Thomas Bernhard/Soccombente

Thomas Bernhard

IL SOCCOMBENTE

Firma del pianista Glenn Gould


Incipit:[1]

Un suicidio lungamente premeditato, pensai, non un atto repentino di disperazione. Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai mentre entravo nella locanda.
Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer, ma è morto, come si suoI dire, di morte naturale.
Quattro mesi e mezzo a New York suonando e risuonando le Variazioni Goldberg e l’Arte della fuga, quattro mesi e mezzo di Klavierexerzitien, come Glenn Gould ripeteva di continuo e solo in tedesco, pensai.
Esattamente ventotto anni prima avevamo abitato insieme a Leopoldskron per studiare con Horowitz e (ciò riguarda Wertheimer e me, ma non, com'è ovvio, Glenn Gould) nel corso di un'estate completamente guastata dalla pioggia avevamo imparato da Horowitz più che negli otto anni precedenti al Mozarteum e alla Wiener Akademie. Horowitz ha veramente abolito tutti i nostri professori. Eppure quegli atroci maestri ci erano stati utilissimi per capire Horowitz a fondo. Per due mesi e mezzo piovve ininterrottamente e noi, chiusi a chiave nelle nostre stanze a Leopoldskron, lavoravamo giorno e notte, l'insonnia (di Glenn Gould!) era ormai diventata per noi uno stato irrevocabile, di notte elaboravamo per conto nostro ciò che Horowitz ci aveva insegnato durante il giorno. Non mangiavamo quasi nulla e per tutto quel periodo non patimmo dei dolori di schiena che ci avevano tormentato di continuo fintanto che avevamo studiato coi nostri vecchi professori; sotto Horowitz quei dolori di schiena non li sentimmo affatto perché studiavamo con una tale intensità che in ogni caso non avremmo potuto sentirli. Al termine del nostro corso con Horowitz, fu chiaro che Glenn già suonava il pianoforte meglio di Horowitz stesso, ad un tratto avevo avuto l'impressione che Glenn suonasse meglio di Horowitz e, da quel momento in poi, Glenn fu per me il più importante virtuoso del pianoforte di tutto mondo, per quanti pianisti io abbia sentito da quel momento in poi, nessuno suonava come Glenn, lo stesso Rubinstein, che ho sempre amato, non suonava meglio di lui. Wertheimer ed io eravamo pari quanto a bravura, anche Wertheimer ha detto molte volte che Glenn era il migliore, lo ha detto perfino quando ancora non osavamo dichiarare che era il migliore del secolo. Il ritorno di Glenn in Canada significò veramente per noi la perdita del nostro amico canadese, non pensavamo di rivederlo mai più, era invasato dalla sua arte in una tale maniera da farci supporre che non potesse tirare avanti in quello stato ancora per molto e che in breve tempo sarebbe morto. Invece, passati due anni da quando avevamo frequentato con lui il corso di Horowitz, Glenn suonò al Festival di Salisburgo le Variazioni Goldberg su cui due anni prima si era esercitato giorno e notte con noi al Mozarteum studiandole e ristudiandole di continuo. Dopo il suo concerto, i giornali scrissero che fino ad allora nessun pianista aveva mai suonato le Variazioni Goldberg con tanta arte, dopo il suo concerto di Salisburgo essi scrissero dunque ciò che noi già sapevamo e avevamo detto due anni prima. Con Glenn ci eravamo dati appuntamento, dopo il suo concerto, al Ganshof di Maxglan, una vecchia osteria che io amavo. Bevemmo dell'acqua e non parlammo di nulla. Non appena ci rivedemmo, io dissi subito a Glenn che noi, Wertheimer (venuto apposta a Salisburgo da Vienna) ed io, non avevamo mai pensato, nemmeno per un attimo, di poterlo rincontrare, che l'unica cosa di cui eravamo sempre stati convinti era che lui, Glenn, una volta tornato nel Canada da Salisburgo, si sarebbe ben presto rovinato a causa del suo invasamento per l’arte, a causa del suo radicalismo pianistico. Sì, parlando