Utente:Chiara Tamburrino/Sandbox

Questa è la pagina di prova nella quale Chiara Tamburrino e Ilaria Urgesi svilupperanno il contenuto relativo al Gorgia.

ContenutoModifica

Il Gorgia è un dialogo di Platone che risale al suo periodo giovanile/socratico, composto probabilmente nel 386 a.C. Il dialogo prende il titolo dal primo e più noto interlocutore, retore e sofista, che Socrate incontra in questo dialogo: Gorgia di Leontini. Il dialogo è ambientato ad Atene, precisamente a casa di Callicle, dove Gorgia sta tenendo un discorso di fronte ad una vasta platea di uditori sull’importanza della retorica, «l’arte» della persuasione. Socrate, con il suo amico Cherefonte, assiste al colloquio e interviene per contrastare la tesi, prima di Gorgia, poi di Polo e infine di Callicle. Il ‘’Gorgia’’ è un dialogo diretto e segue lo schema compositivo del genere drammatico. Sono individuabili un prologo, tre atti e infine un epilogo,con la narrazione di un mito escatologico.

  • PROLOGO: dibattito tra Cherefonte e Polo;
  • PRIMO ATTO: scontro tra Socrate e Gorgia;
  • SECONDO ATTO: scontro tra Socrate e Polo;
  • TERZO ATTO: scontro tra Socrate e Callicle;
  • EPILOGO: il giudizio delle anime dopo la morte.

TemiModifica

Nel ‘’Gorgia’’ i temi trattati sono vari e il tema principale è la ricerca di una definizione della retorica. Il colloquio muta di molto l'argomento iniziale e durante il discorso con Polo, Socrate dibatte della giustizia, mentre con Callicle il discorso si sposta su quale tipo di vita valga davvero la pena di vivere e, infine, tratta dell’idea del bene.

La retoricaModifica

Platone, attraverso Socrate attacca la retorica affinché non venga considerata un’arte in quanto non si esprime riguardo all’oggetto che le è proprio, bensì una sorta di attività empirica, ovvero un'abilità nel produrre un certo piacere e un certo diletto. Siccome la retorica non ha un proprio oggetto, ma si intromette in questioni che non le riguardano, riesce a convincere solo gli ignoranti. Inoltre, secondo Platone, la retorica non è utilizzata in modo corretto perché è capace di una persuasione inducendo a credere ma non insegnando nulla intorno al giusto; quindi il retore porta solo credenza.

La giustiziaModifica

Il male più grande per l’uomo è commettere un’ingiustizia, perché macchia e corrompe l’anima. La liberazione da questo male consiste nel pagare per la colpa commessa e solo in questo modo l'uomo potrà un giorno tornare ad essere felice. L’uomo più infelice, quindi, è colui che ha commesso ingiustizia e non è stato punito. Infatti chi è giusto e buono, è felice, invece chi è ingiusto e malvagio, è infelice. Inoltre, come dice Platone, l’anima più infelice è quella che, essendo malvagia compie ingiustizie e non vive nel bene. Anche se crede di vivere meglio degli altri in quanto è sfuggita alla sua punizione, si porterà fino alla morte il senso di colpa e quindi vivrà male.

Il beneModifica

Il piacere ha bisogno di un bene stabile perché il bene consiste nella ricerca di una misura razionale. La vita dell’anima, quindi, deve seguire l’ordine e la precisione a cui è stata assegnata tenendo a freno gli istinti e perseguendo il bene.

L’anima dopo la morteModifica

Platone sostiene che la morte non è altro che la separazione dell’anima dal corpo. Infatti dopo la morte, l’anima giunge nell’Ade e, a seconda della vita che ha vissuto, viene mandata nelle Isole dei Beati se è stata giusta e ha vissuto nel bene, se invece ha condotto una vita infelice, e quindi è stata malvagia, è mandata nel Tartaro dove deve scontare la sua pena. Il che significa che l’anima è immortale e deve scegliere il bene non solo per timore dell’Aldilà, ma anche per il timore di pene terribili da scontare dopo la morte.

I temi del "Gorgia" visti dalla prospettiva dei giovani del terzo millennioModifica

Ci sono, ancora oggi, delle questioni aperte da Platone e non ancora concluse. Tra queste la persuasione. Viviamo in un mondo in cui non ci interessa il vero in sé, ma ciò che assomiglia al vero e che può essere accolto con facilità in quanto convincente. Infatti è proprio questo che ci insegna la retorica: non importa cosa è vero, ma come riusciamo ad arrivare al nostro scopo. Quindi Platone non condanna la retorica in sé in quanto metodo, ma condanna l'uso distorto di questa da parte dei politici. Infatti Socrate afferma che la retorica è per l'anima l'equivalente che la culinaria è per il corpo. Inoltre, come dice Platone, l’anima più infelice è colei che, essendo malvagia compie ingiustizie e non vive nel bene. Anche se crede di vivere meglio degli altri in quanto è sfuggita alla sua punizione, si porterà fino alla morte il senso di colpa e quindi vivrà male. Ma, secondo le leggi della natura, subire un’ingiustizia è tanto grave quanto commetterla, se non peggio. Infine, siamo stati educati a credere che dopo la morte l’anima continui a vivere nell’Aldilà. Noi abbiamo la concezione di Paradiso, Purgatorio e Inferno e Platone credeva nell’Isola dei Beati e nel Tartaro. Quindi la nostra realtà non è molto lontana da quella che viveva Platone.