Indagine Post Mortem/Capitolo 5: differenze tra le versioni

Terzo, in {{passo biblico2|Matteo|28:11-15}}, l'autore fornisce un'informazione che i suoi lettori designati – ad es. gli ebrei (è ampiamente riconosciuto che Matteo è un Vangelo molto ebraico scritto per una chiesa cristiana ebrea) – avrebbero potuto facilmente smentire se non fosse stato vero. Lindemann (2017, p. 566) obietta affermando quanto segue:
{{q|The background for it is probably not an otherwise ‘unknown’ polemical Jewish story against the message of Jesus’ resurrection, but rather late Christian apologetics, perhaps stemming from the evangelist himself, to make the story and the message of Jesus’ resurrection ‘more plausible’ for Christians themselves.}}
In risposta, Matteo 28:15b, Καὶ διεφημίσθη ὁ λόγος οὗτος παρὰ Ἰουδαίοις μέχρι τῆς σήμερον ἡμέρας (letteralmente "E questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi") implica una continuità. In particolare, μέχρι ("fino") implica una continuità con il passato (dal momento in cui riferirono ai capi sacerdoti, presero il denaro e fecero come istruito; secondo Matteo, questo avvenne molto presto dopo la crocifissione di Gesù; quindi Matteo si riferiva al periodo intorno al 30 e.v.) al presente (quando fu scritto il Vangelo di Matteo, diciamo, intorno al 70-100 e.v.). Anche se il Vangelo di Matteo fu scritto dopo il 70 e.v. e probabilmente non a Gerusalemme o in Giudea, gli ebrei della chiesa cristiana ebraica nel 70-100 e.v. erano discendenti degli ebrei neldel 30 e.v. Molti di loro sarebbero già nati prima del 70 e.v. e sarebbero stati convertiti al cristianesimo o avrebbero interagito con ebrei non cristiani che cercavano di convertire. Questa continuità con il loro passato e l'interazione con gli altri avrebbe permesso loro di sapere se la storia era stata ampiamente diffusa tra gli ebrei dal passato fino al 70-100 e.v., e quindi di smentirla facilmente se tale storia non fosse stata ampiamente diffusa.
 
Ora Matteo evidentemente aveva uno scopo apologetico per scrivere questa storia; tale scopo implica che la storia fosse di notevole interesse per i lettori ebrei cristiani che, come spiegato in precedenza, sarebbero stati in grado di smentirla facilmente se l'informazione non fosse stata vera. L'autore del Vangelo di Matteo non avrebbe commesso un "suicidio di credibilità" inventando una storia facilmente confutabile per il suo scopo apologetico. L'affermazione fatta da Matteo era facilmente suscettibile di smentita a meno che, come deve essere stato il caso, lui e il suo pubblico sapessero che era corretta. Ciò implica che la storia abbia avuto origine intorno al 30, durante il periodo in cui le persone avrebbero potuto facilmente sapere se c'erano davvero guardie alla tomba e se le guardie dicessero davvero: "I suoi discepoli sono venuti durante la notte e lo hanno rubato mentre noi dormivamo."<ref>Un argomento simile è stato utilizzato da Abaddie, il quale osserva che Matteo lo riporta come una voce già pubblica e sostiene, "la diffusa storia che i discepoli avessero rubato il corpo mentre le guardie dormivano non può essere spiegata se in realtà la guardia non fosse mai stata messa" (Craig 1985, pp. 215-218, citando ''Traité de la vérité de la religion chrétienne'' di Abaddie, volume 2).</ref> La forza di questo argomento è ulteriormente rafforzata da altre considerazioni a sostegno dell'attendibilità storica dei Vangeli che sono state discusse nei Capitoli precedenti, tipo le considerazioni che implicano che i lettori dei Vangeli del I secolo fossero interessati alla verità e che ciò era noto agli autori dei Vangeli (cfr. la mia discussione sull'argomento di Litwa nell'Introduzione).
 