con lui, usai proprio questo termine, radicalismo pianistico. Il mio radicalismo pianistico è un termine che Glenn ha poi usato di continuo, e io so che questa espressione l'ha adoperata molto spesso anche in Canada e in America. Già allora, dunque quasi trent'anni prima della sua morte, Glenn non amava nessun altro compositore più di Bach, subito dopo per lui veniva Händel, Beethoven lo disprezzava, perfino Mozart, quando lui ne parlava, non era più lo stesso Mozart da me amato come nessun altro, pensai entrando nella locanda. Glenn non ha mai suonato una nota senza accompagnarsi con canto, pensai, non è mai esistito un altro pianista con questa abitudine. Della sua malattia polmonare parlava come se fosse la sua seconda arte. Nello stesso periodo abbiamo avuto la stessa malattia che poi ci è rimasta, pensai, e ultimamente anche Wertheimer si è ammalato della nostra malattia. Ma Glenn non si è rovinato a causa di questa malattia polmonare, pensai. Ciò che lo ha ucciso è l'assenza di vie d'uscita in cui lui stesso si è cacciato suonando per quasi quarant'anni, pensai. Lui naturalmente non ha smesso di suonare il pianoforte, pensai, mentre io e Wertheimer abbiamo smesso di suonare il pianoforte in quanto non lo abbiamo trasformato in una mostruosità come Glenn, che da questa mostruosità non si è più tirato fuori non avendo mai avuto la voglia, in effetti, di tirarsi fuori da questa mostruosità. Wertheimer mise all'asta al Dorotheum il suo pianoforte a coda Bösendorfer, mentre io un giorno, per evitare che il mio Steinway seguitasse a tormentarmi, lo regalai alla figlia di nove anni di un maestro originario di Neukirchen presso Altmünster. La figlia del maestro rovinò il mio Steinway in brevissimo tempo, il che non mi dispiacque affatto, anzi osservai con piacere perverso questa ottusa opera di distruzione. Wertheimer si era addentrato, lo diceva di continuo lui stesso, nella scienza dello spirito, io avevo dato inizio al mio processo di intristimento. Senza la musica, che da un giorno all'altro non ero più riuscito a sopportare, io intristivo, intendo senza la musica pratica, quella teorica aveva sempre avuto su di me, fin dal primo momento, solo un effetto devastante. Da un momento all'altro avevo odiato il pianoforte, il mio pianoforte, non ce l'avevo più fatta a sentirmi suonare; non volevo più sbagliare nota sul mio strumento. Così un giorno andai a cercare il maestro per annunciargli il mio dono, ossia il mio Steinway, la gente dice che sua figlia è dotata per il pianoforte, avevo detto al maestro annunciandogli il trasporto dello Steinway in casa sua. Ero giunto per tempo al convincimento di non essere adatto alla carriera del virtuoso, avevo detto al maestro, siccome in tutto quello che facevo miravo all’eccelso, ero costretto a separarmi dal mio strumento poiché certo con esso, come avevo capito all'improvviso, non avrei mai raggiunto risultati eccelsi, e dunque non c'era da stupirsi che mettessi il mio pianoforte a disposizione di sua figlia che era così dotata, io non alzerò mai più, nemmeno una volta, il coperchio del mio pianoforte, avevo detto allo strabiliato maestro, un uomo alquanto primitivo che ha una moglie ancora più primitiva di lui, originaria anch'essa di Neukirchen presso Altmünster. I costi del trasporto me li assumo ovviamente io! avevo detto al maestro che conoscevo benissimo fin dall'infanzia, come del resto conoscevo la sua dabbenaggine, per non dire imbecillità. Il maestro ha subito accettato il mio dono, pensai entrando nella locanda. Nemmeno per un attimo avevo creduto al talento di sua figlia; di tutti i bambini che vivono in campagna i maestri dicono che hanno del talento, talento per la musica soprattutto, e in realtà invece non hanno il minimo