogno di una maggiore rispondenza tra linguaggio, terminologia e realtà. Un salto qualitativo delle scienze sociali consentirebbe una precisa corrispondenza bi-univoca tra vocabolo e suo significato, ossia l' aspetto del reale che col vocabolo si vuole significare, nella sua forma, qualità, cause, effetti e fini. 8.5 - La comunicazione attraverso i computers e la telematica in genere determina il sorgere di un nuovo linguaggio, tendenzialmente utile ad uno sviluppo della comunicazione umana (43). 9 - Nella realtà strutturale storica il linguaggio è utilizzato essenzialmente a scopo di conquista o conservazione del potere, ossia del predominio su terzi oppure per realizzare la propria preminenza economica. Il linguaggio è quasi mai utilizzato per realizzare una comunicazione autentica, ossia per soddisfare il bisogno di socialità dei singoli. La realizzazione dell' equità in campo sociale ed economico consentirà di utilizzare il linguaggio unicamente allo scopo di realizzare la pienezza della soddisfazione del bisogno di socialità dei singoli. § 5 – Natura delle ideologie 1 - All'inizio del diciannovesimo secolo in Francia per ideologia si volle significare la scienza delle idee, ossia lo studio del pensiero condotto secondo i metodi di Locke e Condillac, ossia applicando la ragione ai fatti osservati, evitando le deduzioni a priori. Solitamente però per ideologia si intende sistema dottrinario basato su dogmi e costituente la base della fede di un popolo (1). La conoscenza irrazionale, rappresentata dalle ideologie, deve essere accettata per il bene stesso dell' ideologia proposta e per chi la propone. Al contrario la conoscenza razionale o scientifica è accettata unicamente nell' interesse di chi la accetta. Questa è la dimostrazione più evidente del suo valore universale. Il fatto, di facile constatazione, secondo cui le ideologie e religioni non realizzano mai gli ideali che propongono e propugnano, attiene alla loro stessa natura, per cui la realizzazione dell' ideale comporterebbe la scomparsa dell' organismo che ha promosso l' ideologia o la religione. Questo non succede in campo scientifico, dove l'agente che mira a realizzare un qualsiasi scopo viene qualificato come “scienziato” solo se realizza compiutamente, o verifica, le ipotesi che propone e quindi, anziché essere annullato dal raggiungimento dello scopo, ne viene legittimato. Nel caso delle ipotesi formulate da un ricercatore, la presenza del divario tra realtà ed ipotesi teorica, dimostra la non scientificità dell'ipotesi stessa. Nel campo delle ideologie, il divario tra reale ed ideale è inevitabile e legittimato dalla stessa struttura dell' ideologia e dell' organismo che la promuove. Per tale ragione ideologie e religioni collocano il raggiungimento dell'ideale il più lontano possibile nel tempo, in un' epoca indeterminata od infinitamente lontana, come ad esempio la “fine dei tempi”. 2.1 - Bonaventura da Bagnoregio contrapponeva nettamente scienza e fede, riconoscendo che la prima concerna l' intelletto e la seconda “l'affetto” (2). 2.2.1.1 – Vi è un' aspettativa comune degli “scienziati” di ridurre le varie scienze: fisica, chimica, psicologia, sociologia e via dicendo ad un' unica scienza: la fisica. In tale concezione vi è molto di ideologico, che può essere definita l' ideologia del “fisicalismo” (3). Tuttavia vi è alcunché di realistico in tale concezione, essendovi in tutte le scienze un sostrato comune, come dimostra il concetto di “emergenza” o sorgere di un campo di fatti (ad esempio di ordine psichico) da altri campi (come la fisica e la biologia) (4). Nella conoscenza ideologica vi sono molti elementi di invenzione fantastica irrazionale. Tuttavia la fantasia è, per la scienza, un prezioso strumento di avanzamento della conoscenza scientifica stessa. La fantasia quindi, da fonte dell' irrazionale può divenire strumento della razionalità, ossia di una conoscenza veramente affidabile e consona alla natura umana. 2.2.1.2 - Marx distingueva nettamente tra “il modo di compiere la ricerca” e “il modo di esporne i contenuti categoriali” (5). Questo evidenzia come Marx distinguesse tra comprensione della realtà strutturale e presentazione della medesima secondo il suo interesse ideologico (6). Questo dà la misura dell' impostura insita nel “marxismo”. 2.2.2 - La concezione marxiana era articolata nell' analisi della “lotta di classe”, come frutto diretto della “contraddizione” tra “forze materiali di produzione” (ossia il grado di sviluppo tecnico-scientifico) e “rapporti di produzione”, che egli identificava in quelli che noi definiamo rapporti sociali, ossia i rapporti tra i vari strati sociali (7). Tale contraddizione egli la collocava all' interno di quella che definiva “struttura economica”. 3 - Marx utilizzò la concezione dei primi sociologi del XIX secolo, sull' alienazione nei confronti della realtà strutturale storica, la quale si manifesta soprattutto nei sistemi capitalisti per la maggiore libertà che si realizza in questi sistemi sociali, per teorizzare l' alienazione degli individui, che secondo lui sarebbe creata dal sistema capitalista concorrenziale, utilizzandola a fini mistificatori e filo-feudali (8). 4.1 - Marx, nella “Critica al programma di Gotha”, criticava la concezione secondo cui si considera il lavoro utile come possibile solo “nella e attraverso la società” e quindi “l'utile appartiene alla società e al singolo lavoratore ne spetta tanto quanto non è necessario per mantenere la condizione del lavoro, la società”. Egli osservava che “questa frase è stata sempre fatta valere dai campioni del regime sociale d' ogni tempo” (9). Tuttavia, egli pur facendo balenare una realtà post-strutturale, che definiva “comunismo”, la caratterizzò come una fase feudale e quindi ne vanificò ogni potenziale contenuto di nuova realtà sociale, avulsa dalla realtà strutturale storica. 4.2 - Per il “marxismo” il concetto di “morte della società” consiste nello sdoppiamento di una unità statuale o la sua frantumazione. Tale concezione estremizza, in senso conservatore ed imperialistico la concezione “nazionalistica” “liberale” o “borghese”. La morte di una società può essere correttamente intesa come la perdita delle caratteristiche fondamentali di quella società, ossia i suoi connotati strutturali. Lo sdoppiamento o frantumazione di una unità statuale, pur non sempre indolore, non è negativa, se non avviene con forzature e con violenze, e può essere anzi vitale per le nuove unità statuali o “nazionali” che si formano. La morte di una data società, nel vero senso della parola, sempre che non avvenga in modo forzato e contro la volontà dei suoi aderenti, è da considerarsi un fatto positivo per il benessere degli stessi aderenti e dunque può essere da considerarsi un fatto storico positivo, come la morte biologica degli individui può essere vista, sul piano della specie, come un fatto positivo per l'evoluzione e la stessa conservazione della specie. Al contrario, il “marxismo” considera la “morte della società” come il massimo dei mali, di fronte a cui anche il “socialismo” diventa desiderabile, essendo anzi, per Engels, l' unico aspetto di desiderabilità del “socialismo”, poiché impedirebbe la “morte della società”.

Indici del Capitolo 6: Scienze della realtà strutturale storica e loro rapporto con le ideologie. § 1: Metafisica ideologizzata a base delle ideologie e metafisica scientifica a base della conoscenza scientifica, della natura umana e della realtà strutturale storica. 1.1 - Misticismo hegeliano come tentativo di ridurre ad unità gli opposti o come mediazione o transizione tra due realtà diverse. 1.2 – Filosofia hegeliana e preconizzazione del superamento della realtà strutturale storica. 1.3.1 – Locke e metodo empirico a fondamento della conoscenza della realtà storica. 1.3.2 – Auspicio di Hegel di un salto qualitativo delle scienze umane e “sociali”. 1.4 – Capacità progressiva come indice di scientificità dei nuclei metafisici della conoscenza. 1.5 – Sociologi, come Comte, e mancata concezione della trascendenza della natura umana rispetto alla realtà strutturale storica. 2.1 – Illuminismo e fede aprioristica nella ragione. 2.2 – XIX secolo e sottomissione all' ineluttabile. 2.3 - Ragione come mezzo di conoscenza scientifica, superamento dell' ineluttabile nel desiderabile e come trasformazione da fede irrazionale in fede razionale. 3.1.1 - “Socialismo” come ricerca della soluzione del “problema sociale” e della “questione sociale” e sua trasformazione in ideologia filo-feudale. 3.1.2 – Sociologi e loro tendenziosa analisi del “marxismo”, identificato ormai col “socialismo”. 3.2.1 – Filosofia hegeliana ed immanentismo marxiano, con le sue intrinseche contraddizioni. 3.2.2 – Contraddizioni interne al “marxismo” e sua natura di grande impostura e di potenziale forzatura in senso feudale. 3.3 – Crisi mortale del “comunismo” e speranza che il “socialismo” possa acquistare valore autenticamente scientifico. 4 – Kant ed adombramento della possibilità del superamento della realtà storica. § 2: Filosofia e sua trasformazione in metodo scientifico o persistenza di funzione e contenuto ideologico 1.1.1 – Spinoza e riconoscimento di come la pluralità di teorie sociali e storiche, presenti nella fase mercantile a lui contemporanea, sia sintomo di inconoscenza scientifica della realtà sociale. 1.1.2 – Filosofi e riforma della società come conseguenza di una riforma della metodologia scientifica. 1.1.3 – Filosofia e sua identificazione con la scienza, quando si identificherà con la conoscenza e coscienza scientifica della realtà strutturale storica e della natura umana. 1.2 – Funzionalismo e concezione della realtà strutturale, nelle sue articolazioni, come dettate dalle esigenze delle varie “società”, intese come particolari gruppi etnici, variabili nel tempo. 2 - “Positivismo comtiano” ed identificazione del “progresso nell' incivilimento” con la transizione ad una nuova fase feudale e “progresso nella civiltà” il consolidarsi di tale nuova fase feudale. 3 – Filosofia contemporanea e ricerca del linguaggio con cui esprimersi, evidenza della sua sudditanza alle ideologie. 4 – Filosofia e sua mutazione in metodologia delle “scienze umane” e “sociali”. 5 – Filosofie e “scienze sociali” e credenza nella capacità di incidere o determinare l' evoluzione della realtà strutturale storica. 6 – Prerequisiti della filosofia per raggiungere il livello di conoscenza scientifica e per essere strumento del superamento della logica della realtà strutturale storica. § 3: Definizione dell' economia come studio della realtà strutturale storica e suo rapporto con la base materiale di tale realtà od economia effettiva. 1 – Definizione dell' economia come studio della realtà strutturale statuale nella fase mercantile e concezione dell' “economia classica” sulla natura del profitto. 2.1 – Economisti accademici ed incomprensione della reale natura dei rapporti di produzione edi scambio, nonché dell' evoluzione strutturale. 2.2 – Economisti ed individuazione del referente o base materiale, o realtà economica dei vari sistemi sociali. 2.3 – Legge di Say ed intuizione, da parte degli economisti, della ciclicità delle crisi dal lato della produzione e dal lato del consumo. 3.1 – Scientificità limitata o relativa propria dello studio dell' economia della realtà strutturale storica. 3.2 – Definizione dello studio scientifico dell' economia strutturale storica. § 4: Storici ufficiali e consapevolezza della necessità della nascita della scienza della storia. 1 – Storici ufficiali ed analisi della storia come fatto strutturalmente statico. 2.1.1.1 - Radcliffe – Brown e “spiegazione storica”, distinta dalla “comprensione storica”, come presunzione degli storici ufficiali, i quali non comprendono ne sanno “spiegarsi” la realtà storica. 2.1.1.2 – Storici ufficiali ed analisi storica condotta con intenti ideologici o giustificativi della realtà strutturale statuale. 2.1.2 – Storici accademici e tentativo di connettere la produzione prevalentemente agricola del “medioevo” con la società feudale. 2.1.3.1 – Storici accademici e concezione fuorviante delle diversità tra la condizione dei servi e quella degli schiavi. 2.1.3.2 – Storici accademici e difficoltà di considerare la divisione della società in classi. 2.2.1 – Storici ufficiali e metodi devianti ed ideologici. 2.2.2 – Funzionalismo come metodologia ideologica. 2.3 - Pregiudizi ideologici ed euro-centrici degli storici, pur intuendo la dinamica evolutiva “globale” dell' universo strutturale statuale. 3.1 – Storici ufficiali e riconoscimento dell' esigenza di conoscere le leggi dell' evoluzione della realtà storica. 3.2 – Bruno Rizzi e comprensione delle effettive partizioni dell' universo strutturale statuale, senza comprendere la reale dinamica storica. 3.3.1 – Analisi dei fatti storici in rapporto a tutta la storia precedente di un popolo. 3.3.2 – Comte e sintomo della raggiunta scientificità dell' analisi della realtà storica, quando diverrà possibile predire il futuro. § 5: Sociologia e “scienze sociali”: loro elementi ideologici e conati di realizzazione della scienza della realtà strutturale storica. 1.1.1 – Sociologia nata come ideologia filo-feudale, propugnante una nuova fase feudale, ed auspicante anche un regresso tecnico-produttivo, fino a divinizzare la realtà strutturale storica. 1.1.2 – Sociologia ed individualizzazione intesa come progresso, che alcuni sociologi associano col ritorno ad una nuova fase feudale. 1.2 – Sociologia ed iniziale “collettivismo ideologico”, a cui si contrappose l' “individualismo metodologico” di Vilfredo Pareto. 1.3.1.1 – Sociologi accademici e “scienziati sociali” ed intenti ideologici delle loro ricerche. 1.3.1.2 - “Stratagemmi convenzionalistici” per rendere le teorie non confutabili e dunque di natura ideologica. 1.3.2 - “Scienziati sociali” e metodi di ricerca ideologici ed ideologie spacciate per scienze sociali. 1.4 - “Scienze sociali” ed “identificazione faziosa” tra linguaggio corrente ed uso scientifico dei termini. 2 - Sociologia e “scienze sociali” in genere ed analisi della storia come fatto strutturalmtente statico. 3 – Sociologia ed identificazione della “società politica” con le strutture statuali e lo “stato di natura” con le strutture pre-statuali. 4 – Determinazione della realtà strutturale sulle “scienze sociali”. 5 – Sociologi e mitizzazione della rivoluzione francese e delle rivoluzioni in genere. 6 – Sociologi del XIX secolo e precognizione del pericolo di un regresso rispetto alla “società industriale”, allora in atto. 7 – Sociologi e società considerata come proiezione ideale, mentre definiscono “comunità” i nuclei sociali burocratici, risorti nel XIX secolo. 8 – Antropologia e criteri di indagine fuorvianti sui vari universi strutturali pre-statuali. 9.1 - “Scienziati sociali” e rifiuto di rendere totalmente scientifica la conoscenza della realtà strutturale storica. 9.2 – Sociologi e negazione della possibilità di creare un mondo compiutamente razionale. 10 – Validità scientifica della sociologia e prospettiva del superamento della realtà strutturale storica. 11- Necessità di realizzare la tecnica della piena socialità umana, per utilizzare la conoscenza scientifica della realtà strutturale storica.

CAP. 6° Scienze della realtà strutturale storica e loro rapporto con le ideologie. § 1 – Metafisica ideologizzata a base delle ideologie e metafisica scientifica a base della conoscenza scientifica, della natura umana e della realtà strutturale storica. 1.1 - Niel definiva “misticismo” la filosofia hegeliana in quanto si proponeva di conciliare nell' unità, il finito e l' infinito (definibili rispettivamente come: logica strutturale e la razionalità o naturalità). Hegel proponeva tale unità come “riconquista dell' uomo integro, dell'uomo totale” (1). Questa è certamente una forma di “misticismo” che si collega all' escatologia “cristiana”, tentando di completarla. La religione (“cristiana” ma anche quella “hegeliana”) afferma che l' unità originale dell'universo è stata rotta dal peccato: ossia la razionalità si è scissa e contrapposta alla realtà con il sorgere delle strutture storiche. Proporre la sintesi tra strutture storiche e razionalità, come fece Hegel, equivale a proporre l' unificazione tra “il mondo peccatore” con dio: il che è palesemente assurdo. Hegel tentò tale unificazione o “conciliazione” (2) ne la “Storia della filosofia” col concetto di “mediazione” o transizione “storica” ed una “mediazione” logica (o razionale). Tale concetto è stato utilizzato da Marx ed è utile per indicare la mutazione dei sistemi sociali e delle fasi storiche statuali, ma è inadatto a conciliare la realtà strutturale storica con la razionalità della natura umana. 1.2 - Hegel proponeva il superamento del dualismo religioso (tra ideale e reale) attraverso la scienza, la quale garantisce la “realizzazione piena dell'uomo” (3), ma il superamento del dualismo avviene, per Hegel, nel “misticismo” dell' unione (e non identificazione) dell' uomo con dio. Per Hegel, il sapere assoluto o saggezza è il risultato definitivo della filosofia, in quanto la saggezza risponde a tutti i problemi cui la filosofia non può rispondere. Il saggio, contrariamente al filosofo, è ottimista e modello a sé ed agli altri (4). La saggezza si può identificare con la scienza della realtà strutturale e della natura umana. Secondo Hegel, la meta finale dell' uomo è la conoscenza, che si realizza gradatamente attraverso la storia, la quale ultima è la storia di una “libertà” contrapposta alla natura (5). La realizzazione di tale conoscenza avverrebbe attraverso una “rivoluzione” tale da permettere la “conciliazione dell' uomo con la natura” (6). Se le filosofie contemporanee, quali il “marxismo” e l' “esistenzialismo”, traggono origine da Hegel, tuttavia presentano lacune ed interpretazioni unilaterali della filsofia hegeliana. La filosofia hegeliana deve ancora essere sviluppata per coglierne l' essenza reale (7). Bobbio definiva “teologia mondana” la filosofia hegeliana in quanto, analizzando la natura e le strutture con terminologie e contenuti che Bobbio affermava essere propri delle religioni (teoria del fine della storia e dell' alienazione dell' uomo rispetto alla storia) e che tuttavia possiede un' immanenza rispetto all'uomo, alla natura ed alla storia che nessuna religione può avere. Si può affermare che Hegel abbiademistificato la religione, liberandone il contenuto dalle idealizzazioni e trascendenze irrazionali. L'“hegelismo”, quale filosofia (intesa come ideologia di una data fase storica o momento storico) è “contraddittorio” (8), in quanto propone l' appropriazione ed il compimento della storia in quel “mondo” in cui lui si trovava (pur trattandosi di una concezione meta-storica). Infatti William James riconosceva che la dialettica hegeliana preconizzi il superamento della realtà strutturale, fatto da lui ritenuto attualmente irrealizzabile, ma “che un giorno potrebbe rivelarsi realizzabile” (9). Bobbio affermava che “tutte le strade filosofiche dopo Hegel sono bloccate” (10). Questo in quanto ogni filosofia che si limiti a giustificare le strutture, non ha più credibilità. Questo indica che Hegel ha fatto molta strada in antitesi alle strutture storiche e la filosofia, per essere ancora tale, deve ignorare Hegel. Se ne può dedurre come i tempi per un superamento delle strutture storiche siano maturi. 1.3.1 - Locke utilizzava l'esperienza, ossia il metodo empirico, quale fondamento delle nozioni o conoscenza della realtà strutturale storica e come “strumento di controllo dei giudizi esistenziali” (11). 1.3.2 - Sul piano delle scienze strutturali ed umane, Bobbio rilevava “l'inconcludenza della scienza” (12) corrente ed auspicava l'avvento del “sapere totale”. Si può affermare, quindi, che anche sul piano delle scienze strutturali ed umane si avverta da gran tempo l'esigenza del salto qualitativo che consenta di superare la logica delle strutture storiche. 1.4 - Emile Durkheim definiva la sociologia come la continuazione specialistica della filosofia (13). Gli epistemologi definiscono metafisica le concezioni sulla natura, sull'uomo o sulla storia, che entrano a costituire il “nucleo del programma di ricerca”, come affermava Lakatos, od il “paradigma”, come afferma Kuhn. Mentre accettano tale “metafisica” come scientifica o base della scienza, demonizzano la metafisica estranea alle loro teorie “scientifiche” come a-scientifica, come del resto fanno anche gli stessi filosofi. Poiché una separazione netta tra metafisica scientifica ed a-scientifica è impensabile in quanto l' insieme della metafisica costituisce il nucleo dell' attuale conoscenza: sulla natura, l' uomo e la storia, urge creare una metafisica scientifica o falsificabile ossia controllabile e progressiva. La sua non controllabilità, affermava Popper, deriva soprattutto da “ragioni sintattiche” (14), o da “ragioni metodologiche”, come affermava Lakatos. Tuttavia la metafisica non è controllabile solo per ragioni sintattiche, ma spesso anche per ragioni metodologiche e questo sia nella parte “influente” o connessa alla scienza, che per quella autonoma, la quale ultima non è mai tale del tutto, salvo che si tratti di elementi puramente ideologici o di tipo demagogico-fideistico. Lakatos affermava la possibilità di inserire elementi “incontrollabili” in “programmi di ricerca” come “nuclei” (15), la cui scientificità sarebbe insita in un “problema normativo” e verrebbe pertanto ad essere rappresentata essenzialmente dalla capacità progressiva. Da parte di intellettuali e filosofi si afferma, spesso, che non sia consentito di assimilare alla scienza i contenuti della metafisica e delle scienze umane. Francesco Bacone riconosceva, peraltro, come non fossero i contenuti della metafisica ad essere a-scientifici, ma i suoi metodi e la sua forma. 1.5 - I sociologi, come Auguste Comte, non recepiscono la trascendenza della natura umana rispetto alla realtà delle strutture storiche, pur comprendendo la falsità della concezione religiosa di una essenza umana trascendente la sua stessa natura (16). I positivisti erano consapevoli del fatto che le “scienze” sociali siano condizionate dalla realtà strutturale e dalle ideologie dominanti ed auspicavano che tutte le scienze possano divenire realmente scientifiche o “positive”. Tuttavia, ignorando effettivamente l' estraneità rispetto alla natura umana della realtà strutturale storica, ignoravano al contempo quale debba essere il fondamento di scientificità delle scienze sociali e della filosofia (17). 2.1 - Nel XVIII secolo la ragione era considerata, specie dagli “illuministi”, capace di trovare la soluzione del problema sociale. Un tale grado di fiducia nella ragione finì per determinare “razionalismi” o divinizzazioni della ragione stessa. Si trattava di ideologie o fideismi, espliciti segni del fallimento della fiducia, aprioristica, nella ragione. 2.2 - Nel XIX secolo la sfiducia nella capacità della ragione di consentire la soluzione del problema sociale divenne cosciente. Emerse la convinzione che massima capacità della ragione fosse l' adeguarsi alla realtà strutturale in atto, il comprenderne l'evoluzione ed il favorirla. Tale era la concezione filosofica del “marxismo”. Ne emerse la convinzione che massima “razionalità” e massima intelligenza fosse aderire a quello che pareva l' evento inevitabile, ossia l' avvento di un nuovo feudalesimo. Non si cercò nemmeno di indagare a fondo quale fosse effettivamente la natura di questa nuova società che si prospettava ed era ritenuta inevitabile, e solo in quanto inevitabile, auspicabile. In tal modo sedicenti “intellettuali” e “pensatori” si sono auto-definiti “intelligenti” in quanto auspicavano il ritorno di una società feudale, solo perché ritenuta inevitabile. Tale fu lo scacco della ragione nel periodo tra il XVIII ed il XX secolo. 2.3 - La ragione o raziocinio, senza un adeguato strumento conoscitivo diventa fede irrazionale, mentre con uno strumento conoscitivo adeguato diviene coscienza delle proprie potenzialità e capacità o coscienza razionale di se o fede razionale, essendo basata su strumenti di effettiva emancipazione umana e mezzo della realizzazione di questo fine. 3.1.1 - Il “socialismo” è nato come teoria della possibilità di risoluzione del problema sociale (ossia del problema del contrasto tra gli individui e la società) e della questione sociale (ossia del conflitto tra lavoratori e datori di lavoro), nel XVIII secolo. Il “comunismo” è nato anch' esso nel XVIII secolo, sulla base del “platonismo” e del “neo-platonismo” , come reazione al consolidarsi del sistema capitalista concorrenziale. Il “marxismo” ha fuso insieme le due teorie suddette, per quanto di natura distante e contrapposta. Di natura idealistica, utopistica o futuribile il “socialismo”, di natura feudaleggiante il “comunismo”. Tale operazione marxiana, prevalendo sulle due concezioni preesistenti, ha finito per uccidere la sostanza dell'ideale “socialista”, inquinandolo e stravolgendolo. La versione “anarchica” del “socialismo”, realizzata una sintesi, definita “anarco-comunismo” con Kropotkin, ha ibridato l' ideale “socialista” di tendenza “libertaria” con la teoria “comunista”. 3.1.2 - Durkheim, parlando del “socialismo” ne evidenziava molteplici caratteristiche consone alla natura delle fasi feudali dell' universo strutturale statuale (18), pur non riconoscendolo esplicitamente come ideologia propria della fase feudale. Parlava di “comunismo antico” a proposito delle ideologie filo-feudali prodotte nell' “evo antico”, come il “platonismo”, e le distingueva dal “socialismo” o dalle ideologie filo-feudali “moderne”, in quanto queste ultime tenderebbero in modo più esplicito ad una fase feudale maggiormente centralizzata rispetto a quella che si era realizzata nel “medio evo” (19). 3.2.1 - Marx, accusando Hegel di essere un metafisico, pretendeva di associarsi alla metodologia della scienza “moderna”: il metodo induttivo. In realtà Hegel, pur adottando una terminologia metafisica, compì un' analisi induttiva della reale condizione umana. Marx, al contrario, compì un' analisi deduttiva, partendo da presupposti errati ed assurdi. Dal suo preteso empirismo dedusse l' immanenza totale dell' uomo nella storia, annullando del tutto l' essenza dell' uomo e facendone il semplice strumento della storia. Marx accusò Hegel di “spirito speculativo” (20), ossia lo accusò di essere un filosofo, (poiché analizzava l' essenza umana), essendo evidentemente conscio di essere unicamente un ideologo. Se Hegel affermava che la soluzione del dramma umano consista nel sapere scientifico, Marx lo accusò di proporre soluzioni teoriche a problemi reali (21). Se Hegel è certamente criticabile per non aver saputo trovare sbocchi validi alle sue intuizioni, l' affermazione marxiana è tuttavia assurda: equivale ad affermare che la scienza è inutile, in quanto fatto teorico, inadatta a risolvere i problemi pratici dell'uomo. In realtà, poiché l'analisi hegeliana investe l' essenza umana, le soluzioni proposte non possono che partire dall' uomo, modificarne le manifestazioni e creare così le condizioni per superare le strutture storiche. Marx, al contrario, si limitò alla realtà storica, ritenendo che la sua evoluzione sia modificabile, sia pure solo nella tempistica, da parte degli esseri umani, cadendo così in contraddizione con la propria concezione dell' uomo: semplice prodotto della storia. Negli anni 2000 alcuni intellettuali prendevano finalmente coscienza della truffa gnoseologica insita nel “marxismo” e nel “marxismo – leninismo” e sulla natura di “schiavitù”, ossia di effettiva servitù insita nei lager “comunisti” del XX secolo (22). 3.2.2 - Marx, affermando che le macchine siano frutto della società mercantile, avrebbe dunque dovuto dedurne che col superamento della società mercantile si superino automaticamente anche le macchine, ma poiché questo svelerebbe la natura della società da lui auspicata se ne ritrae affermando, assurdamente, che di per sé la macchine non sono capitale e quindi possono sopravvivere al superamento del “capitalismo”. In realtà la meccanizzazione entra sicuramente in crisi col superamento della fase mercantile, dato il regresso conoscitivo e quindi scientifico che l' accompagna. Altra assurdità stà nel sostenere che esse sono mezzo di alienazione ed auspicarne al contempo la sopravvivenza al “capitalismo”. Marx, nella sua analisi storica adottava metodologie scientifiche di tipo “positivistico”, mentre nelle sue formulazioni ideologiche respingeva il “positivismo” ed adottava dogmatismi tipici del feudalesimo e quindi in antitesi netta con la scienza positiva e tali da opporsi e sostituirsi ad essa. Se si può, quindi, affermare che i “positivisti” pongano la scienza a base ideologica della società mercantile, Marx proponeva l'ideologia come scienza della società feudale ed egli, partendo dall' analisi della metodologia proposta dai “socialisti utopisti” per il raggiungimento del “socialismo” e dallo stadio della conoscenza della realtà storica dell' epoca, giungeva alla conclusione che il “socialismo” (così come ipotizzato dai “socialisti utopisti”) fosse irrealizzabile. Ne dedusse poi che il “socialismo” poteva essere utilizzato come idea-forza o teoria-desiderio, utillizzabile al fine di accelerare lo spontaneo processo storico in cui egli scorgeva l' unica forma possibile di “progresso umano”. Egli vedeva una valenza progressiva nella storia, poiché egli analizzava il processo storico come comprensivo del progresso scientifico-conoscitivo, sottovalutando la componente ciclica, che egli tuttavia non negava. Tale commistione di evoluzione storica e progresso umano determinò una mistificazione, ampliata dall' articolazione di una ideologia consona alla nuova fase feudale, di cui lui si poneva come “levatrice”. Egli, divenne così il mandante (morale) dell' assassinio di milioni di persone, vittime o carnefici di una fede che creò una forzatura inutile e totalmente disumana dell' evoluzione ciclica della realtà strutturale statuale. Il “marxismo”, credendo, o facendo credere, di aver realizzato la conoscenza scientifica della realtà storica ha individuato nel ritorno ad una fase feudale dell'universo strutturale statuale la realizzazione dell' ultima forma possibile ed auspicabile di società. Al di là dell' assurdità teorica di tale concezione, quanto tale presunzione ed intento fossero carichi di impostura, gli eventi storici dell'ultimo scorcio del XX secolo lo hanno pienamente dimostrato. 3.3.3 - Con la crisi mortale del “comunismo”, successiva alle rivoluzioni del 1980 – 1993, si può supporre possa rivivere l' ideale “socialista”, magari con un' altra definizione e denominazione e soprattutto con una diversa base teorica, di valore scientifico. Vi è attualmente un movimento tendente ad unificare la scienza e la filosofia. Questo fatto testimonia come si sia raggiunto uno stadio conoscitivo che rende impellente l'unificazione delle scienze cosmiche con le scienze umane e sociali. Occorre però evitare sia che la scienza si faccia ingabbiare dalla filosofia (come avvenuto nelle precedenti fasi feudali), sia che la scienza inibisca o limiti la filosofia, pur estendendo il suo metodo a quest' ultima (23). 4 - Kant distingueva l' immagine dallo “schema”, dove quest' ultimo stà per “regola” od immagine generale di un oggetto avente date caratteristiche generali (24), definite “determinazioni a priori del tempo” (25). Tali possono essere gli schemi propri degli universi strutturali storici. Kant affermava, infatti, che il tempo sia in sé immobile e permanente nel mutare dei fenomeni (26). Al tempo corrisponde, infatti, la sostanza o realtà strutturale storica. Egli affermava che il “giudizio sintetico” (contrariamente a quello “analitico”) consista in un confronto tra due concetti basati su un terzo termine, il quale ultimo consiste in “un insieme, in cui sieno contenute tutte le nostre rappresentazioni, cioè il senso interno e la sua forma a priori, il tempo” (27). Affermava che i “giudizi sintetici puri”, per esistere, devono riferirsi all'esistenza ed alla possibilità, ed in ciò fondino la loro “validità obbiettiva” (28). Così egli dimostrava di ritenere superabile la realtà strutturale storica, essendo quest' ultima solo una possibilità. Kant affermava che “solo nel permanente sono possibili rapporti temporali .... cioè il permanente è il sostrato della rappresentazione empirica del tempo stesso” (29). In tal modo egli evidenziava non una qualità del tempo in sé ma della realtà strutturale statuale, che infatti egli identificava con la “sostanza”, affermando altresì la possibilità di altri “tempi” (30). I cambiamenti sono perciò considerati dei “modus” dell'esistenza di ciò che è “costante e permanente” (31). § 2: Filosofia e sua trasformazione in metodo scientifico o persistenza di funzione e contenuto ideologico 1.1.1 - Spinoza riconosceva come la pluralità di ideologie presente nella propria contemporaneità, dove vi era una “società aperta”, fosse sintomo dell' inconoscenza della verità scientifica (1). 1.1.2 - I filosofi sono concordi nel ritenere che la riforma della società (di qualsiasi genere) debba accompagnarsi, od essere conseguente, ad una riforma del sapere (essenzialmente come metodologia scientifica) (2). 1.1.3 - La filosofia può trasformarsi in scienza, solo identificandosi con la conoscenza e coscienza della natura della realtà strutturale e della natura degli esseri umani. Kant affermava che l' uomo riduca nei propri schemi ideologici tutta la realtà, compresi lo spazio ed il tempo, schemi che egli definiva “schematismo trascendentale”, che condiziona indirettamente l' oggetto della conoscenza. Kant affermava che, ove la conoscenza degli oggetti sia resa oggettiva o scientifica, si avrà una ricezione comune “a tutti allo stesso modo” (3). 1.2 - Filippo Barbano affermava che il “funzionalismo” sia stato “extrapolato” (4) dalle società pre-statuali, in cui si adattava meglio, alle contemporanee società della fase mercantile delle strutture statuali (secondo la nostra partizione e definizione), ove non vi è “integrazione” tra base materiale e proiezione ideale ma vi è un rapporto elastico tra i due momenti, tale da far pensare a contrasti almeno in determinati momenti di transizione. Egli si opponeva al “funzionalismo teorico” in quanto questo negherebbe l' evoluzione storica, ma accettava il “funzionalismo prammatico” in quanto questo propone la funzionalità dei vari momenti strutturali in un dato momento storico, ossia l' evoluzione sarebbe funzionale alle esigenze della società di un dato momento storico. 2 - Il “positivismo comtiano”, così come il “socialismo”, definiscono le “scienze sociali” come fatti sociali, ossia al servizio della realtà strutturale in atto ed in evoluzione (5). I sociologi parlano poi di “socializzazione della scienza” anche per intraprendere il tentativo di applicazione degli elaborati sociologici alla realtà economica. Essi, per “socializzazione della scienza” intendono il crearsi di una cultura basata su “valori razionali”, dove però con questo termine intendono la creazione di un' ideologia basata sulla sociologia. Adorno ed Horkheimer teorizzarono una distinzione tra “progresso nell' incivilimento” (Zivilisation) e “progresso nella civiltà” (Kultur), dove con il primo intendevano l' evoluzione storica, mentre con il secondo volevano intendere il porre una certa società come ideale di “civiltà”. Poiché però le ideologie che essi propugnarono pongono una data fase statuale come base del loro ideale di “civiltà”, se ne deduce che per “progresso nell' incivilimento” si intenda, in realtà, la transizione tra le fasi statuali, mentre per progresso nella civiltà si intenda, in realtà, il consolidamento di una data fase storica, anche se regressiva rispetto alla fase statuale preesistente. Comte dedusse la “positività” sociologica dall' integrazione sociale (consensus), tenendo presente che integrazione veniva intesa in senso a-storico come fatto naturale e quindi a prescindere dalla sua valenza sistemica. Nella storia si ha infatti un continuo processo di integrazione, ora in favore di una fase storica ora in favore di quella successiva ed opposta. Tali fenomeni di alterna integrazione, pur caratterizzando la storia non la determinano. Comte è ritenuto generalmente il fondatore della sociologia, in quanto egli ha istituzionalizzato ed ideologizzato la sua teoria dell'evoluzione storica, sebbene alcuni rilevino che la sociologia, in quanto teoria dell' evoluzione storica, risalga alla filosofia pre-socratica (6). 3 - Pareyson evidenziava come la filosofia a lui contemporanea, o filosofia della crisi ed in crisi essa stessa, ricerchi il linguaggio con cui esprimersi e faccia di tale ricerca l'aspetto più evidente della sua crisi (7). 4 - La filosofia si inserisce nei vari ambiti della ricerca delle scienze umane, mutandosi in metodologia degli stessi ambiti di ricerca (8). 5 - William James affermava che in ogni individuo l'accettazione di concetti nuovi è sottesa al bisogno di “assimilare quanto vi è di nuovo nella sua esperienza” (9), facendo perno sulla “scorta delle sue credenze”. Il pragmatismo di James gli faceva considerare la conoscenza “costitutiva e determinante della loro stessa natura di fatti” (10). La conoscenza cui si riferiva James è in realtà l' ideologia, la quale sembra determinare la realtà strutturale nella fattispecie sistemica cui l' ideologia si adatta, pur essendone in realtà pura proiezione ideale. 6 - Se è vero che l' essere umano, come tutta la natura in generale, non è compiutamente razionale, tuttavia l' essere umano anela alla piena razionalità e dunque deve poter esistere un mondo che realizzi questo bisogno fondamentale che consiste appunto nel realizzare, almeno progressivamente, una sempre più compiuta razionalità. Karl R. Popper, rilevando come la teoria della corrispondenza delle teorie ai fatti sia stata tradizionalmente posta in difficoltà, evidenziava come i filosofi siano consci del contenuto ideologico del meccanismo di far corrispondere le teorie ai fatti. Tale consapevolezza indsse Tarski a proporre, per stabilire la corrispondenza delle teorie ai fatti, l' uso di un “meta-linguaggio”, ossia di un linguaggio avulso da quello della teoria stessa (11). Il contrasto che si genera con la realtà strutturale storica, creando una teoria scientifica della medesima, va tenuto in conto, con le dovute precauzioni. Preventivamente, occorre svincolarsi dalla logica strutturale, per decidere quali teorie corrispondano alla reale essenza della realtà strutturale storica stessa. Radhakrishnan affermava che i filosofi dovrebbero essere avulsi da interessi strutturali o legami con la realtà strutturale storica e contingente (12), al fine di realizzare un' indagine realmente scientifica della stessa realtà strutturale (13). Egli finì, però, per individuare l' emancipazione dalla realtà strutturale nella rinuncia ai bisogni fisici (14). § 3: Definizione dell' economia come studio della realtà strutturale storica e suo rapporto con la base materiale di tale realtà od economia effettiva. 1 - Gli economisti definiscono “economia” lo studio “scientifico” della realtà strutturale statuale della fase mercantile, studio che è nato nel XVII secolo (1), ossia all' epoca da noi indicato come della transizione al sistema capitalista concorrenziale (2), specie per quanto riguarda i processi del referente materiale. Gli economisti “classici” (così definiti in quanto lo studio economico nacque prioritariamente in Inghilterra, più avanzata nella transizione al sistema capitalista concorrenziale) affermavano che il sovrappiù creato con la produzione è dato dalla differenza tra valore della produzione e valore dei beni e lavoro impiegato (3). Tale concezione giustifica e crea i presupposti della concezione ideologica di Marx, poiché ignora il valore dell' attività imprenditoriale. 2.1 - Gli economisti “moderni” riconoscono come gli imprenditori, con l' assunzione di “mano d' opera” acquistino la “capacità produttiva” (4) e non la “forza – lavoro”, sebbene poi parlino di “energia di lavoro” (5). Affermano poi che la moneta svolge, nel processo produttivo “capitalistico”, un ruolo diverso da quello di merce intermediaria o numerario ossia misura di valore, essendo anche capitale (6). Lombardini affermava che, compito prioritario dell' economista, sia la ricerca delle conseguenze della politica economica degli stati, sulla dinamica economica. Altro compito è quello di fornire certezze agli operatori economici, attraverso la previsione dell' andamento economico (7). Lombardini affermava che le teorie marginalistiche, al fine evidentemente di evitare le posizioni ideologiche, propongano teorie organiche basate su pochi principi e pochi concetti (8). Si ha così, ad esempio, la considerazione dei processi economici come risultati delle scelte degli operatori tra le varie alternative in campo. Il principio, posto dai “marginalisti” a base dell' attività economica, è la ricerca della massima soddisfazione dei bisogni dei singoli operatori economici. Essi indicano col termine “utilità marginale” il grado di soddisfazione che il consumatore ricava da un incremento unitario addizionale di un certo bene (9). I “marginalisti” riconoscono come la distribuzione del reddito sia un problema politico-sociale. Riconoscono come l' accumulazione sia un problema di distribuzione tra un consumo presente ed uno futuro, visto ad un momento dato (10). La “teoria marginalista” riconosce come non vi sia solo il mercato a libera concorrenza, ma prende in considerazione situazioni alternative di mercato. Essa tuttavia non distingue a sufficienza tra bisogni naturali e bisogni strutturali, ossia modificati dalla realtà strutturale in evoluzione. Secondo i “marginalisti”, scopo dell'economia è lo studio del comportamento, definito “razionale”, in coordinazione con la sociologia (11). Questo permette la formulazione di leggi scientifiche verificate statisticamente, definite “econometria” (12). Alcuni “marginalisti” operano una netta distinzione tra momento descrittivo e momento normativo dell' analisi economica, dove il secondo è connesso con l' analisi delle scelte di politica economica, mentre il momento descrittivo è connesso con l' analisi di elementi del referente materiale, oggetto specifico dell' economia. Lombardini finiva per riconoscere la validità analitica di tale distinzione (13). Gi economisti anziché considerare l' aspetto economico dei beni impiegati nella produzione, quale fattore produttivo, ne considerano soprattutto l'aspetto tecnico-tecnologico, negandosi così la possibilità di comprendere l' essenza dei rapporti di produzione. Definiscono poi “tecnologia” l' attività produttiva stessa, definita anche “organica attuazione di tecniche” (14). Oltre alla “scienza” economica, gli economisti definisono “economia” anche il “sistema economico” (15). Questo vale soprattutto per l' italiano, poiché in lingua inglese esistono due termini distinti, per i due diversi oggetti. Egli dimostrò come gli economisti definiscano “mercato” “il contrapporsi delle domande potenziali di un dato bene... all'offerta potenziale dello stesso bene” (16). Essi, peraltro, definiscono come “mercato” anche lo scambio proprio delle fasi feudali, non rendendosi conto delle differenze intercorrenti tra i due rapporti di scambio. Gli economisti, come Lombardini, parlano di “economia mondiale” intendendo praticamente l' esistenza di un' unico sistema ma il concetto di mercato mondiale è loro estraneo, come lo è quello dell' universalità della realtà strutturale statuale e dell' evoluzione strutturale in genere. Lo dimostra la recente “moda” di parlare di ”globalizzazione”, come di un fatto emerso molto di recente e da scongiurare od invocare. 2.2 - Lombardini definiva “sistema” l' organizzazione determinante i modi possibili di operare dei soggetti economici (17). Per i “fisiocratici” il “sistema economico” era il referente o base materiale, incentrato, per loro, soprattutto sull' agricoltura. Per gli economisti in genere, il “sistema economico” è l' oggetto del loro studio, inteso in modo statico e pressochè immutabile. I “fisiocratici”, come anche i “classici” (ad eccezione di Marx), ritengono essenziale per il “sistema economico” l' equilibrio tra “quantità domandate e quantità offerte” (18), equilibrio che nelle fasi mercantili si realizza tramite il mercato, di cui i “classici” in particolare ignorano le capacità equilibratrici, affermando addirittura che l' equilibrio avvenga nella produzione. 2.3 - Say affermava che che l' espansione della produzione crei automaticamente i redditi adeguati a creare la domanda necessaria ad assorbire tutti i prodotti (19). Malthus e Keynes affermarono che tale teoria fosse inesatta od incompleta, poiché constatarono o previdero (Malthus) le crisi da consumo. Essi però non individuarono le cause delle predette crisi da consumo e non le distinsero dalle crisi da produzione. Gli economisti moderni definiscono “equilibrio macroeconomico” quello tra l' offerta potenziale e la domanda effettiva (20). La “teoria marginalistica” riconosce come con il mercato si realizzi, nell' equilibrio raggiunto sul mercato stesso, per ciascun individuo, la massima utilità possibile, data l' utilità raggiunta dagli altri (21). La vaghezza di tale proposizione consente il suo inverarsi indipendentemente dalle forzature e limitazioni del mercato, per quanto profonde esse siano. Solo recentemente gli economisti riconoscono l' alternarsi di crisi da produzione a crisi da consumo (22). 3.1 - La “scienza” economica, in presenza della realtà strutturale, deve analizzare una realtà economica non equilibrata ma distorta dall' irrazionalità insita nella realtà strutturale storica, che determina elementi di anti-economicità, se non addirittura una realtà totalmente anti-economica. Un' analisi realmente scientifica di tali irrazionalità e delle cause delle suddette anti-economicità delegittimerebbe la stessa realtà strutturale e dunque, per realizzarsi come scienza realmente tale, occorre una chiara prospettiva di superamento della realtà strutturale storica. La scienza si è limitata fino ad ora al campo delle scienza materiali ossia della natura inorganica ed della natura organica, constatando la razionalità della natura cosmica. Quando si è occupata della realtà sociale, ossia della realtà strutturale organico-stratificata, non è stata in grado di raggiungere lo status di teoria scientifica, poichè ha applicato a tale realtà, in se irrazionale, concezioni razionalistiche. Ne è nata una conoscenza irrazionale, in quanto incoerente con la natura del proprio oggetto. Tale conoscenza irrazionale finisce per giustificare l' esistenza della realtà strutturale, poiché ritenuta frutto dell'irrazionalità umana, che sarebbe conseguente alla supposta contraddizione tra bisogni individuali e sociali. 3.2 - Lo studio della realtà strutturale, nella sua base materiale, slegato dal condizionamento determinante della realtà strutturale in atto od in evoluzione, che non tenda a promuovere una fase statuale anziché un'altra, ma tenda alla conoscenza della realtà statuale nel suo complesso e nel suo rapporto con la realtà umana, può definirsi con buona ragione studio scientifico dell'economia strutturale. § 4: Storici ufficiali e consapevolezza della necessità della nascita della scienza della storia. 1 - Gli storici ufficiali, come ad esempio Fustel de Coulange, definiscono “regime feudale” quello che noi abbiamo definito sistema feudale. Questo in quanto sostanzialmente ammettono unicamente l' esistenza del sistema capitalista, ritenuto universalmente valido ed universalmente presente. Essi cioè analizzano la realtà strutturale storica, ed in particolare l' universo strutturale statuale, come un fatto strutturalmente statico. 2.1.1.1 - Radcliffe – Brown affermava che occorra distinguere tra “spiegazione storica” e “comprensione teorica” (1). Affermava infatti che si possa parlare della prima per le società “storiche” ossia letterali, mentre per le “società pre-letterali” riteneva si possa parlare unicamente di “comprensione teorica” per l' impossibilità di costruire una storiografia accettabile per tali società. Gli strumenti di filosofia della storia fino ad ora a disposizione non consentono neppure di parlare di “comprensione” teorica per le società letterali o strutture statuali, figurarsi se si può parlare di “spiegazione storica”, se con questo termine si intende una logica evolutiva che consenta di comprendere il passato ed il presente e di prevedere il futuro (seppure entro i margini imposti dalla mole delle variabili in gioco). 2.1.1.2 - Dray riconobbe come gli storici utilizzino leggi generali a copertura del loro modello ideologico di indagine storica (2). Carr notava come fatti ed interpretazioni non siano scindibili, in quanto i fatti sono già di per sé interpretazioni di fenomeni (3). Di quì la mancanza di obiettività di ogni storiografia che non fornisca spiegazioni scientifiche (4). L' analisi della storia compiuta con intento ideologico è ben esemplificato da Boutruche, il quale riconosceva come lo scambio inter-statuale, nei secoli IX e X, non sia stato affatto libero (5). Egli tuttavia, come molti storici ufficiali, evitava di trarre le dovute conseguenze da tale riconoscimento. Boutruche, dalla presenza di alcuni mercanti e di monete, nei secoli IX e X, seppure utilizzati per il funzionamento di un'“economia di consumo” (6) (ossia per l'economia feudale), traeva l' assurda conclusione che in Occidente non si sia avuta “economia chiusa” e che quest' ultima non sia mai esistita, neppure nelle “società primitive” (7). Tale conclusione, volta a negare ogni suddivisione dell' evoluzione storica in categorie e stadi, si giustifica solo col timore di vanificare ogni giustificazione della realtà strutturale storica stessa. 2.1.2 - Il Mortet (della “Grande Encyclopedie Francaise”) affermava che la “funzione che la terra svolge nelle relazioni sociali, risulta da condizioni economiche del tutto particolari”. Con questo gli storici ufficiali intendono connettere in modo inscindibile la società feudale con la natura quasi esclusivamente agricola della produzione nel “medio evo”. Rizzi notava correttamente come il rapporto di produzione di tipo feudale non implichi necessariamente una produzione agricola ma possa essere proprio di qualsiasi tipo di produzione (8). Il Mortet affermava persino che nelle “strutture feudali” la natura entri nei rapporti materiali a differenza di quanto avvenga nella fase mercantile. 2.1.3.1 - Gli storici, come Mortet, affermano che col feudalesimo si abbia una servitù della terra o fondiaria più che una servitù personale. Il fatto che sia la casta e non un singolo soggetto di essa ad esercitare il potere sul servo e sui mezzi di produzione fà ritenere a questi “storici” che la condizione dei servi sia migliore di quella degli schiavi. Negano anche che i feudatari esercitino un potere totale sulla persona del servo in quanto vi provvederebbe l' ideologia religiosa, come se la gerarchia religiosa non facesse parte della gerarchia feudale, in modo inscindibile (9). Questi storici, in considerazione della diversa derivazione etimologica dei termini “schiavo” e “servo”, distinguono, a volte, tra i due termini, ma poiché il termine “servo” è stato introdotto, in Occidente, dopo il X secolo, e cioè dopo che i suoi caratteri costitutivi si sono attenuati o sostanzialmente trasformati, gli “storici” attribuiscono ai due termini significati contraddittori e fuorvianti (10), in quanto niente affatto corrispondenti alla realtà effettiva che vorrebbero indicare. 2.1.3.2 - Heers affermava che gli storici, se non sono “marxisti”, si rifiutino di analizzare come classi le divisioni sociali di epoche anteriori a quella “moderna” (11) ed ancor più evitino di utilizzare la “teoria marxiana” delle classi. Riferiva come gli stessi “marxisti”, a questo riguardo, abbiano dubbi e propongano sfumature ed eccezioni o cerchino di evitare di utilizzarla, a meno che non vi fossero costretti, se vivevano nei sistemi culturali “comunisti” (12). 2.2.1 - Gli “storici” ufficiali scelgono, generalmente, tra varie interpretazioni ideologiche della storia. Si tratta di metodi devianti ed ideologici (13). 2.2.2 - Hempel considerava il “funzionalismo” un programma di ricerca guidato da determinate “ipotesi di lavoro” (14), ossia una metodologia guidata da un' ideologia. 2.3 - Boutruche e gli storici in genere, pur di affermare l' unicità della società “feudale” europea e quindi di negare l'essenza “feudale” delle società extra-europee finiscono per affermare che “l'organizzazione degli stati e delle società si basi su fondamenti diversi dalle subordinazioni vassallatiche e dai feudi autentici” (15). Questa affermazione fà supporre che l' esistenza in Europa Occidentale della “società feudale” sia conseguenza di un mistero od anomalia. Alcuni storici, in considerazione della facile constatazione che la prima fase statuale sia generalmente la fase feudale, affermano che il “feudalesimo” sia un elemento necessario per la formazione degli stati “moderni”. Boutruche considerava i “feudalesimi” extra-europei espressione della decadenza dei rispettivi stati (16) e questo sebbene constatasse l'esistenza di fenomeni feudali in presenza di stati solidi. Questa constatazione non lo indusse però a distinguere tra solidità degli stati e decadenza economico-sociale. Boutruche riferiva come gli storici individuino molteplici tipi e gradazioni di società “feudali”: “parafeudali, protofeudali, post-feudali, senza dimenticare i feudalesimi abortiti o bastardi; pullulano più ancora i tipi: feudalesimi patriarcali, nomadi urbani, burocratici, decentralizzati o centralizzati...” (17). Questo dimostra come gli storici non siano lontani da una corretta interpretazione della realtà strutturale statuale e come vi facciano velo solo le esigenze ideologiche od il timore di delegittimazione della stessa realtà storica. 3.1 - Alcuni storiografi ufficiali (quali J. Calmette) intuiscono l' esistenza di leggi storiche e l' esistenza di fattori determinanti l' evoluzione storica, che tuttavia essi ignorano, ritenendo giustamente che tale ignoranza pregiudichi gravemente la loro stessa analisi storica (18). 3.2 - Rizzi definiva “età storiche” quelle che abbiamo definito fasi statuali e parlava poi di “epoche all'interno delle singole età” per indicare i vari sistemi sociali delle fasi statuali. Questo perchè non concepiva compiutamente la ciclicità statuale, sebbene notasse un' evoluzione ora in senso progressivo (positivo) ora in senso regressivo (negativo), di cui non coglieva l' ineluttabilità ne la logica. 3.3.1 - Taylor citava il pagamento del “diritto di pascolo” sul terreno demaniale, ancora esistente in Inghilterra in epoca a lui contemporanea, ed affermava che fosse una sopravvivenza degli universi strutturali pre-statuali preesistenti alla conquista da parte dei normanni, piuttosto che un residuo del successivo diritto feudale di possessione comune della terra. Taylor, da tale constatazione, traeva la norma di analizzare ogni fatto alla luce di tutta la storia precedente, in modo da evitare di fornire spiegazioni plausibili ma false di fenomeni dati (19). Popper ed Antiseri considerarono scientifiche, in quanto esplicative delle cause, le analisi “genetiche” (o narrazione di eventi antecedenti e convergenti) adottate dagli storici (20). In realtà la scientificità di tali spiegazioni si può equiparare agli “abbozzi di spiegazioni”. 3.3.2 - Comte affermava che allorché si realizzi un' analisi storica realmente positiva e scientifica, diverrà possibile predire razionalmente l' avvenire (21). § 5: Sociologia e “scienze sociali”: loro elementi ideologici e conati di realizzazione della scienza della realtà strutturale storica. 1.1.1 - Nisbet evidenziava come i sociologi del XIX secolo (di tendenza filo-feudale) ricercassero le basi della democrazia nelle comunità feudali (1). Questo dimostra come l' ideologia filo-feudale cerchi di salvare il concetto di democrazia, ritenendolo valido, pur cercando di distorcerlo e vanificarlo. La sociologia, dimostra il Nisbet, fin dal suo nascere fu espressione di reazione al sistema capitalista concorrenziale e dei vari tentativi pratici e teorici di superarlo (2). La sociologia è dunque, storicamente, un' articolazione delle ideologie filo-feudali. Già i primi sociologi, come Comte, attaccarono il termine ed il concetto di “metafisica” in modo dispregiativo, allo scopo di attaccare i diritti politici e sociali da posizioni che essi definirono “progressiste” (3), sebbene essi criticassero lo sviluppo tecnologico, giustificando il proprio asserito “progressismo” sul fatto di considerare la metafisica come rimasuglio del “feudalesimo” (4). Nisbet evidenziava come il “progressismo” comtiano, rifiutando il progresso tecnico-produttivo, sebbene proponesse, a sua volta, uno “scientismo dogmatico”, auspicando e favorendo l' evoluzione sociale, non facesse che auspicare l'avvento di quella che noi definiamo una nuova fase feudale decentrata, come quella del ciclo storico “antico alto-medievale” (5), anche in quanto società con basso livello tecnico-produttivo (6). Il “posistivismo” comtiano si risolveva così nel proporre il culto della realtà strutturale storica, idealizzandola al punto di divinizzarla direttamente, senza allogorie trascendentali, come nelle religioni tradizionali (7). Tale operazione venne ripresa ed ampliata da Marx e dai “marxisti”. 1.1.2 - I sociologi parlano di “individualizzazione” (8) a proposito della possibilità di distinzione degli individui attraverso la riconquistata libertà sociale e politica che si realizza col ritorno della fase mercantile. Il “marxismo” non nega il valore dell'”individualizzazione” ma proclama che si realizzerà maggiormente nella futura società delle “dipendenze personali”, ossia la nuova fase feudale, che definisce “socialismo” (9). 1.2 - Il positivismo ha iniziato col creare un “collettivismo metodologico” a cui si contrappose l'“individualismo metodologico” usato ad esempio da Vilfredo Pareto. Quest' ultimo metodo appare maggiormente scientifico, oltreché più consono alla fase mercantile (10). 1.3.1.1 - Barbano affermava che il linguaggio e la metodologia imposti ai ricercatori, in campo sociale, dal mondo accademico, costituiscano una limitazione al progresso della scienza (11). Filippo Barbano faceva notare come la sociologia contemporanea sia sostanzialmente un confronto tra positivismo e “dialettica sociale”, ossia tra “comtismo” e “marxismo”. In tal modo la sociologia appare come una pseudo-scienza soggetta al condizionamento delle varie ideologie di cui è impregnata. 1.3.1.2 - Dario Antiseri definiva “mosse convenzionalistiche” o “stratagemmi convenzionalistici” (12) la mutazione operata in una teoria perché non venga confutata, ove tale mutazione renda tale teoria non più falsificabile per principio, ossia la renda apertamente ideologica, laddove la teoria era, prima della mutazione, falsificabile, ossia potenzialmente scientifica. Antiseri affermava che tali stratagemmi siano stati adottati per le teorie e previsioni più esposte di Marx, rendendo il tutto completamente ideologico, pur permanendo qua e là alcune potenzialità scientifiche (sommerse da formazioni ideologiche) (13). 1.3.2 - Sprat preconizzava l' avvento di una “vera filosofia” realizzabile grazie alla collaborazione tra le scienze (intuendo il condizionamento strutturale sulle discipline sociali) (14). L' etnologo tende ad ignorare il rapporto delle società analizzate con il resto dell'umanità, in relazione alle sue motivazioni ideologiche. L'etnologo tende quindi ad utilizzare concetti che vorrebbero spiegare la parte o singola comunità come un tutto autosufficiente e totalmente originale ed unico (15). J. Copans affermava che l' etnologia abbia per oggetto un prodotto ideologico. Egli proponeva di dimostrare l' illusorietà del metodo etnologico e di sostituire l' etnologia con ideologie alternative pure e semplici (16). Copans affermava che l' etnologo tenda ad identificarsi con l'oggetto del suo studio, considerandolo un microcosmo a sé stante ed ignorando o dimenticando di inserire la comunità studiata all' interno di relazioni più ampie ed all' interno di opportune generalizzazioni. 1.4 - Nisbet evidenziava come vi fosse dicotomia tra “l' identificazione faziosa” (17) dei termini di uso corrente e la loro successiva utilizzazione scientifica (18), sebbene i termini usati dalle “scienze sociali” nascano quasi tutti come termini gergali, magari sotto la spinta di interessi ideologici o contingenti. 2 - I sociologi, come notava Durkheim, definiscono “centri coscienti” le istituzioni statuali e la proiezione ideale in genere (19). La sociologia è definita la “scienza della società”. Essa è in realtà la conoscenza più o meno ideologizzata dei sistemi sociali esistenti nell' epoca contemporanea, che vengono assolutizzati e considerati pressoché statici da questa pseudo-ideologia. 3 - Barbé, come molti “intellettuali” contemporanei, finì per identificare la “società politica” con le strutture statuali, distinguendola dallo “stato di natura”, intendendo con tale definizione tutti gli universi strutturali pre-statuali (20). 4 - Barbano riconosceva come la sociologia non possa essere interamente scientifica, ricevendo la propria determinazione dal suo stesso oggetto (21), ossia subendo l'influenza del momento storico in cui si produce (22). 5 - Nisbet evidenziava come la rivoluzione francese, così come il concetto stesso di rivoluzione, siano stati mitizzati dai sociologi (23), il che ha contribuito ad alimentare il rivoluzionarismo “marxista”. 6 - I sociologi paventavano, già nel XIX secolo, i pericoli dell' evoluzione della “società industriale” (ossia del sistema capitalista concorrenziale) (24), sebbene non individuassero esplicitamente l'avvento di una nuova fase feudale (25), pur avendone qualche sentore, come ce l' aveva Burckhardt (26). Essi parlavano tuttavia di inversione del progresso, intendendo soprattutto un regresso del progresso umano e del progresso nel processo di individuazione (27), che si verifica col ritorno di una nuova fase feudale. 7 - I sociologi operanti all' epoca dei sistemi capitalisti definirono la società come una proiezione ideale che si manifesterebbe unicamente nei vari sistemi capitalisti (28). Tale proiezione ideale sarebbe basata sul consenso contrattuale, come è definito dalla concezione “giusnaturalista”. Per “comunità” essi intendevano i risorgenti nuclei sociali totalitari, quali: i sindacati, la chiesa ed i partiti politici (29). Questi nuclei riapparvero embrionalmente sul finire del XIX secolo, dopo essere stati superati quasi del tutto sul finire del XVIII secolo (30). 8 - L' antropologia tende a distinguere le strutture pre-statuali in: società fondate sull'organizzazione di parentela e società fondate sulla territorialità. Tale distinzione è connessa alla diversità tra il nomadismo e la stanzialità, distinzione analoga alla distinzione tra tipologie di tecniche adottate e dunque sostanzialmente irrilevante ai fini dell' analisi degli stadi evolutivi delle strutture storiche (31). 9.1 - Molti “scienziati sociali” rifuggono da una conoscenza totale della realtà strutturale in quanto temono che la chiarificazione totale della realtà strutturale debba condurre a riconoscere l' irrazionalità della realtà strutturale storica stessa. Assumono questa posizione pur riconoscendo che l'approfondimento della conoscenza della realtà strutturale conduca a conoscere meglio l' uomo, senza sminuire la libertà, ma anzi esaltandola (32). 9.2 - Popper affermava come la sociologia neghi la possibilità di realizzare un mondo razionale (33). Tale posizione, comune a tutte le “scienze” sociali ed umane, ne denuncia la sudditanza alla logica della realtà strutturale. 10 - Alcune teorie sociologiche, già a metà degli anni '70 del XX secolo, si ponevano l'obiettivo di superare le ideologie. Rendendosi forse conto di essere essi stessi troppo impregnati di ideologie, i sociologi si ponevano l' obiettivo di acquisire una maggiore validità scientifica. Alcuni sociologi si ponevano, in tal modo, in prospettiva anti-strutturale (34). 11 - Fourier ricercò, senza trovarla minimamente, la legge dell'evoluzione sociale. Ritenne che attraverso la conoscenza di tale legge fosse possibile mutare la società in modo tale da non dover più frenare le passioni umane, soddisfacendole tutte senza distruggere o danneggiare la società. Auspicava cioè il superamento delle strutture statuali e la realizzazione di una società capace di soddisfare pienamente i bisogni umani. La scienza è in se amorale. Può essere o meno morale l' applicazione della scienza. Tuttavia la scienza applicata alla società ed all' umanità sarà morale se realmente scientifica o coerente con la natura umana. Per tale ragione, in presenza della realtà strutturale storica, la scienza applicata all' uomo ed alla società, non può essere pienamente scientifica, non potendo essere pienamente morale, se non ponendosi in antitesi alla stessa realtà strutturale storica. Occorre realizzare la scienza della socialità degli individui e della modalità di espressione ottimale di tale socialità. Essa necessita di una tecnologia sociale atta a consentire la realizzazione di una società consona alla socialità degli individui e tale da consentire di soddisfare pienamente i bisogni di tipo sociale, evitando i contrasti tra i bisogni individuali e sociali e tra la realtà sociale e la socialità dei singoli. La conoscenza scientifica procede per stadi o livelli. Finchè la conoscenza in campo sociale ed umano non abbia raggiunto uno stadio di sufficiente scientificità il superamento della realtà strutturale storica rimane utopistico. Allorchè però la conoscenza della realtà strutturale abbia raggiunto uno stadio che consenta di conoscerne la effettiva natura e l' essenza e dinamica della natura umana nei suoi elementi fondamentali, l' omettere di utilizzare tale conoscenza per realizzare una tecnica sociale in grado di creare un'alternativa alla realtà strutturale storica, costituirebbe un' azione disumana, in quanto renderebbe infruttuosa una conoscenza che costituisce il principale strumento di progresso umano.

Indici del Capitolo 7: Scienze della realtà strutturale storica e della natura umana. § 1: Distinzione tra scienze della natura cosmica e scienze della realtà strutturale storica 1.1.1 – Nascita della distinzione tra scienze della natura cosmica e scienze della realtà strutturale storica. 1.1.2 – Popper e distinzione netta tra scienze con universalità accidentale e scienze con validità di un universale naturale. 1.2 – Rifiuto della scienza di analizzare la realtà storica, per alcuni secoli. 1.3 – Persistente inconoscenza scientifica della logica della realtà strutturale ed urgenza di realizzarne una conoscenza di livello scientifico e di realizzare una società corrispondente al grado di socialità potenziale. 2 – Criteri di scientificità delle scienze della realtà strutturale e della natura umana 3 – Punto di partenza della scienza della natura umana e delle scienze della realtà strutturale storica. 4 - Concezione realistica e strumentale delle scienze. 5.1.1 – Metodologia delle scienze della realtà strutturale, secondo Radcliffe-Brawn. 5.1.2 – Metodologia stocastica per la scienza della realtà strutturale storica. 5.2 – Metodologia induttivo-deduttiva. § 2 – Psicologia inerente alla natura umana ed all' umanità inserita nella realtà strutturale contingente 1.1 – Psicologia e sua pseudo-scientificità, in conseguenza dei condizionamenti della realtà strutturale storica. 1.2 - Psicologia e “fisicalismo” o teoria che fà derivare meccanicamente il comportamento umano dalla realtà strutturale storica. 1.3.1 – Teorie freudiane e neo-freudiane, in relazione all' analisi delle cause dell' irrazionalità presente negli esseri umani e negli esseri viventi. 1.3.2 – Lewin ed auspicio della collaborazione tra psicologia topologica ed analitica, per uno studio del profondo, con metodologia autenticamente scientifica. 2.1 – Psicologia e condizionamento subito dal marxismo, nel XX secolo. 2.2 – Sviluppo della psicologia, in relazione all' evoluzione dell' universo

        strutturale statuale. 

3.1.1.1 – Psicologia ed utilizzazione dei concetti di struttura e di processi. 3.1.1.2 - “Formula socio-dinamica” di Schindler. 3.1.2 – Kurt Lewin e studio della struttura dei gruppi, analisi delle cause e delle finalità psicologiche dei singoli. 3.2.1 – Lacan e la psicologia della natura umana e dei condizionamenti della realtà strutturale in cui vive il soggetto. 3.2.2.1 – Lewin e riconoscimento della determinazione di ordine strutturale o storico sul comportamento umano, oltre al carattere specifico della umana. 3.2.2.2 – Lewin e riconoscimento della natura obiettiva della realtà strutturale srtirica e definizione della sua natura come di rapporti tra le parti, piuttosto che dalla natura delle parti. 3.3 – Holzkamp ed inclusione tra i criteri metodologici necessari alle scienze della realtà strutturale, dell' integrazione della teoria specifica nel contesto del quadro teorico generale. 3.4.1 – Lewin e costrutti formali, preliminari alla formalizzazione e sistematizzazione. 3.4.2 – Costrutti e tipi concettuali dei costrutti, di Lewin. 3.5 – Lewin ed analisi del rapporto tra quantità e qualità, nelle teorie psicologiche. 3.6 – Lewin e leggi dei bisogni, delle valenze e dei valori di soddisfazione. § 3 – Scienze della realtà strutturale storica e della natura umana 1.1 – Necessità di partire dall' intuizione del tutto per comprendere le parti. 1.2 – Caratteri distintivi della scienza, in generale. 2.1.1 – Kant e conoscenza della natura umana e della realtà strutturale storica. 2.1.2 – Popper ed esigenza di rendersi autonomi dalla realtà strutturale, per costruirne la scienza. 2.1.3 – Kant e “trascendenza” come scienza della natura umana, per conoscere la natura umane e la realtà strutturale storica e per superarla. 2.1.4 – Necessità o meno di una metodologia diversa, rispetto alle scienze naturali, per le scienze della natura umana e della realtà strutturale. 2.2 - Scienze della realtà strutturale come scienze non razionali ma solo logiche. 3.1 – Durkheim e riconoscimento di come le “scienze sociali” siano “scienze giovani” e la sociologia una parte di queste. 3.2 - Elementi scientifici presenti nella sociologia e nelle varie teorie sociali. 4 - Termini scientificamente definiti e delimitati e possibilità di desumerli dal vocabolario delle ideologie. § 4: Storiografia ed analisi della storia della realtà strutturale storica. 1 – Storici e riconoscimento dell' autonomia dell' evoluzione storica dalla volontà e coscienza dei politici, statisti e popoli. 2.1.1 – Taylor, miti e mitologie, nella storia della realtà strutturale. 2.1.2 – Chabod e riconoscimento di come nell' “alto medioevo” lo studio della storia corrisponda ad una mitologia teologico-politica e solo col consolidarsi del sistema borghese divenga la regina delle scienze strutturali. 2.2 - William James e necessità di creare una scienza della storia, capace di prevedere l' evoluzione strutturale e di creare le premesse del superamento della stessa realtà strutturale. 2.3 - Oakeshott e riconoscimento di come la scientificità della storiografia comporti la fine della storia, intesa come storia della realtà strutturale. 3.1.1.1 – Funzionalismo e metodologia scientifica autonoma per la scienza della storia e ricerca di leggi generali della realtà strutturale storica. 3.1.1.2 – Affermazione della necessità di trovare una teoria adeguata delle scienze della realtà struttturale, prima ancora di trovare una metodologia specifica della scienza della storia. 3.1.1.3 – Novità “estrinseche”, sia nella realtà naturale quanto nella realtà strutturale; novità “intrinseche” od irripetibilità di un fenomeno, connessi a cause contingenti o marginali. 3.1.1.4.1 – Pienezza della scientificità delle scienze strutturali se si riesce a connettere le variazioni qualitative in variazioni quantitative. 3.1.1.4.2 – Popper e differenze tra “scienze teoriche” e “scienze sociali” sia di grado piuttosto che di genere. 3.1.1.4.3 – Epistemologi e discussione sul grado di scientificità delle “scienze sociali”, in rapporto alla metodologia adottata. 3.1.1.4.4 – Epistemologi e critica agli “scienziati sociali” di considerare mutazione di struttura l' evoluzione dell' universo strutturale statuale. 3.1.2.1 – Storici accademici e rifiuto della filosofia della storia per il timore di essere ingabbiati dalle ideologie. 3.1.2.2 – Storici accademici e rifiuto, od accettazione con molte riserve, della metodologia scientifica applicata alla storia. 3.1.2.3 – Storicismo e confusione tra la metodologia scientifica, applicata alla storia e le generalizzazioni applicabili a condizioni limitate. 3.2.1 – Fonti documentarie e fonti narrative e loro valore euristico. 3.2.2 – Metodologia scientifica, capace di neutralizzare lo schema di valori dello storico. 4.1 – Metodologia storiografica proposta dal funzionalismo e ricerca dei fini delle azioni. 4.2 – Storici e gerarchizzazione delle cause dell' evoluzione storica. 5 – Teoria dell' empatia per l' immedesimazione dello storico nelle varie culture analizzate. 6.1 - “Positivisti” e possibilità di sperimentazione nel campo della realtà sociale. 6.2 - Esperimenti holistici, proposti dagli utopisti, e loro carattere a-scientifico. 7.1.1 – Storici ufficiali ed uso dei termini “preistoria” o “storia pre-letterale” senza precisi riferimenti strutturali. 7.1.2.1 – Termini linguistici in uso nella varie società e loro significato spesso fuorviante. 7.1.2.2 – Storici ufficiali e percezione dell' assurdità di definizioni come ad esempio: “medioevo”. 7.1.2.3 – Boutruche ed identificazione del periodo in cui “risorge il mercato” con il “feudalesimo”, poiché se ne cristallizzò l' uso nel linguaggio comune. 7.1.2.4 – Boutruche e riconoscimento di come le società feudali siano vittime di di astrazioni che le collocano fuori del tempo e dello spazio. 7.1.2.5 – Incertezza degli “storici” nello sceglere la terminologia da adottare e carenza di metodo scientifico. 7.1.3.1 – Comparazione scientifica tra le singole società tenendo conto che ogni comunità costituisce un modello di un dato tipo di società. 7.1.3.2 – Bloch e storia comparata, tra società distanti nel tempo e nello spazio o contigue. 7.1.3.3 – Storici accademici e comparazione tra la società occidentale del IV secolo e.v. e le società orientali del XX secolo e.v. che si trovavano nella fase feudale. 7.2 – Percezione esatta dell' evoluzione storica in atto, fin dal “rinascimento”. 7.3 – Individuazione nel venir meno del mercato e prodursi del feudalesimo, considerato un “intermezzo” tra “evoluzione antica” ed “evoluzione moderna”. 7.4 – Durkheim e distinzione tra i vari “sistemi socialisti”, in base al loro grado di centralizzazione. 7.5 – Percezione della regressione umana e sociale verificatasi in Russia a partire dal 1917. 8 – Elementi della scienza della storia.