La presenza delle guardie al sepolcro è menzionata anche nel [[w:Vangelo di Pietro|Vangelo di Pietro]] (vv. 30-33)<ref>[http://www.intratext.com/IXT/ITA0458/_P8.HTM Vangelo di Pietro 30-33]: «"Dacci dei soldati affinché la sua tomba sia vigilata per tre giorni. Che non capiti che vengano a rubarlo i suoi discepoli, il popolo creda ch'egli sia risorto dai morti e ci faccia del male". Pilato diede loro il centurione Petronio con dei soldati per vigilare la tomba; e con loro si recarono alla tomba gli anziani e gli scribi e tutti quanti erano là con il centurione; i soldati rotolarono una gran pietra, la posero sulla porta della tomba e vi impressero sette sigilli; quivi drizzarono poi una tenda e montarono la guardia.»</ref> che risale probabilmente al II secolo. Gli studiosi discutono se il testo dipenda dai Vangeli canonici o da una più antica narrativa della passione che ha preceduto il vangelo. Ci si potrebbe chiedere se la rappresentazione del Vangelo di Pietro (47-48) secondo cui Pilato ordinò alle guardie di non dire nulla, contraddica il racconto di Matteo secondo cui alle guardie era stato comandato di dire qualcosa, cioè: i discepoli vennero e rubarono il corpo mentre le guardie dormivano. Risposta: nel racconto del Vangelo di Pietro, "non dire nulla" potrebbe riferirsi a "non dire nulla di ciò che hanno visto"; non implica che fosse loro proibito dire qualcosa su ciò che non avevano visto, cioè i discepoli che rubavano il corpo.
 
Molti studiosi critici affermano che la storia delle guardie alla tomba è una finzione inventata da Matteo (Allison 2005a, p. 311). Sostengono che è improbabile che solo Matteo lo menzioni se è storico (Carrier 2005b, p. 358). Prima che {{passo biblico2|Matteo|28}} fosse scritto, non c'era alcuna indicazione che qualcuno, cristiano o non cristiano, fosse interessato alla questione storica di eventuali guardie che sorvegliavano la tomba; a quanto pare nessuno ha scritto nulla a riguardo.
 
Tuttavia, questa è una forma non valida dell'"argomentazioneo basata sul silenzio" e fallisce per i seguenti motivi. Craig (1984) nota che gli evangelisti spesso omettono inspiegabilmente quelli che sembrano essere i principali incidenti che dovevano essere loro noti (ad esempio la grande omissione da parte di Luca di {{passo biblico2|Marco|6:45-8:26}}) così che è pericoloso usare l'omissione come prova per storicità. L'autore del Vangelo di Matteo aveva motivo di includerlo perché il suo Vangelo era stato scritto specificamente per gli ebrei, tra i quali questa voce era ampiamente diffusa, mentre tale esigenza non è presente tra il pubblico degli altri Vangeli (Wilkins 2004, p. 943). Come sostenuto nel Capitolo 1, {{passo biblico2|1Corinzi|15:3-8}}, che contiene una tradizione antica, deve essere stato un riassunto delle narrazioni tradizionali della risurrezione che vennero raccontate in forme più complete altrove (Allison 2005a, pp. 235-239). Cioè, Paolo sapeva che questi dettagli erano già in circolazione sotto forma di vari racconti tradizionali che erano noti al suo pubblico (ad esempio i Corinzi), quindi non vedeva la necessità di menzionarli. Come ho spiegato prima, {{passo biblico2|Matteo|28:11-15}} implica che contenga una di queste tradizioni che è stata tramandata dal 30 al 70-100 circa. Contro gli studiosi critici che sostengono che le parole redazionali usate nel racconto di Matteo implichino la sua libera creatività, Kankaanniemi (2010, p. 94) sostiene che il numero effettivo di parole ed espressioni matteane nella storia delle guardie è stato sopravvalutato; inoltre, "le espressioni redazionali matteane non implicano creatività, ma sono regolarmente aggiunte a una fonte che è altrimenti seguita in modo piuttosto conservativo".
 
Si potrebbe obiettare che non è plausibile che le guardie, che presumibilmente videro l'angelo disceso e che non lasciarono il posto fino a quando le donne non se ne andarono (Matteo 28:11), non le sfidarono e non si opposero quando arrivarono. In risposta, ci sono due possibilità: ('''1''') le guardie erano così spaventate quando l'angelo era disceso lì che non si opposero alle donne o ('''2''') Matteo 28:4-11 non dice che le guardie fossero ancora lì mentre l'angelo parlava alle donne, e inoltre non dice che le guardie lasciarono la tomba solo dopo che le donne se ne furono andate. Le guardie potrebbero essere fuggite (tra i versi 4 e 5) e il versetto 11 continua la loro storia.
 
== La tomba vuota ==
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