talento, sono tutti bambini assolutamente privi di qualsiasi talento, e il fatto che uno di loro soffi in un flauto o pizzichi una chitarra o strimpelli su un pianoforte non dimostra ancora che egli abbia del talento. Sapevo di consegnare il mio prezioso strumento a una persona totalmente inetta, proprio a questo scopo lo avevo fatto portare nella casa di quel maestro. In brevissimo tempo la figlia del maestro ha mandato in rovina e reso inservibile il mio prezioso strumento, uno dei migliori strumenti in assoluto, uno dei più rari e dunque dei più ricercati e dunque anche dei più costosi strumenti che ci siano. Ma la rovina del mio amato Steinway era esattamente ciò che avevo voluto. Wertheimer si è addentrato, come diceva di continuo lui stesso, nelle scienze dello spirito, io ho dato inizio al mio processo di intristimento, e mandando il mio strumento nella casa del maestro ho avviato per mio conto questo processo di intristimento come meglio non avrei potuto. Wertheimer, tuttavia, aveva seguitato a suonare il pianoforte per vari anni ancora dopo che io avevo regalato il mio Steinway alla figlia del maestro, in quanto per vari anni ancora era stato convinto di poter diventare un virtuoso del pianoforte. Del resto egli suonava mille volte meglio della maggior parte dei nostri virtuosi del pianoforte che si esibiscono in pubblico, ma alla fine la prospettiva di diventare nel migliore dei casi un virtuoso del pianoforte come ce ne sono molti altri in Europa non riuscì più a soddisfarlo, e allora smise di suonare e si immerse nelle scienze dello spirito. Io stesso, di questo son convinto, suonavo ancora meglio di Wertheimer, eppure non sarei mai riuscito a suonare così bene come Glenn, e per questo motivo (lo stesso motivo, dunque, di Wertheimer!) ho abbandonato il pianoforte dall'oggi al domani. Avrei dovuto suonare meglio di Glenn, ma questo non era possibile, anzi era escluso, e dunque rinunciai a suonare il pianoforte. Mi svegliai in un giorno di aprile, non so più esattamente quale, e mi dissi, col pianoforte ho chiuso. E in effetti non sfiorai più lo strumento. Mi recai immediatamente dal maestro e gli annunciai il trasporto del pianoforte. D'ora innanzi mi dedicherò a ciò che è filosofico, pensavo recandomi dal maestro, benché naturalmente non riuscissi neanche a immaginare in che cosa consista questo filosofico. Non sono assolutamente un virtuoso del pianoforte, mi dicevo, non sono un interprete, non sono un artista della riproduzione. Non ho niente dell'artista. Ero subito stato attratto dal progressivo rattrappirsi del mio pensiero. Lungo tutta la strada che mi portava dal maestro, non avevo fatto che ripetere queste tre parole: Niente dell'artista! Niente dell'arrtista! Niente dell'artista! Probabilmente, se non avessi conosciuto Glenn Gould, non avrei abbandonato il pianoforte e sarei diventato un virtuoso del pianoforte, forse addirittura uno dei migliori virtuosi del mondo, pensai nella locanda. Se incontriamo il primo di tutti, dobbiamo rinunciare, pensai. Stranamente ho conosciuto Glenn sul Mönchsberg, il monte della mia infanzia. Veramente lo avevo già visto al Mozarteum, ma con lui non ho scambiato una sola parola prima di quell'incontro sul Mönchsberg, chiamato altresì monte del suicidio perché si presta al suicidio come null'altro al mondo, e infatti tutte le settimane si scagliano da quel monte nell'abisso tre o quattro persone. I suicidi salgono fino in cima con l'ascensore scavato nel cuore della montagna, fanno un paio di passi e poi si scagliano giù nella città. Quelli che giacciono sfracellati sulla strada mi hanno sempre affascinato e io stesso (come anche Wertheimer del resto!) sono salito molte volte sul Mönchsberg, a piedi o in ascensore, con l'intento di