Cap. 7° Scienze della realtà strutturale storica e della natura umana. § 1 – Distinzione tra scienze della natura cosmica e scienze della realtà strutturale storica 1.1.1 - Duns Scoto distingueva tra conoscenza “astrattiva” o conoscenza scientifica universale e conoscenza “intuitiva” o conoscenza dell' esistenza o realtà contingente (1). Si ebbe così una distinzione tra scienze della natura e scienze della realtà strutturale. Kant riconosceva come la “matematica pura” e la “fisica generale” siano scienze a priori (2). Ossia esse sono scienze naturali od avulse dalla logica strutturale. Ritenne, dunque, che poche scienze fossero esenti dal condizionamento strutturale, anche nella loro essenza. I “neo-utilitaristi” esprimono la necessità di rendere scientifica la morale, cercando un nesso tra scienze naturali e scienze umane e sociali (3). 1.1.2 - Karl R. Popper distinse nettamente tra “asserzioni vere, rigorosamente universali”, aventi carattere “accidentale”, dalle “vere e proprie leggi universali di natura”, attribuendo solo alle seconde i “principì di necessità” ed i “principi di impossibilità” (4). E' evidente come le prime si attaglino alla realtà strutturale storica, la quale ha appunto un' universalità accidentale o contingente, mentre le seconde sono inerenti alla natura universale cosmica ed umana in particolare. 1.2 - Se la scienza pre-galileiana aveva uno stretto rapporto con le scienze umane e sociali, la scienza post-galileiana ha rifiutato, per secoli, ogni tentativo di analisi della realtà storica. Questo, se da un lato consentì alla scienza di non farsi invischiare nelle ideologie, tuttavia ne limitò il campo d' azione e finì per non soddisfare il suo stesso fine, che è la conoscenza di tutto ciò che concerne l' uomo (5). 1.3 - L' apparente assurdità della persistente inconoscenza dell' evoluzione della realtà strutturale e della condizione umana in genere, non ostante il grado di evoluzione raggiunta dalla scienza, è spiegabile con l' inesistenza di un' alternativa concreta e praticabile alla stessa realtà strutturale statuale. Solo l' emergere, od il prospettarsi, di una tale alternativa consentirà il dissiparsi del cosiddetto “velo di ignoranza” e l'aprirsi di una conoscenza realmente scientifica della realtà sociale ed umana. L'unitarietà dell' universo cosmico implica un' influenza reciproca tra scienze fisiche, umane e sociali, essendo la scienza necessariamente univoca, come unitario è l'universo nei suoi diversi stadi di organizzazione. Le scienze fisiche sono spesso utilizzare per interpretare la realtà sociale, utilizzando in modo ideologico le stesse leggi fisiche, al fine di giustificare le ideologie sociali, come ad esempio l' uso ideologico del relativismo e della “legge d' indeterminazione” per l' antropologia e l'epistemologia. Si può proporre una similitudine tra cosmologia ed analisi della realtà strutturale storica. Così, se alcuni astronomi ipotizzano una ciclicità dell'espansione e contrazione della materia cosmica, smentendo l' ipotesi dell'entropia e proponendo una nuova ipotesi cosmologica inglobante la recente scoperta dell'accelerazione attuale della materia cosmica, si può tracciare un parallelo con l'esigenza di superare il livello organizzativo delle strutture statuali, determinando un salto qualitativo della capacità organizzativa, ossia la socialità degli individui, rendendoli capaci di creare una società coerente con la volontà consapevole degli esseri umani. 2 - Come nelle scienze fisico-matematiche la verifica con la realtà non è sempre immediata, ma spesso dedotta da postulati ampiamente provati, così in altri campi è possibile vi siano teorie non basate sul confronto immediato con la realtà, ma falsificabili in qualche modo, magari in rapporto ad eventi futuri previsti. La scientificità di una teoria non deriva unicamente dal metodo con cui è formulata, come ad esempio la sua falsificabilità, o dalla presunta rispondenza con la realtà che vuol studiare, che è impossibile determinare a priori od istantaneamente, ma con la corrispondenza alla natura progressiva della scienza. Una teoria sarà da considerarsi scientifica se consente ulteriore elaborazione e se tale elaborazione successiva non conduce a vicoli chiusi ma è aperta ad ulteriori elaborazioni. La scientificità o meno di una teoria è pertanto determinabile solo a posteriori, in rapporto alla sua suscettibilità ad ulteriori progressi. Di alcune teorie, svolte in forme ideologiche, è immediatamente evidente la non scientificità. Di altre, la scientificità o meno risulterà evidente solo dopo ulteriori elaborazioni. Per queste ultime teorie si può proporre la definizione di scientificità provvisoria. La scienza, essendo per definizione progressiva, non può che caratterizzarsi per la progressività intrinseca di ogni singola teoria. I fondamenti della scienza sono identificati, da Galileo in poi, nella verificabilità e ripetibilità della prova, ampliato di recente dal concetto di falsificabilità, che può sembrare ridondante ma è utile per precisare meglio i confini della scienza. Tali principi non assicurano la validità del punto di partenza, mentre si limitano ad assicurare la coerenza tra le conseguenze analizzate. 3 - Il punto di partenza delle scienze umane e sociali è la natura od essenza dell'uomo, da cui sceverare tutto ciò che gli è estraneo. Le cosiddette scienze sociali, essendo scienze delle strutture, ossia della realtà strutturale storica, appartengono ad un campo nettamente distinto dalle scienze naturali. Si possono individuare due campi scientifici distinti rispetto alle scienze fisico - matematiche: le scienze naturali umane, che comprendono le scienze della natura applicate allo studio della specie umana; le scienze strutturali, che vanno dalla storia, all' antropologia, alla sociologia, alla filosofia, all' economia ed a parte della psicologia. Solo comprendendo a fondo la natura delle strutture storiche e delle strutture statuali in particolare, si potrà parlare di scienze strutturali, con status di leggi scientifiche. 4 - Vi è una concezione “realistica” ed una “strumentale” della scienza. I fondamenti della scienza non possono che essere realistici, poiché sono basati sull' analisi e concettualizzazione di determinati piani del reale. Dovendo però analizzare e prevedere l' evoluzione del reale deve essere strumentale rispetto alla previsione dell'attuarsi di un nuovo stadio evolutivo. Quanto più sarà “realistica”, ossia capace di cogliere le radici e l' essenza del reale, tanto più sarà veramente utile, sul piano “strumentale”, come fonte di previsione ed indirizzo sul piano sociale ed umano (6). Umberto Eco riconosceva come la scienza non sia tale a prescindere dai suoi esiti applicativi e della sua applicabilità (7). Il valore scientifico di ogni singola teoria sociale deriva dalla utilità di tale teoria in rapporto alla soluzione dei problemi sociali, così come avviene per ogni altra scienza. Infatti il valore scientifico di una data teoria è dato dall' utilità di quella data teoria per la soluzione dei problemi, conoscitivi o pratici, cui la teoria attiene. Il problema delle scienze umane e sociali è confrontare correttamente teorie e problemi, nella loro effettiva natura, alla cui soluzione la teoria stessa può dare un contributo. La piena scientificità delle scienze sociali, in analogia con le scienze fisico-matematiche, sarà realizzata e dimostrata solo quando le predette scienze sociali renderanno possibile un autentico e soddisfacente progresso dell'umanità. 5.1.1 - Radcliffe-Brawn parlava, di descrizione “sincronica” o statica delle “forme di vita sociale” (8). e di descrizione “diacronica” o dinamica delle stesse “forme di vita sociale”. Evidentemente con il termine di descrizione “sincronica” delle “forme di vita sociale” intendeva l' analisi delle varie partizioni od articolazioni della realtà strutturale storica, mentre per descrizione “diacronica” intendeva l' evoluzione ed il ritmo di successione delle stesse partizioni. Radcliffe-Brawn, pur essendo convinto che occorra utilizzare il metodo scientifico nello studio della società e non il metodo storico, tuttavia affermava che i vari componenti dei sistemi sociali debbano essere classificati tipologicamente e non in base a raggruppamenti in specie e generi (9). Questo dimostra come egli si rendesse conto dell' innaturalità della realtà strutturale storica. Radcliffe-Brown affermava che il metodo di indagine storico (od ideografico) serva per individuare la dinamica strutturale (ed è utilizzato in etnologia), mentre il metodo funzionalista ne studi la statica o la fisiologia sociale (ed è utilizzato dall' antropologia sociale). Radcliffe-Brown poneva a confronto due metodi di analisi antropologica, che egli definiva rispettivamente: “storia congetturale” ed “analisi sociologica o strutturale” (10). Definiva storia congetturale le analisi delle strutture condotte su considerazioni generali e/o particolari (citando ad esempio le opere di McLennan e di Morgan). Egli biasimava tale metodo ritenendolo anti-scientifico in quanto congetturale ed affermava che per dare valore alle congetture avanzate (su fatti che sarebbero avvenuti in collegamento con fatti accertati), occorrerebbe conoscere le leggi di sviluppo storico e non derivarle dalle congetture. Resta da stabilire se e quanto Morgan tragga leggi di sviluppo storico da congetture. Radcliffe-Brown riconosceva, tuttavia, che quella che egli definiva “storia congetturale” possieda sufficienti caratteri di scientificità per permettergli di definirla storia induttiva. La predetta storia induttiva è definibile anche come analisi induttiva dell' evoluzione strutturale. Egli si proponeva unicamente di stabilire come funzionino i sistemi sociali, ignorando che la completa conoscenza del come permetta di stabilire, almeno in parte, il perchè o le cause. 5.1.2 - La scienza contemporanea distingue nettamente tra i fenomeni stocastici, ossia basti sui calcoli delle probabilità, dai fenomeni deterministici, ossia basati su una rigida consequenzialità tra causa ed effetto. E' evidente che le scienze strutturali ed umane, per la molteplicità delle cause in gioco e per la difficoltà di scindere le cause prossime da quelle remote, si può avere solo una scienza basata sul calcolo probabilistico (11). 5.2 - Karl Popper proponeva come metodo scientifico la triade: -       problemi, -       teorie (od ipotesi), -       critiche (o discussione della sperimentazione od analisi degli errori) (12). Popper identificava la logica con la metodologia scientifica (13), affermando che le varie logiche non sono contraddittorie ma più o meno adatte a realizzare il progresso scientifico, essendo più o meno valide. Esponeva la sua logica in questi termini: “trasmissione della verità e la ritrasmissione della falsità”. La trasmissione della verità è intesa come mezzo di “fare prove” (14) e la ritrasmissione della falsità, per falsificare le premesse, allorché si verifichino conseguenze false, realizza la falsificazione delle premesse. E' essenziale considerare la possibilità della conoscenza ultima delle cose, la quale è anzi lo scopo o fine ultimo della scienza, nonché dell' evoluzione naturale. La metodologia della scienza non è la deduzione, ma un metodo induttivo-deduttivo, dove l' induzione si realizza nella formazione del pensiero (il quale nasce dagli stessi procedimenti fisico-chimici del cervello), il quale in quanto tale, essendo una realtà fisica astratta o passivata, acquista una sua autonomia (il che consente, peraltro, la concezione dell' assurdo). A questo segue il metodo deduttivo per ritornare dal pensiero alla realtà. Arnobio affermava che un'“uomo rimasto dalla nascita in completa solitudine avrebbe lo spirito vuoto” (15), ma poi riconosceva che “la sensazione è l'unica origine di tutta la conoscenza umana”. In quest' ultima frase dimostrava di sapere che l' origine dello spirito umano stia, almeno in parte, nei suoi istinti e bisogni innati, sviluppato dalla conoscenza acquisita con lo sviluppo della socialità ed al contempo riconosceva validità al concetto induttivo. L' indagine scientifica della realtà strutturale, come di ogni altro ambito della realtà, deve prescindere da ogni considerazione finalistica aprioristica (essendo i fini deducibili dall' indagine scientifica e non individuabili a priori). L'indagine deve basarsi su: 1.coerenza tra l' assunto ed i dati desumibili dalla realtà, 2.coerenza interna dell' assunto stesso, 3.coerenza interna della teoria, di cui l' assunto fa parte, ed infine: correlazione della teoria proposta con la conoscenza acquisita nel campo scientifico specifico. § 2 – Psicologia inerente alla natura umana ed all' umanità inserita nella realtà strutturale contingente 1.1 - Comte e Spencer si rendevano conto di come anche la psicologia a loro contemporanea fosse solo pseudo-scientifica, in quanto non in grado di astrarre dal condizionamento strutturale sugli individui e non studiasse la natura umana autentica e le leggi psichiche degli organi intellettuali, ossia delle determinanti dello “spirito umano” (1). 1.2 - Gli psicologi si oppongono generalmente al “fisicalismo”, in quanto comprendono oscuramente che questa teoria porterebbe a considerare il comportamento umano come un fatto derivante da determinanti estranei alla natura umana. Tale concezione si oppone, quindi, a gran parte delle teorie delle pseudo-scienze umane e sociali. Sia le teorie “fisicaliste” che le teorie psicologiche che vi si oppongono sono, in realtà, coerenti con la logica della realtà strutturale statuale. Le teorie “fisicaliste” naturalizzano tout court la realtà strutturale. A tale scopo evitano di pronunciarsi sulla psicologia del profondo, al solo scopo di negare la contraddizione tra natura e strutture. Gli avversari del “fisicalismo” mirano invece a cogliere la distinzione tra determinazione della realtà strutturale statuale e determinazione di uno specifico sistema sociale. Tendono perciò a considerare la psicologia del profondo come espressione delle strutture statuali, che considerano, quindi, naturali. Al contempo considerano il comportamento di superficie come determinato dalla cultura dei vari sistemi sociali in continuo movimento. 1.3.1 - I “neo-freudiani” rifiutano la teoria freudiana sul dualismo tra istinti aggressivi e sessuali e la sostituiscono con la teoria della “forza di crescita”, secondo cui l'uomo possiede potenzialità intrinseche, che vengono poi distorte dalla realtà sociale (2). I complessi edipico e di Elettra, teorizzati da Freud, non sono universali o biologicamente determinati ma dipendono invece totalmente dalla cultura. La generale presenza del tabù dell' incesto non comprova i complessi edipico e di Elettra bensì l' esistenza della generale tendenza dell' uomo a stabilire rapporti sessuali con quei membri del cerchio delle conoscenze che più suscitino gli istinti sessuali. Questo fatto, se non coartato non suscita di per sé, come teorizzava Freud, un conflitto permanente tra i componenti del nucleo sociale ma semplicemente un conflitto ecologicamente positivo, come infatti avviene nelle società naturali animali, dove la vita si svolge sotto la guida degli istinti. A livello umano, ossia a livello razionale, in assenza di coercizione tesa alla preservazione della gerarchia sociale si avrebbe, secondo queste teorie, un generale e continuo conflitto non provocato dai bisogni sessuali ma dal desiderio di predominio sociale. Se ne deduce pertanto come l'istituzione del tabù dell' incesto abbia funzioni strettamente strutturali, costituendo la base di tutte le forme di strutture storiche. Questa concezione è almeno in parte suffragata dalle teorizzazioni di psicologi sociali e sociologi come Linton, Sarbin, G. H. Mead, ed altri, i quali formulano la teoria del ruolo, come funzione strutturale del soggetto (3). La “psicoanalisi freudiana” nacque quando dominava il “positivismo”, che teorizzava la completa autonomia dell' essere umano, artefice unico e razionale del proprio destino. Freud, al contrario, teorizzò come gli elementi determinanti dell'essere umano fossero l' irrazionalità e l'inconscio. L' irrazionalità nell' essere umano deriva, in parte, dalla sua stessa istintualità primaria. Egli cioè percepì come le cause della realtà sociale in atto fossero nella stessa natura dell' uomo e dell'essere vivente in genere (4). 1.3.2 - Kurt Lewin negava che la “psicoanalisi” riveli la storia reale dell'individuo, affermando che in realtà riveli lo stato attuale della persona con discrepanze anche notevoli con la sua storia reale. Affermava che la stessa “psicoanalisi” tendea ad accertare con metodi più scientifici la storia reale dei singoli soggetti, al di là dell'indagine “psicoanalitica”. Lewin tuttavia riconosceva come la “psicoanalisi” riveli la storia intima dell' individuo ed i livelli più profondi della personalità “in un modo che nessun altro metodo è riuscito a fare” (5), pur lamentando che tutto ciò sia compiuto in modo non sufficientemente scientifico. Propose quindi una collaborazione tra metodo analitico e topologico. 2.1 - Molti psicologi tendevano, nel XX secolo, a sostituire ai rari elementi di scientificità esistenti nella psicologia, con l' ideologia “marxista leninista”, sebbene finisssero per riconoscere come la realtà strutturale sia sostanzialmente avulsa dai “meccanismi psicologici dei singoli”. 2.2 - La psicologia ricevette un grande impulso al suo sviluppo nel periodo in cui si verificò, in alcuni luoghi, la transizione alla fase feudale, nel corso del XX secolo, per l' esigenza di stabilire un controllo totale sugli esseri umani. Il suo sviluppo trovò però un limite, che gli impedì di raggiungere reali caratteristiche di scientificità, che avrebbero finito per svelare l'innaturalità, dal punto di vista umano, della realtà strutturale statuale e storica in genere. Col sopraggiungere della fase feudale la psicologia si sviluppa in alcuni suoi aspetti, ossia là ove può tornare utile alla realizzazione del controllo totale sugli esseri umani. Tuttavia nei suoi aspetti generali si inaridisce e si arresta, come avviene per ogni altro ramo della scienza. 3.1.1.1 - Alcuni psicologi utilizzano, nello studio della personalità, concetti di struttura e di processi. Con il primo concetto indicano gli ordinamenti più o meno stabili coerenti con un dato sistema sociale od universo strutturale, con il secondo intendono le funzioni eseguite dalle parti, come interagiscono e mutano nel tempo. Tali concetti sono utili anche nell'analisi della realtà strutturale statuale (6). 3.1.1.2 - Affermava Minguzzi che chi occupa una posizione centrale rispetto alla comunicazione, acquisti necessariamente un potere. Riconosceva come gli stessi legami emotivi costituiscano basi per il potere. Le ricerche condotte sul potere sociale forniscono: -       l’ordinamento delle posizioni o definizione delle persone dipendenti, -       l’ indice dell’ intensità della dipendenza, comprendente i limiti e l’ ambito del potere, ossia se essa sia limitata al compito di gruppo o lo travalichi. La “formula sociodinamica” (7) teorizzata da Schindler, rappresenta la “struttura emotiva inconscia di ogni gruppo” e consiste in quattro posizioni caratteristiche: alfa = leader emotivo del gruppo; beta = sprone razionale del gruppo (o consigliere di “alfa”, di cui è alleato; y = massa passiva di fronte ad “alfa” e parzialmente a “beta”; omega = chi, vedendo oltre i confini del gruppo e quindi non accettando interamente la leaderschip di “alfa”, si presta a divenire il capro espiatorio di “y” e trova appoggio esterno al gruppo, vista come ostile dall' insieme del gruppo stesso. Nella struttura inconscia entra così a far parte anche l' opposizione esterna, che costituisce in tal modo una quinta posizione. Schindler affermava che tale struttura sia dinamica, nel senso che la gerarchia di potere può mutare: ad esempio “beta” può assumere la leaderschip in caso di tensione con l' esterno, “omega” può diventare leader con carattere di tirannia od autoritarismo privo di consenso, se poi la leaderschip è tenuta da “y” si ha “l'istituzionalizzazione” del gruppo (con creazione di meccanismi di rappresentanza o con leaderschip carismatica o con potere autoritario, pur dotato di consenso). 3.1.2 - Kurt Lewin definiva la geometria dello “spazio odologico” (8) come uno spazio strutturato in modo finito, ossia non infinitamente divisibile, ma composto in unità e regioni ben definite. La direzione e la distanza sono definite da “traiettorie distinte” collegabili con la locomozione psicologica e col carattere graduale dei processi psicologici e permette di risolvere l'enigma di differenti direzioni psicologiche delle locomozioni, fisicamente nella stessa direzione, qualora vi siano diversi fini di detta locomozione. Lo “spazio odologico” permette quindi di comprendere il problema della traiettoria obliqua. Inoltre consente di descrivere i rapporti strutturali interni alla persona ed al suo ambiente psicologico: ossia di differenziare la persona in strati centrali e periferici. Essa appare utile per la descrizione della struttura dei gruppi e dei loro mutamenti e principalmente per i problemi della dinamica psicologica in genere. Kurt Lewin criticava la psicologia associazionistica, in quanto quest' ultima, volendo evitare l' idealismo e quella che è considerata la “metafisica della teleologia”, rifiuta ogni fattore dinamico orientato ad una meta, dando valore solo al passato dell' uomo, in una concezione del presente come di una “ripetizione”. Lewin, che rifiutava questa logica, affermava che il campo presente abbia una proprietà temporale per cui comprende: il passato psicologico, il presente psicologico ed il futuro psicologico, i quali tempi costituiscono una delle dimensioni dello spazio di vita esistente in un dato periodo. In tal modo egli evitava (quello che definiva) il pregiudizio della teleologia. Tuttavia affermava che il considerare l' esistenza di fattori orientati ad una meta non sia una caratteristica della teleologia in quanto le spiegazioni causali in fisica non evitano tali presupposti, poiché la forza fisica è un'entità orientata in una certa direzione: un vettore. In tal modo aggirava il rischio di essere accusato di perseguire una teleologia di ordine metafisico. 3.2.1 - Lacan riconosceva l' esistenza di una scissione tra naturalità e realtà della condizione umana. Egli identificava la realtà della condizione umana con l' “es” e l'“io reale”, mentre identificava la naturalità con l' “io potenziale” od iniziale. Egli riteneva inevitabile il passaggio dall' “immaginario” o realtà naturale peri-natale al “simbolico”, ossia l' acquisizione del linguaggio e della logica della realtà. In verità questo passaggio, in sé naturale, in quanto deve necessariamente sussistere un'autorità naturale nell' infanzia, poiché implica il passaggio alla sottomissione all'autorità e potere strutturali, costituisce una necessità contingente ma niente affatto inevitabile ontologicamente. Quest' ultimo assunto è, peraltro, dimostrato dal fatto che i critici di Lacan ne paventano la pericolosità teorica, riconoscendo il pericolo, insito nella sua teoria, di individuare la superabilità della realtà strutturale storica e che qualcuno proponga il percorso di un superamento effettivo della realtà strutturale storica (9). La “psicanalisi lacaniana” parla di “sparizione” o “sostituzione del soggetto”, quando il soggetto naturale, che Lacan definiva “causa del bisogno”, venga “sostituito” dal soggetto (di determinazione strutturale) definito “causa del desiderio”. Lacan infatti, identifica i bisogni con le pulsioni o “tendenze” naturali ed i desideri con i “desideri dell' altro” ossia le determinazioni strutturali. Egli parlava di un “soggetto originario”, definito “ soggetto del bisogno” o “soggetto saturato” nel senso di soggetto indiviso, “soggetto in se”, “soggetto senza significanti” ed infine “soggetto identificato con l' oggetto primordiale”. Contrapponeva tale soggetto al “soggetto del desiderio”, “soggetto diviso”, “soggetto sostituito” dal “significante dell' altro”, “soggetto toccato dalla castrazione” ossia soggetto che accetta la castrazione, la quale ultima sostituisce il soggetto. Egli relegava il “soggetto originario” nel regno del mito, così come vi relegava i bisogni. Definiva il nevrotico come colui che rifiuta di “assogettarsi al desiderio dell' altro” e cioè rifiuta l' accettazione, sebbene ne sia cosciente, della propria castrazione, rifiutando al contempo la castrazione degli altri. Il nevrotico tende ad evitare l'incontro con l' altro, “rivelatore dell' oggetto causa del desiderio” (ossia rivelatore della logica della realtà strutturale). Lacan affermava che il “processo analitico” della “psicanalisi” renda i nevrotici incurabili, poiché li induce ad accettare la castrazione, e non guariti. L' inconscio e le tendenze naturali che lo sostanziano, secondo la “teoria lacaniana”, sono definibili come la razionalità naturale o di base dell' individuo. 3.2.2.1 - Lewin affermava che la realtà delle strutture sociali e la sua evoluzione non entrino a costituire il campo psicologico di un individuo. Egli si limitava a studiare lo “spazio di vita” (10) dell' individuo stesso, senza distinguere ciò che è frutto della zona interna del campo psicologico e ciò che è frutto della zona esterna (o realtà strutturale). Si rendeva conto della necessità di conoscere l' “ecologia psicologica” (11) o realtà strutturale, che giustamente riteneva debba modifidarsi con “mezzi diversi da quelli psicologici”. La psicologia topologica di Lewin accetta il determinismo sia di tipo strutturale o storico sia in rapporto alla natura umana, riconoscendo l' omogeneità della natura umana o “carattere specifico del comportamento” (12). 3.2.2.2 - Lewin si battè contro la concezione che fà di ogni realtà extra-naturale (od extra-fisica) un fatto metafisico e quindi immaginario. Egli sostenne che la realtà sociale, come quella psicologica, sia naturale (o fisicamente consistente) quanto quella fisica e matematica. Tale ultima concezione deriva palesemente dalla preoccupazione di non essere accusato di metafisicità, temendo così di porsi al di fuori del campo delle cose “esistenti” (ossia possibili oggetti di indagine scientifica). Il pregiudizio di cui sono vittime i ricercatori in campo strutturale e psichico inficia ogni approccio alla realtà strutturale o psichica, rendendone impossibile il progresso scientifico. Lewin definiva scientificamente quella che noi abbiamo definito la realtà strutturale storica: “Le proprietà strutturali sono caratterizzate da rapporti fra le parti piuttosto che dalle parti o dagli elementi stessi” . Le strutture sociali storiche, così caratterizzate come rapporti tra soggetti fisici o tra esseri viventi, acquisiscono una valenza di realtà, che va analizzata come un fatto reale e non come costrutto metodologico o forma attribuita alla realtà (13). Egli, al fine di superare i tabù circa l' esistenza della realtà strutturale, propose di superare il momento della classificazione, passando alla sperimentazione, al fine di individuare gli elementi costitutivi della realtà delle strutture sociali e della realtà psichica. Lewin comparò la “teoria di campo” e l'utilizzazione degli “spazi di fase” (diagrammi cartesiani) con “l' economia matematica” o l' economia “formalista”, affermando che “se si è coscienti del limite dell' indagine analitica separata di certi aspetti del campo sociale, tale indagine diviene allora uno stadio superiore utile ed effettivamente necessario”. Egli teorizzò tre fasi di sviluppo per lo studio delle forze sociali: 1) sviluppo dei concetti analitici e teorie; 2) loro quantificazione teorica mediante equazioni; 3) misurazione dei casi concreti. Affermava, ottimisticamente, che il primo punto fosse ormai raggiunto e che per gli altri due occorra realizzare l' interdisciplinarietà delle scienze sociali. Lewin enunciò le condizioni di una teoria empirica: 1) L' esistenza di costrutti che: a) siano connessi a fatti osservabili (sintomi) mediante definizioni operative corrispondenti alle possibilità di osservazione in circostanze diverse; b) abbiano proprietà concettuali chiaramente definite. Al fine di trarre inferenze rigorose occorre che queste proprietà siano coordinate con determinati concetti matematici. 2) Le leggi (definite come il rapporto tra il comportamento, da un lato, e il campo caratterizzato da certi costrutti, dall' altro; o tra i vari fattori che determinano il campo) dovrebbero essere verificate in modo sperimentale e ritenute valide soltanto nel caso in cui non vengano contraddette da nessun dato in qualsiasi campo della psicologia. Le leggi hanno ovviamente un carattere generale, da cui si discostano parzialmente i casi individuali. Il caso individuale costituisce il valore specifico che assume di volta in volta la legge generale (14). 3.3 - Holzkamp esponeva i criteri fondamentali necessari a realizzare la ricerca scientifica nel campo della realtà strutturale e della natura umana: attendibilità delle ipotesi empiriche, integrazione della teoria (o delle teorie) in un quadro teorico più generale, rilevanza “interna” della ipotesi da sottoporre a verifica e dei concetti che sono utilizzati per formulare le ipotesi, rilevanza “esterna”: cioè il significato dell'oggetto di studio nel contesto antropologico e sociale più vasto (il contesto generale delle scienze strutturali ed umane) (15). Lewin rilevava che questi criteri, in particolare quello dell' “integrazione della teoria in un quadro teorico più generale”, è stato progressivamente abbandonato, come sintomo della scarsa scientificità delle varie branchie delle scienze “sociali”. In questo modo si è condannata la psicologia, come le altre scienze umane e strutturali all' irrilevanza scientifica o comunque ad un contenuto scientifico assai limitato. Darwin Cartwright affermava che il processo di “concettualizzazione” (16) della psicologia abbia ricevuto notevole impulso da Kurt Lewin, il quale, nell' elaborazione di un sistema teorico pose le seguenti condizioni per l'utilizzo dei singoli concetti: 1) che consentano di prendere in considerazione sia gli aspetti qualitativi che quantitativi dei fenomeni; 2) che rappresentino adeguatamente gli attributi genetico-condizionali (o causali) dei fenomeni; 3) che facilitino la misurazione (o la definizione operativa) di questi attributi; 4) che consentano sia la generalizzazione a leggi universali, sia il concreto esame del caso specifico. Per elaborare tali concetti egli propose il metodo matematico degli “elementi costruttivi... (o della) definizione genetica”, la quale evidenzia il rapporto tra mutazioni qualitative e mutazioni quantitative. Cartwright affermava che l' analisi, compiuta da Lewin, delle “dimensioni concettuali” (17) dei costrutti sia utile, in quanto tali dimensioni concettuali determinano il modo in cui un dato costrutto può essere combinato con altri, oltreché il modo in cui può essere misurato. Attraverso l'analisi concettuale Lewin è riuscito ad analizzare scientificamente concetti quali: conflitto e frustrazione, riuscendo a farne l' oggetto di ricerche sperimentali. 3.4.1 - Lewin affermava che i costrutti divengano realmente scientifici e scientificamente misurabili solo allorché divenga definibile la loro “natura concettuale o dimensione concettuale”, ossia allorché la loro natura sia riconducibile ad entità note e misurabili (quali i termini fisici: tempo, distanza, ecc.). Raggiunto tale risultato sarà possibile confrontare, rispetto alla loro grandezza, entità aventi la stessa dimensione concettuale, con lo stesso metro od unità di misura. In psicologia questo è ottenibile ponendo in rapporto ciascun costrutto con gli elementi psicologici fondamentali prestabiliti dalla costruzione concettuale. Lewin riconosceva che tale operazione, in psicologia, non fosse ancora possibile che embrionalmente od in modo non rigoroso o riconducibile ad equazioni quantitative. Lewin insisteva sulle proprietà formali dei costrutti scientifici e sulla rappresentazione matematica rigorosa del comportamento umano. Tuttavia egli conservava un atteggiamento di fondo di tipo pratico nei confronti della scienza, temendo che il “formalismo” si trasformi in vuoti verbalismi. Il suo “formalismo” era dettato dal bisogno di esporre ed analizzare in modo rigoroso la scienza, al fine di favorirne il progresso. Le “costruzioni formali” costituiscono strumenti (direttrici) di ulteriore progresso scientifico. Egli pertanto creò la “formalizzazione” e “matematizzazione” solo dopo aver raggiunto risultati concreti attraverso l' indagine empirica, utilizzandole poi per proseguire il cammino, evitando però le “formalizzazioni” precoci o precedenti l' analisi empirica. A tal fine egli rifiutò coerentemente di porsi problemi irrisolvibili con le tecniche impiegate, ossia temette giustamente che si formassero teorie aprioristiche e che venissero contrabbandate per scienza. Kurt Lewin affermava che la sequenza logica teorizzata da Hull: definizioni, assunzioni, conclusioni; pur essendo valida, deve basarsi su costrutti ben definiti, ossia su proprietà concettuali ben definite. Devono cioè avere proprietà di: vettore, scalare, tensore, regione di campo, modello di regione o di mutamento all' interno di una regione. La mancanza della definizione di tali proprietà concettuali dei costrutti, ossia della loro interdipendenza logica, esclude ogni deduzione logica, con la conseguenza di lasciare nel vago i costrutti dinamici, che abbiano un ruolo preminente a livello deduttivo. Lewin affermava che la concettualizzazione non può consistere nella “formalizzazione” di asserzioni già fatte, ma deve elaborare costrutti implicanti sia la rappresentazione dei dati empirici sia elaborazioni formali, essendovi uno stretto rapporto tra forma logica e contenuto. Pertanto i “costrutti formali” non possono essere arbitrari, ma adeguati alla realtà analizzata, con le sue coerenze interne. Inoltre i vari costrutti devono essere elaborati in modo da costituire un “sistema logicamente coerente ed empiricamente adeguato” (18). Egli proponeva di identificare i “concetti formalizzati” (19) e di rinviare ad un secondo tempo la “formalizzazione” o sistemazione in un “sistema formale”, in quanto temeva che una tale sistematizzazione risultasse paralizzante, poiché non si sarebbe ancora raggiunto un sufficiente livello di verifica empirica e scientifica. 3.4.2 - Lewin affermava che, attualmente (dato il livello di conoscenza scientifica raggiunto), anziché disporre degli elementi concettuali dei costrutti si dispone dei “tipi concettuali” (20) di questi. Attraverso l'utilizzo di tali tipi concettuali, Lewin ritenne si potesse giungere gradualmente alla conoscenza delle dimensioni concettuali. Lewin esponeva alcuni costrutti riconducibili a concetti psicologici fondamentali ed, in prospettiva, a dimensioni concettuali: 1) posizione, definita come rapporto spaziale fra regioni; 2) locomozione, definita come rapporto fra posizioni in diversi istanti; 3) struttura cognitiva, concepita come avente la stessa dimensione della posizione riferendosi alla posizione relativa di molteplici punti o regioni; 4) forza o tendenza alla locomozione avente diversa dimensione concettuale della locomozione, in quanto quest' ultima sarebbe il “sintomo” (come dimensione operativa) di molteplici forze, la cui risultante è maggiore di zero; 5) meta, definita come “campo di forza” o distribuzione delle forze nello spazio, orientate nella stessa direzione o regione, ossia un particolare tipo di campo di forze; 6) conflitto, definito come sovrapposizione di almeno due campi di forza: la “frustrazione” è definita come avente la stessa dimensione concettuale, analogamente ad equilibrio; 7) paura, presentante somiglianze con la tendenza opposta, connessa con il futuro psicologico o con un certo aspetto della “prospettiva temporale” ed è pertanto simile ad: aspettativa (riferentesi alla struttura psicologica ed alla distribuzione delle forze al livello del futuro psicologico), speranza (riferentesi ad un rapporto fra la struttura del livello di realtà ed il livello del desiderio del futuro psicologico, mentre la colpa si riferisce al rapporto fra struttura della realtà e livello del desiderio del passato psicologico), progetto (analogo a speranza); 8) influenza, che venne definita come non avente la stessa dimensione concettuale della forza psicologica (Lewin si rendeva cioè conto del fatto che non vi è influenza, se la forza esercitata non è recepita), definiva pertanto l' influenza “possibilità di indurre forze” in un' altra persona e pertanto egli distingueva il concetto di campo di influenza da quello di campo di forza, dove nel primo vi è concorso sia degli agenti che dei riceventi, nel secondo vi è concorso solo degli agenti; 9) valori, definiti come “guida” del comportamento in quanto “inducono” campi di forza. Kurt Lewin affermava che la psicologia deve analizzare la “situazione esistente ad un momento dato” (21), pur non essendo priva di estensione temporale, ma riferentesi ad un dato periodo di tempo. Tale situazione veniva rappresentata come intersezione di “linee temporali” sotto forma di valori scalari (rappresentanti le posizioni delle parti del campo) e vettori (rappresentanti le direzioni e velocità dei mutamenti). Per determinare la “velocità del comportamento” (22) o significato dell' evento psicologico, egli propose di prendere in considerazione “unità situazionali od unità temporali di campo” (23) aventi un' estensione sia spaziale che temporale, ove il tempo è in rapporto con lo spazio psicologico. Egli definiva “prospettiva temporale” (24) i pensieri (desideri e ricordi) attuali, riferiti al passato od al futuro, ossia la parte temporale esistente entro il campo in un momento dato. 3.5 - Alcuni psicologi criticano Kurt Lewin, affermando che la psicologia sia essenzialmente una scienza qualitativa e quindi avversano la sua “matematizzazione”. Lewin, sulla base delle teorie di Cassirer, affermava che il metodo qualitativo e quello quantitativo non siano opposti ma complementari e che la “matematizzazione” non escluda la considerazione della qualità. Cassirer affermava inoltre che la matematica tenga conto delle differenze qualitative e la stessa qualità può essere espressa in termini matematici. Lewin non seguì Cassirer fino a questo punto, non ritenendo che la psicologia sia al punto da poter essere tradotta in termini matematici. Tuttavia Lewin ha analizzato fatti caratterizzati qualitativamente, ricercandone le situazioni ove le differenze qualitative possono essere ricondotte più facilmente a differenze quantitative. Tale “matematizzazione” venne realizzata utilizzando il “metodo costruttivo” (25) o di “definizione genetica” che consente di portare la differenziazione qualitativa a differenziazione quantitativa, scindendo la qualità in determinate combinazioni di “elementi costruttivi” (quali i punti ed i movimenti in geometria). In tal modo egli scindeva le differenziazioni qualitative da quelle quantitative, agendo proficuamente attraverso costrutti matematici. L' analisi dei gruppi sociali venne condotta da Lewin, servendosi di un numero limitato di concetti fondamentali: campo di forza, campo di influenza, tensione, dipendenza semplice ed organizzata; concetti utilizzati come “elementi costruttivi”. 3.6 - Lewin ed i suoi collaboratori enunciarono leggi psicologiche in cui si evidenziava la natura della psiche umana ed il suo comportamento sia naturale che dipendente dalla realtà strutturale. Egli, oltre ai bisogni, teorizzò la “valenza” ed i “valori di soddisfazione” (26). Le valenze furono definite come dipendenti in parte dalla natura del suo oggetto ed in parte dallo stato dei bisogni del soggetto in quel dato momento. Pertanto se il bisogno è uno stato psicologico e presenta diverse possibilità di soddisfazione, la valenza è la specifica connessione di un dato oggetto al bisogno della persona in quanto unità psico-somatica completa. Egli affermò che esista un rapporto ma non identificazione tra valenza e valore di soddisfazione, essendo quest'ultimo la capacità di soddisfazione di un dato oggetto. Vi è quindi un valore di consumo strettamente connesso con il valore di soddisfazione. § 3 – Scienze della realtà strutturale storica e della natura umana 1.1 - Occorre partire dall' intuizione del tutto, ossia la realtà strutturale storica per giungere alla comprensione delle parti (che noi definiamo: universi strutturali, fasi statuali e sistemi sociali) ed all' analisi dettagliata del tutto (1). 1.2 - Caratteri generali della scienza sono: -       delimitatezza del proprio campo di ricerca, -       operatività dei suoi concetti, -       autocorreggibilità della ragione ch’ essa esercita, -       validità intersoggettiva delle sue conclusioni (2). 2.1.1 - Immanuel Kant teorizzava uno schematismo scientifico atto ad analizzare la realtà naturale, schematismo non estraneo all' oggetto stesso (3), che non modifica o non influisce, neppure indirettamente, sull'oggetto della conoscenza. Mathieu affermava che quella che abbiamo definito la realtà strutturale, per essere pensata, deve basarsi su categorie proprie delle scienze naturali. Ma essa è stabilita, nella sua sostanza, dall' esperienza, ossia da parametri estranei alla natura umana ed alla natura cosmica in genere. Kant proponeva, per analizzare la realtà strutturale, uno “schematismo del giudizio” (4), fondato su categorie e nessi “inventati”, per meglio distinguere la conoscenza scientifica realizzata per la realtà naturale dalla conoscenza a-scientifica realizzata per la realtà strutturale. Kant pose a base degli schematismi scientifici la misura del tempo, mentre per lo schematismo del giudizio, riservato allo studio della realtà strutturale, egli pose a base lo spazio (che è del resto la base esistenziale delle strutture statuali). Kant riconosceva come la realtà strutturale costituisca un “oggetto indiretto in favore del diretto”. Kant, quindi, attribuiva una maggiore importanza alla realtà naturale umana rispetto alla realtà strutturale storica. Bridgman definiva “costrutti” gli oggetti dello schematismo del giudizio, dove “la loro realtà non è quella di un oggetto d' esperienza diretta, bensì è data dalla capacità di connettere, in sistemi sempre più vasti e unitari, i fenomeni dell'esperienza” (5). La metafisica kantiana o “dottrina del puro intelletto” (6) considerava “idee pure” o leggi necessarie dell' intelletto i bisogni naturali od istintuali propri di ogni essere animale. Kant si propose di scoprire “su quale base è fondato il rapporto di ciò che si dice in noi rappresentazione, con l' oggetto” (7), ossia quale sia la base della conoscenza. Egli affermava che la natura della conoscenza e la causa della sua evoluzione siano “semplicemente intellettuali” (8). Kant rifiutava di esporre ragioni od argomentazioni ipotetiche, limitandosi a quelle teorie che hanno raggiunto validità scientifica o possono considerarsi “necessarie” (9). Kant definiva “logica” la scienza delle “regole formali di tutto il pensiero” (10). Egli ritenne che tale scienza sia perfettamente aprioristica rispetto all' esperienza (dove per esperienza egli intendeva la realtà strutturale). Affermava che la scienza “logica” costituisca il “vestibolo” delle altre scienze “propriamente dette”. Kant definiva “conoscenza teoretica” la determinazione a priori dell' oggetto delle scienze e “conoscenza pratica” la realizzazione dell' oggetto della scienza (11). Poiché per “conoscenza a priori” egli intendeva l' apriorità rispetto alla realtà strutturale, egli intendeva porre le basi della conoscenza della natura umana. Kant definiva giudizi analitici quelli derivati dall'esperienza od inerenti la realtà strutturale e “sintetici a priori” quelli concernenti la natura umana od il quid a-strutturale che egli intuiva (12). Con il termine di “giudizi sintetici a priori”, egli indicava la possibilità – necessità di rendere scientifica la conoscenza intuitiva della natura a-strutturale umana (13). Egli definiva la sua metafisica, come indagine dell' essenza umana naturale ed a-strutturale, “metafisica naturale” in quanto dettata da una “disposizione naturale”. Dal fatto che la sua metafisica abbia per oggetto la natura egli traeva la convinzione della possibilità del suo raggiungimento della categoria della scientificità (14). Egli definiva la propria metafisica “critica della ragione pura” (15) o meglio “sistema della ragion pura” (16), di cui il suo scritto sulla “critica” doveva essere propedeutico. Egli affermava che il campo della metafisica sia l'intelletto nella sua essenza naturale, ossia “a priori” della realtà strutturale ossia, in definitiva, lo studio della natura umana (17). Ritenne che l' umana conoscenza sulla natura dell'intelletto si distingua in due branchie: senso ed intelletto. Affermava che il senso, in quanto “contiene rappresentazioni a priori” (18) che formano la condizione cui sono dati gli oggetti, appartenga alla filosofia trascendentale. Definiva questa prima parte dello studio degli elementi della natura umana: teoria “trascendentale della sensibilità”. Affermava, poi, che la seconda parte sia costituita dall' intelletto e le sue condizioni e le condizioni della sua oggettivazione (19). L'intelletto umano, essendo la parte della natura umana maggiormente soggetta al condizionamento della realtà strutturale, necessita, per raggiungere la condizione della conoscenza scientifica della natura, della conoscenza della realtà strutturale e dei meccanismi, anche di ordine psichico, che determinano il sorgere e l' evoluzione delle strutture storiche. Per fare questo ritenne debba astrarsi quanto più è possibile dal condizionamento delle stesse strutture storiche. Solo così affermava essere possibile conoscere la natura profonda dell'intelletto umano e delle condizioni per il suo ulteriore sviluppo. 2.1.2 - Popper stesso riconosceva come, per creare una “epistemologia oggettivistica” (20), al fine di realizzare la scienza della realtà strutturale, occorra al ricercatore “rendersi autonomo” dal “2° mondo” o realtà strutturale stessa. Solo in tal modo si può analizzare con sufficiente efficacia la realtà del “2° mondo”. 2.1.3 - Kant definiva “logica trascendentale” la scienza “che contiene i principi del pensiero puro” (21), ossia la scienza del funzionamento dell' intelletto umano, prescindente dalla logica strutturale. Egli affermava che la differenza tra senso ed intelletto non sia puramente logica, bensì trascendentale, ossia inerente “l' origine e il contenuto di essi” (22). Ossia, Kant riteneva che il senso appartenga alla natura umana, mentre l' intelletto sarebbe inscindibilmente connesso con la realtà strutturale storica. Kant affermava che la conoscenza che ha il soggetto di sé stesso (appercezione) non concerna l' essenza umana spirituale ma “come internamente vien modificato” (23), ossia concerna l' essenza della realtà strutturale: la dipendenza del soggetto dalla suddetta realtà strutturale storica. Egli, affermando che la sensibilità non sia un fatto originario ma derivato ed affermando che il senso determini l' esistenza umana “in rapporto ad oggetti dati” (24), faceva del senso il veicolo della realtà strutturale. Egli affermava che l' intuizione a priori “non và più in là degli oggetti dei sensi, e possono valere soltanto per oggetti di un' esperienza possibile” (25). Egli, dunque, riteneva che il senso possa essere non solo il veicolo della realtà strutturale storica ma possa essere il veicolo di una realtà autenticamente umana. Kant riconosceva l' inscindibile rapporto tra il senso e l'intelletto, poiché “Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato, e senza intelletto nessun oggetto pensato” (26). Egli distingueva tra “logica generale” (27) e psicologia, identificando la prima con lo studio della natura dell' intelletto o “canone dell' intelletto” (28) e la seconda con lo studio delle acquisizioni dalla realtà strutturale od “empiriche” della psiche e definiva quest' ultima anche “logica applicata” (29). Definiva anche la prima: “logica trascendentale” (30), ove concerna solo conoscenze a priori. Definiva “conoscenza trascendentale” la “possibilità della conoscenza o l' uso di essa a priori” (31). Questo dimostra come Kant considerasse superabile la realtà strutturale storica. Kant distingueva tra logica od esposizione delle leggi generali e necessarie dell'intelletto e verità od “accordo di una conoscenza col suo oggetto” (32), intendendo, per la seconda, la scienza della realtà strutturale. Kant affermava che esistano concetti a priori esistenti “virtualmente” (33) nell'umano intelletto e svolgentesi “in occasione dell' esperienza”, ove si sia liberati “dalle condizioni empiriche che vi aderivano” (34). Egli definiva funzione dell' intelletto l'ordinare le rappresentazioni in concetti: tale la sua base o funzione (35). Il pensiero lo definiva “conoscenza per concetti” (36). Egli affermava che i concetti a priori, non essendo fondati sull' esperienza, non possono mostrare nessun oggetto “sul quale fondino la loro sintesi” (37). Kant affermava di voler sostituire al termine “ontologia” il termine “Analitica dell'intelletto puro” oppure “dottrina sistematica delle conoscenze sintetiche a priori delle cose in generale” (38), e questo in quanto “l'intelletto a priori non può mai far altro che anticipare la forma di una esperienza possibile in generale”. Egli, poiché tendeva a teorizzare una realtà estranea a quella strutturale, ne definiva i concetti relativi come “noumeni” (39), in contrapposizione ai “fenomeni” o concetti relativi alla realtà sensibile o materiale (o realtà strutturale). Egli identificava i primi con i concetti di origine intellettuale, i quali, in quanto più prossimi alla natura umana, possono considerarsi a-strutturali. Kant considerava il concetto di “noumeno” solo in negativo, in quanto riconducente all'esperienza sensibile ogni esperienza possibile (40). Questo, sebbene riconoscesse esservi un' esperienza naturale o psichica realizzata attraverso i sensi (41). Egli affermava che ogni oggetto sia composto di pure “relazioni” (42). Confermava, così, di conoscere la effettiva natura dell' oggetto dei suoi studi: la realtà strutturale storica. Kant affermava di puntare a realizzare una “conoscenza che si accordi completamente con le leggi dell' intelletto” (43). Egli tendeva, cioè, a scoprire le leggi del funzionamento del cervello umano ed a consentire una società che sia in accordo con la natura umana. 2.1.4 - Kant affermava che la filosofia necessiti di un metodo scientifico, diverso da quello adottato dalle scienze naturali (ad esempio la matematica) (44). Affermava, infatti, che per il campo filosofico i concetti vengono sostenuti da “prove acroamatiche” o discorsive, anziché da “dimostrazioni” come per le scienze naturali (45). Egli riconosceva come la “ragione” sia imbrigliata entro limiti speculativi ben precisi, oltre a riconoscere il pericolo di ulteriori limitazioni imposte dal potere statuale (46). La categoria kantiana della logica in quanto procedimento “sintetico a priori” fu assimilato dallo stesso Kant agli assiomi matematici, poiché dedurrebbe i suoi concetti dalla razionalità. La logica può guidare la scienza ma può altresì indicarle strade erronee, in quanto diversamente da quest' ultima non procede tramite la sperimentazione e quindi le concezioni erronee od irrazionali o non conformi alla realtà sono assai frequenti. In realtà non tanto di un metodo diverso occorre per le scienze strutturali e per la natura umana, ma serve definire correttamente l' oggetto di queste scienze e studiarlo senza l' ingombro delle ideologie e della convinzione della presunta inevitabilità della realtà strutturale storica. 2.2 - La realtà strutturale storica, in quanto realtà, può essere oggetto di scienza. In quanto realtà contraddittoria con la natura umana può essere oggetto di una scienza solo limitatamente scientifica in quanto il suo oggetto non è razionale. Potrà, dunque, essere soltanto logica. 3.1 - Durkheim affermava di studiare i fatti sociali “come se fossero cose” 47). Questo non significa, come ritengono alcuni, che egli identificasse la realtà strutturale con la natura, ma che egli analizzasse empiricamente i vari fenomeni e fatti strutturali (48). Ad esempio, a proposito del “marxismo”, poneva in evidenza la sua valenza (49) a-scientifica, ossia estranea ad ogni teoria scientifica, mentre analizzava con metodo scientifico i fatti strutturali, tra cui “marxismo” e “socialismo”, in quanto appunto fatti strutturali (50). Egli riconosceva come le “scienze sociali” siano ancora “giovani” e non in grado di fungere da supporto scientifico dei movimenti strutturali, quali il “socialismo” (51). Durkheim evidenziò come per “scienza sociale” non si intenda la sociologia ma l'insieme delle “scienze” strutturali, il cui sviluppo ha dato luogo alla nascita della sociologia, come “scienza” autonoma, la quale fu all' origine uno studio delle “determinanti connesse alla struttura sociale dei fatti dell' attività umana” (52). Gli “accademici” non identificano la sociologia con la “scienza sociale”, in quanto riconoscono come la sociologia non racchiuda tutta la “scienza sociale” (53) e questo non solo per la molteplicità delle discipline di studio della realtà strutturale ma soprattutto in quanto si riconosce come non abbia finora raggiunto lo status di scienza. 3.2 - Il sociologo Goùldner riconosceva come le teorie del passato contengano parti valide che potrebbero essere assimilate da nuove teorie sistematiche (54). Tale metodo fu utilizzato, del resto, da sociologi come Merton e Parsons. Durkheim affermava che una teoria o “dottrina”, per essere scientifica, dovrebbe discendere da una ricerca scientifica. In caso contrario essa ha scarsi connotati scientifici essendo in realtà un'ideologia, connessa ad un' analisi della storia addomesticata (55). 4 - Heers affermava che, allorché i termini utilizzati siano scientificamente definiti e delimitati, possono anche essere desunti dal vocabolario delle ideologie aprioristiche. Ad esempio Heers utilizzava il termine “ordini” (56), anziché caste, evidenziando però la condizione giuridica delle medesime: nobiltà, clero e popolo, anziché il reale status sociale: caste dominanti, intermedie o sottomesse. Quest'ultima condizione (lo status sociale) è ben divergente dalla prima (la condizione giuridica), come riconosceva anche lo stesso Heers (57). § 4: Storiografia ed analisi della storia della realtà strutturale storica. 1 - Gli stessi storici “idealisti” riconoscano la sostanziale estraneità del singolo dalle cause che determinano il suo agire, azione che avviene al di là della sua essenza (1) o natura. Questo appare valido anche per l' azione dei politici e statisti. La condizione umana realizzata nella realtà strutturale statuale è assimilabile ad una comitiva di passeggeri che si trovi su un treno che viaggia senza macchinista e senza che i passeggeri siano consci di viaggiare su un binario circolare chiuso, compiendo giri su giri. I sistemi capitalisti costituiscono un ampliamento del cerchio compiuto dal treno (rispetto ai sistemi schiavisti), il quale tuttavia non perde la sua caratteristica di cerchio chiuso. Occorre rendere i passeggeri cosci della loro condizione, in modo che si adoperino per arrestare l' inutile marcia del treno o si apprestino a scendere prima che il treno deragli. 2.1.1 - Taylor parlava di mitologia, indifferentemente per l' età statuale come per le età pre-statuali. In realtà se negli universi pre-statuali si creano miti con fine religioso, nell' universo strutturale statuale si creano mitologie che, oltreché assolvere ad una funzione cultural-religiosa, costituiscono il surrogato della conoscenza della storia, in coerenza con la natura delle fasi feudali. 2.1.2 - Chabod affermava che, con quella che noi definiamo la fase feudale, la storia si trasformi in mitologia, connessa a ragioni teologico-politiche (2). Egli affermava che nell' “età moderna” la storia tenda a divenire la regina delle scienze (strutturali) in quanto il problema metafisico si dissolva in quello storico (3). Analizzando l'evolversi degli studi storici nella storia, Chabod riferiva come la metodologia storica progredisca con l' acquisizione graduale della critica delle fonti e con il passaggio dalla storia politica alla “storia della civiltà” (4), passaggio che avvenne secondo lui, con il consolidarsi e generalizzarsi del sistema borghese, ossia nei secoli XVI e XVII. 2.2 - William James criticava l' “intellettualismo vizioso” fondato da Socrate e Platone, in base al quale l' essenza reale di una cosa è data dalla sua definizione (5). Egli affermava che tale “metodologia intellettualistica” sia foriera dell'ideologizzazione delle scienze strutturali (6). James affermò che all' originalità deve necessariamente essere accompagnata da lucidità e “padronanza di tutto il classico apparato stilistico” (7). Egli citava Bergson come esempio da seguire. Distingueva tra “conoscenza teoretica o scientifica” e “speculativa e filosofica” (8). Ritenne più importante per l' essere umano l' indagine della natura umana e della realtà strutturale storica, sebbene riconoscesse come queste ultime non fossero ancora a livello scientifico. James definiva idee vere quelle la cui azione conseguente è coerente coi suoi effetti presumibili, ossia con gli scopi della teoria (9). James definiva come criterio di verità la soddisfazione morale o l'utilità, proponendo in modo indiretto il superamento della logica strutturale, allorché definì come utile ciò che esalta l'intelletto umano (10). Egli riconobbe il rapporto biunivoco della percezione con la formazione del pensiero (11), secondo cui maggiore è la percezione, maggiore il pensiero prodotto e viceversa. Il carattere della “psicologia jamesiana” consiste nel considerare i fenomeni psicologici “intermedi tra le impressioni ricevute dall' ambiente e gli adattamenti degli organismi al medesimo ambiente” (12). L' empirismo di James costituì un adattamento sufficiente “dell'organismo alle molteplici esigenze della situazione in cui si trova a vivere” (13), oltreché essere un mezzo conoscitivo per scoprire l' essenza reale di ogni fede od ideologia (14), ma egli ritenne sia inadatto a “sanare il conflitto tra la dottrina della natura e il nostro destino individuale” (15). Per sanare tale conflitto occorrono teorie atte ad analizzare compiutamente la realtà strutturale storica ed il suo influsso sulla natura umana oltreché delle potenzialità della stessa natura umana di emancipazione da tale realtà. Hempel affermava che si debba giungere a realizzare la scienza della storia, capace di spiegare gli eventi storici, prevedendoli in rapporto a condizioni antecedenti e simultanee (16). 2.3 - Lo storico Oakeshott affermava che se la ricerca storica divenisse realmente scientifica se ne avrebbe “la completa distruzione della storia” (17). Egli, per distruzione della storia, intendeva evidentemente la distruzione della realtà strutturale ed in particolare l' universo strutturale statuale, ossia l' oggetto della storiografia. 3.1.1.1 - W. H. Dray affermava che, ove la storiografia adotti un metodo scientifico, l'oggetto di questa scienza essendo diverso dalla natura, non possa essere applicato lo stesso metodo che si adotta studiando la natura umana o la natura in genere (18). Egli affermava come le leggi di spiegazione storica, così come avviene nelle scienze naturali, devono essere derivate dalla scienza storica stessa e dalle scienze sociali (19). Tuttavia la pretesa “funzionalista” di considerare la metodologia storiografica come un fatto a sé, è illogica, poiché la stessa concezione “funzionalista” (20) non si discosta dalla metodologia valida per ogni scienza, sia essa naturale che strutturale (21). Occorre, in ogni caso, ricercare le leggi generali valide per la realtà strutturale, al fine di poter considerare la storia alla stessa stregua di qualsiasi oggetto di scienza, dove i fenomeni non sono ricercati per altro che per le esemplificazioni di leggi e teorie, anziché come fenomeni unici ed irripetibili, come fanno attualmente la generalità degli storici, compresi i “positivisti” (22), i quali ultimi considerano come aspetto generale dei fenomeni solo alcuni aspetti morfologici (rivoluzioni, guerre, esecuzioni e via dicendo), mentre gli “idealisti” ignorano come l'unicità apparente dei fatti storici riguardi aspetti secondari (23). 3.1.1.2 - Nisbet, come già Comte (24), collegava l' esposizione sistematica delle idee-base o categorie fondamentali (25), all' esposizione storica (26), collocando le idee-base nel loro contesto storico. Nisbet, come Lovejoy, riconoscevano la possibilità di suddividere i sistemi ideali nelle loro idee-base o “categorie fondamentali” (27). Nisbet individuava soprattutto in queste ultime la validità del concetto di sistema. La metodologia inferenziale galileo-newtoniana era ritenuta valida da Popper e consiste nel “dare una spiegazione causale deducendo una asserzione che lo descrive, usando come premesse della deduzione una o più leggi universali, insieme con alcune asserzioni singolari dette condizioni iniziali” (28). Sulla scorta di Popper, Antiseri affermava che la prova delle ipotesi si svolga attraverso la “falsificazione” o sperimentazione volta a confutare le ipotesi. Il risultato di tale processo è la legge teorica, in caso di mancata conferma della falsità dell' ipotesi, assunta come prova della sua validità, almeno provvisoria (29). In mancanza di possibilità di principio di falsificare una data teoria, questa è sicuramente a-scientifica (30). Antiseri definiva scienze “storiche, in generale, quelle il cui interesse è focalizzato su fatti specifici e la loro spiegazione” (31). Egli propose l'utilizzazione del metodo scientifico anche per la storia. Tuttavia, con Popper, egli affermava debbasi ancora trovare una metodologia scientifica adeguata per le scienze “storico-sociali” (32), ed una teoria adeguata della scienza, come quella galileo-newtoniana per le scienze “teoretiche”. La discussione tra “secessionisti” e non (della metodologia storica dalle scienze “teoretiche”) conduce alla conclusione secondo cui per le scienze “sociali”, e la storia in particolare, non occorra una metodologia “sui generis”, trattandosi solo di una definizione specifica dell' essenza dell' oggetto scientifico, in rapporto all' uomo ed al livello della sua evoluzione bio-psichica (33). La particolare caratteristica dell'evoluzione storica non sminuisce la sua analizzabilità scientifica, attraverso leggi universali (34) od estensibili a tutto il campo in cui sono applicabili (la cui estensione deve essere scientificamente determinata) (35). 3.1.1.3 - Antiseri affermava che sia in campo naturale come nel campo strutturale si abbiano casi di novità “estrinseche” (ossia novità di combinazioni o disposizioni) (36), mentre non si hanno, se non marginalmente, novità “intrinseche” (con irripetibilità in sé del fenomeno). Egli notava come l' irripetibilità di un fenomeno sia connessa con le condizioni contingenti, verificantisi inevitabilmente in ogni fenomeno, sia esso naturale o strutturale (37). 3.1.1.4.1 - Se per le scienze naturali si è riusciti a tradurre pressoché tutte le qualità in quantità, non così è avvenuto nelle scienze sociali, sebbene quì si faccia uso della statistica (cosa ben diversa dalla trasformazione delle qualità in quantità) (38). La mancanza di un metodo adeguato per trasformare le qualità in quantità dimostra la non raggiunta scientificità delle scienze strutturali. 3.1.1.4.2 - Popper riconosceva come il limite proprio delle “scienze sociali” “deve essere superato” (39) ed affermava chee la differenza tra scienze “teoriche” e “sociali” sia “di grado piuttosto che di genere” (40). 3.1.1.4.3 - Sintomo della mancanza di scientificità, secondo alcuni epistemologi, è la metodologia, usata prevalentemente nelle “scienze sociali”, detta metodo essenzialista: indagine diretta del perché avviene un fatto e quale ne è l'essenza, piuttosto del metodo operativista o nominalista (ossia la ricerca del come) (41). Gli epistemologi ignorano, tuttavia, la differenza reale tra metodologia essenzialista ed operativista (proponendo il raggiungimento della conoscenza del' essenza attraverso la conoscenza del modo del prodursi dei fenomeni). Inoltre i “positivisti”, come Popper, affermano che le scienze sociali usino in realtà modelli nominalisti, ancorché astratti (data anche l' astrattezza della realtà strutturale) (42). Antiseri definiva lo storicismo come una concezione secondo cui è possibile individuare le leggi di evoluzione storica, in modo da prevederne gli sviluppi successivi. Definiva “holismo” la pretesa di conoscere totalmente un dato evento o fatto storico (43). Antiseri definiva il metodo induttivo come la metodica secondo cui si è legittimati a passare da osservazioni specifiche di fenomeni limitati a teorie generali (44). Karl Popper, pur opponendosi al metodo induttivo usato dagli “scienziati sociali”, ne accettava il “metodo eliminatorio” (pur definendolo in altro modo) e rifiutava l'“induzione per enumerazione o ripetitiva”, anche se (affermava Antiseri) in realtà ne faceva uso, parlando però di verificazione o falsificazione di principio (45). Popper, come altri epistemologi, evidenziava come il principio di verificazione, così come è stato formulato dal Circolo di Vienna, sia a-scientifico, in quanto la scienza progredisce anche senza la verificazione (specie là dove momentaneamente non può esservi verifica) (46). Antiseri affermava che Popper rifiutava il metodo induttivo, così come usato dagli “scienziati sociali”, in quanto non gli fornirebbe un “criterio di demarcazione” appropriato tra metafisica e scienza empirica (47). In realtà, affermava Antiseri, tale demarcazione non è fornita dall' induzione in quanto, se demarcazione vi è, non è di carattere empirico, come invece affermano i “positivisti” e “neo-positivisti” (48), i quali basano la loro concezione scientifica sulla verificazione empirica (ossia su di un metodo definito a-scientifico). Popper adottava essenzialmente il metodo deduttivo, il quale deduce le “asserzioni universali” (ossia le teorie scientifiche, falsificabili comunque sulla base di osservazioni singolari) dalle leggi di natura (od assiomi, ma anche teorie, concezioni od intuizioni) (49). Il metodo deduttivo è valido ma può e deve essere usato in concomitanza col metodo induttivo (50). Popper affermava che nell' uomo vi sono bisogni innati e che da questi, e non dall'osservazione, occorre partire per le scienze umane e sociali (51). Questa è la base del metodo deduttivo popperiano. Antiseri, pur riconoscendo il valore di tale metodo, ne riconosce i pericoli, essendo possibile cadere nell'innatismo. Antiseri affermava che le congetture sulla natura umana e le osservazioni della realtà abbiano un rapporto ben preciso. Inoltre le osservazioni sulla natura umana o sulla realtà strutturale procedono da intuizioni o “congetture”, ma queste non nascono dal nulla ma solo da una base conoscitiva (52) preesistente. Dunque il metodo induttivo e quello deduttivo sono interconnessi ed inscindibili. Popper affermava che l' aspetto più rilevante delle teorie scientifiche consista nella negazione (come ipotesi) di determinate possibilità, attraverso la creazione teorica dell' assurdo (53) ed attraverso l' assurdo, per opposizione, si creano teorie plausibili. Antiseri criticava la concezione popperiana secondo cui la scienza non possa indagare l'assoluto (54), in quanto non si dovrebbe ricercare l' essenza ultima delle cose (55). Antiseri affermava che tale posizione sia a-scientifica, poiché nessun oggetto è fuori dalla portata della scienza, per definizione della scienza stessa, sebbene la scienza sia sempre in evoluzione e perfettibile (56). Popper affermava che al concetto di certezza, in campo scientifico, vada sostituito quello di progresso (57) e come le prove debbano essere considerate unicamente “corroborazioni” (58). La metodologia scientifica propugnata da Popper consisteva nel procedere attraverso tentativi ed errori, ricercando la falsificazione, come rafforzamento o corroborazione delle ipotesi non falsificate (59). Vi era il timore di Popper che le ideologie filosofiche blocchino il progresso scientifico, mentre auspicava che la filosofia della scienza od epistemologia raggiunga il livello di scienza. Popper definiva le concezioni rivoluzionarie come “holistiche” (60). Le concezioni “holistiche” distinguono tra aspetti od attributi di una parte della realtà (in particolare i rapporti esistenti tra le varie parti) e gli aspetti che conferiscono al tutto l' aspetto di struttura organizzata (61). L' “holismo” propone di utilizzare il metodo storico per trattare gli <interi “intesi come totalità”> (62), ossia propone lo studio ad esempio dei vari sistemi sociali, avendo presente la natura strutturale unitaria dell' universo strutturale statuale. Popper avvertiva l' esigenza di liberarsi dagli impedimenti ideologici per realizzare autentiche scienze sociali, allorchè affermava l' esigenza di autonomia del metodo di indagine dall' essenza dell' oggetto indagato (63). 3.1.1.4.4 - Popper accusava i sociologi di considerare dinamici quei sistemi che, a loro avviso, presentano mutamenti di struttura, rilevando come in fisica ed in astronomia si abbia un sistema dinamico ove si ha mutazione ciclica priva di mutamento strutturale (64). I sociologi, infatti, considerano mutazioni strutturali l'evoluzione ciclica propria dell' universo strutturale statuale. Popper rimproverava inoltre ai sociologi di confondere le leggi scientifiche con le tendenze (65) (o trends) (66) e citava al riguardo l' evoluzionismo, il quale considera il progresso una legge generale ed irreversibile. Popper affermava che le leggi scientifiche, per essere tali, devono avere validità universale (67). La validità universale è comunque da intendersi come validità interna allo specifico campo di indagine. 3.1.2.1 - Il rifiuto della filosofia della storia da parte degli storici è parzialmente giustificato dall'intento di emanciparsi da ideologie chiuse e precostituite (68). 3.1.2.2 - Gli storici storcono il naso rispetto al metodo di Toynbee di “imporre” modelli (69) per l' analisi comparativa delle varie società, ritenendo che le varie società siano incomparabili. Toynbee giustificava le sue “deviazioni” dal metodo corrente dicendo che esse discendono dalle concezioni “scientifiche” correnti. Questo ha fatto sì che il suo metodo sia stato accettato, sia pure parzialmente e con riserva. Gli storici, analizzando il metodo toynbeeniano di dimostrare che lo sviluppo di ogni “civiltà” (a meno di circostanze particolari) si conformi alle sue generalizzazioni o leggi, per quanto ritenuto in sé ineccepibile, viene attaccato per ogni particolare storico impreciso riferito dallo stesso Toynbee (70). E' apprezzata la modestia insita nella dichiarazione di Toynbee di “tentare un approccio scientifico ai fatti umani” (71), tentativo apprezzato forse soprattutto per il contrasto implicito con il suo dichiarato indeterminismo negatore di ogni legge storica (72). Alcuni storici criticano il metodo scientifico di Pirenne, ritenendo che non sia del tutto scientifico, non tenendo conto dell’ esigenza scientifica di basare i sistemi o tesi su di un certo numero di esempi studiati esaustivamente (73). Le tesi pirenniane, estranee alla consuetudine storica ufficiale, godono comunque di un certo credito presso gli storici ufficiali, i quali gli riconoscono il merito di far riflettere sul futuro della specie umana. Le tesi pirenniane, sostanzialmente corrette, non sono state sufficientemente sviscerate e condotte alle loro logiche conseguenze. Gli storici ufficiali si aggrappano a tale insufficienza per negarne ogni validità (74). Molti storici usano un “procedimento tipologico” (75), ossia rifuggenti da ogni sistema “generalizzante” o “concettualismo” (76), emergente dall’ intuizione e si limitano a proporre ipotesi circoscritte e contingenti o “di lavoro”. Quest’ ultima metodologia è estranea a Pirenne, il quale per questo è attaccato dalla “cultura accademica”. Federico Chabod affermava che il “metodo storico”, ossia la metodologia generale della ricerca storica, non sia in sé oggettivo, ma occorra adattarla a seconda delle situazioni (77). Egli riconosceva che la storia, come ogni altro ramo del sapere umano, inizi a divenire scientifica allorchè divenga autonoma (78) e non soggetta a fini esterni. 3.1.2.3 - Lo “storicismo” non distingue tra leggi scientifiche (di validità universale) e le “asserzioni generali sommative” (79) o generalizzazioni ristrette od applicabili a situazioni o condizioni contingenti o limitate. 3.2.1 - Chabod rifiutava di considerare totalmente oggettive le fonti documentarie e ritenne che le fonti narrative costituiscano nel contempo documento, almeno di una certa mentalità od atteggiamento, proprio di un' epoca (80). Di qui il carattere meramente pratico della distinzione tra fonti documentarie e narrative. Chabod dichiarava che occorra sempre valutare il modo soggettivo dei singoli di porsi di fronte alla storia (81). 3.2.2 - Dray affermava che gli storici non siano “obiettivi” in quanto la ricerca storica implica “giudizi di valore” (82). Egli auspicava una situazione in cui lo schema di valori dello storico non sia coinvolto “logicamente” (83), ossia come base valutativa e “nel significato delle sue affermazioni” (84). La realizzazione di una metodologia scientifica valida per la storia, in modo incontestabile od empiricamente verificata, eliminerebbe l' influsso dei giudizi di valore o, comunque, la loro incidenza sull'obiettività storica (85): la valutazione dei valori in atto nell' oggetto della ricerca dovrebbe essere guidata da criteri estranei ai valori propri della realtà strutturale (di una fase statuale o dell' altra) (86). Fisch affermava che il massimo di obiettività ottenibile dallo storico sia una critica che non contrasti con l'evidenza dei fatti esposti e sia aperta ad ogni ulteriore critica (87). 4.1 - La metodologia della storia proposta dal “funzionalismo”, anziché ricercare le cause degli eventi, ricerca il fine delle azioni e le funzioni che queste ultime svolgono all'interno del sistema sociale in atto (definito: “tutto” o “sistema integrale di cultura”) (88). Antiseri notava, tuttavia, come tra la “teleologia funzionalistica” e la ricerca causale non vi sia altro che una pura differenza linguistica (89). 4.2 - Antiseri suddivideva la gerarchizzazione delle cause in: fondamentali e derivate (o primarie e secondarie) (90). 5 - Gli “storici ufficiali” tentano di analizzare il modo in cui chi ha vissuto gli avvenimenti se li figurava o li percepiva. La teoria dell'“empatia” (od immedesimazione nel pensiero altrui) (91) può, marginalmente, essere utile per meglio analizzare a fondo la reale natura di specifiche culture. 6.1 - I filosofi della storia di corrente “positivista” affermano come la sperimentazione nel campo della realtà sociale debba essere svolta con criteri opportuni, ma affermano altresì la natura scientifica dei possibili esperimenti in tale campo, per quanto i risultati debbano essere valutati in rapporto alla specifica natura della realtà sociale (92). Nel capo della realtà sociale di tipo strutturale le sperimentazioni si risolvono in forzature della normale evoluzione strutturale. Nel campo di una possibile realtà sociale post-strutturale la sperimentazione equivale, viceversa, a tentare di superare la realtà strutturale storica. 6.2 - Popper notava come gli esperimenti holistici, proposti dagli utopisti, siano solo impropriamente degli esperimenti, ossia solo nel senso di “azione il cui esito è incerto” (93) e non diano la possibilità di confrontare i risultati raggiunti (questo soprattutto, egli lo riconosceva, per la natura di “dogmatismo rinforzato” [94] dell'ideologia che sta all' origine dell'esperimento, che dunque non ha affatto caratteristiche di scientificità). 7.1.1 - Col termine “preistoria” o “storia pre-letterale” gli “storici ufficiali” intendono la storia di cui non vi sia conoscenza per racconto scritto. Questo pone in evidenza come la distinzione sia tipica di una metodologia erronea, in quanto estranea a qualsiasi suddivisione in periodi con caratteristiche strutturali specifiche od universi strutturali (95). 7.1.2.1 - Durkheim riconosceva come non fosse scientificamente corretto utilizzare i termini di uso corrente secondo i significati che essi acquisiscono con l' uso (96), per la mancanza di sistematicità e coerenza di tali attribuzioni, (97). Anche Bloch riconosceva come la terminologia correntemente in uso sia spesso fuorviante ed erronea, in quanto propone analogie ove non vi sono e viceversa (98). Boutruche riconosceva, peraltro, come oltre alle lacune conoscitive, gli storici incappino in confusioni terminologiche (99). Egli evitò, però, di analizzare a fondo le cause di tutto questo. 7.1.2.2 - Alcuni storici riconoscono l' assoluta arbitrarietà e convenzionalità del termine “Medioevo” (100), che viene generalmente collocato tra la metà del V secolo e la fine del XV. 7.1.2.3 - Boutruche, pur riconoscendo esplicitamente come nell' XI secolo sia risorto il mercato (101), affermava che il “feudalesimo” (ossia quella che noi chiamiamo la fase feudale decentrata) si sia diffusa in Occidente soprattutto a partire dall' XI secolo (102). Boutruche trovava disdicevole che negli studi “medievalistici” vi sia distinzione tra linguaggio comune e termini tecnici (103). Questo prova come gli studi storici siano soggetti a criteri anti-scientifici, oltreché soggetti alle ideologie, ai pregiudizi ed alle esigenze di sostegno della realtà strutturale. Questo dimostra la scarsa scientificità delle analisi ed indagini degli storici di professione, poiché confondono la terminologia corrente con la realtà strutturale effettiva e le sue modificazioni essenziali. 7.1.2.4 - Boutruche riconosceva come la realtà delle società feudali sia “vittima di astrazioni che la collocano fuori del tempo e dello spazio” (104). Affermava che gli storici definiscano il carattere di tale “signoria” con il termine “banno” (105), ad indicare il potere onnicomprensivo e totalmente disumano esercitato su uomini e cose. Tuttavia utilizzano lo stesso termine per indicare il potere esercitato in sistemi ben diversi od addirittura per indicare ogni grande proprietà terriera (106). 7.1.2.5 - Heers riferiva come gli storici temano, nel scegliere la terminologia da adottare, di cadere vittime di vari ideologismi o mode culturali. Tale timore deriva dalla mancanza di reali criteri scientifici. 7.1.3.1 - Il “comparativismo” può sostituire l' analisi globale se consente di comprendere le diversità delle realtà sociali osservate ed analizzate, tenendo conto del fatto che ciascuna comunità costituisce un modello ridotto ma pressoché completo di un dato tipo di società. 7.1.3.2 - Bloch proponeva di paragonare fatti somiglianti, occorsi in ambienti e tempi dissimili (107), come metodologia di storia comparata. Egli proponeva una comparazione tra due società parallele e vicine geograficamente e temporalmente e pertanto influenzantesi, almeno a livello possibilistico, l' un l' altra (108). Tale comparazione limitata può consentire risultati scientifici, sebbene occorra una visione ben più alta e larga della realtà storica. 7.1.3.3 - La Ruggini, sulla base delle analisi di storici come Persson e Levi (109), equiparava la società “occidentale” del IV secolo e.v. al “socialismo di Stato” del XX secolo e.v. (110). Questo dimostra come molti storici “moderni” ben comprendano la reale essenza dell'evoluzione storica, sebbene si astengano dall' analizzarla in modo sistematico. La Ruggini individuava discrepanze tra il “socialismo di Stato” e la situazione dell' “Impero Romano d' Occidente” nel IV secolo. Tali discrepanze stanno nel carattere decentrato della società occidentale del IV secolo e dal fatto che là si era in presenza di una società in transizione alla fase feudale ed al sistema feudal-burocratico, mentre nel XX secolo siamo in presenza di sistemi feudal-burocratici centralizzati. Gli storici “accademici”, infatti ravvisano la presenza di alcuni settori di proprietà privata, ancora sussistenti nel IV secolo (111). Gli storici notano un rimescolamento della stratificazione sociale nella società occidentale del IV secolo, di cui paiono ignorare la causa. Bruno Rizzi polemizzava con gli storici “ufficiali”, i quali non considerano il sistema schiavista-burocratico come facente parte di quella che abbiamo definito fase feudale, in quanto non presenta caratteristiche spiccatamente militari. Rizzi, al contrario, sosteneva la tesi secondo cui si sarebbe in qella che definiamo fase feudale, in quanto i “Patroni” possedevano milizie “private”. In realtà non si può ritenere vi fosse già la fase feudale poiché esisteva ancora un mercato, sebbene limitato, e pertanto i rapporti materiali non erano ancora prevalentemente di tipo feudale, poiché il valore prioritario non era ancora di tipo militare, sebbene stesse acquisendo gradatamente caratteristiche di tipo gerarchico-militare. 7.2 - Il “rinascimento” non risuscitò l' idea di progresso in quanto assunse la cultura “antica” come modello e come guida per la restuarazione della società antica, considerata lo specchio della vera natura dell' uomo: “umanitas” (112), in un'ottimismo eccessivo, ma significativo, di come si adombrasse la comprensione del momento storico che si stava vivendo. Marx stesso identificava il termine “feudalesimo” con quella che noi definiamo fase feudale, di cui ammetteva esservi “aspetti diversi in rapporto con le circostanze del loro sviluppo storico” (113). Se gli “storici classici” evidenziano soprattutto il regime, ed identificano quest' ultimo col termine “feudalesimo”, Marx evidenziava soprattutto la base materiale. Molti storici, tra cui Parain, identificarono il termine “feudalesimo” con la fase feudale, come con il termine “capitalismo” identificarono la fase mercantile emancipata dai sistemi schiavisti (114). 7.3 - Gli storici riconoscono generalmente come il “sistema curtense” sia provocato dall' “atonia commerciale” dell' “alto Medioevo” (115). Comte considerava il feudalesimo un' “evoluzione transitoria”, ossia un intermezzo tra la fase mercantile “antica” od “evoluzione antica e l' evoluzione moderna”. Egli si rendeva quindi conto del fatto che la fase mercantile “antica” fosse analoga alla fase a lui contemporanea, mentre quello che definiscono il “feudalesimo medievale” rappresentava un'elemento di rottura o di transizione tra una fase storica statuale e l' altra. 7.4 - Durkheim distingueva, parlando di “socialismo”, tra molteplici “sistemi socialisti” e “socialismo” in quanto tale, parlando di “sistema in generale” e di specifico tipo di sistema “socialista” (116). Egli individuava la variante tra i diversi “sistemi socialisti” nel grado di centralizzazione o nel decentramento (117). 7.5 - Ostellino riferiva come la concezione secondo cui con la cosiddetta “rivoluzione d'Ottobre” si sia ritornati storicamente indietro, fosse diffusa tra gli intellettuali russi non conformisti negli anni '70 (118). Questo fatto dimostra come la comprensione esatta della realtà strutturale e della sua dinamica storica non sia lontana e sia impedita solo dalla schiavitù mentale nei confronti delle ideologie dominanti. 8 - Alcuni storici riconoscono come l' attuale storiografia sia a-scientifica. Riconoscono come possa essere resa scientifica, applicandovi il metodo scientifico, basandone le analisi su criteri e concetti falsificabili. Lo scopo stesso della ricerca storiografica sarà scientifico se corrisponderà a criteri o metodi scientifici coerenti con la finalità del progresso umano (119). Witold Kula citava Ossowski, il quale ultimo notava come “gli schemi dicotomici della struttura di classe si prestano più utilmente a servire da arma ideologica nella lotta contro la struttura esistente, mentre gli schemi gerarchici o funzionali sono più utili per la sua difesa” (120). Và notato come la lotta contro la realtà strutturale esistente (sistemi sociali o fasi statuali in atto) può essere finalizzata alla creazione di articolazioni delle strutture statuali non meno gerarchizzate e dicotomiche e dunque, come notava Kula, le ricerche sulla “struttura sociale” rappresentano un campo “dove le passioni ideologiche si ... [manifestano] più vivacemente” (121). Un' analisi scientifica della “struttura sociale”, senza dover scegliere tra lo “schema dicotomico” e quello “gerarchico”, può facilmente constatare l' innegabilità e costanza della stratificazione gerarchizzata (nelle due tipologie di fasi statuali) ed organica e la conseguente suddivisione del “corpo sociale” in due sezioni organicamente complementari: la sezione dei dominatori e quella dei dominati.

