Differenze tra le versioni di "Cambiamento e transizione nell'Impero Romano/Capitolo III"

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Questi furono in effetti gli uomini che formarono, per così dire, la coscienza, o piuttosto l'élite intellettuale di quella trama connettiva composta dalle aristocrazie municipali; misero avanti le necessità ideologiche. Lo loro fortune furono collegate a quelle dei comuni imperiali; con il degrado graduale delle città, così avvenne anche il declino della loro posizione. I comuni in rovina non poterono più fornire i loro "sfoci professionali", né assicurarsi un futuro intellettuale; pertanto si posero in dipendenza ancor più stretta e devota di alcune persone ricche — dipendenza che però generò un'ostilità più o meno forte dei clienti contro i loro patroni. Lo sfocio più vantaggioso e immediato pertanto fu quello di servire il Signore dell'Impero. Di conseguenza, la maggior parte dell'intellighezia provinciale entrò, specialmente nella seconda metà del II secolo, al servizio dell'imperatore, adottando la sua causa e stringendo ulterioremente i legami, già alquanto stretti, tra aristocrazie municipali e potere imperiale. A seguito di tale alleanza, la teoria e l'ideologia del governo monarchico sono perfezionate e gli ultimi residui dell'antica ideologia repubblicana sono eliminati.
 
Le aristocrazie municipali mantennero come fondamentale, nella loro prospettiva politica e sociale, il rapporto tra autorità centrale e le entità politiche locali, tra imperatore e consigli comunali. Ciò rappresentò un problema vitale per questa classe, e dovette necessariamente essere risolto in un senso particolare; dopo tutto, era in ballo la sopravvivenza di queste oligarchie municipali, in quanto erano una classe e un ordine di governo. Filostrato fu del tutto consapevole di ciò; come lo era anche il pubblico a cui era diretta la sua opera. Da qui l'importanza specifica e anche l'enfasi della biografia sulle relazioni tra Apollonio e gli imperatori; inoltre, una parte cospicua è dedicata al problema del governo monarchico, i doveri del sovrano riguardo ai suoi sudditi e allo stato; e, per converso, l'atteggiamento che il soggetto – in quetsoquesto caso l'uomo completamente realizzato, il "vero" filosofo e saggio, come Apollonio – deve prendere rispetto all'autorità monarchica, specialmente nel caso degeneri nell'odiata forma di tirannia.
 
Nella n arrazione di Filostrato, la dolorosa esperienza della tirannia viene provata volontariamente da Apollonio a Roma, nel 66 e.v. Sebbene consapevole della persecuzione dei filosofi da parte di [[w:Nerone|Nerone]], e dell'imprigionamento di [[w:Gaio Musonio Rufo|Musonio Rufo]],<ref>Filos., ''V. Apoll.'', IV, 35: secondo altre fonti, il filosofo fu esiliato da Roma dopo la scoperta della cospirazione (cfr. Tac. ''Ann.'', XV, 71; Cassio Dio., LXII, 27).</ref> Apollonio non esita a venire a Roma, seguito dai suoi discepoli; in verità, l'ostilitÀ del tiranno, e quindi i pericoli coinvolti, rappresentano la prova del fuoco per i suoi seguaci. Con il suo comportamento coraggioso, i suoi discorsi liberi ed aperti, egli indica l'atteggiamento che qualsiasi uomo di cultura che meriti il titolo di filsofo, deve mantenere difronte ad un tiranno. In effetti, richiamando la capacità superiore del saggio a superare qualsiasi potere mondano, ed enunciando la tesi che in realtà un tiranno non è altro che una bestia selvaggia – comuqnue incapace di piegare il vero filosofo – egli conforta e loda i discepoli che sono ancora con lui. Si può, anzi si deve, resistere al tiranno — Nerone che è più feroce di una bestia ed è capace di qualsiasi azione brutale: il saggio può quindi mostare la sua forza interiore, l'abilità fornitagli dalla vera filosofia. Apollonio è anche vittorioso contro [[w:Gaio Ofonio Tigellino|Tigellino]], il sanguinario ''praefectus praetorio'' di Nerone, senza mai aver perduto la sua calma o terreno difronte alla violenza irrazionale di quest'ultimo.
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