scagliarmi giù, ma non mi sono scagliato giù (e non lo ha fatto nemmeno Wertheimer!). Più volte mi ero messo in posa (come pure Wertheimer!) per buttarmi di sotto, ma come Wertheimer non mi sono buttato. Ho fatto dietrofront. Naturalmente finora sono più numerosi quelli che hanno fatto dietrofront di quelli che si sono buttati di sotto, pensai. Glenn l'ho incontrato sulla cosiddetta Altura Richter del Mänchsberg, dalla quale si gode la vista più bella sulla Germania. Ero stato io a rivolgergli la parola, gli avevo detto: Noi due studiamo con Horowitz. Sì, era stata la sua risposta. Guardammo giù verso la pianura tedesca e subito Glenn si mise a parlare dell’Arte della fuga. Mi sono imbattuto, avevo pensato, in un intelligentissimo uomo di scienza. Aveva una borsa di studio della Fondazione Rockefeller, disse. E comunque suo padre era un uomo ricco. Usava espressioni come star nella pelle, o stare nei panni, insomma parlava il tedesco meglio dei nostri compagni di studio provenienti dalla provincia austriaca. è una fortuna che Salisburgo si trovi qui e non in Germania, ossia quattro chilometri più in giù, disse, perché in Germania non ci sarei andato. Fu fin dal primo istante un'amicizia intellettuale. Perlopiù quelli che suonano il pianoforte, anche se sono celeberrimi, non sanno nulla della propria arte, disse. è vero, dissi io, ma questo succede anche in tutti gli altri campi dell'arte, è esattamente così nella pittura, nella letteratura, dissi, e nemmeno i filosofi hanno cognizione di che cosa sia la filosofia. Gli artisti non hanno quasi mai cognizione della propria arte. Hanno dell'arte una concezione dilettantesca, restano a vita legati al dilettantismo, perfino gli artisti più celebri nel mondo intero. Ci eravamo subito intesi, eravamo stati attratti fin dal primo istante, questo devo dirlo, dalle nostre differenze, che erano in effetti differenze abissali, benché avessimo spontaneamente la medesima concezione dell'arte. Solo un paio di giorni dopo questo incontro sul Mönchsberg, Wertheimer si è unito a noi. Glenn, Wertheimer ed io, che per le prime due settimane avevamo abitato ciascuno per proprio conto, ma tutti e tre in alloggi assolutamente inadeguati della Città Vecchia, alla fine affittammo insieme, per la durata del nostro corso con Horowìtz, una casa a Leopoldskron, nella quale potevamo fare ciò che più ci piaceva. Nella Città Vecchia tutto aveva avuto su di noi un effetto paralizzante, l'aria era irrespirabile, le persone intollerabili, l'umidità dei muri aveva recato grave danno a noi e ai nostri strumenti. In realtà abbiamo potuto continuare il nostro corso con Horowitz solo grazie al fatto che ce ne siamo andati via da quella città, la quale è in definitiva la città più avversa all'arte e allo spirito che si possa immaginare, un buco ottuso e provinciale, con gente stupida e muri freddi, nella quale con l'andare del tempo tutto è reso ottuso, tutto senza eccezioni. è stata la nostra salvezza aver impacchettato le nostre quattro carabattole ed essercene andati fuori, a Leopoldskron, che allora era ancora un prato verde nel quale pascolavano le mucche e dimoravano gli uccelli a centinaia di migliaia. La città di Salisburgo, che essendo stata dipinta di fresco fin nei suoi più piccoli anfratti, è adesso ancora più orribile di quanto fosse allora, ventotto anni fa, era ed è tuttora una città nemica di tutto ciò che gli uomini hanno di più intimo, che col tempo vien da essa annichilito, noi questo lo avevamo capito subito ed eravamo scappati a Leopoldskron. I salisburghesi sono sempre stati atroci, così come il clima nel quale vivono, e quando oggi giungo in questa città non solo mi confermo nel mio giudizio di allora, ma tutto mi appare ancora più atroce. Eppure certamente