Indici del Capitolo 8: Conoscenza e coscienza. § 1 – Natura dell' autocoscienza o coscienza di se 1 – Conoscenza ed autocoscienza. 2 – Irrazionalità e carenza di coscienza di tipo razionale. 3.1.1 – Inconoscenza, generata dal principio di conservazione e causa di sofferenza della mente. 3.1.2 – Progresso dell' umanità in rapporto alla conoscenza e coscienza. 3.2 – Progresso della coscienza in rapporto al progresso storico e strutturale. 4 – Coscienza individuale e moralità del soggetto. 5 – Individuo come manifestazione della specie. § 2 – Coscienza collettiva e conseguenze sulla realtà storica 1 - Conoscenza e coscienza della realtà strutturale ed effetti su di essa.

Capitolo 8: Conoscenza e coscienza. § 1 – Natura dell' autocoscienza o coscienza di sé 1 - Nella realtà strutturale storica la conoscenza si trasmette in modo meccanico o ripetitivo. Tuttavia la conoscenza, nella sua creazione, non è disgiungibile dall'affettività: l' una presuppone ed implica l' altra. Affettività e conoscenza, insieme, rappresentano il fine dell' umanità, definibile come felicità auto-cosciente. L' amore od affettività si comunica attraverso la socialità creativa ed operativa. L' eccesso di coscienza di sé da parte di un individuo, che è tale se eccede la effettiva conoscenza e capacità del soggetto stesso, si manifesta in megalomania. Il profetismo, carisma o magnetismo di un individuo caratterizza una debordante coscienza di sé, pur accompagnata da una conoscenza e capacità, per qualche verso eccezionali. 2 - L' irrazionalità è una forma di errore, rapportato alla natura del soggetto agente. Essa non è frutto esclusivo dell' inconoscenza o non sufficiente conoscenza ma altresì dell' incoscienza o carenza di coscienza. La carenza di coscienza di un individuo crea un divario tra la sua natura effettiva ed il suo comportamento, creando uno scompenso affettivo rispetto alla conoscenza acquisita ed alla natura effettiva del soggetto stesso. La mancata coscienza della conoscenza posseduta, ne annulla il valore. L' insufficiente coscienza della conoscenza posseduta rende quest' ultima sterile od infruttuosa. La sopravvalutazione della conoscenza posseduta, al contrario, può determinare aggressioni od abbagli e fanatismi. Socrate, dicendo di “sapere di non sapere”, dimostrò di avere avuto coscienza dei limiti della propria conoscenza, che non gli consentiva di definirla conoscenza. La coscienza non può essere disgiunta dalla conoscenza. Non vi può essere, infatti, una coscienza elevata senza una adeguata conoscenza. D' altro lato, se la coscienza implica conoscenza, non è detto che la conoscenza implichi necessariamente coscienza o consapevolezza della realtà effettiva di quanto si conosce, potendovi essere conoscenza astratta e fittizia (imbevuta di ideologie), non accompagnata da adeguata coscienza. Si può affermare che il discrimine tra conoscenza scientifica, in campo umano, e conoscenza ideologica, passi nell' esservi o meno coscienza della effettiva natura umana. La coscienza, identificabile con la “spiritualità”, è definibile come la consapevolezza della conoscenza acquisita. Tale coscienza attribuisce valore alla conoscenza stessa, rendendola prolifica di ulteriore conoscenza e fonte di auto-soddisfazione. La fede irrazionale consiste nella accettazione di una conoscenza aprioristica, od irrazionale, rispetto alla constatazione empirica. La fede irrazionale, come del resto la fede razionale, è tuttavia vivificante, essendo generatrice di creatività o di forza vitale. Parmenide considerava l' amore frutto della “necessità” strutturale (1). In realtà l'innamoramento è un tipo specifico di fede ed è quindi consono alla natura irrazionale della realtà strutturale storica. Spinoza affermava che l' amore sia conseguente alla coscienza (o credenza) di essere amato, credendo di non averne fornito la cuasa (2). L' amore è dunque connesso ad un tipo di fede. L' amore è maggiore se vi è “coscienza di libertà” (3). Dunque l' amore può ben coesistere con la razionalità piena ed anzi ne è da questa accresciuto, divenendo una fede razionale. Gli psicologi definiscono: la percezione, il pensiero ed il credere come “stati intenzionali” e l' oggetto di tali “stati intenzionali” è definito “oggetto intenzionale”. La consapevolezza fenomenica o coscienza, o per meglio dire i suoi oggetti, vengono definiti “oggetti intenzionali della consapevolezza”. Gli psicologi si chiedono quale sia l' attività cerebrale che determina la consapevolezza o coscienza. Si chiedono inoltre perché la coscienza trasformi la conoscenza in qualcosa di difficilmente comunicabile. La ragione della difficoltà di comunicare l' esperienza consapevole deriva dai contenuti irrazionali della conoscenza e della sua stessa coscienza. La coscienza è definita, da Nicholas Humphrey, come il processo psichico che determina la meraviglia nei confronti del mondo ed il senso amplificato della nostra importanza. Si ignora che in realtà la consapevolezza è un processo psichico proprio di tutta la materia vivente, ossia di ogni sistema nervoso biologico (4). 3.1.1 - Spinoza riconosceva come l' inconoscenza costituisca sofferenza della mente (5), mentre la conoscenza è causa di letizia (6), sebbene “il principio di conservazione” (7) tenda a preservare gli individui nell' inconoscenza. 3.1.2 - Giulio Tononi ha teorizzato, di recente, che la coscienza sia conoscenza integrata, ossia conoscenza compresente od integrata, nel suo insieme o nella sua sintesi principale (8). Il progresso dell' umanità non si misura solo nel campo della conoscenza ma soprattutto nel campo della coscienza: di sé e degli altri. La conoscenza effettiva della realtà strutturale storica è mezzo di progresso della coscienza. L' interazione tra gli individui nell' ambito conoscitivo consente ai soggetti di acquisire coscienza di sé sul piano conoscitivo. Analogamente l' interazione nell'ambito affettivo determina coscienza di sé sul piano affettivo. La natura delle specie inferiori all' uomo non è, in sé, a-morale. Tuttavia l' essere umano, con le proprie capacità intellettive può giudicare e ritenere estraneo alla propria natura tutto ciò che non raggiunga il suo stesso grado di coscienza. La coscienza è in evoluzione e dunque può raggiungere un livello sufficiente a giudicare totalmente immorale la realtà strutturale storica. 3.2 - B. F. Skinner affermava che la coscienza sia un prodotto della vita in società (9). La coscienza umana si sviluppa attraverso il progresso e l' evoluzione della realtà strutturale storica. 4 - La coscienza individuale dei singoli è il complesso della moralità introiettata e che costituisce il codice di comportamento del soggetto. Ove il comportamento del soggetto si discosti dalla sua coscienza si ha un' immediato tentativo di ridurre ed annulare tale divario o con la modifica della coscienza stessa o del comportamento. Questo a seconda se la coscienza abbia alla sua base una convinzione profonda o se il comportamento abbia motivazioni più stringenti (10). 5 - L' umanità è radicata in ogni individuo, il quale è l' espressione o manifestazione della specie. L' umanità, dunque, non trascende gli individui, ma è l' individuo che deve farsi carico dei problemi della propria specie, essendo la specie il generatore stesso dell' individualità e della socialità dei singoli. La specie è presente in ogni individuo, allo stesso modo. Vi è la “corresponsabilità del singolo con la generalità dei viventi e co-specifici”. Vi è, infatti, la responsabilità dei singoli per l' umanità, la quale è, peraltro, presente in ogni individuo come bisogno ed il bisogno di sopravvivenza ne è una manifestazione. La valorizzazione, e l' autovalorizzazione, del singolo esprime il valore sociale di un individuo per la collettività e per sé stesso. Per l' umanità nel suo insieme, l' individuo ha un valore che corrisponde al livello di manifestazione dell' essere realizzato dalla specie, tenuto conto del contributo che il soggetto ha dato al raggiungimento di quel dato livello. La responsabilità è connessa alla coscienza dei soggetti, mentre le capacità sono connesse con la conoscenza. § 2 – Coscienza collettiva e conseguenze sulla realtà storica 1 - Durkheim riconosceva come la creazione di una scienza della realtà strutturale storica, che egli definiva “struttura sociale”, determinerebbe i presupposti per la creazione della “coscienza” della stessa realtà strutturale, (1). I ceti popolari, pur meno istruiti, hanno una percezione più realistica della realtà storica di quanta ne abbiano, spesso, gli appartenenti ai ceti superiori. Questo per il contatto più duro e diretto con la realtà strutturale statuale. Tale coscienza, se basata su una conoscenza autenticamente scientifica, avrebbe effetti sconvolgenti sulla stessa realtà strutturale e la sua dinamica evolutiva.


PARTE II: Approfondimento dell' analisi della natura umana nel suo rapporto con la realtà strutturale storica. Indici del Capitolo 9: Evoluzione e sue finalità: bio-fisiche, psichiche e psicologiche. § 1: Neo-evoluzionismo e sua interazione con l' evoluzione sociale ed interazione con l' ambiente 1.1 - Evoluzione biologica e cosmica. 1.2 – Casualità e causalità nell' evoluzione biologica. 2 – Progressione e regressione fisio-biologica. 3.1 – Concezioni neo-darwiniste sull' evoluzione bio-fisica, progressiva a causa della natura stessa della vita, in relazione con il concetto di selezione naturale. 3.2 – Cause e modalità presunte dell' evoluzione bio-psichica. 4 – Tempi dell' evoluzione bio-fisica e suo rapporto con l' evoluzione strutturale. 5.1 – Finalismo intrinseco ed univoco dell' evoluzione bio-fisica, con percorsi evolutivi diversi. 5.2 – Teoria dei tre stadi evolutivi e contrasto tra evoluzione progressiva bio-fisica ed evoluzione strutturale, non coerente col progresso psichico naturale. 5.3 – Evoluzione continuativa e principio antropico. 5.4.1 – Disputa tra finalisti ed anti-finalisti e volontà di conoscere il fine dell' evoluzione bio-psichica ed evoluzione storica. Darwinismo e fine dell' evoluzione, individuato nella sopravvivenza. 5.4.2 – Casualismo degli evoluzionisti e finalismo cosmico, unito al volontarismo umano. Finalità estrinsecata dell' evoluzione psichica e psicologica degli esseri umani. 6.1 – Trasmissione di elementi culturali, per via bio-fisiologica, tra le generazioni e finalismo sociale, oltreché biologico. 6.2.1 – Fini umani individuabili nella felicità e nella libertà e coincidenti con la moralità. 6.2.2 – Déttore e superamento del dualismo tra fine della natura e fine della realtà sociale. 6.3.1 – Natura ontologica dei fini umani ed individuali. 6.3.2.1 – Convergenza e coincidenza dei fini della specie e fini dell' individuo. 6.3.2.2 – Filosofie e religioni ed indicazione del superamento dei bisogni individuali per una più completa realizzazione di se. 6.3.2.3 – Finalità proposte dalle visioni religiose e finalità secondo la visione scientifica. § 2: Nessi tra evoluzione biologica ed evoluzione psichica e psicologica 1.1 – Evoluzione bio-fisica e socialità. 1.2.1 – Realtà strutturale come strumento di evoluzione psichica. 1.2.2.1 – Natura della realtà strutturale storica, estranea alla natura umana e con logica evolutiva in contrasto con l' evoluzione bio-psichica umana. 1.2.2.2 – Evoluzione bio-psichica ed evoluzione psicologica-culturale, conseguenza dell' autonoma evoluzione strutturale storica. 2 – Postura eretta e sviluppo psichico. 3 – Cause della variazione temporale con cui procede l' evoluzione biologica, nei vari luoghi e per le varie specie. § 3: Concezioni varie del rapporto tra evoluzione biologica ed evoluzione psichica, psicologica e sociale e realtà del rapporto tra evoluzione biologica e progresso strutturale 1 – Rapporto tra mente, cervello e psicologia. 2 – Rapporto tra evoluzione bio-fisica e progresso sociale. 3 – Eguaglianza psichica potenziale e reale. 4 – Distinzione in razze, popoli, elementi culturali e “civiltà”. 5 – Determinismo naturale degli esseri umani, evoluzione della spiritualità o socialità umana. 6 – Base dell' etica e possibilità di realizzare una modalità organizzativa capace di evitare i contrasti tra gli individui e tra questi e la società. 7 – Finalità cosmiche e finalità umane individuabili nella cosciente felicità dei singoli individui.

PARTE II: Approfondimento dell' analisi della natura umana nel suo rapporto con la realtà strutturale storica. Cap. 9: Evoluzione e sue finalità: bio-fisiche, psichiche e psicologiche. § 1 - Neo-evoluzionismo e sua interazione con l' evoluzione sociale ed interazione con l' ambiente 1.1 - I sedicenti “scienziati” e filosofi, pur riconoscendo che “gli organismi non si compongono a caso, ma hanno caratteristiche che risultano 'capaci di adattamento'”, e definendo tale concezione “la migliore idea di tutti i tempi”, come ha affermato il filosofo Daniel Dennet, continuano ad associare il suddetto concetto a quello della “selezione naturale”, il quale implica una lotta costante tra tutti i viventi, per determinare quanti siano più adatti alla sopravvivenza (1). Tale ultima concezione, in se contraddittoria con la prima, come causa dell' evoluzione stessa, è ritenuta imprescindibile dalla generalità dei sedicenti “scienziati” e filosofi, i quali, pur dicendo di deprecare il concetto di “darwinismo sociale”, riducono praticamente tutto il darwinismo ed il concetto stesso di evoluzione, alla cosiddetta “selezione naturale”, onde giustificare la realtà strutturale storica, come fatto naturale. E' ancora dibattuto se l' evoluzione avvenga per “impercettibili modifiche nella dinamica biologica individuale” ed avvenga “esclusivamente nelle prime fasi di vita di un organismo”, come affermava Lamark (2), oppure se un dato “processo di dinamica biologica” si possa trasmettere da una generazione all' altra, magari attraverso “un lento processo di impercettibili incrementi”. Al di là di queste teorie, le cause e l' essenza stessa dell'evoluzione, sembrano sfuggire del tutto agli “scienziati” contemporanei. Se il secondo principio della termodinamica (ossia l' entropia) è stato interpretato come tendenza generale all' omogeneità od alla diminuzione delle differenze, le teorie vitalistiche di Bergson tendono a spiegare, alla luce del predetto secondo principio della termodinamica, il sorgere della vita ed il nascere dell' uomo tramite l'evoluzione biologica. Recentemente le teorie fisiche di Prigogine sulla termodinamica generalizzata propongono una tendenza generale all' auto-organizzazione ed all' auto-ordinamento. Anche a livello inorganico il processo auto-organizzatore pare essere generalizzato, ma avvenire, seppure in base a leggi deterministiche, solo tramite micro-deviazioni che si verificano in un determinato momento per cause accidentali o secondarie, come ad esempio le fluttuazioni. In tal modo la vita organica e la sua evoluzione si spiegano in modo più compiuto (3). 1.2 - Il “casualismo”, insito (seppure in modo non escludente la causalità) nella concezione darwiniana dell' evoluzione, non è da intendersi come casualità assoluta, essendovi necessariamente un ordine causale che determina i fatti ritenuti casuali, ma determinati da cause dirette di tipo diverso. Si può ritenere vi sia un unico principio causale dell' universo cosmico, connesso alla sua propria finalità. Piergiorgio Odifreddi riconosceva che, in fondo, la meccanica quantistica, al di là delle misurazioni che avvengono su base probabilistica, è deterministica, come dimostra l'equazione di Schroedinger. Lo è pure l' evoluzione, sebbene avvenga su base probabilistica. Anche la cosiddetta “selezione naturale” è un fatto deterministico. Darwin parlava di mutazioni casuali. In realtà gli evoluzionisti successivi hanno individuato leggi di mutazione e dunque l' ambito della cosiddetta casualità si restringe essenzialmente al punto di vista umano (4). I darwinisti affermano che la finalità non è negata in assoluto dal darwinismo stesso, ma posta come “finalità seconda”. Dunque tale concezione non contrasterebbe con l' assunto di una finalità immanente (5). 2 - I comportamenti umani, allorché diventino usuali e generalizzati, possono essere trasmessi per via ereditaria. In tal modo anche la logica delle strutture storiche può viene trasmessa da una generazione all' altra. Questo non la rende meno inumana e meno innaturale, in quanto non conforme alla natura evolutiva e progressiva dell'essere umano e degli esseri viventi in genere (6). Le variazioni ambientali possono determinare, negli animali inferiori, variazioni irreversibili a livello biologico anche per quanto riguarda la psiche. Gli animali inferiori hanno capacità psichiche elementari, il cui accrescimento è, entro dati limiti, irreversibile sebbene possa esservi la perdita di una data facoltà psichica (magari per gravi modificazioni, in senso peggiorativo, dell'ambiente) (7). Kurt Lewin testimoniava come certe specie animali possano regredire biologicamente e fisiologicamente, in determinate condizioni ambientali. Questo, tuttavia, non implica che vi sia una correlazione diretta e stabile tra condizioni ambientali ed evoluzione biofisica. Lewin definiva questo tipo di regressione: “regressione istituzionale” (8), in contrasto con la regressione “situazionale” realizzantesi in seguito a situazioni contingenti ed interessanti pressoché esclusivamente il livello psichico dell'individuo e non coinvolgente la situazione genetica degli interessati, pur essendo regressioni che possono essere anche stabili. I boscimani, secondo alcuni ricercatori, paiono essere frutto di una mutazione di specie in regresso, seppure solo per alcuni elementi marginali. Tale regresso bio-fisico sarebbe dovuto, secondo loro, a condizioni ambientali estreme (9). 3.1 - Il “neo-darwinismo” riduce la “selezione naturale” all'adattamento attraverso l'eliminazione degli organismi inadatti e che ne indirizzi, in tal modo, l' evoluzione in una direzione adatta (10). Goldschmidt formulava l' ipotesi, secondo cui l'evoluzione, anziché avvenire in modo graduale e costante, avvenga per stadi o scatti distanziati nel tempo, dove la novità biologica assume la forma di “mostri che possono avere successo” (11), dove il successo è sotteso all' adattabilità e funzionalità ecologica, che fungono da controllo indiretto sull' evoluzione biologica (12). La scoperta del Dna, attraverso la scoperta dei geni, detti omeotici, che presiedono al “montaggio” dell'embrione, così della drosofila come di ogni altra specie animale, ha confermato come la teoria di Etienne Geoffroy Saint-Hilaire secondo cui esiste un piano comune agli animali, sia valida e venga ora presa seriamente in considerazione dagli evoluzionisti (13). Il biologo Stuart Kauffmann ha recentemente teorizzato l'esistenza di un' “innata creatività naturale” dell' universo cosmico o, per meglio dire, della natura, basato però sul concetto di pre-adattamento od “exaptation” (14). Tale teorizzazione, che si riaggancia a Darwin, vuole controbattere le obiezioni e delegittimazioni che si avrebbero se si abbandonasse del tutto la concezione darwiniana dell' adattamento, che costituisce tuttora un tabù insuperabile per i cosiddetti “scienziati”. La scoperta dei fossili di Burgess (in Canada), risalenti a 505 milioni di anni fa, e la sua recente interpretazione, anche alla luce di altre scoperte archeobiologiche nell' Atlante marocchino, geologicamente successive, confermano come l' evoluzione avvenga non solo dal semplice al complesso, ma secondo un filo logico di funzionalità e di sviluppo fisio-psichico (15). 3.2 - Alcune ricerche hanno dimostrato come anche in alcuni animali superiori sia riscontrabile la presenza di individui poliploidi, ossia con maggiore quantità di geni rispetto agli individui dotati di coppie di geni in coppie di cromosomi omologhi, dove i primi hanno una maggiore adattabilità fisica all' ambiente. Si dimostra in tal modo come avvenga l' adattabilità genetica all' ambiente e come avvenga la speciazione. La speciazione esiste, come potenzialità, per ogni specie vivente, in misura maggiore o minore (16). Il manifestarsi di questa potenzialità è favorito da ambienti più o meno stimolanti per la variazione di specie. Gli etno-antropologi hanno affermato che l'evoluzione dei primi ominidi sia stata determinata da grandi evoluzioni climatiche, determinate a loro volta da un colossale movimento della crosta terrestre, specie tra l'Africa Orientale ed il continente asiatico (17). Marcello Buiatti riconosceva che l'ambiente sia un aspetto “co-evolutivo” e che le mutazioni del DNA non siano affatto casuali. L' ambiguità del gene, scoperta di recente, come incapacità del genoma di determinare tutti gli aspetti della personalità di un individuo corrobora la teoria della plasticità del Dna sotto la pressione dell' habitat, ed al contempo “smonta l' idea che la vita di un individuo sia completamente determinata dall' ereditarietà. Perché, se un gene solo può produrre non una, ma migliaia di proteine, allora non ha senso parlare di 'gene dell' intelligenza' o 'gene dell' alcolismo'. La storia di una persona può modulare quanto è stato scritto alla nascita nel Dna” (18). Nello spiegare l' evoluzione biologica non gioca solo l'adattamento alle condizioni ambientali, ma altresì la potenzialità, ossia una capacità predeterminata e pre-ordinata che consente alle varie specie viventi di evolvere, in rapporto alle condizioni ambientali, secondo molteplici possibilità di diramazione o cumulazione di differenziazioni. Tali potenzialità sono insite nella natura stessa della vita. Tutte le potenzialità evolutive sono presenti negli organismi primordiali, che si evolvono in rapporto alle condizioni di adattamento, secondo linee differenziate, tutte contenute nelle potenzialità originali, secondo successioni graduali dettate, in parte, dai condizionamenti ambientali di adattamento quanto a successione di stadi e direzione evolutiva. Le varie diramazioni non costituiscono che vie diverse per giungere ad una meta univoca, tale da consentire alla vita la massima espressione. L'esigenza di adattamento non spiega l' evoluzione biologica, sebbene le difficoltà ambientali favoriscano le mutazioni biologiche. Occorre quindi supporre una determinazione o causalità di origine diversa dall'ambiente. Poiché le mutazioni climatiche hanno un'andamento ciclico e comunque, nell' attuale momento evolutivo geologico, l'ambiente, almeno apparentemente, favorisce sempre più la vita sulla terra, l'evoluzione biologica necessita di spiegazioni diverse dalle difficoltà ambientali. Occorre supporre causalità diverse ed una direzione evolutiva dettata dalla natura intrinseca dei viventi. La stessa evoluzione geologica appare tutt' altro che casuale ma rispondente a causalità intrinseche alla natura stessa del globo terrestre ed, in generale, della natura cosmica. 4 - Ferembach affermava che l' evoluzione biologica non si sia prodotta nel senso dell'ortogenesi, ossia della progressione da forme più rozze ad altre più evolute, poiché vi sono casi in cui forme più evolute precedono forme meno evolute (19). L'evoluzione biologica che ha condotto alla specie umana, in particolare, non è stata univoca e parallela ma diversificata, in modo da far coesistere forme antropomorficamente più evolute a forme meno evolute: vedasi la coesistenza dell'uomo di Neanderthal con la specie sapiens. Egli affermava la coesistenza di diversi livelli bio-antropologici entro certi margini di tempo, ossia tra la scomparsa del livello precedente ed il diffondersi di quello successivo (20). Questo dimostra come l' evoluzione avvenga per stadi ed in modo parzialmente sconnesso dalle condizioni ambientali, sebbene la “selezione naturale”, dovuta in parte alla lotta per la sopravvivenza, agisca nel senso di far superare il livello inferiore, determinandone la scomparsa fisica, mentre autonomamente tenderebbe a perpetuarsi, rendendo permanente la ramificazione dei risultati evolutivi. Egli affermava che l' evoluzione, agendo attraverso la selezione, delinei una linearità progressiva (21). La presenza di “antrofini” (22) in isole come Giava, avvalora la tesi di una evoluzione parallela, da stadi pre-umani all' uomo, compiutasi contemporaneamente o quasi, in più regioni del globo (23). Altre emergenze fanno propendere per l' ipotesi di un' evoluzione da un unico ceppo austro-africano, detta ipotesi monofiletica (24). Ferembach avanzava l'ipotesi del dominio di “antrofini” di un certo livello evolutivo, su altri “antrofini” meno evoluti: dominio realizzatosi soprattutto sotto forma di cannibalismo (25). Predominio che sarebbe configurabile come potere naturale, trattandosi di esseri di diverso livello evolutivo biologico (26). Alimen e Steve affermarono che le ricerche antropologiche escludano una filiazione tra le scimmie antropomorfe e l' uomo. Le prime rappresentano, infatti, il frutto di un' evoluzione parallela a quella umana e di incerta direzione evolutiva (27). Il fatto che l' homo habilis sia vissuto per circa 1.200.000 anni prova come l' evoluzione, oltre a procedere per piccoli stadi, proceda anche per grandi stadi seguiti da relativa stabilità. Per l' evoluzione umana si conosce infatti il lungo periodo stabile dell' homo habilis, seguito dall' evoluzione progressiva o per piccoli stadi, durata circa 600.000 anni e seguita dalla relativa stabilità dell'homo sapiens per gli ultimi 100.000 - 40.000 anni. L' attuale situazione biologica non è certamente stabile, ma costituisce un piccolo stadio di un grande stadio compiutosi in 650.000 anni circa. E' da considerare l' ipotesi per cui l' evoluzione strutturale compia un balzo solo dopo il raggiungimento del livello biologico homo neandertaliensis. Pare, infatti, che l' emancipazione definitiva dall' universo strutturale delle orde avvenga col raggiungimento dello stadio dell' homo pre-sapiens. Gli etno-antropologi dimostrano come vi sia stata una coesistenza di diverse specie di ominidi e tra queste e la specie umana e di come il progresso tecnico, come la lavorazione della pietra o dell' amidale possa essere appannaggio di specie diverse di ominidi, oltre alla specie umana (28). Alcuni scienziati hanno notato come gli attuali lemuri siano molto simili ad un' antico primate, vissuto tra i 20 ed i 50 milioni di anni fa e che pare possedesse la struttura di base di tutti i primati, compreso l'uomo (29). Niles Eldredge affermava che Darwin stesso, all' origine delle sue riflessioni si accorse dei lunghi momenti di “stasi” nel processo evolutivo. Successivamente non parlò più di quello che Eldredge e Stephen Jay Gould, nel 1972, chiamarono gli “equilibri punteggiati”, ossia i lunghi periodi di “stasi” alternati ai brevi scatti in cui una specie giovane si separa dalla specie “parentale” (30). La teoria evolutiva più accreditata è definita “saltazionista”, e consiste appunto nella teorizzazione di un equilibrio discontinuo o “punteggiato”, che si integra con la teoria evoluzionista gradualista, in modo complementare (31). Si hanno, tuttavia, riscontri della teoria “selettiva” della mortalità o selezione naturale, come concausa secondaria dell'evoluzione (232. Vi sono varie prove a conferma della teoria “saltazionista”, e prove della rapidità delle mutazioni genetiche in particolari ambienti stressanti dove, casuali mutazioni inducono mutazioni generali nella specie (33). 5.1 - Tra evoluzione biologica ed evoluzione strutturale esiste un nesso molto stretto, non ancora compiutamente indagato. Può essere considerata anche l' ipotesi per cui l'evoluzione ed il progresso sociale favoriscano l' evoluzione biologica (34). Lo zoologo Pierre Grassé affermava che la teoria darwiniana dell' evoluzione sia insufficiente in quanto propone come motore dell' evoluzione stessa, mutazioni casuali cumulantesi in conseguenza dell' effetto della “selezione naturale”, la quale agisce in rapporto all' adattamento. Egli affermava che l' evoluzione proceda per stadi. A prova di tale concezione adduceva le tappe di comparsa dei serpenti e dei mammiferi succedutesi contemporaneamente nei vari continenti. Egli affermava che l'evoluzione implichi un “finalismo immanente”. La presenza di una finalità insita nella materia vivente o nella materia in generale non implica idee teistiche, ma solo una teleologia insita nella materia (35). L' evoluzione naturale dipende dalle condizioni ambientali solo in rapporto alla “selezione naturale”, come affermava Darwin contro Lamarck. Tuttavia la “selezione naturale”, oltre ad agire a posteriori, estinguendo specie meno adatte alla sopravvivenza, può agire anche a priori, indirizzando il sorgere di certe specie invece di altre, poiché il bisogno sorge prima del mezzo per attuarlo, come affermava Lamarck. Questo assunto è confermato dalla constatazione che le predisposizioni caratteriali o psicologiche determinano una certa conformazione fisica a loro adatta. Dalla teoria darwiniana, che riconosceva un certo finalismo dell' evoluzione, sia pure con una certa prudenza nell' indicare tale fine, limitandolo al progresso od almeno alla speranza di esso, emergeva come le varie specie animali, inferiori all' essere umano non siano intermedie tra l' uomo e l'organismo originario ma diramazioni diverse rispetto all' uomo, sebbene egli poi finisca per considerarle di fatto intermedie rispetto all' uomo. Quindi, se l' uomo ha una certa meta evolutiva, o l' aveva, avendola biologicamente raggiunta, la stessa meta hanno queste altre diramazioni, sebbene si trovino verosimilmente ad uno stadio inferiore di perfezionamento biologico. Gli evoluzionisti parlano di specializzazioni allorché nel processo evolutivo, da un unico ceppo, nascono specie diverse via via differenziantesi. Tale processo, che indica come sia verosimile l'assunto che le specie perseguano tutte un unico fine od un fine analogo, attraverso vie diverse. Nell'insieme delle specie animali esistenti si possono individuare molteplici distanziamenti rispetto ad uno scopo finale dell' evoluzione. Se certi primati paiono incamminati a seguire il processo evolutivo proprio dell' uomo ed altri mammiferi paiono rappresentare stadi precedenti l' essere umano, altre specie viventi, come gli insetti, rappresentano processi evolutivi totalmente autonomi, seppure finalisticamente possano non essere divergenti da quello umano. La attuali conoscenze sull' evoluzione biologica confermano come l' evoluzione stessa avvenga in base a leggi evolutive ben precise e precostituite, mentre i tempi dell' evoluzione stessa sono in rapporto all' ambiente in cui si svolge la vita e dall' evolversi di questo ambiente, sotto la spinta della vita esistente nell' ambiente medesimo. 5.2 - L' evoluzione biologica che ha portato alla specie “homo sapiens” è passata attraverso gli ominidi. La stessa evoluzione che ha determinato l' esistenza delle varie specie di scimmie è passata attraverso le pro-scimmie (ossia le tupaie e simili), le quali sono una via di mezzo tra le scimmie e gli scoiattoli. Tali sviluppi portano a considerare come la catena evolutiva abbia differenziazioni di velocità evolutiva ma non di finalità, le quali ultime possono dunque essere univoche. Il fatto che l'elefante ed il gorilla abbiano un peso cervicale proporzionalmente (in rapporto al peso corporeo) inferiore al delfino (0,1 e 0,3 % in rapporto all' 1,3 % del delfino) pare dimostrare come animali apparentemente più simili all' uomo siano in realtà maggiormente primitivi. Questo può indicare altresì come vi sia una pluralità di percorsi evolutivi finalizzati ad un' unica meta progressiva. La tesi dei tre stadi nella formazione evolutiva del cervello fa ritenere che alcuni animali, apparentemente più simili all' uomo (se è corretto un rapporto tra peso proporzionale del cervello e stadio di sviluppo cervicale, come la teoria dei tre stadi indurrebbe a ritenere), siano in realtà ancora in stadi evolutivi maggiormente primitivi rispetto all' uomo, essendo incamminati in direzioni evolutive diverse, oltreché trovarsi in stadi evolutivi diversi, pur con finalità progressiva unica od unica meta. Le piante, in quanto esseri viventi, possiedono sensibilità rispetto agli agenti atmosferici e fisici e quindi possiedono i primi elementi dell' emotività. Non possiedono, tuttavia, un sistema nervoso. Alcuni ipotizzano una sensibilità delle piante a situazioni di dolore o stress fisico-psichico che si produca, per altri viventi, nell' ambiente in cui esse si trovano. Questo implicherebbe una moralità comune a tutta la natura vivente. Non è da escludere un'evoluzione del regno vegetale nel senso di un' embrionale formazione del sistema nervoso, il che ne farebbe un soggetto finalistico, anziché condizionale o strumentale (36). Il “neo-evoluzionismo” afferma che l' evoluzione avvenga in modo naturale od automatico e la selezione o le condizioni ambientali influiscono sull'evoluzione stessa in modo indiretto, ossia determinano caratteristiche secondarie od adattative dell'evoluzione stessa. L' evoluzione delle specie avviene per cause puramente naturali, ossia vi è un filone centrale dell' evoluzione che prescinde dal condizionamento ambientale, limitandosi quest'ultimo a valorizzare gli aspetti secondari delle specie, rendendole capaci di adattarsi alle mutevoli condizioni ambientali. Questo esclude anche l'ipotesi di un'influenza delle strutture storiche e della loro evoluzione sulle capacità psichiche potenziali della specie umana e delle specie viventi in generale. L' evoluzione naturale avviene in modo da favorire le caratteristiche più innovative e progressive delle varie specie. Questo in netto contrasto con la realtà strutturale storica in genere e di quella statuale in particolare, dove viene favorito chi è più violento o più astuto o maggiormente sopraffattore e dunque chi è moralmente il peggiore ed il meno evoluto. Nella vita di ciascun essere stà il fine universale dei viventi. Nel contrasto tra i viventi non si esprime il fine della vita, sebbene possa costituire uno strumento contingente dell' evoluzione biologica: la cosiddetta “selezione naturale”. 5.3 - Motoo Kimura teorizzava il persistere, nel tempo, di mutazioni genetiche per ogni specie vivente. Egli rilevava come l' adattamento all' ambiente determini mutazioni minimali, anche se cumulabili nel tempo. Tali mutazioni sono connesse a difetti di riproduzione del DNA ed avvengono casualmente o per cause minori o contingenti. L' evoluzione non è, dunque, connessa unicamente al puro adattamento ambientale, poiché se fosse limitata e questo sarebbe molto più limitata, come fenomeno e si sarebbe interrotta da moltissimo tempo. Il “principio antropico” sostiene, poi, una finalità evolutiva ben diversa dal semplice adattamento ambientale. I sostenitori di tale principio affermano esservi un fenomeno di antropizzazione in tutto il processo evolutivo, essendovi una finalità ben precisa nelle micro-mutazioni genetiche. 5.4.1 - Vi è una disputa tra deterministi o finalisti ed antifinalisti. Tale disputa nasce dal desiderio di pre-determinare il fine o direzione del progresso scientifico. Le ipotesi conoscitive della direzione del progresso scientifico acquisiscono valore scientifico se sono formulate in modo falsificabile o corroborabile. Analogamente avviene per il fine della storia o fine della specie umana. Karl R. Popper affermava che il darwinismo appaia chiaramente come la causa prima del diffondersi della concezione secondo cui scopo principale dell' uomo e delle altre specie sia la sopravvivenza (37). Questo in quanto sostituisce alla teleologia la “selezione naturale”, e quindi la sopravvivenza della specie, come valore supremo, se non unico. Si ignora, in tal modo, come l' evoluzione possa essere strumento di altri fini. Si riconosce, peraltro, come l' evoluzione biologica sia modello o “similazione” di altre evoluzioni (38), attraverso l' “istruzione”, come teorizzato da Lamark per gli organi, per il loro uso e disuso. 5.4.2 - Gli evoluzionisti, darwiniani e post-darwiniani, con il loro casualismo ad oltranza, finiscono per ritenere le mutazioni ambientali causa dell'evoluzione biologica delle specie e dunque per riconoscere, in ultima istanza, un finalismo cosmico. Il riconoscere, invece, una teleologia insita nella materia fà di ogni singolo atomo od elemento basilare della materia un elemento pienamente partecipe della finalità universale, mentre il casualismo degli “scienziati” contemporanei fà del cosmo e delle sue leggi evolutive, volgarizzato nel più antropomorfico “ambiente”, il vero artefice delle finalità biologiche ed umane. Ancora una volta, dunque, si tratta di far ritenere naturale il contrasto tra l' individuale ed il collettivo, analizzati su un'altro piano, ma senza vedere la loro necessaria armonia ed univocità di fondo. E' stato teorizzato che scopo della vita sia far evolvere la natura. Tale concezione pone lo scopo della vita non fuori della natura, ma fuori di una natura intesa come realtà statica, e dunque di una concezione della natura totalmente anti-scientifica ed assurda, a cui rimedierebbe il volontarismo umano. La natura evolve in continuazione e l' evoluzione psichica e psicologica dell'uomo può essere coerente con tale evoluzione e dargli una finalità concreta, attuando tale finalità finalmente estrinsecata. 6.1 - Gli ornitologi, come Nottebolin e Kraodsma, hanno accertato come gli uccelli acquisiscano, con l' età, un repertorio di canto che si trasmettono attraverso l'esperienza. Essi dunque si trasmettono una cultura vera e propria. Questo può essere considerato come indizio rafforzativo dell' ipotesi di embrioni di strutture sociali nelle società animali, oltreché rafforzare la teoria dell' universalità della realtà strutturale storica e sul finalismo sociale, oltreché biologico (39). 6.2.1 - Kant riteneva che i fini umani della felicità e dell' utilità non siano coerenti con la morale. Non sono infatti coerenti con la morale strutturale, mentre sono perfettamente coerenti con una morale autenticamente umana. Kant affermava che fine della morale sia la libertà (40): egli dunque intendeva, in questo caso, la morale autenticamente umana. La felicità, l' utilità e la libertà sono fini dell' individuo e della specie, coerenti tra di loro. 6.2.2 - Déttore riconosceva l' esistenza di un finalismo unico nella natura, insito nella materia stessa, la quale in quanto forma di energia avrebbe lo stesso fine della psiche e del pensiero. Questo implica la progressività del pensiero come fine dello spirito, il quale è la forma dinamica della natura, mentre la materia ne è la forma statica. Egli si poneva il problema del superamento del dualismo tra natura e realtà storica in un monismo basato unicamente sulla natura umana (41). 6.3.1 - Il concetto teologico della “vita eterna” e della necessità di accedere ad un “nuovo mondo e nuova vita” costituisce una teleologia prefigurante il superamento della realtà strutturale storica, seppure in una teorizzazione astratta ed intrisa di mitologie pre-scientifiche. La concezione teleologica di “nuova vita” è basata sua una concezione di vita non fisica, in connessione col mito del rifiuto del “mondo”, concetto in cui viene confusa la natura fisico-biologica con la realtà strutturale storica. Tale teleologia non contrasta con la tensione verso il superamento della realtà strutturale storica e nella realizzazione della piena armonia tra realtà individuale e collettiva. La divinità è un' entità ontologica: una tra le tante attribuibili all' essere, di cui ogni individuo non è che una manifestazione. Allo stesso modo il fine è un' altra entità ontologica del soggetto singolo. Il concetto di divinità come alterità ha il solo scopo di giustificare l' alterità della realtà strutturale. Il fine dell'umanità è il fine che i singoli individui percepiscono come tale e dunque varia in base alla razionalità dei singoli individui e dal grado di manifestazione dell' essere che ciascuno di essi esprime. 6.3.2.1 - L' affermazione biblica secondo cui l' uomo sia “immagine di dio” propone una visione dell' uomo come immagine ed espressione tangibile della finalità dell'umanità: la realizzazione della pienezza della razionalità, della conoscenza e coscienza, ossia la realizzazione della pienezza dell' essere. Fine dell' uomo, sia come individuo che come specie, è la realizzazione piena dell' essenza umana. La specie sussiste in quanto sussistono gli individui, essendo l' individuo espressione concreta della specie. Gli individui sono fondamento ed espressione reale della specie. La specie stà all' individuo come un bisogno di quest' ultimo, a cui l' individuo concede uno spazio ed una soddisfazione limitata dall' esigenza stessa di non essere schiavo dei propri bisogni. La verità ed i fini umani in genere manifestano la loro superiorità sui singoli individui, quanto più tali individui sono lontani dalla meta, ossia dalla realizzazione dei fini umani stessi. Allorché la suddetta meta sia raggiunta si avrà identificazione tra individui e fini individuali e di specie, venendo quindi a mancare il contrasto, o la semplice distinzione, tra volontà e bisogni: intrinseci ed estrinseci. La finalità dell' uomo è autentica se a lui connaturata e da lui liberamente accettata e se non se ne fà dominare ma liberamente la segue, come una preziosa indicazione. In ogni essere umano vi è, intera, l' umanità, poiché in lui vi è il bisogno della perpetuazione della specie e di sé, bisogno che soddisfa con la procreazione, oltreché con la creazione di oggetti, pensieri e parole. La prole è la sostanza della perpetuazione della specie. I concetti di: umanità, specie umana e collettività dei viventi devono essere ben distinti ed enucleati. Il concetto di umanità, coincide con l'essenza di ogni singolo essere umano, essendo proprio della natura di ciascun individuo. Il concetto di specie, coinvolgendo tutti gli umani: passati, presenti e futuri. E' al contempo presente in ogni individuo ed a lui esterno. Si può affermare che l' individuo sia il fine della specie, ove quest' ultima è la categoria base che consente il realizzarsi dei singoli individui, nella pienezza dell' individualità. La collettività dei viventi, od insieme dei contemporanei di ciascun singolo, ha nei suoi confronti diritti, in relazione ai rapporti interpersonali che questi intraprende od intrattiene. In una società coerente con la natura umana, poiché i rapporti interpersonali del singolo nascono dal suo bisogno interiore di socialità, i diritti della collettività sul singolo saranno necessariamente coerenti coi bisogni naturali del singolo stesso. Il fine dell' umanità è il fine stesso di ogni singolo individuo. Detto fine è categoria propria dell' umanità di ogni individuo, sebbene diversamente percepito da ogni soggetto, ma comune alla natura di ciascuno. La storia umana può essere intesa come il percorso dell' essere umano nella realizzazione del proprio fine. Il fine non può essere considerato superiore al singolo individuo, poiché consiste nella realizzazione della felicità dell' individuo stesso. L'individuo è portatore dell'essenza della specie e dei suoi fini, poiché i fini della specie coincidono con i fini dell' individuo, essendo il singolo la sostanza o manifestazione concreta della specie. Il singolo ha, di per sé, una grande responsabilità, poiché ogni suo gesto esprime il grado di manifestazione dell' essere della specie. La coscienza di tale responsabilità contribuirà a rendere il comportamento degli individui, razionale. 6.3.2.2 - Varie filosofie e religioni propongono la possibilità, per l' individuo, di trascendere la soddisfazione dei propri bisogni non primari come mezzo per raggiungere le finalità individuali ed umane in genere, raggiungendo una più completa realizzazione di sé. Le finalità umane, siano esse connesse alla specie od individuali, se coerenti con la natura umana e non provenienti dall' esterno, non possono prescindere da una soddisfazione equilibrata ma piena dei bisogni individuali, essendo coerenti ed impliciti a quegli stessi bisogni, la cui piena soddisfazione determina il raggiungimento delle finalità individuali e di specie, realizzando la felicità del soggetto. 6.3.2.3 - L' umanesimo e l' umanitarismo di religioni, filosofie ed ideologie varie hanno il loro limite nel proporre fini da perseguire al di sopra dell' essere singolo e della manifestazione effettiva della specie di cui il singolo è espressione. Al contrario, una visione scientifica dell' umanità implica di non porre alcun fine al di fuori dell' essere e del suo manifestarsi, essendo la felicità il più alto fine dell' essere umano. Così è per il fine dell' umanità: la realizzazione della pienezza della felicità per tutti gli esseri umani che vogliano perseguire questo obiettivo. Tale fine non è esterno ai singoli individui ma coincide col fine stesso degli individui. I fini cosmici, ed umani in particolare, non possono divergere dalla natura dei soggetti interessati. I soggetti non possono essere considerati mezzi al raggiungimento del fine, poiché sono in realtà soggetti interessati al fine. Poiché i fini di specie sono coerenti con la natura dei fenomeni – soggetti (od individui), detti fini non possono divergere dai bisogni od espressioni vitali di quei fenomeni – soggetti. I fini sono, dunque, la meta ultima della soddisfazione dei bisogni o tendenze vitali. Non aprioristicamente, ma solo col conoscere scientificamente e compiutamente l' autentica natura umana si potranno conoscere i fini umani ed, indirettamente, i fini cosmici. La natura di un qualsiasi soggetto individuale è evidenziata dalle finalità di quello stesso soggetto. Così la natura inanimata, avendo date finalità e determinate logiche, possiede un proprio livello di natura od essenza. La natura biologica ha altre finalità e proprie logiche e perciò stesso una diversa natura. La realtà strutturale ha finalità e logiche proprie, ossia autonome rispetto agli esseri umani. Comte, pur non riuscendo a comprendere appieno l' anormalità rispetto all' uomo delle strutture statuali, avvertiva però chiaramente come esse esistano e si evolvano in modo indipendente dalla volontà umana ed abbiano “fine naturale, preliminarmente determinato”, ossia abbiano un fine ed una logica propria, intrinseca alla loro natura. La finalità della natura cosmica nonché della natura umana è la realizzazione della pienezza della conoscenza e della coscienza. Questo concetto è la quintessenza dello spirito scientifico, mentre quintessenza dello spirito religioso, incarnato essenzialmente nel misticismo religioso, è la concezione della necessità del totale annientamento dell'essere umano, a favore della divinità. Se il concetto di divinità estranee agli esseri umani è un concetto irrazionale, frutto dello spirito religioso ed antitetico allo spirito scientifico, il concetto di essere pienamente manifesto, è razionale. La piena capacità di manifestazione dell' essere corrisponde al fine dell' evoluzione cosmica ed al contempo biologica, psichica e psicologica dell' essere umano. La vita veramente vissuta è quella spesa nel perseguimento dei fini individualmente progettati. Nel perseguimento di tali finalità stà l' essenza della vita stessa. Le finalità individuali o scopi vitali saranno veramente soddisfacenti per l' individuo se coincideranno con gli scopi universali, poichè gli individui sono naturalmente portatori, se scevri da condizionamenti delle strutture storiche, della volontà universale. Il perseguimento del bene dell' individuo, in una società su base volontaria o di elezione, si identifica col perseguimento del bene della collettività ed insieme della specie umana. Occorre, quindi realizzare una compensazione dei danni eventualmente provocati da ciascuna collettività alle comuni risorse naturali. L'impossibilità, come concetto teorico e come realtà, nel raggiungimento di un obiettivo, non può essere relativo ai fini ma solo ai mezzi prescelti per arrivare ai fini, a condizione che i fini prescelti corrispondano ai fini effettivi della specie umana. § 2 - Nessi tra evoluzione biologica ed evoluzione psichica e psicologica 1.1 - Alcune scoperte e teorie in campo biologico e micro-biologico indicano nell'integrazione tra micro-organismi o batteri o cellule semplici di diversa natura o specie, la fonte dell' evoluzione che ha determinato il sorgere delle cellule complesse, da cui è derivato il sorgere di organismi pluri-cellulari. Questo dimostra come sia in campo biologico, come in campo umano la socialità sia fondamentale. 1.2.1 - Darwin considerava la vita in società, oltreché come mezzo per meglio adattarsi alle condizioni naturali (rispetto all' isolamento dei singoli), un mezzo per lo “sviluppo delle facoltà intellettive” (1). La realtà trutturale storica è dunque uno strumento inevitabile per rendere possibile un certo grado di socialità in presenza di comunicatività limitata. Tale realtà consente un certo sviluppo delle facoltà intellettive e soprattutto della conoscenza, strumento indispensabile per creare una comunicazione interpersonale capace di determinare una certa socialità. La realtà dell' organizzazione strutturale in genere e di quella statuale in particolare, presenta analogie e conformità alla natura umana. Questo dimostra come le strutture storiche abbiano in sé qualcosa di naturale, ma in contrasto con l' evoluzione progressiva della natura umana e dunque non naturali per l' uomo. Le strutture storiche, in particolare l' universo strutturale statuale, sono infatti meccanismi che impongono situazioni statiche od al massimo con evoluzioni cicliche, che si ripetono nel tempo, sia pure con ritmi e tempi variabili, mentre gli esseri umani tendono ad evolvere in modo progressivo. Se è vero che l' ominizzazione dell'uomo è avvenuta attraverso il prodursi delle strutture storicamente, queste sono solo il mezzo di tale ominizzazione ed il prodotto di una specifica fase di crescita psichica che, tramite loro, giunge a pieno compimento o maturazione. 1.2.2.1 - Morgan affermava che l' uomo possedesse, fin dalla sua origine come specie, potenzialmente, le stesse facoltà intellettive e psichiche che possiede oggi e che utilizza in modo limitato. Con l' evoluzione scientifica l' utilizzo delle potenzialità psichiche si accresce e cresce l' intelligenza, mentre la logica delle strutture storiche rimane la stessa e dunque contrasta sempre più con la natura umana, così come questa ha modo di manifestarsi. Morgan ipotizzava che le prime scoperte scientifiche, così come la creazione delle prime strutture storiche siano state fatte con grande sforzo psichico. Questo implica una progettazione delle strutture. In realtà le strutture sociali in cui ha vissuto l' essere umano sono un retaggio di specie pre-umane e se l' uomo ha raggiunto strutture sociali ignote a specie pre-umane, (le strutture statuali) questo può essere merito della maggiore capacità di comunicazione realizzata dalla specie umana, con la conquista di un linguaggio più evoluto e complesso. Tuttavia l' uomo non ha progettato le strutture statuali, almeno non in modo cosciente, né ne conosce a fondo la natura e la logica di evoluzione. Esse dunque non corrispondono alla sua natura, anche perché ne ostacolano il pieno soddisfacimento dei bisogni primari, tra cui soprattutto una comunicazione e socialità soddisfacenti (2). 1.2.2.2 - L' evoluzione biologica e l' evoluzione culturale avvengono in tempi molto elastici ed in conseguenza di cause molto diverse (che assumono, spesso, l' aspetto di casualità). Un percorso evolutivo compiuto da una specie o da un gruppo di individui in un breve arco di tempo altri lo percorrono in tempi molto lunghi. Così, mentre si conoscono uomini, fino a tempi recenti o contemporanei, viventi nella condizione pre-strutturale, gli ominidi più primordiali, come anche certe specie di animali più evoluti, paiono vivere nella realtà strutturale storica. Vi è, dunque, un grande divario tra evoluzione biologico - psichica ed evoluzione psicologica e sociale. Per le specie animali precedenti la specie umana l' evoluzione psichica è rimasta disgiunta dall'evoluzione psicologica, la quale ultima è avvenuta in modo assai limitato o comunque in spazi temporali molto ampi. Per la specie umana l' evoluzione psicologica è avvenuta grazie all' evoluzione e progresso strutturale ed è avvenuta nell' incoscienza dell' effettivo valore dei contributi individuali, i quali sono in alcuni momenti enfatizzati e mitizzati ed in altri momenti trascurati e negletti ed in ogni caso sono conseguenza delle determinazioni delle strutture storiche e della loro autonoma ed involontaria evoluzione. 2 - Le forme primitive di vita, di cui si rinvengono fossili, presentano elementi di ermafroditismo fisologico (3). Gli scienziati connettono il raggiungimento della postura eretta con lo sviluppo del cervello umano che ha consentito l' acquisizione piena del linguaggio (4). 3 - Lo stress, o comunque l' esercizio psico-fisico dettato da specifici bisogni, creati dall' ambiente, ha avuto un ruolo di stimolo nell' accelerare l' evoluzione strutturale, così come quella bio-fisica. Un biologo russo, Dmitri Beljaev, affermava che la stessa evoluzione biologica sia attivata od accelerata dallo stress, provocato da condizioni ambientali, quale ad esempio le glaciazioni. Gli scienziati hanno trovato diverse prove di come l' attivismo e lo stress abbiano effetti progressivi sui piani psico-fisico e biologico (5). La suddetta concezione giustifica le dicotomie nelle velocità di evoluzione biologica e fa parte della cosiddetta “selezione naturale”. Lo stesso biologo riconosceva come l' evoluzione avvenga per salti ed è quindi logico che tali salti avvengano dietro precise stimolazioni che, al di là della base naturale della mutazione, sono soggette alla situazione ambientale per l' attivazione della “carica mutativa” (6). La “creatività biochimica” è definita la caratteristica della materia in una data fase evolutiva. Alcuni biologi affermano che l' evoluzione, basandosi su pochi tipi molecolari, avvenga in forme non ottimali, con tentativi vari e rabberci. In realtà la vita, potendo assumere infinite forme e variando senza posa, finisce per assumere forme scarsamente adatte all' ambiente e quindi destinate ad estinguersi, lasciando spazio ad altre forme più adatte (7). I biologi riconoscono come la condizione biologica e psichica di livello umano avrebbe potuto realizzarsi anche attraverso altre linee evolutive, interrottesi casualmente per qualche ragione ignota (8). Pare infatti che esistano prove paleologiche di come un' essere evoluto come l'uomo avrebbe potuto svilupparsi dai dinosauri (da una data specie di questi), se non si fossero estinti. L' encefalizzazione pare infatti progredire con l' evoluzione, seppure entro certi limiti, oltre i quali pare invece decrescere (9). § 3: concezioni varie del rapporto tra evoluzione biologica ed evoluzione psichica, psicologica e sociale e realtà del rapporto tra evoluzione biologica e progresso strutturale 1 – Le più recenti scoperte producono prove sufficienti ad affermare vi sia un rapporto inscindibile tra cervello, mente e psicologia, poiché “il processo mentale si svolge sempre nella biologia del cervello di un individuo, dal quale viene condizionato, anche quando le sue cause sono ambientali... [non vi è, insomma] altra matrice della mente che il cervello” (1), anche se non in misura strettamente proporzionale alla dimensione di quest' ultimo. Vi sono molti indizi sul grado di evoluzione sociale degli elefanti, considerati microcefali, così come sulla vitalità psichica di esseri umani idrocefali. Questo dimostra l' assenza di un rapporto bi-univoco tra volume del cervello e grado di evoluzione psichica e psicologica. 2 - Gli scienziati non esitano a porre in rapporto l' evoluzione biologica con l'evoluzione culturale e giuridica (2). A bassi livelli di organizzazione biologica, le varie specie si generano ed evolvono in rapporto quasi diretto con le condizioni ambientali, poiché determinate necessità ambientali favoriscono il formarsi di organismi specializzati in un certo modo ben preciso. A quei livelli biologici le società sono di tipo naturale – biologico, essendo l' organizzazione psichica limitata, al punto da determinare un comportamento puramente istintuale o di tipo biologico. Ove invece l' organismo sia più evoluto si creano le condizioni biologiche per la creazione delle società strutturali, le quali poi si realizzeranno concretamente in rapporto alle condizioni di sopravvivenza e soprattutto al grado di socialità che si verificano nella contingenza specifica. Gli animali inferiori all' essere umano, come i primati, hanno capacità comunicative, che utilizzano più o meno a pieno, di tipo non fonetico, ad eccezione dei delfini, essendo la vocalità connessa alla stazione eretta, che è propria dell' uomo (3). Le scimmie antropomorfe, quali i gorilla, gli oranghi e gli scimpanzé paiono in grado di trasmettere da una generazione all' altra le conoscenze acquisite e quindi paiono essere biologicamente in grado di arrivare all'universo strutturale statuale. In realtà pare che l' universo strutturale tribale non sia ancora pienamente acquisito da parte di questi animali. Per creare le premesse biologiche della metamorfosi all' universo strutturale statuale occorre che si siano create le condizioni intellettive atte a permettere il formarsi di un linguaggio parlato sufficientemente ampio. Questo, per le scimmie, pare essere prossimo ad essere acquisito (4). I genetisti riconoscono come la variabilità genetica non sia “che una delle molte componenti di variabilità” (5). Alcuni psicologi contemporanei, come Amanda Seed, riconoscono come: “Primo: gli studi sugli umani si basano su paradgmi linguistici con bambini esposti a insegnamenti e cultura. Secondo: il confronto con i primati non umani si basa su risultati negativi provenienti da un numero ristretto di paradigmi e la maggior parte oscura la questione del come gli animali pensano al problema in se”. Sosteneva cioè che gli animali “astraggano concetti significativi dagli 'imput' che ricavano dalla percezione”. Concluse, dai suoi esperimenti, come gli animali dal grande cervello (primati e corvi neri) siano “in grado di usare una conoscenza astratta” e dunque possano accedere a tipologie di strutture sociali realizzate anche dagli umani. Infatti, secondo lei, gli animali sono in grado di “ragionare e risolvere problemi. Abbiamo scoperto che i bambini sono in grado di farlo solo dai 2 – 3 anni”. Valeria Anna Sovrano affermava che “Tutti gli studi di cognizione animale, da quelli sulla percezione a quelli sull' apprendimento, la memoria e l' intelligenza, indicano come molti dei processi tradizionalmente ritenuti di elevato profilo cognitivo possano, in realtà, essere realizzati mediante strategie pre-linguistiche e come anche gli animali 'più semplici' siano, in realtà, capaci di fornire risposte adeguati a eventi e situazioni che in genere gli esseri umani sono soliti gestire attraverso l' uso di competenze linguistiche e meta-rappresentative” (6). 3 - Vi è un divario tra evoluzione psichica, ossia grado di capacità psichica totale ed evoluzione psicologico-sociale. Vi è inoltre un divario tra capacità psichica e volume del cervello. Questo dimostra come l' eguaglianza psichica tra gli individui di una data specie ed anche di specie diverse, sia basata su elementi naturali che la consentono, sia pure solo a livello potenziale, in attesa di essere esplicitata o resa reale, attraverso l' evoluzione ed il progresso sociale. L' eguaglianza psichica sostanziale tra individui dotati di cervelli di dimensioni diverse dimostra come l'intelligenza non sia connessa al volume del cervello, ma unicamente al suo modo di funzionamento. Esperimenti condotti su alcune specie di scimmie, ossia scimpanzé e gorilla, hanno provato come la loro intelligenza non sia molto inferiore a quella umana e come sia possibile la comunicazione tra uomo e scimmia, attraverso il linguaggio dei sordomuti, oltreché essere normale la comunicazione tra le scimmie della stessa specie. Questo dimostra come le società strutturali pre-statuali, come l'universo strutturale dell' orda e quello tribale, non siano esclusivo appannaggio dell' uomo e come sia del tutto plausibile un finalismo univoco della natura biologica. 4 - Si distingue, generalmente, tra razze (caratteristiche fisiche simili come derivazione da un presunto unico capostipite) e popoli, come insieme di popoli con “cultura” omogenea (7). La delimitazione in razze può avvenire per raggruppamenti di caratteristiche fisiche più o meno ampi: da cinque fondamentali ad altri più particolari. Il popolo indo-europeo od ariano od ario-europeo costituisce una famiglia linguistica o popolo, composto di più razze (8), sebbene originariamente sia presumibilmente derivato da un' unica razza (9) o comunque avesse sede in un' unico luogo da cui si è esteso a tutta l' Europa e l' India. Se essi diedero origine a “civiltà” diverse, poiché formavano in origine un unico popolo, diffusero caratteristiche di costume, lingua e religione comuni, considerati elementi di una “cultura”. 5 - La volontà umana, in quanto espressione più autentica della natura umana, non si deve intendere come il complesso di mozioni che determinano l' insieme delle azioni concrete, ma l' essenza della spiritualità umana, ossia le basi fondamentali delle pulsioni umane. Vi è cioè un determinismo naturale, che stà alla base di ogni essere vivente, ed è più evoluto degli stessi esseri umani, nelle loro manifestazioni concrete, e soprattutto è in continua evoluzione. 6 - La vita cosciente (o semi-cosciente) degli umani, la quale si svolge nella realtà strutturale storica, pone in contrasto i vari strati sociali e si svolge su un piano distinto dalla vita biologica. Tuttavia essa costituisce, come la “selezione naturale”, uno strumento dell' evoluzione psichica e psicologica umana. La base dell' etica razionale consiste nella possibilità di realizzare una modalità organizzativa capace di evitare i contrasti tra gli individui e tra questi e la società ed evitare la stratificazione sociale. 7 - Le finalità cosmiche ed umane possono essere ipotizzate e la loro corroborazione lasciata alla prospettiva storica, la quale si incaricherà di verificare se vi sia un movimento percettibile di avvicinamento ai fini individuati. Si può presumere che la storia umana consista in una evoluzione multiforme e progressiva attraverso stadi evolutivi od universi strutturali verso un fine genericamente individuabile in una cosciente felicità comune.

Indici del Capitolo 10: Natura umana e personalità dei singoli § 1: Base bio-ormonale della soggettività e personalità 1 – Origine bio-ormonale e strutturale degli elementi della personalità. 2 – Rapporto tra: emozioni, affettività, raziocinio e razionalità. 3– Squilibri tra emozioni, sentimenti e raziocinio. § 2: Distinzione tra individualità e personalità 1 – Definizione di individualità e personalità. 2 – Influenza delle tipologie di educazione nella formazione della personalità. 3.1 – Origine dell'irrazionalità nella natura psichica dell' essere umano e conseguente costituirsi della realtà strutturale storica, che è artificiosa e non connaturata all' essere umano. 3.2 – Io ideale ed io reale, individualità e personalità, razionalità ed irrazionalità. 4 - Tendenze naturali o desideri di base e razionalità. § 3: Definizione ed essenza della razionalità 1.1 - Platone e la tripartizione della mente. 1.2 – Aristotele e teoria del contrasto tra istintualità e raziocinio. 1.3 – Eclettici e partizioni della mente. 1.4 – Seneca e distinzione tra: istintualità, affettività e raziocinio. 2.1 – Emozioni, sentimenti e raziocinio, loro intensità e rapporto reciproco. 2.2 – Passioni, loro prevalenza sul raziocinio e conseguenze sul comportamento umano. 2.3 – Capacità affettiva, auto-stima, stima da parte di terzi e fede in tale stima. 2.4 – Grado di affettività connessa con la capacità di raziocinio e determinazione della capacità espressiva del singolo. 2.5 – Azione come binomio di logica e sentimento. Logica della realtà strutturale e razionalità come logica della natura umana. 3 – Aggressività e relazione tra l' aggressività e l' aggressione. 4 – Hobbes e riconosciemento del fatto che le differenze psichiche interpersonali siano basate su differenze di passioni. 5 – Eraclito ed Anassimandro e la razinalità in contrasto con la realtà strutturale storica. 6 – Platone e razionalità come sintesi di affettività e raziocinio. “Eudemonismo” come sintesi di conoscenza e piacere. 7 – Democrito e relazione tra: ragione, piacere e felicità. 8 – Aristotele e contrasto tra piacere e razionalità, creato dal vizio. 9 – Epicuro e sintesi di: razionalità, felicità e piacere. 10 – Spinoza e conoscenza come incremento della razionalità, correggendo l' affettività. 11.1 – Kant e definizione della natura della razionalità. 11.2 – Turgot e riconoscimento dell' irrazionalità insita nel comportamento umano. Razionalità e possibilità del superamento della realtà strutturale storica. 12 - William James e la razionalità come quintessenza della natura umana. 13 – Habermas e concezione della razionalità umana come agire comunicativo. 14 – Norberto Bobbio e sua definizione della razionalità. 15 - Razionalità assoluta e relativa e passaggio dal regno della necessità al regno della libertà o desiderabilità. § 4: Naturale eguaglianza psichica tra gli individui della stessa specie e superamento della realtà strutturale 1 – Concezioni dell' eguaglianza psichica potenziale. 2 – Realizzabilità dell' eguaglianza effettiva e superamento della realtà strutturale storica. 3 – Realtà strutturale statuale ed irrazionalità, in tutti i campi. § 5: Naturale eguaglianza tra gli esseri umani ed ineguaglianze, anche di ordine psichico e psicologico, generate dalla realtà strutturale storica. 1 – Superabilità della realtà strutturale storica anche in presenza di ineguaglianze psichiche. 2 – Condizioni per l' effettivo superamento della realtà strutturale storica.

