Differenze tra le versioni di "Missione a Israele/Verità evangeliche"

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Se Paolo, un ebreo della Diaspora e portavoce attivo della fede post-Risurrezione in Gesù quale Cristo, stimava così naturalmente e immediatamente il Tempio ed il suo culto, a maggior ragione dobbiamo aspettarci di vedere la stessa stima evidente nella missione e messaggio pre-Risurrezione di Gesù. Tuttavia le fonti evangeliche ne complicano la nostra visione in merito a questa problematica, perché sono scritte dopo, le guerre giudaiche contro Roma, e forse in un certo senso alla luce di tali eventi. Pertanto, sebbene il cobtesto narrativo dei Vangeli sia, approssimativamente, il primo terzo del primo secolo, dall'anno finale di Erode il Grande (m. 4 p.e.v.) al mandato di Ponzio Pilato (26-36 e.v.), il contesto storico degli scrittori evangelici è, approssimativamente, il terzo finale del primo secolo, c. 70-100 e.v. Tra questi autori e il loro soggetto ci fu la frattura irrecuperabile del culto tradizionale di Israele. La posizione degli evangelisti riguardo al Tempio è quindi più vicina alla nostra, nonostante i venti secoli che intervengono tra noi e loro, rispetto a quella delle generazioni che immediatamente li precedono. Loro, comed noi, ''sanno'' qualcosa che nessuna delle figure storiche di cui scrissero poteva sapere: cioè, che il Tempio di Gerusalemme non esisteva più.
 
Tale conoscenza non può non influenzare ciò che videro gli evangelisti, e ciò che vediamo noi, quando guardiamo indietro. Sia noi che loro siamo nella posizione di uno che legge un romanzo o guarda un film per la seconda volta. Gesti e azioni che la prima volta sembravano solo dare consistenza alla storia, ora pulsano di ora pulsano di un'intensità accresciuta, poiché sappiamo come finiranno le cose. L'appassionato sfogo di Giulietta quando Romeo si prepara a lasciare Verona in esilio – ''"O, think'st thou we shall ever meet again?"'' – sentito in tutta innocenza, sembra sia a Romeo sia ad un pubblico inconsapevole un'ansia esaggerata difrontedi fronte alla separazione traumatica. Le sue assicurazioni che tutto andrà per il meglio – ''"All these woes shall serve / For sweet discourses in our times to come"'' – sono una reazione calmante e ragionevole. Ma la seconda volta, le parole di Giulietta assumono una terribile accuratezza, rendendo le parole di Romeo teneramente ingenue, persino patetiche.<ref>Da ''[[w:Romeo e Giulietta|The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet]]'', di William Shakespeare (1596).</ref> Sappiamo troppo per poterle udire allo stesso modo due volte...
 
Stessa cosa per gli evangelisti. Quale che sia la tradizione da loro ereditata su Gesù e Gerusalemme, le ricevettero in un periodo con una realtà religiosa molto alterata: il culto ordinato da Dio al popolo ebraico, i cui particolari si estendevano lungo quattro dei primi cinque libri della [[w:Tanakh|Scrittura]], la cui esecuzione era stata la responsabilità speciale del sacerdozio di Gerusalemme, e la cui modalità di esecuzione aveva alimentato aspre dispute di interpretazione e un vigoroso settarismo nel periodo del tardo Secondo Tempio, aveva cessato di esistere. Detti e storie di Gesù e del Tempio, o di Gesù e le leggi della purezza riguardo al Tempio, o di Gesù e quei gruppi la cui devozione si concentrava specialmente sul Tempio, di conseguenza acquisirono una dimensione aggiunta dalla prospettiva post-70 propria degli evangelisti: Gesù parlava ed interagiva con un'istituzione e rispettive autorità religiose che erano svanite. Come poteva ''non'' conoscere cosa sarebbe successo da lì a breve? Cosa poteva intendere Dio nel permettere una tale enorme distruzione? Gli sforzi degli evangelisti per rispondere a queste domande influenzò intimamente la loro ricostruzione della tradizione.
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