fu per noi un grandissimo vantaggio aver frequentato il corso di Horowitz proprio in questa città così avversa allo spirito e all'arte. In un ambiente di studio che ci è ostile studiamo meglio che in un ambiente a noi amichevole, e colui che si accinge a studiare farebbe bene a scegliere un luogo di studio che gli sia ostile piuttosto che un luogo con un'atmosfera amichevole, in quanto un'atmosfera amichevole gli toglierebbe gran parte della concentrazione sullo studio, mentre un ambiente a lui ostile permette una concentrazione totale, al cento per cento, su questo studio, dal momento che su questo studio egli deve concentrarsi se non vuol cadere in preda alla disperazione, e in questo senso Salisburgo, come tutte le altre cosiddette belle città, è probabilmente raccomandabilissima per chi voglia compiervi un corso di studi, certo soltanto per un carattere forte, un carattere debole andrebbe in rovina inesorabilmente in brevissimo tempo. Per tre giorni Glenn era stato ammaliato dall’incanto di questa città, per poi accorgersi ad un tratto che si trattava, come si suol dire, di un incanto fasullo, che quella bellezza era in fondo ripugnante e che gli esseri umani, in questa città dalla bellezza ripugnante, erano volgari. Il clima prealpino rende psicopatici gli esseri umani che già da piccolissimi hanno dovuto subire l'ottusità e che con l'andare del tempo diventano malvagi, dissi. Colui che vive qui e non mente a se stesso questo lo sa bene, colui che vi giunge da fuori se ne rende conto dopo poco tempo, e deve andar via, prima che per lui sia troppo tardi, a meno che non voglia diventare come questi ottusi abitanti di Salisburgo, come questi psicopatici che con la loro ottusità uccidono a poco a poco tutto ciò che ancora non è come loro. All'inizio, disse Glenn, aveva pensato che crescere qui sarebbe stato bellissimo, ma già due o tre giorni dopo il suo arrivo gli era parso un incubo essere messi al mondo in questa città, e qui essere costretti a crescere, a diventare adulti. Questo clima e questi muri uccidono la sensibilità, disse. E io non ebbi altro da aggiungere. A Leopoldskron lo spirito maligno di questa città non poteva più danneggiarci, pensai mentre varcavo la soglia della locanda. In fondo non fu soltanto Horowitz che mi insegnò a suonare il pianoforte fino alle sue estreme conseguenze, fu anche il quotidiano contatto con Glenn Gould nel periodo in cui seguimmo il corso di Horowitz, pensai. Il mio ultimo maestro prima di Horowitz era stato Wührer, uno di quei maestri che ti soffocano nella mediocrità, per non parlare di quelli che avevo avuto prima di lui, tutti nomi illustri, come si suol dire, che ad ogni piè sospinto suonano in pubblico nelle metropoli e occupano cattedre assai ben remunerate nei nostri celebri conservatori pur non essendo altro che gente rovinosa, uomini che suonano il pianoforte senza avere la minima idea dei concetti musicali, pensai. Dappertutto suonano e occupano posti di insegnamento questi maestri di musica, e guastano migliaia e centinaia di migliaia di allievi, quasi che il loro compito vitale consistesse nel soffocare sul nascere le doti straordinarie dei giovani musicisti. Non c'è posto al mondo in cui l'irresponsabilità regni sovrana come nei nostri conservatori, pensai, i quali recentemente hanno preso il nome di università musicali. Di ventimila maestri di musica uno solo è il maestro ideale. Horowitz era quello che intendo un maestro ideale, pensai. Glenn, se si fosse dedicato all'insegnamento, sarebbe stato lui pure un maestro ideale. Glenn, al pari di Horowitz, possedeva la sensibilità e la comprensione ideali per questa disciplina, anche lui sarebbe riuscito nell'intento di trasmettere quest'arte. Ogni anno decine di migliaia di