Capitolo 10: Natura umana e personalità dei singoli § 1: Base bio-ormonale della soggettività e personalità 1 - L' origine etimologica del termine persona indica una maschera del soggetto. La neuro-endocrinologia afferma vi sia una base bio-ormonale della personalità. Gli psicologi parlano di “risonanza psichica” per i contraccolpi psicologici provocati dalla coscienza di disarmonie e deficienze del nostro corpo (1). Il prof. Kagan ha dimostrato come gli elementi caratteriali di base, quale ad esempio la timidezza, si formino nel periodo peri-natale, incluso il periodo fetale (2). Le variazioni di personalità ottenute attraverso una modulazione di enzimi dimostra il rapporto intercorrente tra la biologia e la psiche (3). Le donne occidentali dimostrano di avere una coscienza di sé, magari distorta, ma più viva e profonda degli uomini. Questo è conseguenza di un' educazione specifica all'auto-esaltazione ed a crearsi un'autonomia in rapporto agli uomini. Appare tuttavia co-determinata da una socialità più soddisfacente rispetto a quella degli uomini, sebbene la loro sessualità appaia non meno repressa di quella maschile. Gli psicologi parlano, al riguardo, di una maggiore sublimazione del loro bisogno di sessualità. La frigidità femminile, che alcune statistiche fanno ritenere molto elevata (quantificata, nella 2^ metà del XX secolo in circa il 60 % delle donne), secondo alcune teorie psicologiche pare derivi da esperienze negative nel periodo peri-natale, come la scarsa presenza paterna nell'infanzia o da malformazioni fisiologiche (vaginali). Tale fatto ne determina la scarsa reattività sessuale, data la scarsa o nulla capacità orgastica, privandole più o meno completamente del bisogno esplicito di sessualità. Questo rende le donne interessate al fenomeno della frigidità costituzionalmente infelici, per la non rispondenza del bisogno esplicito al bisogno inconscio o tendenza naturale. Questo le induce a creare una socialità distorta, essendo basata su dati irreali. Rende i partners di queste donne particolarmente infelici e stressati non solo per l'insoddisfazione sessuale, la quale può anche essere evitata (per l' uomo) nel caso di una discreta ricettività sessuale, magari indotta dalla residua ideologia matrimoniale sul dovere coniugale, quanto dalla frustrazione derivante all' uomo dalla constatazione dell' impossibilità della soddisfazione sessuale della partner. Questo distorce il rapporto tra gli stessi partner della coppia in relazione alla loro stessa socialità. Rende la socialità maschile ugualmente distorta ed irrazionale. Se il genere femminile umano ha superato la ricettività sessuale puramente connessa alla riproduzione sul piano fisiologico, non così è ancora sul piano psicologico, dove solo una minoranza di donne ha una capacità orgastica che le rende superiori, sul piano della sessualità, alla limitata resistenza media del sesso maschile, mentre la maggioranza può agevolmente fare a meno della sessualità, non avvertendone il bisogno esplicito. Tale fatto ha determinato rimedi diversi a seconda delle regioni del pianeta: la poligamia presso i popoli di religione “islamica” e l' infedeltà coniugale nei paesi a prevalente religione “cristiana” (4). Vi è, dunque, un' origine strutturale di molti elementi della personalità, che si sovrappongono all' individualità del singolo. I neuro-chimici e gli studiosi di psico-somatica parlano, peraltro, di possibilità di “conversione” psico-somatica, ossia di possibilità di mutazione caratteriale, operabile attraverso le modificazioni di peptidi o neuropeptidi, i quali sono strumenti di comunicazione dei segnali nervosi, prodotti o secreti dalla colecisti (5). 2 - Le emozioni nascono da reazioni chimiche e dalle emozioni nascono i sentimenti e l' attività logico-razionale (6). Alcuni ricercatori attribuiscono a predisposizioni genetiche i caratteri aggressivi e violenti (7). L' eccesso di emotività inibisce l'affettività ed il raziocinio. L' emotività diverge dall' istintualità, sebbene in origine, ossia all' inizio dell' evoluzione biologica, si identificassero. Col progredire dell'affettività e del raziocinio, l' emotività si sviluppa in modo proporzionale, mentre si riduce quella che è definita istintualità, ossia l' emotività avulsa dalla riflessione o da ogni forma di pensiero. Nei soggetti ove l' emotività deborda od è più marcata, si ha inibizione dell' affettività e del raziocinio. Questo avviene in quanto l' emotività è, in sé, lo strumento dello sviluppo dell' affettività e del raziocinio, ma può svilupparsi in modo abnorme, inibendo lo sviluppo dell' affettività e del raziocinio. La teoria orientale della “kundalini”, come fonte della conoscenza e del pensiero creativo, si basa sulla convinzione del legame esistente tra energia sessuale e capacità creativa. Tale legame viene evidenziato ove l' energia sessuale, nascente dal desiderio od istintualità naturale, venga sublimata nella creatività psichica e non convogliata unicamente in attività sessuale. La logica pura, avulsa da ogni affettività, non è assimilabile al pensiero umano, essendo pura meccanicità logica. Si ha affettività se la logica viene utilizzata per riflettere sul soggetto. Per questo processo di feed – back occorrono indicatori capaci di dare riferimenti all' autoanalisi. Nei corpi viventi, ad esempio, tali indicatori sono le reazioni sensitive del corpo, le quali forniscono la base delle emozioni. Realizzando tale riflessione sul soggetto si determina l'affettività, come vitalizzazione del processo logico. Il raziocinio è definibile come il pensiero umano, il quale comprende la logica e l' affettività. Tale raziocinio, se corretto e corrispondente all' affettività naturale dell' individuo, è definibile come razionalità. Il bisogno primitivo che ha il bambino neonato verso la madre è espressione e sintomo dell' esistenza di una naturale pulsione sociale o bisogno di socialità, componente essenziale della razionalità. 3 - Il dolore è un fatto di natura organico-biologica con componente psicologica. Il dolore può essere, infatti, inibito attraverso un sistema insieme organico e psicologico, dove la psiche assume un ruolo predominante (8). Gli squilibri tra emozioni, da un lato, e sentimenti e raziocinio, dall' altro, sono dovuti ad occlusioni che impediscono la corrispondenza tra i suddetti elementi, con eccessi di emotività o sue deficienze. Tali occlusioni si producono a causa di traumi psicologici. Le tecniche psicologiche e “psicanalitiche” consentono di scoprire tali traumi e di trasformare l' emozione eccedente che si produce in tali situazioni, in azione fisica o psichica, al fine di riequilibrare gli elementi psichici fondamentali. Ne consegue una riduzione del comportamento irrazionale dei soggetti. L' incoerenza tra immagine di sé ed io reale può condurre l' individuo o alla frustrazione nevrotica od all'adeguamento traumatico dell' immagine di sé. § 2: Distinzione tra individualità e personalità 1 – La distinzione tra individuo e persona è la distinzione tra la natura e l’ identità profonda del singolo e le sue caratteristiche culturali, mutuate dallo specifico sistema sociale in cui l’ individuo è integrato. Le disposizioni interiori del soggetto: caratteristiche fisiologiche e basi istintuali, costituiscono l’ individualità del soggetto, mentre l’ interrelazione di questa individualità con l’ esperienza, ossia con la realtà strutturale storica costituisce la personalità. Platone affermava che la natura dell’“anima” sia estranea al carattere che l’ individuo acquisisce, riconoscendo la diversa natura di queste due entità (1), riconoscendo come la parte naturale sia nascosta ed ignota, essendo coperta dalla “realtà”. La filosofia araba definisce “intelletto in atto” il pensiero, “intelletto acquisito” il carattere ed “intelletto potenziale” la mente potenziale umana o natura mentale (2). La psicologia occitendentale identifica l’ individualità con la personalità, parlando sempre e solo di personalità. Radcliffe-Brown distingueva tra persona ed individuo, definendo altresì il concetto di “personalità sociale” (3), come totalità dei rapporti sociali dell’”individuo”. La suddetta concezione implica una natura umana estranea alla realtà strutturale storica ed in conflitto con quest’ ultima in modo più o meno marcato. I ricercatori di Palo Alto affermavano che se si isola un individuo per studiarne il comportamento si finisce per studiare la “natura della mente umana” (4), mentre se si include l’ individuo studiato in un gruppo dove il comportamento si esplichi nella comunicazione, se ne studia il comportamento vero e proprio. L’ analisi compiuta dagli “interazionisti” (come Goffman) rivela “dimensioni inattese della possibilità del soggetto di sfuggire al controllo totale dell’ ambiente sociale” (5). La realtà strutturale storica è dunque riconosciuta come una realtà estranea alla natura umana e gli individui possono astrarsi dalla logica di tale realtà e quindi superarne la logica. Benedetto Croce riconosceva che la storia non coinvolga l’ individualità più intrinseca del singolo o la sua essenza “per sé” (6). Riteneva, infatti, che la storia rimanga esteriore rispetto all’ individualità più intrinseca e quest’ ultima sia insieme “universale ed individuale”. Croce affermava che l’ individualità, fuori della storia, non sia altro che “ombre di uomini” (7). Gli aspetti più individuali dei personaggi storici, allorché si manifestino nella storia, non sono altro che “incidenti” all’ interno della”storia, che è la vita e il pensiero” (8) o “spirito del mondo” (9), esterna all’anima individuale. 2 – Gli psico-sociologi parlano di “personalità modale” (10) per indicare i comportamenti tipici di una data cultura, in analogia col concetto (meno scientifico) di stereotipo nazionale. Gli antropologi rilevano l’esistenza di un nesso tra tipo di educazione infantile (neonatale e della prima infanzia) e relativo carattere modale o “struttura di base della personalità” (11). Questo dimostra come l’ educazione della prima infanzia sia d’ importanza fondamentale nel costituire la personalità. Si afferma che l’ educazione di tipo affettivo (love – oriented od autorevole) porti ad una maggiore interiorizzazione delle norme sociali e quindi ad un maggiore adattamento alla realtà strutturale, mentre l’ educazione correttiva (object – oriented od autoritaria) conduca all’ obbedienza in presenza di controlli con maggiore indipendenza interiore dalla realtà strutturale in atto. Il primo metodo permetterebbe un maggiore sviluppo dell’ intelligenza, facilitando l’ accesso alle idee, simboli e rapporti astratti. L’influenza sui bambini di strutture educative collettive e la progressiva scomparsa della figura del padre (anche in rapporto con la crisi della famiglia), genera una personalità tesa alla ricerca dell’ autorità totalizzante e del collettivismo (12). Questo anche come reazione all’ attenuarsi dell’ affettività familiare e l’ attenuarsi contemporaneo della correttività. L’ abbandono totale della correttività ed altresì di ogni forma di educazione determina atteggiamenti di furberia spicciola estranei ad ogni razionalità, ossia la crescita di atteggiamenti irrazionali. La psicologia afferma che le carenze affettive subite dai bambini nell’ età dell’“imprinting” determinino un’ immagine di sé negativa, come soggetto perdente e ne condizionino la personalità in modo da impedirgli di avere successo nella vita e di auto-realizzarsi. 3.1 - Immanuel Kant affermava che l’ errore o l’ irrazionale nasca “dall’ influsso inavvertito della sensibilità sull’ intelletto” (13). Si può dire che l’ irrazionalità nasca dall’ influsso della realtà strutturale sull’ intelletto umano, ma egli affermava che l’irrazionale nasca anche dalla sensibilità umana, ossia da una facoltà della psiche. Da una irrazionalità insita nella psiche umana, nascerebbe dunque l’ esigenza di dar luogo alla realtà strutturale. Le religioni attribuiscono alla fallibilità ed all’irrazionalità umana ogni evento irrazionale, connesso con la realtà strutturale statuale. La natura umana presenta, invero, elementi di irrazionalità, che stanno alla base dell’ esistenza stessa delle strutture storiche, ma la natura umana è in continua evoluzione e tale evoluzione consente di supporre che l’ irrazionalità sin qui dimostrata possa essere superata e con lei le strutture storiche (statuali e pre-statuali) che cristallizzano l’ irrazionalità umana e la rendono perenne, facendola apparire connaturata all’ essere umano, come tendono a far credere le religioni. L’ io ideale si costituisce sulla base delle pulsioni originali del soggetto, pulsioni che sono tra loro, di per sé, non contraddittorie. 3.2 - Hobbes affermava che i “caratteri del cuore umano” siano “macchiati e confusi” da “artificiose, bugiarde, contraffatte ed erronee dottrine”. Questo dimostra come egli si rendesse conto della natura artificiosa della realtà strutturale e la sua nefasta influenza sul carattere stesso degli esseri umani. Smith affermava che le passioni interdicano la razionalità. La natura di origine strutturale delle passioni è la causa dell' irrazionalità delle passioni stesse (14). L'irrazionalità è anche conseguenza di contraddizione o contrasto tra i desideri del soggetto. Questo si verifica quando i bisogni esogeni od inautentici si contrappongono ai desideri naturali del soggetto. I bisogni inautentici, essendo recepiti dal soggetto, ne modificano il modo di espressione al punto da costituirne il carattere e da sostituire gli stessi desideri naturali. Norberto Bobbio distingueva tra desideri e passioni, da un lato, ed interessi e bisogni, dall' altro. Con i primi due intendeva quelli che noi definiremmo i bisogni irrazionali od impropri od estranei alla natura umana. Con i secondi intendeva i bisogni autentici o razionali. La personalità, base dell' io reale, inizia a costituirsi nell' età dell' imprinting e presenta le contraddizioni tra le pulsioni, i bisogni in fase di cristallizzazione ed i desideri. Tale divario o contrasto è evidenziato dal dissidio tra inconscio e coscienza. La fine dell' irrazionalità esteriore, costituita dalla realtà strutturale storica, potrà conciliare l' io ideale con l' io reale, tendendo a far coincidere coscienza ed inconscio e la personalità con le tendenze autentiche. La “psicanalisi” identifica l' io ideale col “super-io” o complesso tendente all'identificazione col genitore dello stesso sesso e col suo comportamento adattivo. In tal modo si porrebbe in contrasto con le pulsioni di base, definite “es”. L' io ideale può invece essere inteso come costruzione soggettiva mirante a conciliare personalità e pulsioni (l' “io” ed “es” della “psicanalisi”), nella realizzazione piena dei fini assunti dall' individuo, in armonia con le pulsioni autentiche o di base. Il divario tra io ideale ed io reale è sintomo di irrazionalità caratteriale ed è, essenzialmente, di origine esterna all' individuo. L'irrazionalità insita nel comportamento di un individuo può essere connessa a passioni, più o meno momentanee, Tali passioni si sostanziano in deviazioni dei bisogni causate da ingorgo emozionale. L' irrazionalità connessa con le passioni è definita “incapacità o mancanza di ragione e di volontà”. Tale irrazionalità si manifesta, all' interno della realtà strutturale storica, in ogni individuo sufficientemente integrato in tale realtà e nei vari sistemi sociali in atto nei vari momenti della vita dei singoli. Le passioni non sono necessariamente irrazionali per loro natura, pur avendo elementi di irrazionalità. Le passioni sono sinonimo di sentimenti molto intensi. Nella realtà strutturale storica i sentimenti molto intensi sono ostacolati nel loro esprimersi. L'espressione intensa dei sentimenti finisce per doversi concentrare su un solo oggetto ed esprimersi in modo squilibrato e, prescindendo da una corretta analisi razionale, si carica di elementi irrazionali, trasformandosi in un fatto irrazionale. L'io ideale è identificabile col “sè” di molte teorie psicologiche: è definibile infatti come l' io più profondo, cui l' individuo tende ad identificarsi. La società strutturale storica, finchè non si creino i presupposti per la realizzazione della socialità diretta o non mediata dalle strutture storiche, rimane l'unico ed indispensabile mezzo di realizzazione della socialità e di realizzazione tout court degli individui stessi. L'individuo interiorizza, fin dalla nascita e forse ancor prima, la logica strutturale della realtà storica in atto, nei suoi meccanismi, linguaggi e logiche. I tentativi iniziatici, ascetici e mistici di creare una realizzazione dell' individualità avulsa dalla società in atto, non creando alternative alla società reale ed alla sua interiorizzazione, non crea nuove forme di socialità, ma distrugge solo la mente e spesso anche il corpo di chi vi aderisce, creando fanatismi ed illusioni esiziali. 4 - I desideri o tendenze naturali sono considerati, da Pareto e da altri pensatori, irrazionali e fonte del comportamento illogico od irrazionale dell' umanità. Egli, infatti, li definiva “residui” della realtà strutturale che, peraltro, egli considerava connaturata con la natura umana. In realtà le tendenze di base devono essere poste a fondamento della scienza dell' uomo, della sua individualità e socialità e della costruzione di una realtà sociale post-strutturale, in quanto fondamento di quello che Kant definisce “pensiero intellettivo”. I bisogni sono generati dall' abitudine a compiere un determinato atto. La tendenza di base si soddisfa però sempre meno quanto più il bisogno è radicato, poiché essa spinge l'individuo a ricercare una soddisfazione sempre più profonda e piena, che la soddisfazione del semplice bisogno non può conferire, anche se la soddisfazione di quel dato bisogno diviene necessaria per il soggetto (15). Le tendenze di base consistono in elementi naturali soddisfattibili solo attraverso la manifestazione piena dell' essere del soggetto e che dunque spingono a tale pienezza, la quale è il massimo della desiderabilità per il soggetto stesso. Sebbene i desideri di base di un individuo possano essere, in sé, contraddittori, non da questo deriva l'irrazionalità del soggetto. Infatti i bisogni e la loro strategia di soddisfazione possono consentire la soddisfazione di desideri di base apparentemente antitetici o conflittuali. Tipico è il caso della compresenza in un individuo di tendenze maschili e femminili, che alcuni ricercatori attribuiscono alla compresenza, nel feto, di ormoni opposti. L' irrazionalità non va attribuita a tale apparente conflitto ma, eventualmente, alla strategia di soddisfazione dei desideri di base, incapace di soddisfarli compiutamente. La precisa conoscenza delle tendenze naturali può consentire al singolo di attuare la strategia che gli può consentire la piena auto-realizzazione o piena soddisfazione dei desideri di base o tendenze naturali. Le tendenze naturali possono essere definite bisogni inconsci. I bisogni consapevoli diventano tali allorché vi sia la possibilità concreta della loro soddisfazione, o meglio diventano realmente coscienti solo con l' esperienza concreta di soddisfazione. Le felicità deriva dalla convergenza o coincidenza tra bisogni inconsci e bisogni consapevoli. I bisogni naturali od autentici, degli individui, sono definibili come bisogni ontologici o fondamentali di ogni essere umano. Essi sono modulati sulla peculiarità espressiva del soggetto che ne caratterizza l' individualità, al di là del carattere, il quale ultimo tende anzi ad attenuare le caratteristiche di individualità del soggetto, incrostandolo della logica strutturale, i cui elementi distorcono i bisogni naturali dei singoli (16). Non si può escludere che alla base della psiche non vi sia che un unico desiderio, analogo a quello che Freud definisce “libido”, ma tale desiderio di base ha sicuramente in sé due aspetti: uno strettamente individuale o teso alla manifestazione piena di sé, l' altro come tensione verso una socialità piena: fisica, razional-conoscititva ed affettiva. In tal caso i desideri di base o tendenze naturali non sono che le ulteriori articolazioni degli aspetti di quest' unica spinta vitale. Si può affermare come la “civiltà”, ed il “processo di civilizzazione”, non siano frutto della “sublimazione della libido” ma il percorso di soddisfazione della spinta vitale. I desideri di base sono definiti correntemente “bisogni fondamentali” o pulsioni di base. Questo può evitare equivoci dovuti al fatto che per desideri si intende generalmente le pulsioni momentanee, le quali possono divergere dalle pulsioni di base, essendo connesse ad emozioni momentanee derivanti al soggetto dall' influenza della realtà strutturale (17). Al fine di superare i desideri inautentici, che inibiscono la soddisfazione dei bisogni autentici occorre che l'individuo si costruisca una valida autorità interiore: ossia un fine molto solido e sentito (una gerarchia solida e ben ordinata di valori). La non contraddittorietà delle tendenze di base degli individui è assicurata dall' essenza stessa della vita “che è, in ogni forma vitale, tendenza alla sintesi, all' unità” (18). La teoria orientale della “kundalini”, come fonte della conoscenza e del pensiero creativo, si basa sulla convinzione del legame esistente tra energia sessuale e capacità creativa. Tale legame viene evidenziato ove l' energia sessuale, nascente dal desiderio od istintualità naturale, venga sublimata nella creatività psichica e non convogliata unicamente in attività sessuale. Freud e Lacan hanno evidenziato i meccanismi con cui i significanti ed i significati si sostituiscono alle tendenze, determinando la rimozione di queste ultime. Questo comporta la “rimozione” del soggetto stesso, ossia il suo annullamento. L'effettivo superamento della realtà strutturale consentirà di vivere secondo le tendenze naturali degli individui. § 3: Definizione ed essenza della razionalità 1.1 - Platone distingueva i seguenti elementi: -       la ragione (o raziocinio), -       l’ appetitivo (od istinto), -       l’ animoso (od affettività). Affermava che l' animosità sia affine al raziocinio ed entri in equilibrio con quest'ultimo (1). Affermava, poi, che entrambe queste facoltà dominino l'appetitività od istintualità (2). 1.2 - Secondo Aristotele l' istintualità o somma dei desideri e bisogni si opporrebbe alla ragione o raziocinio (3), sebbene affermasse, poi, che i due momenti non siano totalmente scissi ma collegati, essendo il primo sottomesso al secondo (4). Vi sarebbe quindi una parte puramente raziocinante ed una parte emotivo-razionale. Alla prima apparterrebbero le virtù dianoetiche (sapienza, assennatezza e saggezza), alla seconda le virtù etiche (generosità e moderazione) (5). Egli definiva “passioni” i sentimenti, “potenze” i sensi od istinti, “disposizioni” le virtù ed i vizi (ossia i modi di comportarsi nei confronti delle “passioni”) (6). Distingueva l' anima umana in tre parti (7): vegetativa, sensitiva e razionale. 1.3 - L' eclettico Posidonio attribuiva le emozioni all' “anima appetitiva” (8). L'eclettico aristotelico Alessandro di Afrodisia distingueva tre intelletti: 1°) intelletto fisico o naturale o potenziale, 2°) intelletto acquisito (capacità di pensare, acquisita con l' esperienza), 3°) intelletto attivo (causa del passaggio dal primo al secondo) che agisce sull' uomo dal di fuori come causa: è identificato con dio, ed equivale alla logica della realtà strutturale storica (9). 1.4 - Seneca distingueva tra: “razionalità” (o meglio raziocinio), affettività e natura appetitiva od istintualità (10). 2.1 - La psicologia considera come forme di pensiero primitivo le emozioni ed i sentimenti. Sarebbe invece pensiero derivato quello a più alta elaborazione logica, definito “pensiero razionale”. Se i sentimenti si basano sulle emozioni, il pensiero logico può esistere a sé, salvo diventare razionale quando si unisce al sentimento. Il raziocinio (spesso definito “razionalità”) e l' affettività sono interdipendenti ed evolvono in modo convergente, essendo tanto più profonda l'una quanto più è profonda od evoluta l' altra (11). La capacità raziocinante va di pari passo, nella sua intensità, alla capacità affettiva. Il tentativo, compiuto dal “buddismo” e dalle religioni orientali in genere, di annullare negli individui, l' affettività e l' emotività, affinché si sviluppi al massimo il raziocinio del soggetto, conduce a risultati ben diversi od opposti. Da un lato l' emotività e l' affettività non sono comprimibili oltre un certo limite e quindi, se inibite anche a livello di percezione sensoriale, tendono a manifestarsi attraverso la percezione extra-sensoriale (i fenomeni para-normali, ove abbiano un fondamento, che paiono manifestarsi in correlazione con l' ascesi mistica); d' altro lato la completa inibizione della percezione sensoriale, ove venisse realizzata, trasformerebbe la mente umana da raziocinante a puramente logica, ossia da organo di intelligenza, in elaboratore puramente meccanico. Di diverso da un elaboratore artificiale il cervello umano avrebbe unicamente la memoria dei sentimenti ed emozioni passati, memoria peraltro puramente descrittiva o logica, essendo privata (almeno nell' ipotesi di un annullamento delle capacità sensitive ed affettive) di ogni valenza affettiva e quindi anche raziocinante, secondo la natura della razionalità umana. Sarebbe quindi la trasformazione dell' essere umano non in un vegetale ma in una macchina completamente priva di spirito. Il che sarebbe l'esatto contrario del fine dichiarato dalle suddette filosofie e religioni. 2.2 - Il prevalere delle passioni sul raziocinio a guida dell' azione umana non è conseguenza diretta del prevalere dell' affettività sul raziocinio, ma è conseguenza di una distorsione dell'affettività o della sua espressione e della distorsione dello sviluppo del raziocinio, conseguenza, a sua volta, dalla logica irrazionale della realtà strutturale. A raziocinio distorto corrisponde un' altrettanto distorta affettività. 2.3 - La capacità affettiva di ciascun individuo dipende dall' auto-valutazione del soggetto, dipendente, a sua volta, dalla convinzione di essere amato. Tale convinzione è sostanziata in un atto di fede, seppure corroborato da indizi più o meno evidenti. 2.4 - Il grado di affettività espresso dal soggetto è coerente con l' intensità dei bisogni e l'elevatezza delle capacità espressive del soggetto stesso, essendo l' affettività connessa con la capacità raziocinante. Si può affermare che i sentimenti od affettività dei singoli siano la guida ed il fondamento della loro ragione o raziocinio, mentre quest' ultimo è strumentale e dipendente dai primi. Le emozioni vengono spesso confuse con i sentimenti, mentre si tratta di stati d' animo momentanei o connessi ad eventi contingenti. I sentimenti sono, tuttavia, strettamente connessi con l' azione od il comportamento attivo del soggetto. Il segno dei sentimenti può variare di polarità (amore / odio, attrazione / repulsione, piacere / dispiacere) in rapporto ad un dato comportamento, mentre non varia (se non in modo impercettibile) in costanza di comportamento, essendo il comportamento l'applicazione di data una logica al sentimento. 2.5 - L' azione può essere definita, quindi, come un binomio di logica e sentimento, dove il sentimento funge da motore dell' azione stessa. All' interno di tale binomio le emozioni possono variare liberamente, influenzando l' evolversi nel tempo del binomio logica-sentimento. La logica di un dato tipo di società è definita erroneamente “razionalità”. I sentimenti, insieme con la logica della realtà strutturale in atto, costituiscono quello che definamo meta-teoria prevalente di una data società. La razionalità umana va oltre la logica delle strutture sociali storiche e può essere definita come il fondamento della natura umana, se corrisponde ai bisogni fondamentali della natura umana. 3 - L' istinto aggressivo, presente in ogni individuo, sviluppandosi in rapporto al carattere dei singoli, secondo l'influsso delle strutture storiche in atto o secondo predisposizioni innate, determina una diversa aggressività verbale o fisica, che è una componente della formazione del potere. L' aggressività è un istinto naturale di ogni specie vivente. La realtà strutturale determina la trasformazione dell' aggressività naturale in violenza innaturale ed inumana (estranea alla natura umana). Infatti la realtà strutturale determina repressione dei fondamentali bisogni umani: realizzazione di sé, socialità, affettività, sessualità, o quantomeno ne consente una soddisfazione insufficiente, il che genera violenza. La violenza, essendo manifestazione di irrazionalità, genera irrazionalità in chi la subisce, ossia il sopravvento dell' emotività sul raziocinio e quindi genera un' analoga violenza. 4 - Hobbes affermava che le “affezioni non sono che concezioni” (12). Ogni forma di pensiero è dunque connessa con l' affettività, sebbene non si possano considerare coincidenti. Egli affermava che “tutti gli uomini per natura ragionano allo stesso modo, e bene, quando si fondano su buoni principi”. Riconosceva cioè l' universalità del raziocinio e la naturale eguaglianza psichica. Affermava che “la luce della spiritualità umana è la parola chiara, ma prima aspirata per mezzo delle definizioni esatte, e purgata dall' ambiguità, la ragione è la misura, l'incremento della scienza la via, il bene del genere umano il fine” (13). Hobbes affermava che la causa dei sensi o sentimenti consista nel riprodurre il moto esterno con un moto interno producente “diletto o pena dello spirito” (14). Affermava che le “differenze di spirito” (15) siano generate dalle differenze nelle passioni. In altre parole egli faceva derivare le differenze intellettive dalla diversa intensità delle passioni. 5 - Anassimandro considerava gli uomini “non più naturali” (16) ed Eraclito affermava che gli uomini, pur avendo ascoltato il “logos” o voce della ragione o razionalità, se ne siano dimenticati ed abbiano perso coscienza ed autonomia nelle loro azioni (17). Definendo l' essenza della filosofia, Eraclito gli attribuiva il compito di ricercare la ragione o razionalità nell' io umano. Egli definiva la “ragione” (che identificava con quella che noi definiamo la razionalità) come “legge universale”. Affermava che il pensiero, se razionale, sia comune a tutti (18) e che per giungere alla conoscenza occorra sviluppare la comunicazione. Affermava inoltre che per giungere alla razionalità, basata sulla conoscenza, occorra sviluppare l' analisi della società e degli individui (o della natura umana). Egli affermava che dalla conoscenza derivi il comportamento ed il destino finale dell' uomo (19). 6 - Platone, esponendo il divario tra “edonismo” ed “eudemonismo”, si chiedeva se il “bene” non sia costituito da una terza cosa rispetto al “piacere” ed all' “intelligenza” (20). La razionalità è da considerare la sintesi felice tra raziocinio ed affettività. Platone stesso riconosceva come “intelletto” e “piacere” siano inscindibili, essendo impossibile il piacere senza la coscienza (21). L' “eudemonismo” può, quindi, essere identificato con la razionalità. Platone affermava che il sentimento (eros) costituisca una forza che interviene nella razionalità, determinando “le proporzioni e l' armonia di tutti i fenomeni così nell' uomo come nella natura” (22). L' eros, dunque, costituendo il fondamento degli esseri viventi, costituisce il metro della razionalità. Platone distingueva nell' anima: la razionalità, l' affettività (che riteneva strettamente connessa con la prima) e l' istintualità (23). 7 - Democrito affermava che la ragione debba guidare i piaceri al fine di raggiungere la felicità (24). 8 - Aristotele affermava che il piacere si conforma con la ragione, nell' individuo moderato (25). Aristotele affermava che piacere e moralità siano inscindibilmente connessi, riconoscendo la validità del “principio eudemonistico” (26). Il contrasto tra piacere e ragione è dato quindi dal vizio o cattivo uso dei sensi, connesso all'”edonismo”. L' “eudemonismo” consiste invece nell' armonia tra sentimento e ragione. Egli distingueva tra: sapienza, saggezza e politica. Affermava che la prima è “scienza e intelletto delle cose più eccelse per natura”, ossia identifica la sapienza con la conoscenza o l' acquisizione della scienza, anche della natura umana. Definiva la saggezza come la logica di ogni società , intesa in senso complessivo. Definiva infine la politica come la “scienza” dei particolari, ossia del contingente (27). Egli affermava che, mentre la sapienza é acquisita e dunque sia in divenire, anche per ogni individuo, le facoltà che ne stanno alla base sono: “discernimento, assennatezza ed intelletto” e sono qualità naturali (28). Aristotele affermava, in contrasto con Platone, che i piaceri “sono attività e fini” (29) ed affermava, poi, che i piaceri siano attività “d' una disposizione conforme a natura” (30). I piaceri, dunque, sono coerenti coi fini propri degli esseri umani e derivano dalla stessa natura umana. Aristotele pose in ridicolo le affermazioni platoniche secondo cui i piaceri sono cattivi perché “alcune cose piacevoli sono nocive” (31), riconoscendo la marginalità del lato nocivo rispetto alla bontà del piacere in sé. Distingueva poi tra piaceri fisici e piaceri psicogeni, riconoscendo la superiorità etica di questi ultimi (32). Affermava che, se il dolore è male, il piacere deve essere necessariamente bene (33) ed affermava che il sommo bene possa essere il piacere che dà la scienza (34), la quale ultima è puro piacere psicogeno. Affermava quindi che la felicità non possa coesistere con il dolore, mentre coesiste con il piacere (35). Affermava esservi distinzione tra ciò che ognuno ritiene piacere ed il piacere in sé. Affermava che ognuno persegua il vero piacere poiché “tutti gli esseri hanno ... in sé per natura qualcosa di divino” (36). Egli affermava che la virtù sia misura dell' amicizia (37). La moralità presiede, dunque, la socialità vera. Egli affermava che il “bene” sia operato dal singolo “per la parte razionale di sé stesso” (38). Riteneva che ogni uomo, per quanto malvagio, possieda razionalità. La razionalità spinge il malvagio ad odiare sé stesso ed a pentirsi delle azioni compiute (39). Aristotele affermava che i sentimenti dipendono dall' educazione (40), mentre i sensi (od istinti) siano comuni a tutti gli esseri animati, i quali tutti possiedono “un impulso naturale al bene” (41). Egli riconosceva come il piacere sia intrinseco alla razionalità. Infatti affermava che vi sia piacere in un oggetto che sia “come deve essere” (42) ed affermava che piacere e razionalità siano paralleli ed inscindibili (43). 9 - Epicuro collegava in modo inscindibile: razionalità, felicità e piacere (44). Epicuro riconosceva esservi desideri naturali ed altri “vani” (45). Quelli naturali li suddivideva in necessari per la felicità e necessari per la salute del corpo. Pur affermando che il piacere sia “principio e fine della felicità” (46) e norma del bene, riconosceva come piacere e bene non si identifichino, non essendo tutti i piaceri “eleggibili”, pur contenendo in sé sempre un certo bene (47). Egli distingueva, cioè, tra “edonismo” ed “eudemonismo”. In base all' utilità (rispetto alla felicità) egli giudicava il piacere. Riteneva utile la ricerca del benessere ed apprezzabile la parsimonia o capacità di apprezzare la frugalità, connessa indissolubilmente alla ricerca “alacre” del benessere. Epicuro affermava che il male non stia nel piacere ma, spesso, nei mezzi per procurarlo (48). 10 - Spinoza affermava che la conoscenza determini un dato tipo di “affetto” ed impedisca altri tipi di “affetti” (49). La conoscenza crea affetti in rapporto alla propria essenza (50). La conoscenza, dunque, determinando una crescita di razionalità, determina una crescita dell' affettività. Egli affermava che “gli affetti, che sorgono dalla ragione o sono da essa eccitati, se si tiene conto del tempo, sono più potenti di quelli che si riferiscono alle cose singole” (51). Affermava che, finché l'uomo è soggetto ad “affetti che sono contrari” alla sua natura, non ha il potere di regolare le affezioni come richiesto dall' intelletto, ossia dalla natura umana (52). La condizione degli esseri umani, nella realtà strutturale storica è, dunque, inumana. 11.1 - Immanuel Kant affermava che “da se stessa” (53) la ragione nulla può sapere, ma “guida se stessa” alla ricerca dell' essenza della natura, ossia la ragione possiede unicamente, a priori, una propria logica di evoluzione e con questa indaga la natura: attraverso principi o concetti ed esperimenti. Kant distingueva tra intelletto, ossia facoltà di stabilire le possibilità, facoltà di giudizio (o di fare asserzioni) e ragione, o capacità di stabilire ciò che è necessario (54). Ascriveva all' intelletto la causa dell'esperienza della realtà empirica (55). Definiva l' intuizione rappresentazione precedente ogni pensiero, non appartenente alla sensibilità e definita anche come “appercezione pura” (56). Definiva “unità trascendentale” l' intuizione che genera la conoscenza a priori e la coscienza dell' “io penso”. Affermava che “l' unità sintetica della coscienza” preceda quella analitica e si identifichi con l' intelletto (57). Per “unità sintetica” intendeva la sintesi di più rappresentazioni. Definiva l'intelletto facoltà della conoscenza, ossia del “rapporto determinato di date rappresentazioni con un oggetto” (58). L' unità della coscienza, ossia la consapevolezza della sintesi delle rappresentazioni, in modo da definire l' oggetto costituisce la conoscenza. Affermava che si abbia conoscenza solo allorché si abbia sia il concetto per cui l'oggetto è pensato (come ad esempio la categoria) sia l'intuizione data dal senso (59). Definiva le categorie come “sintesi trascendentale dell' immaginazione” (60), dove l'immaginazione è intesa come frutto della sensibilità. Definiva “appercezione” la facoltà dell' intelletto di “unificare il molteplice dell' intuizione” (61). Tale appercezione determinerebbe il “senso interno” o percezione di sé stessi, ossia come si appare a sé stessi. La percezione, sia interna che esterna, avviene in base ai fenomeni, ossia in rapporto alla modifica che viene operata dall' oggetto rappresentato, sulla coscienza (62). Il “senso interno” rappresenta, per Kant, l' io come viene percepito. In realtà si può definire senso interno l' io percettivo (o coscienza) in sé, unito con l'io pensante od intellettuale. La rappresentazione del “senso interno” è infatti definita da Kant un pensiero e non un' intuizione (63). Kant distingueva tra essenza intellettiva naturale e pensante, da un lato, ed esistenza determinabile sensibilmente (od io strutturale o super-ego della psicoanalisi) (64). Riconosceva come l' intuizione, per rappresentare un oggetto, come esso è in sé, deve essere “intellettuale” anziché sensibile. Kant affermava che la psiche possiede tre facoltà: intelletto vero e proprio, giudizio e ragione. Alla prima facoltà competono i concetti, alla seconda ovviamente i giudizi ed alla terza i sillogismi (65). Riteneva che la ragione, in quanto tende ad estendere la conoscenza oltre i limiti dell'empirico (o realtà strutturale), non sia ancora scientifica e pertanto definiva la sua logica attuale “dialettica trascendentale” (66). Tale possono definirsi le scienze sociali, intrise di ideologia e di logica strutturale. Riconosceva, quindi, come la razionalità, intesa come logica coerente con la natura umana e come scienza di tale natura, debba ancora essere sviluppata. Kant affermava che vi sia dissidio tra intelletto e sensi e che vi sia la possibilità che la ragione stabilisca un governo sull'intelletto e sui sensi (67). Egli auspicava, dunque, e riteneva possibile, il trionfo della razionalità sull' irrazionalità, della quale ultima la realtà strutturale è frutto e sostanza. 11.2 - Turgot si rendeva conto del fatto che le passioni e l' irrazionalità siano le cause della realtà di quelle che definiamo le strutture storiche ed affermava che, allorché la razionalità sarà posta a guida delle azioni umane, si avrà il superamento della realtà strutturale storica in atto e si approderà in una società stabile (68). 12 - William James definiva la razionalità vera come sinonimo di: utilità, bontà, bellezza, soddisfazione od appagamento dei desideri (69). Ossia identificava la razionalità con la natura umana e la sua piena realizzazione o soddisfazione. William James riferiva la comune concezione dell' istinto, secondo cui esso sarebbe la “facoltà di agire in modo da produrre certi fini, senza prevederli e senza una precedente educazione nella linea di condotta” (70). Essi sarebbero “correlati funzionali della struttura” fisica umana od animale. Ove vi sia “la presenza di un certo organo coesiste sempre, si può dire, una naturale attitudine per il suo uso”. Gli istinti non sono però ne immutabili, né estranei al sistema nervoso, il quale può anche supplirli con la “ragione” (71). Egli affermava che la “ragione”, anziché inibire gli impulsi ne crea di nuovi, anche tra loro antitetici, tra cui l' “individuo” compie la scelta comportamentale (72). James distingueva tra volizione ed energia fisica connessa con l' idea motrice; in realtà le due cose sono inscindibilmente connesse (come è stato provato sperimentalmente) (73). 13 - Habermas definiva la “ragione sociale” immagine della “razionalità”, basandola sull' “agire comunicativo”, agire in cui giocano i due aspetti: dell' intendersi e dell'azione strategica o finalizzata ad uno scopo. L' intendersi è identificato, nella sua qualità di argomentazione e capacità di persuadere altri, attraverso l' agire comunicativo, mentre l' agire finalizzato è definito “agire strategico”. Se si può ritenere accettabile l'identificazione della razionalità umana con la comunicazione o sulle “relazioni sociali”, tuttavia la realtà strutturale storica non è affatto identificabile con la razionalità, poichè inibisce il progresso ulteriore della comunicazione. La concezione pre-habermasiana della “razionalità” la identificava con la coscienza individuale intrinseca. Querst' ultima concezione non è in antitesi con una concezione corretta della razionalità, se si tiene presente come individuazione e socialità siano due aspetti inscindibili dell'essere umano. 14 - Norberto Bobbio definiva la razionalità come “ciò che è buono in sè”, ossia ciò che è conferme all' essenza umana (74). Egli dava, quindi, una buona definizione della razionalità, in quanto avulsa dagli influssi della realtà strutturale storica. 15 - Il “regno della libertà”, da molti evocato, non è il campo del libero sfogo della fantasia irrazionale, ma la possibilità concessa alla razionalità di prevalere sull'irrazionalità. Se è ipotizzabile una razionalità assoluta, vi sono tuttavia molteplici razionalità relative, reciprocamente confrontabili e fungibili in base ai bisogni o scelte dei singoli. La razionalità umana può essere intesa come ciò che è accettato come valido e desiderabile da parte del singolo individuo. E' questo un razionale relativo, mentre il razionale assoluto è da intendersi come la concordanza di tutti gli individui componenti una data specie su ciò che è razionale. Tale razionale assoluto non sarà immutabile, nel tempo, ma in costante evoluzione. In presenza della realtà strutturale storica, trovandosi l' umanità nel campo dell'inevitabile, nulla della vita del singolo, delle società e della specie merita il concetto di razionale, assoluto o relativo. Col passaggio al campo del desiderabile, anche l' ineluttabile, come la morte stessa, diventerà razionale, in quanto finalmente accettabile, in quanto conclusione di un processo razionale, desiderabile e soddisfacente. La coerenza delle varie logiche e la loro corrispondenza alla natura umana ne determinano il grado di razionalità. Tale grado di razionalità è un patrimonio di ogni singolo individuo e ne evidenzia il grado di manifestazione dell'essere in quel dato momento storico. La capacità di manifestazione dell' essere va al di là della logica adottata per realizzare quella manifestazione. Tale logica costituisce un metodo, definito “logos” dai filosofi, che sostanzia la natura della condizione umana e le sue specifiche articolazioni: società pre-strutturali (o società di natura biologica inconsapevole), strutturali e post-strutturali (o società di natura auto-cosciente). Ciò che è razionale è insieme individuale ed universale. L'individuale è universale se concerne i desideri profondi ed autentici dei soggetti. Questo, per l' universalità della natura umana insita negli individui. La razionalità può essere definita come il comportamento razionale associato con la capacità di controllo equilibrato delle emozioni. Tale controllo sarà basato sulla conoscenza dei desideri naturali e capacità e possibilità di attuare un comportamento in grado di soddisfarli, adeguando le emozioni e sensazioni contingenti od emergenti al perseguimento logico ed efficace della soddisfazione dei desideri naturali. Questa concezione non è in contrasto col principio aristotelico di considerare virtù “la disposizione acquisita a fare ciò che è richiesto in vista di un fine”, a patto che il fine sia stabilito dal singolo per dare un senso, intelliggibilità e responsabilità alla propria vita, nell' ambito della comprensione del livello di manifestazione storica dell'umanità, in atto in un dato momento storico, e del ruolo svolto, nell' ambito del processo di accrescimento di tale livello di manifestazione. L'azione razionale del singolo è quella attuata in base ad un principio universale, individuato dal singolo stesso in base alla sua propria universalità, che lo rende capace di confrontarsi ed accordarsi su scelte di validità universale. Le società coerenti con la razionalità e con l' universalità non sacrificano in nulla l'individualità del singolo ma anzi la esaltano, pur creando una solidarietà sociale piena. La volontà autentica o razionale degli individui nasce dalle tendenze naturali, giunte alla coscienza dei soggetti. La volontà razionale dei singoli è una volontà cosciente, dove la coscienza di sé deriva dalla espressione piena della propria socialità. Il raziocinio è la parte critica della mente, in distinzione dall'affettività. Il termine “razionalismo” è la concezione ideologica tendente a far prevalere il raziocinio sul sentimento, mentre il termine “razionalizzazione” è la giustificazione, più o meno ideologica, dei sentimenti. La razionalità è la ricerca dell' armonia del raziocinio con l' affettività e la ricerca della natura autentica degli individui e delle loro tendenze naturali. Jean Luc Marion affermava che l' amore sia parte centrale della razionalità. Egli affermava che la razionalità sia conseguenza dell' amore. L' amore è veramente tale se è coscienza di sé e dell' altro ed è l'espressione più alta della socialità dei singoli. La razionalità si può intendere come comprendente la coscienza. Si può definire razionalità la logica che comprenda la coscienza, mentre la logica pura può identificarsi col raziocinio ma non con la razionalità (75). § 4: Naturale eguaglianza psichica tra gli individui della stessa specie e superamento della realtà strutturale 1 - Hobbes affermava che l' eguaglianza tra gli uomini costituisca “legge di natura” (1). E' però da analizzare quale sia l' intendimento di eguaglianza in Hobbes. Egli intendeva al massimo un' eguaglianza dei singoli di fronte ai poteri dello stato, ritenuto esso stesso un' entità naturale o naturalmente necessaria. Hobbes affermava che le passioni (desiderio, timore, speranza e via dicendo) “sono le stesse in tutti gli uomini” (2). Egli considerava cioè gli esseri umani psichicamente uguali, per natura. La naturale eguaglianza di base tra gli esseri umani, oltre a basarsi su dati antropologico-fisiologici (uguali strutture storiche generate, seppure in tempi diversi, da popoli diversi), si può desumere dalla possibilità concettuale stessa del superamento della società statuale e delle sue stratificazioni, apparentemente ineludibili ed ineluttabili. Le ricerche sulle differenze etniche e nazionali dimostrano come le culture delle diverse fasi statuali, sistemi sociali ed universi strutturali storici coesistenti nell' umanità di una data epoca storica siano le uniche determinanti delle differenziazioni intellettive riscontrabili, non ostante differenziazioni fisiologiche anche molto notevoli (3). Helvètius teorizzava la naturale eguaglianza intellettuale degli esseri umani. Il barone D' Holbach riteneva che, avendo gli uomini la stessa natura possono avere un' identica morale e quindi un' uguale cultura ma a patto che sia “la vera morale” (4), ossia una morale razionale. Gli scienziati hanno appurato, con prove attendibili, come la trasmissione genetica non determini il carattere, ma questo si formi unicamente in rapporto agli stimoli dell' ambiente, a partire da quello intrauterino, prima e dopo la nascita. E' evidente come la psiche umana funzioni in rapporto a meccanismi estranei alla trasmissione genetica, essendo di tipo chimico e fisico. Oltre ad avere influenza sulla formazione del carattere, la vita intra-uterina pare coagulare alcune informazioni che permangono anche dopo la nascita, ossia la memoria pare inizi a funzionare nell' utero materno ed elementi di questi ricordi permangano nella vita successiva alla nascita. Gli scienziati hanno appurato altresì che, senza opportune esperienze, non solo i vari elementi della conoscenza ma altresì i vari elementi del carattere non si possano formare. Pare inoltre che addirittura la stessa psiche, così com' è, sia subordinata a determinate esperienze: ad esempio lo sviluppo del sistema neurologico è subordinato a movimenti spontanei del feto nei primi mesi di gestazione. Tali esperienze sono però di un genere speciale, essendo determinate in modo autonomo rispetto ai sensi ed altresì rispetto ai geni ed alla loro funzione di trasmissione inter-generazionale. Si ha infatti conoscenza dei movimenti spontanei dei feti di volatili ovipari privati degli organi di senso. Questi fatti provano come la psiche in quanto tale sia autonoma sia dall' esperienza che dalla trasmissione genetica, essendo derivata da meccanismi omogenei per tutti i viventi e quindi a monte dei geni. E' tuttavia appurata una trasmissione inter-generazionale di elementi caratteriali, per vie chinico-biologiche. Piaget affermava che a monte dell' intelligenza vi sia una “programmazione”, il cui meccanismo è identico in tutti gli esseri viventi: dalle amebe, a tutti gli umani, ai calcolatori elettronici. Tale meccanismo programmatorio fisico fa sì che tutti gli esseri umani siano uguali a livello potenziale. Piaget definiva l' intelligenza come una costante ricerca di equilibrio adattativo. Ovviamente i risultati di tale ricerca di equilibrio sono diversi in quanto diverso è lo stimolo e l' ambiente in cui si svolge: di quì la differenziazione delle intelligenze. Egli riconosceva come la molla dell'intelligenza sia l' affettività, ossia la ricerca del massimo soddisfacimento individuale, la cui variazione deriva ancora dalle diverse condizioni in cui i singoli hanno la possibilità di ricercare tale soddisfacimento. Con la nascita, nel 1977, della medicina del comportamento, si è superata, in parte, la psicosomatica, ossia la branchia “psicoanalitica” che studia il rapporto tra espressioni somatiche e disturbi psicologici. La psicosomatica ha scoperto legami tra alcuni tipi di personalità e disturbi specifici, postulando un legame tra psiche e fisiologia. La medicina comportamentale si è resa conto dell' esistenza di una maggiore interdipendenza tra sistema vegetativo e somatico e quello neurologico-mentale. Ne consegue che i disturbi psichici determinano molte malattie organiche. Si postula, in tal modo, un'interazione, non solo di tipo o derivazione psicologica, ma altresì di origine bio-fisiologica tra psiche e soma, che renderebbe inscindibile la psiche, e la sua attività, dalla regolazione biologica. Questo, anziché far prevalere l' ipotesi di una naturale differenziazione bio-fisica dei singoli, tende a postulare come la natura animale in sé ponga i soggetti di ciascuna specie in una condizione di potenziale eguaglianza, la quale non si manifesta spontaneamente neanche a livello di potenzialità iniziale, essendo le disposizioni ormonali interagenti con le capacità psichiche, disposte in modo più o meno casualmente diseguale. Un' egualizzazione effettiva degli individui di una determinata specie non potrebbe comunque prescindere da un trattamento ormonale, che peraltro non può essere tale da alterare in profondità le caratteristiche e la coscienza di sé del singolo (5). Le teorie di Aldus Huxley hanno fatto temere che le conquiste dell' ingegneria genetica e della neuro-chimica possano avere come sbocco l' accentuazione delle ineguaglianze tra gli individui. Può essere, invece, che ne facciano emergere la naturale eguaglianza, a meno di un uso parziale e distorto, che avrebbe l' effetto di accentuare momentaneamente alcune ineguaglianze reali, attualmente esistenti. La neuro-biologia contemporanea consente di prevedere la possibilità, realizzabile in futuro, di completare il patrimonio di neuroni di persone handicappate, attraverso l' inserimento di elementi chimici adatti. Pare persino possibile plasmare, in modo controllato, dati circuiti nervosi, attraverso pratiche speciali ed insegnamenti (6). Questo fa ritenere che l' egualizzazione intellettiva sia realizzabile, essendo consentita potenzialmente dalla natura e divenendo realizzabile tramite lo sviluppo scientifico. 2 - La retorica dell' ideologia “socialista” sull' eguaglianza ha finito per far apparire falsa ogni concezione egualitaria. Così anche il concetto di eguaglianza naturale potenziale appare, al giorno d' oggi, compromesso. Tuttavia la scienza ha dimostrato con sufficiente chiarezza come vi sia un' egualianza potenziale od essenziale. Una società sarà effettivamente la realizzazione del superamento della realtà strutturale storica se realizzerà realmente un' eguaglianza di fatto tra le persone, capace di annullare il potere e l' autorità nelle organizzazioni tra gli individui. Tale eguaglianza, basata o meno sull' eguaglianza naturale, non sarà un' uguaglianza a tutto campo ma solo in rapporto alla ratio necessaria al funzionamento di un'organizzazione sociale pienamente razionale. Dovrà quindi consentire il superamento della divisione verticale del lavoro. 3 - La realtà strutturale statuale non presenta alcuna forma di razionalità. Non si ha infatti razionalità economica, nemmeno nelle fasi mercantili, poiché non si ha ottimizzazione del benessere e dello sviluppo, come dimostrano le crisi cicliche. Non si ha razionalità sociale, poiché si hanno squilibri sociali, spesso esplosivi. Non si ha neppure razionalità morale, poiché abbondano comportamenti individuali e sociali conflittuali e distruttivi. § 5: Naturale eguaglianza tra gli esseri umani ed ineguaglianze, anche di ordine psichico e psicologico, generate dalla realtà strutturale storica. 1 - La realizzabilità della razionalità della realtà sociale, tale da consentire la piena espressione della socialità umana, è premessa per la realizzazione della pienezza della razionalità umana, realizzabile solo gradatamente, a misura del progredire della conoscenza scientifica della natura umana. In natura non vi è eguaglianza assoluta tra soggetti appartenenti alla stessa specie, così come non sono eguali, nella natura inanimata: gli atomi di un' unica sostanza. L' umano desiderio di eguaglianza tra gli individui non è innaturale ne irrazionale. Esso fa parte della specifica natura degli esseri umani e dell' esigenza di esprimere compiutamente la propria socialità, creando una società che consenta la pienezza di espressione. Tale eguaglianza è realizzabile in quanto fa parte dei bisogni umani naturali. In ogni individuo si può ritenere sia presente l' intera umanità a lui contemporanea. Questo in quanto vi è una sostanziale eguaglianza psichica e psicologica dei contemporanei. Se l' eguaglianza è da considerarsi un valore universale, universale è pure la diversità effettiva tra gli individui, così come universale è l' atteggiamento di non presupporre eguaglianze dove vi siano diversità naturali o viceversa. Universale è pure la concezione secondo cui la natura umana, essendo di diverso livello rispetto alla natura pre-umana e cosmica, tenda a creare eguaglianza là ove la natura pre-umana ha creato ineguaglianze, purché tali eguaglianze non siano forzature della natura umana, ma in armonia con quest' ultima. Rousseau riconosceva esservi un' ineguaglianza fisica e psichica tra gli esseri umani, seppure limitata e probabilmente non proprio naturale ed inevitabile, specie per quanto riguarda l' ineguaglianza psichica. Egli evidenziò come l' ineguaglianza, generata dalla realtà sociale, non possa giustificarsi con l'ineguaglianza fisica e psichica, anche perché l' ineguaglianza di origine sociale non è proporzionale all' ineguaglianza psico-fisica (1). Riconosceva altresì come l'eguaglianza socio-economica (in presenza di ineguaglianza intellettiva) sia impossibile ed ingiusta (2). 2 - La dipendenza psicologica dell' individuo dalla realtà strutturale statuale, nella sua manifestazione contingente, è molto profonda ed è maggiormente marcata per chi è direttamente corresponsabile della dinamica strutturale statuale nelle sue manifestazioni contingenti. Hilgard affermava che tra le ereditabilità genetiche reversibili, nell' uomo, vi sia la variabilità degli organi di senso e del sistema nervoso. Tali variabilità derivano dalle strutture storiche con cui interagisce l'ereditabilità stessa (3). Benchè J. J. Rousseau considerasse l' ineguaglianza psichica naturale ed ineluttabile, riteneva peraltro che l' ineguaglianza economica e sociale sia “la prima fonte del male” (4). Egli parlava di rendere proporzionale l' ineguaglianza sociale a quella naturale (5). Non si rendeva conto che questa giusta proporzionalità implicasse il superamento delle strutture storiche e richieda una socialità superiore a quella espressa in ogni società umana fino ad ora esistita. J. J. Rousseau riconosceva come non si conoscesse ancora sufficientemente la natura umana e che occorresse rifondare la scienza umana (6).Riconosceva come molte delle differenze esistenti tra gli uomini siano effetto della vita in società (ossia della realtà strutturale storica), ma considerava ineluttabile la divisione verticale del lavoro e le strutture storiche e finì per considerare sostanzialmente ineluttabili tutte le differenze interpersonali (7). Rousseau era più propenso a riconoscere che le differenze fisiche derivino dalle strutture sociali piuttosto che riconoscere che le differenze psichiche abbiano questa origine (8). Questo appare singolare e palesemente di origine strumentale. Spinoza affermava che gli uomini differiscono per gli affetti o passioni e che tale differenza sia tale per natura (9). Egli ne trasse però la conseguenza di considerare gli esseri umani ineguali per natura e dunque naturalmente soggetti al potere di chi ha non solo maggiore conoscenza ma maggiori capacità affettive e raziocinanti. In realtà gli affetti, là ove differiscano per natura (ed è un settore limitato), non determinano inevitabilmente la costituzione del potere. Egli affermava che chi tenda ad uniformare gli “affetti” degli altri al suo, attraverso “l' affetto” diviene odioso, mentre chi agisca sotto la guida della ragione può uniformare a sé gli altri, per la sola emulazione (10). E' dunque evidente come egli si rendesse conto di come molte delle differenza affettive siano di natura strutturale. Secondo una certa teoria psicologica (ontogenesi) le doti individuali dei singoli, non derivano principalmente dal patrimonio genetico dei medesimi ma dalle influenze sociali del soggetto, specie nel periodo peri-natale. I bisogni degli individui sono quindi il portato delle “tendenze” naturali descritte da Lacan e la conseguenza delle influenze strutturali in cui l'individuo vive ed interagisce. Il confronto imitativo od emulativo si verifica anche nella trasmissione cognitiva, dove la base della produzione od auto-espressione è costituita dalla conoscenza trasmessa ed appresa per diffusione più o meno meccanica od imitativa. Tale trasmissione cognitiva avviene attraverso uno scambio, in cui il bene della conoscenza è scambiato con beni materiali ed organizzativi (con il loro contenuto di autorità irrazionale e prestigio). Anche in questo ambito si generano ineguaglianze economico-sociali, in presenza della realtà strutturale storica. Le ineguaglianze di origine innaturale generano conflitti. Il bene della conoscenza è un bene della sfera organizzativa, delle relazioni interpersonali e della produzione di beni. La sua trasmissione, nella realtà strutturale storica, genera autorità e potere di tipo irrazionale. La democrazia autentica non deve presupporre eguaglianzae naturali inesisteni, ma basarsi sulle eguaglianze effettive, ponendole in risalto e valorizzandole, ma riconoscendo altresì le ineguaglianze naturali esistenti, in modo corretto, in modo da non creare ulteriori ineguaglianze o squilibri irrazionali, ma in modo da realizzare progressive egualizzazioni di fatto, dove vi siano ineguaglianze di partenza. Le istituzioni statuali presuppongono eguaglianze naturali tra gli individui, in un' innaturale apriorismo. Esse realizzano, poi, ineguaglianze di fatto altrettanto innaturali, in quanto del tutto avulse da eventuali ineguaglianze naturali. I teorici dello “stato di diritto” puro o di una pura istituzionalizzazione del diritto, presuppongono anch' essi un' eguaglianza di bisogni, che crea già di per sé sfruttamento, essendo un' apriorismo avulso dalla realtà della natura umana. Spencer evidenziava come il miglioramento individuale e sociale implichi necessariamente la competitività e dunque la premiazione dei migliori (11). Se l' ineguaglianza economica si accompagna inevitabilmente ad ineguaglianze sociali, giuridiche e politiche, come affermava Engels (12), è però certo che l'uguaglianza economica non può precedere l' egualizzazione sociale e politica, frutto a loro volta di una certa egualizzazione delle capacità intellettive espresse.

Indici del Capitolo 11: Individualità e socialità; processo di individuazione e progresso della socialità § 1: rapporto tra individualità e socialità. 1 – Individualità e socialità. 2.1 – Teorie sulla natura dell' amore. 2.2 – Amore ed amicizia ed integrazione sociale. 2.3.1 – Amore ed innamoramento come fede irrazionale. 2.3.2 – Amore, secondo le religioni. 2.4.1 – Amore come socialità razionale. 2.4.2 – Amore come auto-coscienza. 3.1.1 – Affettività e conservazione del patrimonio affettivo agito e recepito dal soggetto. 3.1.2 - “Altruismo”, come manifestazione distorta della socialità. 3.2 – Piano fisiologico e prevalenza dei bisogni individuali, piano psichico e prevalenza dei bisogni sociali. § 2: Rapporto tra sviluppo intellettivo e socializzazione 1 – Sviluppo intellettivo e perseguimento della felicità tramite la socializzazione. 2 – Neuroni specchio e socialità, necessaria anche per la crescita biologica delle varie specie. 3 – Progresso delle capacità psichiche e della socialità, attraverso le strutture storiche, creando le premesse per società post-strutturali. § 3: Ostacoli frapposti dalla realtà strutturale storica all' individuazione ed alla soddisfazione piena della socialità 1 – Realtà strutturale storica e società coerente con l' individualità e socialità dei singoli. 2.1 – Personalità dei singoli come loro manifestazione effettiva e socialità distorta. 2.2 – Introiezione della logica della realtà strutturale storica, anche nelle sue manifestazioni più estemporanee. 3 – Realtà strutturale storica e socialità conflittuale con l' individualità. 4 – Bisogno di amore e superabilità della realtà strutturale statuale. § 4: Progresso sociale e sviluppo della socialità 1 – Connessione tra progresso strutturale e progresso della socialità. 2 – Progresso umano e progresso dell' individualizzazione, della socialità e della felicità, con la realizzazione della prospettiva concreta del superamento della realtà strutturale storica. § 5: Comunicazione interpersonale e socialità 1.1 – Irrazionalità presente in ogni individuo e conseguenti limiti alla comunicazione interpersonale. 1.2.1 – Inconscio, evidenziato dalla “psicoanalisi”, come rifugio della natura autentica o razionale degli individui. 1.2.2 – “Psicanalisi” e riconoscimento dell' origine del contrasto tra l' io cosciente e l' inconscio nella mancanza di una comunicazione adeguata. 1.3 – Intrasmissibilità dell' esperienza e grado di capacità comunicativa. 2.1 - Livello di capacità comunicativa e relazione col tipo di società realizzabile. 2.2 – Realizzazione del comportamento razionale per umanizzare la società. § 6: Ostacoli frapposti alla comunicazione interpersonale da parte della realtà strutturale storica 1 – Comunicazione implicante influenza od autorità ed irrazionalità propria della realtà strutturale storica. 2 – Comunicazione razionale e potere naturale. 3 – Trasmissione della razionalità dei singoli alla collettività. § 7: Progresso nel processo di individuazione e del grado di socialità e progresso strutturale ed umano 1 – Grado di razionalità e di affettività espressa negli universi strutturali pre-statuali, rispetto all' universo strutturale statuale. 2 – Metamorfosi tra universi strutturali pre-statuale ed universo strutturale statuale e progresso nel processo di individuazione. 3.1.1.1 – Progresso tra universi strutturali ed accrescimento della coscienza dell' inadeguatezza, per l' essere umano, della realtà strutturale storica. 3.1.1.2 – Alienazione ontologica avvertita col massimo sviluppo delle libertà sociali e politiche consentite dall' unverso strutturale storico. 3.1.2 – Intellettuali e libertà insita nella prospettiva ideale del superamento della realtà strutturale storica. 3.2.1 – Comte e metamorfosi tra universi strutturali inteso come progresso umano e “sviluppo” della ragione umana e dell' “istinto sociale” o socialità. 3.2.2 – Coerenza tra evoluzione tra i vari universi strutturali e progresso psichico. 3.3.1 – Lotze e riconoscimento di come la ripetuta metamorfosi tra universi strutturali, pur avendo permesso un grande progresso conoscitivo, non abbia determinato progresso della felicità. 3.3.2 – Progresso umano attraverso il progresso di standards espressivi dell' essere, od universi strutturali storici, o sui protocolli di razionalità della scienza della natura umana e della sua socialità. 3.4 – Sintomi dell' inadeguatezza della realtà strutturale a consentire la stessa sopravvivenza della specie umana, emersa nel corso del XX secolo e.v.. 4 – Possibilità, concessa dal livello conoscitivo raggiunto, del superamento della realtà struttturale storica. 5 – Rapporto tra possibilità del superamento del lavoro e necessità del superamento della realtà strutturale storica.

Capitolo 11: Individualità e socialità; processo di individuazione e progresso della socialità § 1: Rapporto tra individualità e socialità. 1 - Dei quattro aspetti della percezione del sé, riferita al sé e percepita dal soggetto stesso, teorizzato dagli psicologi, la percezione di sé come portatore di valori e mete porta a sviluppare un sé ideale, dove il soggetto giudica la propria condotta effettiva in rapporto a tale ideale. Gli ideali ed i giudizi di terzi concorrono a creare un equilibrio tra le motivazioni sociali. La valorizzazione e la protezione di sé costituiscono il tema centrale della motivazione sociale. La percezione del sé è dunque inscindibile dalla motivazione sociale (1). La pulsione alla realizzazione degli interessi individuali è l' essenza stessa dell' individualità, esprimendone la soggettività, mentre il bisogno di socialità, presente pressoché in ogni forma di vita, e dunque caratteristica intrinseca della vita, si può dire sia un aspetto del bisogno individuale, necessario per completare la propria essenza. Le pulsioni sociali sono, in origine, basate su aspetti fisiologici o biologici. Questo dimostra ulteriormente la imprescindibilità del bisogno di socialità. Vi è però una mediazione dell' educazione, quanto viene espresso si può definire disposizioni motivazionali che, se attivate, assumono l' aspetto di motivi attivati; diventano cioè bisogni molto mediati e perciò irriconoscibili come pulsioni di base (2). Vi è la preminenza del bene dei singoli su quello generale della specie, il quale ultimo consegue a quello dei singoli, essendo la specie costituita da individui, i quali hanno finalità insieme di tipo individuale e di specie. Il progresso della specie non può che derivare da quello dei singoli. I bisogni individuali o di integrazione dell'io si confondono con i bisogni sociali e questa è la riprova di come l' io non si realizzi pienamente senza la piena realizzazione della socialità. Jung concepiva l'inconscio come un “organismo” autonomo in divenire, tendenzialmente naturale, la cui evoluzione spontanea, se non ostacolato o deformato dalla coscienza, conduce progressivamente alla “individuazione”, inteso come progressiva realizzazione o concretizzazione, attraverso vari stadi, della natura psichica dell' uomo (3). L' autocoscienza è amore di sé, il quale amore di sé richiede l' amore di terzi, come conferma e riequilibrio. Alcuni psicologi riconoscono come vi sia un rapporto inscindibile tra un autentico amore di sé ed amore per gli altri, ossia vi sia inscindibilità tra realizzazione della propria essenza individuale e della socialità, poiché nascenti da profondi bisogni umani (4). I bisogni individuali, quanto quelli sociali, nascono dalla natura dei singoli. Di per sé tali bisogni non possono essere disgiunti o divenire antitetici, se non distorcendone la natura dell' uno o dell'altro. La socialità effettiva, se naturale per l' essere umano, nasce dal bisogno di socialità, la quale ultima è elemento costitutivo essenziale del soggetto bio-psicologico individuale. L' etologia ha dimostrato come l' istinto della cura della prole sia alla base della socialità naturale, unitamente alla sessualità. Il rapporto intercorrente tra individualità e socialità è desumibile nell' atto sessuale dove la soddisfazione psichica di ciascuno dei partners è data dal godimento fisico che si è stati capaci di generare nell' altro partner. La socialità costituisce dunque un bisogno insieme fisico e psichico naturale. L' erotismo e la sessualità, nonché il piacere sessuale, sono componenti della socialità e dell' individualità, in quanto strumento ineludibile della coscienza di sé, così come lo è la socialità. Una corretta sessualità è strumento di corretta socialità, pur essendo vero anche il reciproco. Si può affermare che la sessualità sia il legame naturale tra l' individualità e la socialità dei singoli, essendo manifestazione di entrambi gli aspetti della natura umana. Gli psicologi riconoscono come la socialità sia la quintessenza dell' auto-realizzazione dell'individuo (5). Hilgard, contraddicendo Freud ed il suo pansessualismo, affermava che vi siano altri fattori, oltre la sessualità, a determinare il comportamento associativo. Tale bisogno o pulsione è definito dagli psicologi: motivazione gregaria od associativa (6). La comunicazione interpersonale e l' espressione della socialità degli individui consente al soggetto stesso di acquisire la piena coscienza dei propri bisogni e capacità e di giungere all' auto-realizzazione di sé, essendo la socialità inscindibile dall'individualità dei singoli. I filosofi, come Platone ed Aristotele, tendevano ad identificare la felicità, che individuavano nella coerenza tra bisogni e desideri naturali, con la moralità. Questo, perchè ritenevano inscindibile l'individualità e la socialità. Aristotele riconosceva come l' amicizia (o la socialità) sia indispensabile all' uomo (7). Egli affermava che la socialità derivi dalla natura fisica dell' uomo e degli altri animali (8). Affermava che amicizia e giustizia appartengano allo stesso genere e natura (9) e che amicizia e bontà siano inscindibili (10). Egli classificava l'amicizia in rapporto ai seguenti motivi: -       in vista di un bene, -       per il piacere, -       assolutamente, -       in vista della persona amata, -       in seguito ad una certa somiglianza (11). Egli affermava che il vero scopo dell' amicizia sia l' interesse proprio od egoistico: si ama il proprio bene (12). Riteneva che l' amicizia e l' innamoramento plurimi siano impossibili, ma questo soprattutto per la scarsità dei “buoni” e della possibilità di “essere venuti con loro in familiarità” (13). Affermava che l' amicizia renda eguali (14). La comunanza di sentimenti crea una progressiva egualizzazione intellettiva, almeno sul piano affettivo. Socrate riteneva il rapporto interpersonale indispensabile all'individuo (15). Per Socrate, pertanto, la socialità sarebbe un bisogno primario dell' individuo. Spinoza affermava che i bisogni umani od “appetiti” derivino dalla natura umana stessa. Egli riconosceva come i bisogni della mente non possano che volgere al suo proprio maggiore bene, che egli definisce “fortezza”. Distingueva ciò che tende a vantaggio esclusivo del singolo e ciò che realizza il vantaggio del singolo attraverso il rapporto con terzi. Distingueva questi due tipi di bisogni definendoli rispettivamente “fermezza” e “generosità” (16). Egli affermava che anche i normali bisogni umani possano assumere aspetti patologici e mutarsi da cose buone in cattive (17). Spencer, pur ritenendo naturalmente antitetici i bisogni individuali e quelli sociali, riteneva che il progresso porterà ad un equilibrio ed integrazione, nella piena espansione, tra i due tipi di bisogni (18). Kropotkin riconosceva come il termine “egoismo” sia inesatto e come non esista di per sé “l'altruismo” come socialità “spogliata da ogni elemento di godimento personale” (19). Riconosceva, cioè, come non vi sia alcun contrasto tra “egoismo” ed “altruismo”, essendo due aspetti della natura umana e della natura vivente in genere, niente affatto conflittuali ma convergenti per la sopravvivenza dei singoli e delle specie. La stessa filosofia delle “upanisad” afferma che non esista l' amore altruistico ma che l' amore abbia sempre un carattere egoistico: amore di sé (20). Tale concezione porta però questa filosofia a proporre un' unità mistica tra l' individuo ed il tutto e poiché per “il tutto” si finisce per intendere soprattutto la realtà strutturale storica, si finisce per proporne l'accettazione incondizionata e supina (21). Gli indiani, come i greci, eccellono nella speculazione filosofica. Essi rifuggono generalmente dall' “edonismo”, sotto la spinta delle loro religioni e della loro cultura. Essi assumono prevalentemente atteggiamenti “eudemonistici”, ossia ricerca dell'attività e benessere come dovere morale (22). Lo spirito conservatore o rifiuto di rompere con la tradizione culturale collabora con la speculazione religiosa (23) ad alimentare un' eclettismo che si oppone allo sviluppo rapido della fase mercantile e della sua meta-cultura. Spinosa affermava che il desiderio di verità e di rapporti con i nostri simili sia “la vera essenza degli esseri umani” (24). Ossia il bisogno del rapporto con l' altro è inscindibile dalla natura umana, ma anche dalla vita di tutti gli animali con un minimo di socialità. L'amore di sé è definibile come autocoscienza, che consente al singolo l' espressione delle proprie capacità. L' amore interpersonale è la coscienza che consente al singolo l' espressione dei suoi bisogni sociali, anche di ordine fisico. 2.1 - Spencer affermava che l' amore non sia altro che una fede od una “rappresentazione ideale” dell' altro, come surrogato di una conoscenza soddisfacente e profonda della reale essenza degli altri (25). Hegel affermava che l'amore non consista in dipendenza dall' oggetto amato, ma debba consistere in gioia derivante dal compimento dell' amore stesso (26). L' amore è dunque anche soddisfazione egoistica di sé, estrinsecata socialmente. L' amore razionale per una persona è riferito all' alterità unica dell'altro e, contemporaneamente, alla sua universalità, ossia alla propria uguaglianza con il sé del soggetto amato, uguaglianza che non significa, tuttavia, identità. La felicità si può affermare consistere nell' amare una persona in modo da procurargli la felicità che quella persona desidera, nei modi che quella persona desidera, se non contrastano con la razionalità. Questo determina la felicità del soggetto amato, soddisfacendo al contempo il bisogno di auto-coscienza ed auto-realizzazione del soggetto amante, ossia soddisfazione dei bisogni individuali o di individuazione ed insieme di socialità. L' amore non può essere annullamento di sé ma ricerca della massima comunicazione: comunicazione psico-fisica, razionale-conoscitiva, affettiva, emozionale. L' amore razionale è dunque comunicazione autentica, la quale ultima costituisce l' autentico legame tra i partners e la quintessenza della socialità degli individui. 2.2 - Simmel affermava come, se il rapporto amoroso od erotico presenta possibilità di una comunicazione totale della personalità, tuttavia spesso tale tipo di rapporto impedisce la conoscenza della sfera pratica, morale ed intellettuale, mentre l'amicizia, col consentire il differenziarsi degli individui, rende particolarmente difficile un' intimità totale, mentre consente una conoscenza più profonda degli elementi intellettuali e pratico-morali. E' dunque evidente come la conoscenza totale sia realizzabile solo integrando amicizia e rapporto erotico come avveniva, seppur parzialmente, per l'amicizia nell' “antichità classica”, come l' “antica” Grecia (27). Poiché l'integrazione sociale, di qualsiasi tipo, è inversamente proporzionale alla formazione del segreto e quindi alla differenziazione personale (28), nelle città si ha, generalmente, una maggiore possibilità di autonomia e distinzione personale che non in campagna (29). 2.3.1 - Robert M. Pirsig riconosceva come l' amore crei la coscienza di sé (30). L'innamoramento equivale ad una fede irrazionale. Consiste infatti in attrazione sessuale, oltre ad illusione di poter instaurare una comunicazione affettiva profonda e soddisfacente, con conseguente scatenarsi delle emozioni, in una esaltazione fideistica, in tutto simile ad ogni altra fede irrazionale. Gli psicologi riconoscono, in base a precise dimostrazioni scientifiche, che l' innamoramento sia una forma di malattia mentale essendo una forma di fede irrazionale, come lo è, del resto, l' odio viscerale per una data persona (31). L' amore, non ricambiato, verso una persona, in quanto basato su una fede irrazionale nell' amore del partner, può definirsi non sentimento razionale, ma pura emotività, in quanto non accompagnata da conoscenza razionale dell' effettivo scambio affettivo. 2.3.2 - L' amore è inteso dalla cultura occidentale come donazione di sé ad un' altra persona. Si trasformerebbe quindi in un rapporto di donazione – possessione. L'amore razionale è invece essenzialmente comunicazione o trasmissione interpersonale di: sensazioni, emozioni, sentimenti, ragionamenti e conoscenza. L'intensità o profondità dell' amore sarà tanto maggiore quanto più numerosi saranno i campi in cui avviene tale comunicazione e quanto più intensa sarà tale trasmissione. La donazione o dedizione può essere solo conseguenza secondaria dell' amore e non la sua essenza e sarà su base di reciprocità. La donazione o rinuncia all' espressione della propria individualità è sintomo di un' amore deviato o conseguenza della realtà strutturale storica. L' amore autentico o razionale sarà tale solo se consentirà la realizzazione piena della socialità del soggetto, la quale ultima non può essere disgiunta o posta in antitesi alla piena auto-realizzazione o realizzazione piena della propria individualità. L' “altruismo” non esiste, se non come negazione di sé; esiste essenzialmente nelle ideologie, in quanto miranti alla sottomissione, alla logica strutturale, degli individui stessi. L' amore razionale è, tuttavia, una forma di “altruismo”, sebbene presenti solo in parte le caratteristiche dell' “altruismo”, in quanto è essenzialmente finalizzato alla realizzazione della socialità del singolo. Solo la creazione di una socialità più autentica potrà far superare l' amore basato sulla fede nell'altro e dunque sull' irrazionalità, fonte di coercizione ed infelicità. L'appello “cristiano” all' amore, inteso come oblio di sé o supererogatorio, deriva dalla conoscenza dei limiti della coscienza, nella realtà strutturale statuale, limiti che non consentono di recepire il valore dell' amore autentico, per la coscienza del singolo. La concezione “cristiana” dell' amore, come puro “altruismo” dimentico di sé, sebbene sia rimasta nel sottofondo ideologico del “cristianesimo”, ha tuttavia incentivato una concezione “romantica” od irrazionale dell' amore. 2.4.1 - Scopo dell' amore, o di ogni rapporto interpersonale, è l'accrescimento della coscienza di sé e dunque uno scopo puramente individuale e soggettivo e lascia dunque all' altro piena libertà di decidere quale sia il suo bene, presupposto perché il rapporto gli consenta di acquisire piena coscienza di sé. L'amore non è in antitesi con la massima valorizzazione di sé, ma è anzi strumento della massima coscienza del proprio valore, in quanto il proprio valore si esprime soprattutto nella socialità. L' amore di sé può essere considerato come socialità rivolta verso sé stesso. Tale socialità non è tuttavia realizzabile in modo completo se priva di un adeguato amore per gli altri o socialità verso terzi. L' amore irrazionale, simile alla fede irrazionale, od innamoramento subitaneo è un' aspetto dell' irrazionalità presente in ogni individuo. L' amore razionale, basato sull' affettività più profonda che il soggetto possa manifestare, senza le iperboli emozionali di tipo irrazionale, sebbene l'emozionalità non sia assente, anche nella tipologia di amore più ponderato e razionale. 2.4.2 - L' interdipendenza tra bisogni sociali e bisogni individuali sta nel fatto che la socialità consente una coscienza equilibrata o razionale di sé. Con il termine di socialità individuale si intende il bisogno di un rapporto con altri individui. Tale bisogno non implica desiderio di identificazione con l' altro ma confronto e tendenza all' egualizzazione nella distinzione ed autonomia di un soggetto dall' altro. Il progresso della socialità non può implicare un ritorno all' indistinzione tra gli individui, come era nelle società pre-strutturali, ma un rapporto inter-personale, basato sulla massima comunicatività, che consenta la piena espressione dell'individualità dei soggetti coinvolti. La socialità progredisce infatti realmente se consente un parallelo progresso nel processo di individualizzazione. La socialità razionale od amore razionale, nella reciprocità del rapporto affettivo, consente all'individuo di acquisire una retta coscienza di sé. Il bisogno di socialità nasce dal bisogno di manifestarsi in conformità alla propria autocoscienza. L' altro, rispetto al soggetto, non ha esistenza piena se non per sé. Non è dell' altro e della sua esistenza che l' individuo necessita, ma del rapporto con un sé fuori di sé: con uno specchio di sé stesso. Tale rapporto consente al soggetto di acquisire piena coscienza di sé. L'altro, dunque, esiste in sé solo in quanto sia simile al soggetto, ossia a potenziali soggetti che possono avere relazioni con lui, ossia in quanto siano soggetti dotati della stessa universalità. Se non è dell' esistenza in sé e per sé dell' altro che il soggetto necessita, necessita però di un rapporto reale con un soggetto, esistente in sé e per sé. L' amore autentico o razionale, nei rari casi in cui prevale nelle relazioni interpersonali, caratterizza le relazioni interpersonali, come scambio auto-realizzativo. Ogni partner scambia ciò che ha, ossia ciò che crea, non potendosi imitare l' altro nella creazione dell' affettività o dell'azione razional-conoscitiva, poiché ogni creazione non può che essere autonoma, l' emulazione non essendo che limitata all' intensità dello scambio. La creatività ed auto-espressione più alta necessita del confronto a priori ed a posteriori, come conferma della creazione stessa, confronto che sarà dunque incentivato dalla stessa creatività. L' emulazione sarà relativa non allo scambio ed ai suoi risultati, ma all'intensità della creazione, la quale rispecchierà la personale capacità e volontà di manifestazione del soggetto od auto-manifestazione. L' amore razionale può definirsi strumento della coscienza di sé. 3.1.1 - Guyau negava che le “tendenze antisociali” siano naturali (32). Paulsen definiva “energetismo” (33) la concezione che pone l' insieme di “egoismo” ed “altruismo” come base della morale, ritenendo inscindibili i due momenti. Horkheimer riconosceva come l'individualità comprenda anche la socialità, ossia il bisogno di socialità. Guyau riconosceva come la socialità non sia che un elemento dell'“egoismo” ove, se l' elemento soggettivo di tale “egoismo” mira al “nutrimento ed all'assimilazione”, la parte oggettiva mira alla “produzione o fecondità” (34), ossia all' espansione sociale, definibile come la conservazione ed espansione della propria affettività, agita e recepita. 3.1.2 - L' “altruismo” si configura spesso come una distorsione della socialità degli individui e della loro stessa individualità, poiché non conduce ne alla piena soddisfazione del bisogno di socialità ne all' esaltazione, se non in maniera distorta, della loro individualità. I grandi “filantropi” tendono all'esaltazione della propria individualità in modo ipertrofico, dimostrando il proprio eroismo ed eccezionalità e la loro socialità ne è ugualmente distorta, in quanto basata apparentemente in modo esclusivo sulla dazione e non su un rapporto equilibrato con le persone con cui entrano in contatto. 3.2 - In campo fisiologico o “materiale” l' unico bisogno che ha attinenza con la socialità è la soddisfazione del bisogno sessuale. In campo “spirituale”, ossia per i bisogni sorgenti dalla psiche, il discrimine tra bisogni individuali e sociali passa tra il bisogno di conoscenza, la cui soddisfazione è generalmente puramente individuale ed il bisogno di auto-coscienza o razionalità. L' individuo totalmente isolato non può dare uno scopo preciso e completo al proprio sforzo di raggiungere una conoscenza soddisfacente, se non rende altri partecipi del risultato di tale sforzo: solo la trasmissione della conoscenza rende l' individuo cosciente pienamente della conoscenza acquisita. Vi è inoltre il bisogno di auto-stima e di stima da parte di terzi, connessa all' affettività, che non può essere soddisfatto dall' individuo autonomo se non in modo limitato e distorto. Il bisogno di affettività, sia agita che ricevuta, è un bisogno sociale per eccellenza. Se, dunque, sul piano fisiologico, l' individuo ha bisogni prevalentemente individuali, sul piano psichico i suoi bisogni sono prevalentemente di tipo sociale. § 2: rapporto tra sviluppo intellettivo e socializzazione 1 - Gli scienziati hanno provato come vi sia una dipendenza dello sviluppo intellettivo dalla socializzazione (1). Alcuni ricercatori rilevano come l' intelligenza umana si sviluppi in rapporto alla socialità espressa dai soggetti (2). La socialità non è solo il mezzo per rendere l' individuo cosciente, in modo equilibrato, di sé. E' anche il mezzo per creare e trasmettere la conoscenza, poiché la conoscenza non può prescindere dalla socialità. La felicità dei singoli è basata sulla loro socialità, essendo quest' ultima lo scopo della realizzazione della loro individualità piena. 2 - Giacomo Rizzolatti, insieme ad altri ricercatori dell' Università di Parma, ha scoperto i “neuroni specchio”, ossia dei “neuroni motori molto particolari che permettono al nostro cervello di descrivere l' atto visivo che osserviamo e associarlo immediatamente a ciò che sappiamo, creando delle catene di movimento che sappiamo prevedere ma anche riprodurre”. Questi neuroni consentono all' individuo non solo di interagire con gli altri ma di adattarsi al gruppo od ai singoli con cui interagisce, acquisendone le manifestazioni di pensiero più evidenti ed emergenti, se non anche quelle meno evidenti ed inespresse. Rizzolatti affermava che l' interazione tra gli individui sia necessaria al singolo “per crescere e svilupparsi, non solo sul piano culturale, ma soprattutto biologico” (3). 3 - L' evoluzione degli esseri viventi in generale è misurabile in relazione allo sviluppo della socialità. Se negli animali inferiori l' “istinto” sociale non trova modo di esprimersi, data la mancanza di una spinta alla cooperazione determinata da una capacità psichica limitata, la socialità va sviluppandosi col crescere delle capacità psichiche. Il che origina le prime società strutturali. Le società pre-strutturali possono ritenersi connaturate agli animali che le creano, data la limitata capacità psichica, che non consente loro di accedere a società strutturali. L' accrescersi delle capacità comunicative, con il progredire delle capacità psichiche, ingenerata dal vivere nelle società pre-strutturli o società di natura inferiori, determina la possibilità di dar luogo a società strutturali ed il vivere nelle società strutturali pre-statuali, per svariati millenni, può accrescere le capacità comunicative, psichiche e cognitive in modo da rendere possibile l' accedere alle strutture statuali. La vita nell'universo strutturale statuale, per svariati cicli storici, rende gli esseri umani insoddisfatti della realtà storica in atto e li spinge a cercare i mezzi conoscitivi adatti a rendere la specie umana capace di trascendere la realtà strutturale storica. § 3: Ostacoli frapposti dalla realtà strutturale storica all' individuazione ed alla soddisfazione piena della socialità 1 - Rousseau intuì come la “società” sia costituita da “uomini artificiali e di passioni fittizie che sono il risultato di tutti questi nuovi rapporti e non hanno alcun vero fondamento nella natura” (1). Egli, quindi, intuiva correttamente la reale natura delle strutture storiche e la loro influenza sugli esseri umani. La società strutturale denuncia la propria innaturalità rispetto agli esseri umani poiché ha scopi o finalità autonome rispetto agli esseri umani, sia in quanto individui che in quanto specie. Se l'uomo raggiungerà la pienezza della socialità, realizzerà la convergenza piena tra interessi individuali ed interessi sociali, evitando ogni possibilità di conflitto tra questi due tipi di bisogni. In tale condizione non vi sarà contrasto tra gli individui e la società, poiché la società sarà soltanto l' espressione della socialità dei soggetti, con la conoscenza necessaria all' espressione piena della socialità e dell' individualità dei soggetti. L' individualità di ciascun individuo è costituita dalla manifestazione potenziale del suo essere: la sua umanità potenziale o coerente con la sua natura autentica, ma inespressa in presenza della realtà strutturale storica. 2.1 - Hobbes distingueva tra “foro interno” ossia l' intenzione e “foro externo” od azione (2), ritenendo possibile un divario tra i due. Riferiva come il termine latino persona indichi “il travestimento o l' apparenza esterna” (3). Da questo se ne deduce come la personalità sia riconosciuta da Hobbes come una conseguenza della realtà strutturale ed estranea alla natura dei singoli. Il carattere o personalità di un soggetto costituisce la manifestazione reale od effettiva, dunque soggetta o co-determinata dalla realtà strutturale storica. 2.2 - L' introiezione della logica della realtà strutturale in atto, di cui parlano gli “psicoanalisti”, avviene per gli adolescenti, attraverso il passaggio da una crisi di socializzazione che denuncia il rifiuto della logica della realtà strutturale statuale nella forma contingente assunta in quel dato momento storico (4). Kurt Lewin affermava addirittura che l' organizzazione interna della persona segua i tipi dei regimi (o tipi di governo) che si alternano nell' evoluzione dell' universo strutturale statuale e che egli classificava così: autocratica, democratica, lassar-faire. Questo dimostra il grado di interiorizzazione della realtà strutturale, capace di modellare il carattere degli individui secondo le variazioni dei tipi di governo, oltre alle articolazioni maggiormente coinvolgenti, dei vari universi strutturali, in cui il soggetto vive (5), ossia le fasi statuali ed i sistemi sociali. 3 - La realtà strutturale storica inibisce la realizzazione di una adeguata socialità. A tale situazione gli individui reagiscono attraverso il tentativo di realizzare un ipertrofico amore di sé. Tale amore risulta distorto, falsato ed insoddisfacente, in quanto non consente una completa realizzazione di sé stessi. John Platt definiva “trappole sociali” le tendenze a massimizzare gli interessi personali a breve termine, creando squilibri sociali, i quali determinano, a loro volta, penalizzazioni per gli stessi individui, in tempi medio – lunghi. Le ideologie filo-feudali e fideistiche in genere affermano di non voler contrastare il processo di progressiva individuazione, ma di voler limitare lo spazio d' azione degli individui unicamente per limitarne l'individualismo. In realtà l' individualismo è frutto di una individuazione limitata e distorta, costretta ad esprimersi all' interno di strutture storiche che limitano la socialità dei singoli e consentono di esprimerla in modo inumano in quanto gerarchica. Sviluppando la socialità e l' individualità dei singoli in modo pieno emergerà come l' individualità e la socialità non confliggano ma coesistano naturalmente e si esprimano insieme. 4 - Il bisogno di amore è caratteristica umana insopprimibile che sta alla base della possibilità stessa di superare la realtà strutturale storica, come ha affermato Orwell nel suo “1984”. § 4: Progresso sociale e sviluppo della socialità 1 - Le strutture storicamente date sono basate su leggi naturali. Il loro susseguirsi nel tempo testimonia un avanzamento nel grado di socialità, esprimibile da parte della media della popolazione e quindi di un progredire della stessa natura umana nel suo grado di manifestazione. Michelet e Quinet identificavano la “marcia della civiltà” con la marcia del progresso e ritenevano migliorabile la storia, ove per storia intendevano quella che noi abbiamo definito realtà strutturale storica. Lercux riteneva che l' accresciuto potere sulla natura, realizzato col progresso scientifico, dia la possibilità di organizzare meglio la società. Lercux riteneva che fulcro della palingenesi sia la “solidarietà” intesa come comunicazione totale, come fonte di amore totale. Per “palingenesi” egli intendeva il superamento della realtà strutturale storica e nel contempo una sorta di reincarnazione tesa a compensare l' ingiustizia derivante dal far sopportare il peso del processo progressivo (come egli riteneva che fosse l' evoluzione della società statuale) alle generazioni che non ne hanno goduto i vantaggi (1). Comte e Spencer ritenevano che la “civiltà” si evolva sotto l' impulso di un perfezionamento derivante dall' evoluzione bio-psichica dell' uomo. Comte identificava il concetto di “civiltà” (Kultur) con il concetto di progresso ed affermava che quest' ultimo consista essenzialmente in un progresso morale, il cui fine è la felicità del genere umano ed il progressivo il prevalere delle migliori caratteristiche dell' essere umano (2). Il progresso umano consiste nella tendenza verso la massima soddisfazione degli autentici bisogni umani. Gli ideologi identificano il progresso con la crescita dell' organicismo sociale. Questo significa identificare il progresso sociale con l' evoluzione della realtà strutturale statuale verso una nuova fase feudale. L'evoluzione umana, e biologica in generale, consiste nella graduale presa di coscienza della natura dei bisogni, la cui soddisfazione renderà la vita completa. L'istintualità biologica non consente di distinguere tra le varie urgenze ne, tanto meno, di individuare i modi di soddisfarli. Consente unicamente di avvertire un malessere od insoddisfazione, tanto più marcato quanto maggiore sia il grado di insoddisfazione dell' insieme dei bisogni. Tra gli animali più complessi, ove le urgenze sono molteplici, solo l' apprendimento conduce a comportamenti, i quali, consentendo la piena soddisfazione di un dato bisogno, consentono l' attenuazione dell' urgenza relativa, poiché determinano l' individuazione del bisogno stesso e del modo di soddisfarlo. Così, ogni successiva individuazione dei bisogni e dei mezzi per la loro soddisfazione, determina la via che conduce alla realizzazione completa dell'individualità e della socialità ed alla coerenza tra necessarietà interna all'individuo e relativa soddisfazione. 2 - La condizione umana di libertà si realizzerà allorché esisterà la possibilità concreta, per gli individui ed i popoli, di creare società diverse, in relazione al problema sociale, ossia al rapporto tra individualità e socialità e se tali società consentiranno ai singoli di realizzare pienamente i propri bisogni di individualità e socialità e dunque di essere pienamente liberi da condizionamenti esterni. Castoriadis, filosofo francese morto nel 1997, criticava l' “ontologia identitaria” della filosofia classica e teorizzava l' essere come creazione dell'immaginario. Egli è visto come esaltatore e cantore della democrazia, luogo in cui l'immaginazione si esprime e trionfa (3). In accordo con Castoriadis si può affermare che l' essere progredisca, nelle sue manifestazioni, trascinato dall'immaginario, il quale ultimo è vitale se è anticipatore e suscitatore di nuove realtà. Il progresso umano e sociale si misura sulla base del grado di individuazione e di socialità. Una crescita di socialità apparente (e soprattutto sbandierata come reale), ma con rapporti interpersonali viziati e distorti, equivale ad una diminuzione effettiva di socialità. Se a questo si aggiunge un regresso nel processo di individuazione, si ha un effettivo regresso umano, come avviene nelle fasi feudali, rispetto alle fasi mercantili. John Bury vedeva il progresso nel cammino verso la realizzazione della condizione della felicità per ogni individuo (4). § 5: Comunicazione interpersonale e socialità 1.1 - Simmel affermava che se ogni individuo riferisse, nella propria comunicazione interpersonale, in modo assolutamente esatto il proprio “reale psicologico” finirebbe in un ospedale psichiatrico (1). Quindi egli riconosceva l' esistenza di un sostrato di irrazionalità nella psiche umana. Riconosceva, tuttavia, come tale situazione di necessità della menzogna di tutti possa essere superata (2) in una conoscenza reciproca totale della “intera verità”. In quella che definiamo realtà strutturale, egli rilevava, il grado del quantum dell' “intera verità” conoscibile della personalità di ciascun individuo sia inversamente proporzionale alla schiavizzazione mentale degli individui stessi, ossia del grado di anti-democrazia vi sia nel regime in cui l'individuo stesso vive. L' anti-democrazia implica un rapporto interpersonale di tipo molto gerarchizzato ed una cultura molto ideologizzata. 1.2.1 - L' inconscio, evidenziato dalla “psicanalisi”, è lo strumento di salvaguardia della natura più profonda ed autentica degli individui. La realtà strutturale costringe il comportamento dei singoli all' inautenticità, ossia alla vita di pura apparenza e quindi di negazione dell' autenticità naturale. L' autenticità, negata in tal modo, finisce per essere negata anche per sé, dal soggetto stesso, per necessità di coerenza interiore. Viene così rimossa, divenendo inconscia. 1.2.2 - La “psicanalisi” lacaniana, partendo dalla tripartizione freudiana tra: conscio, subconscio ed inconscio, in cui il subconscio è inteso da Lacan come il luogo dei “significanti non utilizzati” seppure non “rimossi”, mentre quelli “rimossi” costituirebbero l' inconscio. Lacan affermava che l' inconscio formi il “soggetto rimosso” e costituisca un vuoto, essendo un “significante privo di significato”, e determini la solitudine del soggetto. Tale “solitudine” deriva da una non soddisfacente comunicazione con l' altro, e costituisca una “non comunicazione”. 1.3 - L'esperienza acquisita è una forma di conoscenza solo parzialmente trasmissibile. Si trasmette in parte la conoscenza relativa alle esperienze derivanti da modelli organizzativi specifici, da parte di popoli o gruppi più ristretti. In modo forse ancora più ristretto è trasmissibile l' esperienza acquisita nella formazione del carattere individuale, mentre lo è maggiormente per le specifiche abilità lavorative. Tale intrasmissibilità è, tuttavia, essenzialmente connessa all'attuale grado di capacità comunicativa. 2.1 - Spinoza affermava che la conoscenza di ogni singolo individuo sia tanto più “adeguata” quanto più il “suo corpo ha in comune con gli altri corpi” (3), ossia quanto più esiste comunicazione interpersonale e socialità autentica. L'”esistenzialismo” heideggeriano auspicava l' “abbandono” di quella che abbiamo definito realtà strutturale storica, che egli definiva basata sulla “volontà di potenza”. Egli affermava che tale “abbandono” non si baserebbe su una scelta volontaria ma sulle possibilità offerta dalle nuove conoscenze linguistiche le quali consentirebbero una sintesi tra scienza e filosofia, ossia tra “pensiero calcolante e pensiero meditante” (4). 2.2 - La cosiddetta “società di natura” o società pre-strutturale è una società che consente di realizzare il tipo di socialità consentita dalla capacità comunicativa propria di alcune specie animali sub-umane. Per umanizzare la società occorre umanizzare preventivamente il comportamento degli individui, rendendo il loro comportamento razionale o coerente con la loro natura effettiva. L' essere umano ha una capacità comunicativa assai superiore ad ogni altra specie animale. Tale capacità comunicativa gli consente di soddisfare pienamente il proprio bisogno di socialità. La specie umana, utilizzando pienamente la capacità comunicativa realizzata, anche grazie alle strutture storiche nella loro evoluzione e progresso, può realizzare una società post-strutturale o socialitaria, capace di soddisfare a pieno la socialità propria della specie umana. § 6: Ostacoli frapposti alla comunicazione interpersonale da parte della realtà strutturale storica 1 - L' analisi degli elementi di cultura presenti in alcune specie di primati dimostra come vi possa essere e vi sia trasmissione di sapere tra gli individui della stessa specie, pur in presenza della società pre-strutturale o di universi strutturali pre-statuali in formazione (1). La comunicazione interpersonale, nella realtà strutturale storica, non può mai andare oltre un certo limite, svelando gli effettivi bisogni, desideri e pensieri dei singoli agli altri, poiché questo esporrebbe i singoli a sopraffazioni che renderebbero impossibile od assai penosa la vita stessa. Questo limita fortemente le possibilità di comunicazione interpersonale. Chiosando Luhmann, ritenuto il mentore per eccellenza dalla generalità degli “intellettuali” contemporanei, secondo cui “è il mezzo a fare il messaggio”, si può affermare che in realtà, sia la natura della società in atto a determinare il tipo di messaggio, indipendentemente dal mezzo comunicativo usato. Così a partire dai pettegolezzi delle comari alle più evolute tecniche multi-mediali, vi è pressoché un' unica forma di comunicazione, espressione dei sistemi sociali via via in atto, i quali consentono uno specifico livello di possibilità comunicativa. Carl J. Friedrich affermava che l'autorità di una comunicazione imperativa o comando stia nella sua razionalità, ossia nella “rispondenza a valori parimenti condivisi dal soggetto e dall' oggetto del comando”, potenzialmente dimostrabile (2). In realtà la comunicazione imperativa o comando non può essere mai razionale, in quanto è per sua natura estranea alla natura autentica sia del soggetto che lo impartisce quanto di chi lo riceve. Il comando o comunicazione imperativa si giustifica solo in un contesto irrazionale ed occorre delimitarne al massimo l' oppressione, rendendo i soggetti interessati ugualmente e razionalmente coscienti. La razionalità implica l' assenza di contraddizioni tra la natura umana, manifestantesi nei soggetti interessati, nei loro assunti, atteggiamenti ed azioni. Tale condizione è palesemente assente, ovunque si manifestino autorità od influenza non naturali. Oscar Wilde definiva, con buon fondamento, il matrimonio come basato essenzialmente sulla reciproca incomprensione. La comunicazione interpersonale è infatti, nella realtà strutturale, assai limitata ed ostacolata nell' esprimersi pienamente. 2 - La superiorità del sapere, in nozioni e competenze possedute, non implica necessariamente influenza od autorità irrazionale ma può comportare semplice travaso di conoscenza, ove si sostituisca alla comunicazione imperativa la dimostrazione dell' assunto. Si può parlare, in quest' ultimo caso, di autorità naturale o razionale. A tale ultima forma di autorità non può accompagnarsi alcuna forma di potere o di comando, ma solo una coscienza condivisa della realtà. Il “nichilismo moderno” propone un' apparente assolutizzazione della volontà umana, negando la contrapposizione classica tra essenza ed apparenza, finendo per assolutizzare l'apparenza. Occorre invece rivalutare l' essenza ed il dialogo inter-soggettivo, consono con l' essenza, ossia basato sull' universalità dell' essere. 3 - La razionalità nasce dagli individui, attraverso il manifestarsi delle loro tendenze naturali e della loro creatività, e si trasmette alle collettività attraverso la comunicazione tra gli individui stessi e tra questi e le collettività. Le strutture storiche, consentendo una limitata comunicazione interpersonale, ne consegue che la razionalità dei singoli diventi raramente o solo parzialmente patrimonio della collettività. Di qui il contrasto tra individui e collettività. § 7: Progresso nel processo di individuazione e del grado di socialità e progresso strutturale ed umano 1 - Nelle strutture pre-statuali la razionalità e l' affettività sono di grado inferiore, compensata da una maggiore emotività, rispetto all' universo strutturale statuale, nelle sue due fasi. 2 - La metamorfosi tra le strutture pre-statuali e le strutture statuali ha segnato un indubbio progresso, in quanto si passò da un potere totale della collettività e degli organi strutturali alla costituzione delle istituzioni e dell' autorità, che delimitano il potere sul singolo, ufficializzandolo. Allorché si costituirono le istituzioni e l'autorità, distinta dal potere, queste acquisirono una certa autonomia rispetto alla cultura collettiva, e gli individui si distinsero sia rispetto alla cultura collettiva ed anche rispetto alle istituzioni ed all' autorità. Si ebbe, cioè, un progresso nel processo di individuazione (1). 3.1.1.1 - J. J. Rousseau affermava che la felicità sia inversamente proporzionale al progresso strutturale (2). Si può invece affermare che, con il progresso strutturale, cresca la coscienza dell' inadeguatezza delle strutture storiche a rendere felici gli esseri umani. Questo è dimostrato dal crescere del ribellismo nei confronti delle stesse strutture storiche. 3.1.1.2 - Nisbet, esponendo le diverse concezioni dell' alienazione formulate dalla sociologia del XIX secolo, parlava di un' alienazione dell' individuo nei confronti della società, intesa come rifiuto della realtà strutturale, come teorizzato esplicitamente da Hegel (3). Si tratta di alienazione ontologica, che si manifesta soprattutto allorché gli esseri umani acquisiscono le libertà sociali e politiche proprie essenzialmente del sistema capitalista concorrenziale e del sistema capitalista oligopolista (4). Il livello di razionalità raggiunto dall' essere umano che abbia vissuto a pieno la fase mercantile della società statuale è tale da fargli considerare naturale il bisogno di libertà, intesa non solo come libertà democratiche, ma altresì come liberazione dalle strutture statuali. 3.1.2 - Niebuhr concepiva la libertà umana non insita in quella che definiamo logica strutturale, ma come capacità dell' uomo di trascendere tale logica, seppure provvisoriamente solo idealmente (5). B. F. Skinner affermava che il bisogno umano di libertà dipenda dalla natura stessa dell'uomo (6). Skinner evidenziava come il determinismo della realtà strutturale conduca alla disperazione se non vi fosse la prospettiva del superamento della stessa realtà strutturale (7). 3.2.1 - Comte analizzava la storia partendo dal presupposto di un naturale ed inevitabile progresso della “civiltà” (che egli considerava derivante dal livello del progresso intellettuale). Tale progresso di “civiltà” non è in realtà riscontrabile, se non in dose minima e reversibile, nella storia della società statuale. Il progresso della “civilizzazione” ed intellettuale resta un fatto auspicabile, dal momento del sorgere della società statuale, sebbene la stessa società statuale costituisca un progresso intellettuale e di “civilizzazione” rispetto agli universi strutturali pre-statuali, i quali, non erano appannaggio esclusivo della specie umana (8). Comte definiva, poi, “sviluppo” quello che gli “scienziati sociali” definiscono il “processo di incivilimento”, ossia il susseguirsi dei diversi tipi di strutture storiche, il cui avvicendarsi egli considerava foriero di accrescimento morale, culturale e perfino fisico ed intellettuale. Per “progresso” intendeva il perfezionarsi e radicarsi delle varie strutture storiche, che comunque considerava non illimitatamente perfettibili (9). Comte vedeva nello “sviluppo” un progresso costante della ragione ed un ampliamento degli istinti sociali ossia della socialità. Non riusciva, però, a cogliere il nesso inscindibile tra progresso della socialità e progresso dell'individuazione: egli parlava infatti di “identificare sempre più l' individuo con la specie” (10). 3.2.2 - Il progresso delle strutture storiche, a partire dal livello delle bande od orde fino alle strutture statuali, rispecchia l'evoluzione della psiche animale, che evolve da gradi inferiori di complessità a gradi superiori. Questo non implica la naturalità delle strutture statuali. Se le strutture statuali possono essere ritenute coerenti con il grado di sviluppo psichico raggiunto dall' essere umano, tuttavia esse non sono connaturate all' uomo in quanto non sono rispondenti ai bisogni più autentici degli esseri umani. Tale constatazione, antica quanto le stesse strutture storiche, poiché implicita nell' escatologia di quasi tutte le religioni e della filosofia, dimostra la superabililità delle strutture statuali (11). 3.3.1 - Lotze affermava che, pur essendo stati compiuti enormi progressi nello sviluppo della conoscenza , non vi sia stato alcun progresso sociale o in direzione della vita felice (12). 3.3.2 - I filosofi tendono ad identificare il “progresso” nel progresso degli standards espressivi dell' essere. Questo è solo in parte accettabile. Se fino ad ora il progresso espressivo della manifestazione dell' essere è avvenuto esclusivamente attraverso il susseguirsi di standards espressivi dell' essere od universi strutturali, le cui leggi di sussistenza e di evoluzione esulano e sono del tutto indipendenti dalla natura e dalla volontà umana, è ipotizzabile un progresso ben più sostanziale coerente con la volontà e la natura umana e dunque basato sui protocolli di razionalità della scienza dell' uomo e della sua socialità. 3.4 - L' emergere, nel corso del XX secolo, della capacità tecnico-scientifica di distruggere la specie umana, rende la realtà strutturale storica inadatta a garantire la sopravvivenza della specie umana, poiché la stessa natura della realtà strutturale storica, che implica il ricorso alla guerra, pone costantemente in pericolo la sopravvivenza dell' umanità. Il 3 maggio 1988 la stampa internazionale ha riportato la notizia secondo cui uomini politici vicini al governo U.S.A. ritenevano che il governo stesso non potesse far altro che arrendersi al commercio degli stupefacenti, legalizzandone lo smercio. Questo fatto è stato commentato dalla stampa internazionale come l' equivalente dell' inizio di una terza guerra mondiale. Questo dimostra come, insieme con l' atomica e la “bomba demografica”, l' universo strutturale statuale non sia più all' altezza delle esigenze contemporanee, per la sopravvivenza, oltreché del progresso umano. 4 - Se i riformatori utopisti si sono sempre chiesti se occorra cambiare prima l' uomo o prima la società, il riformatore realista riconosce come non sia possibile agire sulla natura dell' essere umano, la quale sta alla realtà come l' hardware sta al softwhare per i calcolatori elettronici. Diversamente dagli attuali calcolatori l' essere umano può scegliere tra i programmi a disposizione, ossia tra i vari universi strutturali. La scelta tra tali “programmi”, ipoteticamente libera, avviene in realtà in modo collettivo ed inconscio. Tale “scelta” esclude interventi “volontaristici” da parte di singoli o gruppi, in quanto il ”programma” ed i suoi autonomi meccanismi impongono ai soggetti singoli ed alle collettività i comportamenti consoni al “programma” stesso. In tale situazione, qualsiasi tentativo di modificare il comportamento degli esseri umani, singoli o collettività, non può che essere vano se prescinde dalla modificazione del “programma” od universo strutturale in atto. Gli esseri umani hanno ormai raggiunto un livello conoscitivo in campo sociale ed umano tale da consentire loro di costruire un “programma” tale da consentire loro una libera e cosciente scelta, attuata sulla conoscenza approfondita dei propri bisogni. Questo nuovo “programma” sarà inoltre flessibile o personalizzabile secondo le necessità ed i desideri di ciascuno. 5 - Il lavoro od “arbeit” strumentale, secondo la concezione schopenhaueriana (13) nacque ben prima dell' universo strutturale statuale ed, altresì, dell' universo strutturale stratificato. Questo dimostra come la stratificazione sociale propria della società statuale non sia connessa col lavoro né con l' arte e le scienze. I reperti pittorici rinvenuti in grotte, montagne e deserti indicano come l' arte sia nata ben prima dell' universo strutturale stratificato. Tuttavia gli universi strutturali stratificato e statuale hanno dato indubbiamente impulso allo sviluppo della produzione e della conoscenza, rispetto agli universi strutturali preesistenti. Il vantaggio principale dell' universo strutturale statuale è l' impulso dato alla capacità comunicativa dell' uomo, capacità a sua volta dipendente dal processo di individuazione il quale, a sua volta, determina lo sviluppo della socializzazione. Il superamento del lavoro, che ora si prospetta come possibile, toglierà una giustificazione della stratificazione sociale. Inoltre, se la realtà strutturale storica non verrà superata, il superamento dell' “arbeit” strumentale sarà negativo sulla morale umana, la quale ne trarrà sensazioni di inutilità e vacuità, non potendosi accedere all' attività dotata di “potere teleologico” (14), per l' ostacolo strutturale allo sviluppo ulteriore della comunicazione interpersonale.

Indici del Capitolo 12: Bisogni umani naturali e di origine strutturale. § 1: Bisogni naturali ed indotti negli individui 1.1.1 – Pulsioni fisiche, bisogni potenziali, mezzi di soddisfazione e relazione coi bisogni reali autentici, distinti ed antitetici rispetto ai bisogni esogeni o di origine strutturale. 1.1.2 – Bisogni primari e derivati. 1.2.1 – Moventi o scopi dell' esistenza e bisogni primari. 1.2.2 – Hobbes e riconoscimento di come siano corrispondenti a “legge naturale” tanto la ricerca del “proprio bene” quanto la socialità. 1.3.1.1 – Pulsioni, bisogni e valori acquisiti: componenti della manifestazione dell' essere di ogni individuo. 1.3.1.2 – Bisogni naturali e di origine strutturale; bisogni costanti e bisogni estemporanei. 1.3.2 - Mezzi di soddisfazione dei bisogni, come intermediari tra la soddisfazione o fine ed il bisogno o movente. 1.3.3 – Diversa valenza sociale degli oggetti dei bisogni o mezzi di soddisfazione dei medesimi. 2.1 – Bisogni potenziali e bisogni reali od effettivi. 2.2 – Coscienza del divario tra bisogni potenziali e bisogni effettivi e conseguente malessere. 3.1 – Fawerbak, e sociologi classici, ed attribuzione alla realtà strutturale storica dei bisogni umani, pur distinguendo tra natura umana e realtà strutturale. 3.2 – Ordinalità, incomparabilità ed incomunicabilità dei bisogni generati dalla dalla realtà strutturale storica. 3.3 – Non negoziabilità dei bisogni nascenti dalla realtà strutturale, come elemento di irrazionalità che rende impossibile l' accordo sociale. 3.4 – Psicologia ufficiale e distinzione in: bisogni viscerogeni e bisogni psicogeni, nelle due fasi dell' universo strutturale statuale. 3.5 – Bisogni individuali e sociali, sia di ordine viscerogeno o fisico che psicogeno o psichico, in cui è compreso il bisogno di conoscenza. 4 – Riconoscimento dell' equilibrio naturale tra bisogni espressi e capacità espresse. 5 – Principio di utilità basato sulla moralità razionale, sulla responsabilità e sulla universalità degli individui; scelta volontaria e cosciente delle tendenze e bisogni prevalenti ed autentici. 6 - Razionalità ed autenticità dei desideri e bisogni, in una ipotetica vita razionale, in una società autenticamente umana. § 2: Bisogni indotti dalla realtà strutturale contingente 1 – Bisogni e fini naturali, modificati dal condizionamento della realtà strutturale estemporanea. 2 – Lavoro come bisogno naturale e come bisogno indotto dalla realtà strutturale. 3.1 – Infelicità derivante dalla frustrazione dei bisogni autentici, generata dalla realtà strutturale storica. 3.2 – Natura del “consumismo”. 4.1.1 – Natura del potere naturale o razionale e sua distinzione dal potere irrazionale. 4.1.2 – Autorità razionale e sua distinzione dall' autorità irrazionale. 4.2 – Innaturalità ed irrazionalità dell' influenza inter-individuale e del potere. § 3: Ostacoli frapposti dalla realtà strutturale storica alla soddisfazione dei bisogni autentici. 1.1 – Realtà strutturale storica, irrazionalità e conseguenti trasposizioni dei bisogni. 1.2 – Ideologie ed indicazione della felicità, intesa come premio della virtù, dove quest' ultima è intesa come perseguimento di bisogni estranei alla natura umana. 2 – Bisogni prioritari e bisogni secondari. 3 – Conflitto tra bisogni naturali e strutturali o tra bisogni strutturali. 4 - Aggressività e modi della sua soddisfazione. 5 – Conflitto tra bisogni naturali a causa della necessità di adattamento alla realtà strutturale. 6 - Repressione sessuale come necessità per la sussistenza dell' attività lavorativa e conseguente necessità delle strutture storiche. 7 – Pulsione della curiosità e della paura della noia. 8 – Realtà struttturale e determinazione delle differenziazioni ordinali dei bisogni e dei divari tra bisogni e capacità espresse. § 4: Soddisfazione delle proprie tendenze e bisogni autentici 1 – Auto-disciplina ed auto-controllo per realizzare la soddisfazione dei bisogni autentici. 2 – Socrate ed identificazione della felicità con la ricerca del massimo del piacere e con la virtù. 3 – Aristotele e concezione del piacere come stato di armonia dell' avvenuta soddisfazione. 4 – Concezioni della felicità come soddisfazione piena dei bisogni autentici e realizzazione della manifestazione piena delle proprie potenzialità. 5 – Aristotele ed identificazione della morale suprema con la felicità e con la virtù, mentre il fine umano è più alto ed identificabile nella pienezza della conoscenza. 6.1 – Pensatori vari ed identificazione della felicità con la soddisfazione piena dei bisogni. 6.2 - J. J. Rousseau e concezione della virtù come soddisfazione degli impulsi naturali. 7 – Modalità strutturali di soddisfazione dei bisogni. 8.1. - Principio aristotelico e soluzione del “problema sociale” e della “questione sociale”. 8.2 – Corrispondenza naturale tra bisogni e capacità potenziale di auto- espressione e realizzazione pratica della pienezza di auto-espressione. 9 – Rapporo tra socialità e sessualità. 10.1 – Rapporto tra i bisogni primari, la libertà e la giustizia sociale. 10.2 – Definizione della felicità e gradi di felicità. 11.1 – Natura del “libero arbitrio”, come libertà nella realtà strutturale e della libertà come possibilità del superamento della realtà strutturale storica. 11.2 – Filosofi e concezione della libertà, definita a volte “libero arbitrio”, che la identifica con la liberazione dalla realtà strutturale storica. 12 – Eterogeneità dei bisogni autentici ed universali e società consona alla natura umana.

Capitolo 12: Bisogni umani naturali e di origine strutturale. § 1: Bisogni naturali ed indotti negli individui 1.1.1 - Le pulsioni fisiche e biologiche interne agli individui divengono desideri interiori allorché vengano recepiti dalla psiche del soggetto, acquisendo connotazioni precise. In tal modo si configurano come bisogni potenziali o desideri autentici o desideri naturali. I bisogni reali manifesti si concretizzano quando il soggetto indirizza i suoi desideri verso un preciso mezzo di soddisfazione. Così, ad esempio, la pulsione biologica ad ingerire cibo diviene desiderio naturale se raggiunge le cognizioni psichiche del soggetto ed associata alla coscienza della fame. Il bisogno di mangiare si avrà quando il desiderio naturale sia associato a precise sensazioni organolettiche, associate a cibi specifici. La pulsione biologica può, peraltro, non divenire mai desiderio se la psiche del soggetto non associa tale pulsione naturale ad una cosciente cognizione o prefigurazione di un qualche possibile mezzo di soddisfazione. In tal caso la pulsione biologica, non soddisfatta, può manifestarsi sotto forma di desideri assai diversi e distanti dalla via più naturale di soddisfazione della pulsione naturale, manifestandosi sotto forma di bisogno naturale ma deviato. Le pulsioni biologiche sono generate, presumibilmente, per via genetica. I desideri naturali si sviluppano con la maturazione biologica e psichica del soggetto, connessa a rafforzamenti od attenuazioni conseguenzi all' esperienza peri-natale del soggetto, venendo a far parte del grado individuale di manifestazione dell' essere del soggetto specifico. I bisogni endogeni o naturali del soggetto, costituiscono le vie di soddisfazione dei desideri naturali, scelte dal soggetto. 1.1.2 - I bisogni naturali hanno origine fisiologica o psicologica e concernono l'individualità e la socialità degli individui. Tali bisogni sono anche definiti primari, in contrapposizione ai bisogni mediati dalla realtà strutturale (1). Marx definiva “bisogno radicale” la ricerca del superamento dello sfruttamento. In realtà i bisogni radicali, intesi come bisogni primari, sono l' auto-realizzazione della propria individualità e della propria socialità. I bisogni esogeni sono quei bisogni generati dall' ambiente socio-culturale. Le pulsioni interne, essendo a monte dell' io del soggetto, costituiscono necessità interne e costituiscono le potenzialità del singolo, i desideri naturali si possono ritenere la manifestazione prima o più profonda dell' io, i bisogni autentici ne sono la manifestazione esteriore, mentre i bisogni esogeni costiuiscono la manifestazione strutturale od artificiale del soggetto o personalità. 1.2.1 - I bisogni sono l'espressione pratica dei moventi umani. Scopi dell'esistenza e bisogni specifici sono strettamente correlati: a scopi di tipo politico o religioso corrispondono bisogni di potere o di prestigio, a scopi quali la felicità corrispondono bisogni di tipo sociale. I bisogni prioritari dei singoli, tesi al raggiungimento della felicità, rispecchiano i bisogni della specie, in quanto la specie è presente in ogni individuo. I bisogni di tipo sociale, nascenti dall' interno dei singoli individui, possono definirsi bisogni sociali auto-diretti. 1.2.2 - Hobbes affermava che “di tutte le azioni volontarie l' oggetto è, per ogni uomo, il proprio bene” (2). Quindi riconosceva come “legge naturale” sia l'“egoismo”. Riconosceva, inoltre, come “legge di natura” la “tendenza alla sociabilità” (3). Evidenziava quindi la natura dei bisogni fondamentali degli esseri umani, riconoscendo la socialità come bisogno innato. 1.3.1.1 - I bisogni connessi con la sopravvivenza, detti bisogni viscerogeni, sono anche detti pulsioni per la loro persistenza od insopprimibilità (4). Kurt Lewin evidenziava come la struttura cognitiva del soggetto sia solo una parte del livello psichico generale raggiunto dal soggetto (5) stesso, di cui i bisogni e valori acquisiti sono la manifestazione. 1.3.1.2 - Marx distingueva tra “bisogni necessari” od inevitabili, derivanti dall'inevitabilità (della realtà strutturale storica) e “liberi bisogni” o bisogni sorgenti da una necessarietà interiore (6). Gian Franco Minguzzi rilevava come si debba distinguere tra comportamento connesso con la realtà sociale e la natura psichica connessa con la fisiologia umana. Egli rilevava come la psicologia non distingua affatto tra questi due momenti, con sua grave lacuna. Egli criticava il pregiudizio genetico-biologico, che fa risalire ogni comportamento alla dotazione biologica. Egli propendeva per una concorrenza di elementi genetici ed ambientali (7), affermando che la dotazione naturale abbia un valore iniziale, successivamente manipolata dalla cultura. Per “dotazione iniziale” intendeva una differenziazione genetica determinante diverse “doti” (8) psichiche “potenziali”, modificabili con l' impatto con la cultura. I bisogni autentici sono quelli prettamente umani, siano essi razionali od irrazionali. Vi sono poi i bisogni indiretti. Questi ultimi si presentano all' individuo come bisogni esterni, sebbene egli li faccia propri. Essi assumono caratteristiche di bisogni artificiali od estranei alla natura dell' individuo, nascendo dalla condizione strutturale dell'umanità in una data realtà storica. L' essere umano agisce non sulla base della volontà umana autentica ma per mozioni di origine strutturale e dunque si può parlare di volontà mediata. Ogni elemento dei bisogni di una persona è riconducibile ai suoi desideri di base o tendenze naturali, in modo diretto od equilibrato o distorto ossia mediato dalla realtà strutturale. Così, ad esempio, la pigrizia è riconducibile al desiderio di tranquillità ma espressa in modo distorto. L'invidia è riconducibile al desiderio di auto-espressione e di conservazione, ma denota un confronto squilibrato con terze persone. La gelosia è connessa ugualmente al desiderio di conservazione ma la cui strategia di soddisfazione può determinare ulteriori conflitti ed insoddisfazioni. Oltre alla distinzione tra bisogni naturali e bisogni di ordine strutturale, vi è distinzione tra bisogni costanti od essenziali e le mozioni estemporanee o contingenti. Vi è, spesso, una maggiore urgenza dei moventi o mozioni contingenti. La soddisfazione dei soggetti sarà proporzionale al grado di fedeltà ai bisogni di fondo ed alle tendenze di fondo non ostante le motivazioni contingenti. 1.3.2 - I mezzi della soddisfazione dei bisogni, definiti media, sono gli intermediari tra la soddisfazione o fine ed il bisogno o movente. I mezzi della soddisfazione dei bisogni assumono la forma di strumenti di funzioni o modalità comportamentali e di norme o regolamenti o conformazioni organizzative. 1.3.3 - Gian Franco Minguzzi negava che vi siano bisogni naturalmente uguali, data la diversa valenza socialmente attribuita ad ogni oggetto del bisogno (9). Questa, tuttavia, significa confondere i bisogni con le valenze sociali attribuite agli oggetti che possono soddisfare i bisogni. 2.1 - Stuart Mills affermava che i bisogni siano determinati dalla cultura del popolo in cui vive il soggetto. Si può ritenere che i bisogni potenziali dei soggetti, siano essi di origine interna al soggetto od a lui esterna (razionali od irrazionali), si trasformino in bisogni effettivi o positivi in base alla cultura del gruppo sociale in cui vive il soggetto. Le stesse variazioni ormonali determinano variazioni nei bisogni percepiti dai singoli e, solo indirettamente ed in modo mediato, una variazione dei bisogni espressi dai medesimi (10). Le differenze tra le caratteristiche fisiologie e quelle bio-chimiche, maschili e femminili, meno marcate per gli umani rispetto ad altre specie animali, determinano differenziazioni rilevanti tra i rispettivi bisogni sessuali, sia sul piano psicologico che fisiologico. Per le femmine il bisogno sessuale di tipo fisiologico è connesso alla fertilità, che per la specie umana non è stagionale. Tale collegamento fa della sessualità femminile una disponibilità piuttosto che un bisogno. Tale disponibilità fisiologica può, tuttavia, trasformarsi in bisogno psicologico, ove vi siano le opportune condizioni psicologiche, tra cui le frequenza della pratica sessuale e l' intensità e la frequenza dell' eccitazione psicologica. Il bisogno sessuale di tipo psicologico è, per le donne, connesso alla presenza dell'orgasmo e del piacere coitale. L' orgasmo ed il piacere coitale è precluso a molte donne per motivi fisiologici e psicologici: inibizioni, paure o traumi psichici, oltre alla semplice assenza o lacuna di serenità nella relazione di coppia. Il bisogno sessuale può decrescere fino a scomparire semplicemente a causa di una qualsiasi ombra negli stimoli eccitativi trasmessi dal partner. Tali particolarità femminili inducono le donne ad accettare il rapporto sessuale anche in assenza di bisogno od anche desiderio sessuale per le motivazioni più svariate: dalla donazione amorosa, alla finalità economica ed alla finalità sopraffattoria (di inganno circa i sentimenti effettivi provati). Tale sessualità etero-motivata od etero-diretta è insoddisfacente per il partner maschile, il quale realizza la propria piena soddisfazione psicologica solo se avviene la soddisfazione piena, psicologica e fisiologica, della partner. E' tuttavia evidente come le differenze di intensità del bisogno sessuale tra i due sessi siano connessi a motivazioni culturali, superabili con una modificazione radicale della comunicazione interpersonale e della socialità degli individui. 2.2 - Permane un divario tra bisogni potenziali e bisogni reali dei soggetti, di cui il soggetto è più o meno consapevole o cosciente. Tale consapevolezza, quando sussista, determina uno stato di malessere od insoddisfazione del soggetto stesso. 3.1 - Fawerbak, fautore di un “materialismo umanistico”, scindeva quelle che definiamo le strutture storiche dai bisogni umani. Tale concezione è condivisa dai sociologi “classici”. La sociologia “classica”, pur distinguendo tra struttura e natura, considera tuttavia i bisogni come un prodotto delle strutture storiche. Lewin, in base ad un' indagine condotta negli Usa, affermava che “gli individui tendono a preferire ciò che mangiano piuttosto che a mangiare ciò che preferiscono” (11). La sociologia riconosce l' esistenza di una diversificazione ordinale di bisogni in rapporto alla stratificazione sociale ed alla conseguente diversificazione delle culture o sub-culture dei vari strati sociali (12). Questo documenta come la differenza tra i bisogni sia più di origine “ambientale” che genetica. La ricerca dei beni “superflui” od eccedenti, come anche i beni che costituiscono un dato livello di benessere, è determinata dalla cultura del gruppo sociale in cui vive l' individuo. E' dunque determinata dalla realtà strutturale in cui vive l' individuo stesso. 3.2 - L' ordinalità, l' incomparabilità e l' incomunicabilità dei bisogni dipende dalla meta-teoria fatta propria da ciascun individuo. Tale differenziazione si verifica essenzialmente nei momenti di transizione tra i sistemi sociali e le fasi statuali. Tale ordinalità di bisogni deriva, quindi, dall' essere inseriti nella realtà strutturale storica. I suddetti bisogni provengono da tale realtà e non dalla natura interna degli individui stessi. L' esclusività che caratterizza alcuni oggetti dei bisogni deriva dalla funzione di simbolo di status attribuito a tali oggetti. Questi bisogni sono dunque di tipo strutturale e sono antitetici ai bisogni di origine naturale, ossia consoni alla natura degli individui. 3.3 - Paolo Martelli evidenziava come la non negoziabilità dei bisogni entro un dato campo di bisogni o di desideri relativi a determinati beni, costituisca un elemento di irrazionalità, che rende impossibile l' accordo sociale (13). 3.4 - La psicologia tende a classificare le disposizioni motivazionali o bisogni in bisogni viscerogeni e psicogeni. La classificazione di Murray comprende le aree dei bisogni economici (benessere e bisogni connessi) e dei bisogni politici o di potere. Tale classificazione corrisponde alla condizione umana nella realtà strutturale statuale e ne sottolinea le caratteristiche prevalenti nelle due fasi (14). 3.5 - L' essere umano, per sua natura, ha tre tipi di bisogni: individuali (od integrativi dell'io) e sociali ( dove l' espressione più autentica di tali bisogni è da ricercare in una socialità piena e non mediata dalle strutture storiche, che limitano e deformano l'essenza di tali bisogni) ed infine scientifico-conoscitivo (o bisogno di potere sulla natura). Partendo dalla scala dei bisogni di Maslow (15), si possono distinguere i bisogni in questo modo: Bisogni di tipo fisico - individuale: mangiare,bere,dormire, auto-conservazione. Bisogni di tipo psichico - individuale: acquisizione della conoscenza e della coscienza, autostima, auto-realizzazione progressiva, trasmissione della conoscenza. Bisogni di tipo fisico - sociale: sessualità. Bisogni di tipo psichico - sociale: stima di terzi, conservazione ed incremento del valore della propria manifestazione, sicurezza. I bisogni degli individui variano anche in rapporto alle esigenze del gruppo biologico di base a cui l' individuo è legato, nei vari momenti della sua vita. Se è un bisogno primario del singolo, il legame biologico con un gruppo sociale di base (genitori e figli), i suoi bisogni variano nel tempo in rapporto alla conformazione che va assumendo tale gruppo. Il bisogno degli individui, in rapporto alla durata della vita, è di avere una vita lunga quanto serve a realizzare interamente il proprio programma vitale. Questo, indipendentemente dal bisogno di sopravvivenza, connesso ai meriti dell' individuo, allorché questi travalichino la durata della vita del soggetto. Il desiderio di accrescere la propria manifestazione determina il bisogno di esprimere sempre nuove capacità e di avere e soddisfare bisogni sempre nuovi. La vitalità di un individuo si esprime appunto nel formulare e perseguire bisogni e mete sempre nuovi, il cui esaurimento prepara il soggetto alla volontà, più o meno consapevole, di morte. Tale volontà non è, probabilmente, caratteristica umana naturale ma conseguenza dell' esaurirsi dei bisogni, frutto del limite della coscienza della propria volontà di accrescere la conoscenza. 4 - Lewin affermava esservi uno stretto rapporto tra attività e bisogni e che ogni attività può essere considerata come un “consumo” che trasforma il bisogno sottostante e quindi la valenza positiva dell' attività stessa in valenza negativa (16). 5 - Il principio di utilità è realmente corretto se tiene conto di tutti i bisogni umani, in quanto il giudizio di utilità non può prescindere da giudizi morali e dalla responsabilità dei singoli, né dalla natura umana, in genere. La razionalità delle tendenze di base di ciascun individuo costituisce l' universalità del soggetto stesso, poiché non contrastano con la razionalità degli altri individui, pur divergendone profondamente. E' questa un' ipotesi scientifica alla base di un' autentico progresso della manifestazione dell' essere umano. La natura di alcuni individui può presentare tendenze tra loro contraddittorie. In tal caso la razionalità del soggetto consisterà nella scelta volontaria e cosciente delle tendenze prevalenti. Tale scelta può essere anche reversibile, ma sarà sempre individuabile e netta, se il soggetto riesce a realizzare una propria razionalità ed una propria felicità, seppure parziale e provvisoria. 6 - Il vivere la vita in modo autentico, unificando l' autenticità con la realtà e l'apparenza, eviterà la rimozione ed il rifugio dell' inconscio. Secondo la concezione corrente di razionalità, questa è intesa come incapacità di esprimere le ragioni di un desiderio o di avere coscienza della sua essenza naturale (17). Per razionalità viene inteso, quindi, la coscienza dell' origine interna di un dato desiderio e non la sua essenza: naturale o strutturale. In realtà appare più logico definire razionali i desideri autentici, di cui si abbia piena coscienza della loro rispondenza alle tendenze di base del soggetto e che costituiscano la quintessenza del proprio grado di manifestazione dell' essere. § 2: Bisogni indotti dalla realtà strutturale contingente 1 - Platone affermava che l' auto-realizzazione abbia più valore della ricchezza o benessere (1), sebbene riconoscesse come la realizzazione della ricchezza sia uno dei pochi modi concessi per l' auto-realizzazione, seppure in modo distorto. I bisogni umani e gli scopi di vita dei singoli sono condizionati o determinati dalla realtà strutturale in atto e mutano con questa: potere, denaro, privilegio, prestigio. I bisogni autenticamente umani, coerenti cioè con l' autentica natura umana, si manifesteranno pienamente solo col superamento delle strutture storiche. I bisogni strutturali, avvertiti inizialmente come esterni, con la socializzazione del soggetto, vengono interiorizzati andando a costituire la personalità del soggetto, e quindi sussumono ed adattano al loro modello i bisogni naturali, rendendo anche questi ultimi innaturali, in quanto indirizzati in senso innaturale (2). La libertà è un bisogno naturale e quindi razionale rispetto alla natura dell'uomo in un dato grado di sviluppo. Tale bisogno acquista però valenze ambivalenti e variabili in presenza di strutture statuali, ed a seconda che si sia nella fase statuale feudale o mercantile, sotto l'influenza di una di queste due fasi storiche. La “psicoanalisi”, in particolare quella riferibile a Freud e Lacan, definisce i bisogni come i mezzi di soddisfazione dei desideri. Lacan definiva i desideri come “desideri dell' altro”, dove l' altro è sostanzialmente la realtà strutturale in atto, che egli definiva “tesoro dei significanti”. Egli affermava, cioè, il crearsi di una “sostituzione” della “tendenza” del soggetto con il “significante dell'altro”, creando in tal modo l' alienazione del soggetto stesso. I bisogni effettivi o naturali o razionali del soggetto vengono dunque sostituiti con i bisogni di origine strutturale. Le “tendenze” sono infatti le pulsioni naturali del soggetto, le quali restano inesprimibili ed inconoscibili in quanto restano inconsce. La realtà strutturale crea dunque alienazione o “rimozione” del soggetto stesso, non essendo a lui connaturata. Secondo la teoria lacaniana occorre analizzare le autentiche “tendenze” umane, sceverandole dai “desideri” (di ordine strutturale) e dal modo di soddisfazione di questi ultimi o “bisogni”. Gli economisti “marginalisti” distinguono tra “struttura dei gusti” e “struttura dei beni di consumo”, ritenendo solo la prima predeterminata rispetto al sistema economico (3). Lewin rilevava come il raggiungimento di “un alto grado di soddisfazione generale” (4) vanifichi qualsiasi intenzione (o quasi bisogno connesso con costellazioni di bisogni originari). Questo dimostra come un soddisfacente grado di benessere materiale distolga dalla ricerca della soddisfazione dei bisogni umani naturali. Lewin evidenziava come il bisogno di ciascuno dipenda “in larga misura dal campo di influenza dell' altro” (5). Questo dimostra il grado di influenza della realtà strutturale sui bisogni dei singoli. 2 - Non esiste un bisogno naturale di lavorare, se per lavoro si intende l' attività irrazionale a cui costringono le strutture, siano esse statuali o pre-statuali; esiste invece un bisogno naturale di svolgere un' attività socialmente utile, oltreché un'attività utile all' individuo in sé. Il “marxismo” teorizza un' inesistente bisogno naturale di lavorare, poichè concepisce la realtà statuale come la quintessenza della “civiltà” e quest' ultima come la natura stessa dell' essere umano. 3.1 - Marcuse, ed alcuni psicologi, affermano che le frustrazioni e le limitazioni alla soddisfazione dei bisogni, imposte dalla realtà strutturale statuale, rendano infelici gli individui. Tali frustrazioni hanno effetti perversi già nell' infanzia (6). 3.2 - Il “consumismo” è la bramosia di consumo di beni materiali o mezzi di soddisfazione dei bisogni individuali. Tale bramosia ottenebra ogni altro bisogno, specialmente di ordine sociale. Poiché il “consumismo” è tanto più marcato quanto minore è la soddisfazione dei bisogni individuali, la massima espressione del “consumismo” la si riscontra dove vi sia penuria assoluta di beni in presenza di abitudine ad un alto livello di consumi. E' quindi espressione di insoddisfazione, non solo dei bisogni strettamente individuali ma altresì di bisogni sociali, deviati dalla logica strutturale. Ne è esempio la ricerca e l' acquisizione di “status – symbols”, con attribuzione di tale valore a determinati oggetti. La percezione dei bisogni individuali e sociali sotto l' influenza della realtà strutturale determina quello che i sociologi definiscono “consumismo”. Nella realtà strutturale storica i bisogni nascono e si manifestano attraverso meccanismi inconsci su cui agiscono elementi irrazionali, come ad esempio la pubblicità. Questo fatto deriva dalla condizione di generale non soddisfattibilità dei desideri autentici o naturali e della coscienza della loro stessa non soddisdattibilità. 4.1.1 - French e Raven individuarono cinque diverse tipologie di potere (7): di esempio, di competenza, di ricompensa, potere coercitivo ed autorità legittima. Il potere di esempio, se basato sulla dimostrata validità del comportamento da imitare è definibile come potere naturale, così come è naturale il potere di competenza se il messaggio trasmesso è accettato per la sua auto-evidenza, logicità o perché mancano altre fonti di informazione. Per quanto riguarda i poteri di: ricompensa, coercizione ed autorità legittima, possono essere manifestazioni di potere naturale solo se chi le subisce è in condizione di naturale inferiorità mentale potenziale. Simmel (8) affermava che la reciprocità sia l' essenza dell' autorità personale, dove per reciprocità si intenda la sostanziale autonomia degli individui interagenti e le opinioni espresse, oggetto del confronto formale, abbiano carattere di obiettività. L'obiettività è però spesso soltanto un fatto connesso alla percezione ed al giudizio umano (9) di chi, accettando l' interazione, accetta le limitazioni (al pensiero ed espressione individuale, in rapporto alle tendenze naturali dei singoli, che le condizioni dell'interazione generalmente comportano). Gli esseri umani sono guidati, nella scelta dei mezzi di auto-soddisfazione, non da istinti inconsci ma dal raziocinio e quest'ultimo si sviluppa con l' età del soggetto e grazie all'esperienza, ossia attraverso influenze esterne. Non tutte le influenze esterne sono in contrasto con la natura dei singoli, ossia con i loro moventi interni. Le influenze coerenti con i moventi interni sono quelle che consentono agli individui di renderli capaci di riconoscere i moventi interiori e di soddisfarli in modo equilibrato. Vi sono quindi “influenzamenti” definibili come poteri naturali o razionali e poteri non naturali od artificiali e dunque disumani. 4.1.2 - L' autorità, dato il tipo di interazione realizzato nelle società organico-stratificate, implica sempre sovraordinazione-subordinazione, come fatto innaturale. Simmel rilevava come nel gruppo, od associazione in genere, dove lo stesso gruppo “concepisce i suoi membri non come di fronte a sé, ma come parte di sé, come parti del suo ingranaggio” (10) e vi sia ben poca reciprocità e l' autorità si trasformi facilmente in dominio, essendovi una diversa forma di interazione: non più “confronto formale” (11) ma eliminazione della spontaneità e di ogni “limitazione sia degli elementi subordinati che di quelli sovraordinati” (12). I sociologi parlano di influenza interpersonale come di relazione sociale asimmetrica (13). La relazione sociale asimmetrica “causa una modificazione nello stato di un organismo diversa da quella prevista” (14) o diversa da quella naturale, intesa come nascente dalla natura interiore del singolo. Anche nel caso di influenza reciproca vi è asimmetria, poiché l'influenza è tale se la convergenza non nasce da un razionale ed autonomo accrescimento di conoscenza ma da irrazionali abdicazioni alla propria autonomia di giudizio. Carl Friedrich affermava che l' autorità di una comunicazione imperativa o comando stia nella sua “razionalità”, ossia nella “rispondenza a valori parimenti condivisi dal soggetto e dall' oggetto del comando” (15), potenzialmente dimostrabile. Questo, tuttavia, non basta a rendere razionale il comando, dovendo essere condivisi non solo i valori od i fini, ma anche i mezzi, i modi ed i tempi indicati. La sociologia definisce “autorità funzionale” (16) (non per questo meno irrazionale) l' autorità nascente dal sapere e dall' abilità, distinguendola dall'autorità istituzionale od attribuita ad una specifica posizione in un' ordinamento giuridico. 4.2 - Secondo l' analisi di French e Raven (17) il potere si identifica con la possibilità di influire sul comportamento altrui, nelle relazioni tra due o più entità sociali, in cui l'influenzamento è inteso come “modificazione di un sistema, essendo sistemi i comportamenti, le opinioni, gli atteggiamenti, gli scopi, i bisogni, i valori, e ogni altro aspetto del campo psicologico”. A parte la eccessiva genericità del concetto di influenza, che prescinde da ogni considerazione sulla natura dell' agente influenzante, sulla natura dell' influenza realizzata rispetto all' oggetto dell' influenzamento, l'azione sotto un' influenza esterna all' individuo implica contraddizione con i moventi di origine interna. Se vi sono moventi interni al singolo individuo e tale individuo sia dotato di sufficienti capacità di discernimento sui mezzi di soddisfazione di tali moventi, l' influenza inter-individuale, creando moventi esterni, non è razionale, ossia non è coerente con la natura degli individui umani stessi (18). L'autorità, o potere legittimato ossia basato sul sostegno (19) volontario da parte di chi lo subisce, sembra essere più vicino al potere naturale, ma l' accettazione di un dato potere non lo rende maggiormente naturale, poiché il potere, da elemento esterno al soggetto, si interiorizza, modificando il soggetto stesso in profondità, dimostrandosi in tal modo ancor più innaturale del potere puramente esteriore. Simmel affermava che la segretezza o caratterizzazione specifica di un dato gruppo sociale, determini la costituzione di un potere centralizzato (20). Questo dipende dalla natura della comunicazione propria della condizione umana nella realtà strutturale storica, che rende l' integrazione sociale un livellamento, anziché eguaglianza (21), ed al contempo sottomissione totale ad un potere centrale. L' agire sotto l' influenza di terzi è un' agire irrazionale, in quanto non nascente da motivazioni o ragionamenti autonomi ma in dipendenza di terzi. Poichè ogni azione, nella logica della realtà strutturale storica, è iscritta nella logica dell' influenza, agita o subita, ne consegue che può definirsi irrazionale, come irrazionale può definirsi ogni forma di potere od autorità, siano esse di natura economica, sociale o politica. Ogni azione che implichi errore rispetto al fine proposto, dove l' errore sia dovuto ad assenza, od insufficienza di riflessione, può essere considerata azione irrazionale, poiché l' assenza od insufficienza di riflessione può essere causata da elementi della personalità o da elementi esterni al soggetto e dunque può derivare da irrazionalità presente nel soggetto od a lui esterna (22). § 3: Ostacoli frapposti dalla realtà strutturale storica alla soddisfazione dei bisogni autentici. 1.1 - Ogni individuo tende spontaneamente a realizzare un equilibrio tra le proprie manifestazioni: nel campo delle attività conoscitivo-razionali, delle attività organizzative od inter-individuali. Ove la soddisfazione del bisogno di auto-espressione in uno dei suddetti campi si blocchi, l' individuo può bloccarsi nell' auto-espressione complessiva o manifestare squilibri nell' espressione di sé, prevalendo l'attività in uno dei campi ove abbia una maggiore libertà di sfogo: di quì le sublimazioni e trasposizioni dei bisogni. La sessualità equilibrata non può manifestarsi senza un parallelo e coerente sviluppo della socialità del soggetto. In caso contrario si avrebbe una sessualità deviata o squilibrata. I limiti, frapposti dalla realtà strutturale, allo sviluppo della socialità, sono alla base dell' inibizione del pieno sviluppo della sessualità. Tali limiti inducono il formarsi di personalità rigide con bisogni trasposti. L' esistenza del lavoro irrazionale determina, seppure indirettamente, comportamenti irrazionali negli individui. Il lavoro irrazionale distoglie dall' equilibrata auto-espressione ed auto-soddisfazione, generando trasposizioni di bisogni. 1.2 - L' ideologia “cristiana” propone di amare gli esseri umani reali in vista degli esseri umani ideali (dove l' essere umano ideale è visto in funzione della natura dell'ideologia “cristiana” stessa), ossia affinché gli esseri umani reali giungano ad identificarsi con l' essere umano ideale. Al contrario la prospettiva che tenda a superare la realtà strutturale storica non può che proporre l' amore dell' essere umano reale, in quanto questo contiene l' essere umano ideale, poiché l' essere umano ideale è l' essere umano potenziale che realizza le proprie potenzialità. La felicità si identifica appunto con la realizzazione piena delle potenzialità umane. Al contrario, per il “cristianesimo” la felicità è il premio della virtù, dove la virtù consiste nel seguire precetti estranei alla natura umana ed ai suoi bisogni. Oltre a religioni che propongono un fine in sintonia con la natura umana, da raggiungersi con metodi e mezzi inadeguati, vi sono religioni che propongono metodi di vita tendenzialmente in sintonia con la natura umana, pur negandone punti essenziali, quali il valore della conoscenza. Tutte le religioni hanno in comune il fatto di non condurre alla piena soddisfazione dei bisogni autenticamente umani, né alla sintonia dei singoli con la collettività, la quale sintonia resta a livello di sogno. Il “marxismo” si presenta come religione, poiché non punta a rendere l' individuo autonomo (dalla realtà strutturale), pur proponendo finalità in apparenza autenticamente umane, ma realizzando una sottomissione più stringente ed opprimente alla logica strutturale. 2 - Gli esseri umani rinunciano al perseguimento dei loro bisogni prioritari, adattandosi a perseguire la soddisfazione di bisogni meno importanti, anche in relazione al fatto che in ogni bisogno o scopo umano sussiste in nuce uno dei bisogni prioritari: come ad esempio l' affermazione della propria individualità. 3 - L' adattamento alla realtà strutturale in atto, che per ogni soggetto avviene in modo diverso, in quanto dipende dalla specifica formazione del soggetto stesso, la quale ultima dipende altresì dalla realtà strutturale per: momenti, aspetti e modi diversi. Questo crea bisogni spesso in conflitto tra di loro anche se di origine strutturale. Non si ha cioè solo conflitto tra bisogni naturali e bisogni strutturali, ma anche tra bisogni di pura origine strutturale (1). La frustrazione viene spesso intesa come la mancanza di ciò di cui si ha bisogno, indipendentemente dall' intensità del desiderio provato per tale bisogno. 4 - Alcuni psicologi ritengono che l'aggressività sia una reazione specifica alla frustrazione. La “psicoanalisi” teorizza l' aggressività come pulsione naturale, non nascente perciò dalla frustrazione ma connessa con quest' ultima in quanto l'aggressività non scaricata ingenererebbe la frustrazione. L'aggressività come pulsione naturale può scaricarsi naturalmente tramite i rapporti sessuali oppure può scaricarsi in forme violente o comunque in conformità a spinte e logiche strutturali (2). L' individuo che accetta precocemente e passivamente tutte le limitazioni imposte dalle strutture alla soddisfazione dei suoi bisogni naturali, finisce col soffocare o deviare tali bisogni naturali. Se invece aderisce alla logica ed ai bisogni strutturali, rifiutando in modo consapevole i bisogni naturali, accumula cariche di aggressività che scaricherà in modi più o meno ammissibili per la logica strutturale. Se tale conflitto viene “razionalizzato” ossia analizzato razionalmente, tale aggressività accumulata può essere scaricata in modo conforme al raziocinio sviluppato: ossia secondo la logica strutturale o secondo natura. Un altro modo per scaricare il conflitto tra bisogni naturali e bisogni strutturali consiste nel generare situazioni fantastiche che permettano di soddisfare illusoriamente i bisogni naturali, creando fantasmi. Gli “psicoanalisti” definiscono tali processi come processi primari in quanto concernono motivazioni primarie o naturali ed in quanto, sempre secondo la “psicoanalisi”, costituirebbero il primo tipo di attività psichica, in quanto mezzo di espressione, pur incompleto, dei bisogni naturali. Gli psicologi in genere, e gli “psicanalisti” in particolare, considerano il sogno come l' esplicazione dei bisogni individuali, da cui lo stato di veglia deve astrarsi per fare i conti con la realtà, ossia adattare il comportamento alle condizioni strutturali. In mancanza di tale adattamento si ha, ove il disadattamento ingeneri sofferenza psico-fisica (provocata da squilibrio tra bisogni e comportamento, ove il comportamento sia connesso alla insufficiente interpretazione della realtà), uno stato di follia. L' inadattamento è provocato da insufficiente astrazione dai bisogni e quindi incapacità di interpretare la realtà. L'astrazione dai bisogni è determinata dall' esercizio logico, il cui livello è fortemente influenzato dal comportamento peri-natale. Il contrasto apparentemente perenne tra “la carne” e “lo spirito” che si manifesta nella realtà strutturale storica deriva dal fatto che lo “spirito” non è in grado di permettere al corpo la piena soddisfazione dei suoi bisogni, né il corpo permette la piena soddisfazione dei bisogni spirituali. A causa delle deficienze comunicative e conoscitive il corpo continua a reclamare una soddisfazione che, nella sua pienezza rimane costantemente frustrata, e nel contempo inibisce lo “spirito” nella sua tensione verso la ricerca dei mezzi per la propria piena soddisfazione: ossia l' amore e la conoscenza, che quindi restano in ogni caso largamente frustrati. Ma l'insoddisfazione di entrambi i tipi di bisogni non giustifica l'idea di un contrasto insanabile tra i medesimi, poiché la causa dell' insoddisfazione è nella esistenza stessa della realtà strutturale storica. 5 - Possono insorgere conflitti anche tra bisogni di ordine naturale. Il possibile conflitto nasce dal fatto che i bisogni intellettuali sono adattati alla realtà strutturale, mentre l' aspetto naturale del bisogno stesso è represso dalla stessa realtà strutturale. Tale conflitto, allorché si manifesti, ingenera stress od addirittura collasso emotivo (3). L' azione del singolo od impegno vitale contrasta con il suo desiderio di quiete o riposo. Il primo è spinto dalla possibilità concreta del soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali, sia fisici che psichici (dall' alimentazione alla socializzazione). Il secondo nasce come conseguenza degli ostacoli frapposti al soddisfacimento di detti bisogni, dalla realtà strutturale, che può diventare anche inibente. L'accettazione della sofferenza implica la rinuncia alla soddisfazione dei bisogni, poiché la sofferenza e la soddisfazione sono antitetiche ed auto-escludentesi. 6 - La psicologia ha dimostrato come la repressione sessuale produca l' integrazione nella realtà strutturale statuale, attraverso la creazione di opportune strutture caratteriali (4). Radcliffe-Brown notava come le limitazioni sessuali siano strettamente connesse e dipendenti dalla gerarchia sociale e dall' organizzazione familiare. Questa constatazione è in aderenza con la teoria morganiana circa le cause del costituirsi della famiglia e delle strutture storiche in genere, con la necessarietà delle componenti irrazionali del lavoro (5). 7 - La paura della noia è un sentimento derivante dall' elaborazione razionale della pulsione (bisogno inderogabile) della curiosità, presente in ogni essere vivente. Ove la curiosità venga mortificata, dagli ostacoli frapposti alla conoscenza, si sviluppa la paura della noia (6). 8 - La differenziazione ordinale dei bisogni si produce essenzialmente per la stratificazione della società, in classi o caste o classi-caste, a seconda dei momenti dell' evoluzione della realtà strutturale statuale. Questo fatto è all' origine, altresì, del divario tra capacità espresse e bisogni manifestati. Tale divario poggia essenzialmente sugli elementi che determinano la tendenza all' ascesa nella scala sociale. L' irrazionalità dunque, delle strutture statuali, determina gran parte dell'irrazionalità dei bisogni e le divaricazioni tra bisogni e capacità espresse. § 4: Soddisfazione delle proprie tendenze e bisogni autentici 1 - Per realizzare la soddisfazione piena dei propri bisogni, in alternativa alla coercizione delle strutture storiche, vi è l' autodisciplina e l' autocontrollo, che consentono di superare desideri più o meno irrazionali e di aderire alla ricerca costante dei propri bisogni autentici. 2 -Socrate, contrariamente a Platone, affermava che la virtù non neghi il piacere, ma sia in se stessa il massimo piacere (1). Egli definiva la virtù come la ricerca ed il perseguimento del massimo piacere. Riteneva che la ricerca del massimo piacere si identifichi con la natura umana e quindi con la virtù (2). 3 - Aristotele, come già Platone, affermarono che l' attività “si compie nei desideri della disposizione e della natura, cui manchi qualcosa” (3), per quanto, aggiungessero che “vi siano piaceri anche senza dolore e desiderio, quali le attività del contemplare, quando la natura non ha più bisogni”. Aristotele affermava che il piacere non consista nella soddisfazione, “bensì si prova piacere dell' avvenuta soddisfazione” (4), ossia il piacere sarebbe una soddisfazione puramente psichica, conseguente al raggiungimento di uno stato di armonia. 4 - Platone identificava il bene con la felicità ed il male con l' infelicità (5). Aristotele definiva l' essenza dell' “eudemonismo” come felicità nel piacere e nella moralità (6). Egli affermava che l' eccesso di piacere sia male e per eccesso di piacere egli intendeva il cattivo uso del piacere, che acquista carattere di violenza (7). Il cattivo uso del piacere sorge dall' insoddisfazione dei bisogni naturali (8). Affermava, quindi, che il piacere sia realizzabile non solo nel movimento ma anche nella quiete, confutando la tesi platonica del piacere come azione (9). Aristotele affermava che la felicità consista nella “contemplazione” (10) e che quest'ultima consista nell' attività di pensare. La felicità, in realtà, consiste nel raggiungimento della piena razionalità, ossia nel raggiungimento della piena scientificità della conoscenza e del pensiero del soggetto pensante. Egli affermava che la felicità possa essere realizzata solo superando la “struttura composta dell' uomo” (11). E' una frase oscura, che denota come egli intuisse la necessità di superare le strutture storiche per realizzare la felicità o la piena armonia della condizione umana. Affermava che la felicità consista nel realizzare l' essenza umana (che egli definiva parte immortale) rispetto alla mera esistenza (che definiva parte mortale) (12). Anche in questa affermazione si può scorgere un' intento anti-strutturale. Affermava, infatti, che “quello che a ciascuno è proprio per natura è la cosa per lui migliore e più piacevole” (13). La felicità è la meta comune di ogni individuo. Essa, tuttavia, è conseguenza di scelte e di soddisfazioni diverse, prodotta da modi diversi di soddisfare, gli stessi od analoghi bisogni. E' una condizione raggiungibile con profondità diverse di sentimenti ed emozioni. Essa non è una condizione statica, ma dinamica, e non priva di variazioni di profondità di sentimenti ed emozioni. Si può affermare che la felicità sia un livello di soddisfazione dei bisogni principali, variabile a seconda dei soggetti e del loro autonomo giudizio di soddisfazione. La felicità può essere considerata il fine dell'essere umano. La felicità può definirsi come l' equilibrio nella soddisfazione della risultante o sistema dei desideri di base del soggetto. La felicità del singolo sta nel raggiungimento della pienezza della manifestazione delle proprie potenzialità e nell' essere cosciente e soddisfatto del raggiungimento di tale pienezza. In questo consiste il fine del singolo individuo. Tuttavia la felicità non deve essere sopravvalutata, poiché non è che una possibile manifestazione dell' essere umano, il quale ultimo ha valore essenzialmente per le sue potenzialità di manifestazione, mentre le manifestazioni stesse hanno un valore più limitato. L' essere umano, infatti, è il soggetto e l' artefice di ogni sua manifestazione o stato dell' essere e dunque possiede il più alto valore (essendo strumento dei fini naturali). 5 -Aristotele identificava la morale suprema con la felicità e quest'ultima con la virtù, a cui sarebbe congiunto il piacere, che considerava la molla dell' attività umana (14). Identificava altresì la virtù con la razionalità, confondendola però con quella che noi definiamo la logica della realtà strutturale storica. Aristotele considerava il fine come naturale rispetto all'uomo e di più alto valore rispetto alla felicità, alla virtù ed alla morale, mentre la virtù consisterebbe nella scelta dei mezzi, operata in vista di tale fine naturale (15), identificabile nella pienezza della conoscenza e della coscienza. 6.1 – Anche per Solone la felicità si identificava con i piaceri umani di tipo psico-fisico (16), ossia con la ricerca della totalità dei piaceri come soddisfacimento dei bisogni umani (17). Spinoza identificava la “ragione” e la virtù con la felicità. Definiva la felicità come la ricerca e la realizzazione del proprio maggior bene (18), come dettame della natura stessa dell' uomo. Comte individuava la felicità nella massima socialità (19). William James affermava come il “principale interesse della vita dell' uomo” sia la realizzazione della felicità (20) e nella sua ricerca si svolga tutta l' umana esperienza. 6.2 - J. J. Rousseau affermava che la virtù consista nel non resistere agli impulsi naturali. Affermava però che questo sia valido nello “stato di natura” (ossia in una condizione pre-strutturale), condizione che egli considerava, peraltro, mortificante per l' uomo in quanto implicherebbe la degradazione alla semplice vita istintuale (21). Tale concezione dimostra come egli ritenesse del tutto innaturale la condizione strutturale ed al contempo come egli ritenesse inevitabili le strutture storiche. Egli distinse l' amor proprio dall' amore di sé stessi (22). Affermava che l' amor proprio sia un sentimento di origine strutturale (23), mentre l' amore di sé stessi non si realizza affatto compiutamente nel supposto “stato di natura” primordiale, che quindi non sarebbe affatto conforme alla natura umana. Egli dunque, indirettamente, auspicava il superamento della realtà strutturale storica, in uno stato di natura pienamente cosciente e conforme alla natura umana. 7 - Se è vero che i bisogni sono strettamente correlati alle capacità intellettive è altrettanto vero che, all' interno della realtà strutturale, alcuni soddisfano i propri bisogni essenzialmente nell' atto stesso della loro attività produttiva, altri li soddisfano essenzialmente attraverso attività improduttive o ludiche, altri attraverso forme di dilapidazione o di scempio di ciò che è loro affidato temporaneamente, in proprietà o possesso. Tali modalità strutturali di soddisfazione dei bisogni, sono legati non solo al rapporto individuale con la realtà strutturale, ma altresì con la scelta individuale dell' oggetto e modalità di soddisfazione dei bisogni. 8.1 - Il “problema sociale” e la “questione sociale” saranno risolti quando sarà elaborata compiutamente la teoria che consenta al singolo la soddisfazione piena dei propri bisogni di origine interiore od autonoma, rendendolo capace di discernere tra i propri bisogni di origine interna o razionali da quelli di origine esterna od irrazionali. Il principio aristotelico secondo cui esiste un' eguaglianza fondamentale tra capacità espresse e bisogni di ogni singolo individuo è fondamentale e valido sia per evitare gli sprechi, fonte di squilibri ecologici, sia per evitare le ingiustizie e gli squilibri all' interno degli stessi individui, i quali tendono a percepire e soddisfare in modo distorto i propri bisogni, tendendo ad esempio a soddisfare maggiormente i bisogni materiali rispetto a quelli immateriali. 8.2 - Realizzando un rapporto bi-univoco tra risultati dell' attività produttiva individuale e disponibilità in termini di capacità di consumo, si creano i presupposti per una modificazione sostanziale dell' oggetto della soddisfazione dei bisogni. E' la possibilità di manifestazione della piena auto-espressione a rendere possibile la generale corrispondenza tra bisogni ed auto-espressione, rendendo così socialmente valido e realizzabile il principio del “socialismo” originario: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, senza contraddire il principio della razionalità economica della retribuzione secondo i contributi individuali. Il “socialismo”, che proponeva il motto: “a ciascuno secondo il suo lavoro”, non modifica in nulla il carattere di tutte le strutture storiche con specifica stratificazione sociale, secondo cui la massima soddisfazione spetta a chi svolge la funzione maggiormente valorizzata socialmente, valorizzazione che è basata sull' irrazionalità dei bisogni e delle modalità di soddisfazione dei medesimi. La società post-strutturale, per superare effettivamente le varie forme di sfruttamento e di oppressione, dovrà rendere possibile la pienezza dell' auto-espressione individuale, equiparando a questa la soddisfazione dei bisogni. 9 - La sessualità e la socialità non possono essere espresse in modo totalmente disgiunte, oltre un certo limite, salvo la deviazione e la non corretta espressione di entrambe. Dove, infatti, la sessualità è espressa senza una analoga espressione di socialità, si ha una sessualità anomala ed insoddisfacente: dove la socialità è espressa in assenza di una soddisfacente espressione di sessualità, si realizza una socialità anomala (isterica) ed insoddisfacente (come dimostrano i pettegolezzi e le piccinerie delle zitelle che non hanno soddisfacente sessualità). Analogamente la scarsa ed insoddisfacente sessualità femminile, accompagnata da socialità deviata, che si verificava nei secoli passati, ha prodotto problemi sociali e disagi, anche in campo maschile, la cui sessualità di riflesso finisce per subire deviazioni e sostanziali insoddisfazioni. 10.1 - La giustizia sociale non è un bisogno primario dell' uomo ma un bisogno derivato: solo con la giustizia sociale si creano le condizioni minimali per il soddisfacimento sufficiente ed equilibrato dei bisogni primari. Questo assunto accresce l' importanza della giustizia, poiché, se si può rinunciare alla soddisfazione di un bisogno primario, non si può rinunciare alla pre-condizione della soddisfazione di molteplici bisogni primari. La libertà, come la giustizia, non corrisponde ad un bisogno primario, ma derivato. Essa non è che un mezzo indispensabile per la realizzazione della felicità, autentico bisogno primario e bene supremo. Gli esseri umani non possono concepire ne fare alcunché di totalmente gratuito o totalmente slegato dai propri bisogni o da bisogni che derivino loro dall' esterno, ossia da influenze di entità esterne. L' assenza di legami con i bisogni interni od esterni all'individuo è assenza di significato per l' individuo stesso. Il fatto che la volontà dei soggetti non possa essere avulsa dai bisogni interiori od esteriori non implica l'assenza di libertà dei soggetti stessi. La modalità di soddisfazione dei bisogni, interni od esterni, avendo un ventaglio di possibilità di variazione praticamente infinito, determina il campo di libertà dei soggetti. 10.2 - Le attuali teorie psicologiche e sociologiche misurano il grado di felicità dei popoli sulla base dell' attaccamento alla vita. Tale attaccamento è misurabile, in negativo, sulla percentuale dei suicidi. Secondo tale parametro, le guerre e le situazioni molto stressanti, poiché creano un maggiore attaccamento alla vita, andrebbero considerate foriere di felicità collettiva. Se la felicità è uno stato d' animo, spesso avulso dalla condizione effettiva del soggetto che prova quel determinato stato d' animo, tuttavia le condizioni in cui l' umanità non può realizzare pienamente se stessa, inibiscono la felicità, se il soggetto è cosciente della condizione in cui si trova. La felicità può essere solo conseguenza della certezza delle prospettive della pienezza dell' autorealizzazione o della realizzabilità delle finalità umane. La pienezza della gratificazione, per il soggetto, non implica tuttavia la pienezza della soddisfazione in assoluto, dei bisogni stessi, potendo sempre essere incrementato, a livello collettivo e di specie. La felicità degli individui è definibile come la corrispondenza dei bisogni manifestati alle tendenze di base ed è misurabile in base al grado di soddisfazione delle tendenze medesime. Il grado di universalità o livello di manifestazione dell'essere umano, realizzato attraverso l'applicazione di una teoria, una prassi od un comportamento effettivo di persone o gruppi, sarà misurabile sulla base del grado di felicità realizzato applicando tali teorie o prassi. 11.1 - Giovanni Scoto Eriugena considerava il libero arbitrio l' area di autonomia dell' individuo all' interno di quella che definiamo la realtà strutturale storica (24), autonomia che egli riteneva indispensabile all' esistenza delle strutture stesse, pur nella loro realtà più inumana (25). G. di Ockham affermava che dio sia causa efficiente di tutte le azioni umane, anche se l' uomo è responsabile “per obbligo stabilito” (26). Il concetto di “libero arbitrio” presuppone la libertà di adesione alla realtà strutturale storica in atto, intesa come fonte di moralità. Egli cercava di mascherare, giustificandola in realtà, la schiavizzazione interiore manifestantesi nell'accettazione di una realtà esterna all'essere umano e nell' identificazione, più o meno totale, con tale realtà. Il concetto di “libero arbitrio”, negando o mascherando tale condizione umana, tende a cancellare ogni concetto di possibilità di libertà autentica, che può realizzarsi solo col trascendimento effettivo della realtà strutturale storica. I fautori del “libero arbitrio” tendono infatti a negare ogni valore morale alla mancata “integrazione” nella realtà strutturale in atto, bollandola come “peccato” o colpa od abuso del “libero arbitrio”. Dario Antiseri, con Popper, fece notare come la coscienza dell'irresponsabilità dei singoli sia deleteria, in quanto conduce alla disgregazione sociale (27). Anselmo d' Aosta affermava che la piena libertà coincida con l'impossibilità di peccare ed affermava che l' uomo pecchi continuamente (28). Egli dimostrava quindi di considerare, almeno teoricamente, possibile per l' uomo superare la condizione strutturale. Egli affermava infatti che la libertà dell' uomo “peccatore” è potenziale e non reale (29). Dimostrava, con ciò, di considerare possibile il superamento della condizione attuale dell' uomo. Abelardo riconosceva che, allorché un individuo vuole ciò che non è in suo potere, non possiede libertà, in quanto è limitato da un agente esterno (30). Poiché l' essere umano vuole sempre ed essenzialmente cose estranee alle possibilità offerte dalle sue condizioni nella realtà strutturale storica, ne consegue l' assenza assoluta di libertà. 11.2 - Bonaventura da Bagnoregio concepiva il “libero arbitrio” come naturale libertà umana, “forza attiva” che conduce l' uomo “all' azione che le è propria” (31). Tale concezione, non è consona solo alla natura della fase mercantile che si stava allora consolidando, ma rispecchia l' essenza umana naturale e la potenzialità umana. Nel corso del XII secolo si sviluppò una concezione del “libero arbitrio” inteso come “facoltà insieme della ragione e della volontà”. Roberto Grossatesta teorizzava il “libero arbitrio” dell' uomo, inteso come libertà di scelta, intesa anche come libertà di ribellarsi a quelle definiamo le strutture storiche ed, al limite, di superarle (32). Tale concetto di “libero arbitrio” implica la libertà potenziale dell' uomo dalla realtà strutturale. Luigi Pareyson affermava che la schiavitù umana derivi esclusivamente dalle proprie idee (33) irrazionali, mentre la razionalità genera la libertà. La libertà equivale all' emancipazione dalla determinazione strutturale, attraverso l' adesione della volontà alle determinanti interiori dell'individuo, allorché vengano meno o siano meno avvertite quelle esteriori. La libertà umana non è altro che la possibilità di scegliere tra l' adesione al determinismo strutturale e la libertà di una socialità piena e svincolata da ogni determinazione che non sia quella della natura umana del soggetto. Tale libertà, in presenza della realtà strutturale storica, è limitata, in quanto dette strutture obbligano ad un' adesione ad esse più o meno convinta. Una società autenticamente umana, in quanto realizzante la pienezza della socialità, in assenza di determinazioni esterne alla natura dei soggetti interessati, realizzerebbe pienamente la libertà umana. I filosofi della politica, concepiscono la “cultura” o realtà strutturale storica come una limitazione rispetto alla libertà vegetale ed animale, ossia della condizione pre-strutturale. La libertà è intesa come accesso ai piaceri o godimento di piaceri non impediti. Al contrario, illibertà significa sofferenza o frustrazione del piacere. I filosofi della politica affermano che la motivazione non escluda la libertà, mentre l' indeterminatezza o gratuità non la implichi, ma è la motivazione interiore od autentica degli individui a contemplare la libertà autentica, mentre ogni motivazione ad essi esteriore è illibertà. 12 - L' eterogeneità dei bisogni e dei fini, se è interna alla natura autentica dei singoli non contraddice la loro intrinseca universalità. Una società accettabile deve consentire la soddisfazione piena dell' eterogeneità dei bisogni autentici o della natura universale dei singoli.