studenti di musica percorrono la strada dell'ottusità negli istituti superiori di musica e sono mandati in rovina dai loro inqualificabii maestri, pensai. Capita qualche volta che diventino famosi pur non avendo capito niente, pensai mentre varcavo la soglia della locanda. Diventano Gulda o Brendel, eppure non sono nulla. Diventano Gilels, eppure non sono nulla. Anche Wertheimer, se non avesse incontrato Glenn, sarebbe certo diventato uno dei nostri più importanti virtuosi del pianoforte, pensai, non avrebbe dovuto abusare delle scienze dello spirito come io del cosiddetto campo filosofico, perché come io da decenni ho abusato della filosofia o del campo filosofico, così Wertheimer ha abusato fino alla fine della sua vita di quelle che vengono chiamate scienze dello spirito. Lui non avrebbe riempito tutte quelle schede, pensai, e io non avrei riempito tanti manoscritti, sono crimini contro lo spirito, questo pensai entrando nella locanda. Cominciamo come virtuosi del pianoforte e finiamo per rovistare e frugare nelle scienze dello spirito oppure nelle filosofie, e così ci roviniamo. Perché non ci siamo spinti fino al limite estremo e al di là di questo limite estremo, pensai, e abbiamo abbandonato il pianoforte per riguardo a un genio nel nostro campo. Ma a esser sincero, io non sarei comunque mai potuto diventare un virtuoso del pianoforte, poiché in realtà non volevo essere un virtuoso del pianoforte in quanto ho sempre avuto contro questa idea le più ampie riserve e ho soltanto abusato del virtuosismo pianistico ai fini del mio processo di intristimento, sembrandomi addirittura fin da principio che chi suona il pianoforte fosse un personaggio ridicolo; essendo stato traviato dal mio talento veramente straordinario per lo studio del pianoforte, io questo talento l'ho prima applicato all'attività pianistica, e poi, dopo quindici anni di torture, l'ho buttato a mare da un momento all'altro e senza farmi il minimo scrupolo. Non è nel mio stile sacrificare la mia esistenza al sentimentalismo. Sono scoppiato a ridere e ho fatto trasportare il pianoforte nella casa del maestro, poi per vari giorni mi sono divertito di me stesso che ridevo del trasporto del pianoforte, sì, è proprio così, da solo mi sono preso gioco della carriera del virtuoso che io stesso da un momento all'altro avevo spezzato. E forse questa carriera da me infranta tutt'a un tratto, pensai entrando nella locanda, è una parte indispensabile del mio processo di intristimento. Noi tutti sperimentiamo ogni sorta di cose per poi spezzare di continuo questi esperimenti, gettiamo tutt'a un tratto decenni di esistenza nel mucchio dei rifiuti. Wertheimer era sempre stato più lento, mai risoluto come me nel prendere le decisioni, la sua carriera di virtuoso del pianoforte l'ha gettata nel mucchio dei rifiuti vari anni dopo di me e, a differenza di me, non se n'è fatto una ragione né allora né mai, di continuo l'ho sentito rammaricarsi per il fatto che non avrebbe dovuto abbandonare l'attività pianistica, che avrebbe dovuto continuare a suonare, che entro certi limiti il colpevole ero io, essendo sempre stato io il suo modello nelle questioni importanti, nelle decisioni esistenziali, così ha detto una volta, pensai entrando nella locanda. Per me e per Wertheimer aver frequentato le lezioni di Horowitz era stato micidiale, mentre quelle lezioni erano state per Glenn l'espressione del suo genio. Non Horowitz, pensai, ma Glenn aveva ucciso sia in me sia in Wertheimer tutto ciò che aveva a che fare col virtuosismo pianistico e, in definitiva, con la musica in generale. Glenn ci ha reso impossibile il virtuosismo pianistico in un'epoca nella quale noi due credevamo ancora fermamente nel nostro virtuosismo pianistico. Per vari anni