Indici del Capitolo 13: Concetti di universalità e di desiderabilità § 1: Desiderabilità ed inevitabilità 1 – Ineluttabilità e desiderabilità, compito delle ideologie e loro influenza sulla psiche umana. 2 – Ineluttabilità, necessarietà e libertà nella accettabilità e desiderabilità. 3 – Prodursi di una alternativa all' ineluttabile e trasformazione di quest' ultimo in possibilità, seppure non desiderabile. § 2: Concetti di universalità, di ineluttabilità e di accettabilità 1 – Inevitabilità assoluta, inevitabilità relativa e libertà razionale. 2 – Universalità di una data teoria e sua accettabilità in rapporto al grado di universalità del singolo. 3 – Pretesa di universalità delle ideologie, connessa ad una loro imposta generalizzazione. 4 – Concezione dell' ineluttabile come desiderabile, equivalente al tradimento dell' umanità, compiuto dalle ideologie. 5.1 – Universalità della realtà strutturale storica e progresso storico nella razionalità. 5.2 – Universalità individuale ed universalità propria della specie umana. § 3: Giustificazione dell' inevitabile 1 – Necessarietà, teorizzata dall' induismo, della realtà. 2 – Realtà strutturale ed assurdità. 3 – Senso del dovere ed adattamento attivo all' ineluttabile. § 4: Razionalità ed universalità 1 – Natura della razionalità o comportamento umano in contrapposizione al comportamento inumano. 2 – Razionalità, universalità e peculiarità individuale. 3 – Razionalità mutevole col grado di manifestazione dell' essere di ogni singolo individuo. 4 – Misurazione del grado di razionalità di una data società. 5 - Razionalità conoscitiva e razionalità umana. 6 – Irrazionalità comportamentale, conseguenza dell' inconoscenza della realtà. 7 - Irrazionalità delle idee di coloro che vivono nella realtà strutturale storica. 8 – Universalità parziale della realtà strutturale ed universalità razionale della natura umana. § 5: Cause dell' irrazionalità presenti nel comportamento umano. 1 – Irrazionalità presente nella psiche dell' umanità. 2 – Irrazionalità del lavoro e conseguenze sull' umanità. 3 – Pazzia come comportamento irrazionale, provocato in parte dalla realtà struttturale storica. 4 – Integrazione nella realtà strutturale ed irrazionalità. 5 – Fede irrazionale e comportamento irrazionale. 6 - Irrazionalità e razionalizzazioni o giustificazioni dell' irrazionale. § 6: Conquista della razionalità comportamentale 1 – Possibilità della trasformazione del comportamento dei singoli in comportamento razionale. 2 – Conquista della razionalità, come libertà razionale attuata attraverso istituzioni razionali. § 7: Fede razionale e fede irrazionale 1 – Fede come sentimento umano. Oggetti della fede: irrazionali o razionali. 2 – Necessarietà e giustificazione della fede irrazionale, nelle società irrazionali. 3 – Natura della fede irrazionale. 4 – Natura della fede razionale.

CAP. 13 Concetti di universalità e di desiderabilità § 1: Desiderabilità ed inevitabilità 1 - L' inevitabilità di un fatto ha il suo naturale paradigma nella morte. Nulla è, generalmente, considerato meno desiderabile. Tutti, pur tuttavia, tentano di auto-convincersi della bontà dell' ineluttabile. La necessarietà non basta, peraltro, a determinare la desiderabilità di un evento, ed anzi la necessarietà, da sola, è antitetica alla desiderabilità. Tuttavia la psiche umana riesce a rendersi piacevole ciò che è necessario, il quale può, quindi, essere percepito come desiderabile. La natura ha provveduto a rendere piacevole la soddisfazione dei bisogni e doloroso e persino insopportabile la loro mancata soddisfazione. L' ineluttabile che non migliori la situazione esistente non può che essere odioso, a meno che non intervengano inganni psicologici a far considerare migliorativo ciò che è in realtà peggiorativo. A questo scopo provvedono in genere le ideologie, specie quelle basate sulla fede irrazionale. Nelle società mercantili si finisce per considerare desiderabile solo ciò che è superfluo, poiché i bisogni vengono considerati soddisfatti dalla psiche, anche quando non lo sono affatto, ed in genere non lo sono. Questo è connesso con il comportamento irrazionale. La soddisfazione dei bisogni non è solo ineluttabile ma foriera di felicità, ove i bisogni autentici siano realmente e pienamente soddisfatti. 2 - La necessarietà assoluta è necessarietà a livello generale o di specie. A livello individuale essa non esclude ma implica una libera scelta, il cui prezzo sarà lo scotto della propria personale insoddisfazione. La natura biologica ha provveduto a rendere le azioni inevitabili per la vita, piacevoli per gli esseri viventi. In tal modo tali azioni o bisogni, da inevitabili o fonte di sofferenza, divengono desiderabili, in quanto fonte di piacere. In tal modo, poiché gli esseri viventi tendono spontaneamente al piacere, le incombenze inevitabili per la conservazione della vita sono state trasformate nelle fonti principali del piacere. Questo trasformarsi dell'ineluttabilità in desiderabilità indica la coerenza di questi bisogni con le finalità individuali degli esseri viventi. Viceversa, tutto ciò che riveste carattere di ineluttabilità ma resta privo di piacere o valenza positiva in rapporto alla desiderabilità, dimostra di essere estraneo alle finalità individuali dei viventi e dunque indesiderabile per il singolo e per lui innaturale. Un evento ineluttabile, se esterno alla natura dell' individuo, anche qualora l' individuo lo “accetti” “volontariamente”, non si può classificare come una scelta libera. Tale “accettazione” implica una schiavizzazione mentale, in quanto dimostra una illibertà del singolo. L'inevitabilità e la necessarietà divergono per il diverso grado di costrizione che implicano. La prima non contempla alternative di alcun genere, né possibilità di scelta dei modi e dei tempi della sua attuazione. La necessarietà presenta alternative, per quanto di diverso grado di desiderabilità, e lascia margini di tempi e di modi della sua attuazione. Eymieu riconosceva come l'azione realmente libera sia coerente con la massima soddisfazione, consentita dal grado momentaneo di manifestazione del soggetto, delle sue tendenze di base, determinate a priori di ogni scelta della volontà (1). L' accettabilità piena di un evento si basa su tre elementi: scientificità (che ne assicuri la realizzabilità), desiderabilità (che lo renda appetibile per il soggetto che lo accetta) e neutralità, su base di reciprocità, per chi non lo accetta. 3 - Il prodursi di una nuova possibilità rende l' ineluttabile non più tale, ma semplice possibilità. Tutto ciò che fa parte della natura degli individui non è avvertito dal soggetto come inevitabile. Anche la morte, se connessa all' esaurirsi dell' energia vitale od all' esaurirsi del ruolo dell' individuo nell' ambito della manifestazione dell'essere, si trasformerebbe da inevitabile in volontaria, almeno se l' individuo sarà cosciente del proprio ruolo vitale. Se l' inevitabile è la quintessenza di logiche estranee alla natura di chi lo subisce, la sua accettazione passa attraverso un'appetizione, conseguenza dello spirito di adattamento di chi riconosce come la non accettazione dell' ineluttabile conduca direttamente alla morte od alla completa rovina. Il necessario, al contrario, è di origine interna ai soggetti che lo avvertono ed è quindi non solo accettabile ma spontaneamente appetito e spesso in misura eccessiva. L' inevitabile trasmuta nell' impossibile allorché cessi di essere inevitabile, in quanto sia sorta un' alternativa ad esso. Solo dove sussistano più alternative e la scelta dei singoli cada sull' alternativa che giudicano preferibile e desiderabile, se ne ha una prova della sua validità universale, in quanto l' universalità è patrimonio di ciascun individuo, il quale ha in se la totalità della valenza della specie che gli è propria. L' inevitabile relativo è inumano, per il fatto stesso di essere tale, se non ha contemporaneamente il carattere della desiderabilità od almeno della sceglibilità. Creandosi la possibilità concreta di avere un' alternativa valida e realizzabile alla realtà strutturale storica, quest' ultima perderebbe il suo carattere di inevitabilità, divenendo potenzialmente sceglibile liberamente. La fine della condizione di inevitabilità con il sorgere di una nuova possibilità, rende l' inevitabile stesso praticamente impossibile per il rifiuto generalizzato che gli deriverà dalla nuova condizione umana. Ma l' impossibile di prima, divenuto finalmente possibile e desiderabile, rischia di trasformarsi od essere considerato un nuovo inevitabile. Tuttavia la caratteristica del possibile e del desiderabile consiste nell' essere multiforme e progrediente col progredire della manifestazione degli esseri che ne sono protagonisti e dunque, se a livello collettivo sarà l' inevitabile della nuova condizione umana, a livello del singolo sarà il possibile ed il desiderabile. La libertà può presentarsi come inevitabilità esterna rispetto al soggetto, in quanto il soggetto può sceglierla o meno e scegliendola liberamente ne sarà modificato per scelta autonoma e consapevole. Al contrario l' illibertà dell' ineluttabile consiste nel non poter essere scelto ma nell' essere determinati direttamente da tale ineluttabilità, seppure nell' inconsapevolezza. Allorché la scelta della libertà diventasse generale, se ne potrebbe dedurre che la libertà è divenuta pressoché ineluttabile, ma questo non sminuisce il valore della sua desiderabilità, in quanto non ne inficia la sceglibilità in alternativa ad altre vie. § 2: Concetti di universalità, di ineluttabilità e di accettabilità 1 - L' evoluzione ciclica, con elementi progressivi, è presente in vari aspetti della natura, come la stessa natura cosmica. Vi è quindi analogia con l' evoluzione della realtà strutturale statuale (dove l' elemento progressivo è rappresentato pressoché esclusivamente dal progresso scientifico o della conoscenza). Se l' evoluzione cosmica avviene attraverso una modifica deii corpi cosmici, i quali evolvendosi, mutano lo stato della materia, in modo profondo, rispetto a quello originale; così l' evoluzione dalla realtà strutturale storica determina una modificazione profonda della stessa natura umana, definibile come progresso umano. Per la natura cosmica inanimata si ha inevitabilità assoluta, data dalle leggi fisiche, sebbene esistano elementi di casualità nella stessa materia inanimata. Per le società “di natura” o pre-strutturali si ha inevitabilità biologica, poiché il comportamento è dettato essenzialmente dai bisogni biologici o bio-ecologici ed evolutivi. Per gli esseri umani, che vivono nelle società strutturali ossia nelle strutture storiche, si ha inevitabilità strutturale. Realizzandosi la società post-strutturale o coerente con la natura umana si avrà libertà razionale. L' inevitabile è scindibile in: inevitabile assoluto ed inevitabile relativo. L' inevitabile relativo è sotteso alle circostanze ed a specifiche condizioni. L' inevitabile assoluto è tale se non ha alternative e costituisce un epilogo certo, come ad esempio la morte del singolo. La realtà strutturale storica, ove non vi siano alternative praticabili, costituisce un inevitabile assoluto ed, all' interno di questo, l' evoluzione dell'universo strutturale statuale costituisce in se un inevitabile relativo, dove i tempi di evoluzione, la sua direzione e le modalità del suo verificarsi, costituiscono un inevitabile relativo. Vi è, invece, una necessarietà od inevitabilità di tipo ontologico, insita nella natura cosmica e nella natura umana : tale inevitabilità è definibile come inevitabilità assoluta. Per l' inevitabilità della realtà strutturale storica si può parlare invece di inevitabilità relativa, caratterizzata dall' incoscienza e dalla automaticità della evoluzione strutturale, la quale avviene secondo meccanismi e ritmi autonomi rispetto alla volontà umana ed alla stessa logica della razionalità e progressività umana. La scelta cosciente e volontaria della realtà sociale, allorché sarà resa possibile, sarà in sintonia con l' inevitabilità assoluta. Infatti la scelta di una alternativa desiderabile e vantaggiosa in senso assoluto, per quanto libera, sarà coerente con l' inevitabilità assoluta, ossia con la razionalità cosmica ed umana. La libertà è definibile come coincidenza tra volontà individuale e necessità assoluta. 2 - L' universalità è anche un fatto individuale, essendo conseguenza ed espressione della razionalità, che ha come base la natura umana e meta nella finalità umana: l'universalità, come la razionalità, ha vari gradi di manifestazione. Vi è infatti un'universalità individuale, consistente nello specifico individuale, anche se irripetibile ed unico. Vi è poi un' universale collettivo. L' universalità di una data teoria e la sua accettabilità da parte dei singoli individui possono, dunque, essere divergenti. Col progredire della manifestazione dell' essere degli umani si accresce la loro universalità e dunque la loro capacità di aderire alle teorie di valenza universale. L' universalità di una certa teoria la rende contemporaneamente accettabile da quanti hanno raggiunto un dato grado di manifestazione dell' essere, mentre per gli individui che rimangono al di sotto di quel livello necessitano di una variabilità od adattabilità della teoria, elementi questi ultimi che ne limitano, tuttavia, l'universalità. La divergenza tra universalità o valore universale di una data teoria e la sua accettabilità od accettazione pratica, nascente dalla compresenza nel singolo individuo dell'universale, seppure a diversi livelli di manifestazione per ciascuno e del particolare, unico ed irripetibile, che è la caratteristica di base di ciascun individuo. E' tuttavia il diverso livello di manifestazione dell' universale nel singolo che conduce ciascuno di questi singoli ad individuare l' universalità anche in teorie che ne sono totalmente prive. Si possono definire razionali ed universali le teorie, solo se le suddette, asserite, caratteristiche sono riconosciute liberamente e consapevolmente da tutti coloro che vi aderiscono. Le teorie di emancipazione umana si giustificano solo se rendono effettivamente concreta la libertà. 3 - La concezione delle ideologie, specie di quelle consone alle fasi feudali, secondo cui non si può avere la piena realizzazione del fine che esse propongono se l'ideologia non è accettata da tutto il genere umano, ed è in tale accettazione che ripongono la conferma della validità universale dell' ideologia stessa. In tal modo postulano l' aggressione come mezzo di realizzazione dei fini proposti. La supposta accettazione universale della loro ideologia sancirebbe la sua ineluttabilità e non la sua desiderabilità e dunque non sarebbe comunque provata la validità universale dell'ideologia stessa. La pretesa delle ideologie di farsi accettare universalmente per confermare la propria universalità, dimostra come siano gli stessi suoi propugnatori a dubitare dell' universalità di quell' ideologia. L' aggressione che compiono le ideologie per assicurarsi la generale accettazione ne dimostra l' assenza di universalità. L' universalità di una data teoria sarà misurabile se sarà possibile misurare il grado di manifestazione dell' essere dell' umanità in un dato momento storico. Sarà possibile allora stabilire il contributo dato da quella certa teoria al progresso della manifestazione dell' essere, il che determinerà il grado di universalità di quella stessa teoria. Vi è un legame diretto tra accettazione volontaria di una data teoria ed il grado della sua universalità. Vi è invece un rapporto inverso tra grado di universalità ed imposizione di quella stessa teoria. La concezione secondo cui una certa teoria od ideologia o religione debba essere condivisa dall'intero genere umano per poter produrre tutti i suoi frutti, fa parte delle ideologie di tipo feudale. Tale concezione è la madre stessa dell' intolleranza e dei tentativi di dominio assoluto e generalizzato sull'umanità: si può definirla una concezione nemica dell' umanità. L'idea secondo cui la condivisione più o meno estesa di un'idea o credo ne determini la credibilità, è espressione di spirito religioso. Le ideologie, quali il “marxismo” ed anche il “cristianesimo”, pur proponendo formalmente una giustificazione di sé stesse a posteriori (“non si taglia una pianta prima che abbia dato tutti i suoi frutti”) e pur non proponendo esplicitamente l' identificazione tra universalità e generale accettazione (non affermano mai esplicitamente l' obbligatoria accettazione), tuttavia non rinunciano alle giustificazioni a priori: per il “marxismo” l'ineluttabilità del progresso (identificato con l' evoluzione dalla fase mercantile alla fase feudale), per il “crisitianesimo” la “resurrezione di Cristo”. Tuttavia le ideologie filo-feudali tendono ad imporre, di fatto, la loro accettazione, lasciando credere che la generale accettazione sia indicatrice della loro universalità. 4 - Lev Tolstoy riconosceva come vi sia una netta distinzione (e contrasto) tra chi agisce secondo ragione e chi agisce secondo la stretta determinazione strutturale dello specifico momento storico in cui vive (1). L' individuo ha necessità di basare il proprio comportamento su un sistema logico completo e coerente che gli conferisca sicurezza di agire rettamente. Tale sistema logico è fornito, nelle strutture storiche, dalle ideologie e dalla morale dominante, basate a loro volta sull' assurdo insito nella stessa realtà strutturale. L' individuo quindi, finisce per accettare, più o meno coscientemente, l' assurdo come categoria valida ed imprescindibile. Hobbes affermavqa che gli uomini “si appellano alla ragione contro il costume ed al costume contro la ragione” (2). Riconosceva, cioè, l' esistenza del contrasto insanabile tra cultura e ragione, ove con quest' ultima si intende la razionalità. Se in assenza di alternative valide l' arrendersi all' ineluttabilità è da ritenersi saggio e necessario, è tuttavia inumano trasformare l' adattamento all' ineluttabilità esteriore all' uomo nella sua accettazione convinta ed attiva. Equivale al tradimento dell' umanità. Marx, il quale aveva teorizzato il passaggio dal “regno della necessita'” al “regno della libertà”, evitando di teorizzare il superamento della realtà strutturale storica alla cui logica si è inchinato incondizionatamente e totalmente, ha tradito la sua stessa teoria oltreché l' umanità nel suo insieme. 5.1 - L' universale storico si identifica con il progresso strutturale storico, con le metamorfosi tra i vari universi strutturali. L' universalità autentica non si identifica con il ripetibile e l' uniforme, trattandosi di un' universale effettivo, come è desumibile dalla voce “Universale” del Dizionario di filosofia. L' universalità autentica progredisce parallelamente alla razionalità, sorgente dalla specifica natura umana. 5.2 - L' universalità individuale non è di valore inferiore rispetto all' universalità collettiva ed a quella storica, essendo la progressione della razionalità basata esclusivamente sulla natura umana, che è l' autentico universale, a cui ogni azione ed espressione umana si riferisce. § 3: Giustificazione dell' inevitabile 1 - La filosofia “induista” afferma esservi una base naturale a fondamento della realtà strutturale storica, identificata con l' universo o “prakrti” o “sakti” o “mayà” (1), che però si differenzia dalla natura o divinità o “bhagavat” o “isvara” (2), sebbene essa non identifichi con assoluta chiarezza tale differenza (3). 2 - Spinoza definiva l' assurdo, che identificava con l' impossibile, come contraddizione con la natura o con le sue possibili cause (4). Egli, tuttavia, non individuava la contraddizione con la natura umana che vi è nella realtà strutturale storica, essendo le strutture: la realtà concreta. 3 - Il senso del dovere nasce dallo scontro tra i bisogni e l' irrazionalità dell'inevitabile. Finché sussisterà l' inevitabile, persistendo la necessità della sua accettazione o del sottomettervisi, il senso del dovere persisterà, qualificandosi come adattamento ad una realtà innaturale per l' essere umano. In presenza dell'irrazionalità della realtà strutturale storica, l' assenza in un individuo del “senso del dovere” crea un di più di infelicità per il soggetto stesso e di quanti interagiscono con lui. A contrario, l' eccesso di “senso del dovere” inibisce quel poco di soddisfazione dei desideri concesso dalla realtà strutturale in atto. § 4: Razionalità ed universalità 1 - La razionalità, che abbiamo definito come comportamento conforme ai bisogni umani naturali, può anche definirsi comportamento umano, da contrapporsi al comportamento inumano imposto dalla realtà strutturale. 2 - Gli “illuministi” identificavano la razionalità con la ragione universale, affermando che vi sia una sola ragione ed una sola verità da scoprire (1). Benedetto Croce affermava che la razionalità cresca con la manifestazione reale del soggetto e si identifichi con l' universale (2). La razionalità di un fatto od evento consiste nella sua rispondenza con la natura profonda dell' individuo che opera tale fatto od evento. La natura del soggetto è, a sua volta, conseguenza dell' essenza del soggetto e della sua potenzialità e capacità reale di manifestazione. La capacità reale di manifestazione definisce il grado di universalità del soggetto, non in quanto capacità acquisita od autonoma rispetto all' essenza originaria, ma in quanto capacità di essere coerente con l' essenza originaria. La libertà dell' individuo è insita nella sua possibilità di costante ricerca della massima manifestazione di sé, ricerca resa possibile dall' accesso della razionalità individuale alla razionalità universale. La razionalità individuale è infatti espressione della razionalità universale, tendente costantemente ad accrescere tale espressione. Non vi è contrasto tra peculiarità individuale del singolo e la sua universalità, poichè la prima non è che manifestazione specifica della seconda, la quale manifestazione è, nel suo insieme, contemporaneamente universale (ove sia condivisibile) ed individuale (ove sia puramente unica). L' unicità non implica irrazionalità ma è caratteristica dell'universalità stessa, la quale necessita dell' apporto specifico dell' individuo o dell'unità assoluta. 3 - La concezione secondo cui la razionalità sia sottesa all' utilità personale, decisa autonomamente dal soggetto, è certamente di derivazione “utilitarista”. La scienza, che consentirà a ciascun individuo di determinare i propri bisogni di origine naturale e di soddisfarli pienamente in assenza di ogni forma di sfruttamento ed oppressione, sarà definibile come razionalità storica. Gli interessi individuali, autonomamente definiti e coerenti con la natura dei singoli, sono definibili come razionalità umana. Non esiste una razionalità immutabile per l' essere umano. L' essere umano muta infatti continuamente nei suoi bisogni, nella sua razionalità, nella sua affettività, nelle sue conoscenze e capacità psichiche: espresse e potenziali. Solo l' istintualità di base è immutabile. 4 - La misurazione del grado di razionalità presente nei rapporti di produzione è data dal grado di espressione delle capacità produttive concesso ai singoli individui. I rapporti di scambio misurano la propria umanità sulla base del grado di soddisfazione dei bisogni autentici concesso agli individui. Per i rapporti sociali si può misurare il grado di estensione della povertà presente nella società ed il divario economico-sociale intercorrente tra gli strati sociali estremi. Per i rapporti politici si può misurare il grado di conoscenza della politica e di capacità di co-decisione di ogni singolo individuo, diffuso nella società. 5 - Tommaso d' Aquino identificava l' estetica con il bene o la parte conoscitiva del bene (3). La razionalità conoscitiva varia col variare della conoscenza, che è anche conoscenza della stessa razionalità (4). Col concetto di razionalità e razionale si intende, correttamente, ciò che è scientifico, in un dato ambito conoscitivo. Questo, non è in contrasto col concetto di razionalità attribuito alla natura più autentica degli individui. Tuttavia i teorici della razionalità finiscono per attribuire tale significato anche ad ogni pensiero logico e questo ne snatura totalmente il significato (5). Epicuro affermava che la “conoscenza della natura” sia necessaria per realizzare la vita felice e priva di fede (6), fede che egli considerava male peggiore del caos. 6 - Un aspetto dell' irrazionalità è l' assenza di significato, all' interno di una certa finalità, di un fatto, un' affermazione od un evento. Così, se un' azione non ha rilevanza rispetto al fine proposto, per quanto abbia in sé elementi di valore, sarà da considerare a valore nullo od irrazionale. L' errore nelle scelte non è attribuibile sempre ad irrazionalità comportamentale o caratteriale del soggetto, ma essere conseguenza di inconoscenza, personale o collettiva, della realtà. La conoscenza scientifica della realtà e delle conseguenze delle azioni è infatti sempre limitata e parziale e non sempre sufficiente a determinare scelte efficaci rispetto agli scopi proposti. 7 - La menzogna e l' immoralità sono il fondamento stesso della realtà strutturale storica, essendo quest' ultima basata sull' ingiustizia delle varie forme di sfruttamento e di oppressione. Le idee, se possiedono una validità razionale, hanno valore universale e dunque divengono patrimonio dell' umanità intera. La realtà strutturale storica è basata sulla legge della giungla, o per dirla con Sechi, si tratta di società a somma zero, in cui vi è chi perde e chi guadagna sempre. Sono cioè inumane od irrazionali, in quanto estranee alla natura umana. Alcune idee, parzialmente razionali, se fatte proprie da organi strutturali vengono istituzionalizzate e rese coerenti con: chiese, sette, partiti o movimenti, divenendo parte della costruzione irrazionale di quelle strutture che le hanno assunte a loro fondamento. In tal modo finiscono per perdere ogni aspetto razionale, restando anche patrimonio pressoché esclusivo di quelle strutture sociali, almeno nelle intenzioni di quelle stesse strutture. Questo avviene per le strutture chiuse, o con organizzazione cristallizzata e non con società aperte alla razionalità, all' universalità ed al progresso della conoscenza. 8 - Morgan attribuiva all' uniformità della psiche umana il costituirsi e l' evolversi analogo delle strutture storiche, pur in situazioni di luogo e di tempo molto diverse (7). Le strutture storiche hanno qualcosa in comune con le strutture psichiche non solo dell' uomo ma di ogni essere vivente. Tuttavia tali strutture storiche non corrispondono ai bisogni degli esseri umani e dunque sono innaturali per l' uomo, e l'essere umano vi si trova immerso suo malgrado. Del resto anche le malattie mentali, come la paranoia e la psicosi, corrispondono alla natura psichica degli esseri viventi e degli umani in particolare, ma non sono auspicabili, né da ritenere naturali per gli esseri umani. Si tratta di un' universalità parziale per la realtà strutturale storica e di una universalità razionale per la realtà sociale post-strutturale. § 5: Cause dell' irrazionalità presenti nel comportamento umano. 1 - I pensatori evidenziano come l' irrazionalità non sia solo frutto della storia e della società statuale ma sia una caratteristica dell' uomo e della natura in genere (1). Aristotele riconosceva l' esistenza di un conflitto tra le varie parti del sé, essendo queste parti classificabili come parte razionale ed irrazionale (2). L' irrazionalità può essere ritenuta come non avente valore universale, essendo estranea alla natura umana più profonda od autentica. Essa assume le caratteristiche di inconfrontabilità, presentando caratteristiche di ordinalità, essendo specificità di tipo incomparabile. L'irrazionalità non è solo conseguenza della sottomissione degli esseri umani alle strutture storiche ma fa parte di un elemento di irrazionalità, comune a tutta la natura cosmica e biologica. L' irrazionalità è inscindibilmente connessa con l' azione umana. Questo è dimostrato dalla stessa generalizzazione della realtà strutturale storica. L' irrazionalità fa dunque parte del processo di pensiero umano. Occorre, dunque, tenerne conto per annullarne gli effetti, al fine di impedire che tale irrazionalità residua impedisca agli esseri umani di auto-organizzarsi in modo autonomo rispetto alla realtà strutturale storica . 2 - L'azione dell'uomo o lavoro non è di per sè artificiale ma, in quanto dettata dalla logica della realtà strutturale, ed in specifico dalla realtà strutturale statuale, assume aspetti artificiosi in quanto in contrasto con la natura od essenza umana: come è ad esempio la guerra. 3 - La stessa pazzia, realtà irrazionale per antonomasia, in alcuni suoi aspetti e forme, può essere considerata conseguenza, diretta od indiretta, della realtà strutturale in atto. E' questa la tesi di alcuni riformatori delle strutture di cura delle malattie mentali (come ad esempio l'italiana “Legge 180” di abolizione dei manicomi). 4 - Di fronte all' individuo perfettamente integrato nella realtà strutturale storica non si può non notarne la piena disumanizzazione ed irrazionalità. Solo con sforzi di fantasia si riesce a cogliere il sostrato di umanità ed un barlume di sentimenti umani, la cui potenzialità bisogna in ogni caso riconoscere. 5 - Le capacità raziocinanti di un individuo vengono annullate nelle situazioni fideistiche in cui il soggetto venga a trovarsi. Questo, nel caso di fede irrazionale. 6 - Robert Lowie affermava esservi la tendenza a razionalizzare (ossia ad attribuire una razionalità) eventi in sé irrazionali. Riteneva che questa tendenza fosse propria di ogni società, al fine di giustificarsi. Affermava quindi che la cultura “appare come un sistema chiuso” (3). Egli si rendeva quindi ben conto di come la cultura non sia un fatto razionale, nè coerente con la natura umana. § 6: Conquista della razionalità comportamentale 1 - L' autentica trasformazione del comportamento dei singoli in comportamento razionale non può prescindere dal rendersi conto delle “costruzioni” e “pregiudizi” che gli individui stessi si creano nel valutare le persone che conoscono e dal demolire tali “costruzioni”, guardando agli individui nella manifestazione autentica della loro naturalità ed universalità. 2 - La libertà di rinunciare ad utilizzare il proprio comportamento irrazionale ed inconscio costituisce il presupposto per concretizzare la propria libertà razionale. Vi potrà essere un' istituzione volta ad aiutare l' individuo ad individuare l' irrazionalità presente nel proprio pensiero e nei propri desideri. Sarà un' istituzione razionale se non darà luogo ad un potere irrazionale. L' irrazionalità presente nel comportamento umano è neutralizzabile, se viene individuato correttamente ed ogni individuo si fa carico equamente della totalità del proprio comportamento irrazionale e della totalità delle sua conseguenze, nei limiti in cui tale carico sia umanamente sostenibile. § 7: Fede razionale e fede irrazionale 1 - La fede è in se un sentimento e come tale può avere la caratteristica di razionalità o coerenza con la natura umana. Le sue manifestazioni od oggetti possono essere di tipo razionale od irrazionale. Se l' oggetto della fede è irrazionale il soggetto che ne sia vittima genera, per salvaguardare la propria capacità di raziocinio, la convinzione di possedere una verità assoluta ed indubitabile. La fede in oggetti razionali, al contrario, limita la convinzione della verità fino alla prova del contrario od alla sua falsificazione. La fede nell' irrazionale non può che avere oggetti euristici statici, mentre la fede nella razionalità ha oggetti euristici dinamici o progredienti e tendenti alla verità completa, distinta dalla verità assoluta, che consiste nell' assolutizzazione di verità molto relative o pallidi adombramenti. La fede irrazionale è tale se ha per oggetto un' entità considerata perfetta e dunque statica nel tempo. Acquisisce razionalità se considera l' evoluzione in atto nel suo oggetto e ne segue il percorso. 2 - Data la natura irrazionale delle società strutturali storiche e della vita in esse, una fede o speranza irrazionale, in quanto non pienamente giustificata dalle prospettive concrete e concretamente realizzabili, è indispensabile per sopravvivere in tale realtà disumana. La fede irrazionale è motivata dall' incapacità di attribuire un valore adeguato alla propria esistenza ed alla vita umana in generale. Questo non solo in conseguenza dell' inconocenza, ma altresì dall' integrazione nella logica della realtà strutturale storica e nell' inesistenza di un' alternativa percorribile nota. In tale condizione l' adesione alla fede irrazionale è l' unica via di salvezza concessa al di là della disperazione. La fede irrazionale, nasce dal bisogno razionale di giustificare l'ineluttabile, è rifiutata dalla coscienza dei singoli, la quale tende a “razionalizzare” tale forma di fede, cercando di trovarvi ragioni e spiegazioni che le conferiscano giustificazioni e parvenza di razionalità. Allorché la conoscenza scientifica raggiunga il livello della scientificità della conoscenza della realtà strutturale e dell' evoluzione storica, nonché della natura umana, la fede irrazionale si trasformerà da necessità sociale in elemento di inimicizia nei confronti dell' umanità. 3 - La fede irrazionale non è una caratteristica esclusiva dell' essere umano. Essa infatti è una conseguenza delle strutture storiche ed essendo queste ultime non appannaggio esclusivo della specie umana, ne consegue che si possono riscontrare manifestazioni di fede in specie inferiori. Così, ad esempio, si hanno manifestazioni fideistiche eclatanti da parte di alcuni cani nei confronti dei loro “padroni”. Gli animali possono perdere la fede in seguito a schok emotivi: come ad esempio cani i quali in seguito a contrasti gravi coi “padroni” fuggono e divengono randagi, senza per questo acquistare capacità razionale, analogamente gli esseri umani in condizione fideistica, se subiscono traumi da parte dell' oggetto della loro fede divengono momentaneamente scettici, ossia perdono provvisoriamente la fede, in attesa di una nuova fede. Essi ben difficilmente approdano alla razionalità. Gli esseri umani, vittime di una data fede irrazionale, si degradano ad un livello pre-umano. La capacità razionale dell' individuo appartenente alla specie umana è evidenziata dalla capacità di dubbio. Allorché l'individuo acquisisca una fede in un' ideologia o religione, perde la sua capacità di dubbio e dunque la razionalità. La fede irrazionale è rinuncia alla razionalità ed al raziocinio autonomo a favore di una credenza pre-fabbricata od anche fabbricata dal soggetto stesso (vedasi l' innamoramento) ed è quindi una degradazione dell' umanità del soggetto credente. Questo è determinato dall' incapacità della ragione di risolvere i quesiti posti dal sentimento, per lo scarso grado di razionalità consentito dalla realtà strutturale statuale. Le religioni e tutti i movimenti che si basano sulla fede irrazionale possono imporre le loro imposture, indipendentemente dalla palese assurdità delle loro affermazioni e da quanto sia evidente tale assurdità, col semplice confronto con la realtà. La fede irrazionale, inoltre, inibisce la corretta percezione della realtà e la distorce in modo da farla coincidere con i postulati e le “analisi” propinate dai movimenti fideistici. La fede irrazionale è tale essenzialmente per l' irrazionalità del suo oggetto, ossia per la mancanza di scientificità nella conoscenza dell' oggetto di tale forma di fede, nonché dell' irrazionalità della causa generante tale forma di fede: ossia l' assenza di alternative praticabili e più soddisfacenti, quali vie per soddisfare il desiderio di base che determina tale credenza. La fede irrazionale implica la convinzione dell'esistenza di esseri dotati di maggiori qualità essenziali e soprattutto che tali esseri possano prendersi cura del soggetto credente. Tale atteggiamento è alla base della meta-teoria di fondo delle strutture organico-stratificate, poiché si basano sulla concezione della realizzazione del singolo come frutto dell' opera e volontà di terzi. La fede irrazionale non consiste solo nel credere in un' entità altra rispetto alle proprie potenzialità e facoltà, ma anche nel credere siano nulle, compromesse od inadeguate le proprie potenzialità o facoltà. La frustrazione che l' individuo prova di fronte alla realtà strutturale storica determina la fede irrazionale, con l' unica alternativa della caduta nella disperazione o nello scetticismo nihilista. La concezione secondo cui la fede irrazionale connessa alla religione sia dono della divinità stessa, propria di varie teologie, è giustificata dalla necessarietà, generata dalla realtà strutturale, della fede irrazionale o dello spirito religioso in genere. La fede irrazionale sponsorizzata dalle religioni si appoggia, specie in Occidente, su una certa carenza di contraddizioni con la conoscenza scientifica realizzata, sebbene le religioni temano costantemente che il progresso scientifico consenta di scalzare definitivamente i fondamenti della fede irrazionale. La fede irrazionale evidenzia tutta la propria irrazionalità nel fatto per cui coloro che se ne dichiarano pervasi ne sono spesso del tutto esenti (gli adepti delle fedi religiose), mentre chi ne è permeato si adonta se gli si attribuisce una fede (fenomeno frequente per i seguaci di fedi politiche). La conoscenza razionale acquisita dai soggetti può sempre essere posta in discussione dagli stessi individui. Non così per l'oggetto della loro fede irrazionale, base spesso della loro coscienza di sé e della coscienza del mondo. Tale fede irrazionale sostanzia e determina gran parte della conoscenza, acquisita ed acquisibile, dal soggetto. Ne consegue che la maggior parte della conoscenza del soggetto non sia discutibile. In ciascun individuo, per quanto pervaso da una fede irrazionale, deve sussiste una convergenza tra la sua fede ed il suo raziocinio, poiché la sussistenza di un contrasto interno tra fede e raziocinio lo porterebbe alla follia. La fede irrazionale implica quindi un limite ben preciso all'uso del raziocinio intorno all' oggetto del “credo” del soggetto. Se salta quel limite, viene meno la fede in quel “credo”. La fede irrazionale è una condizione pre-razionale dello spirito ed è dunque un fatto pre-umano. Le situazioni in cui l'individuo si trova, all' interno di una massa ed opera in sintonia con questa, caratterizzano una situazione di fede irrazionale, così come, ad esempio, l'innamoramento od ogni situazione in cui alcune persone esercitano un' influenza psichica irrazionale. L' irrazionalità della fede in un' entità altra rispetto al soggetto, deriva, oltreché dall' assenza di affidabilità piena, per il soggetto, di ogni altro al di fuori di sé stesso, dal carattere di quasi impossibilità che ha una tale forma di fede, per il soggetto. Quest' ultima forma di irrazionalità è testimoniata dalla stessa teologia che parla di fede come frutto di una “grazia” della divinità stessa. La fede irrazionale determina nel soggetto la disabitudine a ragionare e dunque anche la scomparsa della motivazione reale che stà alla base della fede irrazionale può non essere sufficiente a determinare la scomparsa della stessa fede irrazionale. Se la fede nella magia tende ad esaltare lo spirito umano, sia pure in modo distorto e sostanzialmente mortificante; la fede religiosa o di tipo politico tende ad annullare lo spirito umano, rendendo l' uomo simile alle specie sub-umane. Il fanatismo o parossismo della fede irrazionale, è essenzialmente fissazione nella fede, su dati concetti e credenze di una data religione od ideologia. 4 – Se la fede in un essere altro è quasi impossibile, la fede in se stessi è una dura e difficile conquista, particolarmente difficile in una situazione di irrazionalità generale. La fede razionale non consiste nella convinzione della divinità dell’ io ma nella convinzione della divinità dell’ essere, ossia nella sua potenzialità illimitata di manifestazione, di cui l’ io è l’ espressione contingente ma reale e concreta, mentre la potenzialità psichica e conoscitiva è la base del divenire dell’ io. La fede razionale crede nella possibilità dell’ auto-realizzazione del singolo, basata sui propri mezzi naturali, pur non escludendo, in termini di merito, il contributo di terzi, che comunque non implica particolari sudditanze, ma è alla base di una solidarietà mutua e paritaria tra tutti gli esseri umani. La fede razionale è tale sia per la razionalità del suo oggetto, sia per la razionalità e volontarietà della causa che la genera, quale la fede nel risultato dell’ azione. La fede razionale è definibile come fede, in quanto si tratta di conoscenza indiziaria e non corroborata da prove. La fede razionale è tale se il soggetto è disposto a porre la conoscenza ad essa connessa in un confronto critico con altre conoscenze o strumenti euristici. La fede razionale nella possibilità per l’individuo di accedere alla razionalità universale è non meno difficile della stessa fede irrazionale, sebbene si tratti di fede nella ragione e nella possibilità di realizzare, tramite quest’ ultima, la piena soddisfazione dei bisogni naturali. La fede razionale è coerente con la condizione umana di non completa conoscenza della realtà e delle condizioni del suo modificarsi, se non attraverso una prefigurazione labile o più o meno vaga. In tal modo ogni essere vivente si può dire che non viva se non in conseguenza di continui atti di fede: a partire dal primo respiro, che può essere inteso come un atto di fede nella possibilità di sopravvivere attraverso l’ apertura delle vie respiratorie e dei polmoni. La razionalità della fede nello sviluppo delle possibilità della ragione di mutare la condizione umana sta nella constatazione della necessarietà del raggiungimento dei fini umani. Tale constatazione deriva dall’evidenza dei bisogni prioritari degli esseri umani. La fede può avere un oggetto razionale, come ad esempio l’ autostima o la fiducia nella possibilità di sviluppo della scienza. In tal caso la fede, necessaria soprattutto in presenza della realtà strutturale storica, diviene fondamentale per l’ auto-realizzazione dell’ individuo e l’espressione della sua socialità. Il pensiero umano è la quintessenza della sua natura e della razionalità umana. La fede aiuta a vivere ed è positiva se non entra in conflittto con il pensiero, ossia se è razionale. Il credere nella vita, ossia nella possibile libertà dell’ essere umano o possibile trascendenza della realtà strutturale è, in presenza della realtà strutturale stessa, un vero e proprio atto di fede, senza il quale vi è rassegnazione o vita limitata alla pura esistenzialità o disperazione. E’ questa l’essenza della fede in un’ oggetto degno della natura dell’ essere umano, di cui la fede proposta dalle religioni non è che un surrogato od un oggetto deviato e deviante, espressione sostanziale della paura della morte più che fede nelle vere potenzialità umane. La fede nei dettami delle religioni costituisce un’ uso degradante delle facoltà psichiche. La fede nella scienza, sia in quella realizzata, sia nelle sue potenzialità di sviluppo, sia pure nella realtà strutturale storica in cui sono inseriti gli esseri umani, è strumento di progresso conoscitivo. Tuttavia non si tratta, in questo caso, di fede irrazionale, ma essenzialmente di speranza, ossia con una base di razionalità.

Indici del Capitolo 14: Natura della libertà e dell' eguaglianza § 1: Natura della libertà 1 – Potere irrazionale. 2 – Rapporto tra libertà ed imperativo morale. 3 – Libertà come diritto naturale. 4 – Libertà liberante e libertà razionale, in quanto tesa al superamento della realtà strutturale storica. 5 – Libertà proporzionale al grado di individuazione raggiunta dal singolo. § 2 : Libertà ed eguaglianza 1 - Libertà e suo rapporto con l' equità. 2.1 - Libertà contrapposta alla licenza. 2.2 – Libertà e licenza secondo i “liberali” ed i “marxisti-leninisti”. 3.1.1.1 – Essenza del potere naturale. 3.1.1.2 – Potere naturale della specie umana sulle altre specie viventi. 3.1.2 – Definizione dell' autorità razionale. 3.2 – Distinzione tra potere naturale e potere innaturale od irrazionale. 4 - Rapporto tra libertà ed eguaglianza sociale ed economica. 5 - Rapporto tra benessere, libertà ed eguaglianza.

Cap. 14: Natura della libertà e dell' eguaglianza § 1: Natura della libertà 1 – La stima di cui un individuo gode, nella realtà strutturale storica, dipende dal potere o dall’ influenza che egli esercita, essendo queste le forme di capacità espresse e di meriti personali maggiormente valorizzate in tale realtà sociale. Il potere deriva dall’ inconoscenza od ignoranza ed incapacità di organizzazione sociale in presenza dell’irrazionalità umana. Il potere è innaturale allorché si eserciti tra individui con pari potenzialità intellettive o con pari potenzialità cognitivo-razionali, ove la pari potenzialità sia desunta da ragionevoli indizi, entro margini di accettabile difformità. L’ azione che un individuo compie sull’ inconscio di un’ altro individuo, sia agita volontariamente o meno, costituisce una forma di potere irrazionale sia nel caso che il soggetto subente sia d’ accordo sull’effetto dell’ azione stessa, sia nel caso contrario. 2 – Nel divario tra sensibilità e razionalità, Kant collocava la possibilità “trascendentale” (1) dell’ esistenza della libertà (2). Egli identificava la ragione umana con l’ essenza della libertà (3). Kant affermava che l’ imperativo morale interiore possa esistere solo se l’ essere umano si sente libero (4). In effetti l’interiorizzazione di un dovere morale avviene a misura della libertà esterna goduta dall’ individuo e da lui percepita, ossia se si è realizzata la liberazione dalla realtà strutturale storica. 3 – Il diritto, secondo Kant, è la “facoltà morale di obbligare altri”. Egli affermava che la libertà sia un diritto innato, ed affermava essere anche l’ unico diritto innato o naturale. La libertà non può esistere se non per chi ne accetti la reciprocità, condivisa con chi sia disposto ad accettarne ugualmente la validità e la reciprocità. La libertà, come il diritto, consente di obbligare altri a rispettarla, anche se costoro non l’accettano per sé. La libertà è definibile come la possibilità di esprimere pienamente la propria essenza umana, scevra da condizionamenti esterni. Per consentire la coesistenza tra libertà ed autonomia degli individui occorre consentire ad ognuno di scegliere il tipo di società in cui vivere. 4 – La realtà strutturale, basata sull’ aggressione all’individuo e la forzatura della sua volontà, inibisce la libertà, correttamente intesa. I filosofi della politica affermano che se l’ ambiente è non strutturato si abbia libertà liberale, con assenza di protezione di chi non ha capacità pari agli altri. Vi è tuttavia anche la libertà liberante, essendovi in tal caso un fine della libertà od un valore che ne sta a monte. Il mondo è generalmente concepito come strutturato, in quanto esistono valori (e soprattutto disvalori). La libertà liberante, affermano, è essenzialmente intrinseca, sia fisicamente, intellettualmente ed affettivamente. Si tende, in tale contesto, a liberare tutte le potenzialità dei soggetti. I filosofi della politica affermano che nel contesto della libertà liberante si limitino le libertà in senso quantitativo a favore di libertà qualitative. La libertà liberante è considerata libertà all’ arrivo: essere ciò che veramente si è. Implica il limitare alcune qualità dell’ essere (qualità considerate irrazionali od inautentiche) per esplicare meglio altre qualità intrinseche. Liberare per realizzare l’ autentico, liberandolo dall’ inautentico. Libertà di essere secondo il desiderio più profondo che ci caratterizza. Gli esempi considerati libertà liberante sono: il “cristianesimo” (libertà dal male), il “buddismo” (libertà dalle avidità, pavidità ed illusione), il “marxismo” (libertà dallo “sfruttamento”), il “roussaunianesimo” (inteso come libertà dalle strutture storiche ma come ritorno allo stato pre-strutturale). La libertà dalle strutture storiche e la realizzazione di una società post-strutturale o socialitaria sarà una forma di libertà liberante, ossia libertà dall’ irrazionalità, non in quanto se ne voglia limitare od inibire l’espressione, essendo quest’ ultima sia insita negli individui che fuori degli individui, ma in quanto la si vuole neutralizzare o rendere innocua. I filosofi della politica affermano che la piena libertà di uscita da una data società equivalga alla massima libertà. La libertà può essere definita come diritto all’ autodeterminazione, ossia come il diritto di determinare liberamente e consapevolmente la propria vita. 5 – Hegel affermava che, pur essendo la schiavitù “ingiusta in sé e per sé, perché l’essenza dell’ uomo è la libertà” (5), tuttavia la libertà deve essere acquistata attraverso “la maturità necessaria”. Il grado di libertà accompagna e denota l’avanzare del processo di individuazione. Condizione della libertà, e coessenziale ad essa, è l’ attribuzione a ciascuno delle responsabilità circa le conseguenze delle proprie scelte ed azioni. La libertà implica la tolleranza della manifestazione delle differenze naturali tra i bisogni e le capacità espresse dagli individui. Non implica però l’ accettazione di forme qualsiasi di sfruttamento ed oppressione, ne le conseguenze di questi od altre forme di irrazionalità. La libertà si identifica con la possibilità concreta di soddisfare i propri bisogni autentici, in misura giudicata sufficiente dal soggetto interessato. § 2 : Libertà ed eguaglianza 1 - La facoltà di essere iniqui non è libertà ma complicità o coessenza dell' iniquità. D' altro canto, l' imposizione di una concezione qualsiasi dell' equità, sia essa di tipo scientifico o di tipo a-scientifico, sarebbe essa stessa espressione di iniquità. Se dunque la libertà implica abolizione della facoltà di essere iniqui sia per chi è libero come per chi interagisce col libero, non implica ma rifiuta l' imposizione di una qualsiasi concezione di equità. Chi sceglie di essere libero accetta volontariamente una concezione dell' equità basata sulla piena reciprocità e ad essa si uniforma, acquisendo in pari tempo la facoltà di “imporre” la stessa concezione, basata sulla reciprocità, a chi accetti di interagire con lui, come condizione della medesima interazione, potendo in alternativa rifiutare l' interazione stessa. L' interazione tra due soggetti aventi diversa concezione dell' equità non può che essere limitata alle relazioni che non implichino sostanziale contrasto tra le diverse concezioni dell'equità. L' interazione, in tal caso, come la reciproca limitazione delle rispettive concezioni dell' equità (entro i limiti ritenuti tollerabili da parte di entrambi), sarà facoltativa o libera. 2.1 - La libertà si distingue e contrappone alla licenza, la quale ultima si caratterizza per essere possibilità di contrastare ed annullare la libertà altrui, mentre la libertà consiste nella possibilità di cercare la pienezza del soddisfacimento delle proprie tendenze naturali, facendo in modo di non ostacolare il soddisfacimento delle tendenze naturali di altri. Occorre distinguere nettamente la libertà dalla licenza. Questa distinzione, seppure spesso in modo impreciso ed approssimato, è attuata in ogni democrazia politica sana, mentre nelle democrazie radicali o fragili si ha, generalmente, il timore di limitare la libertà, ove si limiti in qualche caso la libertà assoluta di parola, anche quando chi utilizzi tale “libertà” compia un attentato alle stesse libertà democratiche (1). 2.2 - Il concetto liberale di libertà è: “la mia libertà finisce finisce dove comincia quella di un altro”. Tale concezione, non distinguendo tra libertà e licenza, può condurre alla compressione totale della libertà di alcuni a favore della licenza di altri. La concezione religiosa e “marxista-leninista” della libertà è: “la mia libertà comincia esattamente dove comincia la libertà di un' altro”. Tale concezione considera la libertà come una gabbia uguale per tutti e predeterminata, ma modulata per ciascuno in comodità ed ampiezza (2). 3.1.1.1 - Hobbes affermava che il potere di dio sull' uomo derivi dalla sua onnipotenza, in modo naturale. Riconosceva, cioè, come la superiorità naturale di un essere determini un potere naturale sugli inferiori. Se esistono esseri naturalmente superiori, il loro potere sarà naturale ed inevitabile. J. J. Rousseau affermava che il potere dei genitori sia l' unico naturale, finché i figli non possiedano capacità razionali sufficienti (3). Potere naturale è tale se il soggetto sottomesso a tale potere non è in grado di discernere i propri bisogni autentici, ne tantomeno di soddisfarli. La cultura strutturale contemporanea rifiuta il concetto del potere naturale. Tuttavia la “psicanalisi lacaniana” pone in evidenza come non sia possibile evitare, attraverso la trasmissione dei simboli, la formazione di una dipendenza tra genitori - educatori e figli. Questo, tuttavia, non implica l' impossibilità di evitare il costituirsi del potere di tipo strutturale ossia organico-stratificato. 3.1.1.2 - Il potere della specie umana nei rapporti con le altre specie viventi è stata, fin'ora, condizione biologica di sopravvivenza della stessa specie umana. Tale potere è, quindi, da considerarsi un fatto morale, appartenente alla morale naturale, seppure non appartenente ad una morale razionale. L' uomo infatti può superare la forma peggiore di violenza nei confronti delle altre specie viventi solo qualora sia in grado di modificare le proprie condizioni di esistenza al punto da poter evitare di cibarsi di materia organica derivante da altre specie viventi. Nei confronti delle specie animali diverse dalla specie umana, gli esseri umani non esercitano solo un potere naturale ma anche sfruttamenti ed oppressioni dei vari tipi. Questo sarà superato compiutamente solo col superamento di ogni forma di irrazionalità, nel comportamento umano. 3.1.2 - L' autorità razionale si verifica quando un' individuo non sia in grado di imporre a sé stesso la disciplina ai propri desideri, necessaria per consentirgli di soddisfare i suoi stessi bisogni più autentici, connessi alle sue tendenze di fondo. Tale incapacità deve necessariamente essere riconosciuta dal soggetto stesso, allorché si renda conto del disagio derivantegli dall' insoddisfazione dei propri bisogni autentici. Solo il riconoscimento di tale deficit da parte del soggetto può giustificare un'autorità razionale nei suoi confronti. L' autorità razionale è definibile come autocoscienza o coscienza piena dei propri autentici desideri di base o tendenze naturali e delle implicazioni comportamentali che ne conseguono. 3.2 - Diderot riconosceva l' innaturalità del potere. Egli intuiva come il potere innaturale scaturisca dalla forza o dal consenso (che può essere reale o presunto, esplicito od implicito). Il riconoscimento dell' esistenza di poteri naturali non derivava ad Hobbes dalla fede in un dio, ma dalla concezione hobbesiana della natura umana: naturale contraddittorietà che determina la tendenza al male pur nel bisogno del bene. Tale concezione della natura dell' uomo lo portò a ritenere la realtà strutturale storica come inevitabile e naturale (4). 4 - L' uguaglianza è inscindibile dalla libertà ed a maggiore libertà corrisponde maggiore eguaglianza. Dove gli esseri umani, infatti, sono più liberi di auto-realizzarsi, creano migliori condizioni equitative. Libertà ed eguaglianza sono due aspetti di un' unica realtà. La giustizia, infine, è la sintesi tra la libertà e l'eguaglianza. L' eguaglianza sociale implica l' assenza dell' autorità e del potere. L'eguaglianza economica autentica è irrealizzabile in assenza di eguaglianza sociale, e sarebbe altresì ingiusta, ove possibile. L' eguaglianza sociale ha bisogno di eguaglianza conoscitiva, per realizzarsi. Nelle società pre-statuali, dove sembra esservi stata eguaglianza economica, mentre l' ineguaglianza sociale era assai più marcata, non vi era nemmeno eguaglianza economica autentica, poiché l'ineguaglianza sociale determinava ineguaglianza economica totale, sebbene vi fosse eguaglianza economica apparente. 5 - Il maggiore benessere si coniuga alla maggiore libertà e quest' ultima alla maggiore eguaglianza sociale ed economica. La miseria, invece si coniuga con l'assenza di libertà e con l' ineguaglianza. Eliminare la povertà senza rimuovere l'assenza di libertà è inefficace per il benessere dei cittadini, così come creare una forzata egualizzazione non porta né al benessere, né alla vera eguaglianza e crea ulteriore asservimento. L' intento di creare una maggiore libertà al fine di superare la miseria è corretto ed è altresì efficace se la popolazione ha una sufficiente preparazione culturale, tale da consentire la libertà necessaria a superare l'indigenza. Ostellino riconosceva come la quota di “Prodotto Interno Lordo” che ciascun sistema sociale destina ai consumi sia maggiore ove maggiore è la democrazia ed il liberismo, ossia la libera concorrenzialità dei fattori della produzione (5).

Indice del Capitolo 15: Etica e diritto § 1: Definizione dell' etica e suoi fondamenti 1.1 – Naturale moralità dell' uomo. 1.2 – Etica “eudemonistica” ed identificazione dell' etica con la massima soddisfazione dei bisogni. 1.3 – Natura della legge morale razionale o coerente con la libertà. 1.4 – Estetica, definibile come soddisfazione piena dei bisogni autentici ed etica come strumento di tale soddisfazione. 2 – Le tre questioni morali di William James. 3 – I tre gradi di moralità di Smith. 4.1.1 – Filosofia neo-platonica e giustificazione della morale strutturale. 4.1.2 – Etica dello stato e divario con la morale dei singoli, secondo l' imposizione della realtà strutturale statuale. 4.2 – Giustificazioni e motivazioni dell' etica e delle ideologie strutturali. 5 – Immoralità come ribellione all' ideologia dominante, nella realtà strutturale statuale. § 2 : Responsabilità degli individui nella realtà strutturale storica 1 – Morale degli individui ed etica della realtà strutturale in atto. 2 – Necessarietà del camuffamento dei propri bisogni ed interessi, nella realtà strutturale statuale. 3 – Crimine od azione illegale, sua repressione in relazione alla realtà strutturale in atto. 4 – Coscienza della realtà naturale e strutturale e responsabilità dei singoli. 5 - Punibilità, pentimento e rimorso. 6 – Grado di responsabilità degli intellettuali e loro punibilità. 7 – Minorità degli esseri umani in presenza della realtà strutturale. § 3 : Equità e rettitudine come moralità oggettiva e soggettiva 1 – Innocenza soggetiva ed oggettiva ed inconoscenza della realtà storica. 2 - Equità e rettitudine nella responsabilità propria della realtà post-strutturale. § 4 : Etica delle singole società strutturali storiche 1 – Solidarietà e sua variabilità in base a ciascuna delle due fasi dell' universo strutturale statuale. 2 – Etica specifica di ciascuna delle due fasi statuali. 3 – Valori, logica e legalità di ciascuna delle due fasi statuali. 4 – Etica laica ed etica religiosa, § 5 : Etica propria della realtà strutturale ed etica razionale 1 – Obblighi morali, sanzioni sociali e coscienza. 2 – Criteri di valutazione dell' etica di una data società in rapporto al progresso umano. 3 – Distinzione tra etica della realtà strutturale statuale ed etica razionale. § 6: Morale ed etica razionali 1 – Natura della morale razionale. 2.1 – Kant e comportamento morale assumibile come legge universale, ossia razionale, in quanto libero dai condizionamenti della realtà strutturale storica. 2.2 – Democrazia autentica e natura della morale razionale. 3 – Egoismo intrinseco ed estrinseco e principio di utilità. 4 – Rapporto tra conoscenza e moralità razionale. 5 – Definizione del diritto razionale. § 7: Volontà generale, volontà universale e volontà dei singoli 1 – Natura della volontà generale. 2 – Volontà generale e ragion di stato. 3 – Distinzione dalla volontà generale delle varie forme di volontà collettiva. 4 – Distinzione tra volontà generale e volontà universale. § 8: Leggi di natura e “diritto naturale” 1 – Essenza delle leggi di natura. 2 – Tommaso d' Aquino e concezione del “diritto di natura”, identificato con la logica della realtà strutturale storica. 3 - Pienezza di diritti politici e pienezza dei diritti civili. 4 – Rapporto tra etica e giustizia. § 9: Diritto positivo e diritto razionale 1 – Diritto positivo in rapporto all' etica ed al grado di democrazia politica presente in una data unità statuale. 2 – Diritto repressivo e diritto restitutivo. § 10: Giustizia razionale 1 – Modalità di amministrazione della giustizia razionale. 2 – Scelta tra integrazione nella realtà strutturale storica ed espressione di un' etica razionale. 3 – Giustizia razionale, assenza di sopraffazione ed eguaglianza. 4 – Ruolo del perdono nel contesto della giustizia razionale.

Cap. 15: Etica e diritto § 1: Definizione dell' etica e suoi fondamenti 1.1 - Kant affermava che là ove non vi sia moralità e vi sia arbitrio non vi è “autonomia della volontà” (1). Egli riconosceva, quindi, come l' arbitrio o licenza sia antitetica all' autonomia della volontà dei singoli, e dunque antitetica alla libertà ed alla moralità. J. J. Rousseau affermava che se un individuo è artefice o complice di un crimine non ne prova orrore; orrore che prova invece se il crimine è a lui estraneo (2). Questa constatazione dimostra la naturale moralità dell' essere umano. L' identificazione spontanea con colui che soffre, espressione d' amore, prova ulteriormente come l'essere umano sia naturalmente morale (3). Morgan affermava che in ogni società esista una determinata moralità, essendo il principio di moralità sempre presente “nell' esperienza umana”. Si può, peraltro, affermare che ogni essere vivente abbia una propria moralità se ha un'embrione di relazione sociale e di coscienza individuale (4). 1.2 - Bentham, nella sua deontologia, affermava che l' uomo debba ricercare il massimo piacere ed in questo consista la morale (5). La morale razionale consiste nella ricerca della massima soddisfazione dei bisogni autentici degli individui, autonomamente individuati. 1.3 - Kant riconosceva la natura “autonoma” (ossia data da sé stessi a sé stessi) della legge morale. Il fondamento della legge morale sta nel capire le esigenze altrui. Kant riconosceva che in caso contrario si tratterebbe di legge di schiavitù e non di libertà. La legge morale è comune a tutti gli individui, essendo connessa alla natura umana. Calogero definiva tale legge morale “legge del dialogo”, intuendo come quello che possiamo definire egoismo oggettivo (e che altri definiscono “altruismo”) conduca alla massima comunicazione interpersonale. Knapp identificava nell' “interesse della specie” (6) il punto di partenza dell' etica. La soddisfazione massima dei bisogni equivale, in realtà, alla massima moralità. 1.4 - L' estetica è definibile come la soddisfazione piena dei bisogni autentici dei singoli, mentre l' etica è la condizione che rende possibile tale soddisfazione, essendo strumento dell' espressione della pienezza della socialità. 2 - William James distingueva tre questioni morali: -       la questione psicologica (ricerca dell’ origine [se di natura strutturale o naturale] dei principi morali), -       la questione metafisica (definizione specifica del significato di: “bene”, “male”, “dovere”), -       la questione casistica (definizione della misura dei vari beni e mali ammessi) (7). 3 - Smith teorizzava tre gradi di moralità: prudenza od interesse personale, giustizia o “convenzioni sociali” (che danno luogo al “diritto positivo” o diritto di origine strutturale), e benevolenza od armonia degli interessi (o costituzione degli interessi collettivi, e dunque anche di tipo conforme alla natura umana) (8). 4.1.1 - Le filosofie “neo-platoniche”, identificando la divinità (o l' essere assoluto) col principio e col fine, oltreché con la realtà in atto, identificano, in tal modo, bene e male morale, giustificando la realtà strutturale, considerata elemento della “trinità” dell' assoluto. 4.1.2 - Sigmund Freud evidenziava come lo stato abbia come finalità la “rapacità e la .... sete di potenza” che si differenziano dalle finalità degli individui e come lo stato si permetta comportamenti che censura e reprime negli individui (9). Le motivazioni dell' etica strutturale sono: l' “interesse generale” e la “ragion di stato” e la “necessità della convivenza civile”, ossia la logica della realtà strutturale in atto. 4.2 - William James evidenziava come, sebbene molti filosofi riconoscano la necessità di un principio morale derivante dalla natura, tuttavia non facciano che utilizzare tale principio per assolutizzare le proprie concezioni morali di derivazione strutturale (10). James evidenziava come la preferenza a ritenere immorali i singoli uomini (ignorando di postulare così l'assurdità della natura umana) piuttosto che ritenere immorale la realtà strutturale storica (o l' “assoluto”, come essi la definiscono) (11), sia determinata dal timore che ciò comporti una “corruzione sistematica della nostra salute morale”. Cartesio definiva la morale della realtà strutturale statuale come “morale provvisoria”. I diversi livelli conoscitivi implicano diversità di punti di vista morale. In campo sociale è inevitabile un diverso giudizio morale a seconda della prospettiva finalistica in cui ci si muove. Ad esempio non si può non considerare la realtà strutturale storica come una necessità, in un dato momento storico, ai fini del progresso conoscitivo e sociale. Conseguentemente, in tale contesto, le ideologie, come le altre componenti della realtà strutturale storica, devono essere considerate come manifestazioni della ricerca di un necessario adattamento alla realtà strutturale storica in atto, là ove vi sia assenza di valide prospettive di superamento della suddetta realtà strutturale. Al contrario, in presenza di una valida prospettiva di superamento della realtà strutturale statuale, non si può non considerare tutta la potenzialità mistificatrice delle ideologie e quindi condannarle moralmente, con l' insieme della realtà strutturale statuale e pre-statuale. 5 - Nella realtà strutturale statuale l' immoralità assume la forma di ribellione alla morale predicata dall' ideologia dominante. Tale immoralità, se attuata sotto la protezione legale o direttamente dalla casta dominante, consente generalmente a chi la pratica, di salire nella gerarchia sociale o conservare la posizione dominante assunta. La “giustizia”, attuata dallo stato, consiste essenzialmente nel tenere sotto controllo la lotta tra le varie fazioni in lotta per il predominio sociale e nel preservare il concetto della validità “universale”, o meglio generale, dell' ideologia dominante. § 2 : Responsabilità degli individui nella realtà strutturale storica 1 - J. J. Rousseau riteneva l' uomo vittima di passioni incontrollabili e deleterie (quali quelle sessuali) e le riteneva frutto delle strutture storiche (1). Fichte identificava la morale con il “trionfo della essenza...dell'uomo e del suo pensiero sugli influssi che riceve passivamente dalla realtà circostante” (2). Smith identificava l' etica con la morale sociale: egli parlava cioè di un' etica relativa (3) a ciascuna specifica società. Affermava che ogni uomo vivente in società possieda una propria moralità, derivante dall' etica in atto nella società in cui vive (4). Mackintosh definiva l' etica come criterio morale e la morale come carattere personale (5). Nelle società proprie dell'universo strutturale statuale si può distinguere: un' etica ufficiale, proclamata dallo stato, un' etica propria di singole collettività (partiti, organizzazioni varie, chiese e sette) e la morale effettiva praticata da ciascun individuo aderente a tali società. L' individuo, in quanto influenzato, in modo determinante, dalla realtà strutturale in cui si trova immerso, è pressoché irresponsabile del proprio comportamento, la sua morale essendo equiparata all' etica della realtà strutturale in atto. Così, persone immerse in realtà strutturali diverse, hanno moralità e comportamenti diversi e spesso contrapposti. L' etica sociale di una data società varia col variare della manifestazione media dell' essere degli aderenti a quella stessa società. La deviazione dei bisogni rispetto alla loro autentica ed autonoma natura e delle scelte della modalità della loro soddisfazione crea uno iato tra la morale auspicata dal soggetto, nella pratica delle persone con cui il soggetto interagisce, e la morale che egli stesso pratica. La moralità in presenza della realtà strutturale è irrazionale ma sicuramente poco o nulla responsabile. La moralità individuale, in presenza della realtà strutturale storica, si tramuta in giustificazione (in quanto accettazione) dell' immoralità strutturale. La realtà strutturale, pur avendo propri principi etici, è profondamente immorale, in quanto ingiusta, irrazionale ed estranea alla natura umana. Le istituzioni statuali e la realtà strutturale storica, in genere, sono assai più immorali della moralità del più immorale dei cittadini che vi soggiace. La condizione umana, nella realtà strutturale storica, è tale da non consentire responsabilità oggettive circa l' evoluzione e la condizione statica della realtà strutturale in atto. Vi è, tuttavia, una responsabilità soggettiva ed insieme oggettiva, imposta dalla logica delle sovrastrutture dell' universo strutturale statuale, circa il comportamento del soggetto nei confronti della morale propria della realtà strutturale in atto. Il bisogno di socialità, innato in ogni essere umano, tende a ricercare la giustificazione morale delle azioni compiute sotto la spinta dei propri interessi. La morale varia al variare del fondamento degli interessi degli individui e delle collettività. Così varia la morale e l' etica, al variare delle fasi statuali e delle strutture storiche in generale. 2 - Il mancato conseguimento del fine, dovuto alla realtà strutturale storica, di natura irrazionale, determina sensi di colpa ed, al contempo, il recepimento del fine come estraneo a sé, in un' anomia o nevrosi paralizzante. L'impostura e l' ipocrisia che caratterizzano la realtà strutturale storica determinano il considerare il perseguimento dei propri interessi e bisogni come riprovevole e volgare. Questo indipendentemente dal fatto che i bisogni od interessi manifestati dagli individui nella realtà sterutturale storica siano spesso deviati e quindi irrazionali e disumani ed ancor più disumana sia la modalità di soddisfazione di tali bisogni. La stessa impostura conduce ad ammantare i propri bisogni ed interessi di apparenti finalità sublimi o ritenute, ideologicamente, accettabili ed esaltanti. Così, ad esempio, gli interessi della casta dominante, in formazione nel XX secolo, venivano ideologicamente identificati con gli interessi della “classe opreaia”, il che consentiva di catalogare come “nemico della classe operaia” chi si opponeva agli “interessi” della suddetta casta in formazione. 3 - B. F. Skinner affermava che “il controllo etico possa sopravvivere solo in piccoli gruppi, ma il controllo di una grande popolazione debba essere delegato a specialisti” (6). Il crimine o l' azione immorale è coeffetto della realtà strutturale innaturale e squilibrata rispetto alla natura umana. Il crimine e l' azione illegale, come del resto le azioni legalmente accettate ma irrazionali, generano squilibri su un qualche piano della vita sociale. Contrariamente alle azioni concesse, i crimini e le azioni illegali sono represse in quanto non appartengono alla logica funzionale alla realtà strutturale in atto, pur essendo in gran parte effetto dell' azione squilibrante di tale realtà. I crimini sono altresì delegittimanti della realtà strutturale in atto e quindi la loro repressione ha lo scopo di rilegittimare le strutture stesse. Non essendovi effettiva libertà individuale, all' interno della realtà strutturale storica, e non essendovi piena responsabilità, si può affermare che le punizioni siano un' ingiustizia ulteriore che si somma all' ingiustizia strutturale. La sanzione punitiva, in quanto tale, è propria delle fasi feudali, mentre nelle fasi mercantili si parla di pena come remunerazione (simbolica) del delitto ed, essenzialmente, di pena come mezzo di riabilitazione del delinquente o reo. 4 - La responsabilità individuale, in presenza delle strutture storiche, è indiretta, ossia è estranea alla volontà libera del soggetto, la quale, per essere tale, deve poter saper discernere tra determinazione naturale di specie e determinazione interiore individuale. La conoscenza di tali realtà determina una coscienza di sé di livello più alto. Si avrà coscienza del valore naturale del soggetto, in rapporto alla specie a cui appartiene l' individuo ed in rapporto al contributo che dà allo sviluppo dell' ominità, ossia dell' umanità, che è anche intrinseca all' individuo stesso. Tale coscienza dà luogo ad una piena responsabilità del soggetto. Il contrasto tra bene e male apparentemente insito negli individui, così come il contrasto tra razionale ed irrazionale, è frutto del rapporto tra grado di socialità espressa dal soggetto e capacità del soggetto di rapportarsi con la realtà strutturale in atto, fonte dell'irrazionale. Il “senso del dovere” è presente in misura rilevante in ogni individuo che abbia rispetto di sé stesso. Ogni popolo ha una diversa concezione di ciò che sia dovere interiore e dunque naturale e necessario e ciò che è considerato esterno e quindi artificioso e falso. I popoli che paiono avere un minor senso del dovere, come il popolo italiano dei secoli XX e XXI, considerano in realtà artificioso ciò che altri popoli considerano naturale e connesso con il loro proprio essere. La legge positiva e la giurisdizione degli stati si basano sul principio della piena responsabilità dei singoli, quando in realtà la responsabilità dei soggetti è assai limitata, anche se in misura diversa, a seconda del sistema sociale in atto. 5 - La punibilità dei delitti e reati, in presenza della realtà strutturale storica, deriva dall' esigenza di mantenere un certo ordine e la punibilità è comunque un concetto proprio dell' idea giuridica delle fasi feudali. Il senso di colpa dei soggetti che compiono delitti deriva dalla coscienza individuale della contraddizione tra realtà strutturale storica e natura umana. Il pentimento è un sentimento moralmente valido in quanto implica un cambiamento di coscienza ed un riconoscimento della propria limitatezza ed irrazionalità. Il rimorso è un' angoscia derivante dalla sopravvalutazione della propria libertà di scelta e può essere deleteria per il soggetto e per la colletività. Nella realtà strutturale storica la spinta alla moralità individuale è costituita essenzialmente dal timore delle punizioni. Poiché la responsabilità è, in tale condizione, totalmente squilibrata rispetto all' effettiva libertà del soggetto, ne nasce la necessità del concetto del perdono, anche per attenuare il senso di colpa del singolo. Il comportamento immorale determina spesso, in chi se ne fa artefice, una sofferenza psichica, derivante dal suo inconscio. Tale sofferenza dimostra la natura non ontologica della malvagità del soggetto o la sua incapacità di sopportare la responsabilità morale delle proprie scelte immorali od inumane. 6 - La determinazione della realtà strutturale attenua fortemente la responsabilità morale del soggetto, la quale comunque non è del tutto annullata, ove non sia totalmente annullata l' umanità del soggetto, data la possibile immersione completa in istituzioni anti-democratiche. Per tale ragione, ad esempio, se Marx può ritenersi un grande impostore, causa prima di tutte le conseguenze disastrose della deviazione del “socialismo” dalla teoria di contrasto all' universo strutturale statuale, quale era prima di lui, a movimento filo-feudale, tuttavia la sua responsabilità morale è nulla poiché, come egli stesso riconosceva, affermando che l'uomo non è che il prodotto “delle condizioni materiali di esistenza”, egli evidentemente non era realmente libero delle sue proprie azioni ma era sostanzialmente un non uomo, soggetto al determinante condizionamento della realtà strutturale statuale in atto, avente in sé le premesse della transizione alla stessa fase feudale. Egli, pertanto, avrebbe dovuto essere posto in condizione di non nuocere piuttosto che punito per la sua impostura. 7 - La “bibbia” afferma che l' autodeterminazione da parte dei singoli individui di ciò che sia bene o male morale, ossia della legge morale, equivalga alla disobbedienza a dio. Questo dimostra la condizione di minorità degli esseri umani nei confronti della divinità, ossia delle strutture statuali. La conquista della pienezza della maggiorità da parte dei singoli individui si avrà quando gli individui stessi saranno in grado di far propri la morale ed il diritto razionale, riconosciutane la coerenza con i propri bisogni interiori. § 3 : Equità e rettitudine come moralità oggettiva e soggettiva 1 – Nella realtà strutturale storica l' innocenza può essere solo soggettiva, essendo determinata dall' inconoscenza delle conseguenze dei propri atti. Sul piano oggettivo, all' innocenza soggettiva corrispondono spesso crimini indicibili e comunque una responsabilità morale negativa. 2 - Se all' innocenza, derivante dall' inconoscenza, subentrerà la piena responsabilità morale di ogni individuo, la responsabilità oggettiva cesserà di essere negativa, poiché l' individuo acquisirà conoscenza e coscienza adeguata a realizzare la rettitudine, la quale sarà quindi sia soggettiva che oggettiva, sebbene sul piano oggettivo si possa meglio parlare di equità, riservando la rettitudine morale al piano soggettivo. La costruzione della scienza della socialità permetterà di individuare i mezzi necessari a realizzare l' equità e la rettitudine. La motivazione o spinta alla moralità è la stima in sé stessi, che sola può derivare da una socialità equilibrata, oltreché da una pienezza di individuazione. § 4 : Etica delle singole società strutturali storiche 1 - Nelle strutture organico-stratificate, come ad esempio l' universo strutturale statuale, la solidarietà è di tipo meccanico – organico, con prevalenza di un tipo o dell' altro a seconda della fase statuale in atto: meccanica per la fase mercantile ed organica per la fase feudale. 2 - Northrop parlava di “errore culturalistico” per il “tentativo di dedurre un criterio assoluto del bene dai dati di una qualsiasi cultura” (1). Egli era, quindi, convinto della relatività della morale delle varie società. La concezione “liberale” considera saggio “essere egoisti nel giusto senso” (2) (concetto espresso da Shaftesbury). Mandeville affermava che se i singoli sono viziosi, la collettività ne trarrebbe beneficio, mentre la virtù o moralità dei singoli (poiché della moralità o virtù egli aveva un concetto feudale) determinerebbe la miseria collettiva (3). Con D. Hume si ebbe il passaggio dalla concezione feudale (sacrifici e rinuncie) della virtù a quella mercantile (utilità sociale). Tale concezione tende ad esaltare i desideri e le passioni, al fine di cavarne il maggior benessere individuale e collettivo (4). Mandeville non credeva nell'“altruismo” ma affermava che anche le azioni apparentemente “altruistiche” siano in realtà “egoistiche” (5). In realtà solo in quella che definiamo le fasi mercantili non si abbia contraddizione permanente e totale tra interesse personale e collettivo. Comte affermava che in quel tipo di società che noi definiamo fasi feudali, la “politica” e la morale siano distinte e contrapposte, poiché la prima consiste unicamente nell' arbitrio e nell'intrigo, mentre la seconda consista nella giustificazione e mitigazione della realtà sociale, ottenebrata dalla religione. Egli affermava, al contrario, che vi sia un'unità tra politica e morale nelle società mercantili, in quanto entrambe sono “liberali” e consone alla natura della società in atto, che è accettata, generalmente, dalle persone (se la stessa fase mercantile non è in crisi od in transizione ad una nuova fase feudale) (6). Durkheim definiva morale l'insieme degli obiettivi reali proposti a sé stessa da una data società ed alla stessa società ed alla sua vita connetteva ogni morale. Definiva come elemento costante della morale l' autocoscienza (7). Egli affermava che solo in quelle che noi definiamo fasi mercantili si realizzi in misura rilevante tale autocoscienza, riconoscendo così, implicitamente, l' amoralità delle fasi feudali (8). Nella cultura delle fasi mercantili prevale infatti l' etica della produzione, del benessere inteso come abbondanza e del successo. Nelle società strutturali consolidate o stabili la morale prevalente ed il diritto positivo tendono a coincidere, mentre divergono nelle società in crisi od in transizione tra sistemi o fasi statuali diversi. L' etica feudale implica la considerazione della liceità di tutto ciò che è considerato crimine nella cultura mercantile. Esemplificando, è considerato pressoché lecito l'assassinio od il furto (specie se commessi a danno di appartenenti a caste inferiori), mentre è considerato illecito ogni affronto al potere costituito (si parla in tal caso di mancato "rispetto" all'"onore" della persona investita di potere). Nella fase mercantile l' adesione all'etica corrente è spontanea; al contrario nelle fasi feudali, tale adesione è coercitiva, poiché è realizzata attraverso l' ideologizzazione e la repressione da parte della gerarchia sociale. Nelle fasi feudali l' immoralità vera consiste unicamente nell'attentare al potere di coloro che lo detengono; le restanti norme legali sono una copertura o dissimulazione pura e semplice dell' immoralità principale e sostanziale: attentare in qualche modo al potere costituito e cristallizzato. La morale propria delle strutture statuali è sempre relativa, incerta e parziale, sebbene tenda a proporre precetti assolutistici, specie nelle fasi feudali o nei movimenti filo-feudali o religiosi in genere. La menzogna è considerata immorale solo nelle fasi mercantili, dove è utilizzata essenzialmente per massimizzare il proprio profitto personale. Nelle fasi feudali, l' alterazione della verità assume l'aspetto di mezzo di conquista di potere e quindi é considerata azione lecita. La “lotta di classe” utilizzata dai movimenti filo-feudali per superare la fase mercantile in atto, determina instabilità sociale ed il prevalere graduale, nella società, dell' ideologia secondo cui vi sarebbe, nel sistema della fase mercantile che si intende superare, solo la legge del più forte o “legge della giungla”. Questo porta a svalutare la “stato di diritto” ed a farlo superare nella mentalità del popolo prima ancora che nello stato di fatto della “legalità” feudale, che è peraltro consona in tutto e per tutto alla “legge della giungla”. 3 - Il conflitto tra valori contrastanti insiti in un' unica cultura o di diverse culture coesistenti nella stessa società (sub – culture) ingenera nevrosi ed anomia, che sono considerate cause della criminalità. Solo una corretta mediazione tra tali valori divergenti porta ad una integrazione nella realtà strutturale in atto (il che non esclude l' immoralità, ma solo l' illegalità (9). Godelier affermava che l' elemento caratterizzante del “capitalismo” sia la razionalità economica organizzata. Egli affermava che ogni società possieda una sua propria “razionalità”, in quanto crea mezzi adeguati ai propri fini: in tal modo la “razionalità” finisce per coincidere con una qualsiasi logica, per quanto assurda o disumana. La cultura delle fasi feudali tende ad identificare etica e diritto. Questo dipende dal fatto che nelle fasi feudali sia l' etica che il diritto sono totalmente disumanizzati e totalmente estranei alla natura umana. Nelle fasi mercantili si crea una certa distinzione tra etica e diritto. Questo perché, mentre l' etica tende ad umanizzarsi oltre la stessa logica delle società statuali, il diritto positivo rimane ancorato alla “volontà generale” ed alla logica dei sistemi sociali in atto. L' etica di un popolo attiene al piano organizzativo od istituzionale. L' etica configura un aspetto dell' oppressione di tipo organizzativo, allorché si realizzi una forzatura, attuata dalla sezione dominante della società, rispetto all' etica condivisa dalla generalità della popolazione. 4 - La morale dello stato (od “etica”) coincide con quella religiosa nelle fasi feudali, mentre diverge da quest' ultima, almeno parzialmente, nelle fasi mercantili (in particolare nei sistemi capitalisti concorrenziali), per il diverso modo di attribuire valore alla vita umana ed agli istituti quali: famiglia, proprietà ed organismi statali. La “morale laica”, pur divergendo da quella religiosa, è pur tuttavia ugualmente basata sullo spirito religioso, poiché si giustifica con motivazioni di natura aliena rispetto agli individui ed alla loro natura profonda od autentica. § 5 : Etica propria della realtà strutturale ed etica razionale 1 - Radcliffe-Brown parlava di sanzioni positive (approvazioni) e sanzioni negative (disapprovazioni), quali reazioni della società al comportamento degli individui. Distingueva poi tra sanzioni diffuse (prodotte dai singoli membri della società) e sanzioni organizzate (genrate dalle istituzioni). Distingueva, quindi, tra i modi di comportamento non obbligatori (usanze) da quelli obbligatori o norme di comportamento (obblighi sociali). La coscienza, egli affermava, è il riflesso delle sanzioni sociali. Gli obblighi morali sono le norme di condotta soggette a sanzioni sociali (1). 2 - Ogni mutamento del tipo di governo, sia esso un mutamento di tipo rivoluzionario o riformista, determina il prevalere di una data ideologia su un' altra, specie ove si tratti di tipi di governo anti-democratici o scarsamente democratici, ed un mutamento dell' etica prevalente (2). La società, contrariamente al mito demiurgico sempre presente nell' universo strutturale statuale, non può pretendere di migliorare l'individuo nè nella sua essenza nè nel suo comportamento effettivo: può solo peggiorarlo se si propone di migliorarlo. Infatti le fasi feudali, le quali pretendono di essere società morali, in quanto hanno un' etica intrinseca alla società stessa e pretendono di uniformarvi gli individui, riescono a peggiorare grandemente il comportamento umano e l' etica, considerati sul piano razionale, delle società stesse. L' etica propria dell' universo strutturale statuale è irrazionale ed il fatto che sia considerata accettabile e corrispondente alla morale umana, dimostra come la logica strutturale si fondi su un' oppressione di tipo mentale. La fase mercantile non sviluppa solo una razionalità economica o produttivistica ma una maggiore razionalità umana, che si esplica in ogni aspetto del vivere sociale e tende a sviluppare la naturale razionalità umana. In tal senso si può dire che la fase mercantile sia foriera di “sviluppo” o progresso umano (3). Il criterio di valutazione delle varie società, sul piano del progresso umano ossia in rapporto alla natura umana, è la convergenza dell' etica sociale con la stessa natura umana ossia i bisogni interiori o razionali dei singoli. Si può identificare l' etica di un popolo, in una data realtà strutturale, con l'identificazione di ciò che viene considerato aggressione e dalla gravità attribuita a ciascun tipo di aggressione. Il diritto consiste nel modo di rimediare od impedire determinate forme di aggressione individuate dall' etica di una data realtà strutturale, applicato ad un dato popolo. Ad ogni ideologia corrisponde una determinata morale: tali sistemi etici sono, in ogni caso, in contrasto con la reale essenza dei bisogni di ogni essere umano e sono quindi in contrasto con un sistema etico autenticamente umano. Tali sistemi morali costituiscono così una forzatura rispetto ai bisogni razionali di chi professa quella data ideologia. Il grado di moralità di una collettività è misurabile sulla base della possibilità o meno di alcuni individui o gruppi di decisione su chi abbia diritto di vivere e con quale grado di libertà. Ogni tipo di società compie, coscientemente o meno, tale scelta fondamentale. Le società che lasciano ad individui o gruppi, tale potere di decisione, magari contrastandolo debolmente, dimostrano di avere una moralità molto bassa. L' etica è, in se, l'espressione di manifestazione dell'essere. Il grado di eticità dei vari sistemi, e rispettivi tipi di governo, dell' universo strutturale statuale è variabile ed indica il grado di umanità presente in ciascuno di questi sistemi sociali e nell' insieme dell'universo strutturale statuale. Allorché l'individuo trasgredisca la morale propria di una data struttura storica, tende a colpevolizzarsi, anche quando l' azione compiuta rientri in una morale più alta, ma estranea alla realtà strutturale in atto. L' assenza di una colpevolizzazione si configura come alienazione, ossia scollamento tra raziocinio ed affettività dell'individuo. Il rapporto tra economia ed etica è dato dal fatto che la realizzazione di un certo tipo di equità od iniquità corrisponde ad un dato tipo di etica. Così è per i rapporti sociali: ad un dato tipo di equità od iniquità dei rapporti sociali corrisponde un dato livello di etica. L' etica costituisce un elemento del riflesso ideale dei rapporti materiali o base materiale, consistente nei rapporti economici. 3 - Guyan distingueva tra dovere strutturale coercitivo, estraneo alla natura umana, e dovere come sinonimo di necessità della natura umana (4). Distingueva, quindi, tra etica strutturale ed etica coerente con la natura umana. L' etica propria delle strutture storiche trae origine dalla stessa natura della realtà strutturale, ossia dalla natura specifica di questa. Al contrario, la morale razionale è tale se nasce dalla natura più autentica degli individui e su questa sia costruita la società. La moralità propria dell' universo strutturale statuale si articola in: moralità dell' apparenza od etica od atteggiamento morale ostentato pubblicamente e moralità effettiva o realtà scarsamente morale, che attiene alla realtà delle varie forme di oppressione e sfruttamento. La moralità è, nelle strutture statuali, mezzo di sopravvivenza delle strutture stesse, mentre in una società autenticamente umana sarebbe il fine della vita sociale. § 6: Morale ed etica razionali 1 - Aristotele affermava che la virtù consista nell' utilizzazione mediocre o mediana delle “passioni” (1). La morale può essere intesa come sinonimo di coscienza della vita. La morale, in sè, può essere definita caratteristica di ogni livello o manifestazione di vita, seppure in forme e misure diverse. La morale di ogni individuo, se è effettivamente razionale, ossia sorgente dai suoi desideri naturali, non determina doveri per il soggetto stesso, ma solo punti di riferimento come sostanza o fine della soddisfazione dei desideri stessi. Il soggetto anela all'espressione al massimo grado del proprio essere e questo si identifica con l'essenza della propria morale e contemporaneamente con la soddisfazione più piena dei suoi desideri naturali. I bisogni interiori o naturali dei singoli individui determinano doveri morali razionali, la cui origine è interna agli individui stessi e la cui mancata od incompleta soddisfazione crea infelicità. La gratuità della volontarietà, se accompagnata dalla ricerca della massima soddisfazione di tali bisogni intrinseci, si identificherà con la massima realizzazione della moralità razionale. L' imperativo morale assoluto nasce all' interno dell' individuo, il quale ha in sé la più alta motivazione al bene: il desiderio di felicità. La moralità razionale è identificabile unicamente nel fine, fine che non può esulare dalle potenzialità di chi quel fine concepisce e percepisce, essendo le potenzialità dell' individuo coerenti col grado di percezione del fine. 2.1 - La concezione della libertà di Kant come “dovere morale” aveva in sé una valenza anti-strutturale. Kant infatti considerava l'uomo come fine e non come mezzo, essendo tutti gli esseri umani uguali a noi stessi. Egli preconizzava un comportamento umano non “condizionale” (come è il comportamento nella realtà strutturale) (2), ma assoluto o tale da poter essere assunto come “legge universale per tutti gli esseri ragionevoli” (3). Kant poneva la ragione o razionalità a base del comportamento morale ed in tal modo evidenziava la naturalità di una morale autenticamente umana (4). 2.2 - Norberto Bobbio affermava che la democrazia (intesa come democrazia politica) non abbia una morale propria, essendo per natura tollerante e quindi, kantianamente, garante del raggiungimento della felicità, da parte di ciascuno, a modo proprio (5). Ma questo, se fosse effettivamente realizzato, sarebbe l'espressione della più alta morale: la possibilità di decidere autonomamente cosa sia la felicità e la salvezza, per ogni individuo. Questa è una nuova e più alta concezione della morale, che può inverarsi pienamente solo in una realtà sociale post-strutturale. Si può definire il male morale come assenza di libertà e quindi di razionalità. Si può quindi ritenere che quanto più la morale sia rispondente alla natura dell' essere umano, tanto più si avrà una società rispondente alla natura umana. L' etica della società post-strutturale o coerente con la natura umana si identificherà con la coscienza stessa degli individui e della collettività, in quanto vi aderiranno solo individui liberi di esprimere la loro razionalità. La moralità razionale non può avere due facce, ma deve essere univoca ed inderogabile. 3 - Smith distingueva tra “l' aspirazione ad essere degni di elogio” dal “desiderio di elogio” (6), in quanto la prima si identificherebbe con la moralità, la seconda con il bisogno di socialità, che si adatta alla socialità limitata, propria della realtà strutturale storica. Smith considerava il principio di utilità in rapporto alla realtà strutturale e dunque lo considerava connesso con l' egoismo intrinseco (7). In realtà il principio di utilità può essere connesso anche con la natura umana più autentica e quindi col bisogno di socialità od egoismo estrinseco. Considerando il desiderio di meritare lode come la base della moralità, Smith ammetteva, indirettamente, la naturalità della morale e l' essenza sostanzialmente egoistica della base del comportamento, poiché il parametro resta il merito di lode, ossia il merito della propria ed altrui approvazione (8). Comte, sebbene definisse “altruismo” l' istinto innato a base dell'etica, riconosceva il ruolo svolto dall' “egoismo” (9) in rapporto all'etica. Si può meglio distinguere, come già detto, tra un egoismo intrinseco volto alla propria individualità, ed un egoismo estrinseco, volto alla socialità ed alla moralità razionale. 4 - Shaftesbury riconosceva il valore della conoscenza per la formazione di una morale naturale (10). Sebbene le scienze e la conoscenza, non siano direttamente correlate con la morale, è tuttavia certo che una società sia tanto più morale quanto più favorisca lo sviluppo della conoscenza, essendo quest' ultimo mezzo efficace di emancipazione dell' uomo. Vi è un legame tra etica e sviluppo della conoscenza. La conoscenza, se consentirà di realizzare pienamente la socialità umana e, nel contempo, la piena individualità, realizzerà la piena moralità o la consonanza della società con la natura umana. La conoscenza è dunque mezzo della moralità e della virtù, le quali ultime, per essere realmente tali, presuppongono la adeguata conoscenza della socialità umana e delle condizioni sociali per esprimerla. Nella realtà post-strutturale, che sarà necessariamente consona con la natura umana vi sarà una moralità razionale. La morale di una società post-strutturale o razionale, in quanto coerente con la natura umana più profonda, si baserà sullo spirito scientifico, il quale implica l' immanenza o connaturalità ai singoli individui di interessi come: interesse di specie, benessere sociale e progresso nel processo di civilizzazione. Si avrà, quindi, una morale a fondamento scientifico, allorché si sia creata una conoscenza scientifica della natura della società e della natura umana. La società post-strutturale avrà, quindi, una nuova moralità, la cui premessa sarà l' assenza di pretesa di accettabilità generale, ben diversa dalla convinzione di validità universale, dove quest' ultima gli deriverà dalla sua base scientifica che gli conferirà auto-correggibilità e dunque spontaneo e cosciente progresso. 5 - Il diritto razionale consisterà nella definizione delle libertà concesse agli individui, al fine di consentire loro la piena soddisfazione dei desideri e bisogni autogeni. § 7: Volontà generale, volontà universale e volontà dei singoli 1 - Nella realtà strutturale statuale vi è l' “interesse generale”, il quale si manifesta negli individui, in quello che potremmo definire un senso generale, il cui contenuto e natura è inconsapevole per gli individui stessi, operando a livello inconscio o preconscio. Nell' universo strutturale statuale, dove vi sia democrazia politica effettiva, si può affermare vi siano fini della società identificabili con la volontà generale ed espressi più o meno inconsapevolmente dalla maggioranza della popolazione. Lo stato, anche qualora sia lo stato proprio delle fasi mercantili ed abbia il tipo di governo a democrazia politica effettiva, avrà sempre finalità proprie, intrinseche alla propria essenza istituzionale ed organico-stratificata. La democrazia politica effettiva implica la possibilità, garantita a tutti gli individui, di esprimere le proprie opinioni ed esigenze, garantendo tuttavia alla maggioranza politica di esprimere i governanti, i quali devono poter compiere le scelte espresse, in linea di massima, nei programmi elettorali. La libertà politica, presente nei tipi di governo democratici, specie ove vi sia democrazia politica effettiva, consentendo agli individui di farsi interpreti della “volontà generale” può definirsi libertà soggettiva, consistendo in una interpretazione personale e dunque variabile, entro certi limiti, della stessa “volontà generale”. La volontà generale è irrazionale in quanto deriva, oltreché dalla logica dell' universo strutturale statuale, nella manifestazione specifica dei vari sistemi sociali via via in atto, anche dallo spirito gregario, presente seppure inconsciamente, negli individui e di cui la realtà strutturale storica si avvale e con cui si giustifica. Nelle fasi feudali la “volontà generale” corrisponde agli interessi delle caste dominanti, pur rimanendo anche per loro a livello inconscio o semi-conscio, ed è interpretata da chi sta al vertice del potere. 2 - La “volontà generale” si distingue dagli interessi specifici dello stato, i quali sono definiti “ragion di stato”, sebbene i due elementi siano strettamente connessi. Allorché la “volontà generale” od interesse collettivo di ordine strutturale statuale, prevalente di una data società, e la “ragion di stato” di quella specifica unità statuale divergano, si verifica una graduale disgregazione di quella stessa unità statuale. La “ragion di stato” è intesa generalmente con un significato più limitato e ristretto rispetto alla “volontà generale”. Viene riferita, infatti, all' interesse di uno specifico tipo di governo o concreto potere e non all' interesse generale della società. In realtà il termine ragione di stato dovrebbe essere utilizzato per indicare la logica di una specifica forma di stato, di cui il tipo di governo od il concreto potere sono aspetti importanti ma più limitati. 3 – Se la volontà collettiva, espressa dai singoli, può avere elementi che oltrepassano la volontà generale e di adesione ad un diverso livello della volontà universale, la volontà collettiva espressa da gruppi organizzati è solo una “volontà generale” parziale o parcellizzata, a meno di una superiore capacità organizzativa, capace di trascendere la logica della volontà generale propria delle strutture organico-stratificate. I concreti poteri al vertice degli stati devono, per rendere stabile il proprio potere, saper interpretare tale “interesse generale”. In questo consiste essenzialmente l’ arte di governare. Accanto all’ “interesse generale” suddetto vi é poi l’ “interesse collettivo”,identificabile come l’ interesse della maggioranza degli individui che aderiscono alla società. E’ a quest’ ultimo interesse che deve fare riferimento, in una democrazia effettiva, chi voglia conquistare democraticamente il potere. Si può distinguere tra un interesse collettivo cosciente, controllato dalla volontà e coscienza degli individui che lo sostengono, i quali siano altresì consapevoli degli interessi immediati e della eventuale diversità con quelli a medio e lungo termine. Si può avere inoltre un interesse collettivo anomalo , espressione di una confusione nella percezione dei propri interessi da parte delle maggioranze o minoranze attive della popolazione, espressione del caos, alieno ad ogni possibile consenso duraturo. Esso è fonte della dittatura del caos ed è tipico di società scarsamente governabili. 4 - I politologi ed i sociologi distinguono tra “vita sociale”, termine con cui indicano la vita connessa alla logica della società statuale, sintetizzata nella “volontà generale”, dalla “vita civile”, termine con cui intendono la socialità, sintetizzabile nella volontà universale. Definiscono “vita privata” l' attenzione ai bisogni individuali. La volontà universale, espressa dai singoli individui, può essere definita come partecipazione ad un sistema aperto di valori soggettivi ed insieme solidali o socialitari (1).Vi è, dunque, l' interesse umano od interesse di specie, il quale nel singolo essere umano può diventare consapevole, allorché l' essere umano realizzi un sufficiente livello di conoscenza della realtà sociale e della propria natura. La libertà che consenta di accedere alla volontà universale, estranea alla logica delle strutture storiche, sarà una libertà oggettiva. § 8: Leggi di natura e “diritto naturale” 1 - Epicuro affermava che il diritto di natura consista nell' utilità reciproca derivante dal “non recar danno ne riceverne” (1). Tale principio costituisce a tutt' oggi la quintessenza dell' ideale di chi mira a superare la logica delle strutture storiche. Rousseau riferiva come già alcuni filosofi romani considerassero universali le leggi di natura e perciò valide per ogni specie vivente (2). Egli affermava che basilari leggi naturali siano l' istinto di conservazione e l' istinto di non aggressione dei simili (o socialità) (3). Rousseau, conoscendo il divario tra natura e realtà strutturale, evitava di identificare il diritto con la legge di natura (4). Locke partiva dal definire la “legge naturale” come intrinseca ad ogni essere vivente ed affermava che essa consista unicamente nel desiderio di conservazione e di procreazione (5). La legge naturale consisterebbe dunque nell' egoismo intrinseco o rivolto a sé stessi e nell'egoismo estrinseco, consistente nella socialità. 2 - Tommaso d' Aquino giustificava la monarchia assoluta propria del sistema borghese distinguendola dalla tirannia: diceva infatti che il “re” deve governare in funzione del “bene comune”, mentre il tiranno ricerca il “bonum proprium”, ma il bene comune è identificato genericamente col “diritto naturale” non potendosi stabilire dove stia il bene comune, ed il “diritto naturale” viene fatto discendere dal considerare “legge naturale” l' esistenza dell' autorità e del potere (6). 3 - Rawls affermava che la pienezza dei diritti politici non possa che conseguire alla pienezza dei diritti civili (7). Questi ultimi consentirebbero agli individui di acquisire responsabilità, in conseguenza di conoscenza e coscienza dei problemi politico-sociali e della loro possibilità di soluzione. 4 - La morale non si identifica con la giustizia, ma la prima è conseguenza del grado di giustizia realizzato. § 9: Diritto positivo e diritto razionale 1 - Il diritto positivo, nell' universo strutturale statuale, è inteso come il corpo di norme che delimitano il potere dei singoli o delle stesse istituzioni statuali. Il diritto positivo degli stati diverge non solo dall' etica razionale ma anche dall' etica prevalente in quella data società strutturale. L' amministrazione della giustizia è affidata ad istituzioni ed organismi più o meno autonomi rispetto alla collettività ed alle istituzioni ed organismi politici, autonomia che è proporzionale al grado di democrazia politica presente in ogni specifica società. 2 - Durkheim distingueva tra “diritto repressivo” e “diritto restitutivo” o “cooperativo”, indicando col primo le sanzioni dei reati, con il secondo la ricostituzione dell' equilibrio infranto. La difesa dall' aggressione si articola così in due momenti: resistenza e riequilibrio (1). § 10: Giustizia razionale 1 - Il reato è contravvenzione alle leggi vigenti, mentre il crimine o delitto è violazione della "legge naturale" o della morale insita nella natura umana ed è causato generalmente dalla stessa logica della realtà strutturale. La differenza tra vendetta e giustizia sta nel fatto che la prima tende a ripagare un torto con un' altro torto, perpetrato dalla vittima del torto stesso, la seconda tende a ripagare il torto compiuto dal singolo, o da un gruppo, alla collettività pur colpendo uno o più singoli aderenti alla collettività stessa. Se la collettività fosse solo l' espressione della socialità dei singoli, la giustizia consisterebbe nel ripagare il danno fatto alla socialità, ove il danno sia valutato correttamente da chi non sia stato coinvolto direttamente ed emotivamente. 2 - Allorché si sia creato un contrasto tra l' integrazione nella realtà strutturale ed il livello scientifico – conoscitivo raggiunto dal soggetto, in campo sociale ed umano, ogni individuo sarà posto di fronte alla scelta tra l' integrazione nella realtà strutturale storica (od adesione al male o scelta anti-etica ed antiestetica) ed adesione ad una nuova socialità (e scelta del bene, eticità, estetica), che supererà la realtà strutturale storica. Il “razionalismo moderno” implica una concezione contrattualistica, astratta ed aprioristica, delle istituzioni statuali (1). Le istituzioni di una società post-strutturale saranno basate su contratti effettivi stabiliti tra individui coscienti e pienamente informati. 3 - Il “liberalismo” propugna l' eguaglianza delle condizioni di partenza, il “socialismo” propugna l' eguaglianza delle condizioni di arrivo. Una società equilibrata, ossia basata sulla giustizia razionale, garantirà l' assenza di sopraffazione, sia sul piano economico che sul piano sociale, indipendentemente dall'eguaglianza od ineguaglianza naturale tra gli individui. La società basata sulla giustizia razionale eviterà il cumularsi delle ineguaglianze di origine non naturale e creerà spontaneamente una maggiore eguaglianza psicologica tra gli individui, la quale condurrà alla ricerca della possibilità di rimozione delle ineguaglianze psichiche naturali. Chi si oppone alla realtà strutturale in atto compie un' opera altamente morale, poiché dimostra l'autonomia della natura umana dalla realtà strutturale in genere e dalla realtà strutturale contingente, in particolare: tale opposizione deve essere però efficace e non velleitaria e non sfociare in una mera forzatura dell'evoluzione delle strutture in atto, ma deve essere tale da porre le basi del superamento delle strutture storiche, nella direzione di un progresso della socialità e dell' umanità degli individui. 4 - Il perdono, inteso come interiore assenza di odio, in seguito ad un' aggressione subita, al di là dei significati di ordine religioso o strutturale, è un' elemento del riequilibrio pieno della situazione preesistente all' aggressione stessa, poiché inibisce una contro-aggressione ugualmente irrazionale, al di là della difesa dall' aggressore.

Indici del Capitolo 16: Economia strutturale ed economia razionale. § 1: Definizione dell' economia e sua natura: come studio e come realtà 1 - Definizione dell' economia come studio della base materiale dei vari sistemi sociali dell' universo strutturale statuale. 2.1 – Fisiocratici e “marxismo” e concezione dei rapporti di produzione. 2.2 - “Economia classica” e concezione a-storica della fase mercantile. 3 – Teoria del “valore di scambio” e concetto di valore d' uso dei beni e delle merci. 4.1 – Teoria marginalista: edonismo ed eudemonismo e “valore modale”. 4.2 – Modelli econometrici correnti, spese belliche e conteggio delle spese belliche come investimenti produttivi anziché come investimenti improduttivi. 4.3 – Concetto di economicità, in rapporto all' evoluzione e progresso delle strutture storiche. 5 – Economisti, riconoscimento dell' irrazionalità comportamentale e della ciclicità ventennale le cui crisi sono a cadenza decennale. 6 – Beni immateriali e raporti economici, in presenza della realtà strutturale storica. 7.1.1 – Teoria del valore degli “economisti classici”, “neo-classici” e dei “marxisti”. 7.1.2 – Malthus e teorizzazione dell' unicità del concetto di valore d' uso, diversamente dagli altri economisti “classici”. 7.1.3 – Smith e sua consapevolezza dell' assurdità del concetto di “valore di scambio” e del fatto che sia lo scambio a determinare il valore dei beni. 7.2.1 – Teoria del valore di Marx e sua valenza puramente ideologica. 7.2.2 - “Teoria economica marxista”, come “economia ideologica”. 7.2.3 – Pensiero economico “marxista” ed accusa al pensiero economico non “marxista” di essere a-storico, mentre il pensiero “marxista” considera “economia” solo la realtà della fase mercantile e d il suo studio. 7.2.4 – Marx e considerazione delle teorie economiche valide esclusivamente per l' “economia capitalista”, mentre i “classici” le consideravano universalmente valide. 7.2.5 – Marx e comprensione dell' effettiva natura del valore d' uso dei beni e teorizzazione del “valore di scambio” ad uso puramente ideologico. 7.2.6 – Falsificazione della teoria del valore di Marx e suoi contenuti essenzialmente ideologici. § 2: Economisti e concezione dell' evoluzione storica. 1.1.1 – Concezione distorta dei “classici” circa la natura della fase mercantile, del valore delle merci e delle capacità lavorative. 1.1.2 - “Economia classica” e concezione mistificatoria dello scambio, con l' evolversi dell' universo strutturale statuale. 1.1.3 – Smith e concezione della naturalità dello scambio e della divisione del lavoro, senza analizzarne le varie tipologie che si susseguono con l' evoluzione nella realtà strutturale storica. 1.2.1 – “Fisiocratici” e teorizzazione di un' “ordine naturale” della politica, ossia coerente con la fase statuale mercantile. 1.2.2 – Economisti e definizione come “capitalismo commerciale” del sistema borghese e del periodo di transizione al sistema capitalista concorrenziale. 1.2.3.1 – “Teorie mercantiliste” e loro validità parziale nel periodo dell' accumulazione del capitale mobile. 1.2.3.2 - “Economisti”, “teoria economica marxista” e concezione dell' evoluzione storica come fatto derivato da cause interne a ciascun sistema. 1.2.3.3 – Coscienza di Marx dell' effettiva natura dell' evoluzione dell' universo strutturale statuale e sua mistificazione a scopo ideologico. 1.2.3.4 – Marx e concezione del “modo di produzione asiatico” come società intermedia tra la fase mercantile e la fase feudale. 1.2.3.5 – Concezione della “lotta di classe” come motore della storia e conseguente falso materialismo di Marx. 1.2.3.6 – Pensiero economico “marxista” e concezione delle fasi mercantili come frutto di un dato livello di sviluppo tecnico-scientifico. 1.2.3.7 - “Marxisti” e “leninisti” e coscienza della effettiva natura del “socialismo”. 1.2.4 – Sociologi e rimprovero agli economisti di considerare l' “economia politica” estranea alle scienze sociali e conseguente considerazione delle cause dei fenomeni come eventi naturali o come conseguenza delle scelte di “politica economica”. 1.2.5 - “Economisti” e confusione tra tipi di produzione e rapporti di produzione e la stessa economia. 1.2.6 – Evoluzione della teoria economica nella II^ metà del XX secolo, in conseguenza della crisi più acuta della fase mercantile, in Occidente. p. 480 1.2.7 - “Economia classica”, analisi delle cause della crisi del mercato e della fase mercantile, e cause effettive. 1.2.8 - “Economisti” contemporanei e definizione come “economia chiusa” per i stemi capitalisti burocratici, con barriere doganali alle importazioni. p. 480 2 – Parametri economici nell' evoluzione delle strutture storiche ed agenti della loro determinazione. § 3: Monete e loro valore 1.1.1 – Valori relativi e numerario, nelle fasi feudali e nelle fasi mercantili. p. 481 1.1.2 – Prezzo assoluto e valore relativo dei beni, nei termini di valore d' uso. p. 481 1.2 – Circolazione monetaria, legge di Say ed effetti della distruzione di moneta. 2 – Inflazione e sue cause. 3 – Cambi delle valute. § 4: Profitti e sviluppo economico 1.1.1 – “Fisiocratici”, riconoscimento dei vantaggi e delle virtù del mercato nonché della sua superabilità. 1.1.2 – “Fisiocratici” ed interpretazione del progresso come sviluppo del benessere. 1.2.1 – Natura del profitto, del rapporto coi salari e dell' evoluzione storica, secondo la teoria degli “economisti classici”. 1.2.2 – Natura del profitto, del risparmio e della formazione del capitale, fonte dello sviluppo economico. 1.2.3 – Livello del profitto e valore dei beni. 2 – Natura del mercato e suo inserimento nei sistemi della fase mercantile dell' universo strutturale statuale. 3 – Funzione del benessere sociale ed indice di benessere. 4 – Aumento della produzione e concetto di sviluppo produttivo. § 5 - Cause dello sviluppo produttivo e socio-economico 1 – Fattori dello sviluppo produttivo primario od estensivo e sviluppo intensivo. 2 – Valore del capitale e sviluppo produttivo. 3 – Cause dello sviluppo economico. 4 – Elementi che favoriscono o contrastano lo sviluppo produttivo. 5 – Momenti dell' evoluzione delle strutture statuali e determinazione o meno dello sviluppo. § 6: Risparmi ed investimenti 1 – Acquisizione, da parte degli economisti accademici, della distinzione tra risparmi e capitale. 2 – Livello di consumi, risparmi e formazione del capitale. § 7: Sviluppo tecnico-scientifico ed evoluzione strutturale 1 – Rapporto tra sviluppo tecnico-scientifico e società in atto. 2 – Andamento del costo della mano d' operra e sviluppo tecnico-scientifico. § 8: Origine della produttività 1 - Produttività e profittevolezza in rapporto all' evoluzione dell' universo strutturale statuale. 2 – Elasticità della domanda ed equilibrio di mercato. 3 – Equilibrio e disequilibrio tra produzione e domanda. Legge di Say e ciclicità ventennale con alternarsi di crisi dal lato della domanda e dell' offerta. 4 – Mercato concorrenziale e mercato adulterato con l' evoluzione della fase mercantile. 5 – Livello dei consumi e livello di aspirazione degli individui. 6 – Produttività inerente all' efficacia del lavoro. 7 – Produttività e sviluppo tecnologico. 8 – Produttività e rapporti di produzione e di consumo in atto. 9 – Concezione di produttività del capitale e divario tra capacità espresse e meriti. § 9: Valore d' uso relativo e valore d' uso assoluto 1 – Valore d' uso relativo ed assoluto delle merci e del denaro. 2 – Valore d' uso e prezzo relativo delle merci. 3 – Valore d' uso e valore di consumo. 4 – Prezzo nominale e prezzo reale di una merce. 5 – Teorizzazione smithiana del “prezzo naturale” e del “prezzo medio” delle merci. 6 - Divario tra valenza e valore d' uso ed oppressione sociale. 7 – Tesoreggiamento di denaro e di merci ed andamento dei prezzi. § 10: Mercato e teoria razionale del valore 1 – Evoluzione del mercato e squilibri ciclici e strutturali. 2 – Valutazione razionale del capitale, investimento netto e crescita dell' impresa. § 11: Rapporto tra capacità lavorativa e bisogni dei singoli 1 – Marx ed auspicio della soluzione del problema dell' allocazione delle risorse, come caratteristica idealizzata della società “comunista”, da lui progettata. 2 – Rapporto tra: capacità intellettiva, capacità lavorativa e bisogni dei singoli. 3 – Presunti divari tra capacità produttiva e capacità di consumo, come causa delle crisi del mercato. 4 – Condizioni della realizzabilità di un' economia razionale. 5 – Mercato ed irrazionalità dei comportamenti umani. 6 – Assenza del mercato ed economia irrazionale. § 12: Capacità lavorative possedute e capacità lavorative espresse 1 – Capacità lavorativa posseduta e capacità lavorativa espressa, in rapporto al singolo ed alla società in cui è inserito. 2 – Eguaglianza psichica potenziale tra gli individui e diversa capacità lavorativa e volitiva, posseduta ed espressa. 3 –Valutazione delle capacità lavorative espresse. 4 – Valore delle merci prodotte e valore della capacità lavorativa espressa: divario tra bisogni di consumo e bisogno di conservazione o merito produttivo. § 13: Meriti di tipo strutturale e meriti razionali e loro relazione con le capacità espresse 1 – Capacità espresse e bisogni come elementi del piano economico, meriti od attribuzione del divario tra capacità espresse e valore dei beni prodotti, come elemento del piano dei rapporti sociali. 2 – Divario tra capacità lavorative espresse e valore della produzione, generato dall' irrazionalità delle scelte di consumo o da scelte razionali di consumo ed investimento e determinanti il merito o capacità di conservazione del capitale accumulato. 3 – Meriti operativi, responsabilità e bisogno di conservazione e di progresso e loro soddisfazione. 4 – Maturazione razionale dei soggetti come capacità di sopportazione della responsabilità. 5 – Natura dell' oppressione: economica, sociale e politica. 6 – Attribuzione dei meriti operativi come autorità razionale.