ancora dopo il corso di Horowitz, avevamo creduto nel nostro virtuosismo, benché esso fosse già morto nel momento in cui avevamo conosciuto Glenn. Chissà se non fossi andato da Horowitz e avessi continuato a seguire le lezioni del mio maestro Wührer, chissà se in quel caso oggi non sarei davvero un virtuoso del pianoforte, uno di quei celebri virtuosi, pensai, che tutto l'anno viaggiano in lungo e in largo tra Buenos Aires e Vienna con la loro arte. Lo stesso vale per Wertheimer. Ma subito mi dissi di no, un no estremamente deciso, poiché fin dall'inizio avevo odiato il virtuosismo con tutto ciò che esso significa e porta con sé, odiavo innanzitutto l'idea di presentarmi davanti a tanta gente e odiavo gli applausi più di tutto il resto, gli applausi non riuscivo a sopportarli, per molto tempo non seppi se ciò che non sopportavo era l'aria viziata fino a quando mi fu chiaro che non sopportavo il virtuosismo in quanto tale, e specialmente il virtuosismo pianistico. Non c'era nulla, infatti, che io odiassi come il pubblico e tutto ciò che a questo pubblico è legato, e quindi odiavo anche il virtuoso (e i virtuosi) in sé. E Glenn in realtà suonò in pubblico solamente per due o tre anni, poi non sopportò più di suonare in pubblico e rimase a casa, e laggiù, nella sua casa in America, diventò il migliore e il più importante tra tutti quelli che suonano il pianoforte. Quando, dodici anni fa, noi andammo a trovarlo per l'ultima volta, già da dieci anni Glenn non si esibiva più in un pubblico concerto. Nel frattempo era diventato il più lucido di tutti i folli. Era giunto al vertice della sua arte e ormai era questione di tempo, di un tempo brevissimo, poi di sicuro sarebbe stato colto dall'ictus cerebrale. Wertheimer aveva allora la mia stessa sensazione, anche lui pensava che a Glenn non restasse da vivere se non pochissimo tempo, lo disse a me che gli sarebbe venuto un colpo. Eravamo rimasti per due settimane e mezzo nella casa di Glenn, dove lui si era sistemato uno studio. Come durante il corso di Horowitz a Salisburgo, egli suonava il pianoforte pressoché tutto il giorno e tutta la notte. Aveva fatto così per anni, per un intero decennio. Ho dato trentaquattro concerti in due anni e questo mi basta per tutta la vita, aveva detto Glenn. Con Glenn, Wertheimer ed io suonavamo Brahms dalle due di pomeriggio fino all'una di notte. Intorno alla sua casa Glenn aveva posto tre guardiani che avevano l'incarico di tener lontana la gente. All'inizio, per non essergli di peso, noi avevamo deciso di non fermarci da lui nemmeno per una notte, ma poi rimanemmo per due settimane e mezzo, e allora per me e per Wertheimer fu di nuovo chiaro che la nostra decisione di rinunciare al virtuosismo pianistico era stata giustissima. Mio caro soccombente, fu il saluto di Glenn a Wertheimer, con tipico sangue freddo americanocanadese Glenn sempre aveva definito Wertheimer come soccombente, riservando a me un semplice e secco filosofo, che mi lasciava del tutto indifferente. Wertheimer, il soccombente, era agli occhi di Glenn uno che va a fondo, ininterrottamente e sempre più a fondo, mentre io secondo lui avevo in bocca ogni momento e con una regolarità che gli riusciva probabilmente insopportabile la parola filosofo, e dunque era più che naturale che noi due fossimo per lui il soccombente e il filosofo, pensai quando entrai nella locanda. Il soccombente e il filosofo erano giunti in America per rivedere il virtuoso del pianoforte Glenn, per nessun altro motivo...


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  • Der Untergeher - Traduzione dal tedesco di Renata Colorni, Adelphi Edizioni, 1985.
  1. La struttura originale del testo è stata rispettata.
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