Cap. 16: Economia strutturale ed economia razionale. § 1: Definizione dell' economia e sua natura: come studio e come realtà 1 - Con Robbins, l' economia passò da studio delle cause del benessere materiale a studio di tutta l' azione finalistica dell' uomo. Se cioè prima si definiva l' economia come lo studio di uno specifico genere di attività umana, successivamente non vi fu più alcuna delimitazione classificatoria (1). Gli economisti hanno iniziato nel 2001 a parlare di “neuroeconomia” ossia di una scienza che combina le neuroscienze, l'economia e la psicologia per studiare i meccanismi attraverso cui operiamo delle scelte (2). Per economia si intende l' attività umana nel suo complesso, e quindi la vita stessa dell' essere umano nel suo manifestarsi ed evolversi. L' attività umana, inquadrandosi nelle strutture storicamente date, diventa un aspetto delle strutture stesse e quindi una manifestazione di queste ultime, prima che dell' essere umano in sé. L' economia , quindi, evolve con le strutture storicamente date, essendo l' aspetto basilare di queste. Per base economica od economia intenderemo i rapporti di produzione e di consumo o di distribuzione. L' economia è, quindi, lo studio dei rapporti economici propri delle strutture storiche (3). Bruno Rizzi evidenziava come per economia si debba intendere lo studio della base materiale delle strutture statuali. 2.1 - I “fisiocratici” consideravano solo l' aspetto fisico del sovrappiù, che si realizza solo in agricoltura, e non l' “aspetto economico” (secondo la concezione dell' economia degli economisti ufficiali), o valore del sovrappiù. Questo evidenzia come in agricoltura la produzione di valore non derivi direttamente dal lavoro quanto piuttosto dalla fertilità del suolo (4), ossia da elementi solo indirettamente connessi col lavoro. Tuttavia i “fisiocratici” individuavano nel “processo produttivo” la formazione del sovrappiù, fornendo al “marxismo” la base per la sua teoria ideologica ed obliando la corretta concezione precedente secondo cui il sovrappiù si origina nello scambio (5). Quesnay evidenziava la superiorità del rapporto di produzione capitalistico in agricoltura, ossia dell' affitto rispetto ai preesistenti rapporti di produzione propri del sistema borghese (6). I “fisiocratici” vedevano nell'artigianato la forma naturale (o consona a quello da noi definito sistema capitalista concorrenziale) dei rapporti di produzione nell' industria (7). Tale concezione deriva dalla confusione tra dimensione delle unità produttive con i rapporti di produzione. In realtà l' artigianato del XVIII secolo, specie nell' Europa Continentale d' Occidente, presentava ancora elementi propri del sistema borghese, come il corporativismo. Il “marxismo” identifica il “capitalismo” con le manifatture (8), sulla scorta dei suddetti “fisiocratici”. Tuttavia Napoleoni riconosceva come nelle manifatture del XVIII secolo non si avessero sempre rapporti di produzione di tipo capitalistico (9). 2.2 – L' “economia classica” definiva naturale, in quanto a-storico, quello che denominava "sistema capitalista". In tal modo essa ha posto le fondamenta dell'ideologia feudaleggiante del “marxismo”, il quale ha semplicemente rovesciato il concetto, considerando innaturale il “sistema capitalista” e naturale ogni altro sistema sociale. Gli “economisti classici” consideravano quella che noi abbiamo definito le fasi storiche mercantili come una semplice variante delle fasi feudali (da loro considerate come “stadio” unico ed irripetibile).3 - La distinzione “marxiana” tra valore d'uso e “valore di scambio” è puramente ideologica e fuorviante. Il “marxismo” distingue tra prezzo o valore d'uso e “valore di scambio” o valore teorico delle merci: determinato dal valore del lavoro necessario alla produzione di una determinata merce, il valore del lavoro essendo determinato dal valore dei beni necessari alla "riproduzione" del lavoro. L'assurdità di tale concetto è facilmente desumibile dal fatto che nel bene dovrebbe essere inglobato anche il lavoro degli addetti al commercio (da Marx ritenuti puri parassiti) e quindi per un' unica merce si avrebbero più “valori di scambio”, poiché ogni merce accede più volte al mercato, prima di essere consumata. Il che contrasta con l'idea stessa di valore, che deve essere costante. L' assurdità di tale concezione la rende indegna di essere citata in una “teoria economica”, se non fosse per il credito di cui ha goduto presso gli economisti e di cui forse ancora gode. In realtà il prezzo indica il valore d'uso del bene e non vi è altro valore possibile da attribuire al bene. Nelle fasi feudali si ha un valore d' uso, determinato però dal simbolo di potere che il bene rappresenta e non da un simbolo di benessere come è nelle fasi mercantili. Il costo della produzione è in stretta correlazione con il prezzo di vendita, il quale a sua volta è in stretta correlazione con il valore d'uso socialmente attribuito alla merce. L'attribuzione sociale del valore d'uso di una merce è connesso al meccanismo dell'inflazione: nei paesi ove maggiore è la contesa sul valore d'uso da attribuire ai beni, maggiore è il livello di inflazione. Il concetto di “valore di scambio” è stato creato dall' “economia politica classica” al fine di giustificare o sostenere la naturalità della fase statuale mercantile. Il “marxismo”, al contrario, utilizza tale concetto per calunniare le fasi mercantili ed il mercato, sostenendo che il mercato tenda a far produrre per il mercato stesso e non per il benessere dei cittadini. L'idea degli economisti "classici" e di Marx, secondo cui il valore del lavoro dipenda unicamente dal lavoro necessario per riprodurlo, presuppone l' assenza di ogni divisione sia orizzontale che verticale del lavoro, il che contrasta con la natura di ogni tipo di società, oltreché con la realtà delle strutture statuali. Marx presentò il lavoro come mezzo di accrescimento del valore (“di scambio”). Analogamente si potrebbe affermare che nelle fasi feudali il lavoro si identifichi con la formazione del potere e dunque l'oggetto del lavoro si identificherebbe col potere stesso. Si può affermare in modo forse meno fazioso che nelle fasi mercantili il lavoro sia attività esercitata al fine dell' accrescimento del benessere e nelle fasi feudali attività esercitata a scopi puramente oppressivi. Il “marxismo”, in realtà, scambia l' azione con il suo scopo. Marx, partendo dal presupposto del superamento dell' artigianato nel lavoro di fabbrica, affermava che il lavoro umano non sia più all' inizio del processo produttivo, ma in posizione intermedia. In realtà il lavoro umano è sempre alla base del processo produttivo, anche se la scienza e la tecnica non appartengono al lavoratore manuale, ma al maestro d' arte, al progettista, all'imprenditore, ecc. Per Marx la tecnica è l' essenza della scienza ed il “principio dell' attività umana”. Per Marx il lavoro è semplice mezzo al servizio delle macchine. Quest' ultimo assunto ha intenti chiaramente ideologici a fini feudali. Per la teoria “marxista” il lavoro umano differisce dal “lavoro meccanico” (svolto cioé dalle macchine) per la capacità umana di ideazione. In realtà solo l'uomo svolge attività lavorativa, sebbene le macchine possano produrre valori d' uso autonomamente. La capacità lavorativa viene retribuita in base al valore d'uso ad essa socialmente attribuito, sulla base della produttività sociale del lavoro stesso: questo avviene nelle fasi mercantili. Nelle fasi feudali il valore d'uso del lavoro non è determinato sulla base della produttività sociale del lavoro stesso, ma in rapporto alle momentanee convenienze delle gerarchie sociali precostituite dai detentori del potere. 4.1 - Lombardini affermava derivasse dalla “concezione edonistica” l'identificazione dell'utilità con la soddisfazione ottenibile dall' uso dei beni (10). In realtà la “teoria marginalistica” può ricondursi anche alla “teoria eudemonistica”, in quanto l' utilità ricavata dall' uso dei beni è riconducibile alla virtù della soddisfazione corretta dei bisogni umani (11). Gli economisti definiscono “stati del mondo alternativi” gli eventi alternativi che possono realizzarsi in un momento dato per una realtà data (12). Tale espressione indica il processo delle determinazioni dirette od indirette, interagenti nella conformazione di un dato evento. Nell' analisi di tali stati del “mondo” si utilizza la media ed il “valore modale” (13), ossia il valore più probabile o stato del mondo più verosimile: moda (14). Tali concezioni consentono alla cosiddetta “scienza economica” di analizzare le realtà strutturali non mercantili presenti nel “mondo” come se fossero appartenenti ad una fase mercantile. 4.2 - Secondo i modelli econometrici correnti, le spese belliche vengono conteggiate come consumo od investimento produttivo e come elemento di sviluppo (15). Secondo un modello econometrico equilibrato le spese belliche dovrebbero essere conteggiate come tesoreggiamento di beni o di denaro, ossia investimenti improduttivi. Il loro incremento genera infatti crescita, ma non definibile come sviluppo. 4.3 - L' “economicità” è caratteristica generale dell' economia propria delle fasi mercantili dell' universo strutturale statuale. Nelle fasi mercantili ogni attività economica tende ad acquistare valenza economica, in quanto rivesta carattere di “economicità”, ossia abbia come scopo la massima profittevolezza col minimo dispendio (16). L' economia non si esaurisce, tuttavia, nella ricerca dell'“economicità”. Il “formalismo economico” è lo studio dell' economicità delle strutture economiche insite nelle fasi mercantili: così a livello micro-economico vi è la teoria dell' azienda, a livello macro-economico vi è la teoria della formazione dei prezzi, dei redditi e del reddito nazionale. Godelier affermava che il problema sollevato dal “funzionalismo” consista nello stabilire fino a che punto nelle società non mercantili gli individui si propongano il fine di massimizzare i vantaggi economico-sociali, ossia si curino dell'“economicità” dell' azione economica. In realtà appare assai limitata la ricerca dell'”economicità” nelle fasi feudali delle società statuali, o meglio tale ricerca avviene con modalità e con strumenti assolutamente inadatti a massimizzare appunto l'”economicità” dell'agire economico. Del tutto inesistente è da considerare la ricerca dell'”economicità” nelle strutture pre-statuali. 5 - Mark Buchanan affermava: “L' economia si basa ancora sull' idea – sbagliata – che gli investitori siano individui totalmente razionali, sia che valutino un' azione o un mutuo. E il presupposto genera l' idea che i valori siano realistici e i mercati non si allontanino mai troppo dall' equilibrio. E invece banche e risparmiatori hanno dimostrato di essere emozionali e ogni 10 anni assistiamo a una crisi: è la dimostrazione che i mercati fluttuano moltissimo e, quindi, nei nuovi modelli interpretativi è necessario connettere fattori eterogenei, puntando alla stessa sofisticazione con cui indaghiamo eventi come la nascita dell' Universo. Ma la politica è disposta a seguirci?” (17). Egli, quindi, adombrava l' idea secondo cui l'irrazionalità faccia parte della natura fisica prima ancora che della natura umana. 6 - I bisogni di tipo immateriale o “spirituale” non sono extra-economici, contrariamente a quanto teorizzato da Marx (18), poiché anch' essi entrano nei rapporti materiali, essendo scambiati con criteri mercantili o feudali, in presenza dell' universo strutturale statuale. L' uomo non è, tuttavia, un “essere economico” in quanto i bisogni umani sono a monte dell' economia, la quale è solo il mezzo proprio della realtà strutturale di soddisfacimento dei bisogni. 7.1.1 - L' “economia classica” partendo dalla concezione dello scambio come fatto universale e naturale e quindi la società mercantile come società naturale, creò una teoria del valore basata sul lavoro considerato come base uguale per ogni essere umano. Tale concezione del lavoro può essere forse congruente con le società pre – statuali. Tale concezione è essenzialmente dovuta all' ignoranza della storia da parte dei suddetti “economisti”. Essi ritenevano lo scambio mercantile come un dato costante della società umana : questo è vero solo in parte; infatti vi può essere scambio senza mercato. Se si assume lo scambio come sinonimo di mercato si distorce completamente l' analisi della realtà. Tali “economisti” crearono così una teoria del valore come “valore di scambio”, che servì a fini ideologici al “marxismo” per attaccare la fase mercantile. Aristotele lasciò intendere di essere contrario al concetto (già allora in uso) di “valore di scambio”, in quanto coinvolgente il merito od onore del produttore e si dichiarò invece favorevole al valore d' uso, in quanto quest' ultimo si determina automaticamente ed è consono all' essenza del mercato (19). La teoria “marxiana” del valore come “valore di scambio” derivava direttamente dalla teoria dei “fisiocratici”, i quali misuravano il valore con il metro del lavoro agricolo. Marx, pur intuendo l' assurdità di tale teoria, la utilizzò a fini ideologici filo-feudali. Egli modificò la “teoria classica” del valore in modo da presentare la società mercantile come immorale ed auspicabile il suo superamento. Basò quindi la sua teoria del valore sul concetto di “valore di scambio”. L' “economia neoclassica” non negava la teoria del valore in base al “valore di scambio”: questo per non negare l' idea dell' insuperabilità della fase mercantile. Ne riteneva però insufficiente la teorizzazione ed introdusse quindi il concetto di utilità della merce come fattore di formazione del “valore di scambio”. In tal modo identificava però sostanzialmente il “valore di scambio” col valore d' uso. Gli economisti (marxisteggianti) parlano di lavori complessi come di lavori semplici “potenziati” o moltiplicati, di cui non viene specificato il fattore di moltiplicazione. Si fa intendere che il fattore di moltiplicazione dipenda dall' impegno intellettuale richiesto dal lavoro. In realtà ogni lavoro richiede un pressoché uguale impegno psichico, variando unicamente la profondità della razionalità richiesta. I predetti economisti conteggiano il numero dei lavoratori manuali cui far corrispondere un lavoratore intellettuale. Tutto ciò ha lo scopo di giustificare la divisione verticale del lavoro. Per l' economia dei sistemi propri della fase feudale ( come ad esempio i “Paesi del socialismo reale”), gli economisti parlano di valore d'uso come unico modo di definizione del valore, sebbene mantengano provvisoriamente in vita il concetto di “valore di scambio”, inteso come diverso costo dello studio (lavoro necessario alla produzione dei beni). 7.1.2 - Malthus, pur non enunciando compiutamente una teoria del valore, tuttavia adombò l' unicità del concetto di valore d' uso, affermando che “la quantità di lavoro comandata” da una merce sia espressione dell' “intensità della domanda” (20), ossia come il valore di una merce non sia che il suo valore d' uso. 7.1.3 - Smith riteneva assurdo analizzare la realtà capitalistica in termini di “valori di scambio” come lavoro contenuto (21), sebbene egli stesso avesse posto le basi di tale teoria, riferendola però ad una situazione “primitiva” (22), definita “mercantile semplice” (23). Questo dimostra come Smith intuisse come la determinazione del valore in base al lavoro contenuto direttamente ed indirettamente (24) sia valida solo in una realtà a-strutturale, ossia in assenza di divisione verticale del lavoro e con eguaglianza tra le capacità produttive. Inoltre Smith riconosceva come non siano “direttamente” salari, profitti e rendite a determinare i prezzi delle merci (25), intuendo come sia il mercato a stabilirli. 7.2.1 - Marx analizzava gli scambi mercantili come inutili scambi paritari: Merce – Denaro - Merce (MDM), mentre affermava che nella produzione non sarebbe così: in quanto si avrebbe un' aumento quantitativo di merce (o comunque una sua modificazione morfologica), si avrebbe cioè : MDM'. In realtà l' aumento di valore dei beni si realizza unicamente nel mercato. Nel mercato infatti, ossia nel rapporto di scambio, si realizza un' incremento del valore d' uso dovuto alla variazione della piazza o di un' altro elemento del rapporto di scambio stesso: come ad esempio una variazione connessa con il consumatore oppure con il produttore, mentre nella produzione si verifica semplicemente una modificazione della materia. 7.2.2 - Marx, pur sapendo che la fase mercantile abbia una natura diversa dalla fase feudale, sfruttò a fondo l'ingenuità della “teoria classica” per descrivere come inumana ed attaccare meglio la fase mercantile ed i sistemi sociali che vi fanno capo. Il “marxismo”, nella sua analisi dell'”economia”, totalmente stravolgente e mirante a proporre ed imporre un'impostura, lo si potrebbe definire "economia ideologica". 7.2.3 - Il pensiero economico “marxista”, pur considerando “pensiero economico borghese” tutto il pensiero economico non “marxista” (26) e pur considerandolo a-storico, tuttavia analizza unicamente la realtà delle società mercantili, pur affermando che tale realtà sarà inevitabilmente superata (27). Per “economia”, pertanto, anche per i “marxisti”, si intende la realtà delle fasi mercantili ed il loro studio. 7.2.4 - Aron affermava che la differenza tra Marx e gli economisti “classici” consista nel fatto che il primo considerava le teorie economiche valide unicamente per l'”economia capitalista”, mentre gli altri “classici” le considerano universalmente valide (28). 7.2.5 - Marx dimostrò di comprendere l' essenza della realtà strutturale statuale meglio degli altri “classici”, pur facendone un uso totalmente strumentale. Marx, affermando che in assenza di valore d' uso di un bene si abbia anche assenza di “valore di scambio” (29), dimostrò di riconoscere implicitamente l' artificiosità del concetto di “valore di scambio”, poiché in caso contrario avrebbe dovuto affermare che vi possa essere assenza di valore d' uso in presenza di “valore di scambio” di beni non utilizzati per il loro uso previsto. 7.2.6 - Schumpeter riconosceva come la “teoria dello sfruttamento”, derivante dalla teoria del valore di Marx, non sia che un gioco di parole (30) e la “teoria del plusvalore” sia falsa (31). Marx, infatti, di fronte alla contraddizione tra la sua “teoria del plusvalore”, che postulava un rapporto inverso tra grandezze di plusvalore e “capitale costante” o capitale vero e proprio e la realtà, la quale evidenzia come i profitti aumentino con il crescere del capitale costante o con lo sviluppo tecnologico, propose l' aggiustamento di considerare il tasso di profitto in rapporto alla somma del capitale costante e di quello variabile (32). Sebbene, con tale aggiustamento la teoria risponda, per certi versi alla realtà, in quanto il progresso tecnico-scientifico può di fatto coesistere anche con il declino della fase mercantile, caratterizzata da una riduzione tendenziale dei profitti (33), tuttavia la “teoria del valore” di Marx risulta sostanzialmente falsificata, come riconosceva Schumpeter e come è facile verificare, procedendo col metodo della falsificazione. Implicitamente lo stesso Marx riconosceva la falsità della sua propria teoria, parlando di distinzione tra “plusvalore” e saggio di profitto (34). Kurt Lewin dimostrò, inconsapevolmente, come la teoria del “valore di scambio” del lavoro o “lavoro necessario per produrre il lavoro” sia incongruente, poiché affermava che chi compra lavoro lo valuta come qualsiasi altra merce, e quindi in realtà ne valuta il valore d' uso (35) ossia il valore della capacità lavorativa. Gli stessi pensatori “marxisti”, del resto, hanno rifiutato da gran tempo la “teoria del valore – lavoro” di Marx (36). I commentatori del “marxismo” ne distinguono, spesso, il contenuto ideologico da quello “scientifico” (37). § 2: Economisti e concezione dell' evoluzione storica. 1.1.1 - Marx e gli economisti cosiddetti "classici" identificavano le fasi mercantili nel loro insieme con il sistema schiavistico, non riuscendo a percepire l'essenza effettiva del mercato e dei diversi rapporti di produzione e di consumo dei vari sistemi delle fasi mercantili. Negavano, quindi, ogni valore intrinseco delle merci, inteso come valore d' uso o di utilità atta a soddisfare i bisogni, così come ignoravano la capacità lavorativa differenziata ed estranea al suo costo di produzione. 1.1.2 - I cosiddetti economisti “classici” affermarono che le leggi della produzione siano naturali in quanto derivanti dalle “condizioni tecniche” (1), mentre ritenevano che la distribuzione dipendesse dalle istituzioni e dalle leggi. Essi, cioè, identificavano la distribuzione mercantile con quella feudale, creando così una mistificazione a cui si agganciarono gli ideologi filo-feudali. 1.1.3 - Smith affermava che la diversità tra gli uomini non fosse naturale ma causata dalla divisione del lavoro (dove egli equivocava tra l' aspetto verticale e quello orizzontale). Individuava, tuttavia, la possibilità di sviluppo economico offerto dalla divisione (orizzontale), del lavoro (2). Smith riconobbe come la divisione orizzontale del lavoro si basi sullo scambio (3), ritenendo quest' ultimo, in generale, naturale essendo un aspetto della comunicazione, ossia della natura umana “razionale” (4). Egli cioè si fermava ad un livello molto teorico, quasi filosofico, non analizzando la reale essenza strutturale della realtà dell' economia nell'evoluzione della realtà strutturale statuale. 1.2.1 - Gli economisti “fisiocratici”, analizzando la produzione e lo scambio, si accorsero di come questi coinvolgano la morale e la politica. Teorizzarono così un'“ordine naturale” della politica, confacente con la “società economica”, ossia con la fase statuale mercantile. 1.2.2 - Gli economisti definiscono “capitalismo commerciale” (5) quello che noi abbiamo definito sistema borghese e periodo di transizione al sistema capitalista concorrenziale. 1.2.3.1 - Adam Smith criticava le “teorie mercantilistiche”, le quali consideravano la moneta come la fonte ed essenza della ricchezza (6). Le “teorie mercantiliste” sono parzialmente valide per il periodo dell' accumulazione realizzato col commercio, mentre perdono di importanza allorché si sia costituito un sufficiente volume di capitale mobile o commerciale, che può essere conservato ed accresciuto solo col suo investimento in capitale fisso. Smith definiva “sistema mercantile” il “mercantilismo” protezionista, prestandosi ad interpretazioni e strumentalizzazioni ideologiche. 1.2.3.2 - Gli economisti affermano che in ogni sistema economico agiscano leggi “statiche” o “sincroniche” e leggi “dinamiche” o “diacroniche” (7). Essi cioè ritengono, con Marx, che l' evoluzione sia determinata da fattori interni ad ogni singolo “sistema”. Marx definiva le società mercantili, ed in particolare i sistemi capitalisti come società artificiali o deleterie, derivanti da “diversi stadi di produzione” (8). Questi precedenti “stadi” egli li riteneva invece naturali od “oggettivi”. E' evidente, tuttavia, come tra la concezione “progressista” “marxiana” e la concezione ciclica della storia statuale non vi sia sostanziale differenza, se non per il fatto che Marx riteneva regressive o negative le società mercantili rispetto a quelle precedenti e susseguenti, ritenute invece “progressiste” e dunque positive. Marx riconosceva come la concorrenza sia un carattere distintivo del “sistema capitalista”. Secondo Marx, superando la concorrenza si supererebbe il “sistema capitalista” stesso (9). Per tale ragione i “marxisti” sono divisi sul termine da attribuire alla società oligopolistica ed a quella burocratica, all' interno della fase mercantile contemporanea (10). 1.2.3.3 - Marx dimostrò di conoscere molto bene la natura dell' evoluzione della società statuale: infatti parlò di valori d'uso dei beni, riferiti sia alla fase feudale “medievale” sia al “socialismo” da lui auspicato, mentre per la fase mercantile, a lui contemporanea, parlò solo di “valori di scambio”. 1.2.3.4 - Marx, sulla scorta di Montesquieu, il quale ultimo parlò del regime dispotico che accompagnava i “sistemi asiatici”, definì il “modo di produzione asiatico” in modo tale da farlo apparire una società intermedia tra la fase feudale e la fase mercantile (11). 1.2.3.5 - Marx, pur considerando prioritaria la “struttura economica” (12) rispetto alla “sovrastruttura ideale”, tuttavia riteneva che “causa efficiente” dell' evoluzione sociale sia la “lotta di classe”, ossia un aspetto della “sovrastruttura” (13). In tal modo dimostrava di essere un falso materialista, per quanto ritenesse la “lotta di classe” direttamente connessa con la “struttura materiale” e che si muova in stretta connessione con quest' ultima, senza teorizzare una possibile forzatura su quest'ultima (14). 1.2.3.6 - Marx, considerato l' impulso ineguagliato al progresso tecnico-scientifico conferito dalla fase statuale mercantile “moderna”, e l' impulso che trae la stessa fase statuale mercantile, nel proprio sviluppo, dal progresso tecnico-scientifico, dedusse, in analogia parziale con le concezioni correnti nella sua epoca, che la forma mercantile corrisponda ad un determinato livello di progresso tecnico-scientifico. 1.2.3.7 - Gli stessi “marxisti” e Lenin, in particolare, riconoscevano, seppure cautamente, come la “socializzazione dei mezzi di produzione” possa sfociare in un “modo di produzione asiatico” generalizzato. Questo, peraltro, dimostra come i “marxisti” ed i “leninisti” avvertano seppure in modo criptico, poiché se ne vergognano, la reale essenza del “socialismo”. 1.2.4 - Comte rimproverava gli economisti di considerare l' “economia politica” estranea e scissa dalle scienze sociali. Gli economisti consideravano infatti l'economia un fatto naturale, avulso dalla storia e dalla società (15) o frutto delle scelte di “politica economica” dei governi. La convinzione comtiana e “positivistica” in genere, secondo cui la scienza non possa scoprire le cause dei fenomeni ma solo le loro modalità, deriva dalla necessità avvertita già dagli “umanisti” di ricercare prima le modalità dei fenomeni, trascurando la ricerca delle loro cause, dato lo stato raggiunto dalle conoscenze. Tale concezione, applicata alle cosiddette “scienze sociali” acquista il significato e lo scopo di coprire col mistero le cause dei fenomeni sociali, facendoli perciò ritenere naturali e comunque inaccessibili alla mente umana (16). In tal modo, le cosiddette “scienze sociali” divengono equivalenti ad una qualsiasi religione. 1.2.5 - Il fatto che si sia parlato, negli anni '90 del XX secolo e si parli ancora, di “nuova economia” (per la telematica e l' informatica) dimostra come la supposta “scienza economica” confonda tra natura dell' economia e beni prodotti (17). Gli economisti confondono spesso i settori produttivi od i tipi di produzione con i rapporti di produzione (vedasi il caso di definizione di "nuova economia" per la “rivoluzione informatica” dell' ultimo quarto del '900). 1.2.6 - Gli economisti “marxisti” trassero, dalla crisi della fase mercantile del XX secolo, argomenti per evidenziare la crisi della “scienza economica” “borghese” (18). L' evidente realtà della crisi della suddetta “scienza” indusse alla ricerca di ibridi tra la “teoria marginalista” e quella “classica”, in specie quella di Ricardo, onde analizzare o giustificare la realtà del sistema capitalista burocratico comatoso ed alcuni elementi di transizione ad una nuova fase feudale, che iniziavano a manifestarsi in Occidente negli anni '70, specie in Italia. 1.2.7 - I “classici”, e K. Marx, affermavano che la crisi della fase mercantile derivi da meccanismi interni alla medesima (19). Questo può apparire rispondente a realtà, ove si considerino le forzature che vengono spesso introdotte al funzionamento del mercato. Si tratta però di forzature, spesso conseguenza e non causa della crisi della fase mercantile e del mercato. Il mercato, pur partendo da situazioni di ineguaglianza profonda tra gli operatori del commercio, e tra le varie regioni in cui avviene lo scambio mercantile, tuttavia non necessita in assoluto di tali ineguaglianze per svilupparsi, poiché si basa sulla divisione orizzontale del lavoro, che tende a svilupparsi autonomamente e spontaneamente e di cui la divisione internazionale del lavoro è un aspetto, non necessitando in sé di elementi di divisione verticale del lavoro pur presenti, generalmente, nella divisione internazionale del lavoro. La crisi del mercato è da ascriversi all' arrestarsi della crescita dei bisogni, che inducendo crisi da consumi, induce la crisi del mercato. I “classici”, si rendevano vagamente conto di come i consumi improduttivi, causa della crisi della fase mercantile, non solo non incentivino lo sviluppo del sistema e del mercato, ma non avvertivano come, accrescendosi in modo abnorme, vadano a costituire scorte non spese, producendo crisi di domanda o da consumo (20). 1.2.8 - Gli economisti accademici, in genere, definiscono “economia chiusa” l'economia di quelle società che definiamo sistemi capitalisti burocratici, ove non venga lasciata piena libertà di sviluppo al commercio internazionale, attraverso protezionismi vari. Questo non implica totale chiusura del mercato interno rispetto al mercato mondiale. Gli economisti contemporanei tendono a produrre teorie economiche ad elevato grado di “formalizzazione”. I fenomeni economici vengono analizzati in funzione, essenzialmente, a causanti endogene all' “economia” stessa. L'elevata “formalizzazione” ha essenzialmente lo scopo di nascondere, sotto complessi calcoli “economici”, gli scarsi supporti scientifici, di natura economica, delle teorie stesse, facendo sopperire alla scientificità matematica la lacunosità, l'aperta contraddizione ed inconsistenza scientifica delle teorie economiche proposte. 2 - Radcliffe-Brown, inserendosi nella disputa tra economisti “formalisti” e “strutturalisti”, affermava che le istituzioni economiche debbano essere studiate “da due diversi angoli visuali” (21): formalmente nei vari meccanismi economici (statici) e strutturalmente, ponendo in rapporto le “istituzioni economiche con le strutture sociali in atto”, ossia con la dinamica dei vari sistemi sociali e fasi statuali. Il mercato, specie nei sistemi capitalisti concorrenziali, determina, almeno in parte, i valori relativi ed assoluti dei beni o merci. Intervengono, in tale determinazione, i tassi di interesse ed i saggi di profitto, questi ultimi derivanti dallo sviluppo delle tecniche produttive. Nelle fasi feudali, i feudatari tendono a fissare i tassi di accumulazione, insieme agli altri parametri economici, come i prezzi dei beni, ma non vi riescono poiché non controllano la produttività, la quale scende progressivamente a livelli minimi, indipendentemente dalla loro azione (22). § 3: Monete e loro valore 1.1.1 - Gli economisti parlano del “numerario” come bene di cui è determinata la quantità unitaria e come tale è utilizzato nella determinazione dei valori relativi. Essi affermano che sia utilizzato nelle società da noi definite appartenenti alle fasi feudali (1), dove però il “numerario” non ha valore monetario reale, ossia non è mezzo di scambio mercantile ma unicamente mezzo di scambio a valore imposto e limitato ad alcuni beni, mentre per altri è semplice parametro di calcolo (2). Essi riconoscono come nelle fasi feudali si abbia utilizzazione del “numerario” al solo fine di calcolo (3). 1.1.2 - Il prezzo assoluto è definito dagli economisti come valore relativo di un bene espresso in termini di numerario, dove il valore relativo è il rapporto di valore tra due unità di beni diversi (4) ed è definito anche prezzo relativo. Ricardo definiva “valore di scambio” il valore relativo delle merci (5). E' evidente come il valore relativo non possa che essere il valore d' uso relativo e dunque come egli definisca “valore di scambio” quello che è in realtà solo e soltanto il valore d' uso, sia esso relativo od assoluto. 1.2 - Le svalutazioni monetarie rendono il paese che le attua maggiormente competitivo, in quanto rende più facili le esportazioni, anche se può generare ulteriore inflazione, dato il maggior costo delle importazioni. Con una situazione di forte divario inflazionistico con i paesi concorrenti, la svalutazione è indispensabile alla sopravvivenza di quel paese sul mercato. Lombardini affermava erroneamente che la distruzione di moneta cartacea non costituisca perdita per la collettività ma anzi accresca proporzionalmente il suo potere d' acquisto (6). In realtà la distruzione di moneta provoca una deficienza di domanda di entità equivalente. Si ha cioè lo stesso effetto dell' immobilizzo di denaro provocato da fenomeni feudaleggianti o comunque dei fenomeni che determinano le crisi da consumo. La legge di Say, afferma che il livello dei prezzi è proporzionale all' ammontare della circolazione monetaria (7). La supposta mancata validità di detta teoria, affermata dagli economisti accademici, si verificherebbe quando, aumentando i prezzi, si riduce il potere d' acquisto, diminuendo la produzione. Gli economisti ufficiali non tengono conto del fenomeno della messa in mora di denaro o di merce. Col mutare della circolazione monetaria, muta la distribuzione del reddito, in quanto varia in modo non uniforme il livello delle scorte (8). La mutazione della circolazione monetaria non è mai univoca col variare dei prezzi (9). 2 - L' inflazione può essere sintomo di crisi ciclica da produzione, essendo espressione di tesoreggiamento dal lato degli investimenti od incremento di investimenti improduttivi (che può manifestarsi, ad esempio, sotto forma di aumenti ingiustificati dei salari). Può manifestarsi altresì attraverso crescite abnormi di scorte, investimenti speculativi od esportazioni di capitali. Generalmente l' eccesso di inflazione è prodotta da: rigidità del mercato del lavoro, scarsa produttività del lavoro, rigidità della dinamica salariale, svalutazione del capitale investito, conseguente all' occupazione apparente od improduttiva (10). In situazione di forzature sociali, un' alta riserva di mano d' opera può provocare un' eccessiva intensità occupazionale in alcuni settori, creando occupazione fittizia o non produttiva, che tende a generare alta inflazione. Questa alta inflazione determina poi bassa intensità di capitale, ossia scarso ammodernamento tecnico, determinato anche da disaffezione. L' alta inflazione si configura infatti, in questo caso, come messa in mora di denaro dal lato della produzione, ossia del capitale. 3 - Se un dato paese basa la propria economia sul turismo e l' esportazione (anche finanziaria), allorché abbia una forte inflazione, come l' Italia degli anni '70 – '80, finirà per avere un cambio monetario costantemente sopravvalutato, poiché il turismo provvederà ad equilibrare periodicamente la bilancia dei pagamenti. Questo fatto danneggia, a lungo termine, l' esportazione industriale, finendo per creare una barriera insormontabile all'esportazione stessa di beni e servizi. § 4: Profitti e sviluppo economico 1.1.1 - I “fisiocratici” parlavano di superabilità del mercato, nozione dimenticata dagli economisti successivi. Essi, tra l' altro, riconoscevano i vantaggi, per l' uomo, del mercato stesso (1), concetto indigesto alla quasi totalità degli economisti accademici contemporanei. 1.1.2 - Gli economisti “fisiocratici” interpretarono il progresso come sviluppo (del benessere) (2). 1.2.1 - Per gli “economisti classici” i profitti sarebbero un “residuo”, poiché essi consideravano fissi i salari (3). Gli ideologi filo-feudali fecero derivare da questa concezione l' idea dei salari come variabile indipendente. I cosiddetti “classici” parlavano di progressiva diminuzione dei profitti ed affermavano che tale fenomeno avrebbe condotto ad uno “stato stazionario” del “sistema economico” (4). Questo dimostra come essi intuissero come l' evoluzione strutturale dovesse portare ad una crisi del mercato e della fase mercantile. Essi tuttavia, ad eccezione di Marx e J. S. Mill, si astennero dall' auspicare il superamento della società mercantile, poiché intuivano come dovesse essere deleteria la situazione che ne sarebbe seguita (5). 1.2.2 - Smith rilevava come il profitto provenga dal capitale circolante per effetto del mercato (6). E' dunque nel mercato che si genera il profitto. Egli identificava i mezzi di acquisizione della capacità lavorativa come la fonte dell' accumulazione di capitale, accumulazione che può fornire, o meno, profitti, in rapporto alla misura in cui la capacità lavorativa acquisita venga utilizzata (7). Charles Kindlebergher evidenziava come, ove vi sia elevata propensione al risparmio, una variazione della distribuzione a favore dei salari non abbia necessariamente effetti negativi sullo sviluppo (8). E' quanto è avvenuto, ad esempio, in Italia, negli anni '70, dove lo sviluppo si è praticamente arrestato, ma non per la modificazione della distribuzione a favore dei salari, ma per l' incipiente transizione alla fase feudale. L' assunzione dei rischi mercantili da parte dei commercianti giustifica i loro profitti. La sedicente “scienza economica” non analizza a fondo la natura di tali rischi, derivanti dall'irrazionalità del comportamento umano e dalla stessa natura dei bisogni di origine strutturale. I rischi da investimento, intrinseci all' indisponibilità degli investimenti industriali o commerciali e derivanti dalla svalutazione monetaria, giustificano gli interessi reali (9) ed i profitti non reinvestiti. Il profitto, nei sistemi capitalisti burocratici, consiste in uno spread di entità minima, necessaria per costituire un' incentivo minimale per evitare disinvestimenti, specie in campo industriale, mentre in sistemi più vitali della fase mercantile può raggiungere percentuali molto elevate. Di tale percentuale solo una parte può essere considerata incentivo al risparmio (il quale ultimo sarà necessariamente tanto più elevato, in percentuale, quanto più sarà ristretto il mercato e quanto più la meta-teoria dominante sarà favorevole all' incremento immediato dei consumi, in antitesi alla possibilità di incrementare lo sviluppo). L' insieme del profitto può avere un'utilizzazione finalizzata: al consumo od all' investimento produttivo o sviluppo economico. Il prevalere di ciascuno di questi elementi dipende dal grado di propensione al risparmio od all' investimento improduttivo, a loro volta dipendenti dalla meta-teoria prevalente. Il profitto, ossia la percentuale di risparmi aziendali, considerati profitto, differisce (per l' azienda) dagli interessi sul credito, unicamente in quanto questi ultimi hanno la necessità di recuperare l' inflazione, mentre i profitti costituiscono (detratte le imposte) remunerazione del denaro investito (spread, oltre l'inflazione effettiva) ed, oltre a questo, costituiscono un'espropriazione economica, costituente oppressione economica e sociale a danno dei lavoratori, quintessenza ed effetto della realtà strutturale storica. 1.2.3 - Marx affermava che il profitto aumenti con lo sviluppo o progresso tecnico, ossia con la crescita della “composizione organica” del capitale e con la tendenza ad accrescere la concentrazione industriale. In realtà l' andamento del profitto deriva dall' andamento del valore d' uso delle merci prodotte. La concentrazione industriale non cresce necessariamente con il progresso tecnico, ma solo con una data evoluzione delle strutture statuali. Il livello dei profitti industriali dipende dal livello di estensione del mercato in senso geografico ed in senso qualitativo (connesso al momento specifico dell' evoluzione della fase mercantile). I profitti, nelle società delle fasi mercantili, vengono generalmente reinvestiti, a meno che non vengano utilizzati per accrescere il tenore di vita del percettore od utilizzati, nelle società di transizione alla fase feudale, per rafforzare l' organizzazione feudale della società. Il profitto d' impresa, devoluto ai dividendi è il premio che si conferisce agli azionisti, come remunerazione del capitale prestato (10), che è devoluto in gran parte a nuovi investimenti, come riconoscono anche i “classici”, mentre il profitto destinato direttamente agli investimenti interni dell' azienda (11) è generalmente accantonato come riserva (o semplice risparmio) ed in seguito viene passato a capitale, con distribuzione gratuita di “azioni” od aumento del valore delle “azioni” stesse (12). Le aziende “mobilitano il risparmio per nuovi investimenti” (13), ossia emettono nuove “azioni” per realizzare nuovi investimenti. Il profitto netto viene distinto in: una percentuale di interessi ed un “profitto residuale” (14). Quest' ultimo, se positivo, costituisce il compenso del rischio. Gli ammortamenti dei capitali impiegati sono quote contabili che l' azienda devolve a nuovi investimenti od alla liquidazione di prestiti (15). Il fatto che il “sovrappiù” si realizzi materialmente nella produzione è incontestabile (16), mentre il luogo ove tale sovrappiù si esplicita od acquista valore è la distribuzione. E' infatti nella distribuzione che i beni acquisiscono valore e si stabiliscono i criteri di distribuzione propri di ciascuna società. Questo è riconosciuto implicitamente dagli economisti (17). I “marginalisti” misurano la scarsità dei fattori dalla “produttività marginale”, ossia dall' aumento di produzione ottenibile con l'aumento unitario della disponibilità del fattore stesso, ossia la scarsità misura il contributo alla produzione di ciascun fattore; ove la remunerazione dei vari fattori è proporzionale alla loro produttività o contribuzione alla produzione (18). Pareto e Walras definivano tutti i fattori che intervengono nel processo produttivo capitalistico, ossia gli elementi del rapporto di produzione dei sistemi capitalisti. La “teoria marginalistica” afferma che la produttività di un bene è il principio stesso della sua utilità. E', infatti, l' uso a conferire valore ai beni e dunque la produttività o profittevolezza di un bene è assimilabile ad un' uso particolare: l' uso voluto dal consumatore. Le merci in transito sul mercato sono profittevoli se il loro valore d'uso si accresce ad ogni passaggio di compravendita. Al contrario, se perdono valore, come pure può accadere, hanno esaurito la loro profittevolezza. Si può definire valore d' uso nominale il valore d' uso socialmente stabilito per un dato bene, relativamente ad altri beni, quando tale valore, espresso dal prezzo, diverga dall' utilità attribuita dall'utilizzatore al bene stesso, ossia dal suo valore d' uso reale. Così, ad esempio, il valore d' uso della capacità lavorativa operaia in genere o di certi settori di operai, attribuito attraverso l' azione esasperata del movimento sindacale, rappresenta il suo valore d' uso nominale, può divergere da quello reale, ossia dall' utilità reale di tale bene, rappresentato dalla sua produttività. Tale divergenza è dimostrata dal livello di disoccupazione, specie se questo supera sensibilmente il livello di disoccupazione fisiologico, definibile come piena occupazione. Il valore d' uso reale dei beni rappresenta l' incremento di benessere apportato dal bene stesso. Si può definire profittevole la merce il cui valore d' uso reale superi quello nominale, non profittevole la merce il cui valore d' uso reale sia inferiore a quello nominale. Sono definibili come beni non profittevoli quei beni che non hanno finalità mercantile, la quale ultima consiste nell' accrescimento del benessere. Gli economisti definiscono saggio di profitto il rapporto tra profitto e costo della mano d' opera. Tale saggio varia, quindi, in modo diverso dal profitto stesso, per quanto abbia un' andamento analogo a quest' ultimo. 2 - Witold Kula affermava che una bilancia commerciale attiva sia economicamente meno positiva di una bilancia commerciale negativa, in quanto la seconda determina un maggiore sviluppo economico rispetto alla prima (19). In realtà vi è un legame indiretto tra deficit della bilancia commerciale e spinta allo sviluppo. Infatti il deficit commerciale spinge a ricercare progressi nella produttività, al fine di superarne le conseguenze dirette, ossia la contrazione dei consumi. Peraltro la reazione può essere diversa: alla spinta alla contrazione dei consumi si può rispondere con ulteriore rilassamento produttivo, in una spirale recessiva. Si può dire, pertanto, che il deficit commerciale, in sé un fatto negativo, possa avere effetti benefici se stimola a superare gli squilibri di bassa produttività che l' avevano generata. Si può affermare che il mercato sia un meccanismo di tipo a-strutturale od in sé estraneo alla realtà strutturale statuale, per la sua essenza di incontro tra domanda ed offerta di beni, dove si stabilisce un' equilibrio dei reciproci desideri e bisogni. Inserito nella realtà strutturale statuale, acquisisce elementi di disumanità che non gli sono propri. Esso, inoltre, è adulterato spesso da elementi di feudalità presenti nella fase mercantile. E' inoltre adulterato dalla realtà strutturale statuale, pur nella sua fase aperta o mercantile, poiché i bisogni dei singoli sono determinati dalla loro posizione nella cultura sociale e nella stratificazione in classi. 3 - Gli economisti distinguono tra “funzione del benessere sociale” ed “indice di benessere” (20). Con la prima indicano una funzione di benessere correlata agli indici di utilità degli individui, ossia indicano una quantità misurabile da cui si fa dipendere l' utilità, non misurabile, che ne ricavano i singoli individui. Con il secondo si intende una funzione di utilità dell' individuo, ritenuta non misurabile, essendo funzione di quantità non misurabili: gli indici di utilità. Ossia gli economisti, con Bergson, ritengono risolvibile il problema dell' ottima distribuzione del reddito, senza presupporre la misurabilità delle utilità individuali (21). Nella realtà strutturale organico – stratificata esiste una misura ordinale dell' utilità, dunque non misurabile e non comparabile. 4 - L' aumento della produzione può non incrementare il benessere a breve, ma a lungo termine determina accrescimento del benessere, poiché l' accumulazione di mezzi di produzione (nel senso della loro crescita, piuttosto che nel senso della maggiore concentrazione) genera ineluttabilmente aumento di benessere a medio-lungo termine. Alcuni osservatori hanno evidenziato come possa esistere “crescita economica”, ossia crescita del Prodotto Interno Lordo, in assenza di sviluppo, ossia in assenza di crescita del tenore di vita medio della popolazione, indicatore più valido dello sviluppo produttivo. Esempio di crescita senza sviluppo era, ad esempio, l'“Urss” degli anni '80, di cui era sempre più evidente anche l' arretratezza tecnologica (22). § 5 - Cause dello sviluppo produttivo e socio-economico 1 - Gli economisti parlano di sviluppo in “età dell' oro” allorché il “saggio di crescita naturale” ossia la crescita produttiva corrisponda alla crescita demografica ed uguagli il “saggio di crescita garantita” (1), dove quest' ultimo indica la crescita di investimenti, ed eguagli il risparmio disponibile. Queste definizioni indicano la possibilità di realizzare un alto risparmio ed un corrispondente saggio di investimenti in presenza di un basso indice di crescita dei consumi, inferiore al crescere della produttività. Nella fase dell' accumulazione, che può definirsi estensiva, del capitale, si ha presenza di quello che il “marxismo” definisce “esercito di riserva”, che sopperisce al sempre crescente bisogno di mano d' opera. Filologicamente, rendita equivale ad “interesse” (2) su un capitale. Il canone di affitto, nelle società mercantili, non è quindi definibile come rendita, bensì come profitto, essendo conseguenza dell' investimento di un capitale (e non di un puro deposito finanziario). Lo sviluppo delle rendite, nei sistemi segnoriali, è connesso allo sviluppo produttivo, connesso a sua volta alla prima accumulazione del capitale finanziario (3). Nella fase di espansione di tipo intensivo si ha invece espulsione dal mercato del lavoro di mano d' opera non rispondente ai bisogni della produzione: tale espulsione può avvenire fuori dal mercato del lavoro (pensione, “ammortizzatori sociali” vari) oppure verso un' area di occupazione marginale (4). I paesi cosiddetti “sottosviluppati”, per poter realizzare un autonomo sviluppo produttivo tale da essere definito “autogeno” od “autocentrico” devono, oltreché puntare sull'esportazione delle loro materie prime, puntare sullo sviluppo dei mezzi fondamentali del soddisfacimento dei loro bisogni, ossia sviluppare il settore agro-alimentare, edilizio, industriale e dei consumi primari. Questo assunto è riconosciuto valido anche da economisti locali come Edem Kodjo (5). 2 - Data l' estrema variabilità, che ne determina l' incalcolabilità, del consumo annuo di capitale, e poiché l' ammontare degli investimenti non è direttamente correlato con lo sviluppo dell' impresa, il risparmio d' impresa non può essere connesso direttamente con la crescita del valore del capitale, in termini mobiliari. La crescita del valore del capitale è corrispondente, percentualmente, allo sviluppo del valore aggiunto, al netto di crescite derivanti da investimenti esterni. Il valore fondiario del capitale avrà un andamento autonomo rispetto al valore mobiliare del medesimo (6). 3 - Gli economisti tendono a ritenere che le guerre siano una soluzione alle crisi da consumo che si manifestano nei sistemi capitalisti. Le distruzioni generalizzate, prodotte da una guerra molto estesa, possono creare in realtà nuovi sbocchi mercantili. Tuttavia il mercato si sviluppa generalmente su basi completamente diverse (per esempio sullo sviluppo tecnico-produttivo) e le guerre possono creare restringimenti anziché ampliamenti delle potenzialità espansive del mercato, come dimostra, ad esempio, la “prima guerra mondiale” (restringimento dovuto ad esempio alla transizione che si produsse in Russia verso la fase feudale). Gli economisti tendono a considerare le prospettive di sviluppo del mercato connesse pressoché esclusivamente al suo ampliamento geografico, mentre in realtà il mercato si sviluppa anche in profondità, in relazione al progresso tecnico – scientifico ed allo sviluppo dei bisogni, connesso a tale progresso. 4 - La concezione keynesiana del moltiplicatore parte dal presupposto che il consumo generi sviluppo. In realtà a generare sviluppo sono il risparmio e l' investimento. Le somme investite nel tempo, moltiplicate per la produttività assoluta, determinano il tasso di sviluppo del sistema, al netto dell' inflazione e di eventuali tesoreggiamenti di denaro e di merce (od investimenti improduttivi) (7). Keynes attribuiva agli “spiriti animali” o volontà di agire, la determinazione dei periodi in cui prevale “il clima di fiducia”, che determina a sua volta l' impulso economico all' espansione (8). L'allocazione delle risorse è dunque sottesa a tali impulsi irrazionali. Jones e wolf evidenziavano come tra le condizioni dello sviluppo vi sia quella di un incremento demografico inferiore allo sviluppo produttivo. L' alto tasso di disoccupazione, l'espansione demografica moderata od i flussi migratori, determinano stabilità salariale nel tempo e quindi possono dimostrarsi fattori di sviluppo produttivo. Questi stessi fattori favoriscono un'elevata mobilità lavorativa intersettoriale. Al contrario la situazione di stabilità demografica e piena occupazione possono generare tensioni sul mercato del lavoro: in tale situazione, pur manifestandosi l' esigenza di un' elevata mobilità inter-settoriale, questa diviene problematica e squilibrata. L' eccessivo incremento demografico si caratterizza come un' aspetto dell' oppressione sociale, indotto dall'“interesse generale” o meta-teoria dominante, accolta acriticamente dai singoli. In presenza di elevata oppressione economica, sociale e politica ed elevati sfruttamenti: economico, sociale e politico, l' eventuale progresso tecnologico non si trasforma in “decollo” o sviluppo produttivo, rimanendo confinato a certi settori produttivi ed è quindi classificabile come crescita senza sviluppo. 5 - I “fisiocratici” ritenevano il “capitalismo” un meccanismo capace di realizzare il massimo sovrappiù ottenibile (9), ossia di realizzare il massimo sviluppo produttivo. Essi non ponevano però l' accento sulla capacità del “capitalismo”, o meglio del mercato, allorché abbia raggiunto il massimo di espansione, di incrementare i consumi, ossia di realizzare la massima soddisfazione possibile dei bisogni, in presenza delle strutture storiche, di cui lo sviluppo produttivo non è che un aspetto ed un sintomo. Napoleoni affermava che l' “economia signorile”, come egli definiva il sistema borghese (ed a maggior ragione la fase feudale) non permetta lo sviluppo economico (10). Implicitamente dunque, sulla scorta dello stesso Marx, riconosceva la superiorità delle società “capitalistico-borghesi”, le quali ultime sole consentono l'accrescimento dell' occupazione e del tenore di vita delle popolazioni. Negli anni '70 del XX secolo si diffuse in vari paesi, come l' Italia, il concetto ideologico di “variabilità di modelli di sviluppo”. Tale concetto mascherava egregiamente i comportamenti tesi ad annullare qualsiasi prospettiva di sviluppo, pur presentando tali comportamenti come fortemente “progressisti”. E' evidente che si abbia sviluppo economico quando si realizza un incremento della produzione di beni, materiali od immateriali, volto ad incrementare la soddisfazione, quantitativa o qualitativa, dei bisogni. Se non si può definire autentico sviluppo uno sviluppo solo settoriale e squilibrato, che può anzi prefigurare un' inviluppo, lo sviluppo si ha solo nei sistemi propri delle fasi mercantili, privi di forzature. La produzione, nei sistemi feudal-burocratici centralizzati, con gli sprechi causati dalla programmazione centralizzata e dalla distribuzione a mezzo dell' annona, determina sprechi tali da causare stasi o regressione economica endemica, pur in presenza di un vitale mercato mondiale, come avvenuto per l' Oriente in una nuova fase feudale, mentre in Occidente era ancora vitale il mercato (anni '50 – '60 del XX secolo e.v.). Ostellino notava come un'ulteriore ripresa di vitalità del mercato mondiale non potesse che determinare il superamento del sistema decadente dell' “U.R.S.S.” e di pressoché tutte le società che si trovavano in una nuova fase feudale (11). I paesi “sottosviluppati” od a prevalente funzione di consumo, devono poter accumulare capitale onde passare ad una fase di elevata produzione. La possibilità concreta che questo si realizzi dipende dal sistema sociale in atto e dalla meta-cultura del popolo interessato: disposizione al lavoro, all'intrapresa, ecc. Il rincaro del prezzo del petrolio verificatosi nei primi anni '70, pur potendo determinare un accumulo per molti paesi “sottosviluppati”, trovando spesso condizioni inappropriate allo sviluppo, non ha determinato alcuno sviluppo reale. Siro Lombardini auspicava, negli anni '70, un' assunzione di responsabilità della collettività a proposito dei tassi di accumulazione (12). Questo, in modo mediato dai “sindacati” e dai “partiti”, avviene nei sistemi capitalisti burocratici. Nei sistemi capitalisti concorrenziali ed oligopolisti avviene attraverso una meta-teoria condivisa dall' insieme della popolazione. Lo sviluppo produttivo avviene esclusivamente nelle fasi mercantili, mentre nelle fasi feudali si realizza unicamente una produzione a mala pena sufficiente alla pura sopravvivenza. Tale produzione avviene dunque in agricoltura, mentre ogni altra produzione, che non sia la produzione di armi, è abbandonata o ridotta al minimo. § 6: Risparmi ed investimenti 1 - Lombardini evidenziava come sia difficile scindere, a livello teorico, il denaro impiegato in funzione di capitale, dal capitale stesso. Infatti, da molti economisti il capitale vero e proprio continua ad essere considerato denaro puro e semplice (1). Vi è tuttavia differenza sostanziale tra il denaro ed il capitale, in quanto l' “azione” (delle “società per azioni”) ha una “quotazione” relativa al valore del capitale. La compravendita di “azioni” non è che una transazione di parti di capitale. Il denaro differisce nettamente, anche quando è utilizzato per acquistare capitale, dal capitale stesso (2). Il denaro investito in capitale è denaro risparmiato. Allorché viene investito diviene capitale ed acquista un valore diverso, connesso all' andamento dell'economia, oltreché ai corsi di borsa. Lombardini riconosceva come il commercio sia un' attività produttiva (3). Questa considerazione pare acquisita ormai da parte degli economisti non “marxisti” in senso stretto. Gli economisti, come Lombardini, riconoscono implicitamente come il valore dei beni sia dato dalle diverse piazze del mercato o dai diversi mercati merceologici in cui si trattano i vari beni, poiché affermano che “uguali quantità di lavoro impiegate a diverse distanze dal momento iniziale dell' attività economica costituiscono quantità economicamente diverse” (4). 2 - La presenza di margini di risparmio indica la piena soddisfazione dei bisogni strutturalmente creati, a meno che non si tratti di risparmio minimo, dovuto all'incertezza del domani (là dove non vi è sicurezza di continuità di reddito). La concezione dei “marginalisti” afferma che il risparmio ed il consumo si determinino contemporaneamente, essendo il risparmio un “consumo pianificato nel tempo”. In realtà però solo parte di tale risparmio risponde a bisogni diretti, essendo il consumo differito volto ad accrescimenti patrimoniali, rispondenti a bisogni secondari od indiretti. Keynes riconosceva come il risparmio sia determinato essenzialmente dal livello di reddito corrente (5) ed i bisogni legati al risparmio stesso (6). Kenen, Fareed e Keesing hanno costruito un modello secondo il quale il capitale non entra come fattore produttivo a sé stante poiché non è, in definitiva, che “l' elemento che permette di migliorare la qualità” (7) dei fattori produttivi originari, ossia: terra e lavoro. Il capitale non è altro che il frutto del risparmio sociale e quindi valore attuale di una pregressa capacità lavorativa riconosciuta ed a cui non è seguito un consumo immediato. Non può dunque essergli attribuita una produttività, a meno di determinare uno sfruttamento socio-economico. Ragnar Nurkse evidenziava come l'emulazione, da parte soprattutto dei ceti medio-alti delle popolazioni dei paesi in “via di sviluppo”, dei livelli di consumo e degli standards di vita dei “paesi sviluppati”, diminuisca il risparmio in quei paesi, pur col crescere del livello assoluto di reddito. Questo fatto determina il blocco, od il rallentamento, dello sviluppo in quei paesi, determinando così il crescere, od almeno il permanere, del divario di reddito tra “paesi sviluppati” e non, con la conseguente percezione del decrescere del livello relativo del reddito reale nei “paesi sottosviluppati”, almeno finché perduri il loro boom di sviluppo demografico (8). § 7: Sviluppo tecnico-scientifico ed evoluzione strutturale 1 - Marx parlava di “plus – valore assoluto” per l' utilizzazione del lavoro umano e “plus –valore relativo” per l' utilizzazione delle macchine. Affermava che il secondo si sviluppi massimamente nel momento del massimo fulgore di quella che noi abbiamo definito le fasi mercantili, poiché riteneva che lo sviluppo tecnologico sia frutto diretto della fasi mercantili. Quest' ultima concezione, tuttavia, finisce per distorcere la percezione dell' evoluzione statuale e della natura stessa della società statuale. 2 - Nelle fasi statuali mercantili le merci hanno unicamente il valore d' uso, stabilito dalla società e manifestantesi nel mercato. L' eccedenza del valore d' uso sul costo di produzione determina il profitto. Se il valore d' uso della capacità lavorativa aumenta rispetto al costo della mano d' opera, si realizza una spinta allo sviluppo tecnologico, che a sua volta determina un' ulteriore incremento di profitto. Lo sviluppo tecnologico tende a rallentare se il valore d' uso della ricerca e dell'evoluzione tecnologica tende ad essere molto maggiore del valore d' uso della capacità lavorativa operaia, ossia se la ricerca ha un costo eccessivo. § 8: Origine della produttività 1 - Smith identifica produttività con profittevolezza (1). Questo venne poi utilizzato a fini ideologici filo-feudali da Marx. Smith riconosceva come il risparmio si trasformi in capitale: direttamente (come investimento) od indirettamente (come capitale finanziario) (2). Anche Marx identifica, ai fini della propria ideologia, la produttività con la profittevolezza. In realtà produttivo può esserlo solo il lavoro, mentre profittevole può esserlo ogni tipo di bene, se come valori d' uso sono portatori di benessere, ossia di soddisfazione dei bisogni dei singoli. Marx e gli economisti “classici” identificavano il lavoro produttivo con il lavoro profittevole e parlavano di lavoro improduttivo come di lavoro servile o di natura feudale e quindi non profittevole. Parlavano poi di lavoro produttivo come di lavoro utile. Il lavoro profittevole è, in realtà il lavoro proprio delle fasi mercantili, mentre quello non profittevole è quello proprio delle fasi feudali e quindi del lavoro servile. Per lavoro produttivo si deve intendere il lavoro connesso alla divisione orizzontale del lavoro, mentre quello non produttivo è quello connesso alla divisione verticale, o lavoro connesso all' organizzazione gerarchica del lavoro e connesso alla sussistenza della società strutturale stessa. Marx ed i “classici” parlavano di lavoro profittevole per il lavoro che genera profitti e genera quindi incremento delle possibilità di lavoro. Nelle fasi feudali tende a scomparire il lavoro profittevole ed il lavoro improduttivo a prevalere in modo assoluto sul lavoro produttivo. Marx affermava che lavoro produttivo sia quello che si concretizza in un prodotto. Questo in quanto egli considerava parassitario il commercio o lo scambio in genere. Marx affermava che fosse profittevole anche il lavoro delle gerarchie produttive e sociali in genere. Questo è vero per le gerarchie produttive delle fasi mercantili, sempre meno o per nulla per le gerarchie sociali delle fasi feudali. Gli economisti “marxisti” affermano che non vi sia produttività del lavoro manuale, essendo l' utilità frutto del concerto tra lavoro manuale ed intellettuale. I “marxisti”, come l' insieme degli economisti, ritengono non superabile la divisione verticale del lavoro. In realtà, se la realtà strutturale statuale non consente di superare la gerarchia sociale, né la gerarchia organizzativa nella produzione, è tuttavia possibile ritenere realizzabile, anche indipendentemente dal superamento della realtà strutturale statuale, il superamento della distinzione tra lavoro manuale ed intellettuale e questo lo si intuisce col progredire dell' automazione e dell' informatizzazione. 2 - I “marginalisti” teorizzano l' “elasticità della domanda” (3), data dal rapporto biunivoco o reciproco tra la variazione della quantità domandata e la variazione percentuale del prezzo (4) od “effetto di reddito” (5), il che prova quanto sia falso il concetto secondo cui il prezzo sia dato unicamente dal costo di produzione (6). Gli economisti definiscono “equilibrio di mercato” la situazione in cui “la quantità che gli offerenti desiderano vendere al prezzo che si è stabilito è uguale alla quantità che allo stesso prezzo i richiedenti desiderano acquistare” (7) e definiscono prezzo di equilibrio il prezzo che si determina in tale situazione. Definiscono stabilità d'equilibrio il problema della determinazione dell' equilibrio tramite successivi aggiustamenti di prezzi. 3 - La legge di Say sull' uguaglianza tra reddito e prodotto impiegato, non è immediatamente riscontrata poiché gli individui utilizzano la moneta per i loro acquisti ed hanno perciò la possibilità di variare le scorte monetarie (8): il che non dimostra la fallacia della legge di Say, ma dovrebbe far riflettere sulle cause delle crisi cicliche a ciclicità ventennale. 4 - I “marginalisti” affermano che il mercato concorrenziale esista fintanto che i gusti dei consumatori si possano considerare predeterminati rispetto al processo produttivo (9), ossia se il consumo non è direttamente dipendente dalla produzione, almeno in modo meccanico e totale (10). Si può tuttavia ritenere che il consumo non sia mai direttamente conseguente alle scelte produttive delle imprese, sebbene nei sistemi capitalisti oligopolisti e manageriali le imprese abbiano una maggiore possibilità di influenza sui gusti dei consumatori. Gli economisti ritengono che l'accrescimento di dimensioni consenta “economie esterne”, soprattutto di tipo finanziario (11). In realtà il massimo sviluppo del mercato e dell' economia mercantile richiederebbe si realizzassero piuttosto associazioni aperte tra produttori, al fine di ridurre il costo dei fattori della produzione, favorendo così una crescita produttiva che sia al contempo reale sviluppo. A tal fine si deve evitare di influenzare i prezzi di mercato tramite le suddette associazioni, ricercando unicamente la massima produttività. In tal modo si eviterebbero gli effetti deleteri, sul piano del mercato come su quello dei rapporti di produzione, dell' oligopolismo, consentendo il massimo sviluppo produttivo, ossia la massima espansione quantitativa e qualitativa del mercato. L' associazionismo aperto costituirebbe così un modello di organizzazione consono al mercato, ed atto a realizzare il massimo sviluppo. Questo è realizzato massimamente del sistema capitalista concorrenziale consolidato. 5 - Il mutare del reddito dei consumatori, anziché agire direttamente sul livello dei consumi, agirebbe attraverso una modificazione del “livello di aspirazione” (12), ossia una modificazione nella valutazione del proprio ruolo nella società. Tale concezione, mentre diverge parzialmente dall' analisi dei “marginalisti” (13), dimostra la totale inconsistenza dell' analisi dei “classici”, i quali ritengono i consumi stabili od al massimo varianti in rapporto diretto con i redditi. Il concetto di livello di aspirazione può essere utile a determinare le cause dell' evoluzione delle strutture statuali. 6 - Per incrementare la produttività del lavoro l'imprenditore può sollecitare i lavoratori. Tale sollecitazione, se efficace, assume l'aspetto di un' innovazione tecnologica introdotta nel processo lavorativo e riguardante il fattore lavoro anziché i mezzi di produzione. Con il consolidarsi delle fasi statuali mercantili si attua un processo di sollecitazione della capacità lavorativa e dell'impegno dei lavoratori. Si crea così un' innovazione tecnologica nel lavoro, conseguenza della superiorità razionale delle fasi statuali mercantili e generatrice di sviluppo produttivo e del benessere collettivo. La produttività è enormemente più alta nelle fasi mercantili rispetto alle fasi feudali. Questo avviene anche a parità di tecniche e tecnologie impiegate, per la maggiore razionalità di organizzazione del lavoro. Vi è poi una maggiore intensità di lavoro. La maggiore razionalità dell' organizzazione del lavoro si trasforma essa stessa in un salto tecnologico. Il tempo di lavoro si dilata, con la transizione ad una fase mercantile, poiché la finalità del lavoro diviene esclusivamente mirata al benessere. La capacità lavorativa viene valorizzata e quindi incentivata e sviluppata. 7 - I “classici” criticano i “marginalisti”, poiché questi ultimi propongono un equilibrio alla fine di ciascun periodo produttivo, ossia fanno un' analisi uniperiodale, e non già un' analisi dell' equilibrio nel tempo (14). Vi è in effetti il problema della conservazione dell' equilibrio nel tempo, specie tra la crescita e l' aumento della popolazione. L' “analisi marginalistica” considera unicamente il tempo presente, in cui ingloba sia il passato che il futuro, il quale ultimo conta per l' aspettativa che se ne ha (15). Questi sono indubbiamente limiti notevoli dell' “analisi marginalistica” (16). I “marginalisti” evidenziano come l' impiego di ciascun fattore produttivo sia fatto dall'imprenditore fino al limite per cui la produttività marginale del singolo fattore eguaglia il suo costo (17). Così, per il fattore lavoro il salario, per la terra il profitto agrario, per il capitale il saggio di interesse. Raggiunto tale limite per un dato fattore, l' imprenditore può operare per accrescere quei fattori che non hanno ancora raggiunto tale limite, rispetto agli altri: questo è realizzabile attraverso la mutazione delle tecniche produttive, fornite dal progresso tecnico-scientifico (18). I “marginalisti” analizzano la formazione dei prezzi dei vari fattori nei termini delle leggi di mercato (19). Le industrie si distinguono per alto e basso livello tecnologico: alle prime corrisponde generalmente un basso livello di qualificazione operaia, a basso livello tecnologico corrisponde invece un alto livello di qualificazione operaia. Vi è poi la distinzione tra alto e basso livello di “labour seaving”: quì invece le qualifiche crescono in modo direttamente proporzionale col crescere del livello di “labour seaving”. In base a queste tipologie di industrie si articola, peraltro, la divisione internazionale del lavoro. 8 - Marx arrivava ad affermare che il capitale e non il lavoro sia produttivo. Questo dimostra come Marx considerasse, in realtà, la fase mercantile come fase progressiva. Il capitale è produttivo in quanto lo è il lavoro. La produttività dipende dal rapporto di produzione e di consumo in atto. 9 - Proudhon considerava la mutevolezza dei bisogni come fonte del divario tra valore d' uso o “valore utile” e costo di produzione. Se per costo di produzione si intende il valore delle capacità espresse nella produzione del bene scambiato, il divario tra prezzo relativo o valore d' uso e costo di produzione non dipende solo dalla mutevolezza dei bisogni ma dalla loro irrazionalità od origine strutturale. Proudhon affermava che il forzare l' uno o l' altro di queste misure (20), si qualifica come “una rapina” (21), qualifica morale quest' ultima che egli attribuiva a quelle che noi definiamo fasi feudali (22). Tale divario consiste nel merito del lavoro stesso, la cui iniqua attribuzione determina l' oppressione economica. Proudhon attribuiva gran parte di tale divario alla natura della produzione collettiva, il cui risultato complessivo supera la somma dei contributi individuali. La produzione di fabbrica si basa, infatti, sul coordinamento del lavoro di gruppo o di “equipes” di individui interagenti al fine di realizzare un risultato univoco. Questo fenomeno può essere definito esternalità positiva d' impresa. Tale esternalità costituisce uno degli elementi del predetto divario tra capacità espresse e meriti. Ma la fonte principale di tale divario consiste sempre più nella strumentazione tecnica, consentita dalle applicazioni tecniche e tecnologiche delle scienze fisico-matematiche: la tecno-scienza. Tale strumentazione costituisce il “capitale fisso” d' impresa. Il “capitale fisso” giustifica la concezione ideologica della “produttività” del capitale (23). Per il “capitale fisso”, poiché si tratta di risparmi investiti, i riparmiatori hanno diritto alla conservazione, nel tempo, del valore dei loro risparmi e dunque alla conservazione del valore reale ed alla salvaguardia dai rischi d' impresa e commerciali. Ulteriori meriti (produttivi) devono essere attribuiti, come tali, a chi presta attività nell' azienda e per l' azienda, a seconda delle capacità di conservazione del valore reale d'impresa. § 9: Valore d' uso relativo e valore d' uso assoluto 1 - Gli economisti definiscono il prezzo: “prezzo assoluto”, per indicare il valore relativo dei beni in termini di bene numerario o moneta, mentre per i valori relativi parlano di “prezzi relativi” (1). E' possibile teorizzare un valore d' uso relativo (utile per analizzare l' andamento del valore d' uso effettivamente attribuito alle merci, indipendentemente dalle variazioni del valore d' uso del denaro). Tale valore d' uso relativo è misurato dal prezzo relativo, costituito dal rapporto tra il prezzo assoluto di una data merce con il prezzo del prodotto di minor valore d' uso esistente sul mercato. Naturalmente il rapporto deve avvenire tra unità di misura omogenee delle merci (ossia equivalente rispetto alla misura di soddisfacimento del bisogno proprio di ciascuna merce). Così ad esempio si può raffrontare 1 Kg. di mele (prezzo assoluto = € 1,00) con, ad esempio, 1 Kg. di patate (prezzo assoluto = € 0,25). In tal modo il prezzo relativo delle mele sarà uguale a 4 e questa è la misura del loro valore d' uso relativo , mentre il prezzo assoluto indica la misurazione del valore d' uso assoluto di quella merce, calcolata con una data moneta, su un dato mercato, valore d' uso determinato in ogni caso socialmente, ma occultato dal livello di inflazione effettivo e dal cambio in quel luogo di quella data moneta. Nel corso delle fasi mercantili il valore d' uso assoluto del denaro tende a decrescere, ed il suo valore d' uso relativo tende anch' esso a decrescere, nonostante il crescere della produzione e della produttività e la stessa circolazione del denaro. Tale fenomeno è in parte determinato dal crescere del livello dei bisogni, accentuato dal crescere del divario tra livello dei bisogni e livello dei beni disponibili (fenomeni inflattivi, come conseguenza del crescere del lavoro improduttivo). Solo una grave crisi propria della ciclicità ventennale può determinare un' aumento del suo valore assoluto e relativo. Il valore relativo dei beni è determinato dal rapporto tra i valori d'uso, od utilità reale, tra i vari tipi di beni, presi unitariamente. Il valore d' uso assoluto è espresso dal prezzo in denaro ed è quindi dipendente dal valore di quest'ultimo, valore che si sovrappone al valore relativo dei singoli beni. Nel corso dello sviluppo delle società industriali il valore d' uso relativo dei beni, specie quelli della produzione industriale, tende a decrescere, a causa del crescere della produttività. Tale andamento è ancor più evidente se si confronta, anziché il valore dei vari beni tra loro, il valore dei singoli beni con la capacità media di consumo o potere d' acquisto medio. Quest' ultimo confronto è il più significativo per la determinazione dei valori relativi dei beni. 2 - Poudhon considerava fonte del valore l' utilità o bisogno del compratore (2), proponendo così la corrispondenza tra prezzi relativi e valori d' uso. Il valore delle merci è il loro valore d' uso. Il mercato agisce in funzione livellatrice del valore delle merci e ciò avviene in rapporto al mutamento del valore d' uso della merce, in rapporto alla quantità di essa presente sul mercato e non, come pretendeva Marx, in rapporto al minor dispendio di lavoro per produrre quella merce. Il valore stabilito nel prezzo è il valore nominale, mentre il valore reale equivale al valore d' uso, stabilito socialmente. Il valore nominale diverge dal valore reale o d' uso, per l'inflazione, particolarmente rilevante in particolari momenti storici. 3 - Adam Smith affermava che la rarità renda un oggetto prezioso e riconosceva come sia l' utilità a determinarne il valore (3). Questo contraddice la sua stessa teoria del valore, poi utilizzata a fini ideologici da Marx. Smith riteneva naturale rispetto all'uomo lo scambio ed affermava che dallo scambio nasca la divisione del lavoro (4), che pertanto sarebbe da considerare anch' essa naturale. Lo scambio mercantile o libero, come la divisione orizzontale del lavoro, non sono in effetti in contrasto con la natura, mentre lo sono le strutture sociali in cui sono inseriti. Egli affermava che all'origine del libero scambio vi sia il bisogno di persuadere e di comunicare. La comunicazione infatti è libero scambio di opinioni, mentre il bisogno di persuadere può contenere elementi di sopraffazione. Smith affermava che il prezzo di un bene è determinato da: 1        domanda o bisogno del bene stesso; 2        abbondanza o scarsità del bene in rapporto al bisogno che se ne ha; 3        ricchezza o povertà di chi richiede il bene (poiché la media della disponibilità di chi acquista determina la media dei prezzi). Tale concettualizzazione dimostra come il prezzo si identifichi con il valore d' uso. Sulla base delle teorie di Kurt Lewin sulla valenza, sul valore di soddisfazione e sul valore di consumo si può affermare che il valore d' uso di un oggetto o merce sia strettamente connesso con il suo valore di consumo. Pertanto valore d' uso relativo di un “bene” e suo valore di consumo si identificano, essendo però il primo termine riferito alla società in generale ed il secondo al singolo individuo (5). E' evidente come il mercato garantisca la massima soddisfazione possibile dei bisogni dei singoli. Ogni volta che si realizza uno scambio si ha una mutazione economica del bene scambiato (6), poiché muta la piazza, la quantità ed il tempo dello scambio. Questo contraddice la “teoria classica” e quella “marxista” del valore. Lewin riconosceva come i beni abbiano valore economico indipendentemente dal fatto che siano oggetto di scambio (7). La teoria del valore basata sul valore d' uso come unico criterio di valutazione delle merci non contrasta con l' artificialità della società mercantile e della società statuale in genere. Il valore d' uso non contrasta con i vari tipi di società statuale, pur variando il parametro d' uso e dunque di valore dei beni. Il valore d' uso dimostra la natura ingiusta in quanto ineguale dei valori attribuiti, strutturalmente, ai vari lavori. Nelle fasi mercantili ogni individuo può, con la sua azione e le sue scelte, influire sulla determinazione sociale del valore d' uso delle singole merci. Tale facoltà è data dalle libertà economiche. L' andamento del “potere d' acquisto” dei vari ceti sociali può modificare il costo della vita od inflazione. 4 – Smith distingueva tra prezzo nominale (o prezzo di un bene, espresso in una data moneta) e prezzo reale (o reale quantità di beni che si scambiano con il bene trattato) (8), la cui differenza è data dalla mutazione del valore d’ uso, o prezzo, del denaro (all’ interno di quello specifico stato, ossia in base all’ inflazione). 5 – Smith definiva “prezzo naturale” il costo di produzione del bene stesso e lo distingueva dal prezzo di mercato o valore d’ uso. Tale concettualizzazione diede lo spunto a Marx per teorizzare il “valore di scambio”. Smith, tuttavia, affermava che “prezzo naturale” e “prezzo di mercato” siano inscindibilmente connessi (9). Egli analizzò una casistica di dicotomia tra “prezzo naturale” e “prezzo di mercato” nei casi di ostacoli al libero mercato, come il protezionismo, i monopoli e la tassazione eccessiva. In tali casi non si ha però prezzo di mercato, essendo il mercato forzato o distorto. Il concetto di “prezzo naturale” risulta così nient’ altro che il riconoscimento della naturalità dei prezzi di mercato, in condizioni di assenza di ostacoli al mercato: la condizione di perfetta concorrenzialità. In luogo dello smithiano “prezzo naturale” si può teorizzare, più correttamente,il prezzo medio, indicante il prezzo di un bene, liberato dalle oscillazioni di mercato, come teorizzato dallo stesso Smith (10). 6 – La “valenza” (11) o valore d’ uso dei beni è il valore reale loro attribuito socialmente. Alcuni sociologi parlano poi di “valore di consumo” di quel dato bene, come della sua reale capacità di soddisfare i bisogni. Il divario tra “valenza” o “valore d’ uso” e “valore di consumo” si può definire oppressione di tipo sociale. 7 – Gli economisti si accapigliano sulla disputa intorno alla determinazione dei prezzi: se i prezzi siano determinati dall’ equilibrio tra domanda ed offerta o dai costi di produzione (12). Essi non si avvedono della vacuità della loro discussione. La domanda totale non è che la disponibilità totale di denaro, mentre l’ offerta totale non è che la quantità totale di merci prodotte e vendibili. La crescita o diminuzione del livello generale dei prezzi non fa che rispecchiare il divario che si crea tra denaro e merci (che di per sé dovrebbero equilibrarsi), potendosi tesoreggiare sia il denaro che le merci. Il denaro è tesoreggiabile allorché si determina un consumo mancato (od un accrescimento di stock di moneta disponibile), le merci sono tesoreggiabili allorché si attuino investimenti improduttivi (od accantonamento di scorte) o consumi improduttivi. Il prevalere di una delle due forme di tesoreggiamento determina rispettivamente crisi da produzione o crisi da consumi, che si alternano mediamente ogni dieci anni, in una ciclicità ventennale. Gli economisti invece parlano di domanda come di propensione all’ acquisto od al consumo, introducendo cioè un concetto metafisico. Parlano di offerta come di propensione alla vendita o produzione. Parlano di costi come di “valore di scambio”, ossia introducono un’ altra entità metafisica. Tali definizioni lasciano nel mistero l’ andamento dei prezzi. Volendo poi quantificare le entità metafisiche enunciate, adottano calcoli di alta matematica, finendo per identificare, di fatto, la propensione al consumo con il consumo effettuato e la propensione alla produzione con la produzione realizzata. In tal modo riescono ad obliare il fatto reale dei tesoreggiamenti o messa in mora di denaro o di merce, lasciando inesplicato l’ andamento produttivo e di consumo nonché dei prezzi. § 10: Mercato e teoria razionale del valore 1 - Con il superamento di quello che gli economisti definiscono “capitalismo classico”, il mercato finanziario assume un ruolo preponderante e quindi si accresce il divario tra risparmio ed investimenti (1). Gli economisti attribuiscono a questo fatto il prodursi delle crisi cicliche. Gli squilibri normali o frizioni (2) tra domanda ed offerta sono ripianati facilmente attraverso i meccanismi stessi del mercato (3), salvo il prodursi delle crisi, a cadenza decennale, derivanti dalla ciclicità ventennale. Gli economisti non distinguono con sufficiente chiarezza tra “squilibri strutturali”, connessi all' evoluzione dell' universo strutturale statuale e squilibri congiunturali o ciclici (4). 2 - La valutazione razionale del capitale di un' impresa è data dal valore di mercato di tutti gli investimenti effettuati, corretta da vari elementi quali: le prospettive di mercato del settore, il tempo della sostituibilità degli impianti, il grado di desuetudine o di innovazione degli impianti stessi, il tasso di utilizzazione media degli impianti o tasso di capitale in mora e la produttività del capitale umano. Il valore del capitale così calcolato sarà confrontato col denaro impegnato dagli investitori esterni, rivalutato in rapporto all' inflazione effettiva, ossia considerato l'investimento netto od esposizione netta. Tale confronto consentirà di stabilire lo stato di salute o di redditività della singola impresa. Il valore “borsistico” sarà confrontato col valore del capitale, per stabilire se si sia o meno in presenza di posizioni speculative. La redditività delle singole società consentirà di valutare l'operato degli amministratori e di tutti i responsabili dei fattori dell' impresa ed infine sarà la fonte della valutazione sociale dell' opportunità di far sopravvivere l'impresa. Considerata la parità tra investimento netto e valore del capitale ed equiparato al “valore borsistico”, i profitti realizzati, al netto dei necessari ammortamenti per la conservazione del valore del capitale, saranno considerati crescita netta dell' impresa. § 11: Rapporto tra capacità lavorativa e bisogni dei singoli 1 - Marx, nel libro terzo del “Capitale”, affermava che la caratteristica della società “capitalistica” non sia il pluslavoro, ma la sua trasformazione in capitale, che egli identificava con la sua appropriazione da parte dei “capitalisti”, anziché da parte dei “produttori associati” (1). Egli cioè stigmatizzava quello che noi definiamo sfruttamento ed oppressione di tipo sociale, che si manifesta anche nelle società di tipo capitalistico, seppure in modo non esclusivo né preminente. Egli auspicava un controllo sociale effettivo della produzione onde commisurarla qualitativamente e quantitativamente al “bisogno sociale reale” dei singoli produttori (2). Egli, cioè, auspicava, teoricamente, una società ove cessasse l' oppressione sociale, ossia la distorsione della soluzione del problema allocativo delle risorse. Tale società egli la definiva “seconda fase del comunismo”, mentre nella “prima fase del comunismo”, sebbene egli immaginasse che “il lavoratore stesso si appropri del suo pluslavoro, dell' eccedenza dei valori che egli ha creato sull' eccedenza dei valori che egli ha consumato” (3), come egli affermava nelle “Teorie sul plusvalore”, si supererebbe solo quello che noi definiamo sfruttamento sociale ed economico. Lo sfruttamento di tipo economico sarebbe superato in quanto la distribuzione sarebbe regolata secondo “l' esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni”. In questa supposta seconda fase si supererebbe anche quella che noi definiamo oppressione economica, poiché i lavoratori potrebbero decidere della “parte della produzione comune consumabile individualmente” (4). Egli tuttavia ritenne che il pieno superamento di quello che noi definiamo sfruttamento economico non possa avvenire che in conseguenza del superamento del lavoro materiale e lavoro irrazionale in genere. Ossia, quando il lavoro sarà il “campo dell' autorealizzazione della personalità umana”, ossia un lavoro espressione dell' autorealizzazione e quindi coerente con i bisogni, potendosi così realizzare la “ripartizione secondo i bisogni” (5). Egli, in tal modo, finiva per collocare la “seconda fase del comunismo” in un futuro che egli intuiva assai remoto se non del tutto utopistico e descriveva anche la sua ipotizzata “prima fase del comunismo” come una società (che egli considerava) del tutto irreale ed irrealizzabile. 2 - Contrariamente a quanto affermato da Erich Fromm, il quale diceva che l' essere sia evidenziato dalle capacità espresse, mentre l' avere sia commisurato ai bisogni, e dunque supponeva esservi un divario tra le due entità, non vi è divario tra capacità espresse e bisogni autentici manifestati (6). Il rapporto diretto che si instaura necessariamente tra capacità lavorativa e bisogni è dovuto alla connessione di entrambi alla capacità intellettiva. L' espressione effettiva della capacità lavorativa ed il valore attribuito al risultato di tale espressione di capacità, possono essere a loro volta, connessi col grado di socialità. La capacità intellettiva si distingue in: capacità pratica (diversa dalla capacità di attività manuali), capacità razionale – conoscitiva e capacità affettiva. Vi è un grande divario tra desideri e capacità reale di consumo, analogo al divario tra desiderio di fare e capacità lavorativa realmente espressa o tale quale il soggetto è in grado di esprimere. Vi è invece una corrispondenza automatica tra capacità effettiva di fare e capacità reale di consumare. La fondatezza del rapporto inscindibile tra capacità e bisogni è evidenziata da un esperimento, condotto negli anni '80 in alcuni ospedali psichiatrici Usa, come ad esempio a New York, dove venivano date ricompense in base a capacità progressivamente acquisite e tali ricompense parevano soddisfare bisogni progressivamente crescenti dei soggetti, dimostrando altresì l' incidenza che tali ricompense avevano nello stimolare l' acquisizione di nuove capacità, sebbene in tali esperimenti non si tendesse a realizzare l' equilibrio tra capacità acquisite ed entità della ricompensa. Se il principio aristotelico teorizza una generale e generica eguaglianza tra capacità espresse e bisogni, occorrerà distinguere i bisogni e le capacità di origine strutturale dalle capacità e bisogni di origine interna ai singoli individui. Ogni individuo trova, inoltre, un proprio equilibrio tra bisogni di tipo materiale e bisogni di tipo immateriale, il quale rispecchia un analogo equilibrio tra le capacità materiali, richieste dalla tecnica produttiva e comunicativa in atto. Il valore d' uso delle capacità lavorative espresse è eguale ai bisogni effettivi di quel dato individuo. Il divario tra capacità espresse e bisogni manifestati, nella realtà strutturale, è dovuto al fatto che, mentre dal lato delle capacità la maggior parte delle persone non riesce ad esprimere che in minima parte le capacità possedute, dal lato dei bisogni la semplice espressione dei desideri è confusa con i bisogni manifestati, mentre con quest' ultimo termine si dovrebbe intendere l' effettiva capacità di godimento dei beni. La corrispondenza di fondo tra capacità espresse e bisogni espressi è evidenziata dalla constatazione di una diminuzione dei bisogni in corrispondenza delle diminuzioni, in seguito a patologie, delle capacità espresse, almeno ove tale riduzione di abilità sia permanente. Questo, anche se la soddisfazione dei bisogni più elementari può divenire molto oneroso, per tali soggetti. 3 – Gli economisti accademici sostengono la tesi secondo cui la crisi del mercato ed il suo successivo superamento siano determinati dal venir meno della capacità di consumare tutto quanto l' incremento della produzione consente di immettere sul mercato. E' questa la tesi prevalente tra gli economisti e gli storici. E', invece, evidente come forti progressi della tecno-scienza generino salti nella capacità e volontà di consumo da parte delle popolazioni. 4 - Il principio aristotelico dell' equivalenza, in ogni individuo, tra bisogni e capacità, costituisce la premessa di validità del principio “socialista”: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Tale principio, se effettivamente posto a base di una società attuerebbe quantomeno l' equità sociale, consentendo di dare ad ognuno l' equivalente di quello che egli stesso ha dato, realizzando una società equa. Tuttavia, poiché nessuna società sarà mai autenticamente razionale se non si baserà sulla scienza dei bisogni e della natura umana, non è escluso che al di là delle apparenze di un equilibrio tra capacità e bisogni di ogni singolo individuo, vi sia una effettiva discrepanza tra i bisogni e le capacità o l' oblatività dei singoli. In tal caso, la documentabilità di una tale naturale discrepanza, condurrà alla realizzazione di un nuovo equilibrio sociale basato sulle effettive propensioni naturali dei singoli, il quale sarà un equilibrio razionale, se basato su un contratto esplicito e cosciente o coscientemente accettato e modificabile nel tempo, al modificarsi delle propensioni dei contraenti (7). Il principio: “dare secondo le proprie capacità ed avere secondo i propri bisogni”, oltre a consentire l' equità sociale, consente di conoscere e valutare correttamente i reali bisogni dei singoli, essendo comparati esattamente alle capacità effettivamente espresse, mentre in genere sono di difficile conoscenza per gli stessi soggetti. Si può ipotizzare che in un individuo equilibrato vi sia una corrispondenza di fondo tra le sue doti mentali o capacità generali potenziali ed i suoi bisogni effettivi complessivi. Analogamente vi sarà una corrispondenza tra capacità manifestate, nei vari campi dell' agire umano, ed i vari generi di bisogni del soggetto. Così, vi sarà corrispondenza tra capacità professionali manifestate e bisogni materiali. Inoltre vi sarà corrispondenza tra capacità effettive manifestate e bisogno di conservazione della capacità produttiva realizzata e tra questo bisogno e la capacità della soddisfazione di questo stesso bisogno. Analogamente vi sarà corrispondenza, nei campi delle relazioni interpersonali o dei rapporti sociali, tra capacità operative e creative e rispettivi bisogni, nonché tra i corrispondenti patrimoni (in termini di capacità) acquisiti e bisogni e capacità conservative. Può esservi, nei vari momenti della vita di ogni individuo, uno squilibrio tra bisogni e capacità. In realtà, in gioventù, gli individui hanno vasti desideri e pochi bisogni cristallizzati, analogamente alle scarse capacità e vasti desideri di fare, oltreché di essere. Nell' età adulta e nella maturità, analogamente alle vaste capacità vi saranno vasti bisogni cristallizzati. Con la vecchiaia i bisogni decrescono col decrescere delle capacità espresse. L' equilibrio tra bisogni e capacità espresse è dunque presente nella vita umana, in generale. Si può ipotizzare che i bisogni non siano commisurati alle capacità lavorative espresse, in ogni particolare momento dato, ma soprattutto alla volontà effettiva ed all' impegno reale ad acquisire un dato livello di capacità. La raggiunta piena razionalità dei comportamenti umani, condizione teoricamente e finalisticamente realizzabile, determinerà la piena razionalità del rapporto di scambio, in ogni ambito dei bisogni e delle capacità espresse, siano esse di tipo materiale od immateriale. Si avrà quindi la razionalità in tutti i rapporti umani, i quali sempre sono di produzione e/o scambio di beni di ordine materiale o sociale. 5 - L' irrazionalità presente nel comportamento umano, a tutti i livelli ed in ogni campo, determina lo sfruttamento e l' oppressione sia in campo economico, sociale e politico. Il mercato è una bilancia che consente di misurare i bisogni e rapportarli ai beni che si presentano sul mercato stesso. Se i comportamenti sono irrazionali, così nell' espressione dei bisogni come nella produzione di beni, il mercato non può che registrare tale irrazionalità, senza attenuarla od accentuarla. 6 - Avendosi la distribuzione con metodi feudali, saranno misurati non i bisogni e le capacità espresse dai singoli ma i bisogni della casta dominante ed il grado di fedeltà a questa, espressa dalle caste sottomesse attraverso la produzione e messa a disposizione dei beni. Per tale forma di distribuzione è assolutamente inadatto il mercato. § 12: Capacità lavorative possedute e capacità lavorative espresse 1 - Le capacità lavorative possedute sono diverse dalle capacità lavorative espresse per i limiti alla razionalità frapposti dalla realtà strutturale (1). Le potenzialità psico-fisiche e le capacità possedute da un individuo riguardano essenzialmente l'individualità del soggetto, mentre ciò che egli fà, ossia l' estrinsecazione delle sue capacità, oltre a riguardare la socialità del soggetto, riguarda la società nel suo insieme. E' bisogno fondamentale del soggetto l' auto-realizzazione piena di sé stesso, ossia l' espressione compiuta delle capacità acquisite. Oltre alla professionalità, necessaria come preparazione tecnica ad esercitare un determinato ruolo, gli individui necessitano di una particolare abilità connessa al proprio status o collocazione all'interno della gerarchia sociale. L' espressione di tale abilità compensa spesso il mancato pieno esercizio delle capacità psichiche o manuali acquisite, per la natura del particolare lavoro che l' individuo è costretto a compiere. Il divario tra la conoscenza acquisita dagli individui e la loro capacità di applicazione di detta conoscenza alla realtà concreta dipende da molti fattori, quali: il senso pratico, le capacità psichiche del soggetto, ma soprattutto l' irrazionalità della realtà strutturale storica, essendo quest' ultima basata sull' inganno e sull' impostura. Analogo divario si manifesta sul versante dei bisogni, poiché i bisogni che giungono alla coscienza dei singoli presentano un divario con la manifestazione che gli stessi individui fanno dei loro bisogni. Anche in questo caso agiscono cause di ordine psichico e psicologico, ma soprattutto di ordine strutturale. La distinzione più precisa tra “essere” ed “avere” sta, oltre ai vari tipi di sfruttamento ed oppressione, nel divario tra capacità intellettive e possibilità concrete (intrinseche ed estrinseche all'individuo) di realizzazione od espressione di tali capacità. Il divario tra le potenzialità e le capacità effettivamente realizzate e quelle realmente esternate o manifestate è conseguenza dell' innaturalità ed imperfezione della realtà strutturale storica e costituisce un limite alla piena realizzazione dell' essere di ciascun individuo. Il divario tra capacità lavorative possedute e capacità lavorative espresse può derivare anche da irrazionalità del soggetto o blocco emotivo od impedimento nella soddisfazione dei desideri endogeni. 2 - Si può ipotizzare, a priori ed a livello potenziale, che i bisogni umani siano pressoché uguali per ogni individuo, mentre le capacità espresse divergono grandemente, date le diverse predisposizioni, innate od acquisite e la forza o capacità di applicare le predisposizioni e le capacità acquisite. Data la limitazione delle risorse non è però possibile ipotizzare un criterio distributivo più equo di quello basato sulle capacità espresse, anche perché il bisogno, pur ipotizzato tendenzialmente eguale in ogni individuo, diviene effettivo solo se si manifesta e diviene cosciente in rapporto al grado dell' attivarsi della psiche, la quale attivazione sarà segnalata tanto dal manifestarsi delle capacità quanto dal manifestarsi dei bisogni. Se dunque potenzialmente i bisogni si possono ipotizzare uguali per ogni individuo, analogamente l' eguaglianza psichica può consentire di acquisire e manifestare eguali capacità espressive. Finché vengono manifestate in modo difforme, in modo altrettanto difforme devono essere distribuiti i beni, siano essi beni di tipo materiale od immateriale. 3 - La misura delle capacità lavorative di ciascun individuo si può valutare equamente poiché ha un effettivo valore d'uso o prezzo. Si può valutare equamente tenendo però conto del valore d' uso della capacità lavorativa effettivamente espressa, tendendo costantemente ad uniformarla alle capacità lavorative possedute. 4 - Spencer, come Marx, ritenne che la meccanizzazione riducesse il valore d' uso (che Marx definiva “valore di scambio”) dei prodotti. Questo avviene, nella realtà, solo per cause indirette, dato l' incremento quantitativo dei prodotti disponibili. Questo fatto non danneggia il lavoratore poiché il valore d' uso della sua capacità lavorativa (socialmente determinato) rimane pressoché invariato, pur con il crescere della gerarchizzazione tecnico-produttiva in fabbrica la quale, se da un lato porta ad utilizzare solo una parte della capacità lavorativa dell' operaio, d'altro canto l'operaio ricava un beneficio dal diminuire del valore d' uso delle merci, potendo consumare in misura maggiore, pur ricavando un maggior disagio dal crescere della divisione verticale del lavoro (2). Vi è una differenza tra valore d' uso delle merci prodotte da un determinato individuo ed il valore d' uso delle capacità lavorative possedute da quello stesso individuo (al di là del fatto che vi è un grande divario tra le capacità lavorative possedute e quelle effettivamente espresse). Il valore d' uso delle merci prodotte ed il valore d' uso delle capacità lavorative espresse divergerebbero anche in assenza di sfruttamento ed oppressione economici. Rawls distingueva tra frutto del lavoro individuale e frutto collettivo del lavoro, evidenziando l' effetto moltiplicativo dell' attività collettiva. Questa distinzione adombra la distinzione tra capacità di lavoro e capacità produttiva. Egli propose infatti per la prima una distribuzione commisurata alle capacità individuali e per la seconda una distribuzione egualitaria “a meno che una distribuzione diversa non sia vantaggiosa per i meno favoriti” (3), adombrando così una distribuzione della responsabilità sociale, commisurata alla capacità di sopportazione della responsabilità stessa. Occorre distinguere tra capacità lavorativa espressa e risultato dell' espressione di tale capacità. La prima è valutabile nel tempo, in quanto variabile in base al variare dell'impegno lavorativo e psicologico. La seconda, deriva dalla valutazione attribuita, in termini di valore d'uso, dai consumatori, al prodotto del lavoro. Tale valutazione è determinata non solo dal valore delle capacità lavorative realmente espresse (o merito lavorativo) ma anche dal merito del prodotto realizzato (merito produttivo). Tale ultima forma di meriti costituisce la base dell'attribuzione della responsabilità del capitale accumulato, in una società basata sull' equità, poiché il differenziale tra capacità lavorative espresse e valore delle merci prodotte e vendute costituisce l'essenza dei profitti e dunque dell' accumulazione di capitale. L' accumulazione di capitale costituisce la base della valutazione delle responsabilità, in base appunto ai meriti per la realizzazione del prodotto o meriti produttivi. § 13: Meriti di tipo strutturale e meriti razionali e loro relazione con le capacità espresse 1 - Le capacità espresse dagli individui sono definibili come meriti lavorativi o personali. Essi sono diversi dai meriti operativi o produttivi, consistenti nel frutto effettivo del lavoro. Le capacità espresse ed i bisogni, di qualsiasi genere, ineriscono al piano economico, mentre le responsabilità operative, conseguenze dei meriti produttivi acquisiti, ineriscono al piano sociale. 2 - I meriti degli individui furono definiti da J. J. Rousseau come “favore” (1). I meriti personali a cui egli si riferisce consistono, in realtà, nelle capacità personali manifestate o manifestazione dell' essere (2), che egli distingueva nettamente dal valore della produzione, da lui definito “servizi effettivamente resi” (3). Nell'universo strutturale statuale la ricompensa, quando è maggiormente equa, si basa sul “merito”, dove per “merito” si intende la proporzionalità della retribuzione con la produttività del soggetto. Tale “produttività” del singolo dipende, in realtà, solo in parte dalle sue capacità espresse e dall' impegno profuso nel lavoro, dipendendo prevalentemente dalla valorizzazione che assume il frutto del suo lavoro, in modo del tutto avulso dalle capacità che egli ha espresso. Si scambia, infatti, la sfruttamento con l' oppressione, in modo da salvaguardare e perpetuare sia l' uno che l' altro. Il merito operativo o produttivo, secondo la nostra definizione, equivale ai frutti della casualità connessi al lavoro, ma soprattutto all' irrazionalità ed incontrollabilità delle scelte di consumo. 3 - La responsabilità è l' esercizio di un bisogno: il bisogno di conservazione, derivante a sua volta dal desiderio di sopravvivenza. Gli oggetti su cui si esercita la responsabilità sono lo strumento di espressione del suddetto bisogno. La soddisfazione di tale bisogno sta nel successo dell' azione conservativa, che garantisce la continuazione dell' esercizio della responsabilità e quindi la soddisfazione del desiderio di sopravvivenza. La responsabilità attiene all'espressione del merito operativo, la cui attribuzione corretta evita il costituirsi dell'oppressione, nelle sue varie forme. La responsabilità consiste anche nel bisogno di progresso nella manifestazione del proprio essere. Il progresso non è tuttavia disgiungibile dalla conservazione di quanto realizzato in precedenza ne delle proprie facoltà, che includono la possibilità del progresso stesso. La corrispondenza tra meriti operativi del soggetto ed i suoi averi (in ogni campo dell' azione umana) renderebbe gli eventuali divari tra coscienza e comportamento non più generatori di rimorsi ma prevalentemente di spinta propulsiva verso più elevate mete morali, nel comportamento dei singoli. La capacità di sopportazione della responsabilità della conservazione ed implementazione dei beni sotto il proprio controllo, varia da individuo ad individuo. 4 - Ciascun individuo può raggiungere uno stadio di maturazione tale da renderlo pienamente responsabile di sé stesso e di tutto ciò che concerne la propria vita ed il proprio avvenire. Questo stadio può essere indicato come piena maturità adulta del soggetto. 5 - Un aspetto di quello che abbiamo definito oppressione e che assume i seguenti aspetti: economica, sociale e politica, consiste nel negare a ciascuno il rispetto che gli è dovuto, concretizzantesi nell' indifferenza o nel disprezzo del valore del “sistema di fini” di ciascuno o “senso del proprio valore” (4) che ogni individuo attribuisce liberamente a sé stesso. La mancata autonomia dei singoli di determinare i propri bisogni ed il mancato riconoscimento della capacità di responsabilità economico – sociale è un aspetto dell' oppressione economica e sociale attuata dalla realtà strutturale storica. 6 - I meriti operativi, depurati dalle oscillazioni economiche dovute al comportamento irrazinale dei soggetti, indicano la capacità di responsabilità dei soggetti stessi.


PARTE III: Dinamica evolutiva della realtà strutturale storica. Indici del Cap. 17: Universalità o “globalità” della realtà strutturale storica § 1: Universalità dell' evoluzione strutturale storica 1 – Universalità provvisoria dell' universo strutturale statuale e sua evoluzione pressoché contemporanea nelle varie parti del mondo. 2 – Specie animali e realtà strutturale di tipo pre-statuale. 3 – Evoluzione e progresso strutturale e progresso della comunicazione interpersonale. 4 – Riconoscimento dell' esistenza di un modello strutturale universale, specie per l' universo strutturale statuale e per la sua evoluzione, seppure con tempi e modalità diverse da luogo a luogo. § 2: Autonomia dell' evoluzione della realtà strutturale statuale 1 – Involontarietà od ineluttabilità dell' evoluzione delle strutture statuali, al di là delle forzature. 2 – Opzionalità della realtà strutturale statuale solo col sorgere di un' alternativa praticabile ad essa. § 3: Giustificazione delle società strutturali storiche 1 – Giustificazioni mitologiche ed ideologiche della realtà strutturale storica. 2 – Giustificazione effettiva del permanere dell' universo strutturale statuale. 3 – Giustificazione delle società post-strutturali.

III PARTE CAP. 17: Universalità o “globalità” della realtà strutturale storica § 1: Universalità dell’ evoluzione strutturale storica 1 – Gli stoici teorizzano il cosmopolitismo. Questo deriva loro dal riconoscere l’univocità dell’ evoluzione storica (1). Hobbes riconosceva la validità globale della realtà strutturale storica ed alla logica di tale realtà egli attribuiva il concetto di “leggi naturali” (2). Immanuel Kant definiva “possibile” tutto ciò “che s’ accorda colle condizioni formali dell’ esperienza” (3) e che esiste “necessariamente” ciò “la cui connessione col reale è determinato secondo le condizioni universali dell’esperienza” (4). Riconosceva cioè l’ universalità (provvisoria) della realtà strutturale, connessa, secondo lui, alla stessa natura umana. Kant affermava che tutta la realtà sottostia a regole o leggi necessarie ed univoche o tali da conferire un’unitarietà alla realtà stessa (5). Egli quindi si rendeva conto della sostanziale unitarietà della realtà strutturale storica. Toynbee riconosceva l’ influenza reciproca intercorrente tra “civiltà” contemporanee e riconosceva la sostanziale unitarietà della storia, almeno per quanto riguarda quello che definiamo l’ universo strutturale statuale (6). 2 - Franz Boas affermava che gli animali abbiano in comune con l' uomo “molti fenomeni della cultura materiale” (ossia la conoscenza) e delle relazioni sociali (ossia la natura delle strutture) e presentino “fenomeni paralleli agli abiti sociali dell'uomo”. Tuttavia egli non osava affermare che essi abbiano una cultura (forse temendo il ridicolo, da parte delle persone impregnate di pregiudizi antropocentrici). Ma i pregiudizi sono mutati dall' epoca di Boas: oggi (di fronte alla nuova religiosità animalista) si rischia forse di più il ridicolo se si negasse che gli animali abbiano una loro cultura, sebbene non ancora di tipo statuale. Boas notava come specie simili presentino differenze sociali sostanziali: alcune strutturate ed altre no. Nella sua analisi dettagliata delle società animali (7) allargava il campo delle società strutturali agli insetti : formiche, api e vespe ed animali inferiori in genere, evidenziando così come gli universi strutturali pre-statuali quali l'orda e la società tribale non richiedano una vasta comunicazione interpersonale e dunque possano esistere anche tra gli animali inferiori: dove il livello di capacità intellettiva non è così inferiore come piace pensare agli esseri umani. Notava come la differenziazione e l' evoluzione degli “abiti sociali” sia diversa rispetto alla differenziazione ed evoluzione bio-fisica. Il che dimostra come si tratti di due ordini di fenomeni diversi e non interconnessi, come egli era costretto ad ammettere. Egli notava come il comportamento stereotipizzato riscontrabile nelle società degli animali inferiori non derivi da istintualità comportamentali (come si riteneva), bensì dal tipo stesso di strutture sociali realizzate. Infatti, anche quando tali strutture sono realizzate dagli esseri umani, si nota una pressoché uguale generalizzazione e stereotipizzazione del comportamento, se non per quanto riguarda la maggiore differenziazione locale del linguaggio dovuta alla tradizione. Lo stesso Boas notava il parallelismo tra universi strutturali pre-statuali e società animali, sebbene avesse avuto qualche remora a definirle uguali. Boas riconosceva che la generalizzazione di determinati tipi di società dipenda, in ultima analisi, dall' evoluzione interna delle singole società. Tale conclusione non discende dall' eguaglianza tra gli esseri umani, che egli peraltro riconosceva e ne fece la ragione di base, né discende da un' ipotetica eguaglianza tra esseri umani ed altre specie animali (che egli avrebbe rifiutato inorridito), ma da condizioni esteriori, tali da determinare un medesimo processo ovunque. Vi è dunque una logica strutturale che gli esseri viventi, ad un dato stadio della loro evoluzione psichica, non possono evitare di adottare e che possiede una sua logica interna che ne determina l' evoluzione, al di là ed al di fuori del controllo e della coscienza di chi ne è partecipe. 3 - Franz Boas notava come nell' America pre-colombiana, così come in Asia e nel vecchio mondo, per la specie umana, si siano verificati fenomeni tra loro analoghi: si realizzò l' universo strutturale statuale attraverso una metamorfosi laboriosa, a partire da universi strutturali pre-statuali. Boas contestava l' affermazione, allora come oggi in voga, di una evoluzione dalla semplicità alla complessità. Egli citava, a tal proposito, i casi della lingua, dell' arte e del sistema famigliare che, partendo da un'originaria complessità si andò via via semplificando. Il linguaggio in modo particolare si è andato semplificando al fine di agevolare la comunicazione nella sua complessità infinita. Egli affermava inoltre che la coerenza logica e psicologica siano invece progredite in parallelo con l' evoluzione strutturale. Questo assunto appare pretestuoso ed erroneo. La verità è che non vi è alcuna connessione diretta tra il progresso tecnico – scientifico – conoscitivo e l' evoluzione strutturale e neppure è ipotizzabile una relazione stretta tra sviluppo delle capacità psichiche ed universi strutturali in atto, ove si escluda l' universo strutturale statuale di cui non si conoscono esemplari tra le specie pre-umane, sebbene non possa essere del tutto escluso a priori come possibilità. 4 - William James affermava esservi una sostanziale unitarietà della cultura umana, pur in presenza di differenziazioni marginali (8). James affermava esservi una parziale libertà od autonomia degli aspetti parziali o particolari dalla totalità della realtà, considerata come unità (9). Questo si verifica essenzialmente nella variabilità dei sistemi sociali di ciaascuna delle due fasi dell' universo strutturale statuale. Wissler esprimeva il concetto di “modello culturale universale” per indicare la totalità delle strutture storiche o modello strutturale universale (10). Lo storico S. A. Dange, criticato da molti orientalisti, rintracciava nella storia dell' India le “fasi classiche schiavistica e feudale” (11), dimostrando come le accuse di schematismo siano pretestuose. Vi possono essere peculiarità per la storia di ogni popolo, ma questo non inficia la generale universalità del percorso strutturale, comune persino con altre specie viventi. R. Jardine affermava che non sia possibile ritenere unilineare la storia dell' umanità perché esistono obiettive “difficoltà di rinvenire, nel passato di ogni popolo, una fase caratterizzata dal predominio di un' economia schiavistica”. Al contrario Shapiro, citando Kuo Mo Jo, affermava “che la Cina è passata attraverso tutte le fasi tipiche dell' Occidente, dalla società schiavistica al feudalesimo”. E' dunque innegabile che la Cina, come l' Asia in generale, abbia avuto più di una fase feudale e di una fase mercantile, più o meno sviluppate e più o meno in ritardo od anticipo rispetto all' Occidente (12). Pirenne affermava che il “feudalesimo” sia cosmopolita (13), ossia non sia un fenomeno unicamente europeo, ma un aspetto di una realtà universale. Alcuni storici riconoscono come, ad esempio nelle Hawai, molti popoli che non avevano ancora avuto contatti con la “civiltà” occidentale, abbiano vissuto nell'universo strutturale statuale nella fase feudale (14). Alcuni storici notano come le “civiltà antiche” si siano sviluppate in modo sostanzialmente parallelo od uniforme (15), sia nel succedersi delle fasi statuali, che nella durata di ciascuna di esse. § 2: Autonomia dell' evoluzione della realtà strutturale statuale 1 - L' evoluzione storica ha tempi e modi assolutamente incontrollabili dalla volontà umana, al di là di forzature contingenti che si possono realizzare, con gravi danni sociali ed umani. Le strutture storiche nascono indipendentemente dalla volontà e coscienza dei protagonisti. Esse rispecchiano il grado di evoluzione della socialità della maggioranza delle popolazioni, in relazione al: nascere, l' affermarsi e l'evolversi di dette strutture. L' evoluzione storica statuale avviene in modi e tempi non controllabili dall' azione politica, culturale o d' altro genere, almeno non dall'azione cosciente, dipendendo da fattori estranei all' azione politica diretta, come anche dal progresso scientifico e tecnico. L' azione individuale, per quanto potente ed incisiva, non può determinare l' evoluzione della realtà strutturale in atto, specie della realtà strutturale statuale. E' la meta-cultura inconsapevolmente prevalente in una data società, a determinare o co-determinare, l' evoluzione della società statuale. Il divario tra le convinzioni espresse, e più o meno sentite, dei governanti e le loro scelte concrete ed il divario tra queste e gli eventi che si susseguono, oltre ad indicare il prevalere della logica evolutiva dell' universo strutturale statuale sulla volontà dei singoli, indica l' inadeguatezza a comprendere tale logica da parte delle varie ideologie o pseudo-scienze in campo (economia, sociologia e politologia) ed infine indica la scarsa partecipazione e responsabilizzazione dei cittadini rispetto alle scelte comuni, i quali non sono forniti del senso del possibile e del necessario, ma rielaborano i loro desideri con i parametri loro forniti dalle ideologie dominanti e dalla ricezione che essi hanno di queste ultime. Come avviene per tutte le ideologie, specie quelle a sfondo fideistico, come nel caso del “marxismo – leninismo”, i suoi fautori non riconoscono nel risultato delle loro azioni, nonostante il grado di forzatura “volontaristicamente” introdotto, ciò che essi auspicavano. Infatti, ad esempio, Lenin disse: “non fate come abbiamo fatto noi”, Stalin disse: “è finito tutto in merda” e Pol Pot: “non abbiamo potuto fare altrimenti”. La realtà strutturale storica, pur con tutte le forzature o violenze che può subire, è ineluttabile nella sua evoluzione autonoma. La morte è il suo paradigma, in quanto quintessenza dell'ineluttabilità ed indesiderabilità. 2 - Solo creando le premesse per il superamento della realtà strutturale storica ed allorché sorgano effettive alternative ad essa, anche la stessa realtà strutturale storica, nelle sua varie manifestazioni, diverrà opzionale e quindi accessibile a chi eventualmente la desideri ancora. § 3: Giustificazione delle società strutturali storiche 1 - Le varie società o sistemi sociali appartenenti all' universo strutturale statuale, come le società appartenenti ad altri universi strutturali organico-stratificati, si giustificano affermando di essere sorte per volontà di una divinità o di un profeta o semi-dio o per la forza preminente delle armi. Hanno, dunque, una giustificazione esterna o precedente all' evento stesso del loro sorgere. Le ideologie sono costruite secondo uno schema fisso ed immutabile, basato su un fine dichiarato, rispondente ai bisogni umani più profondi e con una proposta di mezzi e metodi coerenti con la natura della specifica società strutturale che gode della predilezione del demiurgo ideologo. Esse hanno lo scopo effettivo di giustificare tali società, qualificandosi come l'elemento più evidente e caratterizzante della cultura prevalente di quelle società. Tale compito è reso possibile dallo stesso fine dichiarato dell' ideologia, il quale, rispondendo ai bisogni naturali dell' essere umano, giustifica non solo l'insieme dell'ideologia, che viene percepita come un mezzo volto al raggiungimento di quel fine, ma anche la stessa realtà strutturale di cui l' ideologia si è fatta strumento. Il fine dichiarato dell' ideologia diviene dunque, col suo insieme di “valori”, il criterio di legittimità (1) delle realtà strutturali specifiche, le quali adattano le ideologie secondo i propri bisogni e la propria natura, modificandone la stessa interpretazione dei fini o “valori”, oltreché dell' intero corpo ideologico. In tal modo l' ideologia si caratterizza come “strumentalizzazione del pensiero” (Luigi Pareyson). Tale strumentalizzazione deriva dalla rappresentazione della medesima ideologia, conseguente all' istituzionalizzazione dei “valori” (2) proposti da quell'ideologia. Questo provoca una grande carica affettiva in chi crede in quell'ideologia. Tale carica affettiva è ambivalente poiché da un lato propone “valori” condivisi da chi aderisce all' ideologia, dall' altro poiché tali “valori” restano costantemente avulsi dalla realtà strutturale in atto, deve giustificare il loro mancato concretizzarsi. In tal modo, come affermava Leibniz nelle sue opere, l' “ideale” diventa strumentale alla realizzazione dell' “attitudine al sacrificio”, elemento di cui le strutture storiche non possono fare a meno, se vogliono perpetuarsi. Ad ulteriore dimostrazione della “strumentalizzazione del pensiero” ad opera delle ideologie vi è la perdita di vigore ed entusiasmo che accompagna generalmente le transizioni o metamorfosi storiche, le quali vedono il trionfo dell' ideologia che ha animato il movimento di riforma ed insieme il divario che le separa dalla realtà. Di qui la delusione dei partecipanti al movimento, constatato il risultato effettivo della loro azione rivoluzionaria o riformatrice. Mediante la “strumentalizzazione del pensiero” le ideologie trasformano il concetto della libertà in modo da farlo combaciare col concetto di servitù, facendo accettare il concetto della dipendenza del “destino” degli individui da volontà a loro esterne ed estranee. Il divario tra fine dichiarato e fine reale trasforma le ideologie da presunto mezzo volto alla realizzazione di un dato scopo, in fine auto-giustificantesi e teso all' auto-perpetuazione ed alla perpetuazione della realtà sociale che esse giustificano. I sociologi definiscono l' ideologia “sistema di illusioni” (3), elaborato ed impiegato per ingannare consapevolmente, definito “formula politica”, ingannevole e falsa, usata dalle classi politiche per razionalizzare e giustificare il loro governo, coprendo così la reale natura delle loro azioni. In tal modo le “concezioni totalitarie della democrazia” (4), identificando gli interessi di un popolo o di